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Project Gutenberg

I simboli : $b in rapporto alla storia e filosofia del diritto, alla psicologia e alla sociologia

Ferrero, Guglielmo

2025itGutenberg #76877Original source
BIBLIOTECA ANTROPOLOGICO-GIURIDICA — Serie II, Vol. XIX.


                           GUGLIELMO FERRERO


                               I SIMBOLI

                              IN RAPPORTO

                  ALLA STORIA E FILOSOFIA DEL DIRITTO
                   ALLA PSICOLOGIA E ALLA SOCIOLOGIA



                             FRATELLI BOCCA
                     Librai di S. M. Il Re d’Italia

                      TORINO Via Carlo Alberto, 3
                            ROMA Corso, 216
                        FIRENZE Via Cerretani, 8

                                DEPOSITI
                        PALERMO MESSINA CATANIA
                                   —
                                 1893.




                          PROPRIETÀ LETTERARIA

                Torino — Tip. Lit. Camilla e Bertolero.




A MIO PADRE

E

A MIA MADRE




PREFAZIONE


Questo libro è solo un saggio, solo una rapida scorreria attraverso
un’immensa regione inesplorata della storia dell’uomo. Ma l’autore
in questa corsa affrettata ha tanto goduto il piacere dell’indagine e
delle sue varie vicende, e più ancora il piacere dei lontani orizzonti
intravveduti qua e là, che non mancherà, potendo, di tornare un giorno
nel cuore dell’ignoto paese a esplorarlo più minutamente in lungo ed
in largo. Un numero immenso di questioni si connettono con una teoria
compiuta del simbolo: l’origine e lo sviluppo del linguaggio, della
religione, della scrittura, del diritto, della leggenda, dell’arte;
tutti i mezzi insomma con cui l’uomo ha cercato di comunicare
agli altri uomini le proprie idee e i proprii sentimenti, tutte le
trasformazioni coscienti e incoscienti, tutti i pervertimenti di
questi segni. Ecco altrettanti argomenti, di cui molti sono in questa
opera appena accennati, ma che la scienza ha finora quasi interamente
negletti.

Non li ha però così interamente negletti che all’autore sia mancato in
questo studio un suggestionatore potente, che eccitasse l’ideazione
ne’ momenti in cui la difficoltà da sormontare era più alta, che
eccitasse il coraggio nei momenti in cui le soluzioni trovate parevano
perdere tutta quella verità, che è sentita così intensamente, quando
l’idea balena la prima volta alla mente. Il padre intellettuale di
questo libro fu l’opuscolo di Paolo Marzolo, intitolato _Saggio sui
segni_: perciò doveva esser qui ricordato e messo al posto d’onore il
nome ignorato del più grande pensatore italiano e forse anche europeo
di questo secolo, le cui opere ciclopiche, piene di avvenire, ancora
attendono l’ora della giustizia.

Nè lo studio puramente teorico dei fenomeni del simbolismo sarà
scevro d’applicazioni umane. Si sono molto studiate le miserie morali
dell’uomo, tutti i traviamenti cioè delle passioni, dell’amore,
dell’odio, della vanità, della cupidigia; ma si sono poco studiate le
sue miserie intellettuali, quei dolorosi errori in cui l’uomo cade per
i vizi organici della sua intelligenza, e per cui le vie dell’umanità
sono state sino ad oggi bagnate di tanto sangue e di tante lagrime.
Eppure se si pensa che alcuni scambi accidentali di nomi hanno generato
riti ferocissimi, che per una questione di statue e di quadri il
sangue corse a fiumi per secoli l’impero bizantino, che anche oggi da
un momento all’altro l’Europa potrebbe ardere tutta nelle fiamme di
una guerra provocata da qualche metafora infelice o da qualche frase
barocca scambiata per un assioma di alta politica: quando si pensa a
tutto ciò, chi non vede che forse all’uomo, più che il fermento delle
cattive passioni, furono e sono funeste certe debolezze e imperfezioni
della sua intelligenza, per altre parti così sviluppata? L’indagine
dei fenomeni del simbolismo indica alcune tra le non meno importanti
di queste debolezze; mostra come con la civiltà diminuisca, invece che
crescere, la sicurezza di ottenere giustizia nei contrasti della vita
sociale; e può quindi indicare alcuni rimedi che leniscano una delle
più tormentose infelicità del mondo moderno.

                                                                G. F.




INTRODUZIONE

La legge del minimo sforzo e la inerzia mentale.


1. L’uomo prova un vero orrore per il lavoro mentale. Non è questo un
caso unico, ma rientra in quell’orrore di qualsiasi lavoro, muscolare e
mentale, che è stato, checchè si dica, ed è ancora uno dei fenomeni più
caratteristici della psicologia umana.

Se una cosa l’uomo ha maledetto sulla terra, è stato appunto il lavoro,
anche quello dei muscoli. In ebraico la stessa radice _ássab_ significa
lavoro, stanchezza, dolore; in greco πένομαι = sforzarsi, lavorare,
soffrire; di qui πενία = povertà; πείνα = fame; πόνος = fatica e
patimento; πονερὸς = lavorante, povero, cattivo[1]. Il francese
_travail_ trova in italiano il suo fratello gemello _travaglio_ con
significato di dolore; come l’italiano _lavoro_ ha per padre il latino
_labor_ che significava patimento. La leggenda ebraica della Genesi
fa che Dio assegni come pena al peccato dell’uomo il lavoro; documento
ingenuo e prezioso dei sentimenti dell’uomo primitivo verso l’attività.
Il gusto dei selvaggi per l’ozio è del resto così noto che sarebbe
quasi inutile di insistervi a lungo: basterebbe a provarlo il fatto che
quasi dovunque, i lavori più faticosi sono riservati alle donne, vale a
dire al sesso che ha costituita la prima schiavitù e che non si poteva
ribellare per la sua debolezza[2]. Le sole forme di lavoro sono pel
maschio in quasi tutti i popoli selvaggi la caccia e la guerra: perchè
alla caccia e alla guerra si associano i piaceri del successo, cioè
quelli che nascono dalla coscienza della potenza personale; e i piaceri
della vanità, per la stima che circonda nella tribù primitiva il più
forte cacciatore e guerriero[3].

Così una delle più laboriose vittorie della civiltà è stata questa, di
imprimere l’abitudine del lavoro così fortemente nella psiche umana,
da renderlo, in certi casi, un piacere e perfino un bisogno. Ma quanto
non ha costato tale vittoria! C’è voluta la schiavitù, il servaggio,
la miseria, il patibolo per piegare il collo dell’uomo a questo
pesantissimo giogo: e ancora la vittoria non è che parziale. «La più
gran parte degli uomini — scrive Spencer — è costretta a lavorare dalla
necessità»[4]. Intere classi sfuggono, a costo di gravi pericoli, alla
ferrea legge; i delinquenti, i vagabondi, gli oziosi, le prostitute: il
piacere dell’ozio è anzi uno dei caratteri che non mancano mai in tutte
le degenerazioni, per quella legge per cui le formazioni più recenti
dell’evoluzione sono le più fragili e le prime a sparire nei casi
patologici: e anche coloro che si sobbarcano alla dura necessità del
lavoro, ne cercano troppo spesso malsani conforti nell’alcool, perchè
alleggerisca loro il peso, che son costretti a portare.

Ma se l’orrore del lavoro muscolare è stato vinto in parte dalla
civiltà, l’orrore del lavoro mentale è ancor oggi assai più vivo, anche
nei popoli civili. Basta, per persuadersene, osservare quella che è
la forma tipica del lavoro mentale; l’attenzione, chiamata dal Ribot,
volontaria; cioè lo sforzo volontario diretto a regolare le idee e le
immagini, che abbandonate a loro stesse si producono accidentalmente,
mantenendo nel campo della coscienza quelle che sono utili per un dato
lavoro e respingendo le altre. Certo, come notò lo Spencer, la potenza
dell’attenzione è nei popoli civili molto più grande che nei selvaggi:
ma negli uni e negli altri, non è nei casi ordinari assai grande.
«L’attenzione, scrive il Ribot, è uno stato anormale, non duraturo,
che produce un rapido esaurimento nell’organismo; perchè lo sforzo
finisce alla fatica e la fatica alla inattività funzionale..... Molto
piccolo è il numero di coloro per cui l’attenzione è un bisogno, e
rarissimi quelli che professano lo _stantem oportet mori_»[5]. È del
resto facile osservare come in ognuno l’attenzione sia sempre parziale
e limitata a un piccolo numero di oggetti: un uomo è attento alle cose
del suo mestiere e nelle ore del suo lavoro, ma uscito dall’ufficio
o dall’officina non bada più a nulla e passa accanto a mille cose e a
mille fatti senza badarci: e la parola che in italiano e specialmente
in toscano indica il riposo dopo un lavoro intenso, cioè «_svagarsi_»
esprime bene, anche col suono, che il riposo consiste appunto nel
rilassamento di questa tensione che è durata troppo a lungo. Anzi
l’attenzione intensa e continua è così poco capita dal volgo che, come
notò finamente il Richet, esso chiama distratti gli uomini, nei quali
appunto l’attenzione raggiunge un massimo di potenza, cioè i pensatori,
che assorbiti da una idea, fanno mille cose, senza badare a ciò che li
circonda[6].

L’uomo insomma rifugge più che può da questo faticoso sforzo mentale e
più che regolare, preferisce lasciar libero il corso alle idee, alle
immagini e alle loro accidentali associazioni. Di fatti un piccolo
numero soltanto delle nostre idee sono il prodotto della riflessione
volontaria e dell’attenzione concentrata: le altre, e le più numerose,
sono l’effetto di associazioni, che lentamente e inconsciamente si
formano nel nostro cervello, sotto l’influenza delle sensazioni che noi
riceviamo dalle cose. Il dominio dell’inconscio è immenso nei fenomeni
del pensiero, sebbene ancora poco conosciuto[7]. Il marinaio esplora
con una occhiata sicura l’orizzonte e vi riconosce la tempesta o il
bel tempo futuri; lo _sportmann_ conosce la psiche del cavallo, meglio
talora di Romanes o di Houzeau; senza che nè l’uno nè l’altro abbiamo
nei fatti studi metodici di meteorologia o di psicologia generale. Nei
proverbi, che sono l’esperienza collettiva, raccolta e riassunta in
aforismi, noi troviamo spesso enunciate verità che la scienza dimostra
solo con faticose indagini; così noi troviamo già espressa quella
legge della maggior longevità della donna, che solo da poco tempo la
statistica ha dimostrato scientificamente con raffronti di numerose
tabelle. È noto come i selvaggi, così incapaci di attenzione volontaria
e quindi di riflessione regolare, hanno saputo utilizzare assai bene
certi fenomeni della natura, senza una nozione di fisica o di chimica.
«La teoria meccanica del _boomerang_, scrive l’Espinas[8], questo
strumento di caccia che ritorna, dopo aver colpito, verso colui che
lo ha lanciato, imbarazzerebbe assai i nostri dotti. Furono necessari
lunghi sforzi per spiegare teoricamente i processi chimici di cui
l’uomo si serve da tanti secoli per preparare i metalli, il vitto,
il latte: l’orticultura ha preceduto la botanica e Darwin ha preso
agli allevatori, non gli allevatori a lui, l’idea della selezione. La
pratica precedè dovunque la teoria e l’azione si è dovunque adattata
alle sue condizioni senza l’aiuto del pensiero astratto». Così non è
vero che le opinioni popolari sulle sostanze medicamentose siano tutte
immaginazioni; perchè tra l’oscurità delle superstizioni vi è pure
laggiù la scintilla di vero, che potrebbe guidare la scienza a scoperte
notevoli: e tutti hanno potuto vedere malattie, ribelli ai trattamenti
della scienza, guarire con rimedi da comari.

Alla formazione di tutte queste idee la riflessione e lo sforzo
volontario non contribuiscono punto. Prendiamo il caso del marinaio
che a certi segni riconosce che il giorno di poi scoppierà una
tempesta: quale è il processo mentale in questo caso? Una semplice
associazione: egli conclude che il giorno dipoi accadrà quel dato
fenomeno, perchè l’idea di questo si è in lui associata con la
sensazione di dati altri fenomeni (direzioni del vento, ecc.). Ma come
si è stabilita questa associazione nel suo cervello o nel cervello
di quelli che lo ammaestrarono? Inconsciamente: siccome è una legge
psichica che la coesione e quindi l’associabilità degli stati di
coscienza è determinata dalla frequenza con cui essi si sono seguiti
nell’esperienza, accadrà che a poco a poco, di tutti i fenomeni che
precedono una tempesta avranno una maggior tendenza ad associarsi con
l’idea della tempesta quelli che sono costanti e si producono sempre,
a preferenza di quelli che sono accidentali ad un caso[9]. Nessuno o
piccolissimo sforzo è necessario per questo genere di ragionamenti:
e il fatto che i ragionamenti dell’uomo in gran parte appartengano
a questo tipo, ci è una prova novella del suo orrore per la fatica
mentale, della sua tendenza a preferire quei processi che costano meno
fatica, di questa che io chiamo _legge del minimo sforzo_. Tutte le
cognizioni dei selvaggi, del volgo, gran parte di quelle della gente
istruita, ecc., sono state acquistate con questa forma di ragionamento
incosciente.

Un’altra prova che l’uomo cerca di compiere continuamente il minimo
sforzo, ci è data da tutto l’andamento dell’evoluzione sociologica.
Giustamente lo Spencer ha criticato con vivacità quei sistemi
scientifici, che vedono in ogni istituzione umana, anche la più
complessa, il risultato ultimo di uno sforzo dell’uomo diretto a
crearle, proprio in quella forma in cui le troviamo. L’uomo non
pensa tanto; e nessun popolo ha mai creato sopra un piano tracciato
precedentemente e compiuto, le proprie istituzioni. Ogni organismo
sociale non è mai l’effetto di una idea complessa, creata da un popolo
ad un dato momento; ma l’accumulo di tante piccole invenzioni ed
idee, che ogni generazione ha portato, come suo contributo all’opera
intera. Lo si vede chiaramente studiando la genesi delle istituzioni
sociali. I ministeri sono oggi una istituzione molto complessa, e
per questo non sono stati creati di un colpo: ora quale fu la loro
origine? In Egitto il porta-ventaglio del re faceva parte dello stato
maggiore, e comandava in guerra una divisione dell’armata. In Assiria
gli eunuchi del re acquistarono una grande importanza politica;
divennero i consiglieri del re in pace e i suoi generali in guerra. In
Francia, ai tempi merovingi il siniscalco, il ciambellano, che erano
servitori della persona del re, diventarono pubblici funzionari. In
Inghilterra, nei tempi più antichi, i quattro grandi funzionari dello
stato erano il Hroegethegn o propriamente guardarobiere; il Horsthegn
o sopraintendente ai cavalli; il Dischthegn o siniscalco; lo Scenco
o Byrele o propriamente cantiniere[10]. Ciò dimostra che la carica di
ministro non fu creata deliberatamente: ma che quando il re o capo si
trovò, specialmente per affari di guerra, a veder troppo numerose le
sue funzioni, ne affidò alcune ad un suo servitore; ma non era quello
certo nella mente sua che un provvedimento provvisorio, che, solo per
il persistere delle condizioni che lo avevano determinato, diventò poi
definitivo. Le piccole modificazioni successive trassero da quel primo
abbozzo, tutta la struttura politica.

Così il sistema giudiziario non nacque ad un tratto, perchè si sentisse
il bisogno di frenare nella società i delitti, che per molti selvaggi
sono cosa normale e che il capo, che il più delle volte è esso il primo
brigante, non pensa affatto a reprimere. Accadde spesso che un debole
spogliato da un più forte, ricorresse al capo offrendogli doni, per
riaver le sue cose: questo piccolo ripiego del debole, suggerì al capo
l’idea, specialmente in vista dei donativi da ricevere, di costringere
i sudditi a portare innanzi a lui le loro questioni: ecco sorgere e
modificarsi a poco a poco le istituzioni giudiziarie e le tasse di
giustizia. A noi nessuna idea sembra più elementare che quella, che un
funzionario pubblico debba esser pagato per le sue funzioni: eppure
a questa idea non si è giunti, che attraverso una serie di idee più
semplici, create una dopo l’altra durante un gran numero di anni.
Infatti in origine nessun funzionario era pagato; ma essi cercavano di
farsi dare dei regali in compenso dell’opera loro: tali doni divennero
obbligatori col tempo; da doni in natura si convertirono in somme
di denaro; poi divennero retribuzioni fisse. In Russia e in Spagna
i funzionari minori, che non sono pagati, si fanno dare dei regali
dalla gente che ricorre a loro: come a Jummoo ogni suddito poteva
farsi ascoltare da Gulab-Singh, pagandogli una rupia. Tra gli Ebrei
e nella Francia del Medio Evo i giudici ricevevano dei doni, la cui
obbligatorietà fu in Francia riconosciuta da leggi: in seguito poi fu
convertita in uno stipendio. Così pure il _Damage cleer_, che era una
gratificazione all’usciere, prima volontaria, poi obbligatoria, divenne
nel secolo XVIII in Inghilterra uno stipendio fisso[11].

Evidentemente, tutto ciò accade perchè l’uomo pensa poco, anzi
evita di pensare, e innanzi ai bisogni più urgenti, si contenta di
provvedere con un rimedio momentaneo; ma per trovare il quale egli
deve faticar meno. Tutte le istituzioni, anche le più solide, nacquero
da provvedimenti provvisori. Certo, pel maggior sviluppo mentale dei
popoli civili, noi possiamo uscire assai più presto dal provvisorio e
lavorare anche in vista di risultati definitivi; ma forse il vantaggio
è più nella maggior velocità con cui dalla prima umile idea si generano
le altre, che la allargano e la compiono, che non nella maggior
complessità dell’idea primordiale. La storia delle società cooperative
ne è una prova. Certo, idee complesse, grandiose e interamente adattate
a un bisogno, nascono talora, ma in cervelli di genio: ora il genio è
un fenomeno anormale, e la misera sorte che tocca così spesso a quelle
grandi idee ci ammonisce tristamente che esse sono il più delle volte
una splendida violazione delle leggi naturali.

Del resto, nessuna meraviglia deve farci questo orrore dell’uomo per il
lavoro fisico e mentale. Il lavoro produce sempre una disintegrazione
nei tessuti; ed è quindi un dolore, se il tessuto non è abbastanza
robusto per sostenerlo. Si potrebbe dire che per un tessuto debole
il lavoro e la fatica coincidono; mentre per il tessuto robusto sono
separati da uno spazio di tempo, che si può utilmente impiegare. Ora,
le corteccie cerebrali sono ancora, nella massima parte degli uomini,
in uno stato di debolezza normale, per cui rapidamente si stancano e si
esauriscono.

2. La fisica ci dimostra che un corpo in quiete, vi resta eternamente,
se non riceve da un altro corpo il movimento: la chimica, che senza
la luce o il calore o l’elettricità o un’azione meccanica (urto,
pressione), non sono possibili fenomeni chimici, perchè gli atomi dei
corpi devono ricevere da quelle forze fisiche il movimento, senza cui
non si possono separare e ricongiungere in nuove combinazioni. È la
legge dell’inerzia che domina sovrana il mondo della materia: ma pochi
sospettano che essa sia pure una legge nel mondo del pensiero[12].

Anche il cervello, per agire e produrre le idee, le imagini, le
sensazioni, ecc., ecc., ha bisogno di essere continuamente rifornito
di movimento; e il canale per cui queste onde di movimento e di vita
gli vengono trasmessi, sono i sensi. A noi, quella confusa attività
che ronza di continuo nel nostro cervello, può dare l’illusione che le
idee, le immagini, i sentimenti si producano spontaneamente; ma è una
illusione prodotta dal fatto che noi non avvertiamo il più delle volte
quale è stata la causa eccitatrice di uno stato di coscienza; come,
senza gli studi della chimica, crederemmo che certe combinazioni si
facciano da loro e non per l’effetto della luce o dell’elettricità.

«L’attività cerebrale, scrive il Beaunis[13], in un dato momento è
costituita da un complesso di sensazioni, di idee, di ricordi, di
cui solo pochi sono avvertiti dalla coscienza abbastanza vivacemente,
perchè noi ne abbiamo una percezione nitida; mentre gli altri non fanno
che passare senza lasciar traccia durabile: si potrebbero paragonare
i primi alle sensazioni precise che dà la visione nella macchia
gialla dell’occhio; le altre, alle sensazioni incerte della visione
indiretta. Così accade spesso, in un processo psichico, composto in
una serie di atti cerebrali successivi, che un certo numero di anelli
intermediari ci sfugge... Probabilmente la maggior parte dei nostri
fenomeni interni si produce in noi a nostra insaputa; e, ciò che è
più importante, queste sensazioni, queste idee, queste emozioni che
noi trascuriamo, possono ancora agir su noi come eccitatori su altri
centri e diventar causa di movimenti, di idee, di propositi, di cui
noi abbiamo coscienza». Invece che abolite tutte le eccitazioni che
vengono dalle sensazioni e che si moltiplicano poi nella psiche per la
legge dell’associazione (una sensazione può risvegliare una immagine
o una idea e questa mille altre, e così via), lo stato della mente
sia una inerzia assoluta, lo dimostrano le esperienze ipnotiche, in
cui tale abolizione è effettuata. «Quando si domanda, scrive pure il
Beaunis[14], a un soggetto ipnotizzato: — A che pensate? — Quasi sempre
la risposta è: — A niente. — È dunque un _vero stato di inerzia_ o di
riposo intellettuale, che del resto si accorda assai bene con l’aspetto
fisico dell’ipnotizzato; il corpo è immobile, la faccia impassibile ed
ha una espressione di riposo e di tranquillità come di rado si vede
anche nel sonno ordinario. Di sicuro mancano i sogni e i pensieri
d’ogni genere, perchè i soggetti che si ricordano così bene, quando
sono ipnotizzati, di ciò che è accaduto loro nel sonno antecedente,
non si ricordano nulla di un sonno ipnotico, in cui non sia stato loro
fatta alcuna suggestione».

Ora, su questa inerzia del cervello vengono le sensazioni ad agire,
come il raggio di sole o la corrente elettrica nello stato di quiete
relativa cui si trovano gli atomi di un corpo prima della combinazione.
La forma più elementare del fenomeno è quella della _dinamogenia_,
della eccitazione, cioè, che produce in tutta la psiche una sensazione
molto intensa, che non è se non una corrente molto forte di movimento
molecolare che, spandendosi per il cervello, gli comunica movimento
e quindi attività, come il raggio di sole che lo comunica all’atomo.
Chi non ha provato che la vista di un paesaggio intensamente luminoso,
l’ascoltazione di una musica aumentano la vivacità delle immagini, dei
sentimenti, dei pensieri?[15]. Oggi, dopo le esperienze del Feré e del
Binet, noi possiamo verificare sperimentalmente il fenomeno. Il Feré
infatti trovò che sotto forti sensazioni la forza muscolare aumentava:
«una eccitazione forte, egli scrive[16], sia della vista, sia
dell’udito, sia dell’odorato o del gusto, determina in soggetti normali
una deviazione nell’ago del dinamometro, con reazione variabile secondo
l’intensità dell’eccitazione».

Haller aveva già da un pezzo osservato che il suono di un tamburo
rendeva più veemente lo sgorgo di una vena aperta; e Binet,
trasportando l’osservazione in un campo più propriamente psichico,
trovò che, recitando a degli ipnotizzati dei versi e domandato loro se
li ricordavano, dopo averli svegliati, dichiaravano non ricordarsene;
ma se si mostrava loro un disco rosso, un ricordo parziale, di qualche
frammento diverso, tornava. Così pure alcuni soggetti, assolutamente
ribelli a qualsiasi suggestione, nello stato ipnotico vi si prestavano
docili, se si mostrava loro il disco rosso; e con lo stesso mezzo il
Binet potè riavvivare in altri soggetti antiche suggestioni che, per
il tempo, andavano indebolendosi. In tutti questi casi, in cui vediamo
la sensazione agire proprio come agirebbe una sostanza chimica, per
es., uno dei così detti veleni dell’intelligenza, l’alcool, qual dubbio
può esistere che la sua funzione sia quella stessa delle forze fisiche
nelle combinazioni chimiche, cioè una comunicazione di movimento, che,
scuotendo l’inerzia cerebrale, rende possibili o aumenta i fenomeni del
pensiero?[17].

La legge delle associazioni mentali, che è la legge suprema
dell’attività psichica, si può ricondurre a questo stesso principio
dell’inerzia. Una immagine, una idea, un sentimento non durano eterne:
una imagine, viva sino che la sensazione è ancora recente, si scolora
col tempo, sino a dileguarsi; una idea, che al momento in cui la si
pensa occupa quasi il centro della coscienza, tramonta poi a poco a
poco nell’oblio; un sentimento, anche se intensissimo al momento in
cui si produce, a poco a poco infievolisce sino a spegnersi totalmente.
Insomma, gli stati di coscienza, di qualunque specie, durano un certo
tempo, poi impallidiscono fino a sparire; perchè, essendo anche essi
come tutti i fenomeni naturali, energia, cessano quando hanno consumata
la quantità loro iniziale di forza; come i corpi in moto, si fermano
per l’attrito, e le sostanze chimiche non durano eternamente attive.
Ma anche quando è esaurito, uno stato di coscienza non è perduto per
sempre per la coscienza, e può rivivere, come una sostanza chimica,
che ha perduta ogni energia, la riacquista, se una forza fisica la
rifornisce di movimento. Ora, appunto quella stessa funzione che
esercita nelle combinazioni chimiche la luce, l’elettricità, il calore,
la pressione, l’esercita nel processo di associazione, per cui gli
stati di coscienza trapassati ritornano, la sensazione: perchè ogni
associazione ha il suo ultimo punto di partenza in una sensazione, a
cui furono congiunti nell’esperienza anteriore e che si ripresenta.

Infatti è una osservazione banale, che i nostri sentimenti hanno
risvegli e ritmi bizzarri indipendenti dalla nostra volontà: la
causa ne è appunto questa, che essi sono per associazione risvegliati
sopratutto dalle sensazioni, come si presentano accidentalmente. Noi
non possiamo risentire a volontà un antico dolore o piacere; ma la
vista dei luoghi in cui lo provammo ne risuscita almeno una debole
imagine, talora anche lo risuscita intenso come prima. Spesso non
sentiamo più rancore contro un uomo che ci fece del male; ma se vediamo
un altro che gli somigli sentiamo, senza volerlo, una ripulsione verso
di lui: sono gli antichi sentimenti di odio rianimati per associazione
dalla sensazione analoga del suo volto. Così alla Costa degli Schiavi
gli indigeni fanno corresponsabili dei delitti d’un individuo tutti
quelli del suo stesso colore; e alcuni missionari francesi furono
maltrattati, perchè non un francese, non un missionario, ma un bianco,
aveva fatto loro dei torti[18]: vale a dire i sentimenti di avversione
non si associano con l’idea della nazionalità, della carica, ecc., ma
con la sensazione del colore della pelle.

I sentimenti di affetto per una persona cara, che sonnecchiano nella
lontananza, come aveva osservato il proverbio: _lontano dagli occhi,
lontano dal cuore_, e che l’immagine mentale è impotente a eccitare,
risorgono vivaci, se ne vediamo un ritratto o una lettera: ed ecco
l’origine di quel feticismo così comune e generale dell’amore: si
conservano ninnoli, cianfrusaglie appartenenti alla persona amata
come cose preziose, perchè, guardandole o toccandole o baciandole, la
sensazione visiva o tattile risveglia tutti i sentimenti di affetto,
che la sola idea è impotente a eccitare[19]. Questo rapporto tra la
sensazione e la reviviscenza dei sentimenti si osserva nei fenomeni
ipnotici semplificato e quasi direi ridotto schematicamente, come del
resto tutti i fenomeni psichici. Si può nelle esperienze ipnotiche
mutare la personalità di un ipnotico (cioè il complesso dei suoi
sentimenti e delle sue idee), dandogli un oggetto che sia in qualche
rapporto con la personalità che si vuole suggerire: così applicandogli
un pettine tra i capelli, diventa donna; ponendogli al fianco una
spada, diventa generale; ponendogli una penna sull’occhio sinistro,
si crede impiegato; portando tutti questi oggetti contemporaneamente,
conserva tutte le personalità, che va perdendo a mano a mano che si
tolgono gli oggetti[20], vale a dire che la sensazione di quel dato
oggetto ha potere di risvegliare una infinità di stati di coscienza,
idee e sentimenti che gli sono associati; e quella abolita, anche gli
stati di coscienza spariscono.

Nè diverso è quell’altro curioso fenomeno, che cioè i movimenti e le
espressioni, che sono l’effetto abituale di una emozione, possono,
se riprodotti volontariamente, divenir essi alla lor volta origine
dell’emozione. «Esprimete, scrive il Maudsley[21], con la fisonomia
una emozione particolare, la collera, lo stupore, la cattiveria; e
l’emozione espressa si sveglierà in voi; anzi vi sarà impossibile
provare altra emozione, fuori che quella la cui espressione vi è
stampata sul volto». L’Espinas notò come i cani, i gatti, le scimmie,
giuocando a mordicchiarsi, a rincorrersi tra loro, finiscono per
azzuffarsi sul serio[22]; nè si può dire che almeno per questo rispetto
gli uomini siano differenti dagli animali. Anche questo fenomeno
è messo stupendamente in rilievo dall’ipnotismo, in quella che si
chiama _suggestione per attitudine_ e che fu scoperta dal Braid. «Se
si pone, scrive il Beaunis (op. cit.), il soggetto nell’attitudine
della preghiera, gli si suggerisce, senza dire una parola, l’idea
della preghiera e si provocano allucinazioni ed atti in rapporto con
quella idea. Esiste dunque una associazione stretta tra un movimento,
anche comunicato, e i pensieri e i sentimenti di cui quel movimento
è espressione». Così accade di tutte le altre emozioni, la collera,
l’orgoglio, l’amore, la gioia. In questi casi è la sensazione
muscolare, nascente dalla contrazione dei muscoli, che entrano in
giuoco a produrre quella espressione, che, associata a quegli stati di
coscienza che costituiscono la emozione, la fa rivivere.

Ma sempre dunque il rinascere di un sentimento esaurito è determinato
da una sensazione, che le fu associata.

Non solo i nostri sentimenti, ma anche le nostre idee sono richiamate
per associazione quasi sempre dalle sensazioni. Ripassando per un
luogo, in cui ci formammo una data intenzione, l’intenzione ci ritorna
alla mente; vedendo un oggetto che tenevamo in mano quando avemmo
una data idea, ritorna il ricordo dell’idea; toccando con le dita il
nodo che facemmo ad un fazzoletto, risorge il pensiero che avevamo
nella mente allorchè intortigliammo quel nodo; vedendo un libro si
riaffollano tumultuariamente i ricordi delle idee che vi leggemmo,
ecc., ecc. Il punto di partenza d’un ricordo, come quello d’un
sentimento che risorge è sempre una sensazione, per quanto questo così
semplice rapporto possa essere in realtà mascherato dalla complicazione
con cui le idee e i sentimenti suscitati da una sensazione, e spesso da
una sensazione appena avvertita, se ne associano altri. «Lo svolgimento
mnemonico, scrive il Marzolo[23] comincia dall’essere una parte della
superficie sensibile ricondotta alla stessa condizione in cui era
sotto la serie affettiva o ideologica già altra volta contemporanea, o
immediatamente continua».

Certo vi sono persone che possono serbare anche molto a lungo un
sentimento o un ricordo, quando la causa eccitatrice è lontana; ciò
significa che in essi quegli stati di coscienza sono di una grande
intensità e che quindi solo dopo molto tempo esauriscono la loro
energia iniziale. Ma quando questa energia sia consumata, solo una
qualche sensazione che fu in origine associata a quel sentimento o
a quella idea, può risuscitarli: una sensazione, che portando una
corrente di movimento molecolare al cervello, ridia alle cellule le
primitive vibrazioni, che si sono estinte: appunto come l’atomo di
ossigeno, esauritosi nel lavoro, ha bisogno di nuova provvista di
movimento, per ritornare attivo come era prima[24]. Anche insomma il
cervello non è capace di entrare in movimento e di agire, se non riceve
dal di fuori l’impulso; sottoposto in questo anch’egli alla universale
legge di inerzia.

Anche qui l’ipnotismo, questo prezioso strumento di vivisezione
psichica, ci mostra semplificata e quasi tangibile la legge. Abbiamo
visto che lo stato mentale dell’ipnotizzato, in cui le vie di
comunicazione con le cose sono occluse, è una vera inerzia assoluta;
ma scrive il Beaunis (op. cit.), basta la menoma suggestione, la
menoma parola pronunciata dall’ipnotizzatore perchè all’inerzia
succeda l’attività e una attività che può essere anche più grande che
allo stato normale. In altre parole, possiamo ricondurre il fenomeno
psichico a fenomeni d’inerzia e di movimento comunicato, così: esiste
nel fondo della psiche un sedimento di idee, immagini, sentimenti,
che sono stati di coscienza esauriti, in riposo; basta che una
sensazione penetri in quel fondo e quasi direi in quel deposito, perchè
comunicando il suo movimento molecolare ad altre regioni del cervello,
risusciti a nuova vita quegli stati di coscienza che furono più spesso
in associazione con lei. Non altrimenti la pianta che al buio cresce
con foglie senza colore, si tinge di verde se la esponete ai raggi del
sole.

Quindi si vede confermata quella splendida intuizione del più grande
psicologo del secolo, il Marzolo, che affermava la condizione sine qua
non del pensiero essere una sensazione attuale[25].

3. Su questi due concetti, la legge del minimo sforzo e l’inerzia
mentale, potremo costruire una teoria naturalistica del Simbolo,
di questo strano fenomeno della primitiva vita dell’uomo, che tante
traccie di sè ha lasciato anche nella civiltà. Ma se una spiegazione
può già essere, dopo quanto ho detto, scartata senz’altro, è quella che
fu data finora: che cioè quei simboli del diritto, della religione,
della politica primitiva, siano una creazione volontaria dell’uomo,
e stiano a significare qualche concetto profondo e nascosto. L’uomo
ha avuto e ha ancora così poca coscienza dei risultati ultimi, a
cui giunge per l’accumulazione di tutte le sue minime invenzioni,
la sua attività, che ha persino distrutte istituzioni credendo di
conservarle[26]: immaginarsi se era possibile, che ai primordi
specialmente del suo sviluppo mentale, inventasse una specie di
crittografia speciale per il diritto o la religione, quando non
possedeva che pochi segni e appena sufficienti ai bisogni più
elementari della vita sociale[27].

Anche i simboli devono essere un effetto non premeditato di una
serie di piccole invenzioni fatte per soddisfare qualche bisogno
elementare: Hartmann vi potrebbe forse vedere un’altra manifestazione
di quell’Inconscio, che domina secondo lui tutto l’infinito svolgersi
della vita.




PARTE I.

FISIO-PSICOLOGIA DEL SIMBOLO.




CAPITOLO I.

Simboli di prova.


1. Oggi il documento scritto ha invaso tutti i campi o quasi della vita
giuridica. Qualunque atto noi compiamo, un testamento, un contratto,
una donazione, ecc., noi vogliamo garentirci, che i patti conchiusi
o la volontà manifestata risultino da una prova sicura, e non siano
abbandonati ai ricordi, che possono essere poco sinceri, delle parti
interessate; e questa garanzia ci è offerta dall’atto scritto, a
cui talvolta noi diamo ancora maggior valore con speciali formalità
(autenticazione, trascrizione, ecc.). E a noi familiarizzati da tanto
tempo con l’idea che nessuna garanzia migliore esista, che quella di
mettere in iscritto la volontà, e affidare a mani sicure la carta, ci
sembra che quella idea debba essere una idea elementare dello spirito
umano e che anche il cervello più rozzo debba capirla: ma invece tale
idea è molto complessa, è il frutto di una lunga accumulazione d’idee
minori. Anzitutto essa suppone la conoscenza della scrittura; e la
scrittura, come vedremo, non solo è un prodotto tardivo della civiltà,
ma anche, dopo scoperta, per un pezzo rimane mal compresa dai più,
strumento usato solo dai pochi e dalla moltitudine considerato come una
negromanzia o una potenza misteriosa. Inoltre quell’idea suppone una
complicata organizzazione politica; un sistema giudiziario già assai
sviluppato; l’istituzione di speciali impiegati dello Stato addetti a
garantire la fede degli atti pubblici; uffici speciali incaricati di
conservarli: cioè una serie di istituzioni che non possono essere esse
stesse che il prodotto d’idee assai complesse.

Ma siccome anche prima che esistessero tali istituzioni e si
conoscesse la scrittura, si fecero contratti, vendite, compre, ecc.; e
siccome anche allora gli uomini cercavano di garantirsi dai pericoli
dell’altrui avidità, dovettero esistere mezzi di garanzia e di prova
più semplici, quali l’uomo poteva crearli, data quella sua tendenza a
compiere sempre il minimo sforzo mentale. Molti dei così detti simboli
giuridici primitivi non sono che gli equivalenti del nostro documento
scritto, quali potevano darli tempi di minore civiltà. Il processo per
cui si costituì questo sistema di documentazione, senza archivi e senza
scrittura, fu abbastanza semplice, come doveva essere presso popoli cui
il lavoro mentale riesce ancor più faticoso che a noi: anzi fu così
semplice, che fa meraviglia come nessuno l’abbia ancora scoperto, e
sia invece andato complicando un problema che era piano, supponendovi
dentro misteri e oscurità, esistenti solo nella mente degli studiosi.

Qualunque scopo noi vogliamo raggiungere, ci è necessario compiere
una serie d’azioni più o meno numerose, più o meno adattate, che ci
conducano al nostro fine: ora, quando noi abbiamo veduto più volte un
certo scopo raggiunto impiegando certi mezzi, associamo tanto l’idea
dell’uno con l’idea degli altri, che la vista di uno degli atti che
servon di mezzo, ci risveglia l’idea dello scopo a cui riuscirà. Così
noi se in campagna di lontano vediamo un uomo immobile col fucile in
mano, in atto di attesa paziente, conchiudiamo subito che si tratta
d’un cacciatore, che spia la preda. Similmente per compiere qualsiasi
atto giuridico, una compra, vendita, una adozione, un matrimonio, è
necessario compiere una serie d’atti, che conducano allo scopo finale;
così per avere come proprio un figlio d’altri bisogna nutrirlo,
vestirlo, mantenerlo nella propria casa; per tenersi come propria una
donna, condurla nella casa, ecc.: e nello stesso modo l’idea di quegli
atti si associa all’idea dello scopo, in modo che, vedendoli eseguire,
tutti ne inducono quale è lo scopo a cui mira colui che li compie.

Si può credere che sinchè una società è molto piccola, il solo
compimento di quegli atti che conducano allo scopo finale di questo
o quel negozio giuridico, sia sufficiente a costituire la prova.
Questa sarebbe la ragione per cui nelle piccole società dei popoli,
estremamente inferiori, come gli Australiani e in generale le
società della Polinesia, si trovino così scarse traccie di simbolismo
giuridico. Ma quando la società cresce, quando la compra e vendita
fatta tra due individui, il matrimonio o l’adozione di un figlio,
possono passare inavvertite a una grande quantità di persone, sorge
una difficoltà: come garantirsi contro la possibile mala fede delle
parti con cui si debbono compiere gli affari giuridici? Chi assicura
il compratore, che dopo qualche tempo il venditore non pretenda la
cosa venduta come sua, quasi gli fosse stata rubata, se nessuno può
asserire che è stata realmente venduta? Chi assicura l’adottato che il
suo padre fittizio non lo abbandoni, quando il capriccio è passato; o
l’adottante, che spesso deve far doni al figlio fittizio, che questi
non fugga, dopo aver ricevuto i regali?

Questo bisogno di garantire con una prova gli atti giuridici, si dovè
far sentire assai vivace tra i popoli primitivi, nei quali la frode
e l’astuzia sono sviluppate quasi sempre assai più che nei popoli
civili[28]. Si rimediò allora a questo bisogno, con l’espediente che
costava minor fatica mentale a trovarsi: di tutti quegli atti che
bisogna compiere perchè un negozio giuridico raggiunga il suo scopo,
e che erano mentalmente associati all’idea del negozio stesso, se ne
scelse uno, e si compì quello in presenza di testimoni. Quest’atto
risvegliava nei testimoni l’idea dell’atto giuridico, con cui era
associato abitualmente e della volontà delle parti di compierlo; come
oggi la risveglia la firma, che i contraenti appongono al documento,
redatto dal notaio.

Prima però di passare a verificare se i fatti legittimano questa
teoria, si osserva che in generale non deve farci meraviglia se in
molti simboli quegli atti, che furono scelti a fissare l’idea del
negozio giuridico, si trovano in qualche modo deformati dal loro
carattere primitivo; perchè tutti i segni usati dall’uomo, le parole, i
caratteri della scrittura, ecc., ecc., tendono a mutarsi e abbreviarsi
per diventare sempre più comodi all’uso: questi segni dei negozi
giuridici non si sottraggono alla legge comune.

2. Se la conquista è il primo mezzo d’acquisto della proprietà, in
seguito, con lo svilupparsi della società, gli si sostituisce lo
scambio. Ma la forma primitiva del commercio non potè essere che
lo scambio di due oggetti reali e presenti, di valore più o meno
proporzionato. Difatti l’idea di scambiare una cosa attuale e presente,
con una cosa futura o lontana, o l’idea di scambiare tra loro due
cose future e lontane, suppone un notevole grado di sviluppo psichico:
suppone cioè il sentimento della previdenza abbastanza sviluppato, per
poter rappresentarsi, con sufficiente vivezza, i bisogni dell’avvenire;
e i sentimenti in generale giunti a un grado di notevole astrazione,
per poter godere idealmente dell’utilità futura di una cosa, tanto da
preporla ad un godimento attuale. Ora l’uomo primitivo è imprevidente
e non gode che il momento presente, l’attimo che fugge: passato e
futuro non esistono quasi per lui[29]. Il Sohm notò infatti che
nell’antico diritto tedesco nessun contratto si faceva per solo
consenso, ma che era inoltre necessaria la consegna della cosa: non si
deve però intendere che nel diritto tedesco il contratto consensuale
fosse deliberatamente escluso, ma che non ne era nemmeno concepita la
possibilità, non potendone sorgere l’idea se non quando, perfezionato
l’individuo e la società, si comincia da un lato a provvedere in
anticipazione ai bisogni dell’avvenire, e dall’altro a sfruttare nel
presente le ricchezze future.

Siccome dunque in origine ogni contratto è seguito dalla consegna
della cosa, l’idea del contratto, cioè di una cessione volontaria, e
della consegna si associano: altre idee non si associano, perchè allora
l’atto giuridico non contiene altri elementi. Quindi chi ha consegnata
una cosa, ha conchiuso il contratto e non gli è lecito tornare
indietro, nè potrà più negare di averlo conchiuso, perchè l’atto
della consegna è prova palmare che egli era d’accordo col compratore;
quindi se la consegna della cosa fu fatta innanzi a testimoni, ogni
supposizione di furto o di frodolenta appropriazione rimane esclusa.
Anche oggi, chi fosse accusato di furto, potrebbe difendersi, provando
che l’accusatore gli diede in persona la cosa; ma non sarebbe quella
la sola prova, giacchè egli potrebbe giustificarsi anche provando di
averla avuta da altri, per ordine di lui, in seguito ad un contratto
conchiuso mesi o anni innanzi, perchè le forme dei nostri contratti
sono più svariate e complesse: invece, in un tempo in cui tutti i
contratti si eseguiscono immediatamente, quella forma di prova che ora
è secondaria, diventa l’unica possibile, e il fatto che il venditore
gli consegnò pubblicamente la cosa, prova che il compratore non l’ha
rubata e ha diritto di tenersela, come oggi lo proverebbe un documento
scritto. È insomma una forma primitiva di prova.

Ecco perchè la tradizione ha, nelle legislazioni primitive, tanta
importanza; ed è applicata in forme ridotte, naturalmente, anche alla
proprietà immobiliare. Così presso gli antichi tedeschi non bastava la
presa di possesso senza forme, col solo permesso del tradente, per la
trasmissione della proprietà fondiaria; ma volevasi la presenza dei
due contraenti sul fondo: la cessione si compiva innanzi a testimoni
con due atti formali, la consegna di una parte del fondo al compratore
(un ramo d’albero, una zolla, ecc., ecc.) (_sala, traditio_) e l’uscita
del tradente dal fondo (_exire_)[30]. Tra i Khonds, chi vende la sua
terra, invoca a testimonio della vendita la divinità del villaggio;
poi dà al compratore una manciata di terra del campo[31]. Nell’antica
Scozia la cerimonia dell’investitura terminava così: il procuratore del
signore si chinava, raccattava una pietra e una manciata di terra, e
la consegnava al procuratore del vassallo conferendogli in tal modo il
possesso reale, effettivo, materiale del feudo[32].

Quindi non si può supporre in questi atti di consegna, spesso così
solennemente eseguiti, nessun significato nascosto. Se il compratore
fosse entrato senz’altro nel suo nuovo fondo, senza farselo consegnare
dal venditore in presenza di testimoni, non avrebbe avuto nessun
documento del contratto conchiuso, e il venditore avrebbe poi potuto
cacciarnelo come usurpatore: come oggi chi facesse un contratto
puramente verbale, senza testimoni e senza scritti, non avrebbe altra
sicurezza della sua esecuzione che nell’onestà dell’altra parte. La
consegna invece fatta innanzi a testimoni, assicurava il tranquillo
godimento della proprietà.

3. Analoga origine hanno le cerimonie della vendita di una casa: si
faceva toccare all’acquirente in certi casi la porta[33], in certi
altri i cardini[34]: per l’uno o l’altro atto si effettuava il trapasso
della proprietà. Non è questa che una forma abbreviata di consegna;
certo in origine si consegnava in presenza di testimoni la casa,
facendovi entrare l’acquirente e uscendone il venditore; in seguito, a
mano a mano che l’associazione tra l’idea di quegli atti e l’idea della
trasmissione della proprietà si faceva più stretta, bastò abbreviare
la cerimonia, sino a ridurla a un atto solo e semplicissimo, quello
di toccare la porta o i cardini, che ebbe quindi lo stesso valore che
ha oggi la firma delle parti sotto un contratto di compra e vendita.
Quando si era compiuto quell’atto, il contratto era avvenuto e i
testimoni potevano attestarlo.

4. L’uomo che si sceglieva una donna per compagna della vita, la
toglieva alla casa dei suoi parenti e la portava nella sua: quindi
dovè presto formarsi un’associazione di idee, per cui quando si vedeva
una donna uscire dalla sua casa paterna e andare in quella di un
altro uomo, la si considerava come sua sposa. Quando poi si cercò di
garantire dai possibili capricci dell’uomo il contratto coniugale,
l’artificio più immediato dovè esser quello di fare assistere
all’uscita della sposa dalla casa in unione con il marito, dei
testimoni, che attestando di aver visto compiere quell’atto con cui si
associava l’idea del matrimonio conchiuso, potevano essere prova della
legittimità delle nozze, come oggi ne è prova l’atto dell’Ufficiale di
stato civile. Tale dovè essere l’origine di quella cerimonia nuziale,
già un po’ modificata, che troviamo nel diritto indiano; la cerimonia
detta _panigraha_ o unione delle mani, nella quale «pronunciata
la formola, la coppia cammina stretta per mano, e il matrimonio è
irrevocabile al settimo passo[35]»; probabile abbreviazione dell’uscita
della coppia dalla casa, compiuta alla presenza di testimoni.

Così presso i popoli in cui i matrimoni sono compiuti dai genitori
quando i figli sono ancora bambini, la formalità giuridica consiste nel
menare la sposa nella famiglia del fidanzato, e, dopo avervela fatta
trattenere per qualche tempo, nel ricondurla ai suoi: compiuta tale
cerimonia i due ragazzi sono legalmente sposi, aspettando di diventarlo
di fatto[36]. Nella tribù Cuinmurbura (Australia) le fanciulle sono
fidanzate dai genitori bambine e gli sponsali sono accompagnati da
un atto cerimoniale: i genitori dipingono la fidanzata e le ornano i
capelli con penne; e allora il cugino maschio la conduce al luogo ove
siede il futuro marito, con le gambe incrociate e in silenzio; e la fa
sedere dietro a lui. Dopo un certo tempo toglie le penne dai capelli di
lei e le mette nei capelli dello sposo; e quindi riconduce la fanciulla
ai suoi genitori[37].

5. È noto come la famiglia cominciò quasi dovunque dal matriarcato,
perchè la sfrenata licenza dei costumi primitivi, rende incerta
la paternità[38], e l’uomo primitivo crede di poter trovare più
sicuramente il suo sangue nei figli della propria sorella, che in
quelli della donna che egli possiede momentaneamente. Ora, quando
per un complesso di cause, specialmente per l’utilità che un figlio
rappresenta nella vita selvaggia, la paternità cominciò ad affermarsi,
era naturale che chi voleva tenere per sè il figlio che credeva di
aver generato, assistesse al parto della donna, la nutrisse per quel
poco di tempo in cui, avvicinandosi il parto, il lavoro le era più
difficile; e infine pensasse al sostentamento del figlio. Per avere i
frutti bisogna pur curare l’albero. Di qui un’associazione tra quegli
atti e l’idea della paternità, per cui chi li abbia compiuti è di pieno
diritto considerato come padre: e come noi oggi associamo l’idea della
paternità a quella di un matrimonio legittimo, così in molti popoli
primitivi la si associa al compimento di quegli atti, che tengono
luogo, quando non esistono nè Stato civile, nè Uffici di anagrafe, di
una dichiarazione pubblica di paternità. Così, tra gli Esquimesi, la
puerpera e il bambino devono nutrirsi solo con cacciagione uccisa dal
marito, altrimenti il bambino passerebbe come illegittimo[39]; e al
Bengala, tra i Larkas, dopo una nascita, il marito e la moglie sono
dichiarati impuri per otto giorni, durante i quali il marito deve fare
cucina.

Più difficile a spiegarsi è la _couvade_. È noto come in molti paesi
appena un figlio è nato, la madre si leva di letto ed è rimpiazzata dal
marito, che simula i dolori del parto ed è oggetto di tutte le cure da
parte degli amici e parenti. Nel Nuovo-Messico, tra i Lagunero e gli
Ahamana, quando una donna partorisce, il marito si mette a letto per
sei o sette giorni. Tra gli Indiani della Guiana, dopo la nascita del
bambino, il padre resta qualche giorno nell’_hamac_ nudo a ricevere
le congratulazioni degli amici e le cure delle donne del vicinato,
mentre la puerpera prepara la cucina. Tra gli Abissini dell’America
del Sud, dopo il parto, il marito si pone a letto, circondato di cure
e costretto a digiunare per un certo tempo. Egual costume fu ritrovato
tra i Tartari, da Marco Polo. Strabone (III, 16) ci narra che le donne
degli Iberi, quelle dei Celti, dei Traci, degli Sciti, abbandonano il
loro letto, appena partorito, al marito, che esse curano. E Diodoro
(V, 14) narra che in Corsica il marito, dopo il parto della moglie,
faceva la commedia di esser malato per qualche tempo. Pare che nelle
provincie baltiche della Russia il costume si sia conservato allo stato
di sopravvivenza senza significato, e secondo il Donnat sarebbe ancora
in uso nell’isoletta di Marken nel Zuydersée[40].

Nessun dubbio che, come osservò il Letourneau, queste bizzarre
cerimonie equivalgano alle nostre dichiarazioni di paternità, fatte
agli Uffici di stato civile: che siano insomma un’affermazione della
paternità, fatta come potevano popoli rozzi ancora. Ma come può esser
nata l’idea di affermare la paternità simulando le doglie del parto?
Il parto è anche per la donna selvaggia una crisi in cui essa rischia
la propria vita: ora, dato il valore che rappresenta un figlio per i
selvaggi, quella crisi interessa anche l’uomo, tanto più che se anche
il bambino nasce vivo ma la madre soccombe, tutto è perduto per lui,
perchè egli deve abbandonarlo, non potendolo nutrire, come vediamo che
in tanti popoli con la madre morta di parto si seppellisce il figlio
vivo. Ora è probabile che tale interessamento alle vicende della
nascita abbia provocate talora nell’uomo dimostrazioni simpatiche
di dolore, specialmente nei casi in cui il parto era difficile: cioè
grida, lamenti, urli, e ciò tanto più facilmente per quella facilità al
pianto e alle clamorose manifestazioni esteriori dei sentimenti che è
propria dell’uomo primitivo[41]: ciò dato, è anche probabile che a poco
a poco l’idea della paternità si sia associata alla vista di quegli
atti, e che si sia finito per considerare figlio legittimo quello la
cui nascita era costata tanti gridi e tanti spasimi al padre; di qui,
fissatasi quell’associazione, può esser benissimo venuta l’idea di
simulare quegli atti di dolore, anche nei casi in cui non v’era ragione
di compierli, sapendo che essi avrebbero svegliati negli altri membri
della tribù l’idea della propria paternità affermata sul neonato.
Sarebbe insomma questo un simbolo nato e sviluppatosi per _commedia_.
Da quel germe la pantomima della _couvade_ si sarebbe svolta poi nelle
forme più svariate e capricciose, che troviamo nei popoli primitivi.

6. È noto come l’adozione sia una pratica assai più diffusa negli stadi
primordiali della civiltà che nei successivi[42]. Ora quando un uomo
vuole adottare come suo figlio un estraneo, è naturale che lo vesta, lo
nutrisca, lo tenga insomma come terrebbe un suo figlio carnale: quindi
anche in origine l’idea delle adozioni dovette associarsi a quella di
un trattamento figliale e quando si vedeva un uomo mantenere nelle
sue case un fanciullo come fosse proprio figlio, considerare questo
come adottato. Ora allorchè si volle garantire l’atto dell’adozione,
sottraendone la validità ai capricci delle due parti, e fissando
con una prova sicura che l’atto era stato veramente compiuto e che
quindi adottato e adottante erano ormai costretti a quei doveri che
nell’opinione generale l’adozione portava seco, l’idea più immediata
fu quella di compire innanzi a testimoni uno di quegli atti, la cui
esecuzione era strettamente associata all’idea dell’adozione: per es.,
vestirlo. Così nell’Europa del Nord, il padre uccideva un bue e con
la pelle del piede destro faceva una scarpa che egli calzava e faceva
calzare poi all’adottato o legittimato, agli eredi, agli amici[43].

Eguale origine ebbe la cerimonia medioevale di compiere la
legittimazione per matrimonio stendendo sul bambino un mantello. Noi
la troviamo nei costumi del Beauvoisis[44] e nel diritto tedesco che
chiamava questi figli _mantelkinder_ o figli del mantello[45]; e un
poeta fiammingo del tredicesimo secolo, Filippo Mouske, ricorda questo
uso con i versi:

    Li Duc ki les enfans ama
    Gunnor adoncques espousa,
    E li fi ki jà furent grant,
    Furent entre autres deux en estant
    Par dessus le mantiel la mère
    Furent fait bial (legittimi) cil trois freres.

Pare che l’uso esistesse anche in Inghilterra: e quando Ruth invoca
la sua parentela, perchè Booz, osservando il costume del levirato, la
prenda in sposa: «Io sono — gli dice — Ruth; stendi su me il lembo
della tua veste; perchè tu sei quello che per consanguineità hai la
ragion del riscatto su me»[46].

Talora invece, il simbolo dell’adozione è, più che un simbolo di
protezione, un simbolo di dominazione: come tra i Badagas, presso
cui il futuro padre passa la gamba sulla testa del fanciullo, che
gli viene portato innanzi. Questo simbolo è certamente in rapporto
con la natura della patria potestà presso i popoli primitivi, che è
spesso una vera padronanza; e fors’anche con quell’altro fatto che
presso alcuni popoli, come le Pelli Rosse, le prime adozioni si fecero
sui prigionieri di guerra, quando invece di ucciderli, si pensò di
far riempire loro i vuoti lasciati dalle battaglie nelle file della
popolazione[47].

7. In tempi in cui le città erano asserragliate di mura e una
porta robusta poteva sbarrare fortemente l’unica via d’ingresso, un
atto naturale e ragionevole, che doveva accompagnare la resa ad un
potente, era la consegna delle chiavi. Così a poco a poco l’idea
della soggezione e quella della consegna delle chiavi si andarono
associando, e bastò l’atto di portare una chiave a un re, a un
imperatore, anche se la chiave era puramente fittizia e non proprio
quella della città, per risvegliare l’idea della padronanza in chi
la riceveva, della soggezione in chi la consegnava. Così il principe
di Capua inviò all’imperatore di Costantinopoli le chiavi d’oro della
città per riconoscere la supremazia dell’impero sul principato[48]. E
come è noto, l’omaggio delle chiavi era una delle forme più usate nel
cerimoniale politico del Medio Evo.

Un’altra azione, naturale compagna della resa al nemico, è la consegna
dell’arma al vincitore; perchè come potrebbe il vincitore, accettare
di lasciar vivo il vinto, se prima non lo vede in condizioni da
non potergli più nuocere? Anche quest’atto, per il solito processo
d’associazione, diventa un simbolo di soggezione o di intenzioni
pacifiche. Tra i Dakotah, in segno di pace, si seppellisce un tomahawk;
tra i Brasiliani si fa al nemico un dono di archi e di freccie, e gli
Sciti mandarono a Dario, in segno di soggezione, cinque freccie. L’atto
può anche valere, come segno di dedizione di se stesso in schiavitù;
perchè tra i popoli primitivi lo schiavo è, quasi sempre, un vinto in
guerra: così in Africa, quando un nero si fa volontariamente schiavo
rompe — in presenza del suo futuro padrone — una lancia[49].

Inversamente, l’atto di consegnare le armi allo schiavo può valere
come simbolo della liberazione. Siccome la grande differenza tra
l’uomo libero e lo schiavo è che il libero ha armi e lo schiavo no,
la liberazione di uno schiavo era sempre seguita dall’acquisto delle
armi, che il liberato o riceveva dal padrone o si procurava da sè,
perchè altrimenti non sarebbe stato considerato libero: ma, associatesi
le sue idee, quando si volle garantire la liberazione dal pericolo
dei pentimenti del padrone, la prima idea dovè essere quella di far
consegnare dal padrone un’arma allo schiavo, in presenza di testimoni:
quell’atto rimaneva documento della sua reale intenzione di sciogliere
lo schiavo da ogni vincolo verso se stesso. Ecco spiegarsi quindi
l’emancipazione per la spada, per la lancia, per la freccia, in uso
presso i Longobardi ed altri popoli germanici.

Un altro atto, naturalmente implicato nella liberazione d’uno schiavo
era quello di permettergli di uscire dalla casa e non tornarci più:
anzi pensando come erano un tempo asserragliate le porte delle case di
cui il padrone custodiva gelosamente le chiavi[50], quello d’aprirgli
la porta. Per il solito processo, ecco originarsene la cerimonia
inglese di emancipazione, in cui bisognava lasciar aperte le porte
della casa[51] e forse anche quella cerimonia longobarda[52] per la
quale chi vuol fare _fulfree_, cioè interamente libero, il servo, lo
consegna nelle mani di un secondo, che lo passa ad un terzo, che lo
dà ad un quarto, quest’ultimo poi lo porta innanzi ad un quadrivio e
gli dice di andare pure ove gli piaccia, quasi a indicare che le vie
del mondo sono aperte innanzi a lui. La prima consegna e la scena del
quadrivio dovevano essere fatte innanzi all’assemblea.

8. Quando si cambia domicilio, è naturale che tutte quelle operazioni
familiari che si facevano nell’antica casa si facciano nella nuova.
E anche è naturale che in società poco ordinate (per es., nel Medio
Evo) il cambiamento di domicilio sia un atto di nessun significato
giuridico, perchè solo può prendere importanza quando la vita
giuridica sia discretamente perfezionata. Ora, quando l’idea del
domicilio cominciò a sorgere e a entrare come coefficiente nelle
formalità giuridiche, il domicilio non essendo ancora stabilito con
atti complessi come quelli usati ora (dichiarazioni, registri, uffici
appositi), fu provato indirettamente, con formalità più semplici
e grossolane, quali le troviamo in uso nel Nivernese: cioè chi
voleva cambiar domicilio, spegneva il fuoco alla presenza di persone
pubbliche, nel luogo che lasciava, e andava ad accenderlo nella nuova
abitazione[53].

9. Talora invece il simbolo sorge per un processo alquanto differente,
pur giungendo allo stesso risultato e conservando lo stesso carattere.

Si sa che l’uso primitivo per risolvere i processi è stato il duello.
Ma re Alfredo d’Inghilterra, monarca intelligente e di mente superiore
ai tempi in cui visse, cercò di sradicare quell’uso. «Chiunque sa,
ordina il re, che il proprio nemico si trova nella sua casa, non gli
muova guerra prima di avergli domandato giustizia. Se è capace di
stringere da presso o di assediare in sua casa il nemico, ve lo tenga
sette giorni senza assalirlo, se l’altro non tenta d’uscire. Se dopo
sette giorni l’assediato consente a sottomettersi e a rendere le armi,
che egli rimanga sette giorni senza essere inquietato e ne sia dato
avviso ai suoi parenti ed amici. Ma se l’offeso è di per se stesso
impotente, si rivolga all’ealdormann e se l’ealdormann non lo aiuta, al
re, prima di battersi[54].»

Noi vediamo qui l’uso del duello mitigarsi, a poco a poco, in una
specie di sfida; in una dichiarazione dell’offeso all’offensore ch’egli
è disposto a rinunciare al giudizio della spada ove possa trovare in
altra maniera soddisfazione: è quella insomma una forma primitiva di
intimazione. Ma che forma prende questa intimazione? La forma della
minaccia: si cerca cioè d’indurre l’avversario a cedere, facendogli
vedere che se non farà ciò spontaneamente, si è risoluti a costringerlo
con la forza. Era naturale che dal periodo della giustizia privata
e violenta, a quello della giustizia pubblica e pacifica, si dovesse
passare per quello stadio: l’uomo, per la legge del minimo sforzo, non
trasforma le istituzioni e i costumi se non per minime modificazioni.

Ora questa disposizione del re inglese ci mostra il germe da cui può
svilupparsi un simbolo. Supponendo che l’uso di risolvere pacificamente
le contese si fosse diffuso e che i duelli privati fossero stati
abbandonati, quel blocco ch’era prima una vera minaccia di violenza
materiale, a cui poteva seguire il duello, avrebbe continuato a servire
come minaccia legale, come forma di citazione, dietro a cui, non
più il duello, ma il giudizio sarebbe seguito. Da tutti associandosi
quell’idea a quell’atto, non si sarebbe sentito il bisogno di mutarlo;
e solo col tempo gli sarebbero state sostituite le più semplici forme
di citazioni usate da noi.

Alla luce di questo confronto ecco possibile una spiegazione di alcuni
simboli giuridici. Nel diritto romano, la formalità per la denuncia
di un’opera nuova, era il lancio d’una pietra contro di essa[55].
Tale formalità si conservò nel mezzogiorno della Francia; specialmente
nella Linguadoca, come lo constata un documento del 1407; la pietra era
scagliata tre volte, mentre si pronunciava la formola: _Je denonce le
nouvel oeuvre_: e secondo Lauterbach simile formalità si praticò pure
in Germania, sino nel secolo XVII.

In un tempo più antico l’unica forma di denuncia dell’opera nuova
dovette essere la sua distruzione violenta compita da chi non voleva
che essa sorgesse: quando si cominciò a mitigare il costume, prevalendo
l’abitudine di tentare vie pacifiche, si sarà introdotto l’uso di
minacciare al padrone della nuova opera di distruggergliela, se non
dava ragione al querelante, e la forma della minaccia, come era nel
caso precedente il blocco, potè essere in questa lo scagliar pietre.
Stabilitosi saldamente l’uso di rimettere al giudice la questione,
quell’atto che prima era una minaccia di violenze materiali, prese il
significato di un avvertimento e d’una citazione a venire innanzi al
giudice, perchè a tale ufficio serviva benissimo e non si sentiva il
bisogno di sostituirvi altre forme.

10. Noi vediamo quindi come tutti i simboli di questa classe non
contengano nulla di misterioso: non sono che i nostri documenti
scritti, le nostre citazioni, ecc., ecc., in una forma meno astratta
e più primitiva e semplice. A noi avvezzi alle forme giuridiche
nude e aride dei tempi nostri, questi simboli fanno una singolare
impressione, quasi di semplice e ingenua poesia: ma si può star sicuri
che coloro che praticarono quegli atti non ci sentirono entro poesia
più che non ne sentiamo noi nelle nostre formalità. Quei simboli
sono caratterizzati dalla minor complessità di associazioni mentali
necessarie per intenderli, in confronto alle formalità nostre, e sono
perciò spiegati dalla legge del minimo sforzo, dalla tendenza cioè
dell’uomo a risolvere le difficoltà che incontra sulla via della
civiltà con i modi che costano minor fatica mentale prendendo le
soluzioni più ovvie e contentandosene, sinchè per i cresciuti bisogni
non siano divenute del tutto inadeguate allo scopo.




CAPITOLO II.

Simboli descrittivi.


1. La sovrana influenza della legge del minimo sforzo si mostra
anche in questi simboli, la cui evoluzione è tutta governata dalla
tendenza ad applicare sempre quei processi mentali, che costano la
minore fatica, anche se a scapito della chiarezza e della rapidità.
Il problema da risolvere, uno dei più difficili a cui l’uomo si sia
trovato dinanzi, era questo: costituire determinate associazioni tra
certe idee e la sensazione visiva di certi oggetti o figure o segni,
in modo che questa potesse ricondurre quelle alla mente o di chi aveva
pensata l’idea o di terze persone a cui non si potesse comunicarla con
la parola; ora appunto, innanzi alla complessità crescente delle idee
da fissare e da comunicare, l’uomo ha cercato di servirsi sempre delle
forme di associazione più semplici, anche se per altri rispetti gliene
dovevano venire gravissimi guai.

Una forma elementarissima di associazione mentale è quella di
una sensazione, di una determinazione, di una idea, che, essendo
contemporanee o successive ad un’altra sensazione, si riproducono al
ritornare di questa; quindi la sensazione ravvivatrice può servire
perfettamente da segno. Quando io, mentre ho una data idea faccio
una tacca sopra un bastone, o un nodo nel fazzoletto, stabilisco una
associazione tra la vista di quell’intaglio o di quel nodo, in modo
che la sensazione mi richiamerà l’idea e ne sarà segno: «Quando io,
scrive il Marzolo[56], avendo dimenticato il filo del mio discorso od
una qualunque mia intenzione, ripassando pel luogo dove ero allora che
avevo quella intenzione, al vedere un dato oggetto, ripiglio il filo od
il concetto che avevo: quel dato oggetto ha agito su di me come segno».

Su questa forma di associazioni, così elementari che il cervello che
non ne fosse capace sarebbe incapace assolutamente di ragionare, è
basato il primo sistema di segni grafici usato dall’uomo. In Guinea i
commercianti negri contano, mettendo da parte un piccolo pezzo di legno
per ogni unità: uno più grosso per le decine, uno ancor più grosso
per le centinaia; i negri dell’Africa si servono di pietruzze per
calcolare il tempo; e per sapere quanti giorni hanno lavorato presso
un dato padrone, mettono ogni sera una pietruzza in una scatola e una
pietruzza di color differente per i giorni di riposo[57]. La parola
_calcolo_ viene dal latino _calcul_ = pietruzza. Tra i Chichimequi,
i guerrieri facevano una tacca sopra un osso ad ogni nemico che
uccidevano per ricordarne il numero[58]. Sino a poco tempo fa, in
Abissinia, la capigliatura degli uomini serviva anche di registro,
per le imprese di guerra, perchè ogni nemico ucciso dava diritto a
portare una treccia[59]. Nella liturgia degli Ebrei, quelle frangie
annodate pendenti dal _taléd_ di cui si coprono per pregare, non
erano in origine che artifici mnemonici per ricordarsi le parole
della preghiera, come si vede dal discorso che Dio tiene a Mosè[60]:
«Parla ai figli d’Israele, e di’ loro che mettano delle frangie agli
angoli dei loro mantelli, e che vi aggiungano striscie di color di
giacinto, perchè vedendoli, si ricordino dei comandi del Signore».
Tra gli Indiani del Nord-America gli oratori gettano, man mano che
arringano, un oggetto ad ogni periodo del discorso; per es. una scure,
una collana, una clava, che, raccolti fanno ricordare l’ordine e i
concetti del discorso, ed equivalgono quindi ai resoconti del nostro
Parlamento[61]. Ho veduto una donna, che non sapeva scrivere e che era
stata costretta per un certo tempo a tenere il conto della lavandaia;
essa se ne era cavata benissimo, facendo in un foglio un certo numero
di segni, che corrispondevano alle diverse specie di biancheria
consegnate.

Sin qui sono questi, quasi tutti, artifizi mnemonici individuali; ma
possono diventare segni di comunicazione, quando, a un dato segno, o
a un dato oggetto si associno da tutti, per il lungo uso, determinate
idee. In un certo senso la treccia-archivio dell’Abissino è già un
mezzo di comunicazione, perchè essa non ricorda solo la vittoria a
chi la porta, ma anche a chi la vede. Così i capi Tartari adoperavano
i _khé-mou_, bastoncelli tagliati in modo convenzionale e li facevano
girare per le orde, ad indicare il numero di cavalli o di uomini che
ognuna doveva fornire per una spedizione[62]. I Pelli-Rosse usano
collari mnemonici, detti _gaionne_, _garthoua_ o _garsuenda_, che
indicano varie cose secondo i vari grani che li compongono. Nell’antico
Perù si era sviluppata una notevole civiltà senza il sussidio di nessun
mezzo di scrittura, nemmeno ideografico; supplivano i _quipos_, veri
registri di corda, in cui il vario colore delle corde, il vario numero
e la varia forma dei nodi avevano un particolare valore mnemonico:
tutta la complicata amministrazione di un vasto impero, in cui lo
Stato regolava ogni cosa, sino i matrimoni dei singoli cittadini, era
tenuta con quel mezzo, da speciali dotti, pratici nella difficile arte
del _quipos_; e rilievi statistici sulla popolazione, catasti, liste
di soldati, tradizioni giuridiche e religiose, tutto era registrato
in quei libri di corda[63]. Eguale sistema si praticava nell’antica
China, se vogliamo credere a Confucio, che scrive nell’appendice
del _Yih-King_: «Nella più alta antichità si servivano di cordicelle
annodate per l’amministrazione degli affari. Durante le generazioni
successive, l’uomo santo, _Fouh-hi_, le sostituì con la scrittura»[64].
E in tedesco _buch_ significa libro e _buche_ significa faggio, con
evidente analogia etimologica; _buchstaben_ = lettere dell’alfabeto,
significa propriamente bastoncello (in scandinavo _bok-stafir_ indica
ancora la bacchetta su cui si incidono segni misteriosi); segno che i
progenitori degli attuali scrittori tedeschi, si servirono anch’essi
di quegli umili strumenti, che troviamo in uso presso le nomadi orde
tartare.

Vi sono poi dei segni che hanno un uso più limitato. Così gli Ainos
tracciano degli sgorbi sui loro vasi che sono segni di proprietà; e
segni di proprietà sono pure le doppie croci o _svatica_, che i Lapponi
imprimono nelle orecchie delle loro renne. Spesso il tatuaggio ha anche
questa funzione: tra i Delawares serve come mezzo di riconoscimento;
e nell’Australia, quando si fa una adozione, si imprime nella coscia
dell’adottato un certo segno detto _kohong_, che rimane il documento
della compiuta adozione.

A questa stessa classe, almeno parzialmente, appartengono i dolmens, i
menhirs, i cromleks, dei popoli celti e germanici; i merkls, i gals,
i margemaths degli Ebrei e degli Aramei; tutti insomma quei mucchi
di roccie o di grossi monoliti che troviamo per il mondo, avanzati a
noi da una antichissima età. Questi monumenti, in parte erano tombe
(probabilmente di capi) o altari; ma in parte servivano anche a
ricordare avvenimenti molto importanti nella vita del popolo. «Quando
domani, dice Giosuè ai suoi compagni, dopo aver loro fatto passare il
Giordano, quando domani i vostri figli vi domanderanno: Che voglion
dir queste pietre? Voi risponderete loro: Le acque del Giordano si
sono asciugate innanzi all’arca del Signore al suo passaggio, e perciò
furono poste queste pietre a eterno ricordo pei figli d’Israello»[65].
Ra-Yatu fece vedere al missionario Lyth una lunga sfilata di pietre
(erano 862) di cui ciascuna ricordava un uomo mangiato da suo padre
Ra-Undecunde[66].

Erano quindi quei mucchi di sassi quasi una storia o un archivio
litico; da cui derivò la colonna, quando i sassi furono più
regolarmente disposti uno sopra l’altro. Noi troviamo la colonna usata
a ricordare i defunti tra gli Indiani del Nord-America, e tra i Greci
(stele); e come memoria di grandi avvenimenti pubblici tra gli Egiziani
(obelischi), ma qui con l’innesto ulteriore della scrittura, tra i
Romani (colonna Traiana) e anche nei popoli moderni: Napoleone quando
drizzò la colonna Vendôme in memoria delle sue vittorie, ritornava
a un costume, che era stato comune nei tempi in cui la scrittura era
sconosciuta.

Dalla colonna poi si sviluppò forse la statua, come almeno farebbero
credere le colonne degli Indiani d’America. Alcune sono liscie, altre
portano sopra disegnato l’animale da cui l’individuo era nominato o una
rozza figura umana; altre infine portano queste stesse figure scolpite:
onde è legittimo supporre, che si cominciasse prima a drizzare nude
colonne in memoria di un uomo, poi che che vi si disegnasse sopra la
sua figura, e che poi la si scolpisse. Quindi la statua sarebbe emersa
a poco a poco, per piccole modificazioni, dal tronco informe della
colonna.

2. Affine a questa categoria di segni è una classe di simboli
giuridici; tutti cioè quegli oggetti materiali (spada, bastone,
bandiera, ecc.), che vediamo intervenire nei contratti e in generale
negli affari giuridici, sia presso i popoli primitivi sia nel Medio Evo
e sopratutto nelle cerimonie delle investiture.

Al Dahomey ogni famiglia ha un suo bastone speciale, la cui
falsificazione da parte di un estraneo può esser punita fino con la
morte e che serve per le comunicazioni tra le varie famiglie: così
quando si manda un messaggio, si ha cura di provveder sempre di un
bastone il messaggero[67]. Non è questo che un mezzo primitivo di
comunicazione; come noi abbiamo associata l’idea di una data persona,
a quella della sua scrittura e della sua firma, di modo che, se ci
si presenta come inviato di lei uno sconosciuto recando una lettera
sua, ci fidiamo, così in quel popolo si associa l’idea di una data
famiglia a quella del suo bastone e la vista del bastone tra le
mani dell’inviato è documento, che inganno non c’è[68]. Il processo
associativo è lo stesso che nei casi precedenti, solo che l’oggetto,
invece di rappresentare un gruppo d’idee, rappresenta un gruppo di
persone. Il bastone è insomma una forma più primitiva della lettera
commendatizia o del sigillo particolare.

Ora, se un dato oggetto diventa il distintivo di una data autorità[69],
si formerà una analoga associazione tra la vista dell’oggetto e l’idea
dell’autorità: e l’oggetto potrà avere nei rapporti tra sovrano e
sudditi, quello stesso ufficio, che ha tra i privati. Così al Dahomey,
quando il re affida a un ministro una missione lontana, gli consegna
un bastone reale, simile al suo, che l’incaricato porta dovunque
con sè[70], certo in prova della verità della missione ricevuta,
e che quindi equivale alle credenziali rilasciate dal re ai nostri
ambasciatori presso le Corti straniere. Così pure la consegna del
distintivo dell’autorità varrà come documento della cessione fatta
dell’autorità stessa, di quella cessione che oggi noi proveremmo con
scritti; ecco perchè Gontrano, re dei Franchi, tra cui il distintivo
dell’autorità reale era la lancia, nell’abdicare in favore del nipote
Childeberto, gli consegna una lancia dicendogli: Ecco il segno che
io ti ho dato il mio regno[71]. E Alessandro designò a suo successore
Perdicca, consegnandogli al letto di morte l’anello.

Nè quelle consegne di spade, di stendardi, ecc., che noi troviamo nel
Medio Evo, nelle investiture dei regni, dei ducati, ecc., ecc., hanno
altro significato; sono cioè una forma primitiva di documentazione
della concessione fatta[72]. Così Clemente IV investì Carlo d’Angiò del
reame di Sicilia con uno stendardo, e con lo stesso mezzo fu investito
dell’Inghilterra Guglielmo il Conquistatore, come lo dice un antico
poeta normanno, Roberto Wace:

    Un gonfalon li envoya
    Mont precious et cher et bel
    . . . . . . . . . . . . .
    A ces enseignes li manda
    Et de par Dieu li otroïa
    Que Angleterre conquersist
    Et de Saint-Pierre le tensist.

E in generale per spada o per bandiera si faceva l’investitura dei
regni, delle provincie, dei ducati, delle città, ecc., ecc.

In questa stessa classe rientrano poi altri simboli giuridici, di
carattere però più generale. Come oggi chi salisse il Vesuvio e volesse
provare a degli increduli di esserci andato realmente, porterebbe di
lassù una manciata di lapilli o un pezzo di lava, così i messi del
tribunale vehmico, che potevano portare le citazioni anche di notte,
l’affiggevano alla porta della abitazione del citato; e perchè questi
non negasse di averla avuta, portavano via tre punte dalla barriera
circondante la casa[73]. Era una forma rudimentale di ricevuta.
Così pure si ricava da Joinville che i baroni scozzesi, quando si
recavano sulla montagna (_mons placiti_) per prender parte al giudizio
delle cause, o per discutere gli affari pubblici, o per assistere
all’incoronamento del re, portavano una zolla di terra dai loro
possessi e la gettavano sul luogo dell’assemblea; siccome il diritto
di partecipare all’adunanza dipendeva dalla proprietà fondiaria[74],
quella zolla di terra valeva per essi come documento del loro diritto
a parteciparvi; equivaleva, in una forma rozza, alla medaglia del
Deputato o del Senatore, che attestano il suo diritto di prender
parte alle sedute. Nel Medio Evo troviamo pure che in certe vendite si
usava come simbolo una corda a parecchi nodi, fatti dalle parti o dai
testimoni[75]: era certo quello un vero _quipos_, con cui il tenore del
contratto era scritto e fissato nella corda e serbato come prova. Ed
eguale significato ha la tradizione di una eredità fatta nel Medio Evo
con la consegna del berretto: il berretto costituiva una rozza prova
che si era legittimamente ricevuta l’eredità.

3. Il fatto che nel Perù si sviluppò una civiltà senza nemmeno la
scrittura pictografica, è una prova che la scrittura puramente
mnemonica, dovè precedere anche la pictografia. Ciò concorda
perfettamente con la legge del minimo sforzo; perchè fu prima adottato
quel sistema di segni, che costava minor fatica. Si sa che un’idea non
è mai uno stato di coscienza molto nitido; specialmente quando sia un
poco complessa, noi la sentiamo nel suo insieme, senza avvertire bene
tutti i singoli stati di coscienza (immagini, idee, ecc.), di cui si
compone: tanto è vero, che sempre accade anche a noi, avvezzi da tanto
tempo a trattar lo strumento della scrittura, che, mentre abbiamo
chiara l’idea nella mente, dobbiamo faticare spesso dolorosamente
per esporla chiaramente con scritti, perchè allora bisogna analizzare
tutti gli stati di coscienza che compongono l’idea e rafforzare quelli
che sono avvertiti confusamente; vedere quali sono necessari per una
espressione chiara, e quali si possono tralasciare. Questo lavoro
invece è inutile con quei primitivi sistemi mnemonici di cui parlammo;
l’idea, così confusa com’è, si associa alla vista di quella tal forma
di nodo o di intaglio, in blocco, e in blocco risorge, con il corteggio
di tutti i suoi stati di coscienza secondari e meno avvertiti. Ora,
anche nella scrittura pictografica è necessario quel lavoro di analisi
sugli stati di coscienza molteplici che compongono un’idea; perchè
bisogna scegliere quelle che sono più importanti alla espressione
del concetto: quindi è un sistema più faticoso dei sistemi puramente
mnemonici[76].

E che la pictografia (cioè la scrittura a disegni) sia stata una fase
generale nell’evoluzione della scrittura, lo dimostra il fatto che non
solo la troviamo presso moltissimi selvaggi, ma che una volta esistè
anche presso gli antenati dei popoli civili, come lo dimostrano le
etimologie. Il semitico _ktab_, il greco γρᾴφω, il latino _scribo_,
il sanscrito _lik_, significano dipingere, incidere, scrivere; in
arabo _raqan_ = scrittura, in ebraico _raqan_ = ornare con colori.
Così pure in neozelandese _tu_ = battere, incidere, cavare, e _tui_
= scrivere; _titite_ in malese = macchia; in tagetico = scrittura.
L’inglese _write_ = scrivere, deriva da una radice teutonica _writ_,
che significa tagliare _leggermente_, marcare, incidere. I grammatici
chinesi chiamano i primitivi caratteri della scrittura _Siâng Kîng_ o
immagini[77].

Questo stadio della scrittura si connette con un fenomeno psichico, che
lo rese possibile: ed è la maggior ricchezza in immagini e la maggior
povertà in idee astratte del cervello dell’uomo primitivo. Già il
Romanes osservò che gli animali pensano per imagini[78]: e per immagini
certo pensano i selvaggi assai più che gli uomini civili. Se ne trova
la prova palmare nel linguaggio dei popoli primitivi o ancor non molto
civili, che manca di espressioni astratte e generali. «Nel linguaggio
delle razze inferiori, scrive lo Spencer, i progressi dell’astrazione
e della generalizzazione sono così piccoli che, mentre ci sono parole
per le diverse specie di alberi, manca un nome che indichi l’albero
in generale, e che i Damaras, i quali danno un nome particolare a ogni
rigagnolo del ruscello, non ne danno nessuno alla riviera in complesso.
Di più ancora, i Cheroquis hanno tredici verbi differenti per esprimere
l’atto di lavare le differenti parti del corpo, e non ne hanno nessuno
per l’atto di lavare distinto dalla parte o dalla cosa lavata».[79]
Cioè, in altre parole, essi non hanno ancora nessuno stato di coscienza
che corrisponda all’idea di albero o di lavare in sè, ma solo immagini
che rappresentano loro ora quella specie di alberi, ora quell’altra;
ora, l’atteggiamento che prende l’uomo nel lavarsi una data parte, ora
quell’altro. Così pure noi troviamo spesso l’azione espressa nelle
lingue meno perfette dal suo strumento: così in arabo _ied_ = mano,
potenza, autorità; in turco _ain_ = occhio, spione, guardiano; in
sanscrito _muszca_ = testicoli e virtù: cioè non si è ancora formato
uno stato di coscienza corrispondente all’idea dell’azione in sè, ma
ancora rimane in sua vece l’imagine dello strumento che più spesso
la produce. Talora anche l’azione è espressa e quasi direi dipinta da
uno degli atteggiamenti che l’uomo deve assumere per compirla: così in
persiano _Iele_ = curvatura, offerta, preghiera, sacrificio; alle isole
Marchesi, _uku_ = abbassar la testa ed entrare in casa; nella lingua
dei Vai, _bóro dón_ = scuoter le mani ed essere allegro; _bóro dón
fési koro_ propriamente = scuoter le mani sopra qualche cosa, essere
allegro di qualche cosa; _da ka_ = sviare la bocca, non aver nulla a
fare con una cosa; in australiano, _tohu_ = segno fatto col dito della
mano, idea, prova[80]. Cioè non esiste ancora uno stato di coscienza
corrispondente all’idea astratta di preghiera, gioia, disgusto, ecc.,
ma al suo posto esiste invece l’imagine di un uomo che si piega a
pregare, che batte le mani di gioia, che svia per disprezzo la faccia,
ecc. Si potrebbe chiamare questo il periodo della _pictologia_.

Si capisce quindi come, abbondando le imagini nel cervello dell’uomo
primitivo, egli abbia potuto fare della pictografia un intero periodo
della storia della scrittura. Costava a lui poca fatica trovare
il disegno da eseguirsi, mentre ne costerebbe molta a noi, per cui
tante idee non hanno più per base l’imagine[81]. E connessa con il
periodo della pictografia e della pictologia è perciò quella concreta
nomenclatura giuridica che troviamo nei diritti primitivi. Tale la
_manus_ che nel diritto romano esprimeva l’autorità (per es., quella
del marito sulla moglie), perchè il primo strumento di potenza fu il
pugno e dal pugno vennero ai deboli le prime esperienze della forza
altrui; la _manus ecclesiae_ del diritto medioevale; le espressioni di
_mediae, inferioris, infimae manus_, che pure nel diritto medioevale
indicavano la condizione delle persone; e l’espressione dell’antico
_Coutumier de Normandie_, che proibisce al creditore di arrestare il
debitore o sequestrare le sue cose, se non _par la main à la justice
du roi_. Nel diritto tedesco troviamo invece il _Mund_, la bocca, che
esprime l’autorità maritale, paternale e politica, perchè la bocca
dà i comandi; onde vennero nel latino medioevale le parole _mundium,
mundoaldus, mundibardus_: e probabilmente nell’espressione della Legge
Salica, riguardante l’esiliato, che è dichiarato dal re _extra sermonem
suum, sermo_ è la traduzione latina di _mund_, per cui l’esiliato era
dichiarato fuori della bocca, cioè dell’autorità reale.

4. Ma non tutto si può rappresentare con disegni, anche quando non si
hanno a comunicare idee astratte e difficilmente riducibili a figura:
alcuni oggetti sono infatti di una complessità o di una grossezza, che
senza una grande abilità al disegno, non si possono rappresentare. Ora,
per superare una simile difficoltà, l’uomo avrebbe potuto cercare di
perfezionare il disegno, sino a renderlo capace di rappresentare tutto,
come è il disegno dei nostri grandi pittori; ma gli sarebbe stato
necessario per ciò uno sforzo intenso e doloroso: per questo, obbedendo
alla legge del minimo sforzo, egli preferì battere una via più piana,
che gli si offriva da lato. Ogni oggetto risveglia naturalmente,
senza nessuno sforzo, per associazione, le imagini di altri oggetti,
sia che abbiano con quello qualche somiglianza esteriore (la così
detta associazione per somiglianza: così un’acqua che sprazza al sole
lampi di luce, ricorda un pezzo di acciaio o uno specchio); sia che
mentalmente vi vengano associati, perchè di solito sono considerati
come appartenenti alla stessa categoria (così è facile un’associazione
tra l’oro e l’argento e gli altri metalli preziosi, appunto perchè
appartenenti tutti a una stessa classe di oggetti, che nella nostra
mente rappresenta una categoria ben distinta fra gli altri).

Per la scrittura a disegno si sfruttarono precisamente queste
naturali associazioni: vale a dire, quando un oggetto di difficile
rappresentazione richiamava l’imagine di altri, di più agevole
disegno, si disegnarono due di questi, perchè con il loro concorso
determinassero il vero significato della complessa rappresentazione.
Così nell’antica scrittura egiziana _sete_ è espresso da un vitello
che corre e dal segno dell’acqua; _argento_ dal crogiuolo (segno
dell’oro) e da una cipolla bianca (segno del bianco: quindi argento =
oro bianco). Nella scrittura cuneiforme, già passata dal geroglifico
figurativo all’ideogramma, _cielo_ è scritto con gli ideogrammi di
_volta_ e di _stella_ (= la volta delle stelle); _argento_ con gli
ideogrammi di _metallo_ e di _splendore_ (= metallo splendente);
_dominazione_ con gli ideogrammi di _contrada_ e di _paura_ (= la
paura delle regioni, bel documento sul carattere feroce di quei
governi). Nel chinese, in cui gli ideogrammi sono già il prodotto di
una conglomerazione di geroglifici, l’ideogramma di _luce_ risulta
dalla fusione dei geroglifici di _sole_ e di _luna_; quello di eremita,
dalla fusione dei geroglifici di _uomo_ e di _montagna_ (= l’uomo della
montagna)[82].

È insomma, come si vede, una vera metafora scritta, che certo
nessuno sosterrà essere il frutto di una vivace fantasia; in cui è
impossibile vedere altro, che un ripiego naturale dell’uomo primitivo,
per rimediare con la minima fatica, alla povertà dei suoi mezzi
di espressione e di comunicazione grafica. Ma allora bisogna anche
ammettere che quel fenomeno che perfettamente gli corrisponde nel
linguaggio, cioè le brillanti metafore, di cui sono ingemmate tutte
le scritture primitive e financo le leggi, e che a noi, certo per
atavismo, piacciono tanto, non hanno un’origine differente.

Anzitutto bisogna osservare che la metafora, che noi crediamo oggi
caratteristica della sbrigliata fantasia dei poeti, è, in origine,
un processo normale per la formazione delle parole, un mezzo della
nomenclatura primitiva. Una quantità di parole non sono che ideogrammi
parlati, che metafore, i cui termini si sono fusi: così in sanscrito
_Karasàkhà_ significa dito e propriamente _ramo_ (sàkha) della _mano_
(kara); in persiano raggi di sole = _nizehi atescin_, propriamente =
lancie di fuoco; in arabo cielo = _nehdi mina_, propriamente = cuna di
cristallo; oppure = _quasrì mina_ = castello di cristallo; in ungherese
occhiali = _papaszem_ = occhi di prete; in polinesico _toro_ = oggetto
in posizione analoga alla mano che si stende, bove = _puaátoro_ = porco
(puaà) che si stende (dal modo con cui sporge la testa)[83].

Qual differenza passa tra queste espressioni metaforiche e quegli
ideogrammi o geroglifici complessi del chinese, dell’egiziano, del
cuneiforme? Solo questa: mentre nel caso della scrittura la difficoltà
da superare è l’inesperienza della mano a tracciare figure complesse,
qui è invece quella di creare una parola nuova, creazione anche
questa, che come tutte le altre, grandi e piccole, esige uno sforzo
e una fatica. Invece le associazioni di due o più imagini intorno a
una sensazione presente, si formano spontaneamente, senza o con minimo
sforzo; così la vista del cielo poteva facilmente richiamare le imagini
del castello e del cristallo. Per la legge del minimo sforzo questa
via fu preferita, perchè più facile, proprio come il corso d’acqua,
incontrando un macigno, non lo sormonta, ma si biforca e passa oltre,
abbracciandolo alla base.

Le imagini che noi troviamo seminate a piene mani nei libri primitivi,
anche in quelli in cui in seguito l’aridità dello stile fu un pregio
cercato, come le leggi, non possono avere altra origine che la povertà
dei mezzi d’espressione, per cui pochi segni devono servire a esprimere
tutte le idee: solo che i termini non si fusero, ma rimasero liberi
e la metafora non passò nel linguaggio usuale, ma rimase nei libri.
Così nei costumi di Mons, di Tournay, di Hainaut, la soggezione del
figlio al padre era detta «_être en pain_»; lo stato di emancipazione
«_être hors de pain_». A Bearn la servitù di pascolo era chiamata
_servitude du dent_. Nell’antico diritto tedesco, per indicare che i
beni della Chiesa sono inalienabili, si diceva che avevano un dente
di ferro: _Kirchengut hat eisernen Zahn_. Il diritto consuetudinario
francese, per esprimere il vantaggio del signore che ha presi i beni
del vassallo, contro il vassallo che muove opposizione al sequestro,
dice che _un seigneur de paille, de feurre ou beurre vainc et mange
un vassal d’acier. Die Luft macht leibeigen_, l’aria rende schiavo,
diceva il diritto antico tedesco, per indicare i paesi, dove la sola
residenza trasmutava in servo l’uomo libero; e la legge visigota,
per dire che un fratello diventa mercante, mentre l’altro rimane a
casa, così si esprime: «L’uno dei fratelli fa il commercio, mentre
l’altro rimane seduto in casa, presso la cenere del focolare paterno».
Basterà infine riportare alcuni brani della lunga formola d’esilio
del tribunale vehmico: «Noi ti giudichiamo e ti condanniamo, noi ti
mettiamo fuori d’ogni legge. Noi dichiariamo vedova la tua sposa,
orfanelli i tuoi figli... Noi diamo... il tuo corpo e la tua carne alle
bestie dei boschi, agli uccelli dell’aria, ai pesci dell’acqua... Noi
ti rimandiamo sulle quattro vie del mondo»[84]. Non sembra uno squarcio
di Victor Hugo?

Talora la metafora è un artificio meno faticoso, non per esprimere idee
a cui mancano le parole, ma per spiegare fatti, la cui vera cagione è
ardua a trovarsi. Cercar le cause di tutti quei fenomeni, specialmente
dei naturali, che lo attorniavano, sarebbe stata enorme fatica per
l’uomo primitivo: per questo egli si è accontentato di sostituire alle
spiegazioni quelle associazioni di idee o di imagini che i fenomeni
risvegliavano e che costavano pochissima fatica; e così la metafora
riuscì un eccellente ripiego per sottrarsi al martirio di dover
pensare. Cercare la causa della pioggia era arduo; ma quei rovesci
d’acqua suscitavano facilmente l’idea di qualcuno che la versasse:
così nell’America settentrionale si diceva che la pioggia era l’effelto
della rottura di un vaso d’acqua, avvenuto in cielo per la lite tra un
fanciullo e una fanciulla; i Greci e i Romani dicevano che le Hyadi,
ninfe del cielo, versavano dalle loro urne la pioggia; gli Egiziani,
che le pioggie erano lagrime d’Iside. Così la tempesta suggerì
specialmente per associazione ai suoni del vento, che ricordano il
muggito, l’idea di un toro che si scatena; era evidentemente più facile
creare questa metafora, che indagare le cause della tempesta. Insomma,
anche sotto questo aspetto la metafora apparisce un effetto della legge
del minimo sforzo: è un artificio per faticar meno[85].

Tutto ciò è così vero, che anche noi, quando ci troviamo a dover dar
nome a qualche oggetto o fenomeno nuovo usiamo metafore; e che una
fastidiosa gramigna della scienza sono appunto ancor oggi le metafore,
che molto spesso si mettono al posto delle idee; che servono di soffice
guanciale alla poltroneria dei pensatori non originali; e contro cui
è più difficile talora combattere, che contro le teorie sbagliate, ma
dedotte da osservazione di fatti.

Si vede quindi come non solo il ritmo e la rima della poesia moderna
sia atavico; ma anche il suo contenuto, cioè l’imagine, che per tutti
i poeti, come per gli uomini primitivi, è quasi la forma normale
di espressione, salvo per pochi, ad es. Goethe, che come notò il
Lewes, inventò pochissime metafore: mancava in lui cioè l’atavismo
dell’imagine. Se oggi noi usiamo meno metafore che i selvaggi, ciò
accade perchè abbiamo per un gran numero di idee espressioni proprie,
così strettamente associate all’idea, che il loro risveglio è più
pronto e diretto che non quello delle associazioni concomitanti, che
costituirebbero la metafora: quindi l’evoluzione dello stile non tende
all’immaginosità, ma alla espressione reale delle idee, e l’ideale
sarebbe di esprimere ogni pensiero con parole sue proprie, creando uno
stile oggettivo, direi quasi, come la realtà.

5. Uno svolgimento ulteriore e più complesso di questi simboli è quello
stadio che nella scrittura si chiama del _rebus_. Per significare una
cosa o una parola, che difficilmente sarebbe stata resa da una figura,
si pone o la figura di un oggetto o l’oggetto stesso, il cui nome sia
eguale o simile, fonologicamente, a quello della cosa o parola che si
vuole esprimere. Ci avviciniamo quindi alla scrittura, perchè siamo già
nel campo della rappresentazione dei suoni; e ci troviamo in presenza
di una catena più complicata di associazioni: la vista dell’oggetto
o della figura ne richiama il nome; il nome, per la grande affinità
del suono, richiama la parola affine che si voleva rappresentare; e la
parola infine ci dà l’imagine o l’idea.

Gli Ateniesi per ricordare Leena, amica di Aristogitone, siccome Leena
significa anche Leonessa, gli eressero per monumento una leonessa di
bronzo[86]. Il monumento innalzato dai Greci alle Termopili, in onore
di Leonida, fu un leone; non certo perchè il leone ne simboleggiasse il
valore, ma per l’affinità di suono tra le parole Λέον e Λεωνίδας[87].
Tra i negri della costa degli schiavi i simboli del dio della folgore
sono una clava, un _casse-tête_ di legno durissimo e un bastone[88];
ora siccome quel dio è chiamato _Chango_, parola composta di _chan_
= colpo e di _go_ = stordire, è probabilissimo che quegli strumenti
siano diventati simboli del dio, perchè il nome del dio implicava
l’idea del battere e del colpire. Simile origine è pure probabile che
avessero il culto della lancia in uso, secondo Erodoto, tra gli Sciti,
e che ritroviamo pure presso gli antichi Sabini (_quir_), e il culto
del giavellotto presso i Mongoli e gli Unni[89]; noi possiamo infatti
sospettare legittimamente che, trattandosi di popoli militari, i loro
dei fossero chiamati con nomi alludenti alla loro ferocia guerresca,
che potevano essere simili ai nomi dati alle armi, e che quindi la
lancia o il giavellotto non fossero che una rozza imagine del dio, che
fece credere, per quella tendenza umana che analizzeremo, a venerare
il segno sensibile invece che la cosa significata, a un culto di quegli
oggetti materiali.

Analoga origine hanno quelle figure di animali e di piante, che tra gli
Indiani del Nord-America, tra gli antichi Galli, Scozzesi, Tedeschi,
fregiavano le bandiere dei clan delle tribù, le colonne funerarie e
famigliari; e talora anche la pelle degli individui, in complicati
tatuaggi. Siccome ogni individuo, famiglia, o clan ha il nome di un
animale o d’una pianta, quelle figure non sono che la trascrizione
del nome, come si faceva in quello stadio della scrittura. «Tra gli
Algonquini dell’America del Nord, scrive il Tylor[90], l’orso, il lupo,
la tartaruga, il daino, la lepre, indicavano altrettanti _clan_ e ogni
membro portava anche lui il nome di orso, di lupo ed era rappresentato
sotto questa forma nei geroglifici indigeni».

Nella scrittura propriamente detta questo periodo segnò il primo passo
verso il fonetismo. La scrittura antica messicana si era fissata a
tal punto; così, quando i missionari vollero scrivere in caratteri
messicani il testo latino del _Pater noster_, il segno di _Pater_ fu
una piccola bandiera che serviva ad indicare il numero venti, il cui
nome era _pantli_, il segno di _noster_ fu un fico d’india ch’era
detto _nochtli_. In egiziano il simbolo composto dal segno di cielo
e dal segno di vaso indicava la nube ch’era detta _tahen_: ma _tahen_
significava anche bronzo, quindi per scrivere bronzo si usò il segno
di nube. In alcuni manoscritti del Sachsenspiegel in cui troviamo una
mescolanza di scrittura e di pictografia, l’eredità è indicata con una
spiga per l’affinità tra il suono _öehre_ (spiga) e il suono _erbe_
(eredità)[91]. Talora due figure si combinano a indicare una sola
parola, ciascuna rappresentando una parte dei suoni, che compongono
la parola: così in messicano _amen_ fu scritto aggiungendo il segno
di acqua (_atl_, radice _a_) a quello della pianta agave (_metl_). «Le
occasioni, scrive il MARZOLO, di tale uso incompetente del disegno sono
tanto più ovvie quanto inferiore è il grado di civiltà di un popolo:
1º per le molte nozioni in cui si prendono allora le parole; 2º per
la ignoranza dei parlanti, per cui le omofonie accidentali ai loro
orecchi si moltiplicano. Ognuno può accertarsi di ciò sulle scritture
degli idioti dove trovansi continui coaliti di particelle coi temi, ed
al contrario evulsioni di parti integranti di quelli, perchè cioè non
conoscono i limiti sonori delle singole parole».

6. Ancora un passo e la scrittura alfabetica sarà, dopo un
lungo e tortuoso cammino, trovata. Già nel periodo del _rebus_
le figure non rappresentano più un oggetto, ma un suono, che da
solo o in combinazione con altri, richiama un’idea o un’immagine.
Naturalmente le figure che si potevano usare con questo ufficio
fonetico-rappresentativo, erano infinite, come sono infinite le
analogie accidentali dei suoni: ma se tra quelle figure un certo
numero ebbero occasione di ripetersi più frequentemente e si fissarono
nell’uso, poterono associarsi tanto l’immagine di quei suoni da poterli
risvegliare immediatamente senza più riguardo al disegno dell’oggetto
che rappresentavano, e quindi, con il tempo, anche alterare la propria
forma: trasformarsi quindi in vere note vocali. Non è presupponibile
che l’uomo si mettesse, sia pure quando era già arrivato al periodo
del _rebus_, a inventare deliberatamente i segni di ciascun suono
perchè avrebbe dovuto compiere uno sforzo troppo arduo per lui; più
probabile è invece che fissandosi l’uso del _rebus_ su certi segni
speciali, questi acquistassero la facoltà di risvegliare l’immagine
del suono, indipendentemente dalla loro figura allusiva ad un soggetto
di suono simile a quello che si voleva rappresentare: il problema sta
quindi nel determinare quali furono i segni il cui uso più frequente
li trasformò così ai segni alfabetici. Secondo la grandiosa ipotesi
del Marzolo, furono i disegni delle costellazioni o meglio i disegni
che rappresentavano i nomi dati alle costellazioni (toro, porta, ecc.,
ecc.), che l’uomo doveva avere molto in uso perchè sugli astri regolava
mille atti della sua vita: «Un interesse sopra tutti gli altri eminenti
doveva aver deciso, egli scrive, di quella scelta che si fece una volta
per sempre... Era la dottrina adunata nella contemplazione del cielo da
tante età che erano precedute, la storia dello spettacolo più sublime
spiegato agli occhi dell’uomo e d’onde egli implorava la norma alle sue
opere, il consiglio ad uscir con le mandre, a spargere la sementa, a
uscir con la carovana, a spiegar la vela, a unirsi alle caccie e alle
pesche, o il responso sul numero dei giorni a starsi ancora neghittoso,
il principio delle sue paure e delle sue speranze, i campi dove i suoi
dei gli si facevano vedere viventi e operosi, e quegli spazi che furono
il primo loro tempio»[92].

È facile vedere come la scrittura alfabetica sia, di tutti i mezzi di
comunicazione che l’uomo adopera, il più faticoso e il più complicato.
Anzitutto l’associazione per cui noi da una serie di lettere ricaviamo
il suono di una parola è artificiale, stabilita con l’esercizio,
perchè nessun rapporto intimo passa tra quel dato segno grafico e quel
dato suono, e non è naturale, come quella per cui dalla figura d’un
dato oggetto ne ricaviamo l’immagine: di più, ciò che è di maggiore
importanza, è un’associazione complicatissima di sensazioni ottiche
con immagini acustiche e d’immagini acustiche con altre immagini e
idee, perchè per leggere noi dobbiamo saper associare alla vista di un
certo numero di lettere l’immagine di dati suoni, e ricavata così dai
segni grafici la immagine acustica della parola, ce ne serviamo come
della parola udita associando ad essa le idee. Complessità di funzioni
che è dimostrata anche dalla fisiologia, perchè un centro apposito è
probabilmente adibito alla funzione della lettura, come lo provano i
malati di cecità verbale, cioè quelli che perdono il senso della vista
soltanto per i segni grafici e — mentre vedono persone, cose, oggetti,
ecc. — non riconoscono più le lettere scritte o stampate.

Inoltre, la scrittura non solo è un mezzo di comunicazione faticoso, ma
per la lunga strada di molteplici associazioni che devono percorrere
i segni prima di giungere al loro termine, non riesce a dare che
molto pallide le immagini delle cose e non serve bene che a dare le
idee generali ed astratte. Chi non sa in quali sforzi s’esauriscono
gli scrittori cosidetti coloristi, che vogliono appunto con la parola
suscitare immagini di colori, di forme e quasi rivaleggiare con la
pittura? Giulio De Goncourt si uccise in questa lotta con la parola,
a cui voleva strappare forse più luce di quello ch’essa poteva dare,
anche nelle mani di un grandissimo artista. Ecco perchè l’antico
sistema della pictografia, meno faticoso e più dinamogeno, resta ancora
in piena civiltà benchè noi non lo sospettiamo; resta nei libri e
giornali illustrati, che non sono se non una mescolanza di pictografia
e di scrittura e che tanto successo hanno in confronto ai libri senza
figure; resta nelle insegne delle botteghe, resta, anzi ha un nuovo e
inaspettato trionfo nella _réclame_ che è fatta quasi tutta a figure,
dalla piccola alla grande, da quella dei serragli ambulanti che portano
scombiccherati sulle tele leoni e serpenti, a quella delle grandi case
commerciali che riempiono di vari disegni i loro avvisi sesquipedali.
Si può dire che il gran mezzo di comunicazione, specialmente con la
folla, sia ancora la pictografia; e che quando noi vogliamo imprimere
fortemente un’idea in una moltitudine, riprendiamo ancora, perfezionata
nella tecnica, quella che fu la scrittura dell’uomo primitivo.




CAPITOLO III.

Simboli di sopravvivenza.


1. Che alcuni simboli giuridici, come la simulazione del ratto
nella cerimonia nuziale di tanti popoli e la pantomima del duello
nel processo romano, siano avanzi di un passato, in cui la sposa si
conquistava e la ragione e il torto si spartivano con la spada, si è
pensato da molti. Ma nessuno ha cercato di trovare una ragione naturale
di questa sopravvivenza, che è pure un fenomeno strano e meritevole
di esplicazioni. Dire che la pantomima del ratto e del duello sono
sopravvivenze, è quasi dir nulla, se non si spiega come quegli avanzi
sopravvissero.

Bisogna aver presente la legge del _misoneismo_, scoperta dal Lombroso.
Una idea o un sentimento nuovo durano fatica a formarsi nel cervello
dell’uomo, perchè essi devono farsi largo framezzo e talora contro
le idee e i sentimenti già esistenti, ciò che esige uno sforzo e una
fatica, da cui l’uomo rifugge: perciò l’uomo è intimamente conservatore
e spesso, quando le cose sono cambiate profondamente intorno a lui,
egli continua a considerarle con le idee che aveva del loro stato
precedente e non le crede diverse. Come certi pazzi se per primo
oggetto incontrano la mattina una donna vedono a tutte le persone
per tutta la giornata la faccia di quella donna, così quando l’uomo
si è formata, di un dato fenomeno, una certa idea, mantiene quella
idea ancora per un lungo tempo, dopochè il fenomeno si è totalmente
cambiato: lo vede cioè quale era prima, benchè sia tutto diverso. Il
fenomeno fu stupendamente descritto da Enrico S. Maine, sopra un caso
particolare: sull’immobilità in cui per lungo tempo giacque l’idea di
associazione, ristretta alle sole associazioni familiari, quando già
nuove forme di associazione si producevano. «Le relazioni da uomo a
uomo — egli scrive — si riassumono tutte allora (nei primordi della
civiltà) nelle relazioni di parentela: chi non è parente, è allora,
per presunzione assoluta, schiavo o nemico. A poco a poco questa
presunzione divenne assurda nel fatto; perchè a poco a poco, uomini
non legati da parentela di sangue, contrassero relazioni amichevoli di
mutua tolleranza ed aiuto. Ma nessuna idea esattamente corrispondente
al nuovo stato di cose si produsse nelle menti primitive; e non
si inventò nessuna fraseologia per esprimerla. Si parlò dei nuovi
membri di ogni gruppo, come fossero apparentati, e come tali furono
considerati e trattati. Le idee erano così poco cambiate, che i
sentimenti e anche le passioni che nascono dalla parentela naturale
ripullularono con forza straordinaria nella parentela fittizia»[93].
Così fu che in India e in Irlanda fino i rapporti tra scolaro e maestro
furono tanto vivacemente concepiti e sentiti come vincoli di parentela
da stabilire in certi casi il diritto di successione legittima.

La storia della Roma primitiva ce ne porge un altro esempio. Nella
Roma antica — come notò finamente il Mommsen, ma senza darne una
spiegazione — quando al governo vitalizio dei re, si sostituì il
governo annuale dei pretori (primo nome dei consoli), non si formò
subito una idea nuova corrispondente alla nuova autorità creata,
ma rimase l’antica idea dell’autorità reale per un pezzo ancora, e
il pretore fu considerato come un re. Rimase anzi quella idea così
vivamente che tutti i poteri del re rimasero al pretore, anche quelli
che contrastavano con l’annualità del comando: il re non poteva esser
deposto, e così nemmeno il pretore, che si doveva deporre da sè e,
se non lo faceva, incorreva certo in una responsabilità morale e nel
biasimo del pubblico, ma un rimedio legale contro di lui mancava. Il
re eleggeva morendo il suo successore; e tale potere rimase anche al
pretore, sebbene si fosse introdotto il sistema della elezione nei
comizi, perchè il pretore aveva diritto di escludere quelli che voleva
dal numero dei candidati e di annullare i voti dei candidati, che non
gli piacevano. Solo più tardi si formò una idea logica e concorde in
tutte le sue parti della potestà consolare.

Si vede così come le idee non si formano che lentamente nel cervello
umano sotto la lenta suggestione dei fatti, e come il pensiero
dell’uomo segua tardo il più rapido trasformarsi delle cose dintorno
a lui. Rompere le serie di associazioni di idee e di sentimenti
già formate e costituite saldamente, per sostituirvi alle antiche
nuove idee e sentimenti, ripugna all’uomo; onde anche quando egli
può giungere a compiere la sostituzione, non vi giunge di un salto,
ma a poco a poco. Così accade che egli spesso a furia di piccole e
successive modificazioni trasforma radicalmente una istituzione, ma
l’idea che egli aveva dell’antica istituzione permane, onde sorge
quella strana contraddizione, che notammo nel caso delle associazioni
familiari e dei poteri reali a Roma, e per cui il pensiero dell’uomo
rimane indietro e non capisce nel suo _complesso_ ciò che esso stesso
ha _a poco a poco_ creato.

2. Anche oggi, quando noi vogliamo affermare energicamente il nostro
diritto di proprietà sopra una cosa, anche lontana o non materiale, noi
tendiamo il braccio (quasi sempre il destro), come per afferrarla. È
questo certamente un gesto ereditato da antichissimo tempo, dai tempi
cioè in cui la proprietà si acquistava con la caccia, con la pesca,
con la raccolta dei frutti delle foreste, con le rapine della guerra,
cioè con modi di acquisto, con i quali bisogna usare e afferrare
materialmente le cose per esserne padroni; e solo perchè le prime
cose di proprietà furono conquistate con la pressione materiale, quel
gesto si è strettamente associato ai sentimenti del desiderio e resta
documento dei modi, onde sorse la proprietà primitiva; dalla conquista
cioè e non dallo scambio, idea più complessa e pratica più tardiva.
L’uomo, prima di pensare a scambiare il superfluo delle cose sue, con
il superfluo delle altrui, si procurò tutto da sè, con la caccia, la
pesca, la rapina, ecc.[94]. E tanto più l’occupazione e la conquista
deve essere un modo generale di acquisto ai primordi della civiltà, che
allora le _res nullius_ sono assai più numerose che adesso: i pascoli,
le foreste, i fiumi non sono ancora caduti in potere di privati, talora
la proprietà fondiaria non esiste nemmeno; e in ogni modo anche quando
esista un rispetto per la proprietà della casa, degli attrezzi del
lavoro, dei prodotti della raccolta, esso si restringe, nei popoli
militari, alla propria tribù; ma le cose del nemico, le sue armi, la
sua casa, le sue donne sono anch’esse _res nullius_, che si acquistano
con la forza.

Ora, in un tempo in cui, abbondando le _res nullius_, quasi tutte le
cose si acquistano con la conquista, quale sentimento di rispetto alla
proprietà può formarsi, in una stessa tribù, sia riguardo ai prodotti
della caccia, della pesca, ecc., sia per le conquiste di guerra di
ogni singolo membro a danno delle tribù nemiche? Evidentemente solo un
sentimento di rispetto al diritto del primo occupante. Certo colui che
ha conquistata con fatiche e pericoli una cosa agognata, la difende
contro le possibili usurpazioni degli altri: quindi, dalla esperienza
delle lotte in cui quei tentativi di usurpazione trascinavano, si venne
a poco a poco formando e rafforzando un rispetto per la proprietà già
conquistata dagli altri; e si trovò giusto che essa fosse di chi vi
aveva per primo poste sopra le mani[95]. Noi troviamo che il Diritto
romano e i codici moderni dispongono appartenere la _res nullius_ al
primo occupante: ora questa, che è una regola di diritto secondaria,
oggi che le _res nullius_ sono pochissime, dovette essere la prima
regola e per un certo tempo anche l’unica norma del diritto di
proprietà quando le _res nullius_ erano numerosissime. Ne venne che,
rafforzandosi questo sentimento di rispetto, bastò in seguito fare
atto di padrone sopra una cosa, perchè essa fosse rispettata, tanto
si era associato potentemente il sentimento di rispetto a quell’atto,
e perchè la proprietà fosse rispettata, anche se il suo padrone non
avesse la forza sufficiente a difenderla personalmente. D’altra parte,
quegli atti di prensione erano necessari all’acquisto della proprietà,
perchè essendo l’unica regola che le cose sono del primo occupante,
gli atti di occupazione sono evidentemente il titolo dell’acquisto
e senza quello la cosa rimane _nullius_. Anche oggi e per lo stesso
sentimento «lo scopritore di un continente ignoto — scrive il Gianturco
— non ne diviene proprietario e sovrano in virtù della sola intenzione:
occorrono atti efficaci di possesso e di sovranità»[96]. Questa regola
che è oggi specialissima ad uno dei pochi casi di _res nullius_, era un
tempo generale a tutte le specie di proprietà, quando le _res nullius_
abbondavano.

In seguito, come già vedemmo, alla proprietà sôrta dalla conquista,
si aggiunse la proprietà sôrta dallo scambio. Ma similmente che per le
associazioni di carattere non familiare, la pratica dello scambio dovè
introdursi nei costumi, prima che se ne formasse nelle menti una idea
chiara, precisa, accompagnata da una nozione e da un sentimento preciso
dei diritti e dei doveri, che la nuova forma di acquisto portava seco.
Le idee e i sentimenti rimasero per un pezzo ancor quelli dei tempi in
cui la proprietà nasceva dalla conquista; e la proprietà nascente dallo
scambio non fu allora considerata legittima se non si compivano quegli
atti che consacravano la proprietà nascente dalla conquista.

Ecco come secondo me si può spiegare quel fatto, la cui stranezza fu
troppo poco avvertita dagli storici del diritto, che cioè noi vediamo
nei contratti primitivi la proprietà nascente dallo scambio esser
consacrata da atti di conquista. Nell’antico Diritto tedesco era
necessario, per la validità di un acquisto di fondi, che l’acquirente
vi facesse sopra atto di padrone, rompendo rami o convitandovi amici o
passeggiandovi sopra. Nella _mancipatio_ romana, il compratore, alla
presenza di cinque cittadini romani e del _libripens_, diceva: _Hunc
ego hominem_ (se si trattava di uno schiavo: se si trattava di un altro
oggetto, si nominava) _ex jure quiritium meum esse aio; isque mihi
emptus est hoc aere aeneaque libra_: percuoteva poi la bilancia; e
doveva, come Gaio ci dice espressamente (I, 121), ghermire una ad una
le cose, se erano parecchie. Non si sa se il venditore pronunciasse
anch’egli qualche formola; ma è certo che la formalità essenziale della
cerimonia era quell’atto di padronanza e di conquista, compiuto sulle
cose.

Così pure nel Medio Evo bastava al coerede di porre il piede nel
castello di un feudo dipendente dalla successione, per diventarne
padrone e non poterne più essere spossessato, secondo le leggi
anglo-normanne, che da un breve del Re[97].

Evidentemente queste formalità sono intimamente contradditorie; perchè
in esse non la cessione o la volontà del testatore garantiscono il
diritto, ma l’atto di padronanza fatto sulla cosa. Io credo perciò
che quelle formalità appartengono a tempi in cui la trasmissione delle
proprietà o per scambio o per altri mezzi cominciava a introdursi negli
usi; ma in cui non si era ancora stabilita ben forte l’associazione tra
l’idea della cessione volontaria e l’idea del diritto dell’acquirente
a vedersi rispettato l’acquisto: rimaneva invece ancor forte
l’associazione tra gli atti di prensione e il rispetto e l’idea di una
proprietà individuale. Quindi le cose cedute per scambio si coprirono
con la protezione di questi atti di conquista, che servivano nei tempi
precedenti; e ancora per un pezzo il titolo giuridico di una proprietà
non fu la cessione volontaria fatta dal precedente proprietario, ma
la conquista. Ecco perchè il cerimoniale della conquista sopravvisse
ancora per qualche tempo nel cerimoniale della vendita; e la presa di
possesso del coerede generava in lui, secondo l’opinione generale, un
così forte diritto di proprietà da non potere essere distrutto che con
un mezzo estremo.

3. È probabilissimo che il ratto sia stato la prima forma di conquista
della donna nel mondo umano; sia perchè tutto induce a credere che
quella lotta sessuale, così bene studiata dal Darwin per il mondo
zoologico, sia nel mondo umano passata per quello stadio prima di
raffinarsi nelle più civili forme moderne; sia perchè troviamo il
ratto vero in uso nei popoli selvaggi più rozzi e specialmente negli
Australiani, che mettono sotto i nostri occhi il ritratto forse più
verosimile di ciò che dovette essere un giorno anche la più ingentilita
umanità di oggi. In ogni modo supponiamo che il ratto reale esistesse
in origine; la naturalezza con cui il cerimoniale del ratto si spiega
in tal caso potrà essere una conferma dell’ipotesi stessa.

È noto come al ratto successero altre forme di matrimonio, specialmente
la compra; e che intorno alla compra si ricamò poi tutta la pantomima
simulante il ratto. Si capisce che tale trasformazione si fece
specialmente allo scopo di evitare le lotte che sorgevano per i
rapimenti delle donne: giacchè la donna, rappresentando nella vita
selvaggia una utilità, come l’animale da soma, è considerata e difesa
come una proprietà. Ma questa trasformazione non può essere avvenuta ad
un tratto; era impossibile che l’uomo trovasse repentinamente l’idea
che si potevano evitare le lotte comprando la sposa, il salto sarebbe
stato troppo brusco; e l’uomo, specie il selvaggio, non ha tanta
potenza critica e inventiva; ma accetta passivo i costumi tradizionali.
Ci dovè essere un termine di passaggio: e questo fu la coesistenza, in
un periodo, delle due forme, il ratto reale e la compra. In origine
il prezzo, che servì poi a comperare la sposa, non fu forse che un
mezzo di propiziazione, un dono che il rapitore faceva alla famiglia
della sposa per placarla e farla rinunciare alla vendetta; era dunque
successiva al ratto e una delle tante forme di donazione in uso tra i
selvaggi. Così tra i Turcomanni, il matrimonio spesso è contratto così:
i due fidanzati fuggono in un _obah_ vicino, dove sempre sono accolti
ospitalmente e dove passano la luna di miele: frattanto i seniori
dei due _obah_ si interpongono, fissano un prezzo, pagato il quale,
i due sposi ritornano; e la ragazza rimane allora sei mesi od un anno
ritirata in casa, senza che il marito possa vederla se non di nascosto:
dopo tornano insieme e il matrimonio è conchiuso[98].

Diffondendosi l’uso di comporre le inimicizie derivanti dai ratti delle
donne con doni, può essere invalsa a poco a poco l’abitudine, non di
fare i doni dopo compiuto il ratto, ma prima di avere la donna: può
questo essere stato uno dei mezzi con cui i più ricchi la vincevano
sui rivali più poveri e con cui i genitori si assicuravano il mezzo
di trafficare le proprie figlie a buone condizioni, sottraendosi alla
necessità di dover accomodarsi come potevano, quando la fanciulla non
era più in loro mani. Ma sarebbe un errore credere che generalizzato
l’uso di indennizzare anticipatamente la sposa, l’uso del ratto
dovesse subito cadere: qui si genera, per effetto del misoneismo, una
delle tante contraddizioni di cui è così ricca la storia dell’uomo.
Noi troviamo infatti presso alcuni popoli la compra e il ratto reale
della sposa coesistere. In alcuni distretti della Nuova Zelanda,
sebbene il matrimonio fosse preceduto da un contratto, la lotta era
accanita; i parenti custodivano gelosamente la ragazza; il fidanzato
doveva impadronirsene a mano armata, e talora ne usciva molto
malconcio[99]. In altri distretti era già un po’ meno accanita; ma
siccome il fidanzato doveva lottare con la sposa, e le donne erano là
molto robuste, la contesa durava spesso per ore[100]. Nel Kamtchatka
il fidanzato deve pagare avanti la sposa, servendo nella famiglia di
lei, talora per anni: ma quando ha compiuto il suo laborioso noviziato
di sposo, deve ancora impadronirsi violentemente della sposa che,
difesa dalle donne della _iourte_, deve subire dall’uomo una specie di
oltraggio al pudore. Allora è sua moglie; ma prima la battaglia dura
talora dei giorni[101]. È che, sebbene si vada introducendo il costume
dell’indennizzo e della compra, per la lunga abitudine di conquistarsi
la sposa con la forza, non si concepisce altro modo di averla che con
la forza; e una donna avuta pacificamente non sarebbe considerata come
moglie. Di più, siccome alla lotta si associano spesso sentimenti di
vanità, e in molti popoli l’audace conquistatore di femmine è ammirato
molto dagli uomini e anche... dalle donne, così sarebbe un disonore
aver la propria sposa pacificamente. Inoltre abbiamo visto che, quando
lo scambio delle cose manca o è rudimentale, o grandissimo è il numero
delle _res nullius_ appartenenti a chi le conquista, sono necessari
gli atti di prensione e di conquista a far sentire il proprio diritto
di proprietà sulla cosa: così la proprietà della donna, tanto tempo
acquistata con la forza, non dovè sentirsi dall’uomo che dopo una
conquista violenta, anche quando l’uso della compra si diffondeva,
per la resistenza dell’antico sentimento a trasformarsi nel nuovo.
Fors’anco le donne non sentivano la forza del vincolo matrimoniale e
non si consideravano come mogli, se non dopo rapite[102].

In uno stadio dunque di evoluzione per cui passarono, secondo me, tutti
i popoli che conservano le traccie del cerimoniale del ratto, la compra
non fu che un mezzo di composizione anticipata per il ratto; ma il
ratto era ancora il modo di acquisto. Noi troviamo nel matrimonio una
contraddizione analoga a quella trovata nella _mancipatio_ romana, di
un contratto cioè nascente dallo scambio, che si afferma con un atto di
conquista.

Giunti a questo punto è facile immaginare le trasformazioni ulteriori
di quel costume. Non avendo più la lotta una ragione reale, a poco a
poco i difensori della donna avranno diminuito il loro accanimento e
con quello dei difensori diminuì certo l’ardore dell’assalitore, al
che già si vede accennare in alcune parti la cerimonia della Nuova
Zelanda (Earle). Così a poco a poco si è ridotto a una sopravvivenza
sparuta, a una pura pantomima, conservata dalla enorme forza di
conservazione di tutti gli usi sociali, deformata nei suoi particolari
dalle piccole modificazioni accidentali, sino, talora, a mutar quasi
aspetto, come accade di tutte le cerimonie che esistono ancora senza
uno scopo vivente. Enorme è il numero dei popoli in cui troviamo questo
cerimoniale, più o meno mutato nei particolari dai capricci di quelle
accidentali variazioni, fino a tramutarsi talora in una danza: onde
vien fatto di meravigliarci e quasi di sorridere a questo spettacolo
dell’evoluzione che nei capricciosi meandri del suo corso eterno senza
direzione determinata, trae dalle lotte sanguinose di un tempo, gli
allegri balletti e le liete cerimonie di un’altra età.

4. Un processo analogo ha dato origine al simbolismo del processo
romano che simula, come è noto, un duello.

È certo che, specialmente tra i popoli militari, le dispute private
relative ad ogni questione, si sciogliessero un tempo con la spada.
Anche creato e rafforzato lo Stato, il potere sociale non intervenne a
separare i combattenti, per avocare al proprio giudizio la decisione
della disputa; perchè dalla lotta cruenta delle armi alla lotta
pacifica delle ragioni troppo grande è l’abisso, e tale, che d’un
salto l’uomo non poteva varcarlo. Lo Stato restrinse la sua azione, in
origine, a regolare le condizioni della lotta, che doveva compiersi in
presenza di un suo rappresentante. Tale era la condizione del duello
giudiziario presso gli antichi Tedeschi.

Vediamo ora per quali trapassi alla lotta materiale sia succeduta la
battaglia ideale delle ragioni. Secondo il Dugmore, il processo cafro
simula una spedizione armata della tribù a cui appartiene l’attore,
contro la tribù del convenuto. «Esce la prima in armi e va a porsi in
vicinanza dell’altra tribù, dalla quale, appena li vedono, escono tutti
gli uomini armati e vanno a porsi in un altro luogo, lontano dal primo.
Succede un lungo intervallo di silenzio, dopo il quale incominciano
le trattative, che si perdono spesso in un interminabile seguito di
discussioni capziose»[103].

Si dice spesso che i tribunali furono istituiti per frenare l’anarchia
della giustizia privata, ma è impossibile però che questa riforma sia
stata attuata ad un tratto. L’uomo primitivo che risolve ogni questione
con la spada, trova normalissimo questo mezzo, che a noi pare assurdo,
e non concepisce che ve ne possano essere altri: anzi si ribella a
quei metodi, che solo a noi sembrano ragionevoli, se da un despota
più intelligente gli vogliano essere imposti. Così Teodorico, questo
Pietro il Grande dei Goti, che, educato ai costumi romani, ne aveva
capita e ammirata la civiltà, volle imporre ai Goti l’abbandono del
duello giudiziario; ma frequenti sono nel suo _Editto_ i lamenti perchè
i sudditi si rifiutano di sottoporre le questioni ai suoi giudici, per
deciderle invece con l’armi, e non riconoscono così la grande riforma
civile che egli voleva introdurre. Anche Carlomagno, mente troppo alta
per i rozzi tempi in cui visse, dovè minacciare pene severissime contro
i duelli giudiziari; ciò che dimostra che le sue riforme civili erano
sgradite ai suoi popoli: e lui morto, il regime di guerra si ristabilì
senza contrasto. Nulla v’è d’assolutamente assurdo e intollerabile per
l’uomo; e quel costume, che sembra orrendo in un dato tempo, può essere
sacro per un altro.

Quindi le idee e i sentimenti non possono essere mutati, rispetto al
duello giudiziario, ad un tratto. Quando cominciò a introdursi l’uso
di risolvere le questioni con la discussione, non si può credere che
si mettessero subito in un canto le armi: in origine la soluzione
incruenta della questione dovè essere una felice eccezione in qualche
caso meno complicato e per cui le passioni non si fossero scaldate
soverchiamente; mentre in altri casi, le parti anche andate sul terreno
con il proposito di definir la questione pacificamente, avranno finito
per troncarla colla battaglia. Insomma, l’idea che il giudizio era una
lotta personale, dovette rimanere: solo modificandosi in questo che
si credeva che essa fosse un duello a cui era probabile una soluzione
pacifica, ma che poteva anche finir nel sangue: quindi ci si andava
armati e pronti alla battaglia. È lo stadio che noi vediamo presso i
Cafri: essi vanno al giudizio armati come se dovessero combattere, e
poi, invece che con le armi, la questione si finisce con le parole.
Gli etnologi non dicono se mai essi ritornino al sistema primitivo
della lotta; se ciò fosse, significherebbe che l’uso di risolvere la
questione pacificamente è ormai così radicata, che il pericolo di una
ricaduta nell’antica violenza è scomparso; le armi sono allora portate
sul luogo, per quella tenace resistenza che è comune a tutti gli usi.

Quella legge di Alfredo, re d’Inghilterra, che riportammo più sopra, è
un’altra prova, che proprio tale fu la base di transizione dal duello
al processo. Che dispose il re d’Inghilterra, che, pur desiderando
nell’alta sua mente d’abolire i costumi sanguinosi dei duelli
giudiziari, capiva certo che d’un colpo non avrebbe potuto schiantare
un uso così radicato? Dispose appunto che, prima di battersi, l’offeso
tentasse tutte le vie per risolvere la questione pacificamente; che
bloccasse nella sua casa l’offensore e gli domandasse giustizia; che,
fallita quella prova, ricorresse all’_ealdormann_; e, ove questi si
mostrasse sordo, al re; riuscite inutili queste pratiche, si battesse
allora. Evidentemente, per l’offeso, il modo di avere giustizia non
era punto mutato: era sempre un duello, a cui egli si avviava armato e
pronto a combattere; ma che poteva anche in certi casi risolversi senza
il bisogno delle armi. La condizione della giustizia privata, in quel
tempo, dovette insomma essere quella stessa che noi troviamo oggi nei
rapporti internazionali: i Governi ricorrono talora all’arbitrato, ma
tengono asciutte le polveri e considerano ancora come _suprema ratio_
la forza, nel caso che l’arbitrato non riesca.

In quel curioso fossile del Diritto romano, che è il più antico
processo, si possono, con una attenta analisi, rintracciare i vari
periodi di sviluppo percorsi da quell’organismo, quand’era vivo.

Esaminiamo quella che fu una delle forme più antiche, e forse anche
la più antica: l’_actio sacramento in rem_. Se si trattava di cose
mobili, dovevano esser portate in giudizio: quando fossero mal
trasportabili, se ne portava una parte. Ciò fatto e informato il
giudice degli avvenimenti e della ragione del litigio, si cominciava
ad attuare in sua presenza la _legis actio sacramento_. Supponiamo
che si trattasse di uno schiavo: colui che primo vendicava, tenendo la
verga (_festuca_, sostituzione della lancia) in una mano, con l’altra
_apprehendebat_, cioè afferrava lo schiavo; e intanto si alternava il
seguente dialogo: _Hunc ego hominem ex jure quiritium meum esse aio
secundum suam causam sicut dixi ecce tibi vindictam imposui_. Nello
stesso tempo _festucam homini imponebat_, cioè lo toccava in segno di
padronanza. L’altro faceva e diceva la stessa cosa, e stendeva sulla
cosa contrastata la sua mano; stavano allora su questa due mani,
ciò che era detto _consertio manuum_, che simulava una occupazione
risoluta e potente, e passava anche come frase di guerra. Era il primo
periodo dell’_actio_, che riassumeva, come si vede, la sfida. Dopo
ciò, il pretore interveniva dicendo: _Mittite ambo hominem_, e le
parti lo lasciavano andare; ma colui ch’era stato il primo a vendicare,
voltato all’avversario, soggiungeva: _Postulo anne dicas qua ex causa
vindicaveris_; al che l’altro riprendeva: _Jus peregi sicut vindictam
imposui_[104]; e il primo replicava sfidandolo a una scommessa:
_Quando tu injuria vindicavisti D. aeris sacramento te provoco_; il
secondo allora conchiudeva alla sua volta, accettando la scommessa:
_Similiter ego te_. Le parti, giunte a questo punto, domandavano di
essere rinviate al giudizio, che seguiva dopo trenta giorni ed era una
specie di applicazione ai fatti, totalmente scevra da ogni ingerenza
del pretore, che non faceva altro se non decretare sulle _vindiciae_,
cioè costituire un possessore provvisorio e comandargli di dare
all’avversario i _praedes litis et vindiciarum_ e ricevere da ambedue i
_praedes sacramenti_ in garanzia che il perdente avrebbe pagato la sua
scommessa.

Quasi eguale era la procedura, quando si trattava di cose immobili,
salvo alcune inevitabili differenze. Nei tempi più antichi, le parti si
portavano sul fondo, e là si eseguiva la _deductio_ o lotta fra i due
litiganti, di cui l’uno tentava di cacciare l’altro; più recentemente
si portò al giudizio una zolla[105].

È ora possibile tentare una probabile ricostruzione delle fasi,
attraverso cui passò il processo romano? Credo di sì. Esso era in
origine un duello, a cui assisteva un rappresentante dell’autorità
(in principio forse il re stesso), non per decidere egli la disputa
insorta, ma per sorvegliare la battaglia e provvedere che fosse fatta
in date condizioni di mutua lealtà. Sull’uso del duello si innestò
poi l’uso della decisione rimessa ad un arbitro: ma non ad un tratto
e repentinamente, bensì per un trapasso graduale, ch’è segnato dalla
scommessa. Che i Romani abbandonassero ad un tratto l’uso di troncar le
questioni con la spada, era impossibile; ma fu invece possibile, che
a poco a poco, si diffondesse l’uso di scommettere tra le due parti
che un terzo, scelto ad arbitro, avrebbe dato ragione a sè; perchè
quello era una specie di duello trasportato sopra un campo differente;
a cui l’avidità di guadagnare, oltre la cosa, anche la posta, poteva
fare accondiscendere facilmente; e che all’antico piacere di uccidere
l’avversario, oltrechè di prendergli l’oggetto conteso, sostituiva il
piacere di vincergli una somma di denaro; non aboliva cioè totalmente
quel piacere, come avrebbe fatto l’uso, repentinamente introdotto, di
mettere senz’altro la questione all’arbitrio del magistrato[106]. Ma
quando l’uso della scommessa cominciò a diffondersi, per il processo
tante volte descritto, le idee non cambiarono subito, ma si credè di
muovere sempre a un duello, che poteva invece finire con una scommessa;
quindi si andava armati, si faceva la sfida, come nei casi ordinari:
e tutti questi atti, abbreviati e deformati, rimasero per la tenace
resistenza a sparire dagli usi, anche quando il costume della scommessa
prevalse in modo che il duello non fu più usato.

Tutto ciò è confermato dallo stranissimo fatto, che il pretore non
si ingeriva menomamente nella soluzione della questione: segno che
egli rappresentava ancora il magistrato che in tempi più antichi
assisteva alla lotta e che nel periodo di trapasso ebbe forse l’ufficio
di eccitare i litiganti ad appigliarsi, invece che alle armi, alla
scommessa e al giudizio arbitramentale di un terzo.

5. Per questo innato conservatorismo dell’uomo, le idee più sono
antiche, più sono tenaci, e più violenta ribellione suscita ogni
tentativo di modificarle. A tutti è noto che è più facile perdere
un’abitudine contratta da un mese, che quella da un anno; lo stesso
accade delle idee: e le idee che sono patrimonio comune da dieci
generazioni, si possono più facilmente sostituire che quelle che lo
sono da cento o da mille generazioni. Di qui una conseguenza singolare:
siccome le idee più antiche sono le più religiosamente conservate,
e siccome, essendo più antiche, rimontano quasi sempre a periodi di
minore esperienza e di maggiore ignoranza, e quindi sono quasi sempre
più errate che non le più recenti, ne viene che l’uomo tiene appunto
più appassionatamente a quelle idee che sono meno ragionevoli.

Non da altro deriva la grande importanza che nel diritto a certe
epoche si annette ad alcune formalità antichissime, che sono tanto più
religiosamente osservate, quanto meno hanno di ragione reale. È noto
come in origine il corpo giudiziario fosse costituito dall’assemblea
militare, cioè da tutti i guerrieri. Era perciò naturale che il luogo
di riunione dovesse essere all’aperto e spazioso: in una foresta, in
un prato, su una piazza, ecc., ecc.; ma ecco che anche quando il potere
giudiziario passò dall’assemblea militare al re o ad un suo ufficiale,
rimase una formalità quasi sacra per lui, quella di tornare a rendere
la giustizia in quei luoghi, dove la rendeva già l’assemblea militare.
Così gli Elettori di Germania andavano, sino al sedicesimo secolo, a
proclamare il nome dell’imperatore eletto, sulla montagna, cioè là dove
probabilmente era in antico eletto dal popolo. Nel Medio Evo abbiamo
notizia di tribunali adunati in riva ai fiumi[107], ai laghi[108],
intorno a fontane[109], a sorgenti e a pozzi[110], sui ponti[111].
Luigi IX, ci racconta Joinville, andava spesso nel bosco di Vincennes,
e sedutosi sotto una quercia, ascoltava i reclami e i piati di
chiunque si presentasse[112]. I sovrani ebraici tenevano giurisdizione
«nelle porte», luogo ordinario di riunione presso i popoli orientali.
Tra gli antichi Romani, il re amministrava la giustizia nel luogo
dell’assemblea, seduto sopra un carro. Nel libro del Gomme, _Primitive
Folk-moots_, sono molti esempi da cui risulta, che tra gli antichi
tedeschi il _Königs-stuhl_ (seggia reale) era un banco di erba
verde[113].

Nè da altra causa trae origine l’importanza che si attribuisce anche
oggi alla pubblicità e oralità dei dibattimenti, specie penali, quasi
che tali formalità fossero una grande conquista della civiltà, mentre
non sono che un ritorno a costumi antichissimi. La pubblicità, oggi
inutile, anzi dannosa, perchè si riduce a un centro di suggestione
criminosa e ad uno sfoggio di teatralità del delitto che non è certo
la più morale, è un avanzo degli antichi giudizi popolari; l’oralità
poi dei dibattimenti risale al tempo in cui le discussioni si facevano
tutte con la parola, perchè mancando le leggi scritte, il tenore delle
costumanze era affidato alla memoria dei rapsodi o bardi, quando l’uso
della scrittura era molto minore che non al presente. Così gli abitanti
delle isole del mare del sud «avevano fatto — scrive l’Ellis — delle
loro ballate tradizionali una specie di autorità classica, a cui si
riportavano per la determinazione d’un fatto contestato della loro
storia». Quando un dubbio sorgeva «come mancava un punto d’appoggio
fisso, non potevano che opporre una tradizione orale ad un’altra: ciò
che trascinava fatalmente le parti ad una discussione lunghissima e
spesso ostinata»[114]. Ecco perchè noi diamo ancora più importanza alla
deposizione che il teste fa all’udieuza, che non a quella che fece
innanzi al giudice istruttore: mentre dovrebbe essere il contrario,
perchè questa è di data più recente e più vicina agli avvenimenti, ed è
fatta in condizioni migliori, lontano cioè dal pubblico, dall’accusato,
dall’apparato della giustizia, che possono impressionare il teste
e anche involontariamente fargli scambiare o confondere i ricordi.
Ora, quando tra un secolo o due la scrittura avrà sostituito in
gran parte la parola nei processi e i giudici non esamineranno più
l’imputato pubblicamente e si formeranno poi la idea complessiva del
suo carattere e della sua colpabilità leggendo i rapporti scritti
delle testimonianze, gli uomini di allora si meraviglieranno che un
tempo il processo fosse una così strana mescolanza di oralità e di
scrittura, che il testimone venisse a ripetere ciò che già aveva detto
ed era stato ridotto a protocollo; che infine si facesse tutta quella
rappresentazione teatrale così costosa, così incomoda e così inutile,
come noi ci meravigliamo di veder coesistere la compra e il rapimento
presso certi popoli. Qualcuno anzi potrà anche supporre, come si è
supposto per il cerimoniale del ratto e del duello, che fossero quelle
formalità appositamente stabilite, per ricordare che anticamente i
dibattiti erano orali.

6. Parrà forse strano di voler fondare tutta la teoria di questa
classe di simboli sopra una contraddizione. Ma possiamo noi asserire
che l’uomo sia un essere logico? Roberto Ardigò, in un suo scritto
stupendo, ha risposto di no. «I dati della cognizione di un uomo, egli
scrive, cadono nella sua coscienza a poco a poco, in tempi diversi, per
vie disparate, in modi vari, con direzioni opposte. E vi si incontrano
a caso, come i detriti e gli oggetti d’ogni sorta, trascinati
dagli affluenti nel fondo di un grande fiume da plaghe opposte e
lontanissime. Anzi, siccome il massiccio fondamentale della psiche è lo
stesso patrimonio comune delle cognizioni tradizionali della società,
nella quale si forma, e questo patrimonio è la sovrapposizione storica
dei trovati difformi e discordanti delle età passate, così la coscienza
può paragonarsi alla roccia geologica costituita di una serie di
stratificazioni affatto diverse l’una dall’altra»[115]. L’irragionevole
è dunque una forza della storia tanto e forse più che la ragione; e
colui che si figge in capo di voler spiegare con la logica le vicende
del genere umano, potrà essere un grande erudito, ma della storia non
capirà mai nemmeno una sillaba.

Nel che le idee e i sentimenti si dimostrano obbedire alle leggi comuni
di tutti gli altri fenomeni naturali. È forse logica la natura quando
conserva ancora per migliaia e milioni d’anni, in una pianta o animale,
un organo divenuto inutile, prima di sopprimerlo con la lunga atrofia?
Così sono le idee e i sentimenti: anche divenuti inutili, durano ancora
per un pezzo a sussistere, finchè spariscono, dopo il lungo disuso.

E si ha insieme una riprova che l’uomo non ha mai creato istituzioni,
usi, ecc., dietro una idea preconcepita; e che la sua determinazione
non entra in nulla nei risultati ultimi a cui arriva l’opera sua.
Non fu l’idea del contratto o della discussione pacifica che fecero
sostituire la compra e il giudizio al rapimento e al duello: ma la
compra e il giudizio sostituiti al rapimento e al duello generarono
con una lenta suggestione l’idea del contratto e della discussione
giudiziaria nel cervello dell’uomo.




CAPITOLO IV.

Simboli di riduzione.


1. I sensi, anche quello della vista, che è il più importante per la
comunicazione col mondo esteriore, ci dànno un’immagine alterata della
realtà, perchè sono tutt’altro che strumenti di precisione.

Una delle più importanti differenze che passano tra le cose come sono
e come le vediamo, è questa: che se le cose sono troppo complesse o
troppo numerose, noi non ne percepiamo che i tratti principali o una
parte; e solo per effetto delle esperienze anteriori riconosciamo
l’oggetto, nonostante l’imperfetta sensazione. Quando noi guardiamo
un vasto prato, non ne discerniamo certamente nè tutti i fili d’erba,
nè tutti i fiori; ma abbiamo una sensazione complessiva di verde, in
mezzo a cui risalta la sensazione di un filo d’erba o di un fiore più
illuminato. Se entriamo in un bosco, non percepiamo certo distintamente
tutti gli alberi nel loro complicato intrecciamento; il campo visivo
non è occupato che da un piccolo numero, e di questi, quelli che sono
nella zona della visione diretta sono veduti più chiari: gli altri
sono invece in una semioscurità. Secondo il Reymond[116], quando
noi fissiamo una parola posta in mezzo ad una riga, non possiamo
riconoscere nemmeno approssimativamente le parole poste alla estremità
della linea; anzi, in una stessa parola noi possiamo ottenere tutt’al
più la visione perfetta di una sola lettera, mentre la forma delle
lettere attigue può essere indovinata: ma esse appariscono già con
contorni indecisi ed indeterminati.

Tutto ciò dimostra che il campo visivo è ristretto; e per questo
riescono così preziosi i movimenti del globo oculare, che si rimediano
in parte supplendo con la molteplicità delle sensazioni alla loro
insufficienza. Le sensazioni che noi abbiamo delle cose complesse, sono
sensazioni ridotte.

Tale riduzione si estende naturalmente dalle sensazioni alle immagini e
alle idee, che non sono se non sensazioni trasformate.

Se noi cerchiamo di rappresentarci una foresta, vedremo mentalmente
un certo numero di alberi, ma non certo tutta la loro moltitudine.
«Quando si parla di un certo individuo, scrive lo Spencer, noi ci
facciamo di lui una idea abbastanza esatta. Se si parla della famiglia
a cui appartiene, probabilmente di essa sarà rappresentata al pensiero
soltanto una parte: dovendo prestare attenzione a ciò che si dice
della famiglia, noi non ce ne figuriamo che i membri più importanti
conosciuti da noi, e trascuriamo gli altri, di cui abbiamo una idea
vaga, che all’occorrenza potremmo compiere. Se, per esempio, la
famiglia di cui si parla appartenesse alla classe degli affittaiuoli,
noi non enumereremmo nel pensiero tutti gli individui appartenenti a
questa classe, nè crederemmo di poterlo fare se ci fosse richiesto;
ma noi ci contentiamo di considerare alcuni pochi individui e di
ricordarci che di questi se ne potrebbero considerare all’infinito...
In tutta questa serie di casi vediamo che più aumenta il numero degli
oggetti raccolti insieme nel pensiero, più il concetto, formato di
pochi esempi tipici, combinato con la nozione della moltiplicità,
diventa simbolico, non solo perchè cessa di rappresentare l’ampiezza
del gruppo, ma anche perchè, siccome il gruppo diventa sempre più
eterogeneo, gli esempi tipici pensati sono meno simili alla media degli
oggetti contenuti nel gruppo»[117].

Tutto ciò è così vero, che un grande artista, il Tourguenieff, aveva,
senza saperlo, basata la sua teoria estetica della descrizione sul
processo di riduzione. Secondo lui, la descrizione era tanto più
perfetta quanto più si limitava a riprodurre quel particolare più
caratteristico, che richiama per associazione l’impressione complessa
di tutta la scena; tanto egli aveva intuito che nei grandiosi e
complicatissimi quadri della natura noi non notiamo che alcuni tratti
più risaltanti. «L’ingegno descrittivo, scrive il Bourget, pareva al
Tourguenieff consistere tutto nella scelta del particolare evocatore.
Egli lascia la visione risuscitare in lui e nota il particolare, che
risorge primo, e che è sempre l’essenziale, quello a cui gli altri
fanno corteo»[118].

Come esiste nelle sensazioni, nelle immagini e nelle idee, la riduzione
si applica anche ai sentimenti, che da quelli prendono origine.
L’amore, la ripulsione, l’entusiasmo, la paura che destano in noi certi
oggetti molto complessi, sono eccitati da quegli aspetti dell’oggetto
che noi percepiamo più vivamente e non da tutto l’oggetto, che non
apparisce intero alla coscienza. Baudelaire odiava Bruxelles perchè
gli alberi non vi odoravano come a Parigi, cioè per quel difetto
particolare che, ad un iperosmico come lui, doveva essere di una
importanza massima[119]. Il Krafft-Ebing notò come anche negli uomini
sani l’amore per una donna è determinato in generale da una qualità
speciale; chi ama più gli occhi di un dato colore, chi la pelle fina e
delicata; chi la taglia snella ed elegante, chi i capelli abbondanti
o il piede e la mano graziosi; altri invece sono eccitati da qualità
morali ed intellettuali, la grazia, la bontà, lo spirito; e moltissimi
sopratutto dalla voce, che conserva tra gli uomini quella potenza
di seduzione che ha tra gli uccelli cantori. Il Krafft-Ebing anzi
attribuisce al fascino sessuale della voce i folli amori che le grandi
cantanti suscitarono intorno a loro[120].

E così pure noi notiamo la riduzione nei gesti. Come l’immagine delle
cose complesse è ridotta nel cervello, così il gesto, che si modella
sull’immagine, riesce naturalmente ridotto. I sordomuti per esprimere
«casa» inclinano l’una verso l’altra le braccia, ad indicare il
tetto[121]; gli Indiani del Nord-America usano un gesto analogo per
indicare _tenda, accampamento_; e per esprimere _foresta fitta_, alzano
la mano, con la palma in fuori, i diti allungati, posti l’uno innanzi
all’altro alternativamente, ad indicarne il gran numero[122]. Quando
noi vogliamo invitare alcuno a prendere un mucchio di oggetti minuti,
gliene offriamo per eccitarlo una manciata; e quel gesto vale come
segno che egli può prendere tutto, che noi gli doniamo tutto.

2. Questo fenomeno esercita una grande influenza sulla formazione dei
simboli. Ne è un primo effetto quel fenomeno, la cui spiegazione sfuggì
pure all’occhio d’aquila del Marzolo, così frequente nelle lingue
primitive: la reduplicazione.

In moltissime lingue, per indicare un gran numero di cose dello stesso
genere, il plurale, si usa ripetere due volte il sostantivo: per
indicare la maggiore intensità d’una azione o la contemporaneità di
due azioni, si ripete due volte il verbo. Così in malese _râda_ = re,
_râda-ráda_ = i re; _kayu_ = legno, _kayûan_ = bosco; _kayu-kayan_
= bosco folto; in peruviano _cacha_ = albero; _cacha-cacha_ = bosco;
in samoano _fulu_ = pelo; _fulu-fulu_ = capigliatura; in turco _bol_
= largo, abbondante; _bol-bol_ = molti; a Giava _pira?_ = quanti?
_pira-pira?_ = molti? così pure a Samoa _tufa_ = dividere; _tufa-tufa_
= dividere più volte, spesso; _tala_ = parlare; _tala-tala_ = urlare;
_moe_ = dormire; _moe-moe_ = dormire insieme; ad Hawai _luli_ =
muovere; _luli-luli_ = muovere spesso, scuotere; a Tonga _tete_
= tremare; _tete-tete_ = tremar molto; _nofo_ = abitare; _nonofo_
(sincope di _nofo-nofo_) = abitare insieme[123].

È questa una vera riduzione filologica, perchè esprime una pluralità di
cose, indicandone soltanto due. Come l’immagine di pochi individui o di
pochi oggetti serve a rappresentarci nella mente un complesso di cose
numerosissimo, così nel linguaggio la reduplicazione del nome serve a
indicare la cosa in gran numero, o l’azione ripetuta. È la riduzione
delle immagini e dei concetti riflessa nel linguaggio; nè a noi sembra
il raddoppiamento di un sostantivo incompetente a rappresentare una
pluralità di oggetti, perchè l’immagine che abbiamo nella mente di
quel complesso non è costituita dalla immagine di più che due o tre
individui; è insomma anche essa semplicemente quasi una reduplicazione.

Così nella più antica arte greca, sui bassorilievi, una foresta era
rappresentata con un albero, un esercito con un soldato, un edificio
con una colonna: dove l’immagine già ridotta di quegli oggetti
complessi subiva ancora una nuova riduzione per le difficoltà manuali
della rappresentazione grafica sul marmo.

3. Abbiamo visto che anche i gesti sono modificati per il processo
di riduzione, quando si applichino ad oggetti troppo complessi a cui
non siano adattati. Vedemmo pure come, secondo le idee primitive, un
contratto non è valido senza la consegna effettiva della cosa. Ecco
come il gesto del Khonds, più sopra ricordato, che dà una manciata di
terra al compratore del suo campo, e quello analogo del procuratore
del signore nelle cerimonie scozzesi dell’investitura, sono il gesto
naturalmente modificato dal processo di riduzione, dell’offerta,
trattandosi di cosa che, come il campo, non si può maneggiare. Nulla di
premeditato, ma un gesto naturalmente ridotto.

Questo gesto naturale e involontario può, col tempo, essersi associato
all’idea della trasmissione della proprietà, così strettamente, che
l’offerta di una zolla o di qualche altra parte del campo divenne il
segno della vendita. La differenza tra lo stadio rappresentato dai
fatti precedenti e quello rappresentato dai fatti che seguiranno,
sarebbe questa: nel primo caso il gesto è una vera consegna del campo,
fatta sul luogo stesso; nel secondo ha valore di segno della proprietà
trasmessa in sè, e può esser compiuto lontano dal campo, innanzi a dei
testimoni. Nel primo caso bisognava veder strappare la zolla di terra
al campo e poi consegnarla; nel secondo soltanto vederla consegnare,
per l’idea della trasmissione della proprietà, più strettamente
associatasi a quel gesto.

Ecco perchè quando _Tu-ouen-hsin_ mandò in Inghilterra la sua missione
_Panthay_, gli ambasciatori portarono delle pietre, prese ai quattro
angoli della montagna _Zalì_, per esprimere il loro desiderio di
divenire feudatari della corona britannica[124]. Tra i Franchi, nelle
cessioni dei fondi, il tradente dava all’acquirente una zolla, o un
ramo, o una pietra. Secondo la legge bavara, per la consegna di una
selva si dava un cespuglio di erba o un ramo[125], e nel Medio Evo
l’investitura di un fondo si faceva consegnando una zolla di terra.
Eguale uso troviamo, come è noto, presso i Romani. La paglia, che noi
troviamo nel Medio Evo impiegata nell’investitura di una prateria, di
un frutteto, di un campo, non è che un simbolo analogo a quello del
cespuglio d’erba, e che fu più spesso preferito perchè più comodo;
anzi era tanto la consegna della paglia, che garantiva la prova
del contralto, che la paglia era spesso nel Medio Evo inserito nel
diploma della vendita: prova palmare che il documento scritto, frutto
precoce, per quei tempi, di tradizioni romane rinverdite, era malamente
compreso.

Noi ci troviamo insomma in presenza di mezzi di prova più primitivi
che i nostri, e perfettamente analoghi a quel gruppo di simboli che
analizzammo di sopra. Solo che il processo di riduzione ha alquanto
modificato il simbolo; ed ha associato l’idea della trasmissione della
proprietà non alla consegna della cosa, ma di una sua parte, e in
seguito anche di una sua parte così minima, che il rapporto con la cosa
venduta diventa tenuissimo. Tale l’investitura per il simbolo della
paglia; e più ancora quella fatta con il simbolo di una foglia di noce.

Associatasi poi ad alcuno di questi atti, per esempio, alla consegna
della paglia, sempre più strettamente l’idea della trasmissione della
proprietà, esso finì per applicarsi anche a cose, a cui originariamente
non poteva adattarsi, come le case: quindi noi vediamo il simbolo
diventare sempre più generale, divenire da simbolo della vendita di un
campo o di un verziere, simbolo della trasmissione della proprietà in
generale.

E nello stesso tempo esso diventa sempre più astratto, e tende a
dissolversi, perdendo sempre più il suo carattere concreto. La consegna
di una zolla di terra strappata, in presenza del compratore e dei
testimoni, al campo, è una formalità concreta e materiale, quasi una
consegna del fondo stesso: ma la consegna di un fuscello di paglia in
segno di un fondo o di una casa venduta, è già un simbolo assai più
astratto, perchè il suo rapporto visibile con la cosa è minore, perchè
il distacco tra il simbolo e la cosa è assai più grande, e l’uomo
già lo colma con le ricche associazioni mentali che si sono formate
nella sua mente. Un passo ancora: anche la fragile paglia sparirà e il
simbolismo materiale dei tempi primitivi sarà sostituito dalle forme
più ideali di prova che noi usiamo. Così a poco a poco, senza quasi che
egli se ne accorga, l’uomo è dall’evoluzione mentale messo a faccia a
faccia con le più alte e più complesse idee astratte.




CAPITOLO V.

Simboli emotivi.


1. Non solo le idee, ma anche le emozioni hanno i segni o simboli che
le rappresentano e per mezzo dei quali possono essere comunicate da una
ad altra persona.

Vedemmo che una emozione, da qualunque causa prodotta, dura un certo
tempo, poi si affievolisce sino ad estinguersi: nè l’amore, nè l’odio,
nè il piacere, nè il dolore, sono, per fortuna dell’uomo, eterni,
perchè essendo anch’essi trasformazioni di forza, cessano quando hanno
esaurita la quantità iniziale di energia, che avevano all’origine.
Vedemmo pure che, per la legge dell’inerzia mentale, quell’emozione non
può rinascere, sia pure con intensità minore, se una sensazione, stata
precedentemente associata con essa nell’esperienza, non la rieccita e
ravviva. Ora i simboli emotivi sono costituiti da queste sensazioni che
hanno potere di risvegliare emozioni sopite: per la legge dell’inerzia
essi sorgono ed acquistano la loro immensa importanza.

2. In un popolo selvaggio, il cacciatore che torna al villaggio
carico di un grosso animale ucciso, o il guerriero che, sul campo
di battaglia, abbatte un gran numero di nemici, eccitano vivamente
l’ammirazione di quanti lo vedon tornare carico della preda o
ammazzare uno dopo l’altro i molti nemici; egli stesso, nel momento
in cui porta la preda o vede a terra i cadaveri dei vinti e si sente
intorno l’ammirazione dei propri compagni di tribù, proverà intenso
il piacere della potenza individuale e il piacere dell’ammirazione. Ma
divorato l’animale o abbandonato il campo di battaglia, ben presto quei
sentimenti di ammirazione della tribù per lui e anche quei sentimenti
suoi di orgoglio, di potenza e di vanità soddisfatta si affievoliranno,
per la legge comune di tutti i sentimenti. Se noi anche oggi, in popoli
civili, vediamo generali e uomini politici, che hanno riportato grandi
vittorie o resi servigi eminenti al paese, adorati finchè il ricordo
delle vittorie o dei servigi è recente, dimenticati e maltrattati
quando il ricordo, in pochi anni, si è spento, non possiamo dubitare
che anche più rapidamente, per il minore sviluppo mentale, nei popoli
selvaggi si vada seppellendo nell’oblio il ricordo di una impresa
audace o di un atto di coraggio. Ecco la ragione ultima del trofeo:
adornandosi dei denti dell’animale, della mascella del nemico ucciso,
o di qualche altra parte, l’uomo primitivo si carica di un oggetto
la cui vista ecciterà in lui stesso quei sentimenti di orgoglio e di
piacere provati a compiere l’impresa e negli altri il ricordo del suo
valore e i sentimenti di ammirazione e di timore: sarà quella dunque
la sensazione che ridesterà, sebbene con intensità minore, tutte le
emozioni che il valore in guerra, o nella caccia, destarono al momento
in cui si mostrava. Quindi in colui che lo porta e in quelli che lo
vedono, i sentimenti della propria superiorità e dell’ammirazione si
associano con la vista del trofeo. Togliere al proprietario il trofeo
sarebbe come rubargli la gloria della sua impresa. Di qui l’immensa
diffusione del trofeo nelle razze primitive, e l’enorme pregio in cui i
trofei sono tenuti[126].

Il trofeo si trasforma poi, per un’evoluzione che fu studiata dallo
Spencer, in distintivo di classe e di autorità (bastone, scettro,
lancia, spada, colori vivaci, bel vestito)[127]. Che cosa accade
allora? Il capo e il re o il membro della classe nobile differisce
dalla folla vile degli altri mortali, per essere insignito del
distintivo o vestito con abiti speciali: ne verrà che quei sentimenti
di timore o di soggezione, che gli atti di potenza e di prepotenza
del capo o della classe nobile suscitano nei sudditi si associeranno
alla vista dei distintivi e saranno da questi risvegliati in ogni
occasione. Se il capo o la casta dominante fossero vestiti come tutto
il popolo, il terrore che una loro prepotenza può suscitare durerebbe
un certo tempo e poi impallidirebbe fino a scomparire: onde sarebbe
loro necessario, per mantenere il proprio predominio, ricorrere sempre
a nuove violenze: mentre associatisi quei sentimenti alla vista di
quei distintivi, essi risorgono continuamente, e il capo o il nobile,
vestiti del loro costume speciale, rieccitano quei sentimenti di
soggezione, che generarono le loro antiche violenze o quelle dei loro
antenati, senza bisogno di ricorrere a nuove. Analogamente il capo
o il nobile, vedendo che la riverenza è maggiore verso di loro nei
sudditi, quando essi appariscono in mezzo a loro adorni dei distintivi
e sentendo allora più intenso il piacere della superiorità propria,
associano l’idea e il sentimento della propria potenza al distintivo;
si sentono più vivamente padroni quando lo indossano. Per questo essi
considerano come una usurpazione della loro autorità ogni usurpazione
del loro vestito, perchè quei distintivi eccitano quei sentimenti
di soggezione di cui vogliono gelosamente esser soli a fruire. Come
si vede adunque, il simbolismo dell’abito è una conseguenza della
legge d’inerzia, della necessità cioè di fissare con una sensazione i
sentimenti, che abbandonati a loro stessi percorrono un rapido ciclo
discendente, sino ad estinguersi. Per questa legge, il capo selvaggio
si sente allora soltanto il padrone, quando è vestito del suo costume
privilegiato; vestito comunemente, sarebbe poco più considerato che gli
altri: perciò egli tiene tanto al suo vestito particolare come alla sua
autorità.

Ecco la ragione di quel fenomeno, dimostrato universale, ma non
spiegato dallo Spencer: le leggi suntuarie. Così dall’uso di prendere
ai vinti gli abiti più brillanti, ne venne che gli abiti splendidi
furono l’insegna delle classi dominanti; al Madagascar solo il re può
portare abiti di scarlatto; solo il Kututuchtu (Gran Sacerdote mongolo)
e i Lamas possono vestirsi di giallo, e il giallo è in China il colore
imperiale; nel Medio Evo, in Francia, solo i principi potevano vestirsi
di rosso. Dall’uso di prendere ai vinti tutti gli abiti, il vestito
divenne un simbolo della libertà e della potenza; onde le classi si
differenziarono talora dal numero dei vestiti; alle isole Sandwich, a
Tonga, a Tahiti i capi si distinguono dalla restante folla per l’enorme
quantità dei vestiti che portano, a spese talora della comodità; tra
i Fundah i cortigiani si imbottiscono di vestiti, in modo da prendere
talora la forma di una palla. Dall’uso di togliere al nemico vinto le
armi e conservarle come trofeo, venne che il distintivo dell’autorità
è l’arme: così al Giappone la classe più alta porta due spade, la media
una, la infima nessuna.

Di qui l’enorme importanza attribuita dalla leggenda, dai costumi,
dall’opinione popolare ai distintivi dell’autorità. Chi non ricorda, ad
es., la corona ferrea, conservata così gelosamente, di cui Napoleone
volle cingersi a consacrare con il rispetto attribuito ai simboli
quella potenza che aveva pure una consacrazione più reale, quella del
suo genio militare? In tutta la storia medioevale le incoronazioni
hanno una parte importantissima; e per un imperatore tedesco è sempre
una grave questione diplomatica decidere dove e per mano di chi sarà
coronato. Chi non ricorda nella leggenda svizzera di Guglielmo Tell il
cappello inalberato dal Gessler a cui si dovevano gli onori spettanti
al sovrano? Monstrelet racconta che Enrico IV, re d’Inghilterra,
essendo vicino a morire, si levò a un tratto sul letto, quando vide il
figlio metter mano alla corona, che pendeva dal capezzale, dicendogli:
«Che diritto vi hai tu?»[128]. E quando Luigi XI ebbe costretto il
fratello Duca di Berry a cedergli la Normandia, esigè che consegnasse
l’anello ducale; e poi, in una solenne assemblea, tenuta a Rouen il
9 novembre 1469, lo fece frantumare[129]. Non gli pareva di aver ben
vinto il fratello, sinchè il simbolo dell’autorità sua rimaneva.

3. Si vede così come la funzione dell’abito non sia stata solo quella
di difendere il corpo dal freddo e il pudore dagli attacchi: l’abito
ha avuto anche una altissima funzione di simbolo; è stato il mezzo per
fissare con una sensazione un gruppo di idee ed emozioni riferentisi
alla qualità, al grado, alla condizione delle persone, diventandone
il simbolo; è quasi il registro in cui ogni uomo porta scritto la
propria qualità. E viceversa l’uomo, siccome egli è schiavo della legge
d’inerzia e i suoi giudizi e sentimenti si producono accidentalmente
secondo che le sensazioni vengono a risvegliarli, si comporta verso
i suoi simili, inconsciamente guidato dall’abito e non dall’idea
delle qualità personali; si direbbe che, tutti nudi, gli uomini si
considererebbero eguali fra loro e che agli occhi dei più la differenza
tra Napoleone e un tamburino, tra Goethe e il suo servitore è stabilita
dall’abito diverso che portano. Il marchese di Castine notò che in
Russia si considerava come una stranezza un uomo, di cui l’abito non
indicasse il grado e la qualità, e la cui importanza risiedesse tutta
nei suoi meriti personali, senza alcun segno esteriore. Oggi stesso,
nella civiltà europea, abolite tutte le altre distinzioni di abito,
una sola ne è rimasta: gli abiti eleganti e gli abiti rozzi, simbolo
i primi delle classi borghesi e gli altri delle classi proletarie;
ora quale persona di elevata condizione non arrossirebbe e non si
sentirebbe come decaduta dalla sua posizione, se dovesse uscire vestito
come un muratore? Chi di noi non ha provato che è più difficile trattar
male un birbante vestito bene, che un galantuomo vestito male? Tanto il
simbolo è potente, tanto certe date sensazioni risvegliano certi dati
sentimenti, senza che noi possiamo opporci alla loro associazione se
non con estrema fatica.

Anche oggi, del resto, l’abito ha una parte importante nel simbolismo
politico-giuridico; chi non ha osservato e esperimentato che un
ordine d’un carabiniere in divisa è assai più suggestivo che un
ordine di un’autorità in borghese? Anche oggi le classi che vogliono
conservare un’individualità spiccata in mezzo alle altre, come i preti
ed i soldati, adottano un vestito speciale e lo difendono contro le
usurpazioni.

Il vestiario rispecchia perciò le condizioni politiche e sociali
d’un popolo; e un buon psicologo può descrivervi queste condizioni,
solo conoscendo i tipi d’abito in uso. Dove le differenze del vestito
sono piccole tra i vari individui, si ha un Governo poco accentrato
e dispotico; dove sono grandi, si ha l’aristocrazia o il dispotismo;
gli abiti delle classi superiori in cui entrano come distintivi
oggetti di guerra, indicano una società militare; gli abiti divisi in
due specie, i sontuosi e i ruvidi, indicano una società mercantile,
composta di un’aristocrazia finanziaria e di una plebe proletaria. E
le evoluzioni dell’abito segnalano o seguono i mutamenti della storia:
il barometro che annunciò con le sue oscillazioni la tempesta della
rivoluzione francese fu proprio la moda. «L’abito — scrive il Bukle —
aveva tale importanza nel secolo XVI, che la condizione di una persona
si vedeva subito dal suo esteriore, nessuno osando usurpare l’abito
della classe superiore. Ma nel movimento democratico che precedette
la rivoluzione francese, l’innovazione della moda si fece sentire
fin nelle riunioni mondane..... Nei pranzi, nelle cene, nei balli, ci
dicono i contemporanei, il vestito era divenuto d’una tale semplicità,
che i ranghi si erano confusi; ben presto i due sessi abbandonarono
ogni distintivo: gli uomini andarono in società in _frac_, le donne in
corsetto»[130].

L’abito si potrebbe in certo senso chiamarlo il simbolo eterno della
storia dell’uomo, della sua evoluzione psichica, politica, sociale,
giuridica.

4. Numerosissimi sono i simboli emotivi di altre specie, perchè tra
questi vanno enumerate le immagini religiose, le bandiere, altrettante
sensazioni destinate a risvegliare certe specie di emozioni, religiosa,
patriottica, ecc., ecc. Ma di questi parleremo più avanti, perchè la
loro funzione è più complessa.




CAPITOLO VI.

Simboli mistici. L’arresto ideativo, emotivo ed ideo-emotivo.


Studiata la genesi e la funzione di molti simboli, ci resta ad
analizzare quello che è il più sconosciuto e per certi rispetti il
più importante fenomeno del simbolismo: il processo per cui il simbolo
spesso assorbe, per dir così, la realtà che rappresenta; si sostituisce
ad essa, e perdendo il suo valore di segno, è scambiato con la cosa
che esso starebbe a significare. Sono queste le frodi che il simbolo
fa all’intelligenza umana, trascinandola spesso in errori gravissimi:
perchè anche il simbolo, mentre da un lato è un sussidio prezioso
all’uomo nella lotta per l’esistenza, dall’altro è fonte di molteplici
danni. Sono questi simboli che acquistano un valore molto più grande
del loro primitivo di segno, che io chiamo simboli _mistici_.

1. Dopo le profonde critiche dello Spencer alla teoria feticista
della religione, in cui egli dimostrò come l’idea che le cose siano
animate è idea già complessa e perchè tale niente affatto propria nè
del selvaggio, nè del bambino; dopo le risposte del Guyau, che tentava
riprendere l’antica teoria attenuandola e adattandola meglio ai fatti,
che lo Spencer aveva messi in luce, la questione sull’idea che si fa
il selvaggio intorno ai fenomeni, è uscita dal periodo di tradizione
comunemente accettata senza ragioni sufficienti. Senonchè, se il Guyau
ha avuto ragione di sostenere contro il suo grande avversario che
i selvaggi hanno idee ben diverse dalle nostre su molti fenomeni e
specialmente su quei congegni in uso tra i popoli civili che sembrano
muoversi e agire per virtù propria, come le armi da fuoco, le navi,
ecc., non ha determinato con precisione il processo mentale per cui
quelle idee, così lontane dalle nostre, si formano[131].

È ormai dimostrato che nell’idea di causa non è implicato altro
concetto che quello d’una successione necessaria di due fenomeni.
Quando noi diciamo che il fenomeno _A_ è causa del fenomeno _B_
non intendiamo dire altro se non che _A_ è continuamente seguito da
_B_, e il processo mentale con cui noi giungiamo a tale conclusione
è quello dell’associazione. Siccome il presentarsi di _A_ è sempre
seguito dal presentarsi di _B_, mentre altri fenomeni _C, D, E, F_,
ora si presentano ed ora no, per la legge che la coesione e quindi
l’associabilità degli stati di coscienza è proporzionale alla frequenza
con cui si sono seguiti nella coscienza[132] il presentarsi di _A_
richiamerà l’idea di _B_, cioè la previsione di quello che noi diciamo
suo effetto; il presentarsi di _B_ richiamerà l’idea di _A_, cioè
l’enunciazione di quella che noi diciamo sua causa. Kant ha forse,
meglio di tutti, con una analisi profonda dimostrato che l’idea di
produzione (cioè che la causa generi essa l’effetto), che noi associamo
a quella di causa, è un’immagine nostra e poco giusta[133].

Ora, congiungendo quest’osservazione con la legge del minimo
sforzo, troveremo la causa di moltissimi errori di ragionamento
commessi dall’uomo primitivo e dal volgo, e in questi la genesi di
alcuni simboli. Supponendo che tre fenomeni _A, B, C_ si seguano
costantemente, ma di cui _B_ e _C_ si possano percepire con i
sensi, con la vista, il tatto, il gusto, ecc.: _A_ invece non sia
percepibile coi sensi, sia invisibile, intangibile, ecc., ecc.,
accadrà che soltanto _B_ e _C_, producendo una sensazione, solo tra
le immagini e le idee loro si stabilirà l’associazione, con cui poi
concludiamo al giudizio di causa. _A_, non producendo nessuno stato
di coscienza, non entrerà nella serie associativa: si potrà solo
indurre la sua presenza necessaria nel fenomeno, con la osservazione
attenta, il confronto, l’analisi dei fatti, ossia con l’investigazione
scientifica e applicando i quattro metodi per la ricerca della causa,
determinati dallo Stuart-Mill. Gli elementi presenti alla coscienza,
se la riflessione non interviene, non possono essere che le immagini
o le idee di _C_ e _B_, essi soli essendo già stati percepiti come
sensazioni.

Ora, in quel ragionamento incosciente che per la tendenza dell’uomo
a fuggire la fatica mentale è la forma più comune, come vedemmo, del
ragionamento tra la gran massa degli uomini, questo calcolo delle
cause invisibili, che richiede attenzione e riflessione non si fa
mai. Ne viene che entrando nel campo della coscienza solo _B_ e _C_,
solo le loro sensazioni e idee s’associeranno e _B_ sarà detto causa
di _C_ a totale esclusione di _A_. L’Australiano supplica il fucile
del bianco di non ucciderlo[134]: cioè in lui la vista del fucile
si è fortemente associata al ricordo delle sue conseguenze fatali,
ma tutto quel complesso di meccanismi e di azioni per cui un fucile
può uccidere, cioè la polvere, lo scatto, l’atto dell’uomo che fa
scattare il grilletto, la cui importanza nella produzione dell’effetto
non può essere valutata che col ragionamento, non entra nella serie
associativa: la conclusione è quindi tratta dai due soli stati di
coscienza che la sensazione porge direttamente, ed è che il fucile
uccide l’uomo. Egualmente gli Esquimesi credettero che un organetto
di Barberia parlasse[135], cioè che quella cassa di legno emettesse
essa quei suoni, come la gola dell’uomo la parola: perchè il complesso
meccanismo con cui si può far parlare una cassa di legno non potendo
essere capito che con lunghe e difficili serie di riflessione, essi
associarono semplicemente la vista dell’oggetto al suono della musica e
attribuirono questa a quello, come a sua causa.

È questo del resto uno degli errori più comuni del ragionamento
volgare: a questo errore si deve quella cieca fiducia dell’uomo negli
strumenti che egli ha inventato, quasichè fossero essi che producono
i meravigliosi effetti, e non l’uomo che li adopera. Domandate a un
uomo del popolo che cosa fa muovere il treno e novanta volte su cento
vi risponderà che è la locomotiva: nessuno quasi pensa invece che sia
l’intelligenza del macchinista[136]. Nei paragoni che comunemente si
fanno tra la potenza dei vari eserciti, si enumerano sempre gli uomini
e i cannoni che ciascun popolo può mettere in campo: e quale Italiano
non crede che l’Italia sia una delle più forti nazioni sul mare, solo
perchè ha le navi e i cannoni più grossi? Nessuno pensa che una nave
formidabile o un esercito bene armato può essere affatto inutile o
anche dannoso non essendo che uno strumento, se non è ben guidato, come
un fucile _Rémington_ in cattive mani può essere più innocuo d’una
balestra primitiva, nelle mani d’un valentissimo arciere. Che più?
perfino nel mondo della scienza noi vediamo perdurare questo errore che
attribuisce allo strumento le virtù che sono invece nell’uomo che lo
adopera: noi vediamo gli scienziati italiani attribuire alla povertà
dei laboratorî la inferiorità della produzione scientifica italiana
in confronto alla tedesca; come se il microscopio e non l’occhio
che guarda dentro e il cervello che pensa dietro l’occhio facesse la
scoperta; come se in Italia non si fossero fatte grandi scoperte in
laboratorî più squallidi di soffitte, e non si fossero buttati milioni
in grandi gabinetti, da cui non uscì nulla; come se Haeckel non avesse
formulata addirittura la legge che la produttività d’un laboratorio è
in ragione inversa della ricchezza di mezzi.

Noi ci troviamo qui dinanzi ad un _arresto ideativo_: vale a dire la
serie di associazioni mentali con cui noi concludiamo un ragionamento
di causalità, si restringe a quei fatti che danno una sensazione
immediata, che lasciano quindi nel cervello immagini ed idee con
tendenza ad associarsi ed esclude quei fatti che non possono produrre
uno stato di coscienza se non con la riflessione, cioè con un processo
mentale assai faticoso, da cui l’uomo comune e anche il pensatore, in
quei campi che non sono l’oggetto delle sue ricerche abituali, rifugge
per la legge del minimo sforzo.

Lo strumento si vede, gli effetti si vedono; ma l’opera dell’uomo che
muove lo strumento non si vede, quindi si attribuisce tutto il merito
dell’effetto allo strumento, dimenticando l’intelligenza dell’uomo,
senza cui lo strumento non sarebbe che un inutile blocco di ferro o
di bronzo. Ecco perchè, come osservò il Guyau, la leggenda attribuisce
sempre un potere magico alle spade dei grandi capitani, come se ad esse
si dovessero le loro vittorie.

2. Tale arresto ideativo ci spiega il concetto trascendente che l’uomo
si è fatto della scrittura che divenne per lui uno di questi simboli
che io chiamo mistici.

La scrittura e la carta sono per i negri del Congo degli spiriti che
parlano agli scrittori, e quando un Europeo li incarica di portare
un messaggio avranno cura, se per la strada perdono del tempo
a divertirsi, di nascondere la lettera perchè non sveli la loro
poltroneria[137].

All’Annam i Francesi provocarono, senza volerlo, una ribellione
degli indigeni, perchè facevano malo uso delle carte scritte da
loro stessi e che gl’indigeni considerano come sacre[138]. L’Indiano
dell’America del Nord crede che le carte scritte non possano contenere
menzogne, e pregiano infinitamente una lettera di raccomandazione,
indipendentemente dal suo tenore[139]. Infatti il selvaggio, quando
vede l’Europeo che aprendo un foglio scarabocchiato di segni conosce
le idee e le intenzioni di un altro uomo che forse è distante mille
miglia, non può calcolare col ragionamento quel meccanismo complicato
di associazioni per cui chi scrive riduce il suo pensiero in segni e
i segni grafici risvegliano poi in chi legge le immagini dei suoni e
quindi delle parole da cui ricava poi l’idea dell’altro: egli vede
costantemente che dopo tenuto in mano un po’ di tempo il foglio,
l’Europeo sa che cosa il suo compagno lontano pensi e ne conchiude,
per l’arresto ideativo, che il foglio per una virtù sua, gli palesa
i voleri dell’altro. Non potendo capire le vie per cui lo strumento
agisce egli attribuisce l’effetto a una virtù dello strumento.

«Cos’ha da pensare l’idiota, scrive il Marzolo, che sente dietro la
lettura di una carta pronunciare le parole che un altro aveva detto
a centinaia di miglia di distanza e poi vede agire secondo la volontà
di quello che l’ha mandata? non può altrimenti, se non pensare che la
carta parli»[140].

Lo stesso accadde del libro. Il volgo vede che l’uomo dotto, il medico,
l’avvocato, ecc., vivono sempre in mezzo ai libri: i libri e i loro
profondi e spesso oscuri discorsi sono i due soli dati che il senso gli
dà e che quindi tendono ad associarsi; quanto al complesso meccanismo
per cui il libro non è che un mezzo di trasmissione attraverso lo
spazio e di conservazione nel tempo delle idee, egli non può calcolarlo
se non con estrema fatica. Quindi conclude che il libro è quello che
istruisce il sapiente, il pozzo a cui egli attinge le sue cognizioni
straordinarie. Di qui l’importanza del libro nelle tradizioni: ogni
legislatore, ogni riformatore, ogni uomo _hors-ligne_ non ha mai cavato
dal suo cervello le idee che lo hanno reso celebre, ma da un libro.
Fo-hi, l’uomo santo della China, vede le leggi che dà poi al popolo,
scritte sul dorso di un serpente alato. Nel Corano la teoria del libro,
applicata ai grandi uomini, ha uno sviluppo straordinario: Dio fa
discendere dal Cielo i libri nei quali è scritta la sua volontà, il
Pentateuco, l’Evangelo, il Corano (_Sur._ VI, v. 9); ogni età ha il suo
libro (_Sur._ XIX, v. 13): nessuno degli inviati da Dio è senza libro;
Dio dice a Giovanni Battista: _Prendi questo libro_ (il Pentateuco)
(Sur. XIX, v. 31); e Gesù dice, appena nato, alla famiglia di sua
madre: _Io sono l’inviato da Dio, egli mi ha dato il libro_ (_Sur._
XVII, v. 94); _O credenti_, esclama il profeta (_Sur._ IV, v. 135)
_credete in Dio e nel suo apostolo, nel libro che egli ha mandato e
nelle scritture discese prima di lui_. Sarebbe questa insomma la teoria
popolare del genio[141].

E si capiscono così, con l’idea che i segni grafici non siano
mezzo di comunicazione, ma sorgente delle idee e delle cognizioni,
le aberrazioni della Cabala, che, scrive il Marzolo[142], era
basata sull’idea che _i segni grafici elementari_ (cioè le lettere
dell’alfabeto) _distribuiti e collocati in certe maniere dovevano far
arrivare alla conoscenza di tutte le cose_. Cioè quella virtù, che si
attribuisce alle parole, è poi attribuita ai loro elementi, le lettere.
E nel _Zoar_ le lettere dell’alfabeto si presentano a Dio, ognuna
per persuaderlo a prendere se stessa per creare il mondo. E si spiega
così, senza ricorrere a speculazioni metafisiche difficili, la teoria
di Pitagora che diceva essere il numero la essenza di tutte le cose:
scambiando i segni, con cui noi indichiamo i rapporti quantitativi tra
le cose, per elementi essenziali delle cose stesse.

Siccome le scritture non sono un mezzo per comunicare le idee con
segni convenzionali, ma rivelano, secondo l’opinione comune, esse
stesse le idee che contengono in se stesse; siccome esse parlano a chi
sa intenderle, si capisce come in certi casi siano state sostituite
alla parola e considerate quasi, specialmente nei rapporti con Dio,
come discorsi recitati senza interruzione. Le Surate del Corano sono
cucite nei vestiti, nascoste in piccoli sacelli di cuoio; i Buddisti
ravvolgono intorno ai loro mulini delle pergamene ornate di questa
scritta: _ôm mani padme hum_[143]; i Cattolici portano entro piccole
borsette il testo stampato di orazioni: portare indosso scritte le
parole della preghiera è come pregare continuamente, per la virtù che
hanno i segni grafici di recitare a Dio la prece che in esse è redatta.

Di qui pure la singolare efficacia attribuita a certe formole scritte.
I Maomettani e gli Zingari, quando sono malati, sciolgono nell’acqua le
carte portanti scritte le formole magiche, e poi bevono[144]. A Napoli,
fino a poco tempo fa, i frati di S. Severino e Sosio distribuivano per
preservativo dai mali le iniziali della formola:

    _In conceptione tua Virgo immaculata fuisti;_
      _Ora pro nobis patrem cuius filium peperisti;_

che sono appunto:

                 I. C. T. V. I. F. O. P. N. P. C. F. P.
impresse in carte, delle quali, chi vuole salvarsi da qualche disgrazia
e guarire da un male, taglia una riga e poi inghiottisce in una
cucchiaiata d’acqua, o di minestra, come una pillola[145]. Come nel
caso precedente la scrittura sostituisce la parola, qui sostituisce la
medicina: è essa che guarisce. E con un simbolo analogo, in Germania
si usa ancora di togliergli, quando un malato è agli estremi, il
guanciale, e porgli sotto il capo la Bibbia: non le preghiere o i suoi
meriti salveranno dall’inferno il moribondo, quanto il libro miracoloso
di Dio; perciò glielo pongono sotto la testa, perchè al momento di
morire possieda un talismano. Ci meraviglieremo dopo ciò se gli Ebrei
raccolgono le carte stampate in ebraico, quando cadono, e le bacino?

Nel diritto noi troviamo un simbolo, che probabilmente è derivato da
questo concetto trascendentale della scrittura, sebbene rivesta una
forma un po’ differente. In una formalità per la trasmissione della
proprietà immobiliare, usata dai Franchi, il tradente poneva in terra
un coltello, un guanto, una zolla, un calamaio e una penna, che poi
separatamente (in seguito con la carta) levava da terra e consegnava
all’acquirente[146]. Io credo che tale formalità (la consegna del
calamaio e della penna) derivasse dalla mal compresa osservazione degli
usi giuridici romani, in cui il documento scritto era usitatissimo:
vedendo che i contratti si garantivano, usando i mezzi della scrittura,
e non comprendendo, per l’arresto ideativo, il complesso processo
di associazione per cui il documento scritto diventava prova, si
attribuì la validità e sicurezza di quegli atti al fatto che mentre si
compievano erano presenti quegli strumenti della scrittura, il calamaio
e la penna. L’idea insomma del contratto in presenza delle cerimonie
romane non si associò nei Franchi all’idea della documentazione
scritta, ma a quella degli strumenti, che vedevano impiegati per
redigerli: e quindi per loro la consegna, oltre che della zolla, del
calamaio e della penna, aumentava la solidità dell’atto giuridico. Era
perciò un vero simbolo mistico.

3. La parola è il mezzo più usato per trasmettere i comandi,
specialmente in società piccole, in cui il capo e i suoi servi e
sudditi sono in continue relazioni di presenza. Di più la parola è
uno strumento potente di suggestione: l’uomo dalla voce gagliarda
comunica ai suoi comandi una imperiosità, che manca alle voci esili;
nell’ipnotismo le suggestioni si fanno quasi tutte con la parola, e
i soggetti restii ad un ordine dato a voce moderata, vi obbediscono,
se se ne rinforza il tono[147]. Quindi la potenza di un uomo può
misurarsi dall’efficacia delle sue parole; come anche noi diciamo per
esprimere l’autorità di un individuo: «Vale più una sua parola...».
Ecco perchè i popoli primitivi hanno espresso il concetto di un essere
molto potente, come Dio, attribuendo grandi effetti alla sua parola.
Nel principio della _Genesi_ Dio crea il mondo con semplici ordini
gridati ai quattro canti del caos. In arabo, _Kelam ullàh_ significa
parola di Dio e realtà universale. Nel _Rig-Veda_ si legge: «I Pitris,
con parole efficaci, hanno creata l’Aurora». E identica con la realtà
universale fu concepita dai mistici la parola: il _Verbum_, il Λόγος di
S. Giovanni.

Anche però tale idea non si potè formare se non per effetto
dell’arresto ideativo. Un comando, anche dell’uomo più potente,
non si può eseguire se le condizioni in cui è dato non sono tali
che ne rendano possibile l’effettuazione; e il despota più potente
non potrebbe innalzar le piramidi se non avesse a sua disposizione
centinaia di migliaia di schiavi. Ma questa idea molto complessa non si
è ancora formata nelle menti primitive: quindi un essere potentissimo,
come Dio, può tutto con una parola, anche creare dal nulla il mondo: e
ciò sebbene gli Ebrei non avessero l’idea metafisica, molto complicata,
e creata poi dai teologi, della onnipotenza divina.

Ecco come è sorta l’idea della efficacia della formola e della
preghiera in sè. Così leggiamo nel _Rig-Veda_: «La maledizione
degli empi ha tre punte; ma la _mantra_ (la formola del saggio)
ne ha quattro», e «solo le formole rette trionfano sui nemici». In
arabo _aïat_ = segno, versetto del Corano, miracolo, azione, fatto
prodigioso. La benedizione in ebraico = _berachà_, è quella che dà
tutti i beni, che fa tutto; e presso gli Ebrei alcune parole sanavano e
facevano morire, e certe parole si usavano per medicina. La benedizione
inoltre valeva di per se stessa, appena la formola ne fosse stata
pronunciata, anche se a sbaglio e sopra una persona diversa da quella
a cui realmente si indirizzava: così, nella _Genesi_ Giacobbe si veste
con la pelle di Esaù, carpisce al padre, semicieco, la benedizione
di primogenito, che spettava al fratello, e il vecchio poi, quando si
accorge dell’inganno in cui l’hanno fatto cadere, sbigottisce e non sa
trovare rimedio. L’idea degli effetti della benedizione si erano tanto
associati all’idea della benedizione stessa, che pronunciate le parole,
nessuna potenza umana poteva più tagliare il corso degli eventi, che
fatalmente ne derivavano, perchè l’idea che per valere dovesse non
essere data a sbaglio, non si era ancora associata[148].

Così nella magia entrava per molta parte la fiducia nella sterminata
potenza di certe formole. Gli _incanti_, gli _incantamenti_, come
ci rivela la stessa parola, erano un tempo formole cantate, a cui si
attribuiva una potenza superiore: in latino _carmen_ significa anche
detto magico.

4. Questi simboli, che ho detto mistici, perchè sono simboli che
acquistano una importanza superiore al loro reale valore di segni, per
un errore logico, ci dimostrano che la logica non è, come si credeva,
unica ed universale dovunque: giacchè quello che io ho chiamato errore
logico, lo è semplicemente rispetto al nostro modo di ragionare:
ma è invece la legge naturale del pensiero per l’uomo primitivo o
ancor rozzo. L’_Organon_ di Aristotile o il _Sistema di logica_ dello
Stuart-Mill contengono assai più le leggi ideali del ragionamento umano
che non le leggi reali; mostrano le vie per cui la ragione può giungere
alla verità più che non descrivano le strade che essa batte nel fatto,
giungendo talora alla verità e più spesso anche all’errore: potranno
essere la legge del pensiero di un grande scienziato, ma non la legge
del pensiero primitivo o anche del moderno pensiero del volgo. Ad ogni
stadio di sviluppo mentale corrisponde una logica speciale: e se per
lo Stephenson è normale vedere nel sole la causa ultima del movimento
delle sue locomotive, non è meno normale e fisiologico per il bambino
vederla nella locomotiva, o per il selvaggio credere che la carta
parli; anzi, considerando quanto più grande sia la parte dell’errore
che quella della verità nella vita dell’uomo, c’è da credere che i
rozzi processi logici dell’uomo primitivo e volgare siano ancora oggi
più normali e fisiologici che le grandi leggi logiche di Aristotile.

Del resto, che cosa ne sappiamo noi? Può darsi che, come la logica
si è finora perfezionata, continui a perfezionarsi ancora: e che un
giorno, questi stessi grandi concetti sulla forza, sulla materia,
sulla conservazione e trasformazione dell’energia, sull’evoluzione,
che sono oggi le ultime conquiste della ragione più sviluppata nelle
regioni dell’ignoto, sembrino idee rozze e primitive, come sembrano al
pensatore europeo le concezioni del selvaggio o le superstizioni del
popolo[149].

5. Un fenomeno analogo, che io chiamo l’_arresto emotivo_, avviene nel
campo delle emozioni e dei simboli emotivi. Una emozione non è mai uno
stato di coscienza unico, ma è sempre associato ad un numero più o meno
grande di immagini e di idee, ad esempio, della persona o della cosa
a cui si riferisce: così l’emozione dell’amore implica l’immagine o
l’idea della persona o cosa amata. «L’idea ed il sentimento — scrive lo
Spencer — non potrebbero essere compiutamente separati. Ogni emozione
corrisponde ad un complesso più o meno distinto di idee; ogni gruppo
di idee è più o meno penetrato di emozioni. Ciò non ostante vi sono
notevoli differenze nella proporzione con cui ognuno di questi elementi
entra nella combinazione: vi sono sentimenti che rimangono vaghi,
perchè non sono definiti da idee ed altri che acquistano una grande
chiarezza dalle idee, a cui sono associati»[150]. Le emozioni sono
dunque sempre associate a un gruppo più o meno grande di immagini o
di idee: ora accade, per una serie di cagioni, che in molte emozioni
l’immagine o l’idea della cosa a cui esse si riferiscono si attenua e
nel campo della coscienza non rimane più che la cognizione del simbolo
evocatore e l’emozione; allora questa si dirige, si _arresta_ al
simbolo.

6. È noto che nella religione, quasi dovunque e in tutti i tempi,
l’adorazione che dovrebbe elevarsi sino a Dio, si ferma alle immagini
che lo rappresentano. Ad esse, tronchi rozzamente scolpiti e fantocci
informi dei selvaggi, statue perfette degli scultori greci, quadri
dei santi della religione cattolica, croci di legno o di ferro, ad
esse si dirigono preghiere e voti, ad esclusione totale dell’essere
che rappresentano. Cook vide gli indigeni di Sandwich portar seco in
guerra gli idoli degli Dei. Quando i Messicani marciavano, in guerra, i
Sacerdoti aprivano la marcia con gli idoli. Gli abitanti dell’Jucatan,
i Chibcas praticavano lo stesso costume. — In Samuele (2, V, 21)
troviamo che i Filistei portavano seco in guerra le immagini dei loro
Dei, e l’arca considerata dagli Ebrei come dimora dell’Eterno era
portata spesso in guerra (2, Samuele, XI). Pure in Samuele leggiamo
che sconfitti gli Ebrei dai Filistei, mandarono a prender l’arca,
per ottenere la salvezza e l’ebbero, perchè il valore dei combattenti
raddoppiò[151]. Noto è il terrore che si diffuse in Atene, quando una
mattina si trovarono rovesciate le Erme degli Dei, e come Alcibiade,
imputato del sacrilegio, dovette sottrarsi all’ira dei concittadini con
l’esilio.

Anche il Cristianesimo, benchè sia partito da Cristo, apostolo di
una religione spirituale, non è oggi che una vera idolatria, almeno
nelle moltitudini: nuova dimostrazione che non il Cristianesimo ha
ingentilito il mondo, ma il mondo ha imbarbarito il Cristianesimo e il
divino concetto di Cristo. Come si spiegherebbe, se no, tanta diversità
e specialità di culti, nel culto della Madonna, quello, per esempio,
della Madonna di Loreto, di Oropa, di Lourdes, ecc., ecc., a ciascuna
delle quali si attribuiscono virtù particolari? È che non si adora la
Madonna, ma quella tale o tale altra immagine sua. E per una questione
di immagini, per sapere cioè se dei pezzi di marmo si dovevano
lasciare nei tempî o toglierli, il sangue corse a fiumi per secoli
nell’Impero bizantino; sommosse popolari, rivolte militari, congiure
di palazzo, deposizioni e uccisioni di imperatori minacciarono di
mandare a picco uno degli imperi più vasti che la storia abbia visto,
e le donne di Costantinopoli giunsero sino a scannare gli ufficiali di
Leone l’Isaurico, mandati ad abbatter le immagini[152]. Evidentemente
la rivolta fu così violenta, perchè essi, rovesciando le immagini,
distruggevano il loro Dio.

Talora invece il Dio non si confonde con l’idolo, ma con il suo
sacerdote. Nel Guzerat, i trentasette grandi sacerdoti di Wichnou
sono onorati oggi ancora come incarnazioni visibili del Dio: si pagano
cinque rupie per contemplarli, venti per toccarli, tredici per esser
frustati dalla loro mano, diciassette per mangiare il betel che essi
hanno masticato, diciannove per bere l’acqua in cui si sono bagnati,
trentacinque per lavar loro i piedi, quarantadue per ungerli d’olio: le
donne infine pagano, per essere possedute da loro, da cento a duecento
rupie.

Iddio dunque si confonde qui con il suo simbolo; e la teoria
dell’arresto emotivo ci spiega una tal confusione. Dio, nessuno l’ha
visto mai, quindi non si può averne un’immagine, se non costruendola
da noi con la nostra intelligenza: ora, per costruire mentalmente,
senza l’aiuto dei sensi, una immagine molto viva, è necessario uno
sviluppo mentale considerevole. Per questo anche oggi, quasi in tutti
alla parola _Dio_ non corrisponde nella coscienza che una immagine
vaga e nebulosa. Ne viene che quando il contadino vede la croce
che risveglia in lui un complesso di sentimenti di rispetto e di
timore, l’idea o l’immagine di Dio, per essere uno stato di coscienza
indeterminatissimo, si associa debolmente o non si associa affatto
a quella emozione: quindi alla coscienza non sono in quel momento
presenti che la vista del simbolo (croce), i sentimenti relativi, ma
non l’immagine di Dio; e perciò quei sentimenti non possono dirigersi
che al simbolo, perchè egli solo si trova nel campo della coscienza e
dietro lui non c’è per l’adoratore l’immagine del Dio che esso dovrebbe
rappresentare. Siccome un simbolo funziona in quanto ha la potenza di
richiamare un gruppo di idee e di sentimenti, se queste associazioni
non si fanno, il simbolo passa alla condizione di realtà, perchè
l’emozione si arresta a lui e non risale a ciò che esso rappresenta.

Ecco perchè l’idolatria ripugnò sempre alle grandi intelligenze, da
Mosè e da Maometto a Pascal e a Matteo Arnold, che protestarono sempre,
ma spesso a torto, almeno dal punto di vista delle plebi, contro il
culto delle immagini.

7. Talora il simbolo assorbisce la realtà da esso rappresentata e
diventa simbolo mistico, perchè l’emozione di cui esso è il segno,
diventa troppo complessa.

Il più caratteristico di questi simboli è la bandiera, che è un vero
simbolo mistico, perchè sostituisce interamente nelle emozioni della
massa, la patria o la società che dovrebbe rappresentare.

Un insulto fatto alla bandiera di una nazione può provocare perfino la
guerra. Alle bandiere si rendono saluti, ci si inchina, in loro onore
si sparano colpi di cannone, e ogni sera, al tramonto, sulle nostre
navi da guerra, si cala la bandiera solennemente, al suono della marcia
reale ed alla presenza di una compagnia di marinai, che l’aspetta alla
sua discesa e le presenta le armi. Alla bandiera si rivolgono discorsi,
inni, qualche volta si danno anche baci, come se fosse una persona
viva o una bella donna. In guerra, la grande vergogna è di perdere la
bandiera; arrendersi conta poco, se prima si è avuto cura di bruciare
la bandiera, come fecero molti reggimenti francesi nel 1870: il grande
onore di Britannico fu di riportare a Roma le aquile delle legioni di
Varo, cadute in mano ad Arminio: la Germania addita ancora alla Francia
le 70 bandiere strappatele nell’ultima guerra. Dimostrazioni non se ne
fanno senza bandiere; e chi non ha sentito in un comizio gli applausi
frenetici che salutano lo spiegarsi di una bandiera nazionale? Ogni
società, anche la più pacifica, per primo atto di vita inaugura il
suo vessillo con discorsi, pranzi, luminarie: nè l’oratore d’occasione
manca mai di rivolgerle una fervida perorazione. E così ramificato è
cotesto simbolo, che nel linguaggio ne è derivata una intera legione di
metafore: abbiamo le bandiere dei partiti, delle scuole scientifiche,
delle sette religiose; i tradimenti della bandiera, le bandiere
ammainate, spiegate, coperte di obbrobrio o splendenti di gloria, ecc.,
ecc.

Tanto, anzi, il simbolo ha in questo caso assorbito la realtà, che
la notizia di alcuni Italiani maltrattati in terre lontane, risveglia
poco o punto i sentimenti della solidarietà sociale; mentre la notizia
che una folla briaca abbia strappato la bandiera nazionale, mette in
ebollizione giornalisti, ministri, deputati, generali, pubblico.

Non mancano nemmeno certe ingenue stranezze, che dimostrano di che
cosa sia capace l’uomo, in materia di sofismi. Nella Francia del
Medio Evo, l’orifiamma reale, la _bannière charlemanne_, restava di
solito, come si capisce da un passo di Raoul de Presles, a Saint-Denis,
e in guerra se ne mandava una copia; così quando i Fiamminghi la
presero a Mons-en-Puelle, il dolore non fu grande; tanto non era
l’originale![153]

Eppure alle origini della civiltà la bandiera è un simbolo assai
più realisticamente e ragionevolmente inteso: la bandiera, pelle di
animale, o drappo, o ciuffo di piume inalberate sopra un’asta, è un
semplice segno di riconoscimento per i membri di una tribù o di una
schiera in guerra, e non desta di per se stessa entusiasmi. Gli antichi
Peruviani avevano una lancia ornata di piume di diversi colori, che
loro serviva in guerra di insegna: «ciò, scrive lo Spencer, fa pensare
che gli accessori della lancia, usati da prima come segni, fornirono
accidentalmente un mezzo di riconoscimento con cui raggrupparsi intorno
al Capo. Quando l’esercito dei Chibchas si riuniva, ogni cacicco, ogni
tribù inalberava sulle tende delle insegne diverse, servendosi a ciò
dei mantelli, con cui le tribù si distinguevano. Tra i Figiani ogni
schiera combatte sotto la sua bandiera; e le bandiere si distinguono
tra di loro per dei segni[154]». I Messicani mettevano una gran cura a
distinguere le persone con insegne differenti, sopratutto in tempo di
guerra[155].

A che si deve questa differenza, che sembra un peggioramento? Alla
complessità vertiginosamente crescente che ha assunto il sentimento
dell’amor patrio, con l’estendersi della superficie delle patrie e
con l’aumentare dei rapporti che sempre più intricati intercedono
fra i cittadini di un paese. I diritti e i doveri di un membro di
una piccola tribù sono elementari: il sentimento di solidarietà è una
emozione molto semplice, stante il poco numero di rapporti vicendevoli
in essa compresi: tutti capiscono la necessità e sentono il dovere di
difendere insieme il piccolo territorio, perchè se non lo sentissero,
quella tribù sarebbe, nella lotta per l’esistenza, sparita innanzi
ad altre già pervenute a questo primo grado elementare dei sentimenti
sociali[156].

Ma invece il sentimento di solidarietà sociale e di amor patrio
diventa enormemente complesso, quando si tratti non di piccole
tribù, ma di società numerose, complesse nella loro funzione,
comprendenti gli uomini a diecine di milioni e mutui rapporti di
interessi complicatissimi. È una emozione che non può risultare che
dall’associazione e fusione di un numero straordinario di stati di
coscienza; i quali poi non possono raggrupparsi che intorno ad una
idea astratta, l’idea della patria. Ora l’uomo, dato il grado del suo
sviluppo mentale, non è oggi capace di una così complessa emozione;
e perciò egli ve ne sostituisce un’altra più semplice, che ha per
centro il simbolo. Invece della patria, l’oggetto dell’amore diventa
la bandiera, che è una cosa visibile, tangibile, la cui imagine
può essere con facilità evocata mentalmente: intorno ad esso si
associano una serie di stati di coscienza, che formano l’emozione
dell’affetto, e che, trattandosi di un oggetto materiale, non sono
più numerosi di quelli che formano il sentimento dell’amore per
tutte le cose a cui l’uomo prende affezione nella sua esistenza. Una
emozione complicatissima è ridotta alla semplicità dei sentimenti
usuali mediante l’interposizione, tra essa e l’uomo, di un simbolo
materiale, a cui l’emozione si arresta. Ad essa si dirigono tutti i
sentimenti di ammirazione e di affetto; al di là esiste in molti un
aggregato di stati di coscienza, idee e sentimenti, molto vaghi, che
sono la nebulosa, da cui eromperà in avvenire il sentimento patriottico
realistico, e che ciascuno associa alla vista del simbolo, come meglio
può, liberamente.

Lo stesso accade nella politica. I partiti hanno sempre avuta una forte
tendenza a distinguersi, a contrassegnarsi con emblemi di vario genere;
per lo più con oggetti di vestiario di diverso colore. Chi non ricorda
le fazioni dei _verdi_ e dei _rossi_ a Costantinopoli? Un avanzo di
questa tendenza resta ancora nell’uso di contrassegnare i partiti
politici con dei colori: _neri_ i clericali; _azzurri_ i moderati
e i monarchici; _rossi_ i rivoluzionari. Così i _sans-coulottes_
simboleggiarono il loro antagonismo politico contro l’aristocrazia
francese nel disprezzo della forma di abito che l’aristocrazia usava.
Ma anche in questo caso, siccome spesso un partito politico rappresenta
un complesso di idee, di interessi, di desideri, di bisogni molto
numerosi e molto astratti, il sentimento per cui un uomo si appassiona
al partito e ne segue con interesse le vicende è troppo astratto e
complesso: allora l’uomo, per il processo analizzato più su a proposito
della bandiera, semplifica l’emozione, appassionandosi per il simbolo.
Chi non ricorda il berretto frigio dei rivoluzionari francesi, gli
entusiasmi e le lotte sollevati da questo simbolo? Si battevano
proprio per il berretto, dimenticando spesso le idee e i desideri
che rappresentava: e a Torino, nel 21, per il berretto frigio si fece
un massacro di studenti. Nel periodo del risorgimento italiano, per
molti anni, a Milano, ad esempio, la lotta tra i liberali e l’Austria
fu _una lotta per l’emblema_; quelli cercavano di mostrare in tutte
le occasioni gli emblemi italiani (i tre colori, ecc., ecc.); questa
cercava di impedirlo: e la confusione tra il simbolo e l’idea politica
si verificava tanto, che un egregio patriota lombardo mi diceva che
quando i liberali riuscivano a inalberare una bandiera tricolore o
a portare in molti delle coccarde nazionali, erano allegri come di
una vittoria riportata sull’Austria. Si ricordi anche l’entusiasmo
dei Francesi per Luigi XVI, quando alla coccarda azzurra sostituì
la tricolore: il mutamento del simbolo entusiasmò la massa, che non
calcolava quanto fosse differente appuntarsi all’abito questo o quel
pezzo di nastro, dall’abbandonare o accettare le idee che l’uno o
l’altro rappresentavano.

Tanto è poi comodo all’uomo sostituire una emozione astratta con una
emozione che abbia per oggetto un simbolo materiale, visibile, che
talora egli fa questo scambio quando anche l’emozione astratta non è
delle più complicate; e non si accorge del ridicolo in cui incorre agli
occhi di ogni persona un po’ seria. Tale è la toga, che simboleggia nei
tribunali la maestà della giustizia: si protesta in nome della toga, si
spoglia la toga per disdegno, si urla che non si tollereranno insulti
alla toga, ecc., ecc.; povero cencio, spesso unto e consunto, preso a
prestito da un usciere speculatore, che, a sentire i discorsi, sarebbe
la cosa più sacra di tutta la terra!

L’utilità del simbolo, sotto questo rispetto, è stata immensa nella
storia della civiltà. Uno dei fenomeni più strani della storia, una
forse delle più larghe sorgenti della infelicità umana, è la rapidità
immensamente più grande dell’evoluzione sociologica in confronto
alla evoluzione psichica: in pochi secoli una società può estendersi
e complicarsi immensamente, passare dalla condizione della Germania
descritta da Tacito alla condizione della Germania presente: ma nello
stesso tempo la media dell’intelligenza non cresce con eguale velocità;
resta spesso anzi stazionaria o non si perfeziona che con estrema
tardezza. L’uomo, come individuo, resta quasi sempre indietro all’uomo
come membro di una società. Ne segue che spesso l’uomo dovrebbe, per
trovarsi adattato interamente alle complesse condizioni sociali in
cui vive, esser capace di emozioni molto più complesse ed astratte di
quelle che egli possa sentire, dato il grado di evoluzione mentale;
il simbolo rimedia allora a questa impotenza, porgendo il mezzo di
sostituire alla emozione complessa una emozione più semplice, di cui
esso è il termine, e che nei bisogni della lotta per l’esistenza può
sostituirla con sufficiente utilità.

Questo vantaggio lo si nota già presso i selvaggi. Nel Dahomey, il
capo di una fattoria di Grand-Popo aveva spedito una imbarcazione
di mercanzie lungo il fiume, munendo il capo della piroga di quel
bastone, che, come vedemmo, rappresenta quasi il sigillo particolare
delle famiglie. L’imbarcazione fu depredata da una tribù rivierana:
del che l’agente della fattoria mosse lamento a una potente tribù,
che esercitava una specie di polizia sul territorio; e questa chiamò
allora a sè i delinquenti, i quali nel Consiglio dei vecchi affermarono
che un membro della loro tribù essendo stato offeso dal capo della
fattoria predecessore del querelante, essi si erano vendicati sulla
imbarcazione, ignorando il cambiamento avvenuto dell’agente. Il
Consiglio dei vecchi non potè allora che assolvere i rei e mostrare
all’agente il proprio rincrescimento per il malinteso; ma quando
l’agente, per consiglio di un negro, disse al Consiglio che gli
assalitori, oltre rubargli la roba, gli avevano rotto anche il bastone,
immensa fu l’indignazione nel Consiglio, che revocando immediatamente
la sentenza, condannò la tribù a restituire le cose rubate e di più
a raccogliere i frantumi del bastone e a riportarli solennemente
alla fattoria[157]. In questo caso l’emozione astratta e complessa
del rispetto alla proprietà altrui è sostituita dall’emozione assai
più semplice del rispetto all’oggetto materiale, che rappresenta gli
individui: è un arresto emotivo, per cui si ha già una relativa e
parziale osservanza dei doveri morali verso la proprietà altrui, quando
una osservanza intera e compiuta è ancora impossibile, dato il grado di
sviluppo psichico.

8. Vi è ancora un ultimo processo per cui l’uomo converte dei semplici
segni in oggetto di venerazione.

Per la legge del minimo sforzo, le idee, le emozioni che si compongono
di numerosi stati di coscienza associati, tendono a ridurre al minimo
queste associazioni; a mantenere solo quelli che sono assolutamente
necessari, lasciando perdersi gli altri, se una qualche causa non li
tiene in vita. Accade così che spesso col tempo si producono notevoli
mutamenti nelle idee e nei sentimenti dell’uomo. Un esempio classico
ci è dato dalla preghiera e in generale dalle pratiche religiose.
In origine le preghiere, le visite, i pellegrinaggi, ecc., ecc.,
non sono che i segni della soggezione, della riverenza dell’uomo
prima all’antenato, poi al Dio (almeno se si accetta la teoria dello
Spencer): sono segni di devozione, intesi come tali e il cui vero
significato è presente alla coscienza dell’uomo. Tanto è ciò vero
che si cerca allora di adattarli al carattere del Dio, studiando
quali parole e quali atti possano, dato il suo carattere, riuscirgli
più gradevoli: segno che si ha una nozione realistica del valore
della pratica religiosa. Col tempo invece la pratica religiosa è
un compiuto simbolo mistico, la preghiera e le altre formalità non
sono più il segno della devozione, ma il dovere religioso stesso;
nell’osservarle, anche senza saperne più lo scopo, sta tutto l’obbligo
del credente. È notissimo il fatto di credenti che pregano in lingue
sconosciute; del cattolico che prega in latino, dell’ebreo che adopera
nelle cerimonie religiose l’ebraico, senza spesso conoscerlo; dei
Romani che cantavano in certe feste i _carmina saliaria_, scritti
in un latino arcaico, che nemmeno i sacerdoti capivano più. Quale
fervente cattolico non crederebbe di peccare gravemente se trascurasse
la messa o il pellegrinaggio? eppure nessuno sa dire perchè tali
cerimonie debbano essere gradite a Dio. Quello che era un tempo il
segno di date disposizioni di animo, che si sapeva dovere essere
gradite al Dio, diventa un dovere di per sè, indipendentemente dal
suo significato; sale adunque all’importanza di simbolo mistico. Per
questo si potrebbe dire che le religioni primitive sono più spirituali
e meno formalistiche delle religioni civili. Tutte, o quasi, infatti
le questioni religiose che scoppiarono nel secolo XVI vertevano sulla
questione del rituale, se cioè si dovesse pregare con certe formole o
con certe altre, se si dovessero osservare certi riti; era insomma la
sola e intera preoccupazione del simbolo con cui doveva manifestarsi
il sentimento religioso, a totale oblio di questo. Così in Inghilterra
Edoardo VI fa redigere da una Commissione di teologi il libro delle
preghiere e lo promulga come obbligatorio per tutti i fedeli; Maria
la sanguinaria invece lo abolisce e in quattro anni manda al rogo 286
eretici, rei di aver pregato in forma diversa da quella voluta dalla
regina; Elisabetta poi ridisfa l’opera della sorella, sinchè nel 1559
l’atto di uniformità ristabilisce il libro delle preghiere comuni.

Questo apparente regresso si spiega con quella legge di riduzione
al minimo delle associazioni mentali. Dicemmo che in origine la
pratica religiosa è intesa nel suo senso realistico: allora dunque
sono presenti e associati alla coscienza umana tre distinti stati
di coscienza: i sentimenti di devozione al Dio, il desiderio di
manifestarglieli con quelle date pratiche, e l’idea delle _ragioni_
per cui queste pratiche sono gradite al Dio. Di questi tre stati di
coscienza, l’ultimo a poco a poco si oblitera dall’associazione perchè
nessuna utilità o nessun bisogno lo mantiene in vita. Difatti quando
si tratta di voler propiziarsi una persona viva, è importantissimo
avere presenti le ragioni per cui un dato atto o preghiera gli
saranno graditi o sgraditi, perchè bisogna adattare la preghiera
al carattere dell’individuo, o alle sue disposizioni del momento,
se si vuole riuscire. Ma, trattandosi di antenati morti, di Dei, di
oggetti naturali, questa coscienza sempre viva delle ragioni per cui
il dato atto o parola è gradita non è più necessaria, non c’è infatti
bisogno di cambiare continuamente il modo di propiziazione secondo
il carattere, o le disposizioni momentanee del pregato, perchè il
morto non si vede, e l’oggetto naturale non ha espressione cangiante;
basta quindi continuamente ripeterla nella stessa forma. Quindi a
poco a poco col tempo quella idea, che nel periodo della formazione
mitologica era necessaria, in seguito diventata inutile si ecclissa
e sparisce, finchè di generazione in generazione non rimangono più
nella coscienza strettamente associate che il desiderio di propiziarsi
il Dio e l’idea che dati atti e parole gli sono graditi: le ragioni
per cui gli sono graditi, nessuno sa e nessuno cerca di sapere perchè
ciò non è affatto necessario, non essendoci mai bisogno di mutarli,
come abbisognerebbe invece se si trattasse di persone vive. In questo
caso per un arresto che è nel tempo stesso ideativo ed emotivo e che
chiameremo _ideo-emotivo_ il segno della propria venerazione verso gli
Dei, diventa esso l’oggetto d’una venerazione particolare.

Così si spiega anche l’enorme conservatorismo di tutte queste formalità
religiose, conservatorismo così tenace che noi vediamo l’ebreo
servirsi ancora di strumenti dell’età della pietra, il cattolico
usare una lingua morta da più che dieci secoli. L’uomo è naturalmente
conservatore e non muta le sue idee, le sue abitudini se non quando
un estremo bisogno lo urga, cioè se non quando queste idee e queste
abitudini non siano più in correlazione colle condizioni della vita
e gli producano danni invece che benefici. Ma questo inadattamento,
unica causa di mutamento, nelle pratiche religiose non può avvenire
specialmente dopo che la coscienza delle ragioni delle pratiche
stesse si è spenta: giacchè se si sapesse perchè quelle pratiche sono
gradite a Dio, si muterebbero continuamente secondo che l’idea di Dio
si perfeziona e si modifica; ma siccome l’osservanza della pratica
è basata sopra un’associazione di idee abituali, insinuata in ogni
individuo fin dai primi anni, che non corrisponde a condizioni mutevoli
di cose, quest’associazione d’idee non può essere mai modificata;
quindi nemmeno la pratica non può trasformarsi mai.

9. Un nuovo aspetto più particolare di questo stesso fenomeno vogliamo
ancora osservare. L’arresto _ideo-emotivo_ non è talora l’effetto
di una lenta riduzione al _minimum_, che avviene di generazione in
generazione in una complessa associazione mentale: talora si fa durante
la vita di un uomo, ed è prodotta da una professione per rispetto a una
certa serie d’idee e di sentimenti.

È il caso dei _burocratici_ nelle grandi amministrazioni dello Stato
e dei Comuni. È noto come uno dei vizi capitali di questa peste delle
società invecchiate sia l’applicazione bestialmente letterale dei
regolamenti che sono dati loro per guida, debba questa applicazione,
fatta senza riguardi alle particolari contingenze di ogni caso che
si presenta, condurre a risultati dannosi, dispendiosi, assurdi,
ridicoli. La lettera del regolamento, non dovrebbe essere se non il
_segno approssimativo_ della volontà del legislatore, che non può
dare che una norma generica, essendogli impossibile tutto prevedere, e
sulla cui traccia l’impiegato dovrebbe sbrigar bene e giudiziosamente
gli affari, mettendoci del suo pensiero quanto basta per interpretare
questa volontà in rapporto ai casi speciali: la lettera, invece, del
regolamento diventa la regola, la verità, l’assennatezza stessa; non
si fa che applicarla, cavandone, con un rapido ragionamento puramente
logico, le conseguenze, senza alcun altro riguardo. Non così accade
dell’impiegato di case private, che se interpreta ed applica male gli
ordini generici del padrone, deve pagare, in un modo o in un altro,
del suo: costui non è mai vittima di questa fascinazione operata dalla
lettera delle disposizioni regolamentari.

Perchè? Nel primo caso abbiamo un arresto _ideo-emotivo_. Per applicare
intelligentemente una disposizione generale di legge a dei casi
particolari, è necessario un lavoro mentale abbastanza complesso:
bisogna rappresentarsi lo scopo ultimo delle disposizioni, i casi più
frequenti per cui è stata redatta, le contraddizioni con lo scopo, a
cui si giungerebbe applicandola letteralmente al caso particolare,
i temperamenti e le modificazioni da apportarsi nell’applicazione.
All’idea del fatto speciale bisogna adunque associarne molte altre,
per cavarne la conclusione, che regolerà la condotta dell’impiegato.
Tutte queste associazioni di idee, sempre rinnovate a ogni nuovo
caso, costano fatica: quale interesse ha l’impiegato di una grande
amministrazione di compierla? Quando egli abbia sbrigato i suoi
affari con intelligenza, il suo guadagno alla fine della sera è lo
stesso: quando abbia fatto errori, nessuno si curerà di farglieli
pagare. A poco a poco l’individuo si avvezza al processo mentale più
rapido dell’applicazione letterale, perchè è quello che implica minor
numero di altre associazioni mentali concomitanti: e dopo un po’ di
tempo questo processo è diventato così abituale, che l’impiegato è
assolutamente incapace di mutarlo, ha perduto la nozione dello scopo
a cui deve tendere l’opera sua; non sente più l’ingiustizia e la
mostruosità dei suoi errori; la sua intelligenza e i suoi sentimenti
di soddisfazione e di dovere compiuto si arrestano alla letterale
applicazione della legge, esclusa ogni idea di scopi più vasti e ogni
sentimento di più alto dovere.

Non così accade dell’impiegato dipendente da un privato, perchè in lui
il pungolo dell’interesse tien vive e deste in maggior numero che sia
possibile quelle concomitanti associazioni mentali, per cui la lettera
di un ordine non s’innalza dal grado di segno approssimativo, al grado
di verità e convenienza assoluta, al grado cioè di simbolo mistico.

10. Lo studio di questi curiosi fenomeni del simbolismo, mentre allarga
le nostre cognizioni sull’immensa importanza che hanno avuto i simboli
nella evoluzione umana, ci permette da un altro lato di calcolare
alcuni svantaggi della civiltà. A dispetto degli inni ottimisti in
onore, e delle elegie pessimiste in vituperio della civiltà, la scienza
non ha ancor drizzato un bilancio rigoroso, in cui si paragonino tra
loro i danni e i vantaggi del progresso; una statistica delle perdite
subite e degli acquisti fatti, da cui si ricavi quanto l’umanità civile
ha realmente guadagnato dopo tanti secoli di battaglie e di lavoro:
e quindi gli inni come le elegie non possono essere che l’espressione
di un sentimento particolare, che non ha per origine un’osservazione
coscienziosa dei fatti. La teoria del simbolo indica una di queste
perdite, perchè l’arresto _ideo-emotivo_ per cui il simbolo e
la pratica religiosa si convertono in oggetto di adorazione e di
venerazione, si fa assai più spesso nei popoli civili che nei selvaggi.
Tra questi la religione è spesso, come dicemmo, più cosciente, più
realistica e in un certo senso più spirituale che in molti popoli
civili: sia perchè la religione si trova allora nel suo periodo delle
origini, e tutte le formazioni, dalle chimiche alle sociologiche,
allo stato nascente sono più attive, sia perchè allora nei sentimenti
religiosi si concentra il massimo dell’attività psichica, certo è
che i selvaggi hanno cognizione dello scopo delle pratiche religiose,
e a modo loro, come possono, ma coscientemente, adorano Dio. Con la
civiltà, le preoccupazioni dello spirito umano diventano più numerose e
quindi tra esse la religione occupa un posto minore; di più il processo
normale dell’arresto _ideo-emotivo_ entra in azione, e a poco a poco la
religione diventa formalistica, consuetudinaria, quasi incosciente; e
per ciò anche estremamente conservatrice.

Se però queste decadenze del simbolo nella civiltà si restringessero
ai riti religiosi, il danno non sarebbe poi straordinario: ma un’altra
e più grave ne noteremo nel diritto. Evidente riprova che un progresso
assoluto non esiste; che ogni progresso è più o meno compensato da
concomitanti regressi, e che il vero indice dell’evoluzione è dato
dalla differenza tra i progressi e i regressi. Superiori per certi lati
infinitamente ai popoli selvaggi, per certi altri aspetti noi stiamo
loro al disotto.




CAPITOLO VII.

Atavismo e patologia del simbolo.


1. Vedemmo come molti simboli che sembrano adesso così strani e
incomprensibili, non sono che sistemi di segni per fissare e comunicare
le idee, quali ne usiamo anche noi, ma solo in forma più primitiva.
Una nuova conferma della teoria ci è data dal fatto che quei simboli
ritornano anche oggi, per il continuo ripullulare degli atavismi, in
certi individui e in certe classi sociali.

2. La pictografia, ad es. cioè il sistema primitivo della scrittura,
ritorna nei criminali, che tanto hanno di atavico nel loro carattere.
Essi esprimono in certi momenti il loro pensiero con la figura,
come hanno dimostrato specialmente que’ Palimsesti del carcere così
genialmente raccolti dal Lombroso. Uno per manifestare il proposito
di suicidarsi, disegna rozzamente un uomo appiccato alle sbarre
del carcere. Un altro, complice in una grassazione, ricama sopra
un panciotto una scena che doveva essere secondo lui una difesa
pictografica, perchè con essa pretendeva di essere assolto: un terzo
figurava il complice che ruba l’orologio, il derubato che fugge e
sè stesso che non ha se non la catena; in alto disegna gli stivali
come firma professionale del suo mestiere. C. L. sopra un vaso incide
rozzamente un grassatore, forse lui stesso, che svaligia un passeggero
dopo avergli pranzato assieme; e l’arresto del reo, mentre passeggia
con la valigia. Troppmann, come è noto, fece un disegno in cui
rappresentava il suo delitto, sebbene egli fosse letterato e poeta. In
un altro vaso un gobbo fa la storia dei suoi amori con due donne che
ingravida e che risentitesene ricorrono al tribunale.

Anche il tatuaggio è quasi sempre pictografico: sono o figure reali
di oggetti o di una loro parte o figure ricavate da metafore in uso
nel linguaggio, che riportano qualche idea a un oggetto materiale; o
figure che per associazione ricordano un dato oggetto o persona. Così
un criminale che si era tatuato la propria storia sul corpo, ricordò
l’amante disegnando un cuore; le guardie e i propositi di vendetta
contro di esse con un elmo; un amico abile suonatore di chitarra con
un liuto; la nave su cui fece naufragio con un’ancora; il suo trapasso
dall’esercito dei delinquenti in quello della polizia con una corona
reale, segno del potere politico. Un altro porta sul braccio destro,
2 colombe, emblema di amor puro (figure ricavate da metafore del
linguaggio) — una sirena — le iniziali del suo nome e di quello del suo
amante — un selvaggio, ricordo del suo soggiorno in Africa — una donna,
vestita da saltimbanco, con una colomba nella mano destra, ricordo
della sua terza amante — le insegne del suo mestiere di fabbro — un
tabernacolo: sul braccio sinistro, due lottatori, ricordo del tempo in
cui fu saltimbanco — la testa di uno zuavo (ricordo della legione).

Questa tendenza è indubbiamente atavica e costituisce un ritorno a
sistemi di segni perduti, che è forse favorito da alcuni caratteri
speciali dei criminali. In costoro le passioni sono violente e perciò
la parola è uno strumento troppo astratto perchè renda l’intensità
dei sentimenti e delle idee eccitate da coteste passioni. Di più,
siccome i criminali sono gente fuori della società, le cui passioni ed
idee sono per dir così sempre solitarie e non possono trovare accordo
e simpatia con le idee e sentimenti altrui, anche il mezzo con cui
esprimono questo stato di anima deve essere speciale, non quello che
serve a esprimere le idee comuni di tutti gli altri. La pictografia è
spesso una specie di crittografia del criminale con se stesso; un modo
con cui egli fissa le idee e i ricordi suoi, che altri non possono
e non debbono conoscere, che egli tiene tutte per sè in una maniera
conosciuta da lui solo. Così uno che portava tatuato sul braccio un
gruppo di Salomone, una sirena e una croce, spiegava il tatuaggio
così: L’uno lo tengo per ricordarmi quando fui nel 1879 carcerato per
assassinio in Egitto; la sirena con un’ancora, per ricordarmi che fui
condannato a 3 anni di carcere a Costantinopoli; la croce feci per non
tornare in carcere, ma inutilmente. E un camorrista per riattizzare in
sè il sentimento della vendetta contro una amante che l’aveva tradito,
si disegnò un limone (simbolo dell’amore sventurato, dolce dapprima e
agro poi) e una sigla V T = vendetta.

Si noti qui poi la legge dell’inerzia mentale: il tatuaggio è
l’artificio con cui la violenta passione previene in anticipazione il
pericolo della sua rapida estinzione; perchè il segno tatuato non è
che la sensazione che risusciterà in avvenire in sentimenti languenti,
essendo stata con essi associata al momento del disegno. Quindi il
tatuaggio è l’effetto anche per questo rispetto delle passioni violente
e deve essere estremamente dinamogeno, disegno cioè e non scrittura.
L’uomo medio invece, che poco o nulla ha da ricordare, non ha bisogno
di questo artificioso sistema di segni, che gli riporti continuamente
sotto gli occhi i ricordi che fuggono rapidi nel passato.

3. Curioso è poi che nel mondo dei delinquenti troviamo anche il
simbolo giuridico, in quella forma atavica che notammo nel diritto
primitivo, e ciò specialmente nelle associazioni di malfattori, che
hanno anch’esse, com’è noto, i loro ordinamenti sociali. Gli Chauffeurs
francesi (celebri bande di briganti della fine del secolo scorso
e del principio del presente) avevano una cerimonia mimica, per la
celebrazione del matrimonio: i due sposi andavano innanzi alla banda
radunata; nel mezzo c’era una corda tesa ad una certa altezza. Il
capo domandava allo sposo: _Straccione, vuoi tu la stracciona?_ Sulla
risposta affermativa, aggiungeva: _E allora salta_. Lo sposo saltava la
corda; egual domanda ed eguale comando eran fatti alla sposa: dopo, i
due erano maritati. Anche qui noi non abbiamo altro che un sistema di
documentazione più rozzo: per fissare nella opinione pubblica l’idea
del matrimonio contratto, si facevano assistere i banditi ad una scena,
che ne risvegliava per associazione l’idea. La scena, così come era
immaginata, ha un po’ del selvaggio e dello strano: e può essere stata
suggerita dalla vita di azione, di ginnastica e di movimento in aperta
campagna, che debbono per forza fare le bande di briganti.

Analoga a questa è la cerimonia di introduzione della camorra, che
è relativamente agli scopi della società un atto giuridico, perchè è
la conclusione del patto d’associazione tra i vecchi camorristi e il
nuovo.

«Riunita la Società — scrive un accurato storico della camorra,
l’Alongi — il padrino del neofita, gli fa le ultime raccomandazioni:
— Sei ancora in tempo di ritirarti; bada a quello che fai. Per essere
dei nostri bisogna avere umiltà e sangue freddo, sapere con belle
maniere convincere le persone a dare quello che si vuole, non mostrar
superbia, non riscaldarsi, anzi chiudere un occhio su certi piccoli
inconvenienti. — E poichè quello si mostra pronto a tutto, ne avverte
la società, già riunita.

Il capo sta in mezzo con a destra il _contaiuolo_ (se c’è), e quindi
il _primo voto_ (socio anziano) continuando in circolo per ordine di
anzianità, in guisa che l’ultimo ammesso stia alla sinistra del capo.
Tutti stanno immobili con le braccia al sen conserte, ed è vietato
fumare, essere armati, e perfino sputare dentro il circolo.

Il capo (facendo un inchino). Buon giorno a _Signori_ e Società
riformata (riunita). Sapete, fratelli, perchè si è riunita oggi la
Società? Con permesso del contaiuolo, del primo voto e del rimanente
della Società si deve battezzare un giovane che vuol essere nostro
compagno.

_Primo voto._ — (Chi è stu tale?) Come si chiama?

_Capo._ — Tal dei tali, lo conoscete, credete che sia un buon giovane?

(Uno alla volta rispondono naturalmente sì, perchè i precedenti del
neofita sono noti).

_Capo_ (al socio di sinistra o ultimo voto). — Distaccatevi e
chiamatelo.

_Ultimo voto_ (tornando coll’aspirante). — Buon giorno, la Società è
oggi riunita per voi, entrate con tutte le regole di società.

_Neofita_ (a capo scoperto ed a tre passi di distanza). — C’è permesso?

Nessuno risponde per tre volle.

_Neofita._ — V’impongo sul titolo d’umiltà: c’è permesso?

_Capo._ — Entrate con tutte le regole di società.

_Neofita._ — Fatemi grazia, la Società fa capo in trino o capo in testa?

_Capo._ — Abbiamo due _picciotti_ alla testa.

_Neofita._ — Riverisco i due picciotti di testa, il capo e tutta la
Società.

_Capo._ — Copritevi.

_Neofita._ — Non basto a ringraziare i due picciotti, il capo e tutta
la Società.

_Capo._ — Avete disturbata la Società per vostra causa, che desiderate?

_Neofita._ — Questa mattina mi sono alzato di bell’anima e di bello
core e mi son messo a rapporto col giovinotto onorato di giornata
per vedere se c’è un posto da occupare, se no torno a fare quello che
facevo prima.

_Capo._ — Sapete voi che ci vuole per fare il giovinotto onorato?
Passerete guai sopra guai; dovrete obbedire a tutti gli ordini dei
picciotti e dei proprietari e portare loro utile e guadagno.

_Neofita._ — Se non volevo passare guai non avrei incomodata la Società.

_Capo._ — Va bene, distaccatevi (ai rimasti). Come vi sembra possiamo
passare ad una votazione?

All’affermativa fa chiamare il neofita che entra col cerimoniale
primitivo.

_Capo._ — La Società vi crede meritevole di occupare un posto.
Desiderate altro?

_Neofita._ — Non basto a ringraziare ecc., non bramo altro che un bacio
da sinistra a destra.

_Capo._ — Fate i vostri doveri.

Il neofita bacia la mano ai due picciotti, e la bocca agli altri
cominciando dal meno anziano; giunto al capo lo bacia due volte.

_Capo._ — Avete dato un bacio a tutti; perchè a me ne deste due? Son
forse più bello degli altri?

_Neofita._ — Ve ne ho dati due perchè portate due votazioni: una
da sinistra a destra e una da destra a sinistra, e perchè siete
specificatore e dichiaratore d’ogni cosa (giudice).

_Capo._ — Desiderate altro?

_Neofita._ — Bramerei sapere se vi sono compagni piantati o puniti per
pregare la Società di graziarli. E poi vorrei conoscere i patti.

_Capo._ — Le grazie saranno accordate come è di regola; i patti
sono questi: 1º Non andare cantando o facendo chiassi per la via; 2º
Rispettare i picciotti e qualunque disposizione essi diano; 3º Obbedire
pure i camorristi e fare le commissioni loro.

Dopo di che il capo mette fuori un mazzo di carte e i giovanotti
simulano una _giocata_; il nuovo ammesso riconosce che è di bacio
e non di _divisione_, cioè che ha con la Società sole relazioni di
solidarietà morale, senza diritto ai guadagni, e paga una regalia in
denaro, se in carcere, in una divertita, se in libertà o alle isole,
per ringraziare della sua ammissione e festeggiarla[158].

A parte il simbolismo speciale di vari fra i numerosi atti descritti
più sopra, che in chi sa quali accidentali associazioni di idee
hanno avuto origine, il simbolismo complesso di tutta la cerimonia è
evidente. Noi uomini civili e progrediti, quando vogliamo far conoscere
a chi vuole entrare membro di una associazione i suoi diritti e
doveri, gli diamo gli statuti stampati: egli leggendo ricava l’idea
dei suoi impegni e la fissa bene nella sua memoria; accettando poi di
entrare, accetta tacitamente anche le prescrizioni e gli obblighi.
Ma una società criminale non può essere che una forma inferiore di
società, con struttura e funzioni primordiali; quindi questa formalità
dell’accettazione che in noi ha assunte forme così astratte, resta
in forme più sensibili e rozze; invece di dare uno statuto scritto,
si ricordano con una serie di discorsi e di atti i doveri a cui si
sobbarca l’iniziato. Tanto più poi che, come nei cervelli rozzi o
almeno parzialmente meno sviluppati, la figura risveglia l’idea più
potentemente che la parola scritta, così gli atteggiamenti complicati
di superiorità in chi accetta, di inferiorità in chi è accettato come
novizio, l’aspetto dell’assemblea muta, a braccia conserte, imprimono
nella psiche dell’iniziato il sentimento e l’idea dei suoi doveri
di soggezione, negli iniziatori quello del diritto di supremazia più
fortemente, che non lo farebbe un’arida scrittura su cui si dicesse che
tali e tali altri sono i doveri del neofita. Una simile scrittura non
potrebbe risvegliare che una pallida idea: mentre gli atteggiamenti
esteriori della rimessione risvegliano proprio il sentimento
dell’inferiorità per la legge di associazione tra gli stati psichici e
la loro espressione.

4. Analogo è l’atavismo del simbolo nei pazzi. Per la corrispondenza
tra lo stato della ideazione e il sistema dei segni, come nel criminale
a uno stato in parte rozzo di idee corrisponde uno stato primitivo di
segni; nel pazzo a una condizione delirante della mente corrisponde
un sistema, per dir così, delirante di segni. È per questo che i
pazzi raramente usano i segni ordinari della scrittura; e spesso non
si contentano nemmeno, come i criminali, della figura, ma inventano
segni particolari, che mescolano poi alle figure, alle parole, e
queste sovente alterate. Così un certo Ga... un malato di delirio
di grandezza, di cui parla il Lombroso, che scriveva continuamente
lettere, ordini, cambiali, ora al sole, ora alla morte, ora alle
autorità civili e militari, usava un suo sistema particolare di simboli
grafici, che consisteva specialmente in grosse lettere maiuscole, a
cui di tratto in tratto erano frammischiati segni e figure indicanti
le persone e le cose; le parole erano poi separate da uno o due grossi
punti e d’ogni parola non erano tracciate che poche lettere, quasi
sempre le sole consonanti.

Ma il più curioso esemplare di questo complesso e delirante simbolismo
che corrisponde a uno stato delirante delle idee, è l’intaglio eseguito
da un pazzo affetto di delirio sistematizzato, di cui il Morselli
diede un’esatta descrizione[159]. Questa statuetta porta in testa una
specie di trofeo ed ha poi addosso oppure vicino oggetti intagliati
ognuno dei quali è espressione emblematica delle idee deliranti del
Z. Ad esempio vi esiste il _calamaio_ con cui egli si farà forte
contro i tiranni; l’_uniforme_ che veste è quello portato da lui nelle
guerre dell’indipendenza; le _ali_ ricordano il fatto che quando cadde
in pazzia, vendeva sulla Piazza di Porto Recanati i proprii lavori,
tra cui alcuni angeli intagliati, a un soldo l’uno: _l’elmo con la
lanterna alla visiera_ è l’emblema dei carabinieri che lo condussero al
manicomio; _il sigaro messo di traverso_ rappresenta il disdegno contro
i re ed i tiranni; _l’attitudine della gamba_ ricorda la frattura che
egli si fece precipitandosi dall’alto.

Ma il più notevole è il _trofeo_ posto sulla testa della statuetta; che
è l’espressione grafica di questa canzonetta:

    Un veleno ho preparato.
    Due pugnali tengo in seno:
    Questo viver disgraziato
    Finirà una volta almeno?
      T’amerò sino alla tomba
      E anche morto t’amerò.
    La campana lamentosa
    Sonerà la morte mia;
    Ed allor tu udrai curiosa
    Quella funebre armonia.
      T’amerò ecc. ecc.
    Una lunga e mesta croce
    Nella via vedrai passar;
    Ed un prete sulla forca
    _Miserere_ recitar.
      T’amerò ecc. ecc.

Ciascuna parte della canzonetta ha nel trofeo un simbolo; così
della prima strofa la parola _veleno_ è rappresentata dalla coppa;
i _due pugnali_ non mancano; _il finir della vita e la tomba_
sono rappresentati da una specie di sarcofago o cassetta chiusa;
l’_amore_ dai mazzetti di fiori. Della seconda strofa la _campana_ è
rappresentata tal quale; la _funebre armonia_ da due trombe incrociate
in basso. La _croce_ della terza e il _prete_ (o cappello da prete)
della quarta completano il quadro a cui non manca che la _forca_
sostituita da una forchetta. Si veda dunque quale aggrovigliamento nel
simbolo, in perfetta analogia con l’aggrovigliamento del delirio.

Questi fatti sono tutti importanti perchè ci dimostrano indirettamente
la verità della spiegazione data più su dei simboli giuridici,
facendo vedere come i sistemi di segni variano con il variare delle
condizioni mentali e quindi delle idee, che debbono esprimere. Se
questi arabescati simboli dei pazzi non sono che l’equivalente delle
nostre scritture, quali sono capaci ad esprimere una condizione
d’idee delirante; anche il simbolo giuridico primitivo deve essere
l’equivalente delle nostre formalità giuridiche, quale ci voleva e si
poteva creare ad esprimere un complesso di idee molto più semplici sui
negozi giuridici.

5. V’è un altro fenomeno della patologia dello spirito, che è
importante esaminare nello studio del simbolo, perchè ci mostra,
riconfermata dalla patologia, una legge normale della psiche umana, con
una di quelle reciproche dimostrazioni dalla patologia alla fisiologia,
che specialmente nelle scienze biologiche hanno gettato tanta luce
sui più oscuri fenomeni dell’organismo umano. Noi vedemmo che uno dei
processi di formazione del simbolo è quello di prendere la parte per
il tutto, facendola segno o simbolo del tutto; e come questo processo
non sia per nulla intenzionale, ma basato sopra la naturale riduzione
delle sensazioni, delle immagini, dei sentimenti troppo complessi. Una
conferma di questa legge ci viene da alcune forme morbose d’amore, in
cui questa riduzione è spinta così all’estremo che la parte sostituisce
il tutto; e che perciò ci mostrano confermata la legge generale, come
molte altre malattie, che non sono se non una tendenza normale troppo
esagerata.

Già dicemmo che anche nell’amore normale esiste un vero processo di
riduzione; perchè sempre è un qualche pregio particolare della donna
che domina e sormonta sugli altri nell’ammirazione dell’innamorato.
Ma in tal caso questa ammirazione particolare non è per dir così che
un elemento dell’amore; è solo l’eccitatore più forte del desiderio
dell’amplesso. In altri casi invece essa assorbisce tutto e diventa per
dir così tutto l’amore.

In una civiltà in cui la donna non mostra nude più che la faccia e le
mani, gli eccitamenti sessuali all’uomo anche sano devono irradiare in
gran numero dall’abito, che coprendo e spesso alterando la bellezza
del corpo, viene ad essere più importante anche di questa. Montaigne
osservava, parlando dell’amore: «Certes, les perles, et les brocardes,
y confèrent quelque chose, et les filtres, et le train». Rousseau
confessa che le modiste, le domestiche, le piccole venditrici non
lo tentavano; gli ci volevano le signore: «Ce n’est pourtant pas du
tout la vanité de l’état ou du rang qui m’attire, c’est la volupté;
c’est un teint mieux conservé... une robe plus fine et mieux faite,
une chaussure plus mignonne, des rubans, de la dentelle, des cheveux
mieux ajustés. Je préfererai toujours la moins jolie ayant plus de tous
cela».

Ma in alcuni malati questa riduzione dello stimolo si spinge così
oltre, che l’oggetto di vestiario si sostituisce nei loro desideri
alla donna stessa. Ve ne sono di quelli che rubano i fazzoletti delle
signore per le vie, e provano il più intenso dei piaceri sessuali
a masturbarsi con quelli. Ve ne sono altri che invece sono eccitati
dagli stivaletti. Uno cercava di veder i chiodi delle scarpe femminili;
esaminava con cura sulla neve o sulla terra umida le traccie dei loro
passi; ascoltava il rumore che facevano sul selciato, e trovava un
ardente piacere erotico a ripetere alcune parole destinate a ravvivare
l’immagine di questi oggetti e a congiungerla con l’immagine della
donna, per es., la frase: «ferrare una donna» e a masturbarsi innanzi
alle vetrine dei calzolai. Un altro amante degli stivaletti, diceva:
«Bisogna che siano stivaletti o scarpette di cuoio, possibilmente nero,
e con i tacchi altissimi, insomma stivaletti e scarpine elegantissime:
la forma che fin da bambino mi piaceva di più sono gli stivaletti alti
da abbottonarsi ai lati ed elegantissimi».

In altri invece il particolare assorbente è una di quelle parti del
corpo, che il nostro pudore a oltranza lascia ancora scoperte. Un uomo
non era eccitato che dagli occhi delle donne; avendone trovata una con
occhi grandissimi, voleva sposarla. Un altro era eccitato dalle mani,
e ancor più dalle mani adorne di gioielli (eccitazione dell’oggetto di
ornamento aggiunto a quello dell’organo); però la riduzione non era
ancora riuscita a un isolamento compiuto, perchè una bella mano e un
brutto viso gli facevano male. Vi sono poi gli amanti dei riccioli,
delle ciocche di capelli: «Certi individui, scrive il Macé, si cacciano
nella folla dei grandi magazzini di novità, si avvicinano alle donne e
alle ragazze, i cui capelli ricadono sulle spalle e con delle forbici
ne tagliano delle ciocche. Uno di costoro diceva: «Per me la ragazza
non esiste, sono i suoi capelli che mi attirano».

Non in tutti i malati, l’aberrazione raggiunge intensità eguale: in
alcuni il particolare, pure dominando con straordinaria potenza, non è
ancora divenuto la condizione _sine qua non_ dell’eccitamento erotico;
in altri invece sì, e la più splendida, la più giovane donna li
lascierebbe freddi, se non avesse quella qualità o quell’oggetto da cui
solo sono ormai suscettibili di essere eccitati.

Certo si tratta qui di malati, ma la straordinaria intensità del
fenomeno ci mostra come sia profonda la tendenza della psiche umana a
ridurre le sensazioni, le immagini, i sentimenti; a scambiare la parte
con il tutto; a concentrare tutta la sua energia sul particolare, che
riesce così più potente nella sua azione. Certo nei processi normali
di riduzione, da cui esce il simbolo, questo assorbimento che fa il
particolare di tutta la cosa in sè stesso, non è così intenso come in
questi casi morbosi, appunto perchè questi sono una esagerazione. Ma
in ogni modo i fenomeni del simbolismo per riduzione e questi fenomeni
della patologia mentale si illuminano a vicenda.




PARTE II:

APPLICAZIONI PSICO-SOCIOLOGICHE.




CAPITOLO UNICO.

Il simbolismo nel diritto moderno.


Questo studio di alcuni fra i più importanti fenomeni del simbolismo,
non può essere privo di applicazioni pratiche, se è vero che ai
traviamenti del simbolo si connettono molti e dolorosi traviamenti
della condotta umana. Lo studio fatto più sopra sui simboli mistici
e sull’arresto ideativo ed emotivo che li produce, si è quasi tutto
raggirato su simboli che oggi sono estinti o che hanno perduta
gran parte della loro importanza; ma con questo non si cercò che
di agevolare la ricerca, perchè trattandosi di simboli già quasi
trapassati ed esaminati, per dir così, da lontano, più facile era
di vedere la confusione loro con la cosa che avrebbero dovuto
rappresentare: ciò però non toglie che i simboli mistici siano
numerosissimi anche oggi, sebbene noi, per la lunga abitudine di
considerarli come fatti normali, quasi non ce ne accorgiamo. La massima
parte delle idee giuridiche consacrate nei nostri Codici ed il modo
con cui sono applicate, quasi tutta insomma la giustizia, non è che
un gigantesco simbolo mistico, non è che l’effetto d’una dolorosa
confusione del segno con la cosa, sorgente di infiniti mali sociali e
sopratutto di questo massimo dei mali: di aver cioè una giustizia che
tormenta forse più che non benefichi.

Che la giustizia, quando non è addirittura inumana, sia spesso fallace,
fu detto da molti: ma quanti hanno cercato la ragione per cui uomini
spesso di intelligenza superiore, che hanno consumato la vita a
speculare le sottili differenze tra il torto e il diritto, dànno spesso
sentenze che urtano brutalmente il sentimento di giustizia, anche nella
gente più umile? Pochi o nessuno. Eppure anche se si volesse sostenere
che questi rozzi responsi del sentimento di giustizia dell’uomo
comune siano un prodotto inferiore rispetto alle alte meditazioni dei
giuristi, molto meglio sarebbe che in questa materia non si trascurasse
il bene per la ricerca del meglio: giacchè a che cosa serve una
giustizia superiore che scontenta coloro a cui deve essere applicata?
Ma del resto questa giustizia che deriva nelle opere giuridiche
dalla tradizione intellettuale del diritto romano e dalla tradizione
professionale della magistratura, è, come vedremo, tutt’altro che una
giustizia superiore. L’arresto ideo-emotivo ci spiegherà come e perchè
essa sia una giustizia inferiore.

Si noti anzitutto che il sentimento della giustizia è uno dei più
astratti e complessi di tutti: vale a dire che i processi mentali
con cui esso si esplica sono tra i più faticosi. «La complessità del
sentimento di giustizia, scrive lo Spencer, si fa manifesta allorchè
prendiamo ad osservare che esso non riguarda soltanto piaceri e dolori
concreti, ma principalmente invece alcune di quelle circostanze che
permettono di ottenere i piaceri e di prevenire od evitare i dolori.
Dappoichè il sentimento egoistico di giustizia si soddisfa col
mantenimento di quelle condizioni, che permettono di conseguire senza
impedimento le soddisfazioni, e s’irrita quando quelle condizioni
vengono disturbate, ne risulta che, per essere eccitato, il sentimento
altruistico di giustizia ha bisogno non solo delle idee di quelle
soddisfazioni, ma anche delle idee di quelle condizioni che in un
caso sono conservate e nell’altro disturbate o interrotte. È perciò
evidente che la potenza di rappresentazione mentale, per essere capace
di questo sentimento in forma sviluppata, dovrà essere relativamente
grande. Quando i sentimenti coi quali dovrà esservi simpatia saranno
semplici piaceri o dolori, potranno occasionalmente manifestarli gli
animali gregari più elevati; essi sentono ogni tanto, come le creature
umane, la pietà e la generosità. Ma il concepire simultaneamente, non
solamente i sentimenti che si producono in un altro, ma anche quel
complesso di atti e di relazioni compresi nella produzione di tali
sentimenti, presuppone un’accumulazione contemporanea di elementi
molteplici nel pensiero, ciò che una creatura inferiore è incapace di
fare»[160].

Ora noi troviamo che nella pratica è data al giudice, perchè più
facilmente trovi ed applichi la giustizia, una raccolta di disposizioni
generali sotto forma di codice, che sono l’ultimo frutto della lunga
esperienza e del lungo lavoro dei giureconsulti romani, salvo pochi
e minimi ritocchi. Di queste regole alcune hanno una ragione nel
ripetersi frequente o nel possibile verificarsi di certi casi a
cui provvedono: altre sono la deduzione di antiche idee giuridiche
appartenenti per la loro origine a un periodo di esperienza primitivo
e che non sono ammesse oggi se non per quella estrema venerazione che
si attacca a tutte le cose antiche. Ma siano vive ancora o avanzi
mummificati di idee passate, queste regole generali, per la loro
natura, non possono che riguardare i casi più frequenti e comuni di
una certa serie di questioni: i casi speciali, quelli cioè che non
rispecchiano che parzialmente la disposizione generale, e che si
presentano sempre assai numerosi, specialmente quando la vita sociale
si complica, non possono essere risolti con piena giustizia applicando
il principio generale, perchè contengono elementi parziali di fatto
che mutano più o meno profondamente i termini della questione e
quindi anche la soluzione, che non può più essere quella ammessa dalla
disposizione generale.

Ora che dovrebbe fare il giudice per decidere con giustizia i casi
numerosissimi che gli si presentano? Dovrebbe dare alle disposizioni
della legge quel valore che esse hanno realmente, considerarle
cioè come _il segno approssimativo ed imperfetto_ della volontà
del legislatore, sulla cui guida decidere, integrandole nei casi
particolari con il proprio sentimento di giustizia: giacchè per
divisioni e suddivisioni in cui si biforchi la regola generale,
si presenteranno sempre dei casi in cui il giudice, per esser
giusto, dovrà fare appello dalla autorità delle norme già stabilite
all’autorità della propria coscienza, interrogando il suo sentimento
di giustizia. Noi troviamo infatti che anche i giureconsulti romani
tenevano continuamente presente che il diritto scritto doveva essere
integrato da quello che essi chiamavano il _diritto naturale_ e
che non era se non l’espressione di quel sentimento di giustizia
che si ribellava contro l’applicazione di regole generali a casi
particolari, che non quadravano perfettamente. «Il diritto naturale,
scrive il Sumner Maine, era da essi inteso come un sistema che doveva
gradatamente assorbire le leggi civili, senza sostituirle sinchè non
erano abrogate... Il valore e l’utilità di questo concetto nasceva
dal tenere essi presente alla mente un tipo di diritto perfetto e
dall’ispirare la speranza di avvicinarvisi indefinitamente»[161].

Ma che accade invece? Un poco perchè la legge stessa vieta una
troppo ampia interpretazione, ma sopratutto per la tendenza umana
già così forte e favorita in questo caso dalle leggi, a ridurre
al minimo il numero delle associazioni mentali necessarie ad un
dato lavoro, prevale la interpretazione letterale, a scapito di
ogni considerazione di giustizia. Le disposizioni della legge, che
come dicemmo, non dovrebbero essere che il segno approssimativo e
imperfetto della volontà del legislatore, sulla cui traccia il giudice
dovrebbe spingersi per arrivare con le forze proprie alla giustizia,
diventano la giustizia stessa: applicarle, senz’altri riguardi, è
il dovere del magistrato. Per giudicare con giustizia il magistrato
dovrebbe dar libero corso, a ogni caso che gli si presenta, al suo
sentimento naturale di giustizia, cioè a quell’associazione di idee
e di sentimenti, di cui vedemmo poco fa la complessità: dovrebbe
confrontare il responso della sua coscienza con le applicazioni usuali
e più frequenti del principio generale della legge; e ove discordino,
cercare le ragioni del disaccordo e penetrando nello spirito del
principio, associando l’idea del caso più frequente per cui fu fatta e
le differenze del caso presente, modificarne l’applicazione a seconda
del proprio sentimento di giustizia. Tutto questo è un lavoro assai
faticoso, complicato e per di più diverso per ogni caso singolo:
molto più semplice è applicare le disposizioni generali cavandone
le conseguenze logiche, senza altre considerazioni e associazioni
concomitanti di idee o di sentimenti, perchè in tal caso non v’è da
seguire che una catena più o meno lunga di ragionamenti. Per un poco
che la mente continui in questo esercizio, l’arresto ideo-emotivo si
produce rapidamente; il pensiero si avvezza a considerare soltanto i
puri rapporti tra il caso speciale e il principio generale, per trovar
modo di applicare questo, senza che le associazioni collaterali di
altre idee si formino; il sentimento alto e complesso della giustizia
si riduce a un sentimento di soddisfazione per l’applicazione logica
intera e compiuta del principio generale quando possa farsi, escludendo
da questa la rappresentazione del torto fatto alla vittima e l’idea
delle ragioni per le quali è stato arrecato questo torto. Le sentenze
più ingiuste e nello stesso tempo più giuridiche, sono create con
questo sistema, per cui la lettera della legge, che non dovrebbe essere
che un _segno approssimativo_, diventa la giustizia stessa, cioè un
simbolo mistico.

Esamineremo, per dimostrar meglio il fenomeno, alcune sentenze su
casi speciali. L’art. 1228 del Codice Civile sancisce, in materia di
danni da pagarsi per una obbligazione non adempiuta, che il debitore
non sia tenuto se non ai danni che sono stati preveduti o che si
potevano prevedere al tempo del contratto: disposizione in teoria
giusta, perchè vuole impedire gli illegittimi lucri che il danneggiato
potrebbe realizzare prevalendosi, ad es., di impreveduti rialzi nel
valore della cosa che il debitore doveva prestargli. Così, per es.,
se A pattuisce di dare a B per un certo giorno una data quantità
di merce e non mantiene l’obbligazione, e dopo pochi giorni dal
non adempiuto contratto, questo genere di merce, per un accidente
qualunque, decupla il suo valore, sarebbe ingiusto che A fosse tenuto
a pagare a B, come danno, questo valore dieci volte raddoppiato per
la ragione che B, avendo in mano la merce, avrebbe potuto venderla:
è questo un principio che il sentimento di giustizia approva, perchè
non applicandolo si potrebbe andare a conseguenze enormi. Tale è il
principio generale giustissimo, che però nelle applicazioni si falsa.
Una Ditta di Milano fa un contratto con una Ditta tedesca per avere da
questa, entro un dato termine, una provvista di _poutrelles_ in ferro:
la Ditta tedesca non mantiene l’impegno e la Ditta di Milano, che si
era con altro contratto impegnata di fornire ad un’altra Casa quelle
_poutrelles_, deve pagare a questa una penale di 450 lire. Intenta lite
allora alla Casa tedesca per avere la rifusione dei danni, e domanda
di poter provare con la prova testimoniale che essa dovè pagare le
450 lire di penale, per ottenerne il rimborso: ma la Ditta tedesca si
oppone, sostenendo la irrilevanza della prova medesima e basandosi per
questo sull’articolo 1228, poichè si trattava, diceva l’avvocato, d’un
danno che essa non poteva aver preveduto, non essendo stata avvisata
dalla Ditta italiana di questo contratto ulteriore e della penale
stabilita, ed essendo impossibile che essa prevedesse una così speciale
eventualità di danno. Il Tribunale aveva questa volta giudicato con
giustizia, sostenendo che la «legge non esige che siano preveduti o che
si possano prevedere singoli casi, ma solo vuole che le parti siano in
caso di poter desumere che dal loro inadempimento possa scaturire un
pregiudizio agli interessi dell’altro contraente: sono le remote ed
accidentali verificazioni che non si possono prevedere, e non quelle
che procedono per l’ordine naturale delle cose, che sono conseguenze
immediate e dirette dell’inadempimento dell’obbligazione». Dava quindi
ragione alla Ditta milanese. Ma la Cassazione di Torino (Sentenza del
2 settembre 1890) censurava ed annullava la deliberazione, sostenendo
che ci doveva essere la previsione precisa del danno seguito, e che
il giudice non ha altra autorità che quella di decidere se in linea
di fatto questa previsione esistesse. «Il legislatore... ha sancito
solamente che il debitore non è tenuto che ai danni stati preveduti o
prevedibili al tempo del contratto, ed ha perciò lasciato al giudice
del merito, trattandosi di una ispezione di fatto, il decidere, per il
complesso delle circostanze, se una data conseguenza dannosa sia stata
preveduta od avesse potuto esserlo». È evidente quindi che in tal modo
si dava ragione alla Ditta tedesca e si negava alla Ditta italiana
ogni diritto ad avere un indennizzo. Ora, chi non sente l’ingiustizia
di una simile decisione? L’applicazione esatta, logica di un principio
generale giusto in sè e astrattamente, ma che, come tutti i principii
generali, non riguarda che un certo numero di casi, siano pure questi
i più frequenti, conduce a conseguenze che urtano contro il sentimento
di giustizia; e ciò per l’arresto ideo-emotivo acquisito e divenuto
abituale nel giudice per la lunga consuetudine professionale.

Nel Diritto civile italiano sono passate dal Diritto romano parecchie
idee molto sottili sulla capacità di avere diritti, secondo le quali
gli esseri non ancora nati ne sono totalmente incapaci; idee che,
per quanto a prima vista sembrino puramente teoriche, pure hanno
talora conseguenze pratiche importantissime e possono dar luogo a
liti interminabili e costosissime. Ma il Codice Civile italiano ha
fatto una deroga al principio della incapacità giuridica dei non-nati,
permettendo che i figli nascituri possano essere dichiarati eredi,
forse per scopi di utilità sociale: ora si supponga che un padre,
impaurito della prodigalità del proprio figlio, lasci erede non
questo, ma i figli futuri di lui, e metta così al sicuro il patrimonio
familiare: supponete ancora che questo figlio prodigo, consumato tutto
il suo, domandi che sulla sostanza ereditata dai suoi figli futuri
gli siano passati gli alimenti: non sembra a tutti che per un certo
senso d’equità la domanda si debba accogliere? Per colpevole che
sia un uomo nella sua dissipazione, ripugna di farlo morire di fame
accanto ai tesori che aspettano i suoi figli di là da venire, quando
detraendo una piccola parte dei redditi, si può toglierlo almeno dalle
estreme strettezze: eppure, portata la cosa innanzi ai magistrati ed
esaminata alla luce della patria legislazione, la soluzione non fu così
semplice come a prima vista parrebbe. Talora la domanda fu accolta,
ma non in nome di questo sentimento di equità, che nelle coscienze
non offuscate da viziosi e abituali procedimenti mentali, dà così
chiaro, almeno in questo caso, il suo responso: bensì, filando una
serie di ragionamenti molto sottili, che da altri veniva confutata con
sillogismi altrettanto capziosi. Presentatosi un caso analogo a quello
supposto innanzi alla Corte d’Appello di Napoli, essa decise (Sentenza
4 dicembre 1890) favorevolmente alla domanda del padre, sostenendo
che «se i figli nascituri sono capaci del diritto di succedere, sono
passibili del dovere di prestare gli alimenti ai genitori poveri.
Ma si dice: I figli nascituri non hanno personalità effettiva; sono
possibili, non esistenti... Ma i figli nascituri sono un ente giuridico
creato dalla legge, e come ente giuridico sono esistenti... Se i figli
nascituri, come persona giuridica, possono ricevere per testamento
o per donazione, debbono anche, quantunque non ancora nati, prestare
gli alimenti ai loro genitori che ne hanno bisogno». Il ragionamento,
come si vede, è in molte parti abbastanza strano, specialmente per
quella sua personificazione dei figli nascituri, che, quantunque non
ancora nati, hanno il dovere di prestare gli alimenti ai loro genitori
futuri: ma, se non altro, arriva a conseguenza tollerabile. Non si
deve però credere che tutti siano della stessa opinione; uno dei più
insigni civilisti italiani, Francesco Ricci, attaccò quella sentenza
veementemente, come assurda ed errata, sostenendo che i figli nascituri
non hanno personalità giuridica, non sono perciò subbietti capaci
nè di diritti nè di doveri, che il diritto di ricevere per eredità è
loro riconosciuto per mera utilità sociale; che quindi non si dovevano
accordare gli alimenti. In modo che un individuo, il cui padre avesse
fatto un testamento di quel genere, che si trovasse ridotto alla
miseria, dovrebbe morire di fame accanto ai tesori dei suoi figli
di là da venire senza nemmeno ottenerne gli alimenti! Ecco l’effetto
dell’arresto ideo-emotivo professionale.

Si noti ancora che in questo modo di cercar la giustizia, cavando le
deduzioni logiche di principii astratti, è giocoforza trascurare ogni
considerazione riguardo alle qualità delle persone, che pure nella
ricerca della giustizia sono importantissime. Tutti sentono che in
un caso come quello supposto, la giustizia vorrebbe che gli alimenti
fossero senza obiezioni concessi quando la prodigalità del padre
si alleasse a sentimenti buoni di generosità imprevidente; ma che
si potrebbero invece fare obiezioni, quando si unisse a sentimenti
estremamente malvagi, che rendessero indegna di attenzione la sua
miseria. Ora, questi elementi che possono, anzi debbono influire sul
giudizio, non si possono menomamente calcolare col sistema presente di
giustizia impersonale.

La legge prescrive come formalità essenziale alla validità di un
testamento fatto innanzi al notaio, che il testamento sia letto _dal
notaio_ innanzi al testatore e ai testimoni, e che di questa lettura
sia fatta menzione nell’atto. Ora, ecco la Cassazione di Torino che,
con sentenza dei 3 settembre 1890, annulla un testamento di questo
genere, perchè «la formula usata dal notaio nel testamento pubblico
da esso ricevuto e così concepita: «Atto fatto e letto alla continua
presenza degli infrascritti testimoni», non esprime in modo convincente
che la lettura fu fatta dal notaio, quindi il testamento è nullo per
insufficiente menzione dell’adempimento di una formalità essenziale».
Il solito fenomeno: le disposizioni della legge che intenzionalmente
erano dirette a garantire il testatore da possibili abusi od errori,
finiscono letteralmente intese ed applicate con esclusione di ogni
altra idea che illumini il senso ideale, per violare il diritto del
testatore di veder rispettata la sua volontà. Se in un simile caso è
dubbio che il notaio abbia adempiuta una formalità importantissima,
non sarebbe più semplice interrogare il notaio e non distruggere per
un _lapsus calami_ un atto, che socialmente ha una certa importanza,
quale è un testamento? Le stesse stranezze troviamo nel diritto penale.
Così recentemente innanzi al Tribunale penale di Milano si dibatteva
la causa di un commerciante imputato di bancarotta semplice e che
già era stato condannato altra volta per lo stesso reato. Il Pubblico
Ministero aveva chiesto la condanna a 7 mesi di detenzione, trattandosi
di imputato recidivo. Ma il difensore osservò che l’imputato, come
risulta dal certificato penale, nel 1888 era già fallito altra volta,
ed era stato dalla nostra Corte d’Assise condannato per bancarotta
fraudolenta a 3 anni di reclusione — che quindi non poteva più
legalmente esercitare il commercio — nè di conseguenza poteva essere
dichiarato fallito e chiamato a rispondere della mancanza di libri,
che non era obbligato a tenere. Se nell’operato del fallito si fossero
riscontrati fatti di frode in danno dei creditori, avrebbero potuto dar
luogo ad una azione per truffa e furto a norma del Codice penale e non
già per bancarotta fraudolenta — trattandosi unicamente di non tenuta
dei libri, veniva meno ogni azione penale, mancandone il fondamento,
cioè la qualità di commerciante nell’imputato. Sulla questione, scrive
l’avv. Valdata, rendendo conto del processo, non c’è niente da dire,
perchè non poteva avere diversa soluzione: però, non è sufficientemente
strana una legge che permette l’assoluzione di un imputato, _solo
perchè era stato condannato altra volta per un reato più grave_?[162].

Di questa condizione di cose poi gli avvocati e gli imbroglioni si
approfittano per porre questioni, che in tutt’altra classe di persone
che non sia la magistratura desterebbero lo sdegno o il riso, tanto
sono assurde; ma che i magistrati discutono seriamente e qualche volta
anche sanzionano, tanto per l’abitudine mentale contratta nel lungo
esercizio della professione essi hanno perduto il senso del giusto
o dell’ingiusto. Così la legge considera _per pura finzione_ come
immobilizzate e quasi parti accessorie del fabbricato le macchine
dell’opificio: ora, in una espropriazione per causa di pubblica
utilità fatta dalle ferrovie, un proprietario di opificio pretendeva,
prendendo alla lettera le parole della finzione, che gli si pagassero,
oltre il fabbricato, non il prezzo del trasporto delle macchine al
nuovo opificio e un indennizzo per le eventuali avarie, ma il prezzo
intero delle macchine: perchè, diceva acutamente il suo avvocato, la
legge considera come accessorie dell’immobile le macchine, e quindi
distrutto l’immobile, sono distrutte anche le macchine! La Corte di
Cassazione di Torino (Sentenza del 27 agosto 1890) respinse la ridicola
argomentazione; ma dopo averla discussa a lungo e seriamente: proposta
in qualunque radunanza di gente intelligente, ma non specialista in
fatto di giurisprudenza, non sarebbe stata seppellita subito sotto una
omerica risata?

E si noti che se la Cassazione, la quale respinse la grottesca domanda,
avesse applicato a questo caso quel processo mentale che applica
a decidere la maggior parte delle questioni in sostituzione del
sentimento e dell’idea di giustizia, avrebbe dovuto dar ragione alla
richiesta. Giacchè una conseguenza curiosa dell’arresto ideo-emotivo
è in questo caso la seguente: poichè, per la lunga abitudine,
sembra mostruoso che si faccia appello al sentimento di giustizia
per decidere le cause, e la letterale applicazione della legge è
divenuta consuetudine organica del pensiero, quando un querelante
presenta una domanda che urta troppo violentemente anche l’intorpidito
sentimento di giustizia del magistrato, ma che egli, a fil di logica,
dovrebbe ammettere, il magistrato deve, per dargli torto, cercare e
ricercare qualche sottile e cavillosa ragione. Capite? Il giudice che
vuol salvaguardare la giustizia, è lui costretto a cercar sofismi e
rivoltolarsi come un ladro per il labirinto dei cavilli; mentre il
birbante che con una sottigliezza tenta di rovinare un nemico, può
dire a fronte alta che egli domanda solo l’applicazione della legge
nei modi soliti. Un curioso esempio ce lo dà la Francia. In Francia,
al principio della insequestrabilità della rendita non erano state
poste eccezioni, come in Italia, da nessuna legge: e per questo la
giurisprudenza negò nei primi tempi ai creditori del fallito il diritto
di rivalersi sulle iscrizioni di rendita del fallito. La massima
era socialmente pericolosissima, perchè i falliti che investivano
in rendita pubblica il loro attivo, potevano frodare interamente i
creditori: ma la magistratura che non ebbe il coraggio di affrontare
il problema e completare la legge, ricorse invece a uno strano
ripiego. La Corte di Lione, con sentenza del 19 giugno 1857, sancì
la massima che la rendita era intangibile; ma che... i sindaci del
fallimento potevano, essendo considerati quali _mandatari_ del fallito,
alienarla[163]. Mai esercizio di acrobatismo logico fu più rischioso e
stravagante di questo, che, per salvare la giustizia, deve travestire
un curatore di fallimento in mandatario del fallito.

Anche più profonda è forse questa confusione del simbolo con la cosa
nel campo della procedura. La procedura dovrebbe esser un complesso di
formalità da eseguirsi dalle parti, per garantir loro la eguaglianza
nelle condizioni della lotta innanzi al giudice; e impedir sorprese,
tranelli, insidie. È riuscita nel suo scopo la legge? Che abbia mancato
di sollecitudine non si potrebbe dire, tante sono le formalità da
eseguirsi: ma quanto al loro risultato, dica qual’è questa sola e
terribile frase, quasi proverbiale nel mondo degli avvocati: _tutte le
cause si vincono con la procedura_. Non importa aver torto o ragione,
anche dal punto di vista del loro diritto letterale; basta sorprendere
l’avversario quando, in un momento di distrazione, si dimentica di
osservare una delle tante formalità prescritte sotto pena di nullità,
per rovinarlo. La procedura, che doveva essere una garanzia, diventa
un’imboscata.

Ci ritroviamo qui innanzi al solito fenomeno dell’arresto ideativo
ed emotivo. Che una certa regola sia imposta ai due avversari nel
loro contegno innanzi ai giudici, si capisce, per evitare troppo
facili soprusi: ma che all’osservanza di queste regole sia data
una tale importanza, da farne dipendere l’esito della causa, ecco
una esagerazione che può condurre a conseguenze mostruose. Che un
cancelliere si dimentichi di scrivere in testa alla sentenza la formola
sacramentale «_In nome_ ecc.,» o la data, ecc., che le due parti troppo
negligenti non pensino a far sanzionare una sentenza arbitramentale dal
pretore entro cinque giorni dalla sua emanazione, ed ecco interamente
distrutto un giudizio che rappresenta spese, lavoro intellettuale,
ansie, incertezze dolorose.

Con le acute spille del cavillo procedurale si può dilaniare il cuore
di un uomo atrocemente e fargli soffrire a piccole trafitte tutte le
ineffabili e infinite torture morali di un processo, da cui dipendono
spesso l’avvenire di un uomo o di una famiglia; si può regalarsi una
orgia di crudeltà sopra l’anima di un infelice, più raffinata che le
crudeltà fisiche a cui certi tiranni si sono abbandonati sui corpi
dei loro nemici. Tutto ciò sparirebbe se una legge umana e una umana
interpretazione stabilisse un certo numero di formalità essenziali,
che la parte negligente fosse invitata più volte a osservare prima di
punirla con l’estrema sanzione, la perdita del processo, e rendendola
più sollecita nelle prime negligenze con una multa. Che male ci
sarebbe, se una parte non osserva un termine, a infliggerle per
la prima volta solo una multa e a continuare il processo? Che male
sarebbe, se si dimentica nella redazione della sentenza la formola
iniziale «In nome, ecc.», di riportarla al cancelliere e far riparare
alla omissione? E non si dica che le garanzie scemerebbero e tutto
piomberebbe nel disordine; perchè disordine più immenso di quello
attuale io non so immaginare, se per una involontaria dimenticanza, si
può perdere il diritto a vedersi data giustizia.

Tutto ciò è così vero che se voi leggete qualche trattato teorico di
diritto civile, vedrete che ogni tanto si cerca di giustificare qualche
strappo ai severi principii giuridici con il pretesto dell’utilità
sociale. Ne demmo più di un esempio e volendo molti altri potremmo
darne: il legislatore si spaventa ogni tanto di qualche mostruosa
conseguenza dei principii giuridici e allora froda per un momento la
scienza che ne guida la mente. Ma non è questa la prova più bella
che quei principii giuridici sono spesso assolutamente fallaci e
pericolosi? Che diritto è mai questo, le cui ragioni ideali devono
essere ogni tanto violate per _utilità sociale_? Ma che altro è il
diritto, quando non è una cristallizzazione d’idee trapassate, quando
è cosa vivente, se non, per così dire, l’utilità sociale organizzata?
E come possono chiamarsi giuridici dei principii che, applicati
interamente, produrrebbero scandali e rovine? Se ciò è possibile,
nessun dubbio può sussistere che la funzione giuridica non è, almeno in
tutte le sue parti, regolare e fisiologica.

Eccolo adunque, un altro danno della civiltà, in questa trasformazione
del principio e della regola giuridica in simbolo mistico; e nella
straordinaria forza di conservazione che esso, come tutti i simboli
mistici, prende allora. Si pensi infatti che nei periodi più rozzi
e meno civili della storia di Roma, nei periodi più antichi, ferveva
nel seno della città un lavorio continuo, che elaborava e quasi direi
ribolliva continuamente il diritto, trasformandolo e riadattandolo
continuamente: ora da molti secoli non si ha nell’Europa civilissima
più nessuna idea di un somigliante lavoro. Noi siamo ancora in
ginocchio, in adorazione davanti alle formole ultime del Diritto
romano, che non sono se non l’esperienza giuridica di quel gran popolo
cristallizzata: da allora in poi l’uomo ha fatto solo pochi e minimi
tentativi per riplasmare ai nuovi bisogni il più importante degli
elementi sociali; e questo gigantesco simbolo mistico che è il diritto,
continua a dominare cieco e immutabile e a far vittime più numerose
che la religione in mezzo alla vita civile moderna. Si direbbe che la
società europea non si è potuta sviluppare così straordinariamente, se
non con l’atrofia di uno degli organi suoi più importanti.

E il fatto che le ultime conclusioni del Diritto romano si siano
trasformate in un vero simbolo mistico, mercè l’arresto ideo-emotivo,
ci spiega perchè il Diritto romano si sia diffuso dovunque, nei paesi
e civiltà più differenti, come recentemente in Germania. Siccome
l’arresto ideo-emotivo è una legge generale della psiche umana, e
siccome il Diritto romano con il gran numero delle sue regole generali
bene elaborate può meglio di ogni altro favorire il processo di
arresto, per questa sua capacità a favorire una delle tendenze più
forti dell’uomo si è diffuso dappertutto. L’universalità del Diritto
romano è un carattere di decadenza e di vecchiaia e non di eccellenza;
rassomiglia alla enorme diffusione della formalistica religione
cattolica, che può avere tanto più numerosi credenti, in quanto essa
non pretende che l’osservanza di alcune pratiche senza ragione. Una
religione spirituale non potrebbe avere che un pubblico molto più
ristretto, solo in coloro al cui carattere fosse conveniente lo spirito
di quella fede.

E non si dica che in questa applicazione letterale della legge non si
ha da vedere che un effetto del comando della legge: la legge non fa
qui che favorire con le sue disposizioni una tendenza umana, ma il suo
comando riesce ad essere obbedito appunto perchè trova già ben disposta
verso di sè la natura dell’uomo. Giacchè si capirebbe che i magistrati,
il cui dovere professionale fosse quello di applicare letteralmente
una legge, si attenessero strettamente al loro mandato: ma dovrebbero,
se veramente ciò non fosse che l’effetto di una costrizione legale,
far sentire il loro malcontento, la ribellione della loro coscienza
costretta a sancire tutti i giorni l’ingiustizia in nome di un codice
che vorrebbe essere il gran libro della giustizia. Invece accade
tutto il contrario: quel modo abbreviato o meno faticoso di concepire
e sentire il diritto è così rispondente alle più intime tendenze
dell’uomo, che in breve la mente ci si abitua così perfettamente da
essere incapace quasi di concepirlo e sentirlo diversamente, con i
processi più faticosi e più perfetti, con cui lo sente l’uomo che non
fa professione di giurista. Io sono sicuro che lette da magistrati
ed avvocati queste pagine desteranno in quasi tutti lo scandalo come
di una volgare profanazione dei principii più alti della scienza
giuridica. E ricordo anche la meraviglia, lo stupore che invadeva noi
tutti quando cominciavamo gli studi di leggi, a vedere le singolari
applicazioni dei principii giuridici, fatte in certi processi, la cui
soluzione ci era detta da un illustre maestro pienamente giuridica,
ma che a noi ignoranti strappava grida di indignazione; eppure quegli
stessi giovani che nei primi tempi trasalivano così vivacemente,
dopo due o tre anni di studi giuridici trovavano assai più normale
la cosa: oggi quelli datisi alle professioni o alla magistratura, si
saranno così bene avvezzati a quei processi mentali abbreviati, da
trovarvisi pienamente a loro agio. Se così non fosse, già da un pezzo
dovrebbe essere scoppiata tra gli uomini di legge e specialmente tra i
magistrati una ribellione così violenta, che di tutto l’edificio della
scienza e della pratica giuridica non sarebbe rimasto in piedi nemmeno
una pietra. Invece chi sa quale sforzo sarà necessario per ottenere
dei piccoli ritocchi, che a poco a poco lo migliorino, sino a renderlo
abitabile dai popoli moderni, che in quello che doveva essere il loro
riparo hanno trovato il loro massimo tormento.

Invece nessuno protesta perchè i magistrati potrebbero, a ragione,
ripetere quel latino del _Digesto_, che con una ingenua sincerità
descrive il fenomeno dell’arresto ideo-emotivo, che negli ultimi tempi
del Diritto romano si era già, come ai nostri tempi, prodotto: _Non
omnium quae a majoribus constituta sunt ratio reddi potest, et ideo
rationes eorum quae constituuntur inquiri non oportet: alioquin multa
ex his quae certa sunt subvertuntur_ (L. 20 e 21, _D. de legibus_).

Da questi rapidi cenni, che spero potrò in avvenire sviluppare
in un lungo e compiuto lavoro[164], si comprende che l’avvenire
della giustizia e delle istituzioni giudiziarie è nella abolizione
dei codici, nell’abbandono di quei principii giuridici che sono
generalizzazioni pericolose e causa determinante di arresti
ideo-emotivi; nella istituzione di arbitrati, composti di persone
oneste e intelligenti, incaricate di giudicare _ex aequo et bono_,
appellandosi non all’autorità dei padri nostri, ma all’autorità della
loro coscienza: forse anche è nell’abolizione della professione di
magistrato e in una scelta svariata e spesso rinnovata di arbitri tra
persone intelligenti, istruite, integre, che di solito attendano a
diverse occupazioni perchè la costituzione di una classe di magistrati
favorisce l’arresto ideo-emotivo professionale. In ogni modo, poichè
il pericolo più grave per la retta funzione della giustizia, sta nel
prodursi di questo arresto, la norma e lo scopo supremo di tutte le
riforme dovrà essere di impedire meglio che si può che per una ragione
o per un’altra l’arresto ideo-emotivo si produca in coloro che sono
incaricati di amministrare la giustizia.

Allora forse nessun pessimista potrebbe più ripetere a vergogna e a
condanna della società moderna, gli amari versi che Goethe fa dire da
Mefistofele a Faust:

    Es erben sich Gesetz’ und Rechte
    Wie eine ew’ge Krankheit fort;
    Sie schleppen von Geschlecht sich zum Geschlechte,
    Und rueken sacht von Ort zu Ort.
    Vernunft wird Unsinn, Wohlthat Plage;
    Weh dir dass da ein Enkel bist!
    Von Rechte, das mit uns geboren ist,
    Von dem ist leider! nie die Frage.




INDICE DEGLI AUTORI E DELLE RIVISTE

CITATI NELL’OPERA


  Alongi, _Pag._ 112
  _Arch. di psich. e scienze penali_, 113
  Ardigò, 68, 86, 133
  Ascoli, 40
  Bancroft, 33
  Bastian, 38, 49
  Beaumanoir, 26
  Beaunis, 8, 12
  Bertillon, 33, 34, 35, 87
  _Bibbia_, 27, 33, 92
  Binet, 9, 10, 11, 91
  _Bollett. della Società Geografica_, 23
  Bopp, 44
  Bouche, 11, 36, 37, 48, 101
  Bourget, 72
  Bukle, 37, 82
  Buonamici, 64
  Carle, 15
  Carlyle, 46
  _Chronicon cassinense_, 27
  Colini, 23
  Confucio, 34
  _Cout. du Nivernais_, 29
  Cox, 46
  De Sarlo, 3
  _Digest of hindu law_, 23
  Diodoro Siculo, 25
  Donnat, 25
  Dowling, 37
  Draper, 95
  Ducange, 23, 39, 75
  Dugmore, 61
  Earle, 59
  Eisenhart, 45
  Ellis, 67
  Erodoto, 48
  Espinas, 4, 12
  Feré, 9
  Ferrero, 24
  Floquet, 80
  Galland, 39
  Garlanda, 1, 40
  Garrik Mallery, 73
  Gianturco, 56
  Goethe, 46, 133
  Gregorio di Tours,  19, 37
  Grimm, 26, 45
  Guyau, 84, 85, 87
  Hartmann, 3, 84
  Houard, 22, 57
  Howitt, 23
  Kemble, 5
  Krafft-Ebing, 11, 72
  Krapotkine, 98
  _Jih-King_, 34
  Joinville, 38, 66
  Joly, 40
  _Journal asiatique_, 34
  _Journal du Palais_, 129
  Lanoye (De), 35
  Lefèvre, 48, 89
  _Leges Wallicae_, 39
  Lenormant, 40, 44
  Letourneau, 1, 20, 25, 26, 33, 59, 60
  Lewes, 47
  _Lex Wisig._, 45
  _Lombardia_, 127
  Lombroso, 7, 12, 72, 107, 113
  Loria, 55, 93
  Macpherson, 22
  Maine (S), 26, 30, 53, 65, 122
  Marzolo, 13, 14, 20, 32, 33, 40, 41, 44, 49, 50, 73, 75, 88, 89,
    91, 93
  Massenat, 40
  Maudsley, 12
  Mayer, 55
  Meichelbeck, 66
  Michelet, 38, 97
  Modigliani, 38
  Moerenhout, 59
  Mommsen, 53
  Monstrelet, 80
  Montaigne, 115
  Morgan, 27
  Morselli, 113
  Mouske, 27
  Muirhead, 54, 64
  Müller (Friedrich), 73
  Müller (Max), 46
  Neugart, 66
  Niblack, 87
  Offner, 14
  Ottolenghi, 12
  _Pandette_, 23, 26, 132
  Pausania, 47
  Post, 23, 26
  Presles (R. de), 97
  Ratzel, 60
  Reclus, 24, 25
  Remusat, 34
  _Revue philosophique_, 8, 11
  _Revue politique et littéraire_, 87
  _Revue scientifique_, 24, 42
  Reymond, 70
  Ribot, 2, 42
  Ricci, 125
  Richet, 3, 12
  Ried, 66
  Romanes, 40
  Rotari, 29
  Rousseau, 115
  Salvioli, 22, 91
  Schliemann, 29
  _Société nouvelle_, 98
  Sohn, 20
  Spencer, 2, 4, 6, 20, 22, 28, 37, 41, 54, 55, 67, 71, 78, 84, 94,
    98, 120
  Steinthal, 41
  Stendhal, 9
  Strabone, 25
  Taine, 19
  Tanzi, 89
  Trezza, 46
  Tylor, 48, 72
  Valdata, 127
  Vignoli, 44
  Wace, 38
  Walch, 66
  Wenk, 66
  Wundt, 14




INDICE


  _Dedica_                                                 _Pag._ V
  _Prefazione_                                               »  VII

  _Introduzione:_ La legge del minimo sforzo e la inerzia
    mentale                                                  »    1

  PARTE I.

  Fisio-psicologia del simbolo.

  CAPITOLO
     I.   — Simboli di prova                                 »   17
    II.   — Simboli descrittivi                              »   32
   III.   — Simboli di sopravvivenza                         »   52
    IV.   — Simboli di riduzione                             »   70
     V.   — Simboli emotivi                                  »   77
    VI.   — Simboli mistici. L’arresto ideativo, emotivo
              ed ideo-emotivo                                »   83
   VII.   — Atavismo e patologia del simbolo                 »  107

  PARTE II.

  Applicazioni psico-sociologiche.

  CAPITOLO UNICO.   — Il simbolo nel diritto moderno         »  119

  Indice degli Autori e delle Riviste citati nell’Opera      »  135




NOTE:


[1] GARLANDA, _La filosofia delle parole_. — Roma, 1890.

[2] LETOURNEAU, _La sociologie d’après l’ethnographie_. — Paris, 1884,
lib. III, cap. X.

[3] Vedi riguardo a questi piaceri, SPENCER, _Les bases de la morale
évolutionniste_. — Paris, 1889, cap. IX.

[4] SPENCER, op. cit.

[5] RIBOT, _La psychologie de l’attention_. — Paris, 1889.

[6] RICHET, _L’homme et l’intelligence_. — Paris, 1884.

[7] L’importanza di questo lato della questione fu vista
dall’Hartmann, il celebre pessimista tedesco; il capitolo
_L’inconscio nell’intelligenza_ della sua opera _Philosophie des
Unbewusten_, Berlin, 1872, per quanto imbevuto ancora di metafisica, è
importantissimo. Vedi anche il bel lavoro del DE SARLO, _L’inconscio in
patologia mentale_, Reggio d’Emilia, 1892.

[8] ESPINAS, _Des sociétés animales_. — Paris, 1878.

[9] SPENCER, _Principes des psychologie_. — Paris, 1874, parte II, cap.
VII; parte IV, cap. VII.

[10] KEMBLE, _The Saxons in England_, II, 105, in SPENCER, op. cit.

[11] SPENCER, _Principes de sociologie_. — Paris, 1882, vol. III, P.
IV, cap. IV; P. V, cap. XVI.

[12] Il merito di avere introdotto il concetto dell’inerzia
nella psicologia spetta, come è noto, al LOMBROSO, che se ne
servì per spiegare l’innato conservatorismo dell’uomo. È una idea
straordinariamente feconda e capace delle più svariate applicazioni: io
ne tento, in questo lavoro, una nuova.

[13] BEAUNIS, _Physiologie_, 2ª ediz., pag. 1351.

[14] BEAUNIS, _L’expérimentation en psychologie par le somnambulisme
provoqué_, nella _Revue philosophique_, agosto, 1885.

[15] Vedi, sull’influenza della musica, le originali osservazioni di
STENDHAL, _Physiologie de l’amour_, che notò sopra di sè come essa
rinforzi il tono di qualsiasi sentimento si trovi per il momento nella
psiche. Così, quando egli era innamorato, la musica lo rendeva più
innamorato ancora; una volta che pensava ad armare una spedizione per
la Grecia, raddoppiò in lui l’alacrità e l’entusiasmo.

[16] FERÉ, _Sensation et mouvement_. — Paris, 1887.

[17] BINET, _Études de psychologie expérimentale_. — Paris, 1883.

[18] BOUCHE, _La Côte des Esclaves et le Dahomey_. — Paris, 1885.

[19] Vedi su questo feticismo normale dell’amore BINET, _Le féticisme
dans l’amour_ (_Revue philosophique_, agosto, 1887) e KRAFFT-EBING,
_Psycopathia sexualis_. — Stuttgart, 1887.

[20] OTTOLENGHI e LOMBROSO, _Nuovi studi sull’ipnotismo e sulla
credulità_. — Torino, 1889.

[21] MAUDSLEY, _L’esprit et le corps_.

[22] Op. cit. — Vedi anche, su questo argomento, i numerosi fatti
portati dal RICHET, _L’homme et l’intelligence_, Paris, 1884, nello
studio: _Le somnambulisme provoqué_.

[23] MARZOLO, _Saggio sui segni_. — Pisa, 1866.

[24] Vedi su questa ipotesi che riduce la sensazione e gli altri
processi psichici a un movimento molecolare, gli studi principali
di psicofisica, specialmente i tedeschi. MÜNSTERBERG, _Beitrage zur
experimentelle Psychologie_, I, 129; VUNDT, _Essays_, IV; GEHIRN UND
SEELE, p. 118, _Physiol. Psychologie_, II, 204. — Ora questa ipotesi
(ammessa e nello stato presente della scienza, non si può a meno di
ammetterla) questa teoria, che riconduce il processo dell’associazione
mentale ai fenomeni dell’inerzia, è più che giustificata. Quando
infatti due stati di coscienza sono percepiti contemporaneamente,
ciò significa, secondo il Münsterberg, che due gruppi gangliari del
cervello sono nello stesso tempo eccitati, ed è secondo lo psicologo
tedesco legittimo supporre che si stabilisca tra i due punti eccitati
una specie di via di comunicazione, attraverso la quale le due
eccitazioni, che non sono che movimenti molecolari, tenderebbero
a equilibrarsi. Quando poi solo uno dei due gruppi è in seguito
rieccitato, una debole corrente di movimento molecolare per la via di
comunicazione già aperta andrebbe ad eccitare l’altro (MÜNSTERBERG,
op. cit. — OFFNER, _Ueber die Grundformen der Vorstellungsverbindung_,
Marburg, 1892).

[25] MARZOLO, _Saggio sui segni_. — Pisa, 1866.

[26] Così i Romani, come vedremo, quando sostituirono al governo a
vita (monarchia) il governo a tempo (repubblica) credevano che tutti
i poteri del re, spettassero ancora al pretore, anche quelli che
contrastavano alla temporaneità ed elettività della carica.

[27] Lo stesso si dica della teoria che, quando questo lavoro in
proporzioni più modeste fu discusso come tesi, mi fu opposta dal
prof. Carle: che cioè i simboli sono dovuti sopratutto alla vivace
fantasia dell’uomo primitivo. Si è ripetutamente accennato, da molti
scrittori, a questa vivacità infantile della fantasia umana, ma
senza darne documenti sicuri; anzi dopo gli studi dello Spencer e del
Guyau è lecito supporre invece che il selvaggio sia poverissimo di
immaginazione e che la fantasia vivace sia piuttosto il privilegio
delle grandi intelligenze, di Dante, di Shakspeare, di Newton, di
Darwin, che non delle intelligenze rudimentali.

[28] Vedi, per es., i singolari costami degli eroi di Omero (Ulisse
in specie), che spesso sono i costumi di veri furfanti; i non rari
poco ingenui contratti che si trovano nella Bibbia; le esperienze
della doppiezza selvaggia fatte dai viaggiatori, da Cook in Australia,
da Stanley e da Schweinfurth in Africa, nonchè dalla nostra politica
coloniale in Abissinia. I libri poi di etnografia sono pieni di fatti
e prove in proposito. Si dice che nei popoli tedeschi invece l’onore
fosse quasi una religione e anche il Taine l’asserì (TAINE, _Histoire
de la littérature anglaise_, Paris, 1886, vol. I, cap. 1); ma chi
ha letto nel libro di GREGORIO DI TOURS, _Historia Francorum_, un
contemporaneo dell’invasione dei Franchi nella Gallia, i caratteristici
aneddoti sulla perfidia dei capi, può dubitare che anche gli antichi
popoli germanici fossero davvero migliori, sotto questo rispetto, che
la maggior parte dei loro confratelli in umanità.

[29] Riguardo all’imprevidenza dell’uomo primitivo, vedi SPENCER,
_Princ. de sociol._, vol. I. — LETOURNEAU, _La sociologie d’après
l’ethnographie_, Paris 1884, pag. 562: «Per prevedere bisogna esser
capace di osservazioni, di attenzione, saper raggruppare e paragonare
i fatti, dedurre l’avvenire dal presente e dal passato. Ma l’uomo
inferiore non sa osservare che in un campo ristretto, è scosso
solo da quanto ha rapporto con i suoi bisogni più urgenti, la sua
memoria è corta e il passato vi si cancella presto». E che per l’uomo
primitivo il passato e il futuro fossero idee vaghe e indeterminate,
lo prova l’etimologia: il greco Ἠρι = domani è la stessa parola che
l’_Heri_ latino, che significa ieri; quindi come osserva profondamente
il Marzolo, doveva esprimere in origine vagamente un tempo fuori
dell’attuale, senza determinazione di passato o di futuro. Ora, con
così vaga nozione dell’avvenire, è impossibile contrattare per un
tempo futuro. Nei bambini poi noi possiamo osservare quella incapacità
di godere idealmente della proprietà, che dovè esser comune un tempo
a tutti gli uomini primitivi. Quando regalate loro un giuocattolo lo
portano con sè da per tutto, a tavola, a passeggio, al teatro. Chi non
ha visto una bambina addormentarsi con la bambola nuova tra le braccia?
Quando li lasciano è segno che se ne sono stancati, o che anche quella
sorgente di piacere è inaridita. Di più, se promettete loro qualche
cosa, la vogliono immediatamente, e si mettono a piangere se debbono
aspettare.

[30] SALVIOLI, _Manuale del diritto italiano_. — Torino, 1890.

[31] MACPHERSON, _Report upon the Khonds of Ganjan and Cuttack_. —
Calcutta, 1842.

[32] SPENCER, _Princ. de sociologie_. — Paris, 1883, vol. III.

[33] HOUARD, _Anciennes lois franc._, I, pag. 101.

[34] Vedi in DUCANGE, _Anaticla_, I, 415.

[35] _Digest of Hindu Law_, II, 488.

[36] Vedi POST, _Studien zur Entwickelungsgeschichte des
Familienrechts_, Oldenburg und Leipzig, 1890, e il lucido riassunto
del COLINI (Un libro del dottor POST sullo sviluppo del diritto di
famiglia) nel _Bollettino della Società Geografica_, marzo, 1891.

[37] HOWITT, _Trans. R. Soc. Victoria_, pag. 118, in Colini.

[38] G. FERRERO, _L’atavisme de la prostitution_, in _Revue
scientifique_, 30 luglio 1892.

[39] RECLUS, _Les primitifs_. — Paris, 1885.

[40] LETOURNEAU, _L’évolution du mariage et de la famille_. — Paris,
1888.

[41] RECLUS, _Les primitifs_. — Paris, 1885, pag. 240.

[42] Vedi intorno a questo fenomeno e le sue cause LETOURNEAU,
_L’évolution de la famille et du mariage_, Paris, 1888. — SUMNER MAINE,
_Études sur les institutions anciennes_, Paris, 1884. — A. H. POST,
_Studien zur Entwizelung der Familienrechts_, Oldenburg und Leipzig,
1890.

[43] GRIMM, _Deuts. Rechtsalther_, pag. 155.

[44] BEAUMANOIR, _Cout. de Beauvoisis_, cap. XVIII.

[45] GRIMM, _Poesie in Rechte_, § 6.

[46] _Il libro di Ruth_, III, 9.

[47] L. H. Morgan, _Ancient Society_. — London, 1877, pag. 80-81.

[48] _Chron. Cassin._, II, 39.

[49] SPENCER, _Princ. de sociol._, vol. III. — Paris, 1883.

[50] Si ricordi il palazzo di Tirinto, scoperto dallo Schliemann,
chiuso da robustissime porte, accanto a cui si vedono ancora i posti
delle guardie, e da cui era impossibile uscire senza il permesso del
signore. — Vedi SCHLIEMANN, _Tyrinthe_, Paris, 1886.

[51] LEG. WILLEM, _Noth. reg. Angl._, cap. LXV.

[52] ROTARI, cap. 224.

[53] _Cont. du Nivernais_, t. II, pag. 134.

[54] SUMNER MAINE, _Études sur l’histoire des institutions primitives_.

[55] L. 5, § 10, _D. de oper. novi nunt_. — L. 20, § 1, _D. quod vi aut
clam_.

[56] MARZOLO, _Saggio sui segni_. — Pisa, 1866.

[57] BERTILLON, _Les races sauvages_. — Paris, 1883.

[58] BANCROFT, _The native races_, etc.

[59] LETOURNEAU, _La sociologie d’après l’ethnographie_. — Paris, 1884.

[60] _Numeri_, XV, 37, 38.

[61] MARZOLO, _Saggio_, ecc.

[62] A. DE REMUSAT, _Recherches sur les langues tartares_, pag. 65.

[63] BERTILLON, op. cit.

[64] _Journal Asiatique_, aprile-maggio 1868.

[65] _Giosuè_, IV, 6-7.

[66] DE LANOYE, _L’homme sauvage_. — Paris, 1873, pag. 41.

[67] BOUCHE, op. cit.

[68] I ladri sanno ancora sfruttare questo ferravecchio della storia
della civiltà. Una loro forma di furto è quella di rubare in un club
o in altro luogo, per es. il cappotto di una persona, di andare a
casa sua e di inventare, che sono mandati dal padrone per prendere o
una somma di denaro o qualche oggetto prezioso: la prova della loro
missione sta appunto nel cappotto o altra cosa della persona, che essi
hanno tra le mani.

[69] Sull’origine di questi simboli non parlo, perchè la questione
è stata già risolta dallo SPENCER, _Principes de sociologie_, vol.
III, parte I. Io quindi mi sono ristretto a studiare l’uso fatto dei
simboli, supponendone già nota al lettore la genesi.

[70] BOUCHE, op. cit.

[71] GREG. TURON, VII, 3.

[72] Si dirà che nel Medio-Evo si conosceva ben la scrittura. È vero:
ma non basta possedere uno strumento, bisogna anche comprenderlo,
conoscerlo bene e saperne usare; ora, nel Medio Evo la scrittura era
uno strumento troppo complicato, perchè data la condizione generale
della coltura, il suo uso potesse essere diffuso; era una tradizione
della civiltà romana conservata, come tante altre, da un piccolo
gruppo di persone, che quasi sempre furono i religiosi. «Durante
molti secoli, scrive il BUKLE, fu raro il veder un laico che sapesse
leggere o scrivere» (_Histoire de la civilisation en Angleterre_,
vol. I, pag. 348, Paris, 1881); e il DOWLING (_Introduction to the
Critical Study of ecclesiastical History_, 1838, pag. 56): «Gli
scrittori erano quasi tutti ecclesiastici, e la letteratura null’altro
che un esercizio religioso». Così i re merovingi non sapevano
scrivere. Carta e inchiostro furono nel Medio Evo oggetti rarissimi;
la carta, specialmente dopo che le invasioni saracene nella Sicilia
resero difficili le comunicazioni con l’Egitto; i monaci dovettero
inverniciare i loro codici per scrivervi su i loro salmi; e il Petrarca
non trovò, più d’una volta, in città considerevoli della Francia,
una goccia d’inchiostro per copiare codici latini. Di più, tanto è
vero che la scrittura era poco capita in quei tempi, che noi troviamo
certi manoscritti medioevali (es., parecchi del Sachsenspiegel), in
cui sono intercalate figure che illustrano il testo e ne agevolano la
comprensione, formando una vera mescolanza di scrittura e pictografia,
quale noi la troviamo nei libri dei Batacchi (BASTIAN, _Der Mensch in
der Geschichte_, Leipzig, 1861, vol. I. — MODIGLIANI, _Tra i Batacchi
indipendenti_, Roma, 1893).

[73] MICHELET, _Les origines du droit français cherchées dans les
symboles et d’après les formules du droit universel_. — Paris, 1892.

[74] Questa connessione è rivelata dalla parola gallese _maes_, che
significa _ager_ e _curia_ (Vedi _Leges Wallica_e, II, 10, 11, 12).

[75] DUCANGE, _Investitura_, 1535. — GALLAND, _Franc-allen_, XX, 340.

[76] Per questo credo che le scritture mnemoniche abbiano precedute
le scritture a disegno, sebbene popoli rozzissimi, e perfino le
popolazioni preistoriche sapessero disegnare relativamente bene (Vedi
MASSENAT, _Matériaux pour l’histoire de l’homme primitif_, 1869. —
JOLY, _L’homme avant les métaux_, Paris, 1879). Io credo che il disegno
preesistè alla scrittura pictografica, cioè che il disegno non fu
impiegato come mezzo di comunicazione tra gli individui, se non molto
tempo dopo che era praticato all’ornamento delle armi, delle case, ecc.
Difatti, dover graffire una scena di caccia o di pesca è minor fatica,
che dovere esprimere con figure una idea determinata; perchè nel primo
caso il disegnatore può scegliere e variare a piacere le figure, purchè
nel complesso diano l’idea dello spettacolo che si vuol rappresentare;
nel secondo invece è schiavo della sua idea e bisogna che cerchi quali
figure proprie importino di più a far comprendere più esattamente a un
estraneo la propria idea.

[77] GARLANDA, _La filosofia delle parole_, Roma, 1890. — MARZOLO,
_Brevissimo sunto sulla storia dell’origine dei caratteri alfabetici_,
Venezia, 1857. — ASCOLI, _Del nesso ario-semitico_, Milano, 1864. —
LENORMANT, _Essai sur la propagation de l’alphabet phoenicien dans
l’ancien monde_, Paris, 1872.

[78] ROMANES, _L’évolution mentale chez l’homme_. — Paris, 1891.

[79] SPENCER, _Principes de sociologie_, vol. I. — Paris, 1878, pag.
489.

[80] MARZOLO, _Monumenti storici rivelati dall’analisi delle parole_,
vol. I, Padova, 1847. — F. STEINTHAL, _Die Mande-Neger Sprachen,
psichologisch und phonetisch betrachtet_, Berlin, 1867.

[81] Il RIBOT, in alcuni suoi recenti e interessantissimi studi (_Une
enquête sur les variétés des concepts_, in _Revue scientifique_, 3
settembre 1892), cercò di determinare che cosa si producesse nella
coscienza, oltre il nome, quando si legge o si ascolta una parola
astratta o generale. L’esperienza tentata su 900 individui diede questi
risultati: nel 47% si produceva o una imagine concreta (per es., la
parola _legge_ richiamava l’idea dei giudici togati), o l’imagine
ottica della parola stampata, o l’imagine acustica della parola
pronunciata; il 53% rispose che in essi non si risvegliava _nulla_.
Il RIBOT osserva giustamente che questo _niente_ deve essere qualche
cosa e che con un’indagine più minuta si scoprirebbe: in ogni modo,
ciò dimostra che deve essere uno stato di coscienza molto vago, se non
si riesce a determinarlo con parole. Quindi una scrittura a disegno
sarebbe almeno per questo 53% assai faticosa; e lo sarebbe egualmente,
in quell’altro 47%, a quelli che appartengono, come dice il RIBOT, al
tipo visuale tipografico o al tipo uditivo.

[82] LENORMANT, _Essai sur la propagation de l’alphabet phoenicien dans
le monde ancien_. — Paris, 1872, vol. I, cap. I.

[83] BOPP, _Glossarium sanscritum_, Berolini, 1847. — MARZOLO,
_Monumenti storici rivelati dall’analisi della parola_, Padova, 1847,
vol. I. — VIGNOLI, _Mito e Scienza_, Milano (_Bibl. scient. intern._).

[84] GRIMM, _Poesie im Recht, passim_. — EISENHART, _Grundsätze des
Deutschen Rechts in Spruchwörtern_, Leipzig, 1822. — _Lex Wisig._, I,
8.

[85] GOETHE (_Maximen und reflexionen_) e CARLYLE (_Sartor Resartus_)
notarono essi pure come l’imagine sia in origine un modo quasi
naturale di esprimersi. G. TREZZA, poi (_Studi critici_, Verona
1878, pag. 224), ha benissimo descritto il carattere imaginoso delle
concezioni primitive: «Nello stato arcaico del sentimento, si mescono
le forme delle cose e vi destano una impressione confusa, appunto
perchè la natura vi si rivela in un modo confuso. È veramente una
vasta metafora il modo con che la natura si riproduce nel sentimento
mitologico. Tuttavia la metafora non era in quei tempi un processo
consapevole, nato da una intuizione precisa delle analogie ideali tra
le cose diverse, ma un istinto divino, che prorompeva dal sentimento
stesso. La metafora ei la portava dentro di sè, lingua vivente di una
coscienza impregnata di sensazioni vivacissime estranee». Senonchè,
come si vede, la spiegazione che io do del fenomeno, è diversa da
quella dell’illustre e compianto professore di Firenze. Anche il MAX
MÜLLER, che sostiene, a torto o a ragione, esser la religione una vasta
metafora primitiva, di cui si è perduto il significato, una malattia
del linguaggio (_diseased language_), intuì bene, senza però spiegarla,
la grande importanza della metafora nella psicologia primitiva
dell’uomo. — Vedi, oltre le opere di MAX MÜLLER, COX, _The mithology of
arian nations_. — London, 1870.

[86] PAUSANIA, _Att._, I, 23.

[87] HEROD., VII, 225.

[88] BOUCHE, op. cit.

[89] LEFÈVRE, _La religion_. — Paris, 1892.

[90] TYLOR, _Civilisation primitive_. — Paris, 1884.

[91] BASTIAN, _Der Mensch in der Geschichte_, vol. I, p. 265. —
Leipzig, 1860.

[92] MARZOLO, _Brevissimo sunto della storia dell’origine dei caratteri
alfabetici_, pag. 15, Venezia, 1857. — Vedi in questo opuscolo, sunto
d’una grande opera che rimase, pur troppo, come tante altre del sommo
pensatore, inedita, le prove etimologiche di questa figliazione delle
lettere alfabetiche dalle figure delle costellazioni.

[93] SUMNER MAINE, op. cit.

[94] Vedi in SPENCER, _Princ. de soc._, vol. III, pag. 139 e seg.,
le prove che l’idea dello scambio è sconosciuta a molti popoli
primitivi. In latino _emere_ non significava originariamente, come
notò il Muirhead, comprare per denaro, ma solo prendere, ricevere,
acquistare (ved. in FESTO, voc. _redemptores_). Quanto alla proprietà
fondiaria, essa, come è noto, non esiste presso i popoli primitivi
e anche i popoli civili non la conobbero che tardi: secondo MAYER,
_Die Rechte der Israeliten, Athoener und Römer_. (I, 361) l’ebraico
non ha parola per esprimere _proprietà fondiaria_: e secondo Mommsen
«l’idea della proprietà non era presso gli antichi Romani associata al
possesso delle cose immobiliari, ma solo al possesso degli schiavi e
del bestiame». E l’origine della proprietà fondiaria fu la violenza.
«Solo la forza — scrive lo SPENCER — sotto una forma o sotto un’altra
è la causa capace di obbligare i membri di una società a cedere il loro
diritto al godimento comune del territorio che abitano. Ora è la forza
di un aggressore esterno, ora quella di un aggressore interno...».
(_Principes de sociologie_, vol. III, pag. 728, Paris, 1883). — Vedi
anche in LORIA, _Analisi della proprietà capitalistica_, vol. II, la
lunga documentazione delle origini violente della proprietà fondiaria.
Ricorderemo qui che _praedium_ e _praedari_ hanno comune etimologia,
che _hortus_ e _haeredium_ derivano da una radice _ghar_ che in
sanscrito significava prendere, impadronirsi; che la lancia era presso
i Romani il _signum justi dominii_.

[95] SPENCER, _Les bases de la morale évol._, Paris, 1887, pag. 99.
«Quando, come nelle società più rozze, non esiste ancora nè regola
politica, nè regola religiosa, la causa principale che impedisce
di soddisfare un desiderio quando si manifesta, è la coscienza dei
mali che risulteranno dalla collera degli altri selvaggi, se la
soddisfazione del desiderio è ottenuta a loro spese».

[96] GIANTURCO, _Istituzioni di Diritto civile italiano_. — Firenze,
1887, pag. 107.

[97] HOUARD, _Anc. lois françaises_, I, 378.

[98] _Fraser’s Journey_, II, pag. 372.

[99] MOERENHOUT, _Voyage aux îles du Grand-Océan_, II, pag. 68.

[100] EARLE, _Residence in New Zealand_, pag. 244.

[101] LETOURNEAU, _L’évol. du mar._, etc. — Paris, 1888.

[102] In Australia gli sforzi dei missionari per togliere il matrimonio
per ratto trovarono opposizione, specialmente nelle donne (LETOURNEAU,
_La sociologie, etc._, Paris, 1884). Il sentimento dell’uomo riguardo
al ratto dovè esser lungamente analogo a quello che noi troviamo tra
gli Zulù rispetto alla compra della sposa. — RATZEL, _Le razze umane_,
Torino, 1892, vol. I, pag. 387: «Soltanto la compra fa sentire la
forza reciproca del vincolo matrimoniale; e marito e moglie non si
riterrebbero uniti legalmente, se il marito non avesse dato o almeno
promesso qualche cosa per averla. Un uomo poi si sentirebbe umiliato,
se prendesse una moglie per niente».

[103] DUGMORE, _Kafir Laws and customs_, pag. 37.

[104] Secondo il Muirhead, questa formola, riportataci da Gaio, è
troppo vaga, e probabilmente il convenuto rispondeva provando il suo
titolo.

[105] BUONAMICI, _Delle «Legis actiones» nell’antico Diritto romano_,
Pisa, 1868. — MUIRHEAD, _Storia del Diritto romano_, Milano, 1888.

[106] Vedi a questo proposito le belle osservazioni del SUMNER MAINE,
_Etudes_, etc.

[107] «In loco iuxta fluvium pheterac» (MEICHELBECK, _Hist. frising._,
n. 368). «Actum super fluvium Moin in loco nuncupante Franconofurd»
(RIED, _Cod. dipl. Ratisb._, n. 10, an. 794).

[108] «Acta sunt haec apud Velbach in littore laci turicini» (NEUGART,
_Cod. dipl. Alleman._, N. 1030, an. 1282).

[109] «Zu dem richtbrunnen an dem landtag bi stuhlingen» (VEGELIN, II,
221, an. 1391).

[110] «Beim Born zu Pfungstatt» (WENK, _Hess. Gesch._, I, 82).

[111] «Sein Gericht mag er (der Landrichter) setzen vor der Bruche»
(WALCH, _Vermischte Beiträge zu den deutschen Recht_, III, 257).

[112] JOINVILLE, _Hist. de S.-Louis_, 1668, pag. 12 e 13.

[113] SPENCER, _Princ. de sociol._, III, p. 665.

[114] ELLIS, _Polynesian Researches_, tom. I, pag. 202, 203.

[115] ARDIGÒ, _Relatività della logica umana_, nel III volume delle
_Opere filosofiche_. — Padova, 1885.

[116] REYMOND, _Le arti figurative e un vecchio pregiudizio fisiologico
sulla visione_. — Torino, 1891.

[117] SPENCER, _I primi principii_. — Milano, 1888.

[118] BOURGET, _Nouveaux essais de psychologie contemporaine_.

[119] LOMBROSO, _L’uomo di genio_. — Torino, 1888.

[120] KRAFFT-EBING, _Psycopathia sexualis_. — Stuttgart, 1889.

[121] TYLOR, _Forschüngen über die Urgeschichte der Menschheit_, trad.
ted., pag. 25.

[122] GARRICK MALLERY, _Sign-Language among the North-American Indians_
(_First annual Report of the Bureau of Ethnology._ — Whashington,
1881).

[123] _Reise der osterreichischen Fregatten Novara um die
Erde-Linguisticher Theil_, von dr. FRIEDRICH MÜLLER, Vien, 1867. —
MARZOLO, _Monum. stor._, ecc., vol. I.

[124] SPENCER, _Princ. de soc._, vol. III. — Paris, 1883.

[125] DUCANGE, _Investitura_, III, 1531.

[126] Vedi in SPENCER (_Princ. de sociol._, vol. III, chap. II, Paris,
1883) le prove sulla enorme diffusione del trofeo in tutte le razze.

[127] Op. cit.

[128] _Chroniques_ de MONSTRELET, vol. II, lib. I, chap. CVII, pag. 435.

[129] FLOQUET, _Histoire du Parlem. de Normandie_, vol. I, pag. 250-256.

[130] BUKLE, _Histoire de la civilisation en Angleterre_, vol. III,
pag. 294. — Paris, 1887.

[131] Vedi riguardo a questa polemica lo SPENCER. _Principes de
sociologie_, vol. I, Paris, 1878, ed il GUYAU, _L’irreligion de
l’avenir_, specialmente a pagine 26-38. — Paris, 1887.

[132] SPENCER, _Principes de psychologie_, vol. I, pag. 302. — Paris,
1874.

[133] HARTMANN, _Die Philosophie_, etc., nel capitolo: _L’inconscio
nell’intelligenza_.

[134] GUYAU, _L’irréligion de l’avenir_. — Paris, 1887.

[135] ID., _id._

[136] Stephenson, invece, un giorno vedendo una sua locomotiva correre
via rapida, esclamò: _E dire che è il sole che la fa muovere_ (ARDIGÒ,
_La formazione naturale nel fatto del sistema solare_, Padova,
1884). — Ecco la differenza tra il ragionamento dell’uomo medio e
il ragionamento del pensatore di genio: in quello le associazioni
si restringono a quelle sensazioni che si sono più volte seguite
nell’esperienza e che hanno lasciata una traccia di sè nella psiche
in immagini o idee; in questo invece si formano da idee lontanissime
e apparentemente senza alcun nesso. Ma non dimentichiamo che gli
Stephenson e i Newton sono una eccezione nell’umanità, che nella sua
massa è composta di ben altra stoffa di individui.

[137] BERTILLON, _Les races sauvages_. — Paris, 1833.

[138] _Revue politique et littéraire._ — Paris, 1888.

[139] NIBLACK, _The coast indians of soutern Alaska and northern
british Columbia_. — Washington, 1890.

[140] MARZOLO, _Saggio sui segni_, pag. 37. — Pisa, 1866.

[141] La tradizione della ninfa Egeria e di Numa Pompilio rappresenta
una variante del fenomeno. Siccome usualmente la massima parte degli
uomini, non produce da sè le idee che ha, ma le riceve da altri, dai
vecchi, dai creduti sapienti, ecc.; così si crede che quando uno ha un
gran numero di idee le debba aver ricevute da un altro, da un essere
superiore.

[142] _Saggio sui segni._

[143] LEFÈVRE, _La religion_, pag. 538. — Paris, 1892.

[144] TANZI, _I germi del delirio. — Rivista sperimentale di freniatria
e medicina legale_, vol. XVI, fasc. I-II, Reggio Emilia, 1890.

[145] MARZOLO, _Saggio_, ecc.

[146] SALVIOLI, op. cit.

[147] BINET, _Etudes de psychologie expérimentale_. — Paris, 1888.

[148] _Genesi_, XXVII.

[149] Questa idea non ha nulla di comune con quella del Loria, che
(_Analisi della proprietà capitalistica_, vol. II) sostiene sì,
essere la logica variabile, ma che le sue variazioni dipendono dalle
condizioni diverse della terra libera. E cita il fatto che nelle età
in cui la schiavitù è necessaria per le condizioni economiche, tutti
gli scrittori ne sostengono la legittimità, mentre nelle età in cui
non è più necessaria, è da tutti maledetta e dimostrata una infamia.
Ma forse perchè Aristotile concludeva che la schiavitù non si poteva
abolire, mentre Spencer tratterebbe di pazzo chi volesse ricostituirla,
si può dire che i processi logici con cui l’uno e l’altro arrivano
alle diverse conclusioni siano differenti? Ma sono le premesse che
differiscono, il punto di vista, i dati della questione e quindi anche
le conclusioni, non la maniera di ragionare: il sillogismo funziona
nel cervello dell’uno come in quello dell’altro. Invece non funziona
nello stesso modo nel cervello di Aristotile e in quello di un ragazzo
o di un selvaggio: così tra l’altro il Marzolo dimostrò che il _post
hoc ergo propter hoc_, eresia immensa nella logica ideale, è una vera
legge del ragionamento come si fa dai bambini, dai selvaggi, e ancor
oggi dagli uomini più rozzi (Vedi quella bellissima memoria che è il
saggio forse più stupendo scritto sin qui sulla psicologia dell’uomo
inferiore: MARZOLO, _Delle disposizioni originarie soggettive dell’uomo
e degli effetti loro_, Milano, 1862). La logica è una funzione del
cervello; e può solo variare, come tutte le funzioni, secondo il
variare dell’organo.

[150] SPENCER, _Principes de sociologie_, vol. III.

[151] SPENCER, _Istituzioni ecclesiastiche_. — Città di Castello, 1886.

[152] DRAPER, _Histoire du développement intellectuel et moral de
l’Europe_. — Paris, 1868-69, vol. II.

[153] MICHELET, _Les symboles_, etc.

[154] SPENCER, _Principes de sociologie_, vol. III.

[155] ID., _id._

[156] Di qui dipende l’intenso ma ristretto altruismo dei membri
di molte tribù, uno rispetto all’altro; il che però non esclude la
più assoluta ferocia riguardo agli stranieri. Vedi l’articolo del
principe KRAPOTKINE: _L’appui mutuel chez les sauvages_, nella _Société
nouvelle_, gennaio 1893.

[157] BOUCHE, op. cit.

[158] ALONGI, _La camorra_, Torino, 1890.

[159] _Arch. di psichiatria e scienze penali_, 1880, fasc. II. Vedi
questo intaglio riprodotto nell’_Uomo di genio_, tav. VII.

[160] SPENCER, _La giustizia_. — Città di Castello, 1893, pag. 48-49.

[161] SUMNER MAINE, _Ancient Law_, pag. 76-7, 3ª ediz. (Citato da
Spencer).

[162] Giornale _La Lombardia_, 15 marzo 1893.

[163] _Journal du Palais_, t. LXXVII, pag. 824.

[164] In un lavoro che avrà forse per titolo: _La formazione
naturale della giustizia_; l’espressione dell’Ardigò _formazione
naturale_ parendomi, almeno in questa materia, più esatta che l’altra
_evoluzione_ dello Spencer.





Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
I simboli : $b in rapporto alla storia e filosofia del diritto, alla psicologia e alla sociologia — Ferrero, Guglielmo — Arc Codex Library