L’astronomia mette a disposizione della fantascienza un catalogo infinito di suggestioni. Trasformarne una in una storia convincente è però tutta un’altra sfida, soprattutto quando il punto di partenza è un oggetto astronomico reale come l’asteroide Apophis (noto anche come 99942 Apophis), protagonista di uno dei passaggi ravvicinati alla Terra più attesi degli ultimi decenni. È la sfida raccolta da Giorgio Tacconi in 2036. Il tempo veloce. Quanto manca?, il suo ultimo romanzo, pubblicato da Edizioni Sisifo, che intreccia scienza, immaginazione e una riflessione sul tempo e sulla conoscenza.
Protagonista del romanzo è Giovanni Noeri, detto Vanni, astrofisico italo-canadese che osserva il ritorno di Apophis dall’Osservatorio Galileo di La Palma, nelle Canarie. Un nome che i lettori più vicini al mondo dell’astronomia ricondurranno facilmente al Telescopio nazionale Galileo (Tng), discreta ma efficace fonte d’ispirazione per l’ambientazione del romanzo.
Come racconta Tacconi a Media Inaf, l’ispirazione per l’ambientazione nasce proprio da una visita al Tng di La Palma, «un’esperienza emozionante: orgoglio per un gioiello tecnologico italiano e meraviglia per quel luogo sospeso tra cielo, terra e mare, rifugio dal mondo e finestra verso altri mondi». Il protagonista, Vanni, è invece «un personaggio di fantasia, con tracce autobiografiche diluite in una pluralità di identità». Non a caso, nel corso del romanzo viene chiamato con nomi diversi, in un esplicito richiamo all’opera di Luigi Pirandello Uno, nessuno e centomila.
Vanni vive quasi isolato, in compagnia della gatta nera Luna e con i sogni pieni dei ricordi della moglie Ester e della figlia Ethel, scomparse nel Cataclisma che, nel mondo immaginato da Tacconi, ha sconvolto il pianeta dopo il passaggio dell’asteroide nel 2029. Il legame tra i due eventi resta volutamente sospeso, ma le conseguenze per lui appaiono molto evidenti. Il cambiamento climatico accelera, gli equilibri geopolitici si ridefiniscono e il mondo appare sempre più instabile.
Mentre sulla Terra si diffonde quella che il protagonista definisce con ironia “Apophismania” e i media ridimensionano l’immagine dell’asteroide, Vanni continua a guardare i numeri. Ai suoi occhi Apophis non è un “elegante proietto luminescente“, ma una gigantesca “patata cosmica” grigio-marrone, una presenza incombente che accompagna un’anomalia ben più inquietante. Vanni è un protagonista profondamente umano, uno scienziato che passa le giornate a osservare, verificare dati, ricontrollare misure. È un uomo che conosce la disperazione, ma non il disordine, proprio per questo qualcosa, nei calcoli relativi all’asteroide, non lo fa riposare. La sua attenzione ai dettagli lo porta a individuare un fenomeno inspiegabile: una progressiva accelerazione del tempo.
La vera scoperta del romanzo, infatti, non riguarda l’asteroide, ma il tempo. Tacconi prende spunto da concetti noti della fisica relativistica, senza mai pretendere di fornire una spiegazione scientifica. L’accelerazione del tempo è inserita come provocazione narrativa, il motore di una riflessione che coinvolge il lettore senza perdere o rallentare la storia con spiegazioni tecniche. La scienza resta credibile nel metodo, più che nelle conclusioni. Infatti, osservazione, dubbio, verifica continua e attenzione ai dettagli accompagnano il protagonista lungo tutto il racconto.
Accanto alla dimensione scientifica, tuttavia, il romanzo si sviluppa anche su altri livelli narrativi. Come spiega Tacconi, «il piano scientifico del romanzo è l’involucro che dà forma a un’idea poetico-filosofica». La vicenda di Vanni diventa così una riflessione sul presente e sulla condizione umana. Il lettore attraversa un’Europa profondamente trasformata, dove il cambiamento climatico è ormai una realtà quotidiana. Città allagate, ondate di calore estreme e paesaggi mutati fanno da sfondo a nuovi equilibri geopolitici. In questo scenario, le autorità cercano di appropriarsi della scoperta di Vanni, intuendone le possibili implicazioni strategiche. Se il tempo può essere controllato, o anche solo ridefinito, diventa inevitabilmente una questione di potere.
È però sul piano esistenziale che il romanzo trova la sua dimensione più intima. Vanni è costretto ad abbandonare il rifugio costruito intorno al proprio dolore per affrontare un percorso di trasformazione, attraverso incontri, perdite e nuove possibilità. Ma questa riflessione individuale si intreccia continuamente con quella collettiva. Attraverso il destino del protagonista, Tacconi invita, infatti, a interrogarsi sul rapporto tra progresso scientifico, potere e responsabilità, temi che riconosce come profondamente attuali. «Oggi l’intelligenza artificiale e la genetica pongono gli stessi dilemmi, con una variante inquietante: non sono più gli Stati a gestire le innovazioni scientifiche bensì i privati in grado di finanziarne lo sviluppo». A questo, aggiunge Tacconi, si affianca «il preoccupante paradosso di una società basata sull’informazione e la tecnologia, i cui cittadini sono sempre meno educati all’informazione e sempre più ignoranti sul metodo e i contenuti della ricerca scientifica».
L’ipotesi del “tempo veloce” diventa il filo conduttore di una storia che invita il lettore a interrogarsi sul nostro modo di guardare il tempo, la conoscenza e il futuro. Più che sull’eventuale impatto di Apophis, 2036. Il tempo veloce. Quanto manca? invita a riflettere sull’impatto delle nostre scelte.
Chi ha familiarità con il mondo della ricerca ritroverà nel romanzo la quotidianità del lavoro scientifico, fatta più di pazienza, verifiche e dubbi che di intuizioni folgoranti. Chi invece cerca semplicemente una buona storia troverà un romanzo scorrevole, capace di mantenere viva la curiosità fino all’ultima pagina.
«Volevo raccontare un’esperienza di presa di coscienza in relazione alla percezione del tempo», spiega Tacconi. Per questo il finale «non risolve scientificamente il mistero del “tempo veloce”, semplicemente lo supera», offrendo al lettore «uno spazio di libertà e di coraggio». In fondo, conclude l’autore, «inutile chiedersi come andrà a finire. L’importante è cominciare».
Sentinel — Human
The text reads like a well-structured journalistic or literary review deeply engaged with a specific book, showing nuanced analytical layering typical of human critical writing.
