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Project Gutenberg

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 2/8 : $b dal secolo V al XVI

Gregorovius, Ferdinand

2025itGutenberg #76678Original source
STORIA
                                 DELLA
                             CITTÀ DI ROMA
                             NEL MEDIO EVO

                          DAL SECOLO V AL XVI


                                   DI
                         FERDINANDO GREGOROVIUS


        PRIMA TRADUZIONE ITALIANA SULLA SECONDA EDIZIONE TEDESCA
                       DELL’AVV. RENATO MANZATO.

                               VOLUME II.



                                VENEZIA,
                           GIUSEPPE ANTONELLI
                                 1872.




                         PROPRIETÀ LETTERARIA.




STORIA

DELLA CITTÀ DI ROMA

NEL MEDIO EVO.




LIBRO TERZO.

DAL PRINCIPIO DEL GOVERNO DEGLI ESARCHI ALL’INCOMINCIAMENTO DEL SECOLO
OTTAVO.




CAPITOLO PRIMO.


§ 1.

Decadimento di Roma. — La Chiesa romana sorge dalle rovine dello Stato.
— Benedetto fondatore del monachismo occidentale. — Abazie di Subiaco e
di Monte Cassino. — Cassiodoro si fa monaco. — Origine e diffusione del
monacato in Roma.

La caduta del reame dei Goti dà inizio al decadimento universale del
mondo antico e alla ruina di Roma. Le istituzioni, i monumenti, le
stesse tradizioni storiche del vecchio tempo poco a poco si coprono
d’obblianza. I templi vanno crollando. Dalla sua deserta collina il
Campidoglio eleva nell’aere muto uno splendore meraviglioso di colonne
e di monumenti, il cui silenzio di sepolcro interrompe soltanto il
gemito lugubre del gufo; a quella vista ben avrebbe potuto commoversi
al pianto il più fiero cuor di romano. L’immenso palazzo degli
Imperatori, che pur serba incolumi le maggiori sue moli, simile a un
labirinto di vuote sale ancora adorne dei marmi più preziosi e qua
e colà coperte di tappeti trapunti in oro, va anch’esso decadendo
ed è una rocca fatata, quasi residenza di Faraoni defunti; soltanto
una sua breve parte è stanza del Duce bizantino di Roma, che è un
eunuco della corte dell’Imperatore greco od un generale di origine e
di costume a mezzo asiatici. I fori pomposi dei Cesari e del popolo
romano sono cadenti di vecchiezza e diventano argomento di leggenda.
Nei teatri e nel Circo massimo, dove non si rinnovellano più le corse
di carri, ultimo e prediletto sollazzo dei Romani, s’alzano monti di
ruine e cresce l’ortica. L’anfiteatro colossale di Tito sostiensi
ancora nella sua saldezza, ma, messo a ruba, ha perduto il decoro
degli ornati; le grandi terme non sono liete più di correnti d’acqua,
non servono più al bagno e somigliano a città deserte su cui l’edera
comincia a inerpicarsi. I rivestimenti di marmo prezioso che coprivano
le loro muraglie cadono o sono strappati per bisogno di materiali, e
i pavimenti di musaico si dissolvono in pezzi. Ancora in isplendide
camere trovansi sedili da bagno di marmo bianco o scuro e preziosi
bagnatoi di porfido o di alabastro orientale; ma i preti di Roma poco a
poco tolgono di là quelli e questi per farne, nei santuarî delle loro
Chiese, cattedre vescovili, o urne per raccogliere nelle confessioni
le ossa di qualche Santo, o bacini pei battisterî; le statue che in
gran numero adornano le terme vi rimangono abbandonate finchè qualche
muraglia cadendo le infrange, e il cumulo dei ruderi per secoli le
seppellisce. Il completo abbandono di quei magnifici monumenti di Roma,
altra volta animati di tanta vita, ha qualche cosa che mette ribrezzo;
gli era col terrore che destano gli spettri che il discendente
dell’antica Roma guatava i loro portici bene dipinti e le loro ombrose
gallerie simili a grotte di viva roccia gradatamente bagnate dalle
acque; e il ladro e l’assassino, il falso monetario, il negromante, il
settario, ivi ponevano loro nascoste dimore.

La mente umana non è capace di ricercare qual fosse l’animo del Romano
de’ tempi di Cassiodoro e di Narsete, nè può comprendere qual cuore
fosse il suo, quando percorreva quella Roma priva di vita, cui il genio
della ruina andava gettando tutt’intorno le sue spire fatali, quando
mirava nel silenzio senza lena di quell’età gli archi di trionfo, i
templi, i palazzi, le colonne, le statue stare in piedi, come per forza
di magìa, o smoversi, o cadere, o ingombrare di ruderi il suolo. Per
quanto la fervida fantasia possa tentare di dipingere a sè stessa lo
squallore di Roma nel primo periodo della signoria bizantina, allorchè
il popolo, travagliato dalla fame e dalla peste e agitato sempre dal
terrore della spada dei Longobardi, si smarriva per le vie deserte
della morta città dei Cesari, le sarà pur sempre negata la forza di
produrre un quadro fosco di tanta ombra spaventosa. Oltracciò Roma si
trasformava come crisalide, si copriva di conventi nella più strana
guisa; e durante il tempo dei Bizantini, in mezzo al profondo mutismo
della Storia, altro non s’ode che il sordo rimbombo della caduta dei
monumenti, che il romore di costruzioni senza posa di chiese e di
chiostri, che il triste canto delle litane espiatorie, e le salmodie
monotone di frati e di monache, e gli inni delle comitive di pellegrini
germanici. Ma la cittadinanza civile dei Romani precipitata in basso,
incapace di qualunque sentimento di libertà, povera, mendica, vero
cumulo di ruine morali, sembra, come i dormenti di Efeso, immersa in un
sonno di secoli nel mezzo ai ruderi della grande antichità, finchè nel
secolo ottavo ne la desta la voce di un mago, la voce del Papa. Duranti
questi tempi è il Papa il solo che veglia, il solo che opera, che
non posa mai ed eleva l’edificio della gerarchia romana. Il graduale
svolgimento di questa, il suo innalzamento dalle rovine dell’antico
Stato romano in mezzo alle più aspre difficoltà, a ragione induce i
posteri ad ammirazione, avvegnachè essa sia stata la trasformazione
più potente dell’umanità, e nel tempo stesso insegni quali grandi fatti
nell’ordine morale possano compiersi per via di un organamento condotto
a sistema, quali risultamenti possano ottenersene. Lo studio di quel
lavorio interno è còmpito di chi tratta della storia della Chiesa, non
di chi scrive gli annali della città di Roma; a noi basterà pertanto di
additarne in termini generali il procedimento. Il periodo politico di
Roma si chiude colla caduta di quei Goti, che per qualche tempo ebbero
sostenuta in vita la cultura antica e l’ordinamento civile dei Romani,
ed or che proseguiamo nella storia della Città, ci è duopo ravvisare
che siamo già entrati nel periodo ecclesiastico o papale di Roma. La
energia di vita ancora rimasta ai Romani era rivolta ad esclusivo
servigio della Chiesa erede di Roma imperiale, perocchè spenta già
fosse l’operosità nelle bisogne civili. Nell’ordine politico serva a
Bisanzio, ove durava lo Stato romano o pagano con tutte le conseguenze
di una signoria despotica, la Roma profana degli antichi si trasformava
nella città santa della Chiesa. La podestà spirituale piantava il
suo vessillo sulle ruine di Roma e sedeva al riparo di quelle mura di
Aureliano onde noi abbiamo già posta in rilievo l’importanza che ebbero
nella storia del mondo! In mezzo a queste mura essa salvò il principio
latino della unità d’impero e dell’accentramento del genere umano,
serbò le leggi civili romane e le opere della cultura latina; di qui
essa intraprese la grande lotta contro i barbari che avevano fatto in
pezzi l’Impero, e gli educò cogli insegnamenti del Cristianesimo nel
tempo stesso che gli incatenò a Roma. Questo còmpito, che nella civiltà
storica fu affidato alla Chiesa, non sarebbe stato raggiunto mai se i
Germani che dominavano Italia avessero conquistata anche la città di
Roma. Eglino le mossero assalimento e l’assediarono ripetute volte;
ma Roma ne fu sempre salva, così che la sua conservazione sembri quasi
aver obbedito a una legge istorica.

Le conquiste stesse dei Longobardi in Italia, che minacciavano lo
sterminio alla Chiesa di Roma, nei risultamenti giovarono invece alla
vittoria di essa. I Longobardi fiaccarono la potenza dei Bizantini,
i quali ad ogni modo seppero resistere in Ravenna per il corso di
due secoli; eglino costrinsero i Vescovi romani ad usare di tutta
la loro energia per dare opera a un ordine politico indipendente,
da cui poco a poco il Papato conseguì sua potenza in Italia; eglino
rianimarono l’amor di nazione fra i Romani, che dalla più profonda
apatìa chiamarono a difender sè stessi con forza di armi. Bentosto la
Chiesa romana, sodamente organata e difesa da Italia, potè combattere
contro Bisanzio una lotta di questioni dogmatiche che in breve s’elevò
ad un vero rivolgimento politico, da cui la Chiesa uscì ricca e fornita
di podestà temporale e signora di Roma. E l’esito della lunga battaglia
di Roma contro i Longobardi e contro l’impero assoluto bizantino si fu
che questo venne cacciato di Europa, che la Chiesa ottenne libertà, che
ne derivò la costituzione dell’Impero occidentale in forma di uno Stato
feudale e cristiano dei Latini e dei Germani federati.

In mezzo alle rovine che ingombravano lo Stato e la Città dei Romani,
si eleva, ancor negli ultimi tempi dei Goti, la persona solitaria e
triste di un Latino che rifletteva in sè l’indole di quell’età di
transizione; perocchè la sua vita e le sue opere dischiudano quei
secoli tenebrosi che noi dobbiamo ora descrivere. Questo uomo insigne
è Benedetto; figlio di Euprobo, nato nella Nursia umbrica intorno
all’anno 480, è il patriarca del monachismo d’Occidente. Narrasi che
giovinetto di quattordici anni venisse in Roma per compiere di erudirsi
nelle scienze, ed oggi ancora in Trastevere, e precisamente nella
piccola chiesa di san Benedetto in Piscinula mostrasi il luogo in cui
dovette esistere la casa appartenente al dovizioso suo padre. Colpito
di terrore allo spettacolo della caduta del mondo romano, il giovine
fu preso da irrefrenabile desiderio di scamparne e di consecrarsi
solitario alla contemplazione dell’Eterno. Egli fuggiva a Subiaco, dove
l’Anio colle «sempre frigide» acque bagna una delle più amene vallate
d’Italia[1].

Ivi, nella maestosa solitudine delle montagne, poneva stanza in una
grotta, coperto di pelli d’animale e fornito di cibo da Romano, un
anacoreta suo eguale. Le sue estatiche meditazioni, come quelle di
Girolamo nel deserto, erano talvolta interrotte dalle ricordanze
seducenti delle donne di Roma, ma il giovine, animato dal fervore
di Dio, gettate le pelli che lo vestivano, si voltolava fra ortiche
e fra nidi di vipere e fugava il demone tentatore. Si sparse la
rinomanza della sua santità. Accorsero a lui altri fuggitivi del mondo
che coltivavano animo eguale, e bentosto ei potè innalzare dodici
piccoli conventi nelle montagne di Subiaco. Qui visse molti anni,
incorato dalle lodi della pia sorella di lui, Scolastica, attendendo
a raffermare la regola del suo Ordine. Financo illustri patrizî a lui
adducevano i loro figliuoli perchè gli educasse; il senatore Equizio
gli conduceva il figlio Mauro, Tertullo il figlio Placido, e in quei
due discepoli Benedetto coltivava i suoi apostoli per le Gallie e
per la Sicilia. La gloria del fondatore dell’Ordine svegliava però
la gelosia dei preti di Varia e di Vicovaro; eglino congiurarono a
cacciare il Santo e a distruggere il suo maggiore convento. Un dì
mandarono colà sette avvenenti cortigiane, ed alcuni fra i tiepidi
seguaci di Benedetto ruppero i loro voti e la fede claustrale. Il
Santo allora decise di abbandonare Subiaco profanato, e seguito da
tre giovani corvi, cogli angeli che lo ammaestravano della via, si
condusse sul monte di Castro Cassino, che è un luogo posto lungo la
via Latina, in quella parte montana della Campania che è irrigata dal
Liri. Su quel monte egli trovò ancora pagani; avvegnachè le leggi
degli ultimi Imperatori di Roma avessero potuto sì poco estirpare
l’antico culto degli Dei, che lo stesso Teodorico dovette promulgare
un editto contro gli adoratori degli idoli. Nei loro boschetti sacri
di allori e di mirti gli abitatori di Castro Cassino sacrificavano a
Venere, e in un tempio ben conservato alzavano preci ad Apollo. Non
appena giunto, Benedetto distruggeva questi altari, al riparo delle
leggi dello Stato faceva atterrare quell’ultimo tempio di Apollo onde
parli la Storia, e sui suoi ruderi innalzava un convento, non temendo
un demone che, posando sopra il tronco di una colonna abbattuta,
cercava di porre impedimento all’edifizio cristiano. Questo chiostro di
Cassino, che più tardi diventò l’Abazia di Monte Cassino, fu nel corso
dei tempi la metropoli veneranda di tutti i conventi di Benedettini
dell’Occidente; faro solitario della scienza splendette gloriosamente
in mezzo alla tenebra densa del medio evo, ed uno spiro delle Muse
dal tempio distrutto di Apollo si salvò in questa accademia di monaci
che attendevano alla prece e al lavoro[2]. La fondazione del convento
operata da Benedetto avveniva, con mirabile riscontro, in quello stesso
anno 529 in cui l’imperatore Giustiniano cacciava gli ultimi filosofi
dalla scuola platonica di Atene[3].

Ivi fu il prode Totila a visitare il Santo, che con veste mentita
tentò invano di ingannare, e dalla bocca di lui udì vaticinarsi le
vicende della sua vita; ivi Benedetto profetò la ruina che le tempeste
avrebbero inflitto a Roma, predizione che gli scrittori posteriori
sogliono addurre per discolpare i Goti di accuse odiose: ed ivi passò
di vita il santo patriarca, nell’anno 544, credesi, tosto dopo la
morte della sua fida sorella. La leggenda ornò di racconti poetici la
vita mirabile del padre del monachismo di Occidente; e i pittori del
medio evo se ne giovarono traducendola in innumerevoli affreschi sui
muri dell’alta chiesa che a Subiaco fu eretta sul monte. Pregevoli per
leggiadria e per sobrietà d’imagini, immuni così dalla esagerazione
delle storie dei martiri come dall’assurdità delle leggende posteriori,
quelle narrazioni possono appellarsi la vera epopea santa del monacato.
Papa Gregorio, contemporaneo di Benedetto, ma di lui più giovane,
dedicava alla storia leggendaria del Santo il secondo libro dei suoi
Dialoghi, e più di due secoli dopo il longobardo Warnefredo, ossia
Paolo Diacono, monaco di Monte Cassino, espiava la colpa del suo popolo
che un tempo aveva distrutto quel convento, scrivendo distici adorni,
nei quali celebrava i miracoli di Benedetto[4].

In un tempo in cui l’ordinamento politico dello Stato romano si
sfasciava, in cui la società civile precipitava in rovina e molti
di quell’età rifuggivano nella solitudine secondando un impulso
quasi istintivo dell’animo, quell’uomo meraviglioso sorgeva a farsi
legislatore nella cerchia di vita del sentimento cristiano. Prima
ancor di Benedetto, l’Occidente aveva avuto i suoi monaci, ma fino a
quel tempo eglino, per gran parte vagabondi e indisciplinati, erano
vissuti secondo la regola del greco Basilio o di Equizio di Valeria,
di Onorato di Fundi o di Egesippo di Castel Lucullano di Napoli o
secondo altri ordinamenti. Ora però Benedetto dava opera ad una riforma
d’ordine romano, e sottometteva il monacato ad un reggimento severo
e durevole. Per lui la Chiesa latina riceveva il primo organamento
claustrale autonomo, di tal guisa poteva liberarsi dalla soggezione
di Grecia e d’Oriente; e si è appunto questo merito che attribuisce
a Benedetto una altissima importanza nazionale in riguardo a Roma e
all’Occidente governato dall’Episcopato romano. Chi giudica l’istituto
monastico colle vedute e cogli intendimenti della società attuale,
non può rendere giustizia ad un uomo quale si fu Benedetto; ma per
chi lo consideri tenendo conto delle necessità dei tempi suoi, egli
certo appartiene agli uomini più illustri dei primi tempi del medio
evo onde egli fu il Pittagora. Entrambi quei legislatori ebbero in
mira un idealismo sociale. Quello del grande Greco si esplicava in una
fratellanza di uomini generosi e forti, che, inspirandosi all’amore
della libertà e della filosofia, dovevano svolgere la loro operosità
nell’adempimento dei doveri tutti della vita, nella famiglia, nella
società, nello Stato. La repubblica monacale di Benedetto, inspirata
ad un solo scopo, si chiudeva invece entro i confini sociali più
angusti, così che Benedetto non poteva costituirla che a spese
della società. Nelle sue leggi accoglieva la idea cristiana della
negazione dello Stato, ripudiava il matrimonio, creava semplicemente
una fratellanza di anacoreti; e queste associazioni di uomini,
pochi di numero e tutto soli, si asserragliavano dapprincipio nel
mezzo della solitudine immensa dei monti, più tardi anche nel mezzo
delle città. L’affrancamento dalle necessità mondane apparve allora
sotto la miseranda forma della servitù, avvegnachè coloro che si
associavano in religione monastica altro non fossero che servi votati
al Signore. Quel problema per cui s’era chiesto se fosse possibile
cosa trasportare sulla faccia della terra l’imagine del regno celeste,
doveva trovare sua soluzione in unioni solitarie di chiostri; sennonchè
questa democrazia dei santi, causa le esigenze terrene, si convertì
col proceder dei tempi in una sconciatura ridicola. L’ordinamento
tremendo, in cui all’uomo null’altro è concesso che una libertà di
puro misticismo, in cui l’anima vivente è strappata sì alle lotte del
mondo, ma anche ai suoi godimenti, esce fuor dello scopo che è imposto
dalle leggi di natura, ma non trascende però al di là dei confini
dell’organamento dell’uomo; e quanto più in generale è dura, servile
e infelice la vita della società, tanto più numerosi sono quelli
che, astretti o volonterosi, rinunciano ad un mondo odioso e cercano
rifugio nell’idea cui intende l’intimo desiderio della coscienza[5].
L’animo elevato e poetico, tutto in sè romito di Benedetto comprese
i bisogni religiosi di quel tempo procelloso, li raccolse nella
sua repubblica e quale legislatore ne costituì il reggimento colla
mira generosa di far fruttificare in iscuole pratiche le dottrine
cristiane dell’obbedienza alla legge morale, dell’umiltà e dell’amore,
dell’abnegazione, della libertà morale e della comunanza dei beni. E
quel che v’ha di grande nel suo Ordine monastico si è che esso svelò
come quegli insegnamenti non ispaziassero nel mero campo dell’idea, ma
potessero tradursi efficacemente nell’opera; e se vogliasi tributare
una giusta lode a quel monacato, sì benemerito un tempo della cultura
e sì venerando, questa è, che in un tempo barbarico, alle fiere e
rotte passioni dell’egoismo, dell’avidità di potere e della sensualità
esso potè opporre una repubblica eroica di uomini che s’imponevano a
dovere la operosità, la povertà, il sacrificio di sè. Benedetto non
permise che i suoi monaci perdessero sonnacchiosi il loro tempo nella
ignavia contemplativa; obbedendo alla legge sociale della divisione
del lavoro, eglino avevano obbligo di faticare colle braccia e collo
spirito; laonde i Benedettini in molti paesi dell’Occidente divennero
maestri dell’agricoltura, delle industrie, delle scienze, merito
durevole di questo che fu il più illustre, il più glorioso, e, ciò
che val meglio, il più umanitario di tutti gli Ordini religiosi sorti
dal Cristianesimo. I conventi che obbedivano alla regola di Benedetto
prestamente si diffusero nell’Occidente; Spagna, Gallie, Italia,
Inghilterra e, dopo il secolo ottavo, anche Germania, ne furono piene.
La Chiesa romana se ne giovò tosto al suo scopo; essi diventarono per
la Chiesa ciò che erano state per la vecchia Roma le colonie militari;
e, non appena lo Stato era caduto in pezzi, monaci romani a piè scalzi,
cinti i fianchi di cilicio, non trattenuti da paura, si inoltravano,
simili a conquistatori, fino alla estrema Tule, e penetravano in quelle
regioni selvagge dell’Occidente che un tempo i consoli antichi, alla
testa delle legioni, non avevano potuto sottomettere appieno.

Le terre tutte d’Italia in questo tempo vedevano sorgere conventi
novelli. Ad uno di essi tributar dobbiamo venerazione profonda,
avvegnachè fosse l’ultimo asilo di Cassiodoro. Dopo che per trent’anni
quel grand’uomo di Stato ebbe con isplendore governata Italia sotto di
Teodorico, di Amalasunta, di Atalarico e di Vitige, e dopo che per sì
lunga età ebbe salvati gli Italiani dalla barbarie, stanco, triste e
mosso a pensieri di pietà, egli si partì dal mondo romano che crollava,
per seppellire nella cella di un chiostro, insieme colla sua vita,
anche la scienza e la sapiente ragione di governo dell’Antichità.
Nell’anno 538 fondò il _Monasterium Vivariense_ nella sua terra nativa
di Squillace nelle Calabrie, la cui positura incantevole egli stesso
descrive da poeta, quando la paragona ad un tralcio di vite che pende
da un monte petroso. Dopo che ebbe tentato con alcuni scritti di
inspirare negli studî teologici qualche gusto di stile classico, morì
nel 545, nei suoi cento e più anni di vita, contemporaneo di Boezio e
di Benedetto, di quei due uomini che si sogliono nominare l’uno allato
dell’altro per dipingere i profondi contrasti di quell’età. Cassiodoro,
ultimo dei Romani, che si copre la testa di un cappuccio monacale per
morirvi, offre un quadro commovente e di tragica tristezza, perocchè
si sveli in lui il destino stesso della città di Roma che omai entra in
convento[6].

Anche in Roma fondavansi già, intorno a questo tempo, molti chiostri;
e infatti, dopo che Atanasio di Alessandria discepolo dell’egiziano
Antonio, verso la metà del secolo quarto, avea qui introdotto il
monacato, questo vi si era diffuso con meravigliosa prestezza: e
al tempo di Rutilio non v’era un palmo d’isola del mar Tirreno, per
quanto piccola fosse, come Igilio, la Capraia, la Gorgona, e Palmara
e Monte Cristo, dove anacoreti «pavidi della luce» non avessero posto
loro stanza[7]. Agostino parla con chiaro discorso di conventi che
esistevano in Roma, e Girolamo con orgoglio vi conta frati e monache
innumerevoli. Questo apostolo zelatore del monacato in una lettera
indiritta a Principia, pia donna romana, offre descrizioni curiose
e particolareggiate sull’origine che in Roma ebbero i monasteri di
donne. La pupilla della celebre Marcella avevalo chiesto di dettare
una biografia di questa matrona, e Girolamo non sapeva tributare
onoranza migliore alla Santa di quella per cui la celebrava prima
monaca di Roma che fosse nata di nobile progenie. Marcella, discendente
di una famiglia, che fra i suoi antenati contava una lunga serie di
consoli e di prefetti di Roma, aveva perduto lo sposo dopo sette
soli mesi di matrimonio; indi, respinte le istanze che il console
Cercalis movevale per ottenerne la mano, aveva eletto vita monastica,
affrontando colla fermezza dell’animo suo quella ignominia che agli
occhi delle illustri donne le procacciava un proposito che non aveva
riscontro d’esempli. Ciò avveniva non molto dopo che Atanasio e più
tardi Pietro di Alessandria, fuggendo dalle persecuzioni degli Ariani,
erano venuti a Roma. Le idee che questi uomini avevano qui diffuso e
le narrazioni meravigliose della vita di Pacomio e di Antonio, delle
monache e dei frati che dimoravano nei deserti petrosi della Tebaide,
avevano acceso l’ardente fantasia di Marcella siffattamente, che la
pia vedova nel suo fervore avrebbe ambito di raccogliere in chiostro
le donne tutte di Roma. Occorsero degli anni perchè l’apostolato di
lei mettesse frutto, ma poi ella con orgoglio potè contare fra le
seguaci sue Sofronia, Paola ed Eustochia patrizie romane. In Roma
finalmente ella conobbe Girolamo e tenne quindi con esso una frequente
corrispondenza epistolare. È cosa incerta se Marcella fondasse il
primo convento femminile di Roma nelle sue case che sorgevano sul monte
Aventino[8]; perocchè dapprincipio ella non vivesse entro la Città, ma
eleggesse a chiostro un suo possedimento di campagna, dove ella abitava
insieme alla discepola Eustochia. «Abbiate ivi lunga vita,» così le
scriveva Girolamo, «il vostro esempio ha operate molte conversioni,
e Roma, giubiliamone, s’è trasformata in Gerusalemme; poichè vi sono
parecchi conventi di vergini donne, e innumerevole è la moltitudine dei
monaci»[9].

Ad ogni chiesa di Roma si cominciò quindi in poi ad aggiungere un
monastero; già Leone I uno ne aveva edificato congiungendolo al san
Pietro e l’aveva consecrato ai santi Giovanni e Paolo. L’operosità
di Benedetto a quella tendenza del tempo inspirava una forza novella:
ricchi patrizî fondavano chiostri; Gregorio, sceso della celebre stirpe
degli Anicii, spendeva il patrimonio della sua famiglia per erigere nel
palazzo Anicio sul Clivo Scauro un convento che dedicava all’apostolo
Andrea e che dura oggidì ancora presso la chiesa di san Gregorio sul
monte Celio[10]. Quando poi Gregorio diventò papa, la moltitudine dei
frati e delle monache, che vivevano associati in conventi o solinghi
in celle, era così numerosa, che di sole monache ei poteva contare tre
mila donne, le quali ogni anno ottenevano sussidio dal patrimonio della
Chiesa[11].


§ 2.

I Longobardi si avanzano in Italia. — Giungono fin sotto Roma. —
Benedetto I papa, 574. — Pelagio II papa, 578. — I Longobardi assediano
Roma. — Distruzione di Monte Cassino, 580. — Fondazione del primo
convento dei Benedettini in Roma. — Pelagio II chiede aiuto a Bisanzio.
— Gregorio va nunzio alla corte dell’Imperatore. — Inondazione e peste,
509. — Muore Pelagio II. — Edificazione del san Lorenzo.

La costituzione monastica di Benedetto, sorta fin dagli ultimi tempi
dei Goti, aveva preceduto all’invasione di Alboino, e in essa la
Chiesa conseguiva una delle armi più valide per sottomettere quei
Longobardi che dapprincipio si erano mostrati tanto terribili.
Ariani di credenza come i Goti, ma commisti a genti pagane della
Germania e della Sarmazia, quei popoli erano incapaci di accogliere
in sè la civiltà antica che eglino ancor trovavano in Italia[12], e
soltanto alla Chiesa latina riusciva di poter loro mettere un freno,
poco a poco trasfondendo in essi le reliquie di cultura classica
che avevano trovato rifugio in quei conventi. Corsero tuttavolta
più di centocinquant’anni perchè i Longobardi accogliessero quel
mutamento nell’indole loro, e quel tempo fu uno dei più spaventosi
periodi della storia di Italia. Quando quel popolo discese, le città
italiche, sebbene dalle guerre dei Goti devastate e vuote di popolo,
duravano tuttavia nella loro forma romana piene di monumenti deserti,
testimonî dello splendore dell’antichità, ed offrivano allo sguardo
uno spettacolo di estrema tristezza che a parole mal si può pingere.
Ma una dopo l’altra cadevano adesso sotto la spada di quei barbari,
e con esse perivano anche gli ultimi avanzi di costituzione latina
del municipio antico. Il popolo di Alboino era animato da spiriti ben
differenti da quelli del popolo del gran Teodorico; i generosi Goti
avevano protetta la cultura latina, i Longobardi selvaggi la fecero in
pezzi. La peste e le devastazioni di guerra avevano resa Italia quasi
incapace di opporre resistenza, e fiacca era la difesa dei Greci. Già
nell’autunno del 569 Milano s’era arresa ad Alboino, il quale nel 572,
dopo un assedio di tre anni, entrava in Pavia nel palazzo di Teodorico,
e dall’Italia superiore ora imprendeva l’opera di assoggettamento di
tutta la penisola. Soltanto Ravenna, Roma e le città marittime tenevano
alto il vessillo dello Stato e dell’Imperatore, e la conservazione di
Roma, che appena si difendeva, sembrava un prodigio agli stessi Romani.
Al possedimento della capitale agognava Alboino desideroso di porre la
sede del suo reame nel palazzo dei Cesari; e già le sue orde guerriere,
con orribili guasti, da Spoleto si avanzavano fin sotto le mura di
Aureliano. Ciò avveniva ancora al tempo del vescovo Giovanni III
(560-573), che, dopo un reggimento di quasi tredici anni, moriva addì
13 luglio 573.

Roma era premuta allora da difficoltà sì gravi che la sede di Pietro
rimase più di un anno vacante, ed invero i Longobardi avevano posto
campo innanzi alle porte o in vicinanza della Città e impedivano ogni
relazione con Bisanzio, di dove l’Imperatore doveva dare la conferma
al novello Pontefice. Fu questi Benedetto I, romano (574-578). Del suo
reggimento, che durò quattro anni, poco si sa; il Libro Pontificale
narra soltanto che durante esso i Longobardi ebbero invase tutte le
terre d’Italia, e che la moria e la fame infierirono. Anche Roma ne fu
afflitta, e Giustino imperatore, o piuttosto il generoso Tiberio, ebbe
cura di alleviare la penuria della Città mandando granaglie d’Egitto a
Porto[13].

Dopo che in sull’anno 575 fu morto Clefi, cui i Longobardi avevano
data la corona di Alboino assassinato, l’impero di quel popolo, preda
dell’anarchia, si era diviso fra trentasei Duchi, e Farvaldo, primo
duca di Spoleto, teneva assediata Roma precisamente nel tempo in cui
moriva Benedetto I, addì 30 Luglio 578[14]. Il suo successore, Pelagio
II, figlio di Vinigildo, romano di origine gotica (578-590), fu perciò
consecrato senza che avesse ottenuta conferma dall’Imperatore[15].
La pressura ond’era gravata Roma, rendeva ancor più necessaria la
pronta elezione del suo reggitore spirituale, avvegnachè la Città non
avesse nè un Duce, nè un Maestro di milizia. Ignoriamo massimamente in
che modo Roma potesse provvedere alla sua difesa, nè sappiamo se fin
d’allora alla poca soldatesca greca, che v’era di presidio, si unisse
una milizia cittadina; abbiamo però motivo di accogliere l’opinione
che l’assedio di Roma desse origine al primo organamento militare della
cittadinanza. I Romani, che già un tempo colla forza delle armi avevano
soggiogato il mondo, in quest’altro periodo della loro vita storica
tornavano ai loro principî primi, e, dopo un lungo letargo che non
aveva riscontro pari, imprendevano di bel nuovo a istituire una scarsa
soldatesca cittadina, quasi che prima Roma non avesse avuto mai geste
di guerra.

L’afflitta Città o piuttosto il suo Vescovo, chè la necessità ne
lo faceva il rappresentante e ben presto il reggitore, si volgeva
all’Imperatore di Bisanzio signore suo, chiedendone soccorso.
Un’ambasceria solenne di senatori e di sacerdoti con a capo il patrizio
Pamfronio, recava innanzi al trono di Costantinopoli il grido di dolore
di Roma e tremila libbre d’oro smunte alla miseria della abbandonata
Città. Ma la guerra di Persia occupava tutte le forze dello Stato,
l’Imperatore mandava soldati insufficienti al bisogno a Ravenna, che
per l’importanza gli stava più a cuore di Roma; era però generoso
abbastanza da rinunciare all’oro romano, e consigliava che con esso si
tentasse di corrompere i comandanti militari dei Longobardi[16].

I Romani conchiusero un trattato coll’inimico pagando riscatto, e
Zoto, duca di Benevento, ritirò il suo esercito al di là del Liri, dove
nell’anno 589 mise a distruzione il monastero di Monte Cassino[17].

Egli lo assaltò di notte tempo, ma gli sventurati monaci ebbero tempo
di fuggire e di salvarsi a Roma seco portando il libro della Regola
monastica scritto di mano del loro Santo[18]. Pelagio diè loro ricovero
presso la basilica Lateranense, dove i padri di Monte Cassino fondarono
il primo convento di Benedettini in Roma, che eglino appellarono col
nome dell’Evangelista e del Battista Giovanni; e quando più tardi
loro fu affidato l’officio liturgico della chiesa, la basilica di
Costantino o del Salvatore, dal nome del chiostro, ricevette il titolo
di san Giovanni Battista. Primo abate fu Valentiniano, e durante i
centoquarant’anni in cui Monte Cassino fu abbandonato in ruina, il
convento fiorì splendidamente; più tardi decadde così, che nel secolo
ottavo Gregorio II fu costretto a rinnovellarlo[19].

Prima ancora che i Benedettini fuggiaschi trovassero ricovero in Roma,
Gregorio, uno dei patrizî più illustri di Roma, aveva fondato, come
già osservammo, un monastero sul dolce declivio di quel monte Celio che
già diventava deserto; ed ivi allora ei viveva in solitudine monastica.
Il vescovo Pelagio conobbe in lui virtù capaci a vincere le avversità
dei tempi futuri, e pertanto, trattolo da quell’abbandono romito di
sognatore, lo spediva suo nunzio alla corte bizantina, che voleva
pacificare del dispetto cagionato dalla sua ordinazione avvenuta senza
conferma imperiale. La Chiesa romana si faceva rappresentare (ed è
questa la prima istituzione dei Nunzî) da un Apocrisario, ossia da uno
stabile ambasciatore, così in Ravenna presso l’Esarca, come in Bisanzio
presso l’Imperatore, e noi abbiam veduto che un officio sì illustre
poteva essere considerato l’eccelso dei gradini che adducevano alla
sedia di san Pietro. È probabile che Gregorio andasse a Costantinopoli
con quella stessa ambasceria di patrizî e di preti che nel 579 era ita
a chieder ajuto contro i Longobardi. Ivi, così in corte che fra gli
ottimati più influenti, Gregorio si fece degli amici illustri, quali
furono la imperatrice Costantina figlia di Tiberio, Teoctista sorella
dell’imperatore Maurizio, e quest’ultimo, che salì al trono nell’agosto
dell’anno 582. Ancora nel 584 egli stava in corte dell’Imperatore, come
si pare da una lettera degna di nota a lui indiritta da papa Pelagio.
Gregorio nunzio assediava del continuo con sue preghiere Maurizio,
affinchè porgesse soccorso alle necessità di Roma, dove a quel tempo
non trovavasi neppure un generale imperiale: alla fine l’Imperatore
vi mandava Gregorio duce e Castorio maestro dei militi, e la Città era
liberata dall’inimico mediante un armistizio di tre anni. Il trattato
era conchiuso nell’anno 584 tra Smaragdo, successore di Longino
nell’Esarcato, e re Autari, che in quello aveva di bel nuovo riunito
sotto un solo governo lo Stato dei Longobardi[20]. Presto però ruppero
costoro il patto della tregua, e fu questa la ragione per cui Pelagio
scrisse a Gregorio la lettera onde più sopra facemmo menzione. Egli
lo richiedeva che, fattosi compagno il vescovo Sebastiano latore a
Costantinopoli dello scritto, andasse all’Imperatore instando di presti
soccorsi. Quella epistola getta una tristissima luce sulle condizioni
miserrime di Roma: «Parlate dunque», scriveva Pelagio, «e operate
insieme per modo che, quanto più tostamente si possa, rechiate ajuto al
pericolo nostro; perocchè la Repubblica sia qui ridotta a tal estremo
che ci penda sopra inevitabile lo sterminio se Dio non mova il cuore
del piissimo Imperatore ad aver pietà dei suoi servi e a concedere
benignamente a questo suo dominio un Maestro dei militi ed un Duce[21];
ed invero il territorio romano, massimamente, sembra essere spoglio
di qualunque presidio. L’Esarca scrive di non poterne soccorrere e
protesta di non aver forze bastevoli a difendere neppure quel paese.
Voglia dunque Iddio ispirarlo a correr tosto in salvezza nostra, prima
che l’esercito del più empio tra i popoli riesca a impadronirsi di
quelle città che la Repubblica ancora serba»[22].

Fin d’allora pertanto a sì diserto abbandono era ridotta la metropoli
antica dell’Impero romano. Gli Imperatori greci, intenti a lottare
in Oriente contro la potenza di Persia, indeboliti da rivolgimenti
interni, affidavano alla balìa del destino le loro province d’Italia.
Il Vescovo romano, che non fidava più nel soccorso di Ravenna, quasi
lo inducesse previdenza del tempo futuro, cominciava perciò in allora
a rivolgere i proprî sguardi al remoto Occidente, dove Clodoveo,
già fin dall’anno 486, aveva fondato nelle Gallie sopra i ruderi
dell’Impero romano il possente reame dei Franchi. Questo popolo, dopo
la sua conversione, seguiva la fede cattolica di Atanasio, epperò il
Papa scorgeva in esso chi avrebbe prestato ausilio alla Chiesa, e già
i preti avevano appellato Clodoveo il re cristianissimo e lo avevano
detto Costantino novello. Una lettera importante, che Pelagio II
scriveva ad Aunacario vescovo di Auxerre, esprime manifesta fiducia che
i Franchi ortodossi avessero ricevuto da Dio la missione di salvare
Roma dalle mani dei Longobardi[23]. Per il fatto, anche l’imperatore
Maurizio stringeva urgenti trattative con Childeberto re dei Franchi
per muoverlo a guerra contro i Longobardi; e già nell’anno 584
Childeberto scendeva con un esercito in Italia, ma Autari lo induceva a
far pace ed a ritornare tostamente alle sue contrade.

Poco dopo l’anno 584, Gregorio era tolto all’officio che teneva in
Bisanzio, dove aveva a succeditore l’arcidiacono Lorenzo: ed ei tornava
alla cella del suo monastero sul Celio, del quale non doveva più uscire
che per salire alla cattedra di Pietro.

Gli anni che seguono sono involti in un buio profondo; i Cronisti
di quei tempi sono, al paro di essi, laconici e oscuri, e parlano
soltanto delle calamità che inflissero a Roma i nembi e la peste.
Sulla fine dell’anno 589 il Tevere inondava una parte della Città
e distruggeva molti templi e molti monumenti che, dobbiamo credere,
esistevano nel Campo di Marte. Il celebre vescovo Gregorio di Tours
aveva allora spedito a Roma un suo diacono per raccogliervi reliquie, e
ciò che questo testimonio oculare, tornato in patria, gli raccontò con
meravigliose amplificazioni, egli a sua volta narrò nella Storia dei
Franchi. «Con tal violenza di flutti», dic’egli, «il Tevere coperse la
Città, che ne precipitarono gli edifici antichi e ne furono distrutti i
granai della Chiesa»[24].

Il guasto che recarono le acque fu sì grande che se ne deplorò la ruina
di parecchi monumenti antichi; più terribile però fu il danno della
peste che tosto dopo rese squallida Roma. Sul principio dell’anno 590
scoppiò essa in molti luoghi d’Italia, che al paro di Roma erano stati
devastati da allagazioni simili a diluvî. Il morbo spaventoso, cui
gli scrittori latini danno il nome di _lues inguinaria_, dall’anno
542 in poi non aveva cessato di disertare le contrade d’Europa[25].
Sorta dalle paludi dell’egiziano Pelusio, la peste era di repente
comparsa a Bisanzio, indi, come suole avvenire nelle grandi sventure
dei popoli, aveva seguite le orme delle guerre. L’età di Giustiniano
ne fu afflitta per modo, che difficilmente in altri tempi la «morte
nera» ebbe menato stragi eguali. Procopio e, dopo di lui, Paolo Diacono
diedero descrizioni efficaci di quel flagello[26]. Senza che il fervore
del morbo risentisse influenza di stagione, coglieva gli uomini al paro
degli animali, nè aveva bisogno di contatto per propagarsi. La fantasia
delirante delle genti udiva spandersi lungo per l’aere un suon di tube,
mirava scolpito sulle case il segno dell’angelo dello esterminio, e
nelle vie scorgeva errare il demone della peste e fantasime (φάσματα
δαιμόνων) che d’un solo colpo infliggevano la morte ai passanti. La
morte non era repentina; spesso avveniva solo dopo tre giorni: gli
infermi trapassavano assopiti in un plumbeo sonno o arsi dalla febbre,
e, se si apriva il cadavere, trovavansi le viscere rose da ulceri e nei
tumori materie come di sostanza carbonica.

Già durante la guerra gotica e dopo di essa, Italia e Roma erano state
a parecchie riprese afflitte dalla pestilenza; ma quando, nel gennaio
dell’anno 590, scoppiò di nuovo, imperversò fieramente sì da minacciare
che Roma si vuoterebbe d’abitatori. Gregorio nei suoi scritti ne fa
menzione, e con terrore superstizioso asserisce che ad occhio veggente
d’uomo miravansi scendere dal cielo frecce che parevano trafiggere i
petti degli uomini. Lo spavento partoriva visioni, ed egli stesso porge
un esempio che sembra quasi preannunciare le descrizioni dell’inferno
dantesco. L’anima di un soldato infermo di peste, così egli narra, era
trasportata fuori del corpo e trascinata nel mondo di sotterra. Ivi il
moribondo vedeva un ponte gettato sopra un torrente nero nero, e al di
là di esso splendidi prati smaltati di fiori, dov’erano raccolti uomini
vestiti di abiti bianchi ed erano abitazioni luminose e belle. I giusti
potevano valicare il ponte, ma i malvagi precipitavano nella fetida
palude. Il visionario era tanto malizioso da scorgere in loco orrendo
un Pietro prete, avvegnachè egli fosse steso sul nudo terreno sotto
la pressura di un gran peso di ferro: però affermava di un sacerdote
straniero che ricevendo oneste accoglienze e liete passava oltre il
ponte, laddove il romano Stefano ne precipitava, per di sopra spinto da
candidi spiriti, di sotto da diavoli: e probabilmente, se l’anima sua
non fosse stata troppo presto ricongiunta al corpo, affè che il bravo
soldato avrebbe potuto scernere qualche prete romano di più entro le
fiamme dell’inferno[27].

Di questa pestilenza moriva anche Pelagio II, addì 8 febbraio 590. E
ricordanza di lui, che resse la Chiesa in tempi sì oscuri e dolenti di
tanti guai, è offerta dal suo edificio della basilica di san Lorenzo
fuor delle porte[28]. Già nel secolo quarto, e più tardi per opera di
Sisto III, la tomba di quel Santo, che trovavasi nell’agro Verano, era
stata racchiusa entro una cappella. L’onoranza tributata al Martire
crebbe nel corso degli anni; nei giorni della sua festività accorrevano
comitive di pii visitatori a quelle catacombe di Ermete e di Ippolito,
e già v’erano state costruite case pei pellegrini e piccole basiliche.
Oltre a Lorenzo, quale protomartire veneravasi di singolare devozione
Stefano, arcidiacono della chiesa di Gerusalemme, le cui reliquie
narra la leggenda che Pelagio portasse di Bisanzio a Roma, dove ebbero
sepoltura nell’urna di quell’altro Martire. I due Santi, principi
del Diaconato, rappresentavano nella mitologia romana l’ordine
dei sacerdoti, laddove altri appartenevano all’ordine dei nobili
guerrieri o alla eletta cittadinanza od al popolo. Pelagio riedificò,
ampliandola, la chiesa che già sorgeva sulla tomba del Santo venerato,
e nella iscrizione apposta sull’arco trionfale della basilica magnificò
sè stesso di aver compiuta l’opera di quell’edificio in mezzo alle
ostili spade (dei Longobardi). La iscrizione dura tuttodì a ricordanza
di una delle epoche più oscure di vita della città di Roma[29].

Quell’arco di Pelagio costituisce oggi la volta che unisce le due
parti ond’è composta la mirabile chiesa, la cui storia antica è assai
incerta. La basilica infatti consta di una parte anteriore, di cui
è manifesta la costruzione più recente, e della parte posteriore
che è più antica; quest’ultima poi in origine fu edificata sopra
catacombe, delle quali si vedono oggidì ancora tracce di sepolcri e
di pitture antiche. La chiesa contiene due serie di colonne, delle
quali l’una posa sopra l’altra. Le colonne inferiori, cinque per
lato e due all’estremità del coro, sono magnifiche e antiche; i loro
capitelli sono quali corinzi, quali fantastici di stile differente,
ma belli tutti; due di essi sono adorni di vittorie e di armature. Gli
architravi sostenuti dalle colonne sono composti di frammenti preziosi
dell’arte antica, ma commessi insieme rozzamente; per certo sono
spoglie strappate a splendidi templi del miglior periodo imperiale,
messi a ruba. È probabile che Pelagio trovasse quella prima serie di
colonne già eretta e ch’egli sopra l’architrave edificasse soltanto
la serie superiore di colonne minori, avvegnachè sembri che la tomba
del Martire nell’età più antica fosse, a foggia di tempio, circondata
soltanto di un portico, finchè vi fu aggiunta più tardi la chiesa
posteriore che or trovasi di undici gradini più elevata dell’altra
parte. Il disegno dell’edificio dimostra che la tomba del Martire
in origine non era compresa entro una basilica, e forse Pelagio per
il primo, all’uopo di raccogliervi il sepolcro, edificava la chiesa
anteriore, al di sopra della Confessione innalzava l’arco trionfale,
e, costruendo nel primitivo portico di colonne un coro elevato, ne
costituiva così un presbiterio. Il distico che leggesi sotto il musaico
antico, parla di templi, e con ciò sembra accennare alla duplice
edificazione. Pelagio ornò l’arco trionfale di musaici che oggi molto
hanno perduto del loro stile antico a causa di restaurazioni. Vi
è figurato il Cristo avvolto in manto nero; siede sopra un globo e
tiene nella sinistra il bastone colla croce; la destra alza in atto
di benedire. Ai lati di lui Pietro e Paolo; vicino a Paolo stanno
santo Stefano e santo Ippolito; a Pietro è prossimo san Lorenzo che
tiene nelle mani un libro aperto e sembra raccomandare Pelagio alla
protezione del Redentore. Il Papa veste un bianco paludamento, è a
capo scoperto e senza aureola, e nelle mani sostiene il modello del suo
edificio: ai due lati del quadro sono disegnate le città di Gerusalemme
e di Betlemme, splendide di oro secondo il costume antico. I musaici
originarî erano condotti con secchezza di stile; il san Lorenzo non
è ancora dipinto in quell’aspetto giovanile e dolce che a lui, Santo
prediletto, del pari che a Stefano, l’arte ecclesiastica si compiacque
di attribuire nei tempi posteriori[30].


§ 3.

Gregorio I è eletto papa. — Sua vita prima. — Solenne processione in
causa della peste. — Leggenda dell’apparizione dell’angelo sulla tomba
di Adriano.

Morto Pelagio, il clero ed il popolo concordi eleggevano a papa quel
Gregorio che tra i più illustri pontefici ottenne gloria imperitura
(590-604)[31]. Discendeva egli dell’antichissima progenie degli Anicî,
che per isplendore ebbe superate le altre grandi famiglie degli ultimi
tempi dell’Impero romano, e la cui tradizione si serbò viva in Roma
durante il corso di tutto il medio evo. Suo avo era stato papa Felice;
ebbe a padre Gordiano; a madre Silvia che possedeva un palazzo presso
santo Saba sull’Aventino; le sue parenti dal lato paterno, Tarsilla
ed Emiliana, erano donzelle sante e pie, laddove Gordiana, una terza
sorella, aveva invece preferito vita di piaceri mondani. Gregorio era
cresciuto nel più terribile di tutti i tempi, quando i Longobardi,
soggiogata la patria di lui, si spingevano fin sotto Roma, e nel furore
selvaggio della devastazione cadevano distrutte le ultime reliquie
del mondo latino. In giovinezza, designato agli officî politici, egli
si era erudito in quella cultura dialettica e rettorica che allora
insegnavasi in Roma, dove a stento ei poteva profittare degli ultimi
avanzi di quelle scuole cui un tempo Teodorico aveva dedicato cura
solerte. Tenne l’officio, non ancora cessato, di prefetto urbano[32];
però quali servigî un patrizio romano poteva in tanta tristizia
di tempi prestare allo Stato, a quali onori poteva salire nella
Repubblica? La meta più elevata cui il discendente degli Anicî potesse
intendere si era soltanto il trono dei vescovi. Gregorio invaghito
del desiderio di solitudine claustrale e afflitto delle condizioni
politiche di Roma, si nascose, come Cassiodoro, nel sajo del monaco;
l’uomo «che aveva costume di percorrere le vie della Città in abiti
tessuti di seta e splendenti di pietre preziose, vestiva tonaca modesta
e succinta per dedicarsi al servizio del Signore»[33]. Abbiamo già
veduto che egli profondeva tutto il suo patrimonio a fondare monasteri;
sei ne erigeva in Sicilia, e questo dimostra quanta ricchezza di
possedimenti ivi avesse la sua famiglia. Pelagio lo ordinava diacono e
lo spediva nunzio a Bisanzio, ed ora tutta Roma d’una voce lo acclamava
pontefice[34].

Nessun uomo in mezzo a sì aspre difficoltà sembrava acconcio al governo
della Chiesa meglio di quello illustre e benefico che un tempo era
stato prefetto di Roma. Ma l’eletto tentava di sottrarsi al grande
incarico e con lettere chiedeva all’imperatore Maurizio suo amico
che negasse la conferma all’elezione; ma l’epistola, intercettata da
Germano prefetto della Città, era cambiata con altra nella quale si
conteneva fervida istanza affinchè la elezione fosse approvata. Nel
tempo che durava la vacanza della santa sede, il reggimento della
Chiesa era sostenuto dall’Arciprete, dall’Arcidiacono e dal Primicerio
ossia preside dei Notai; egli sembra però che al solo Gregorio fosse
affidato l’officio di tener le veci di vescovo: chè, prima ancora di
essere consecrato, egli bandiva per tre dì litane di penitenza affine
di supplicare dal cielo la cessazione della peste. Il morbo infieriva
ancora orridamente; ed egli stesso, nell’orazione che tenne ai 29
di Agosto in santa Sabina, diceva che i Romani in gran moltitudine
ne morivano e che le case rimanevano deserte di abitatori[35]. La
processione fu ordinata nel modo seguente: il popolo doveva dividersi
in sette schiere a seconda dell’età e del ceto, ed ognuna doveva
riunirsi in una chiesa, donde muovere solennemente ad una meta comune
che era la basilica di santa Maria Maggiore. I cherici partirono dai
santi Cosma e Damiano coi preti della sesta regione; gli abati coi loro
frati dai santi Gervasio e Protasio (san Vitale) col clero della quarta
regione; dai santi Marcellino e Pietro mossero le abbadesse con tutte
le monache e coi sacerdoti della prima regione; tutti i fanciulletti
di Roma dai santi Giovanni e Paolo sul Celio coi preti della regione
seconda; tutti gli uomini laici da santo Stefano sul Celio col clero
della settima; le donne vedove da santa Eufemia coi sacerdoti della
regione quinta[36]; finalmente tutte le donne maritate partirono da san
Clemente coi preti della terza regione[37].

In mezzo a questa città che si seminava di cadaveri, in cui nel
silenzio delle ruine e nei vasti tratti vuoti di abitatori l’orrore del
deserto dev’essere stato spaventoso, mostravasi adesso uno spettacolo
triste e strano con cui, nell’anno 590, per la prima volta si palesano
i caratteri proprî del medio evo. I Romani antichi, se avessero potuto
mirare a questa solennità cristiana, ne avrebbero abbrividito. Le
donne dolenti si coprivano di manti e di veli abbrunati, e gli uomini
velavano la testa di cappucci probabilmente simili a quelli con cui
oggidì ancora si mascherano le confraternite di Roma. E intanto che
quei lugubri cori di tutto il popolo romano facevano risonare l’aere di
loro inni, avrebbe potuto sembrare che eglino trasportassero alla tomba
la Roma antica e che celebrassero i presagî di quei secoli sciagurati
che or dovevano incominciare.

La moria seguiva i pellegrini; nel mezzo della processione uomini
cadevano morti al suolo, ma una visione soprannaturale conchiuse
consolatrice le litane e il morbo. Gregorio stava già per entrare
colla processione nella chiesa di san Pietro ed era venuto al ponte,
quando un’imagine celeste si rivelò agli occhi del popolo. Sulla tomba
di Adriano un angelo raccoglieva il volo e rimetteva nel fodero una
spada di fuoco per significare che la peste era finita. Da questa
bella leggenda la mole di Adriano ebbe fin dal secolo decimo il nome
di Castel sant’Angelo, e la statua di bronzo dell’arcangelo Michele
che ripone nella vagina la sua spada, posa ancora colle ali aperte sul
vertice di quello che è il mausoleo più mirabile del mondo[38].

Altre leggende attribuiscono la cessazione della peste alla vera
imagine della Vergine che il Papa fece portare in processione. Dei
sette quadri effigiati della Madonna che furono attribuiti al mitico
pennello dell’apostolo Luca, quattro si vedono in Roma; il quadro della
chiesa di Araceli vale come più antico. In questa chiesa stessa sulla
porta d’argento che racchiudeva la santa imagine, vedevasi, un tempo,
il disegno che figurava la leggenda della peste. L’opera apparteneva
al secolo decimoquinto; ad un secolo posteriore appartiene invece
il quadro in ischisto, che vi rappresenta una processione in atto di
trasportare la imagine sopra un carro funebre, e di valicare il ponte
dietro al quale s’innalza il castello[39].




CAPITOLO SECONDO.


§ 1.

Gregorio è ordinato papa addì 3 Settembre 590. — Sua prima predica. — I
Longobardi condotti da Agilulfo e da Ariulfo stringono Roma d’assedio.
— Gregorio pronuncia la orazione funebre di Roma. — Egli compra la
ritirata dei Longobardi.

Come fu venuta di Bisanzio la conferma della elezione pontificia,
Gregorio fu atterrito del grave officio[40], e, com’egli stesso
confessò, volle fuggirne. Nel secolo nono narrava la leggenda che egli
secretamente si facesse trasportare fuor di Roma da alcuni mercanti
e si celasse in un bosco: i Romani però movevano a cercarlo; una
colomba raggiante di splendore oppure una colonna di luce svelava il
nascondiglio di Gregorio; si riconduceva l’eletto con pompa di trionfo
in san Pietro ed ivi era consecrato pontefice[41]. Gregorio saliva alla
cattedra di Pietro addì 3 Settembre 590, e, per usare delle sue stesse
parole, assumeva il governo della Chiesa come di una barca antica dove
l’onda penetrava da tutte le parti, e le cui tavole sconnesse dalla
tempesta collo stridìo annunciavano prossimo naufragio.

Le condizioni spaventose nelle quali Roma allora si trovava offrivano
argomento alla sua prima predica. In quel tempo, ogni qualvolta il
Vescovo romano, che nel senso vero dell’espressione era sacerdote
e padre del suo popolo, saliva sul pergamo, ciò ch’egli vi parlava
era parola di verità storica. Gregorio raccoglieva in san Pietro le
reliquie del popolo di Roma, e gli sciagurati nepoti di Cicerone,
accalcati nella basilica, a fioco lume, stavano intenti ad udirlo con
ansia febbrile ancor maggiore di quella con cui i loro antenati avevano
ascoltato, nel tempio della Concordia, i discorsi eloquenti degli
oratori.

«Nostro Signore», diceva il Vescovo mestamente, «vuol trovarci parati
alla sua chiamata, e ci mostra la miseria del mondo invecchiato
affinchè possiamo sgombrarne da noi ogni affetto. Voi avete veduto
quante tempeste ne annuncino la prossima fine; se non placheremo in
pace lo spirito di Dio, converrà che temiamo di apprendere il suo
giudizio che s’avvicina in mezzo a flagelli tremendi. Al frammento
dell’Evangelio di cui udiste testè le parole, il Signore premise
questo: Una gente si leverà contro all’altra gente ed un regno
contro all’altro e vi saranno terremoti, fame, pestilenza e prodigî
spaventevoli, e grandi segni del cielo[42]. Di tutto questo abbiamo
già visto colpirci alcuni guai, e dell’approssimarsi del resto già
viviamo in paura. Imperocchè di popoli che calpestano altri popoli
e di contrade oppresse di desolazione ai tempi nostri abbiamo veduto
più di quello che nelle Scritture possa leggersi. Troppo di sovente
da altre parti del mondo udiste di terremoti che distrussero cittadi
innumerevoli, e noi soffriamo pestilenza senza fine. Di prodigî nel
sole, nella luna e nelle stelle per vero ancor non sappiamo, ma che
questi pure siano vicini ce lo avvertono le mutazioni dell’aria. Questo
sì abbiamo veduto, prima che Italia fosse abbandonata alla balìa del
ferro longobardo, balenare nel cielo spade di fuoco rosse del sangue
del genere umano che tosto dopo fu sparso a torrenti. Vigilate attenti
alla difesa di voi; chi Dio ama deve giubilare che il mondo finisca;
chi ne sente amaritudine sono coloro nel cuore dei quali ha posto
radice l’amore del mondo, coloro che non desiderano la vita futura, che
non ne hanno la fede. Ogni dì il mondo è percosso da calamità novelle;
mirate quanto pochi dell’antico popolo senza numero siano rimasti,
eppure noi ogni dì nuovi mali flagellano, e sventure impreviste
abbattono. Il mondo diventa antico e incanutisce, e per un mare di
dolori volge quasi a morte vicina»[43].

La prima predica di Gregorio ci trasporta nel buio profondo di
quell’età, in cui Roma andava precipitando alla sua fine, in cui nel
mondo che in sè chiudeva tanti germi di vita nuova, l’umanità altro
non vedeva che i ruderi accumulati dell’Impero sovra i quali sedevano i
Romani, ruina di popolo incanutito, e si adagiavano pronti a morirvi.
Ma quello stesso Vescovo che gli ammoniva a rendersi famigliare il
pensiero della caduta e della morte, in pari tempo dava opera sollecita
a serbarli in vita ed a rialzarli. Per lui primo dovere era la salute
della Città, e i tempi correvano tali che il Vescovo doveva riputarsi
suo vero reggitore, avvegnachè in mezzo a quel rovinìo orrendo non
vi fosse che un asilo, la Chiesa; non vi fosse che un proteggitore
ed un salvatore, il Pontefice. La fame desolava la Città deserta, e
Gregorio scriveva a Giustino pretore di Sicilia affinchè prestamente
mandasse grano, di cui ancor sempre la Città da quell’isola ricavava
provvisioni[44]. Poco l’Imperatore poteva darne, e la parte maggiore
traeva la Chiesa stessa dai ricchi suoi possedimenti. A quella
necessità potevasi provvedere ben più facilmente che alla pressura dei
nemici, imperocchè la spada di re Autari o quella di Ariulfo, duca di
Spoleto, fossero rivolte contro Roma che i Longobardi circuivano come
avoltoi intorno ad un cadavere. Scarso era il presidio della Città,
e la soldatesca, cui facevasi mancare lo stipendio, non obbediva a
disciplina. «Se viene Maurenzio cartulario», scriveva Gregorio allo
scolastico Paolo, «pregovi di provvedere fervidamente insieme con lui
ai bisogni di Roma, chè di fuori ogni dì più senza fine ci colpisce il
ferro dei nemici, e dentro con maggior pericolo ci minaccia la rivolta
dei soldati»[45].

Le esortazioni di Maurizio imperatore erano riuscite a trarre in
campo di bel nuovo, nell’anno 590, Childeberto di Francia contro re
Autari, ma la fame e il contagio distruggevano in Lombardia l’esercito
franco, e per tal guisa la grande impresa che doveva condursi in
unione coll’Esarca, riusciva vuota di risultamento; Roma però ne
ebbe vantaggio, perocchè ne fosse così allontanato l’inimico. Autari
poi moriva nel Settembre dell’anno 590; la vedova di lui, Teodolinda
principessa di Baviera, faceva dono della sua mano e della corona dei
Longobardi al giovane e bello Agilulfo duca di Torino, ed il novello
Principe, per felice ventura della Chiesa, non era muto all’influenza
della sua donna che professava fede cattolica. Roma, che sospirava ad
una pace durevole, ne avrebbe goduto un qualche tratto, se i desiderî
dei Pontefici fossero proceduti d’accordo cogli intendimenti politici
o coll’energia dell’Esarca. Ariulfo di Spoleto e re Agilulfo stesso,
nell’anno 593, stringevano Roma fino agli estremi; Gregorio con lettere
scritte all’Arcivescovo di Ravenna si lagnava acerbamente delle astute
arti di Romano esarca, che ritardava la conchiusione della pace, e
nel tempo stesso il Papa svelava l’orgogliosa coscienza di superare
di gran lunga per grado e per dignità quell’officiale imperiale. Egli
raccomandava all’Arcivescovo che inducesse l’Esarca alla pace con
Ariulfo; lamentava che s’avessero tolti alla Città i soldati imperiali
che v’erano di presidio, e che la milizia teodosiana, sola rimasta,
appena accondiscendesse a tener la guardia delle mura, perocchè non
avesse toccato stipendio[46].

Qualche tempo prima, Romano era venuto nella Città; incontro a lui
che, per quanto sappiamo, fu il primo Esarca che mettesse piede in
Roma, erano mossi i Romani, popolo e clero, ordinati in corporazioni
con bandiere, e l’esercito; e con solenne corteo dal Laterano, dove
il Papa gli faceva accoglienze, lo avevano condotto alla sua dimora
che egli tuttora poneva nel palazzo dei Cesari[47]. Il patrizio greco
ricevette gli omaggi più alti che erano dovuti all’Imperatore onde
teneva le veci. Feste al popolo non diede, venne a mani vuote, e dopo
di avere senza dubbio smunto oro dagli scrigni della Chiesa, se ne
tornò via, seco traendo tutta la milizia mercenaria greca, financo i
Teodosiani, affine di guernire altre città minacciate dal nemico, quali
erano Narni e Perugia. La ragione che aveva indotto a guerra Agilulfo
si era la spedizione con cui l’Esarca, ad onta dei trattati, s’avea
fatto signore di alcune città di Tuscia, già divenute longobarde, di
Orta, di Polimarzio e di Bleda, ed inoltre il tradimento di Perugia,
già poc’anzi presa dai Longobardi, che avveniva nell’anno 592 per
opera di Maurizio loro duca in quella città. E poichè il Re moveva
tosto ad assalire Perugia, Roma, causa la vicinanza, ne era colta di
massimo spavento; chè infatti, non appena quella città, nell’anno 593,
fu caduta in potere del Re, egli con tutti i suoi eserciti comparve
innanzi a Roma.

Il movimento di guerra dei Longobardi era cagione che Gregorio
interrompesse il corso dei sermoni coi quali interpretava Ezechiello
al popolo; egli stesso dice che alla vista di coloro che tornavano
colle mani mozze ed al racconto della prigionia e della morte di altri,
l’animo suo non era stato capace di proseguirvi[48]. In quelle prediche
pronunciate sotto l’impero degli avvenimenti, se vuoi anche con colori
da retore, si dipinge viva e storicamente vera la condizione in cui
allora trovavasi Roma; e la Omelia decimottava è un impareggiabile
quadro di quei giorni tristissimi.

«Che avvi mai», sclama Gregorio, «che ancora in questo mondo ci
allieti? Dappertutto vediamo lutti, dappertutto udiamo gemiti; le
città sono saccheggiate, le castella demolite, le campagne devastate,
la terra fatta un deserto. Sui campi non resta più un colono, nelle
città trovi appena un abitatore; eppure le poche reliquie del genere
umano sono colpite ogni dì e incessantemente di guai; i flagelli della
giustizia di Dio non hanno termine, perchè tanti castighi non bastano
ancora ad espiare le peccata. Vedemmo questi tratti in servitù, quelli
mutilati, altri uccisi. A che basso stato sia discesa poi quella Roma
che altra fiata era signora del mondo, ci è facile scorgere: da acerbo
cordoglio oppressa, spopolata di cittadini, assalita dagli inimici,
fatta cumulo di ruine, in essa si compie ciò che un tempo di Samaria
vaticinava il profeta Ezechiello: «Prendi una caldaia e versavi dentro
dell’acqua e getta i suoi brani di carne entro di essa.» E più oltre:
«Essa bollirà e cuocerà e saranno cotte le sue ossa.» Ed ancora:
«Accumula le ossa che io vi dia fuoco; le carni si consumeranno, e
tutto quello che è dentro la caldaja si struggerà, e le ossa saranno
sfatte. Poni anche la caldaja vuota sopra i carboni, acciocchè il suo
rame si arroventi e si liquefaccia.» Sì, la caldaja fu messa al fuoco
fin d’allora che Roma ebbe fondamento, vi fu versata acqua e vi furono
gettati entro tutti i suoi brani di carne allora che d’ogni parte
i popoli della terra erano trascinati ad essa che, al paro di calda
acqua, nell’incendio delle opere mondane bolliva, e come brani di carne
si sciolsero in mezzo all’ardore del fuoco. E fu detto con mirabile
parola: «Essa bollirà a scroscio e vi si cuoceranno entro anche le
ossa.» Imperocchè dapprima vi si agitasse violentemente l’amore della
gloria mondana, ma poi questa gloria si spense con quelli che del suo
desiderio si accendevano. Le ossa significano gli uomini potenti della
terra, ma la carne i popoli, avvegnadio siccome le ossa sostengono la
carne, così la fralezza dei popoli sia governata dai possenti della
terra. Ma vedi, or le furono già tolti tutti i potenti del mondo, le
ossa sono dunque cotte; vedi, i popoli sono caduti, dunque anche la
carne è distrutta. Può dunque esser detto: «Accumula insieme le ossa
che io vi dia fuoco; le carni si consumeranno, e tutto quello che è
dentro la caldaja si struggerà, e le ossa saranno sfatte.» Ed invero,
dov’è il Senato? dove il popolo? Le ossa sono distrutte, la carne
consunta, in essa è spento tutto lo splendore delle dignità terrene.
La moltitudine del suo popolo è discomparsa; e tuttavolta noi, pochi
rimasti, ogni dì siamo minacciati di spada e di calamità senza fine.
Può dunque esser detto: «Poni anche la caldaja vuota sopra i carboni;»
ed invero se manca il Senato, se perì il popolo, se tuttavia sui
pochi che sono ancora in vita si aggravano ogni dì dolore e pianto,
ciò significa che tutta in fiamme arde Roma deserta. Ma che dir degli
uomini, se già per cadute continue gli edificî stessi vediamo al suolo
distrutti? Per lo che alla Città già deserta mirabilmente si adegua
quanto è scritto ancora: «Si arroventi il suo rame e si liquefaccia.»
Conciossiachè sarà distrutta persino quella caldaja in cui prima furono
cotte la carne e le ossa, chè dopo caduti gli uomini, crolleranno anche
le muraglie. Dove sono quelli che un giorno insuperbivano della loro
gloria? Dov’è la loro magnificenza? Dove l’orgoglio? Dove i sollazzi
tanti e smodati? In essa ebbe compimento quello che il Profeta ha detto
di Ninive distrutta: «Dov’è la dimora dei leoni e l’alimento dei figli
de’ leoni?» I suoi generali e i principi suoi non erano forse leoni
che correvano le terre di tutto il mondo e con rabida sete di sangue
ne riportavano la preda? Qui i piccoli dei leoni trovavano il loro
cibo, perocchè fanciulli e giovani, figli degli uomini mondani, qui
d’ogni parte accorressero se volevano sgombrarsi le vie della fortuna
terrena. Ma ahimè! or la Città è fatta deserto, ora è in ruina, e per
lungo gemito affranta. Niuno più corre ad essa per conquistarsi la
fortuna di questo mondo. Adesso più non le rimane un solo uomo possente
e nella violenza operoso, che col sopruso sappia carpire bottino.
Diciamo dunque: «Dov’è la dimora dei leoni, dov’è il nutrimento dei
figli dei leoni?» Ad essa incoglie ciò che il Profeta ha detto di
Giudea: «La tua calvizie si diffonde come quella dell’aquila.» E invero
la calvizie colpisce l’uomo nel capo, ma la calvizie dell’aquila
si distende per tutto il corpo, imperocchè, quando è invecchiata
molto, le sue piume e le sue penne cadano d’ogni parte. Così, al pari
dell’aquila spennacchiata, la Città s’è cosparsa di quella calvizie
che fu la perdita del popolo suo. Caddero anche le penne possenti delle
ali, colle quali un tempo soleva alzarsi a volo, perocchè sieno morti
quegli eroi tutti per opera de’ quali un tempo essa metteva a ruba le
proprietà degli stranieri»[49].

I Romani, che ascoltavano quel ditirambo del dolore risonare nell’alta
e silenziosa basilica di san Pietro, dalle cui pareti i Santi d’aspetto
severo dipinti nel musaico parevano guardar fissamente in giuso,
dovevano sentirsi schiacciati sotto il peso di queste parole tremende.
Il loro destino desolato si svelava ai loro occhi come un vaticinio
compiuto: Roma era morta! Alla parola solenne del grande oratore
tenevano bordone il pianto delle matrone e il gemer dei vecchi nati
già negli splendidi tempi di Teodorico; e negli intervalli in cui la
voce di Gregorio posava, la fantasia agitata del popolo avrebbe potuto
imaginare di udir le grida furibonde degli inimici irrompenti alle
porte, oppure la frana romorosa di Roma e de’ suoi antichi monumenti,
dai quali, sordi e pesanti, precipitassero i massi marmorei. Non v’ha
dipintura di Roma più tremenda di questa che ci è offerta da quella
adunanza e da quella predica; e la imaginativa fiera e grandiosa
dell’Omelia, che associa la storia della capitale dell’Impero romano
alle profezie degli Israeliti, è tale da destarci dal profondo
dell’animo una tristezza di tragico senso. È il discorso funebre di
Roma che il Vescovo recitava sulla sua tomba, e possiede un’importanza
storica altissima, maggiore persino di quella che s’abbia il discorso
di Marc’Antonio presso il cadavere di Cesare. Il Papa che pronunciava
quell’orazione era nel tempo stesso l’ultimo discendente d’una famiglia
romana antica ed illustre, laonde il suo discorso di tetri concetti
s’inspira alla vera energia del sentimento nazionale romano.

Agilulfo assediava Roma, ma non la stringeva soverchiamente; come
avrebbe potuto infatti resistere a lui la Città che, a detta dello
stesso Gregorio, «priva di popolo numeroso e senza ajuto di soldati»
stava sotto il solo usbergo della protezione dell’apostolo Pietro
o di Dio[50]? Se il Papa saliva sui merli delle mura di Aureliano
e di Belisario cadenti di vecchiezza, poteva co’ suoi proprî occhi
mirare i Romani trascinati dai Longobardi come cani al guinzaglio
per esser venduti schiavi nelle Gallie; e i parecchi assalimenti coi
quali il nemico moveva contro le porte, lo avranno indotto a terrore,
mentre il prefetto Gregorio e Castorio maestro de’ militi, ch’erano
i soli officiali imperiali di grado ragguardevole che fossero in
Roma, attendevano alla incerta difesa. Non la loro vigilanza, nè
la perseveranza dei cittadini armati avevano merito che il nemico
finalmente si ritirasse, sibbene le ricchezze della Chiesa; e Gregorio
in una lettera, che più tardi scriveva alla imperatrice Costanza,
lamentava con ironia di dover sè stesso appellare tesoriere dei
Longobardi, sotto le spade dei quali il popolo romano serbava la vita
soltanto perchè la Chiesa la riscattava ogni giorno[51].

L’Imperatore non rivolgeva al Papa nemmanco una parola di gratitudine
per la liberazione di Roma; ed anzi l’Esarca cercava di mettere
in sospetto a Bisanzio il Vescovo che alla sua autorità diventava
pericoloso, e contro cui era irritato, sembra, perchè di propria
volontà aveva trattato della pace coll’inimico. Maurizio scriveva
a Gregorio una lettera di stile violento, in cui gli rimproverava
che Roma durante l’assedio non era stata bastevolmente provveduta di
vettovaglia; e in brevi e sonore parole gli dava del cervel grosso,
poichè s’era lasciato corbellare da Ariulfo colla promessa che questi
per la conchiusione della pace sarebbe venuto a Roma. A quella lettera
il generoso Gregorio rispondeva con dignità e con acutezza diplomatica;
enumerava tutti i pericoli ai quali lo avevano esposto i comportamenti
dell’Esarca, tutti i danni che ne erano conseguiti, e nel tempo stesso
in cui affermava di volere assumere a titolo di onoranza l’offesa
che l’Imperatore gli faceva, cercava di salvare dalla disgrazia gli
officiali imperiali, e celebrava la vigilanza operosa con cui eglino
avevano provveduto alla difesa di Roma[52].


§ 2.

Condizioni del reggimento temporale di Roma. — Gli officiali imperiali.
— Assoluto silenzio rispetto al Senato romano.

La menzione che ci occorse di fare del Prefetto e del Maestro de’
militi, ne richiama a esaminare brevemente come fosse costituito il
reggimento temporale della Città in quel periodo di tempo, e ci trae
quindi a toccare di uno dei punti più oscuri nella nostra Storia.
Abbiamo veduto che in quell’età non si parla più di un Duce che
sedesse in Roma, nè riscontrasi mai cenno di un Ducato romano[53].
All’invece, alcune città erano governate da _Comites_ e da _Tribuni_,
e in Roma e nel territorio alla Città attinente trovansi dei _Magistri
Militum_, che manifestamente avevano autorità di comando generale
ed erano investiti della piena potestà di un Duce. Tuttavolta, e
soltanto di tempo in tempo, anche questo officio appare esistere in
Roma, come allora che Castorio resse la difesa contro l’assedio di
Agilulfo[54]. Le cose di guerra e la giurisdizione loro relativa,
dipendevano da questo comandante; e di Ravenna o di Bisanzio era
spedita a Roma la moneta per supplire allo stipendio della soldatesca
sotto nome di _roga_, di _precarium_ o di _donativum_, che era pagato
dall’_Erogator_, sempre che però il denaro venisse[55].

Più di frequente, le lettere di Gregorio fanno menzione del Prefetto;
una sol volta però v’è usato dell’espresso addiettivo _Urbis_[56];
ed il Papa ben di sovente parla di Prefetti senza aggiungervi
qualificazione ulteriore, cosicchè ogni qual volta ei ne discorra
ci convien guardarci dall’intendere per essi sempre i Prefetti
della Città. V’era ancora un Prefetto d’Italia, uno d’Africa e uno
dell’Illirio, ossia delle tre Diocesi che erano un tempo soggette
al Prefetto del Pretorio d’Italia; Gregorio ne fa parola nelle sue
lettere[57]. Le funzioni del Prefetto, il quale dall’Esarca era
chiaramente distinto, ci sono ad ogni modo più conosciute di quelle
che spettavano all’officio di Proconsole d’Italia[58]. Il Prefetto
reggeva con podestà immediata tutte le bisogne civili, così in
argomento di finanza e di giustizia che di amministrazione delle città.
La raccomandazione del Papa non era priva di influenza nell’elezione
all’officio della prefettura d’Italia e di quella della Città. Per
recarne un esempio, nell’anno 602 l’ex-prefetto Quertino pregava
il Pontefice che s’adoperasse presso l’Imperatore affinchè Bonito
ottenesse la prefettura, quella d’Italia senza dubbio. Rescrivevagli
il Papa essere quella una carica travagliata di difficoltà, essere
oltracciò disacconcio che un uomo dedito agli studî delle scienze
andasse a mettersi in mezzo a negozî senza costrutto: non voler
egli però mettervi ostacolo, sebbene dovesse già fin d’allora
deplorare le future amarezze che soffrirebbe quell’uomo, perocchè
l’esempio dei predecessori lo ammaestrasse abbastanza dei mali che lo
aspettavano[59]. E per verità le sue lettere contengono gravi documenti
di una simile esperienza.

Allorquando i Prefetti uscivano d’officio dovevano render conto della
loro amministrazione al succeditore o ad altri che riceveva incarico
di quella censura; nè il grado elevato (Gregorio dà loro titolo di
_Magnificus_, di _Gloriosus_ e di _Illustrissimus_) li salvava in
parecchi casi da punizioni che per fermo possono appellarsi turchesche.
L’ex-prefetto Libertino era citato a giudizio straordinario innanzi
l’ex-console Leonzio in Sicilia, e ignominiosamente flagellato a colpi
di verga. La barbarie di quella esecuzione commoveva Gregorio a nobile
sdegno, ond’egli scriveva a Leonzio una lettera che per eccellenza è
prima nella intiera collezione delle sue Epistole e massimamente onora
l’animo suo generoso. Ei vi parla da romano, cui concita ad ira il
solo pensiero che su un uomo libero possa alzarsi la frusta. Questa,
dic’egli ricordando i tempi antichi, quest’è la differenza tra i re
barbarici e gli imperatori romani, che i primi sono signori di gente
schiava, i secondi reggitori di uomini liberi: in tutte le opere vostre
voi dovete tener fermo lo sguardo anzi tutto a giustizia, indi, sopra
ogni altra cosa, a libertà; e minaccia Leonzio colla potenza che gli
viene dalla dignità di vescovo romano; avvegnachè, soggiunge, se io
avessi trovato l’accusato nel suo buon dritto, a me sarebbe spettato
di ammonirvene già prima per lettere, e se non avessi trovato ascolto,
io mi sarei rivolto all’Imperatore[60]. Da questa lettera si pare
manifestamente qual podestà lo stesso Gregorio potesse attribuirsi al
di sopra dei più eminenti officiali dello Stato, perocchè la loro opera
fosse soggetta alla sopravveglianza di lui.

I pubblici ministri ch’erano minacciati di castigo cercavano la sua
protezione. Ed era consuetudine che i magistrati uscenti di carica
rifuggissero negli asili delle chiese e non gli abbandonassero se non
allora che da un notajo imperiale ricevevano guarentia della vita,
dimostrazione segnalata delle condizioni cui era ridotto il reggimento
bizantino. Così aveva fatto l’ex-prefetto Gregorio, e noi troviamo una
serie di lettere che il Papa indirizzava agli uomini più potenti per
raccomandar con fervore alla loro protezione quell’uomo affinchè lo
salvassero dall’arbitrio dei giudici[61]; laonde da quei trattamenti
inonesti possiamo scorgere agevolmente a che segno di abbiezione
il despotismo bizantino avesse trascinato l’ordine degli officiali
pubblici, anche di quelli che tenevano le cariche più illustri.

Al tempo di Graziano e di Valentiniano il Prefetto della Città era un
altissimo magistrato; era principe del Senato e per dignità precedeva
tutti i patrizî e tutti gli uomini consolari. Dopo di Augusto, la
sua giurisdizione si estendeva fino alla centesima pietra miliare, e
dalle provincie suburbane a lui si moveva ricorso di appello. Nella
Città poi stavano sotto il suo reggimento tutte le bisogne pubbliche,
l’annona, i mercati, il censimento, la polizia dei fiumi e dei porti,
delle mura e degli acquedotti, gli spettacoli e l’ornato della Città.
Il decadimento di Roma aveva trascinata con sè anche la decadenza del
suo officio; però nel secolo sesto esso era tuttavia sì importante che
teneva il governo di tutta l’amministrazione civile, laddove l’autorità
nelle cose politiche e militari si spettava al Maestro dei militi. Solo
in tal modo si spiega come possa trovarsi che il prefetto Gregorio era
ancora nella difesa e nel reggimento della Città la persona maggiore
allato del comandante militare. Al contrario, quest’ampiezza di
funzioni scomparve nel secolo settimo in cui gli officiali militari
acquistarono il completo imperio supremo; e mentre il Prefetto della
Città trovò i limiti del suo officio nella semplice _Jurisdictio_
esso decadde per altra parte sotto la podestà del Duce di Roma ch’era
il governatore generale. Già dopo l’anno 600, in cui Giovanni tenne
la prefettura, non s’ode più parlare di Prefetti fino all’anno 744
in cui quell’officio ricompare; e la celebre magistratura cittadina
si conserva, sebbene sotto forme mutate, unico ministero di origine
dell’antichità, e negli anni più tardi del medio evo giunge persino ad
ottenere alta importanza[62].

Oltre al Prefetto della Città ed al Maestro dei militi o Duce, altri
officiali imperiali erano in Roma, ma le loro funzioni e i loro
rapporti ci sono involti nell’oscurità: così tratto tratto occorre
di trovare dei Legati che esercitavano incarichi dell’Imperatore
e l’arbitrio dei quali incuteva alla Città grave terrore[63]. Come
stesse la cosa pel Senato, non sappiamo. Quegli scrittori i quali
sostengono che continuasse ad esistere, altri argomenti non hanno per
suffragare la loro opinione fuor di questi: gli squarci a noi ben noti
della Sanzione Prammatica di Giustiniano, la notizia di Menandro su
quell’ambasceria composta di alcuni Senatori che andò a Costantinopoli
nel 579, e la continuazione dell’officio del Prefetto che eglino
dichiarano essere stato, anche di quel tempo, capo del Senato secondo
la costumanza antica. Tutti questi argomenti però non si sostengono
su buon fondamento, e cadono innanzi al silenzio degli Storici. Se
al tempo di Gregorio il Senato avesse ancora durato in vita, tenendo
funzioni di magistrato consultivo o di depositario dei diritti
politici della _Respublica romana_, come mai Gregorio avrebbe potuto
dimenticarlo e negligerlo onninamente in mezzo alle più difficili
necessità dello Stato? Vedremo più tardi com’egli, nell’anno 599,
trattando con Agilulfo della pace, usasse di un abate Probo a mediatore
dei negoziati; nè allora è fatta mai parola di Senatori o di parte
politica che nemmanco remotamente ivi prendesse il Senato. E quando
Agilulfo spediva suoi messaggeri a Roma, chiedeva del solo Pontefice
la sottoscrizione al trattato di pace; del Senato non facevasi neppur
cenno. Si potrebbe perciò tutt’al più credere che il Senato perdurasse
ancora come corporazione dei Decurioni, per analogia, ad ogni modo,
assai dubbia, colle città d’Italia che non erano ancor cadute sotto
la conquista dei Longobardi, e che erano ridotte alle reliquie della
costituzione curiale romana[64]. Ma neppure di una Curia in tal
significato si discorre più, e pertanto ci è duopo di ricorrere, come
ad argomento efficace che sorregge l’opinione nostra, a quelle celebri
parole della Omelia decimottava di Gregorio che affermano il Senato non
aver più esistito[65]. Per lo contrario, non può supporsi che parimenti
in modo assoluto si fosse estinta la corporazione civica, municipale;
questa infatti ricomparisce nell’_Ordo_ di quel tempo, una parte del
quale dev’essere stata quello che più tardi appellossi il _Consilium_,
il consesso cioè degli officiali amministrativi che esercitava una
ristretta giurisdizione cittadina sotto l’autorità del Prefetto della
Città.

Per quanto scarse sieno pure le notizie sulle forme del reggimento di
Roma in quell’età, quest’è certo che la podestà in argomento delle cose
militari, delle civili e delle politiche era esercitata da officiali
dell’Imperatore; al Papa ne competeva d’ordine legittimo una certa
sopravveglianza, a lui movevasi ricorso di appello. Nel restante
vediamo il Pontefice attendere unicamente al governo della Chiesa
ed alla giurisdizione ecclesiastica; tuttavolta Gregorio, stante il
concorso del suo alto ingegno e delle condizioni dei tempi, riusciva
a tenere nello Stato grandissimo luogo, così che in via di eccezione
diventava capo supremo di Roma e tale erane tacitamente riconosciuto: a
buon dritto pertanto deve ravvisarsi in lui il fondatore della signoria
temporale dei Papi.


§ 3.

Relazioni di Gregorio colla città di Roma. — Sue cure per il popolo. —
Amministrazione dei beni ecclesiastici.

La potenza di Gregorio superava l’autorità degli officiali dell’Impero;
in lui i Romani onoravano il loro signore, l’uomo che provvedeva
alla loro salvezza, che riuniva nella sua persona la dignità santa
di vescovo e lo splendore della più illustre stirpe patrizia. Dopo
che la caduta del reame dei Goti avea fatto spegnere con sè l’ultimo
spiro di vita pubblica nella Città, Roma subiva una trasformazione
completa. Non v’erano più consoli, non senato, non sollazzi che
ricordassero il regno del mondo; le case patrizie s’erano estinte
pressochè tutte, e le lettere di Gregorio non fanno neppur motto che
in Roma esistessero famiglie doviziose d’antica progenie, se ne togli
quelle che erano emigrate a Costantinopoli[66], laddove si trovano nomi
antichi attribuiti a possedimenti che omai appartenevano ai patrimonio
della Chiesa[67]. L’operosità nelle cose ecclesiastiche o teologiche
aveva imposto silenzio ai negozî d’ordine civile, e già abbiam veduto
il popolo romano chiudersi tutto in un vestimento sacerdotale. Non
più festività pubbliche fuor delle sacre; ciò che occupava come di un
avvenimento importante il popolo infingardo si erano gli argomenti
religiosi. La Chiesa stessa aveva incominciato ad essere un immenso
asilo della Società; sotto il terrore di calamità inaudite della natura
e della guerra s’era fatta universale la credenza della prossima fine
del mondo; e immenso era il numero di coloro che correvano a chiudersi
nei conventi o si consecravano al sacerdozio. Quell’accorrenza era
accresciuta dalla povertà per una parte, dall’ambizione per l’altra;
avvegnadio i bisognosi vi trovassero nutrimento e tetto, gli ambiziosi
dignità e onoranza, in un’età in cui il titolo di diacono, di prete, di
vescovo era divenuto pei Romani ciò che un tempo erano state le cariche
del tribunato, della pretura, del consolato. Persino uomini di guerra
abbandonavano le loro bandiere per assumere la tonsura; il numero della
gente d’ogni ceto che ambiva agli officî ecclesiastici era grande
così, che Gregorio cercava di opporvi un argine, nel tempo stesso
in cui l’imperatore Maurizio, nell’anno 592, promulgava un editto in
cui proibiva che i soldati entrassero nei conventi e che i ministri
del governo civile ottenessero officî ecclesiastici[68]. L’inopia di
Roma stendeva le mani ai tesori della Chiesa non inutilmente. I tempi
in cui il Console dispensava denaro al popolo, in cui il Prefetto,
a cura dello Stato, provvedeva alle somministrazioni pubbliche di
grano, d’olio, di grasce, quei tempi non erano più; il grido del
popolo chiedente _Panem et Circenses_ sonava ora soltanto a metà;
esso domandava del pane, e il Papa ne donava largamente. Già ancora
quand’era monaco, dal suo convento del Clivo Scauro Gregorio aveva
ogni giorno provveduto di cibo i poverelli; quando fu papa continuò a
nutrire il popolo. Al principio d’ogni mese distribuiva ai bisognosi
grano, vesti e denaro, e in ogni festività maggiore largiva doni alle
chiese, ai conventi, agli istituti di pietà. Al pari di Tito, credeva
perduto quei giorno in cui non avesse saziata la fame o coperta la
nudità dei mendici, e avendo un dì udito che un accattone era morto in
una via di Roma, si rinchiuse nelle sue stanze afflitto di vergogna,
e per qualche giorno non osò presentarsi all’altare nel ministero di
prete.

I Romani avevano un tempo ricevute loro provvisioni nelle gallerie, nei
teatri, nei granai publici dello Stato; oggidì invece si accalcavano
nei cortili delle basiliche e dei conventi per ricevervi da ministri
ecclesiastici vettovaglie e vestimenta. Le turbe di pellegrini vegnenti
d’oltremare trovavano a Porto già pronto ad accoglierli l’antico
ospizio che vi aveva edificato il senatore Pammacchio, l’amico di
Girolamo; e chi entrava nelle porte di Roma, pellegrino o fuggente
dai Longobardi, trovava negli ospitali o negli alberghi ricovero e
nutrimento. Intorno a lunghe tavole sedevano gli stranieri di tutte
le province, e con pia gratitudine si cibavano dei doni della Chiesa
romana. La carità cristiana dispensava e il bisogno non bugiardo
riceveva il beneficio vero[69].

I beni che la Chiesa poco a poco aveva acquistato dai patrimonî privati
per donazioni dei fedeli, erano adoperati da Gregorio con onesta
coscienza che adempieva all’intendimento pietoso dei donatori. E quei
beni omai erano molti ed amplissimi, così che il Papa, se ancora non
imperava da signore di duchee, era tuttavia il più ricco posseditore
di terre che fosse in Italia; e qui sedeva, se non da sovrano, almeno
da proprietario di latifondi tenuti in retaggio dalla Chiesa e sui
quali egli poteva entro certi limiti esercitare giurisdizione. Le
proprietà della Chiesa romana, dedicate a Pietro apostolo, erano sparse
in parecchie contrade; in Sicilia, nella Campania, in tutta l’Italia
meridionale, in Dalmazia, nell’Illirio, nelle Gallie, in Sardegna, in
Corsica, nella Liguria e nelle Alpi Cozie, la Chiesa possedeva suoi
patrimonî o dominî. Come un re spedisce ministri nelle provincie, così
il Papa mandava suoi diaconi e suddiaconi (_Rectores Patrimonii_),
che riunivano in sè le funzioni d’ispettori spirituali e temporali
o di consultori del governo amministrativo[70]. La loro gestione era
soggetta ad una revisione severa, perocchè il grand’uomo non volesse
che «la borsa della Chiesa s’insozzasse di vergognosi guadagni.»
Tenevasi un diligente registro dei redditi e delle spese, nel tempo
stesso in cui il Papa, ispirandosi all’amore del giusto, con sollecita
cura vigilava affinchè i contadini della Chiesa non fossero gravati
oltre giustizia nella misura e nel peso delle prestazioni che dovevano
soddisfare in natura, e affinchè non fossero soverchiamente colpiti
d’imposta personale.

Le molte lettere che Gregorio indirizzava a quei Rettori del patrimonio
destano la nostra più viva curiosità; esse ci forniscono notizia di
quelle condizioni della classe agricola romana, che per secoli si
mantennero immutate. I beni della Chiesa erano coltivati da coloni,
uomini che, avvinti alla loro gleba, pagavano in moneta o in prodotti
della terra un canone che in generale appellavasi _pensio_, ed era
riscosso per mezzo dei _Conductores_ ossiano percettori dei tributi.
Spesse volte costoro per avidità di guadagno opprimevano i coloni
elevando ad arbitrio la misura del grano; eglino costringevano talvolta
i contadini a portare il moggio al di sopra della sua misura regolare,
che era di sedici sestarî equivalenti a ventiquattro libbre romane,
esigendone financo venticinque sestarî; e su venti staja di raccolto
gli obbligavano a cederne uno. Gregorio pose impedimento a queste
angherie; egli fissò il moggio a diciotto sestarî, e stabilì che uno
staio dovesse cedersi soltanto sopra trentacinque. Questi ordinamenti
riguardavano la Sicilia, che ancor sempre era il granaio di Roma,
e donde, due volte all’anno in primavera ed in autunno, partiva per
Porto un naviglio carico di frumento per approvigionare i fondachi
della Città[71]. Se il carico andava perduto in naufragio, il danno
per certo gravava le spalle ai poveri coloni, fra i quali era ripartito
l’obbligo dell’indennizzo; e, soltanto, Gregorio ammoniva i Rettori che
non istessero negligenti a profittare della stagione più propizia alla
navigazione, chè altrimenti a loro colpa avrebbe dovuto attribuirsi
la perdita. L’ordinamento economico era magistrevole; per ciascun
colono si teneva un registro appellato _Libellus securitatis_; in esso
annotavasi quanto il colono pagava, e costituiva una prova a favore
di lui: se poi le calamità agricole dell’annata o le concussioni lo
facevano cadere in povertà, egli poteva star certo che l’equità d’animo
del Pontefice lo avrebbe soccorso con novelle scorte di vacche, di
pecore e di maiali. I beni di san Pietro in Sicilia prosperavano;
perocchè vi fossero stati introdotti parecchi miglioramenti di
ottima cultura; il grande Papa poteva con orgoglio intitolarsi anche
eccellente agricoltore; e quando traeva in processione o saliva a
cavallo, aveva dritto di gloriarsi che i suoi palafreni erano forniti
dagli armenti che la Chiesa possedeva in quella Trinacria antica, di
cui Pindaro un tempo aveva cantato i corsieri vincitori nel circo.
Per fermo però c’incoglie qualche leggiero dubbio che Pindaro avesse
trovato in adesso meritevole di una sua ode la razza dei nepoti
ond’erano forniti i cavalli apostolici. «Tu mi hai mandato,» scriveva
una volta Gregorio al suddiacono Pietro, «un gramo cavalluccio e cinque
begli asini; sul cavallo non posso salire, tanto è meschinetto, e i
begli asini non posso cavalcare perchè asini sono»[72].

I possedimenti dell’apostolo Pietro nel territorio della città di Roma
da ambe le sponde del Tevere erano divisi in quattro scompartimenti: il
_Patrimonium Appiae_, che comprendeva tutte le terre poste fra la via
Appia ed il mare fino alla via Latina; il _Labicanense_ che si stendeva
tra la via Labicana e l’Anio; il _Tiburtinum_ tra la via Tiburtina ed
il Tevere, e finalmente il _Patrimonium Tusciae_, maggiore di tutti,
che abbracciava i vasti tratti delle terre situate sulla destra riva
del Tevere[73]. Ognuno di questi scompartimenti si divideva in masserie
che avevano nome di _Fundus_ o _Massa_; colla parola _Fundus_ si
designava un ristretto pezzo di terreno cui appartenevano delle _casae_
ossiano _casales_ per i coloni; parecchi _Fundi_ componevano una
_Massa_, o, secondo l’espressione romana odierna, una tenuta; parecchie
_Massae_ costituivano un _patrimonium_.

La Chiesa era giunta in principalità a possedere una gran parte
dell’_Ager Romanus_. Goti, Greci e Longobardi da dugento anni a
questa parte avevano calpestato la campagna circostante alla Città,
e le tracce delle invasioni nemiche erano scritte nelle rovine che
attorniavano Roma. Basiliche e abazie, e tuttora alcune nobili case
signorili erano seminate miserevolmente su quel suolo, ove ancora
durava qualche cultura di oliveti; e nella campagna stavano tuttavia
alcune borgate deserte crollate in ruina, come il _Vicus Alexandri_ e
Subaugusta. Conventi con qualche adiacenza di fabbriche e molte chiese
di catacombe, che oggidì sono scomparse, si alzavano in mezzo alle
ville distrutte dei grandi romani; si strappavano le colonne e i marmi
di queste case di delizie per ornarne le chiesette della campagna, come
già mettevansi a sacco i monumenti di Roma per adoperarne i materiali
alla costruzione delle chiese della Città. Tutta la campagna di Roma
era la pianura più silenziosa e più sublime del mondo, e già nel secolo
sesto presentava la vista di un deserto che riempieva di mestizia
l’animo di chi la mirava[74].

La Chiesa dunque imperava su un popolo di clienti e di servi; la
ricchezza del suo tesoro era inesauribile, laddove le proprietà
delle genti private sempre più andavano scomparendo. Per tal guisa
il Papa poteva provvedere a dispendî cui sembrava quasi impossibile
di sopperire, avvegnachè su di lui pesasse la conservazione delle
chiese, la vettovaglia di Roma, il riscatto degli schiavi di guerra,
e finalmente la moneta, di cui doveva largheggiare ai Longobardi per
ricomprare la pace. Ai tesori del suo Vescovo Roma andava debitrice se
otteneva la liberazione da quegli inimici e se, tratto tratto, ergevasi
quasi a condizione d’independenza di rincontro a Ravenna: in pari tempo
la Chiesa s’atteggiava davanti l’Imperatore in veste di mendica, e
con ossequiose parole di gratitudine accettava il dono di poche libbre
d’oro che egli di quando in quando, auree stille della sua compassione,
lasciava cadere su quel cumulo di ruine che era Roma[75].

Affranta dalla guerra, dalla fame e dalla peste, congiunta a Bisanzio
soltanto per la dipendenza di alcuni pubblici ministri, separata da
Ravenna, chè i Longobardi in mezzo ne troncavano ogni adito, vigilata
appena dall’Esarca, indifesa quasi di armi, Roma trovava in papa
Gregorio un reggitore nazionale e suo eletto.


§ 4.

Gregorio conchiude pace con Agilulfo. — Foca sale al trono di Bisanzio
e riceve gratulazioni da Gregorio. — La colonna di Foca nel foro di
Roma.

Gregorio per fermo aveva quasi autorità di principe; le redini del
reggimento temporale da sè medesime erano venute nelle mani di lui. Nè
ciò avveniva soltanto per la città di Roma ma per altri luoghi ancora;
avvegnachè una volta si trovi che egli spediva un duce Leonzio al
castello di Nepe in Tuscia, e ammoniva il clero, l’ordine e il popolo
di prestargli obbedienza; e si trovi persino ch’egli mandava a Napoli
un Tribuno per provvedere alla custodia di questa città e comandava
alla soldatesca del presidio di starsi soggetta agli ordinamenti
di quello: e già in tempo anteriore egli aveva dato incarico a
Gennaro, vescovo di Cagliari in Sardegna, che ogni luogo munisse di
buona guardia[76]. Poichè però la cura di Roma lo toccava assai più
davvicino, non ci deve meravigliare che egli, al pari di un reggitore
di governo temporale, si occupasse di provvedimenti militari, ed ai
comandanti delle soldatesche scrivesse, non aver reputato opportuno di
far uscire di Roma le milizie perchè loro si congiungessero, e che a
quei capitani desse consigli in argomento delle imprese che dovevano
tentare contro l’inimico[77].

Le condizioni sciagurate in che Italia era ridotta, e l’angustia onde
più prossimamente Roma era premuta, facevano Gregorio interpositore
di pace, e la conchiusione di essa finalmente era dovuta alla energia
di lui. Egli si sentiva compreso della propria autorità siffattamente
che, per mezzo del suo nunzio, diceva all’Imperatore, che se egli, suo
servo, avesse voluto la distruzione dei Longobardi, oggi quel popolo
non avrebbe più nè un re, nè un duca, nè un conte. Con essi però, dei
quali prevedeva la conversione o temeva la vendetta sulle molte chiese
cattoliche e sui beni che queste possedevano nel loro territorio,
volere egli mantenere una pace amichevole; già da anni essersi sforzato
a conseguirla, ed avernelo invece impedito i raggiri dell’Esarca. La
pace fu conchiusa finalmente nell’anno 599 colla mediazione dell’abate
Probo legato del Papa[78]; sembra tuttavia che l’imperatore Maurizio
gliene avesse dato piena facoltà. Le due parti contraenti erano,
dall’un lato Agilulfo e i suoi Duchi, tra i quali quell’Ariulfo di
Spoleto che per Roma era più pericoloso di tutti, dall’altro l’esarca
Callinico proclive alla pace e successore di Romano. L’autorità
di Gregorio era tenuta però in estimazione sì alta, che il Re dei
Longobardi lo considerava fornito di podestà independente, laonde
spediva suoi messi a Roma chiedendo che il Papa dovesse sottoscrivere
il trattato di pace. Ma Gregorio se ne schermiva; egli non voleva
colla sua sottoscrizione gravarsi di obbligazioni; oltracciò, un Papa
di que’ tempi comprendeva sè essere soltanto sacerdote, e dovere per
comando del Vangelo tenersi remoto dai negozî mondani e dalle faccende
politiche: il concetto della podestà regia congiunta al sacerdozio era
in quel tempo ancora sconosciuto, e della teoria delle due spade non
s’era peranco trovato il conio[79]. L’armistizio doveva durare fino
al mese di Marzo dell’anno 601, ma probabilmente fu indi prorogato,
avvegnachè si trovino più tardi delle lettere nelle quali Gregorio
prega Maurizio maestro de’ militi e Arichi duca di Benevento di fargli
venire per mare delle travi commesse negli Abruzzi per le basiliche di
san Pietro e di san Paolo.

La novella di un rivolgimento sanguinoso avvenuto in Bisanzio,
sorprendeva la Città in mezzo alla pace dubbiosa onde adesso godeva.
L’imperatore Maurizio era caduto vittima di una rivolta soldatesca,
ed uno dei mostri più scellerati che s’abbia la Storia bizantina, era
salito sul trono di Costantinopoli. Foca, oscuro centurione, sozzo
del sangue dell’Imperatore e de’ suoi cinque figli, che con immane
crudeltà egli aveva fatto trucidare sotto gli occhi del padre, dominava
fino dal giorno 23 novembre 602 nel palazzo di Giustiniano. Il novello
Imperatore s’affrettava a mandare a Roma il proprio ritratto e quello
di Leonzia moglie sua, dove giunsero addì 25 aprile 603. Era infatti
costumanza che ogni Imperatore, tosto dopo il suo avvenimento al
trono, spedisse la sua imagine e quella della sua donna ai magistrati
delle Provincie. Chiamavansi quei simulacri _Laurata_, forse perchè
erano adorni il capo d’una corona d’alloro; rappresentavano le veci
dell’Imperatore, e quando giungevano nelle città i popoli servi non
avevano a schivo di muovere loro solennemente incontro con torce
accese, come ad omaggio di persone vive e divine, e di collocarli poi
in un luogo consecrato[80]. Tosto che dunque le imagini imperiali
furono giunte in Roma, si radunavano il clero e la nobiltà nella
basilica di Giulio nel Laterano, e col grido: «Esaudisci, o Cristo!
Lunga vita a Foca Augusto ed a Leonzia Augusta!» acclamavano il
tiranno a imperatore: indi il Papa ordinava che i due ritratti fossero
conservati nell’oratorio del martire Cesario nel palazzo vescovile[81].
Per la basilica di Giulio poi, cui si accenna, non deve già intendersi
una chiesa, sibbene una qualche parte del palazzo Lateranense[82], di
guisa tale che il luogo eletto per questa festività di omaggio non fu
il palazzo antico dei Cesari, ma una sala nel palazzo patriarcale del
Laterano. Che vi intervenisse qualche officiale dell’Imperatore non
sappiamo; nè è fatta menzione di sorta del Senato in un avvenimento
sì importante quale era il riconoscimento del novello principe
dell’Impero. È piuttosto di bel nuovo anche qui il Papa che dà il
comando di riporre il ritratto imperiale nell’oratorio di un Martire, e
dell’oratorio dobbiamo cercare il luogo nel Laterano[83].

Gregorio nel profondo dell’animo doveva sentire abborrimento di un
imperatore che con opera da carnefice era salito alla signoria, ma
la ragione politica lo costringeva a indirizzare con umiltà di frase
auguri e gratulazioni a Foca ed a Leonzia. Nella sua lettera il Papa
fa che si allietino cielo e terra, come se colla morte del giusto
Maurizio, cui un tempo lo avevano stretto legami di amicizia personale
(Maurizio s’era sforzato di abbassare la crescente potenza del Vescovo
romano per via del Patriarca di Costantinopoli), Roma avesse scosso
un giogo intollerabile, e come se il novello reggimento fosse per
restituire libertà e prosperità di fortuna[84]. Di rimpetto alla
persona orribile di un Foca non possono leggersi queste lettere senza
sentirne vergogna; esse sono e resteranno sola macchia oscura nella
vita di un uomo glorioso; esse serbaronsi a scapito della fama di lui,
in pari guisa che per obbrobrio di Roma si conservò nel suo foro la
colonna ivi elevata in omaggio di Foca.

Gregorio non ebbe parte alla sua erezione, avvegnaddio la si innalzasse
soltanto nel 608, quattro anni dopo la morte di lui. Caduti in basso di
servitù i Romani, sulle cui teste torreggiavano le colonne meravigliose
di Trajano e degli Antonini che forse ancora sulle cime portavano le
statue di quegli Imperatori gloriosi quasi sollevandoli in apoteosi
verso il cielo, erano costretti dall’Esarca a supplicare l’imperatore
Foca che alla Città concedesse l’onore della sua statua; e Smaragdo la
innalzava nel foro, dalla parte laterale che prospetta l’arco trionfale
di Settimio Severo. Ma Roma e l’arte non avevano più la potenza di
edificare una nuova colonna; una colonna antica scanalata d’ordine
corinzio, alta settantotto palmi, fu tolta ad un qualche vecchio
edificio e la si impose sopra un grande piedestallo di quadruplice
gradinata a foggia di piramide. Sopra l’alto capitello si collocò la
statua in bronzo dorato dell’Imperatore, e se l’artista non avrà inteso
ad adularlo, i Romani avranno potuto, meglio che in san Cesario, mirare
con nausea il ceffo irsuto dell’Imperatore bizantino simile a quello
di uno sconcio folletto. Così l’ultima opera che, a decoro pubblico
secondo lo stile antico, Roma vedesse innalzare in mezzo alle sue ruine
e fra le angustie onde la circuivano i Longobardi, si era la statua di
un tiranno, monumento della servitù bizantina che pesava su Roma.

La Nemesi della Storia risparmiò quella colonna e la tenne eretta,
mentre tutto d’intorno le statue e le colonne del foro cadevano senza
lasciar traccia di sè; per il corso di tutti i secoli pugnò, quantunque
ruinosa, cogli anni e fu ai dotti oggetto di studî, finchè addì 23
marzo 1813 sgombrate le ruine che coprivano la sua base, se ne scoperse
l’iscrizione. Il nome dell’Imperatore insieme ad alcuni dei predicati
che l’adulazione vi aveva affastellati, era stato già cancellato dal
giusto odio dei Romani. La colonna di Foca sta anche oggidì nel luogo
ove fu eretta; in mezzo a piedistalli nudi e senza nome dai quali da
lunghissimo tempo sparvero le statue, sopra un mare di ruderi dei marmi
crollati, essa stessa senza capo, senza effigie, s’innalza solitaria e
simboleggia la vita di un despota con efficacia maggiore di quella che
potrebbe avere la parola più eloquente di un Tacito[85].




CAPITOLO TERZO.


§ 1.

Caratteri del secolo sesto. — Maometto e Gregorio. — Condizioni
religiose. — Culto delle reliquie. — Credenza dei miracoli. — Gregorio
consacra la chiesa dei Goti nella suburra di santa Agata.

Il discorso che or qui convienci tenere, è quasi il rovescio di quello
onde ebbe argomento il Capitolo precedente. Se poc’anzi abbiamo mirato
la persona illustre di Gregorio rifulgere di splendore per acuto
ingegno e per operosità svariata che non ha riscontro, qui dobbiamo
vederla circuita della tenebra del suo secolo. L’animo del grand’uomo
era preso di superstizioni parecchie, e chi giudica con savio avviso ha
pur duopo di confessare ch’egli con alcuni dei suoi scritti contribuì
a diffonderle nel mondo e tra i popoli. Ma non per questo ci uniamo
alla schiera dei censori troppo acerbi, avvegnachè soltanto chi coltiva
sentenze fuor di senno possa pretendere che un uomo del secolo sesto
possedesse la chiara intelligenza degli uomini che vennero dopo. Il
genio può in alcuni argomenti sollevarsi fuor dell’età in cui nacque,
in altri no; e l’animo dell’uomo sarà sempre travolto dall’onda dei
sentimenti che dominano il suo tempo e che gli pesano sopra come l’aria
dell’atmosfera in cui vive.

Il secolo sesto è nella Storia uno dei più meravigliosi. In esso
l’umanità sopravviveva alla caduta estrema di una civiltà antica e
grande, e perciò correva credenza che il mondo volgesse al suo termine.
Una nebbia fitta di barbarie, sorta come dal cumulo delle ruine,
s’aggravava sull’Impero romano che i flagelli della peste, della fame
e delle calamità di natura, scatenatisi coll’ira delle furie, andavano
da un capo all’altro scorrendo e devastando. Il mondo entrava in un
periodo procelloso di svolgimento nuovo; sui ruderi dello Stato antico
ove erano caduti, apostoli prematuri della Germania, gli eroi Goti,
lentamente si esplicavano le forme della vita germanica giovane e
robusta, in Italia per opera dei Longobardi, dei Franchi nelle Gallie,
dei Visigoti in Ispagna, dei Sassoni in Bretagna. La Chiesa cattolica
comprendeva di essere l’alito vivificatore di questi popoli che
s’indirizzavano tutti ad un centro unico; e poco a poco, colla vittoria
riportata sull’Arianesimo, li traeva a quella unità che tosto o tardi
doveva assumere forme politiche in un novello «Impero» d’Occidente.
Ciò avveniva nel tempo medesimo in cui un pari moto di svolgimento
travagliava l’Oriente, e in cui Maometto si apparecchiava a fondare la
religione nuova, che, riunendo insieme i popoli di quei paesi sopra le
rovine ivi rimaste della signoria romana, costringeva in prima l’Impero
bizantino a ritirarsi d’Italia, indi lo incatenava come rigida mummia
a una torpida immobilità fra le contrade del Settentrione e quelle
del Levante. Gregorio e Maometto sono i due sacerdoti dell’Occidente
e dell’Oriente, che sui ruderi del mondo antico fondarono le due
gerarchie dal cui urto ostile vennero più tardi a costituirsi i destini
di Europa e di Asia. Roma e la Mecca, qui la basilica di san Pietro,
ivi la Caaba, divennero i templi d’alleanza simbolica della novella
cultura nelle due metà del mondo antico, laddove il miracolo d’arte
dell’Impero bizantino, quella chiesa che Giustiniano aveva edificata
a santa Sofia, non si conquistò mai per l’umanità pari importanza di
civiltà storica.

Sarà a meravigliare che in una età simile di transizione, a preferenza
d’ogni altra cosa, la fantasia s’affaticasse operosa negli argomenti
di religione? Quando nell’infermo tutte le altre forze dell’anima
posano chete, l’imaginazione spazia senza freno nel regno dei sogni.
Come già era avvenuto al tempo di Costantino, così adesso il fervore
del misticismo di bel nuovo s’impadroniva degli uomini, e già abbiamo
veduto Benedetto farsi fondatore di un novello monacato, che da Roma od
almeno dalla sua campagna ebbe diffusione. Roma entrava in convento; e
l’animo del popolo, infermo tuttavia di sofferenze inaudite, premuto
dal terrore della morte, s’immergeva in fantasticherie profonde e
tetre. Dobbiamo considerare avvenimento assai significativo nella
vita religiosa dei Romani di quell’età, che eglino nelle litane
celebrate quando infieriva la peste, e delle quali abbiamo discorso,
prefiggessero a meta dei loro pellegrinaggi la chiesa di Maria Vergine.
Non dal Redentore, ma dalla madre di lui imploravasi il salvamento,
laonde si ravvisa pervenuto già a signoria quel culto della Vergine
che oggi ancora in Roma, come in tutta Italia, è fervido sovra ogni
altro. Prima di Costantino, una di quelle processioni, se avesse
potuto avvenire, avrebbe inteso a supplicare Cristo, fondatore della
religione; nei tempi dei Goti e dei Vandali s’avrebbe tolto a patrono
l’apostolo Pietro; ma ora invece la madre di Gesù esaltava la fantasia
popolare più davvicino che non facesse il figlio, il quale, dipinto
ne’ musaici con maestà severa e terribile, colpiva lo sguardo dei
supplicanti in vista di giudice temuto del mondo. Potremmo affermare
che la trasformazione dell’imagine ideale del Cristo, dai tratti
giovanili di un tempo, pressochè simili a quelli dell’Apollo, nella
figura tetra e canuta che era adesso effigiata nei musaici, abbia
contribuito per reverente terrore ad allontanare l’animo del popolo dal
culto del Redentore? L’onoranza purissima di quella Divinità, cui non
è possibile rimpicciolire entro i concetti umani, era soprattutto, e
già da gran tempo, fatta a brandelli in una mitologia nuova; il culto
dei Santi, le ceremonie, il costume delle messe, il rito ecclesiastico
celebrantesi con solennità pompose, ottenevano svolgimento dopo che
s’era chiusa l’età dei Padri della Chiesa e dopo che erano giunte a
loro fine le controversie dogmatiche intorno alle dottrine fondamentali
del Cristianesimo. Da Cristo discendendo agli Apostoli, principi
della gerarchia, la venerazione dei fedeli s’era volta più tardi
alla turba numerosa dei Martiri, campioni del Cristo. Le città erano
piene delle loro chiese, le chiese delle loro ossa e dei loro altari.
Il popolo dei Latini, proclive al senso, punto filosofo, era stato
in tutti i tempi incapace di comprendere il monoteismo; e i Romani,
fatti appena cristiani, continuavano a popolare la loro Città, che
fin dall’antichità era stata Panteon degli Dei, con novelli Santi di
tutte le province, colle loro reliquie, colle loro chiese. Lo spirito
che vive d’idea, che s’alza al di sopra della materia, minacciava
di scomparire; l’operosità assopita dell’anima non sollevava più il
volo alla spera del pensiero, ma si attaccava alla realità palpabile
di un culto dei morti materiale e ributtante. Le ali possenti della
poesia ne furono perciò tarpate per secoli, e la pittura, ch’è arte la
quale talenta meglio al senso e la cui importanza per quei tempi non
può essere apprezzata mai abbastanza, era quella che ancora assumeva
nell’umanità imbarbarita la missione di rappresentare l’idea.

Il culto delle reliquie ai tempi di Gregorio s’era già statuito
completamente qual’è oggidì. La venerazione dei Romani pei loro morti
era grande e gelosa; eglino affermavano con gran vanto di possedere,
anzi tutte le altre cose sante, le reliquie degli apostoli Pietro e
Paolo, così che avrebbero piuttosto ceduto la loro Città ai Longobardi
che abbandonato un sol minuzzolo di quelle. L’imperatrice Costantina
avea tanta ingenuità da rivolgere a Gregorio domanda che le mandasse
la testa dell’apostolo Paolo o qualche frammento del corpo di lui, chè
voleva renderne venerata la Confessione di una chiesa ch’ella edificava
nel palazzo di Bisanzio; ma Gregorio le rispondeva con lettere nelle
quali durava fatica a dominare il suo risentimento. Le diceva essere
delitto degno di morte toccare i corpi dei Santi e perfino avvicinarsi
loro soltanto collo sguardo degli occhi; aver egli voluto imprendere
una lieve novazione alla tomba di san Paolo, e poter accertare che uno
fra i deputati al lavoro, il quale aveva osato di toccare alcune ossa,
che neppure al corpo dell’Apostolo appartenevano, era stato colpito di
subita morte. Pelagio, continua egli a narrare, aveva fatto aprire il
sepolcro di san Lorenzo nel tempo in cui dava opera alla costruzione
della sua cappella, e tutti i monaci e i guardiani della chiesa che
avevano mirato il cadavere, erano passati di vita nel corso di dieci
giorni: bastava un lembo della tela che avesse coperto la tomba
dell’Apostolo, perchè, raccogliendolo entro una custodia, si avessero
benedizioni di sua potenza miracolosa; e di quelle tele, quasi fornite
di virtù magnetiche che chiamavansi _Brandea_, o qualche frammento
delle catene dell’apostolo Pietro diceva voler mandare all’Imperatrice,
purchè però fosse possibile distaccarne; avvegnaddio il prete che
ha ministero di farlo, prosegue egli accortamente, non sia sempre
capace di conseguire lo scopo per tutti quelli che ne fanno istanza,
chè spesso egli fatica sulle catene colla lima senza poterne cavare
nemmanco una minutissima scheggia[86].

I Romani avevano motivo di vegliare ansiosamente a guardia delle
loro reliquie, perocchè esse fossero avidamente ricercate. V’erano
allora molti uomini che intendevano a scoprire tesori e forse più
ancora che dissotterravano ossami, gente che viaggiava per guadagno
o per incarico di vescovi stranieri a frugare silenziosamente nei
cimiteri dei Martiri, scampando indi col raccolto bottino. A grave
commovimento erano messi i Romani un dì che coglievano alcuni uomini
greci occupati a disseppellire ossa nelle vicinanze della basilica di
san Paolo, laonde custodivano le reliquie della loro Città con cura
più sollecita che le mura di essa. Orgogliosi di possedere tali sacri
pegni, che nessuna altra Chiesa del mondo poteva con loro dividere, in
essi veneravano i palladî di Roma ed anche un poco la calamita che qui
faceva accorrere pellegrini d’ogni contrada. Quando il Papa regalava
qualche grano di limatura delle catene dell’apostolo Pietro, alle
quali già nel secolo sesto si attribuiva la salvezza di Roma, lo si
aveva per un donativo cospicuo sì, quanto fu più tardi la rosa d’oro
benedetta. S’era fatto costume di porre alcuni piccoli frammenti del
ferro di quelle catene in una chiave d’oro e di portar questa appesa
al collo come amuleto[87]. Talvolta vi si aggiungeva qualche pezzetto
di ferro della favolosa graticola di san Lorenzo, e si distribuivano
delle croci d’oro, nelle quali erano contenute scheggie del legno
«della vera croce»; ed era fede che quelle croci e quelle chiavi
d’oro avessero valore di preseverare da’ morbi e da ogni malanno[88].
Lo stesso Gregorio della loro santa virtù sa raccontare che un
soldato Longobardo, il quale voleva mutar forma ad una croce di san
Pietro rubata in saccheggio, era punito di quel temerario ghiribizzo
artistico, dacchè la lama della spada gli tagliava la gola[89].
Gregorio di quegli amuleti faceva presenti soltanto a persone del più
illustre grado, a ex-consoli, a patrizî, a prefetti, a principi, come a
Childeberto di Francia, a Reccaredo di Spagna, a Teodolinda. Chiese di
remoti paesi erano fornite dell’olio che ardeva in lampade davanti le
tombe dei Martiri. Si intigneva in esse per immersione della bambagia,
indi la si chiudeva in vasi, la si segnava col nome del Santo e la si
spediva a quei santuarî. Bastava toccarla, così afferma Gregorio, per
ottenerne miracoli; e v’erano giorni determinati nei quali i fedeli
solevano ungersi con quell’olio delle reliquie. All’opposto, era
costume di mandare in dono da Gerusalemme a Roma dell’olio della santa
Croce[90].

Gregorio, che aveva rifiutato ai Bizantini la testa di san Paolo,
dall’Oriente aveva invece recato egli stesso nella Città un braccio
dell’apostolo Luca ed un altro di Andrea; e Roma ferveva di zelo a
raccogliere entro le sue mura, in copia sempre maggiore, reliquie
di altissima rinomanza. Dicesi che il Papa avesse rinvenuta anche la
veste miracolosa dell’evangelista Giovanni e l’avesse deposta nella
basilica Lateranense. Giovanni Diacono, tre secoli dopo, affermava che
quella tunica non aveva cessato fino al tempo suo di operare splendidi
miracoli, e che ai tempi di siccità, quando innanzi alle porte del
Laterano la si scoteva, riconduceva la pioggia, e allorchè le nubi si
scioglievano in torrenti d’acqua, aveva virtù di rifar sereno il cielo:
così i Romani avevano con bella ventura trovato di che sostituire al
_lapis manalis_, ossia pietra della pioggia, che ai tempi pagani per
lungo tratto di secoli portata tutto all’ingiro nella via Appia, aveva
operato eguale prodigio[91].

A questo culto si associano tutte le altre credenze che quell’età
prestava ai portenti; apparizioni di Maria e di san Pietro,
risurrezioni di morti, profumo di corpi, aureola di gloria dei
santi, comparsa di demonî; e tali credenze s’erano già da lungo
tempo completamente affermate. Può soltanto destar meraviglia che
tali superstizioni mettessero radice nell’animo d’un uomo qual era
Gregorio, i cui sensi di umanità avevano tolto a proteggere persino gli
Israeliti dalle persecuzioni di vescovi fanatici. Nelle sue Lettere e
nei Dialoghi egli paga il tributo al suo tempo, e molte delle idee che
ivi compaiono, volentieri ameremmo considerare come errori dell’umana
natura da lunghissimo tempo superati, se per fortuna desiderata ce ne
desse ragione il mondo attuale in cui viviamo. Gregorio dava opera a
consecrare la chiesa che Ricimero aveva fondata nella Suburra, e la
dedicava a santa Agata di Catania la quale, oggi ancora, ivi è venerata
quale proteggitrice dalle fiamme dell’Etna. Le strette relazioni che
Gregorio teneva colla Sicilia furono ragione che egli accogliesse la
Santa di quest’isola nel culto romano della Città; ed egli in pari
tempo volle cancellare l’ultima ricordanza dell’Arianesimo in Roma
e perciò riaperse al rito cattolico quella chiesa che fino al suo
tempo era stata chiusa. Racconta Gregorio con tutta serietà che,
compiuta la ceremonia della consecrazione, il diavolo in forma non
vista ma sensibile d’un majale, dopo d’aver scorrazzato qua e colà
fra le gambe degli astanti, era uscito a corsa dalla porta[92]: per
tre notti s’ebbero uditi romori spaventosi sulle travi del tetto, ma
alla fine una nube olezzante di profumi scese a posare sull’altare.
Questo narriamo non tanto per la curiosità dell’aneddoto quanto per
l’importanza storica che se ne rivela: la tolleranza della fede ariana
era cessata colla caduta dei Goti; le ultime tracce della dominazione
gotica in Roma si associavano ancora ad alcune chiese serrate; e
parecchie devono averne appartenuto agli Ariani, avvegnachè Gregorio
dica di voler purificare una chiesa ariana nella terza Regione presso
il palazzo Merulano e di volerla dedicare a santo Severino, le cui
reliquie egli dà ordine che gli sieno spedite dalla Campania[93]. È
superflua cosa l’aggiungere che da lunghissimo tempo s’era raffermata
la credenza nell’Inferno, laddove da Gregorio stesso procede il dogma
del Purgatorio (_purgatorius ignis_). Una considerazione soltanto
merita nota, ed è che, quantunque il terrore pio collocasse le anime
dei dannati nella valle della Geenna, tuttavia altri luoghi ancora
erano reputati siti del mondo di sotterra. Credevasi che l’anima di re
Teodorico fosse stata precipitata nel cratere del vulcano di Lipari.
Germano vescovo di Capua, infermo di paralisi, per consiglio dei suoi
medici andava ai bagni di Anguli, oggidì sant’Angelo negli Abruzzi; ma
appena v’era entrato, il venerando prelato ne aveva ragione di terrore
gravissimo; chè egli discerneva sudante e ansante nel mezzo ai vapori
delle acque l’anima del diacono Pascasio: e il fantasima lo ammoniva
che ivi stavasi in punizione della eresia per cui aveva aderito
all’elezione dell’antipapa Lorenzo[94].


§ 2.

I Dialoghi di Gregorio. — Leggenda di Trajano imperatore. — Il foro
Trajano. — Condizioni della cultura scientifica. — Accuse contro
Gregorio. — La Città volge a decadenza sempre maggiore. — Gregorio si
adopera a restaurare gli acquedotti.

Quello che abbiamo detto fin qui, può bastare a dar conferma delle
opinioni nostre su Gregorio e sui Romani della età sua; e furono
soltanto alcuni larghi tocchi delle credenze e degli errori che in
quel tempo accoglieva l’umanità. Chi voglia apprenderne cognizione più
completa può leggere i Dialoghi di Gregorio, che sono quattro libri di
storie di singolari portenti che egli narra al suo fido diacono Pietro,
il quale lascia cadere qua e là un motto, tanto che di un dialogo
siavi conservata la forma. Gregorio scrivevali nel quarto anno del
suo pontificato. Pochi libri furono letti con più fervida avidità; si
divulgarono in Oriente e in Occidente con copie e con traduzioni, fra
le quali una ne comparve in lingua araba sulla fine del secolo ottavo;
e più tardi ancora re Alfredo d’Inghilterra ne faceva una versione in
lingua sassone. Quelli della Congregazione di san Mauro, che attesero
all’edizione delle opere di Gregorio, hanno attribuito alla virtù di
questi Dialoghi la conversione dei Longobardi, e si può convenire
collo Storico della Letteratura italiana in ciò, che gli argomenti
in essi contenuti erano acconci a persuadere l’animo infantile di
popoli rozzi. Ma chi legge quei racconti vorrebbe desiderare che fosse
riuscito alla Critica di liberare il grande papa Gregorio dal carico di
esserne autore, avvegnachè ei confesserà ch’essi dovettero consecrare
la superstizione coll’autorità del nome di un Pontefice illustre.
Dubbia o fuggevole fu la loro utilità in riguardo alle conversioni, ma
durevole ne fu il nocumento. Tuttavolta i Dialoghi hanno un’importanza
cui non è lecito preterire in silenzio, ed è che le loro storie di
portenti sono tutte nazionali d’Italia e di Roma; perocchè Gregorio
vi racconti soltanto di quelle leggende che accrescevano la gloria
dei Santi italiani del suo tempo, e che adoperavansi quali armi di
battaglia contro l’Arianesimo dei Longobardi per dimostrare che la
Chiesa romana possedeva ancora la virtù del miracolo. Tutto il libro
secondo è dedicato alle geste di Benedetto, e così Gregorio spediva i
suoi Dialoghi nelle province, taciti missionarî della Chiesa romana.

In ricompensa di tante storie di prodigî che il grande Papa vi ebbe
narrato, egli stesso meritò di diventare soggetto di leggenda. Un dì,
così correva credenza nel secolo ottavo, Gregorio passava per il foro
Trajano, e il suo sguardo, ammirando la magnificenza di quell’opera
meravigliosa della grandezza romana, si arrestava sopra un gruppo di
bronzo che rappresentava Trajano, il quale, partendo per una spedizione
di guerra, stava per iscendere di cavallo a porgere ascolto ad una
vedova che lo supplicava atteggiata di lagrime e di dolore. La donna
piangeva un figlio ucciso e chiedeva all’Imperatore giustizia. Trajano
promettevale di far ragione della sua causa come fosse ritornato della
guerra; ma, se tu non torni, sclamava l’afflitta donna, chi mi farà
vendetta? E poichè non la confortava la risposta che farebbela il suo
succeditore, essa costrinse Trajano a scendere di sella e a pronunciare
sentenza sul luogo stesso. Questo avvenimento Gregorio vedeva scolpito
nel bronzo, e lo accorava tristezza desolata che un principe sì giusto
fosse caduto in dannazione eterna. Quel pensiero gli traeva lacrime
dal ciglio durante il suo cammino, finchè, entrato in san Pietro,
vi cadeva svenuto e udiva una voce del cielo dirgli: La tua prece
per Trajano è esaudita, l’anima dell’Imperatore pagano è sciolta dai
ceppi, però non t’avvenga più d’intercedere per gli uomini idolatri.
Più tardi la leggenda aggiunse che Gregorio svegliasse alla vita le
ceneri dell’Imperatore per mondarne col battesimo l’anima, dopo di che,
quelle ricaddero nei regni della morte, ma questa spiegò sue penne al
cielo[95].

Il cardinale Baronio con serietà solenne e con lungo procedimento
sentenziò la condanna di questo leggiadro racconto che ebbe origine
in mezzo al decadimento della cultura di Roma, e con una larga spugna
faticò a lavare santo Gregorio di quell’innocente tinta di poesia,
dimostrando che il Papa non sentì mai compassione di Trajano, nè
ebbe mai gettate sue preghiere per verun pagano. Egli ha ragione di
dubitare che al tempo di Gregorio esistessero ancora delle statue di
bronzo nel foro Trajano, ma il suo zelo si scalda in quest’occasione
siffattamente, che sulla povera anima di Trajano accumula montagne
di delitti per ricacciarla di bel nuovo nel fondo dell’inferno. Noi
però non intendiamo di prestare più a lungo l’orecchio nè a lui, nè al
cardinale Bellarmino, che ebbe smentito il racconto con pari serietà
ma senza ira; tuttavia ci piacque discorrere di questa leggenda, come
di una delle più commoventi ricordanze di Roma cadente[96]. Essa ci
mostra come i Romani del secolo ottavo, mirando la colonna di Trajano,
ne serbassero ricordanza omai fievole, e fra loro narrassero storie
meravigliose delle geste del generoso Imperatore, di tal guisa che
quella leggenda, come pianta dagli steli rampicanti, crebbe e si
distese sulle ruine del foro di Trajano[97].

In che stato allora si trovasse quest’opera magnifica, ignoriamo.
Sembra che al tempo di Paolo Diacono il quale narra di quella leggenda,
e cioè nel secolo ottavo, non fosse ancora completamente caduto in
ruina[98]; e ancor dopo il tempo dei Goti, i Romani continuavano a
congregarsi colà per udirvi leggere i versi di Omero, di Virgilio e di
altri poeti, come si pare da due passi di Venanzio Fortunato vescovo di
Poitiers, che fu contemporaneo di Gregorio. Egli dice:

    _Vix modo tam nitido pomposa poemata cultu_
      _Audit Trajano Roma verenda foro._
    _Quod si tale decus recitasses auri senatus,_
      _Stravissent plantis aurea fila tuis_[99].

Lo Storico del Senato di Roma nel medio evo, avrebbe potuto far suo
prò di questi distici per avvisarne la esistenza continuata; però
essi possono veramente riferirsi così al tempo antico che all’età più
recente[100]. Un Autore moderno che scrisse della Letteratura d’Italia
nel medio evo, fu tuttavia da quei versi indotto ad affermare che «alla
fine dei secolo sesto si leggeva Virgilio con gran solennità nel foro
di Trajano. Ivi i poeti contemporanei recitavano le loro opere, e il
Senato decretava un tappeto di drappo d’oro a chi riusciva vincitore in
quelle tenzoni letterarie»[101]. Noi non vogliamo per fermo scambiare
fiori rettorici per tappeti tessuti in oro, ma ci è pur d’uopo
riconoscere che ancora al tempo di Gregorio si declamavano versi nel
foro di Trajano: e questo fatto ci trae a indagare quali si fossero le
condizioni della scienza in questa età.

Durante il loro principato abbiamo veduto Teodorico e Amalasunta
intendere con cura sollecita a riporre in fiore le scuole di Roma
ed a remunerarne i maestri con publico onorario: il periodo della
dominazione gotica conseguiva splendore dagli ultimi nomi che suonino
con laudato pregio nella Letteratura latina, da Boezio, da Cassiodoro
e dai vescovi Ennodio, Venanzio Fortunato e Giornande; e i loro scritti
ci fanno testimonianza che ancora bellamente associate si professavano
la poesia, la storia, la filosofia e l’eloquenza. La stessa arte
poetica classica degli antichi non era stata peranco cacciata in bando
dalla Chiesa, e nel tempo stesso in cui nel foro di Trajano si leggeva
Virgilio, nell’anno 544, entro la chiesa di san Pietro in vincoli,
tra i plausi romorosi del popolo, ascoltavasi l’ex-conte e suddiacono
Aratore recitare quel suo poema in cui celebra la storia degli Apostoli
con esametri, la forma dei quali non può ancora dirsi barbarica[102].
Nella dedicatoria a papa Vigilio, cui egli intitolava il poema, Aratore
giustifica l’opera sua, dicendo la versificazione non essere straniera
alle Sacre Scritture, e i Salmi provarlo; accogliere l’opinione che
anche il Cantico dei Cantici e Geremia e Giobbe nella lor lingua
originale fossero scritti in versi esametri. La musa di Virgilio,
che rendeva lieto dei suoi sorrisi un suddiacono del secolo sesto, lo
strascinava a qualche timida reminiscenza, ed in fatto talvolta fanno
in lui capolino le forme del paganesimo; laonde il cielo cristiano
ei chiama Olimpo, e Iddio pietoso appella Tonante col nome del Dio
del fulmine. A quei concetti pagani papa Vigilio nell’anno 544 non
s’offendeva di repugnanza, nè più nè meno di quel che avrebbe fatto
Leone X nel secolo decimosesto, allorchè le idee dell’Antichità di bel
nuovo avevano con l’arte invaso il Cristianesimo[103]. Così parimenti,
col carme antico e col lieto amore dell’antica poesia, il Paganesimo
compare nel coetaneo di Gregorio, nel celebre monaco irlandese
Colombano morto nell’anno 615, fondatore e abate del monastero di
Bobbio: colla più schietta ingenuità di animo ei collocava Cristo con
Pigmalione e con Danae, con Ettore e con Achille[104].

Ma le guerre bizantine e la caduta del reame dei Goti insieme
alle istituzioni politiche soffocavano anche gli studî delle umane
scienze. Non s’ode più che in Roma esistessero scuole di rettorica,
di dialettica, di giurisprudenza; soltanto la medicina, che Teodorico
aveva protetto con grande amore, può esservi stata ancora in qualche
fiore; e sembra anzi che i medici di Roma superassero in rinomanza
quelli di Ravenna, perocchè Mariano, arcivescovo di quella Città,
infermo di petto, era da Gregorio invitato a venirsene a Roma per
guarirvi[105].

All’istruzione della gioventù si provvedeva assai scarsamente e
d’istituto privato anzi che publico; cessare la istruzione non poteva;
maestri e studiosi d’umane scienze avranno sempre esistito. Se si
voglia prestar fede alle ampollose parole di Giovanni Diacono, Roma
sotto il reggimento di Gregorio per fermo sarebbe stata «il tempio
della sapienza cui le sette arti, a guisa di colonne, sostenevano,»
e Gregorio non avrebbe avuto intorno a sè uomo alcuno barbaro nella
lingua o nel costume, chè ciascuno alteramente si erigeva colla maestà
della miglior tempra latina[106]. Rifiorivano gli studî di tutte le
arti liberali, nè i dotti premeva cura penosa di sostenere la vita, ed
il Pontefice amava circondarsi degli uomini più colti anzi che degli
eccellenti per grado. In breve, Giovanni Diacono, nella barbarie del
suo secolo nono, descriveva la corte di Gregorio come se avesse dipinto
i tempi di Nicolò V, venuto tanto tempo più tardi. Una sola menda
deplorava il monaco erudito, ed era che alla curia di Gregorio non si
sapeva parlare il greco. Il Papa stesso confessava di non l’intendere,
e questo fa meraviglia dappoichè egli avesse vissuto per lunghi anni
nunzio a Costantinopoli: qui per contro non era alcuno che sapesse
interpretare a dovere le scritture latine. Così ci è dato di scorgere
qual grave separazione fosse sorvenuta a rendere straniera l’una
all’altra città, e di quanto Roma fosse stata distolta dallo studio
della classica letteratura di Grecia[107]. Giovanni Diacono per verità
attribuisce a Gregorio il vanto di una dottrina profonda in tutte
le libere discipline; e lo dichiara siffattamente erudito fin dalla
fanciullezza nella grammatica, nella rettorica e nella dialettica,
che sebbene a quel tempo ancora (così dic’egli) Roma brillasse per
la eccellenza negli studî delle lettere, tuttavolta nella Città il
Papa non era secondo a chicchessia. Sennonchè su quel quadro in cui
tratteggia lo splendore della scienza romana, Giovanni Diacono gitta
dell’ombra oscura, allorchè con chiare parole soggiunge che Gregorio
aveva vietata ai cherici la lettura degli autori pagani; ed egli stesso
riferisce quel passo, divenuto sì celebre, di una lettera del Papa,
onde si pare la inimicizia che questi nutriva contro le scienze umane.
Gregorio con parole d’ira scrive a Desiderio vescovo di Gallia, di
aver arrossito come di un’onta udendo che questi a taluno insegnasse
grammatica; e mentre parla della letteratura antica come di stupide
baie e dichiara cosa empia il tenerla in pregio, soggiunge non potere
le lodi di Cristo e le lodi di Giove capire nella medesima bocca[108].
E altrove confessa di non evitare i barbarismi di stile e di sprezzare
l’osservanza della sintassi e la costruzione del discorso, avvegnachè
reputi indegna cosa di costringere la parola di Dio nell’angustia delle
regole di Donato[109].

Se v’abbiano tutte le buone ragioni, specialmente in causa del
primo di quei due passi, per affermare che Gregorio avversava gli
studî delle umane scienze, non ve n’ha alcuna per sostenere che la
cultura di lui avesse la ruvidezza della barbarie, o peggio ancora
per dire che egli fosse un ignorante. La sua dottrina era d’indole
teologica. Seppure egli sia stato addottrinato nella dialettica degli
antichi, nè questo è dato di conoscere dagli scritti suoi che non
s’ispirano mai a filosofia, certo è che egli la ripudiava da sè. Le
sue opere sono segnate dell’orma del suo tempo, ma la lingua usata da
Gregorio si solleva spesso ad eloquenza rettorica, nè il suo latino
è bruttato di barbarismi. La missione propria di lui lo obbligava
ad agire soltanto entro la cerchia della vita cattolica, e poichè
colla indicibile operosità dello spirito costringeva le cure del suo
officio e la costante condizione infermiccia del corpo a consentirgli
l’agio di dettare scritti teologici di gran lena, non era possibile di
pretendere da lui, massime nel tempo in cui viveva, che desse opera
anche alle lettere profane, e che si persuadesse della necessità di
quegli studî alla cultura dell’umanità. L’apostolo della conversione
d’Inghilterra vedeva Italia qua e colà ancora inebbriata dalle dolci
finzioni del Paganesimo[110]; non poteva egli dunque esser benevolo
ai poeti dell’Antichità; e fa duopo soprattutto considerare il vescovo
Gregorio da un lato ben differente da quello dello statista Cassiodoro
che, educato alla cultura classica, conforta i monaci del suo convento
allo studio della grammatica e della dialettica. In una parola, se
non si può lodarnelo ei si convien pure scusarlo. Dove però si tratti
d’istituti ecclesiastici, Gregorio offre allo Storico della Chiesa
vastissimo argomento, chè questi deve massimamente descriverne l’opera
legislativa e ordinatrice dello splendido culto romano, segnatamente
della liturgia. Il suo Biografo celebra la gloria di lui che fondava
in Roma la scuola di canto del san Pietro e del Laterano: questa scuola
della musica ecclesiastica gregoriana diventava maestra dell’Occidente;
l’antichissima cappella pontificia raccoglieva in sè le tradizioni
musicali del Paganesimo, e quantunque indicesse guerra ai poeti
antichi, Gregorio pur tollerava che i ritmi di Catullo ripetessero le
loro melodie innanzi ai ministeri della Messa santa[111].

Nei secoli posteriori, e persino nei tempi più recenti, parecchie e
gravi accuse furono scagliate contro Gregorio, ma di esse non si dà
dimostrazione. Fu detto che egli perseguitasse gli studî matematici,
ma questa taccia si fonda soltanto su d’una parola, a rovescio
interpretata, di uno Scrittore inglese vissuto sullo spirare del secolo
duodecimo[112]. Più rilevante è l’accusa mossa dallo stesso Autore,
che Gregorio facesse mettere in fiamme la biblioteca Palatina; ed è
per lo meno notevole a sapersi che nel medio evo correva tradizione
che quel fervido zelatore del Cattolicesimo avesse distrutto l’antica
biblioteca di Apollo: è un sospetto che sembra punire papa Gregorio
della colpa di avere scritto i suoi Dialoghi. Ma la sorte della celebre
biblioteca che un tempo Augusto aveva collocata nel portico del tempio
di Apollo, è involta nel buio; forse gli Imperatori greci la facevano
trasportare a Bisanzio, forse essa trovava sua fine fra le angustie
che premettero Roma, e forse, rosa dalla polve e dal tarlo, continuava
ancora ad esistere ai tempi di Gregorio. La ruina delle scienze
seppelliva miseramente con sè la biblioteca di Augusto e la biblioteca
Ulpia; ed in vece dei tesori della sapienza greca e latina, la cui
perdita l’umanità deve deplorare ancor più vivamente che la distruzione
di tutti gli splendidi monumenti marmorei di Roma e di Atene, poco
a poco compaiono gli Atti dei Martiri, le scritture dei Padri della
Chiesa, le Decretali e le Lettere dei Papi, e sono serbati in apposite
biblioteche. Vien detto che papa Ilario fosse il primo a fondarne nel
Laterano, e Gregorio stesso parla di biblioteche che esistevano in
Roma e dell’archivio della Chiesa romana che fu precursore dell’attuale
Archivio Secreto nel Vaticano[113].

Noi possiamo risparmiarci il tentativo di spurgare Gregorio dell’accusa
d’una barbarità sì feroce, avvegnachè essa sostenersi non possa, se
pur solo si consideri che delle opere publiche di Roma non apparteneva
la proprietà al Pontefice sibbene all’Imperatore greco, e che questi
non avrebbe mai dato licenza che la massima biblioteca di Roma si
incendiasse in un solenne falò. E se qualche cosa più di una fola
esista nel racconto che Gregorio con rabbia singolare giurasse
morte alle opere di Cicerone e di Livio e ne distruggesse i codici
ovunque gli capitassero fra le mani, sarà sempre pensiero qualche po’
confortevole che una ventura propizia abbia concesso al cardinal Mai di
trarre dalla tomba del medio evo di Roma i libri che Cicerone scriveva
della Republica[114].

Il fervore dei difensori del grande Pontefice ha pure un’altra matassa
a dipanare; chè a quel sospetto se ne associava un altro, poco meno
atroce: Gregorio, così correva fama nel medio evo, ispirato da zelo
cattolico avrebbe fatto abbattere i monumenti di Roma per cancellare
le ultime vestigia del Paganesimo e per impedire che gli occhi dei
pellegrini si distraessero dalle chiese e dalle tombe dei Martiri per
mirare le opere dell’Antichità pagana. Lo narrano due Cronisti del
secolo decimoquarto; e lo spirito incolto di un Domenicano e di un
frate Agostiniano descriveva con gran giubilo il santo Papa intento
a troncar le teste degli idoli antichi e a mutilarne le membra[115].
Oltracciò, uno Storico della vita dei Papi che scrisse sullo scorcio
del secolo decimoquinto, rinveniva in qualche luogo narrato che
Sabiniano, succeditore di Gregorio, durante il tempo di una carestia
sollevava il popolo contro la memoria del Pontefice perchè questi aveva
distrutto in ogni parte della Città le statue antiche; e s’affermava
persino che a gran cumuli le avesse fatto gittare nel Tevere[116].
Ma questa taccia, che trovò fede non solo fra’ Protestanti ma anche
presso alcuni Cattolici, non si raccomanda a prova alcuna. Gregorio
per certo non deve aver sentito vaghezza della splendida arte plastica
degli antichi, ma noi di buon grado conveniamo nell’opinione di coloro
che con ragione rammentarono l’affetto di lui per Roma, il diritto di
proprietà dell’Imperatore su tutte le opere pubbliche, e finalmente
la moltitudine di monumenti della Città che sopravvisse al Pontefice.
Tuttavia, alle asserzioni del medio evo in generale ci è forza
attribuire una qualche aggiustatezza di giudizio; il rimprovero di
vandalismo coi Barbari devono pur dividerlo parecchi Papi, avvegnachè
non sia giusto che sopra di quelli soltanto s’aggravi tutto il pondo
dei ruderi de’ monumenti distrutti, chè più d’una statua di Roma
potrebbe attribuire la sua distruzione all’ardore pio di qualche
Vescovo[117].

Ogni dì più la Città precipitava in ruina e non ne avea salvezza.
Gregorio, che senza rimpianto vedeva i templi di Roma cadere, mirava
con duolo franti in pezzi gli acquedotti della Campagna che fra non
molto sarebbero caduti in finale disfacimento se la Città non avesse
pensato a restaurarli. Egli scriveva ripetute volte al suddiacono
Giovanni, suo nunzio in Ravenna, acciocchè sollecitasse il Prefetto
d’Italia a provvederne al riparo; e pregava che di ciò fosse dato
incarico al viceconte Augusto, avvegnachè sembri che quest’officiale
fosse da Ravenna insignito del titolo antico di Conte degli Acquedotti.
Nulla di più però fu fatto; gli acquedotti rimasero in balia alla
distruzione, e forse, ad eccezione di qualche debole tentativo, neppur
un condotto d’acqua fu rimesso in buono stato[118].

In generale, soltanto allora che v’abbia occasione a discorso di chiese
e di conventi, tornano i nomi antichi di Roma a comparire con menzione
fuggevole; chè la tenebra d’una notte profonda calava ognor più, e
nell’ombra nera celava i monumenti degli antichi[119].


§ 3.

Operosità di Gregorio nei negozî della Chiesa. — Egli tenta di riunire
l’Occidente germanico con Roma. — Converte l’Inghilterra. — Muore
nell’anno 604. — Monumenti di Gregorio in Roma.

Noi dobbiamo qui restringerci a discorrer soltanto dell’influenza che
il grande Vescovo esercitò sulla città di Roma e dell’opera che egli
vi rivolse, avvegnachè alla Storia della Chiesa convenga in generale
di parlare dell’importanza che il reggimento di Gregorio si ebbe in
relazione ai negozî d’indole religiosa. Allorchè fu fatto papa, erano
già vinte quelle battaglie durate da secoli, in mezzo alle quali era
sorto l’edificio della dottrina ecclesiastica, ed erano stati per
sempre statuiti i dogmi fondamentali della fede cattolica sulla natura
del Cristo e sulla trinità. Compiuto s’era il periodo dei Padri della
Chiesa, e si schiudeva un’êra nuova in cui l’Oriente si distaccava
dall’Occidente, e nell’Occidente si fondava la podestà assoluta del
Pontefice romano. Fu Gregorio il grande che iniziò quest’epoca e pose
le fondamenta della signoria pontificia, dopo che Leone I, predecessore
di lui, aveva già conseguito che il primato della sede apostolica
si elevasse ad autorità di principio. Questo primato era combattuto
acremente sempre dalle Diocesi orientali di Antiochia e di Alessandria
e, innanzi tutte, da quella di Costantinopoli, il cui patriarca
Giovanni Digiunatore si assumeva il titolo di vescovo ecumenico ossia
universale: ma Gregorio si opponeva con energia a siffatta usurpazione,
nel tempo medesimo che, primo tra i Papi, con accorta modestia sè
appellava «servo dei servi di Dio»[120].

I dissensi profondi tra la Sede romana e l’Oriente spalancarono,
col proceder del tempo, un abisso cui nulla valse a colmare; di qui
l’Occidente trasse giovamento a conseguire una sua propria autonomia,
che essenzialmente derivò dall’associazione della Chiesa romana
all’elemento germanico, laddove l’importanza della Chiesa orientale
andò ognor più diminuendo, perocchè i suoi patriarcati, fondazioni
antichissime del Cristianesimo, in gran parte fossero inghiottiti dal
Maomettismo irrompente.

Ei si fu parimenti Gregorio che in Occidente estese la ragione di
autorità della Sede romana oltre i confini del suo patriarcato. Giusta
l’estensione di limiti della Diocesi costantiniana di Roma, il Vescovo
romano esercitava la giurisdizione ecclesiastica di metropolita
precisamente sulle dieci province suburbicarie d’Italia soggette al
_Vicarius Romae_; però le Chiese metropolitane di Ravenna per l’Emilia
e per la Flaminia, di Milano per la Liguria, per le Alpi Cozie e per
le due Rezie, di Aquileja per le Venezie e per l’Italia, combattevano
la podestà apostolica di Roma tentando di escluderne l’imperio dai
loro territorî, nè si reputavano suddite ad essa. Ma Gregorio sostenne
contro le loro pretese il primato dei successori di san Pietro; e
si elevò a podestà di vero patriarca dell’Occidente[121]. Fu pur
desso che avvinse alla Sede romana con più stretti nodi le Chiese
germaniche delle Gallie e di Spagna, dove il re visigoto Reccaredo col
suo popolo s’era fatto confessore della fede cattolica: e nel tempo
stesso la conversione dei Longobardi, per la massima parte seguaci
ancora delle dottrine di Ario, che era dovuta al pio fervore della
regina Teodolinda, progrediva nel suo cammino a sicuro porto, così
che Italia ne conseguiva l’unità della fede[122]. Gregorio, «console
d’Iddio,» conquistava altresì alla soggezione di Roma la remota isola
britanna[123]. Narrasi che un dì, quando non era ancora papa, nel
foro dove allora tenevasi mercato di schiavi, vedesse tre leggiadri
fanciulli stranieri ch’erano messi in vendita, e istruito di loro
origine, sclamasse: «Angli, quasi angeli sono»[124]. E riscattava quei
tapinelli senza patria, e acceso di zelo di apostolo voleva partir in
missione per quelle terre; ma il popolo ne lo tratteneva, e soltanto
nell’anno 596 era dato a Gregorio di spedire dal suo convento una
schiera di monaci sotto la capitananza di Agostino a quell’isola
remota un tempo dominata da’ Romani. Splendidi e rapidi furono i
risultamenti: la Britannia, che due secoli prima era uscita di mano
dell’Impero romano e indi era divenuta conquista del poderoso popolo
degli Anglosassoni, era soggiogata adesso dai fraticelli di un convento
che s’ergeva solitario presso il Colosseo, e, provincia nuova e fervida
nello ardor della fede, era riunita alla Chiesa romana. Gregorio con
orgoglio patrio invocava ricordanze antiche, e appellava re Adelberto
e la sua donna Adelberga coi nomi di Costantino novello e di novella
Elena[125].

Per tal guisa lo spirito possente di quest’uomo, che fu il più grande
del suo secolo, penetrava in paesi remoti e dimorava in mezzo a popoli
lontani tra i quali rendeva venerata e temuta Roma la santa. Egli
componeva sè stesso ad elevata dignità di rimpetto all’Imperatore
ed ai Re, e gli ammoniva a ministrare la giustizia ai loro sudditi
e a governarli con mitezza. Proteggeva persone ed anche province
dalle concussioni degli officiali imperiali, e l’orecchio suo acuto
raccoglieva i lamenti del popolo perfino nella selvaggia Corsica e
nella remota Africa[126]. Non fuvvi mai altro Papa che abbia compreso
come lui l’altezza della sua missione e che l’abbia sostenuta con
pari operosità e con eguale valore; le sue cure e le sue relazioni
si estesero a tutti i paesi della Cristianità. Nessun altro Pontefice
lasciò tanta copia di scritti quanta lascionne egli che fu appellato
ultimo Padre della Chiesa: nè animo sublime e generoso pari al suo
sedette mai sulla cattedra di san Pietro. Dopo un reggimento veramente
glorioso, durante il quale ebbe fondata nella Chiesa occidentale quella
podestà suprema del Vescovo romano che durar doveva un mille anni, ma
di cui egli nè intese, nè presagì il mutamento degenere, Gregorio I
passò di vita in Roma addì 12 marzo 604[127].

Di lui oggidì non rimangono in Roma che pochi monumenti. Il rovinio
cui volgeva quella sua età non ebbe concesso a Gregorio di ornare
di edificî la sua città natale, o, forse, il suo spirito compreso
soltanto della salute dell’anima degli uomini, disdegnava, per usare
delle parole del monaco Beda, di affaticarsi intorno alle pompe
esterne di chiese splendide d’oro e d’argento, come altri vescovi
fecero. Il Libro Pontificale, che contiene un copioso catalogo degli
edificî e dei doni votivi dei suoi predecessori, nella biografia di
Gregorio che è di meravigliosa brevità, fa menzione soltanto che egli
elevasse all’apostolo Pietro un ciborio con quattro colonne d’argento
ossia un baldacchino dell’altare maggiore, ciò che appellavasi
anche _Fastigium_. Leggiamo nelle sue Lettere ch’egli commetteva
nelle Calabrie delle travi per intraprendere restaurazioni nelle
basiliche di san Pietro e di san Paolo, ma è pur dubbio se per verità
siffatti lavori si compiessero. Della fondazione del suo convento
sul Clivo Scauro abbiamo già tenuto parola, e certo ei sarebbe
stato di somma importanza per la storia della pittura se si fossero
conservati i dipinti che ivi nell’atrio Gregorio avea fatto condurre:
Giovanni Diacono, che potè ancora vederli, ne dà una descrizione
particolareggiata. Erano affreschi, ond’è dimostrato che in quel
tempo ancora esercitavasi in iscuole la pittura di colori. Vi era
rappresentato Pietro seduto su di un trono, e, innanzi a lui, il padre
di Gregorio che stringevagli la destra. Gordiano vestiva abito di
diacono; una pianeta di color castano bruno scendeva sulla dalmatica, i
piedi erano stretti in piccoli stivali. Lunga era la forma del volto,
l’aspetto grave; avea barba breve, capelli folti, occhi vivaci. Un
altro quadro, che conteneva il ritratto della pia madre di Gregorio,
ci rappresenterebbe una nobile matrona romana di quell’età. Silvia era
coperta di un candido ammanto a foggia di velo il cui panneggiamento,
secondo l’antico costume romano, risaliva dalla spalla destra alla
sinistra; portava una tunica bianca chiusa al collo che scendeva fino
alle piante in larghe pieghe, ornata di due liste a mo’ di dalmatica.
In capo aveva una bianca mitra ossia cuffia: le dita della mano destra
alzava in atto di segnarsi, nella sinistra teneva un libro di preci
su cui stava scritto: «Vive l’anima mia, e dirà le tue laudi, e i
tuoi cenni saranno mio ausilio:» _Vivit anima mea et laudabit te, et
judicia tua adjuvabunt me_. Giovanni Diacono mirava con venerazione
l’imagine di quella matrona, e confessava che neppur l’età senile aveva
cancellato i tratti di una bellezza antica. Il volto rotondo e cosparso
di pallore era solcato di rughe, ma i grandi occhi azzurri sotto ciglio
soave, e le labbra graziose e la serena letizia di tutto il sembiante,
la diceano beata del figliuolo che aveva dato al mondo.

In una piccola abside entro un rotondo di stucco era dipinto anche il
ritratto di Gregorio; le sembianze erano gradevoli, dolci le fattezze
del volto ornato di barba bruna. Avea fronte calva, alta, ampia,
coronata di pochi capelli neri; il guardo esprimeva mitezza; le mani
belle mettevano in mostra dita ritondette, dalle quali il suo biografo
arguisce prestezza a scrivere. Una pianeta castano-bruna scendeva
sulla dalmatica, e il pallio ornato di croce ne copriva gli omeri, il
petto e i fianchi. Il capo non era cinto dell’aureola, ma una cornice
quadrangolare dimostrava che egli viveva ancora quando era fatto il
quadro, avvegnaddio soltanto ai defunti si ponesse in capo l’aureola,
indizio di loro santità[128].

Il convento di sant’Andrea non è più. Cent’anni dopo la morte di
Gregorio, diserto di frati, fu restituito in vita da Gregorio II; indi,
incerto il tempo, cadde. Si afferma che la chiesa di san Gregorio,
onde s’ignora l’epoca dell’edificazione, sorga sul luogo ov’esso
prima stava. Quivi, del pari che nelle vicine cappelle, si illustrò
con monumenti la storia del massimo di tutti i Papi. Fra essi, nella
cappella Salviati, si mira un ciborio di squisito lavoro, fondazione
di un abate avvenuta nell’anno 1469, in cui è istoriata in rilievo la
processione e l’angelo che raccoglie il volo sul mausoleo di Adriano.
Nella cappella di Gregorio, di faccia all’altare, v’è un rilievo di
sottilissimo lavoro, che appartiene probabilmente alla stessa epoca:
esso rappresenta il Papa in atto di orare per la redenzione delle
anime del Purgatorio; però la leggenda relativa a Trajano l’artista non
produceva.

Il Baronio, ch’era stato altra volta commendatore del convento di
Camaldoli presso san Gregorio, fondava nelle vicinanze di questa chiesa
tre cappelle dedicate a sant’Andrea, a santa Silvia e a santa Barbara.
La prima deve sorgere sul luogo stesso dove Gregorio avea edificata
una chiesa a quell’Apostolo. Le sue pareti sono adorne di pitture
del Domenichino e di Guido Reni, ma il valore illustre di quegli
affreschi omai sbiaditi, che non rappresentano alcun fatto della vita
di Gregorio, attragge lo sguardo meno assai del brutto quadro di un
artista oscuro che si collocò nella cappella di santa Barbara e che
figura la conversione dell’Inghilterra.




CAPITOLO QUARTO.


§ 1.

Pontificato e morte di Sabiniano e di Bonifacio III. — Bonifacio IV.
— Il Panteon di Agrippa è consecrato a Maria Vergine ed a tutti i
Martiri.

Morto Gregorio, la sedia di san Pietro restò vacante sei mesi, finchè
giunse la confermazione del suo succeditore. Fu questi Sabiniano
di Volterra, altra volta diacono e nunzio della Chiesa romana alla
corte di Bisanzio. Egli assunse il pontificato in mezzo alla più
grave tristizia di tempi, giacchè su Roma e su tutta Italia incrudiva
il flagello della carestia e della fame[129]. Quantunque Sabiniano
schiudesse i granai della Chiesa, le provvisioni non furono sufficienti
a nutrire il popolo. Una rozza leggenda narra che l’anima irata di
Gregorio apparisse al suo successore e lo colmasse di rimbrotti, e che
per ultimo il Santo lo picchiasse nel capo così, che il Papa tosto dopo
ne moriva. Alcuni Romani senza dubbio impressero in fronte a Sabiniano
un marchio vituperevole, perocchè il dichiarassero acceso d’inimicizia
e di gelosia delle opere del suo antecessore[130]; e perfino la salma
di lui morto dovette temere la ferocia della bordaglia famelica, poichè
dal Laterano per vie ascose intorno le mura della Città fu tratta al
san Pietro[131]. Lo sciagurato Sabiniano, condannato a venir dopo di un
uomo grande, moriva già nel Febbraio dell’anno 606.

Un anno intiero la cattedra pontificia restava indi priva di reggitore,
fino a che Foca approvava la elezione di Bonifacio III romano (607),
figlio di Giovanni Cataaudioce, del cui nome dee cercarsi la patria
in Oriente anzi che in Roma. Anche durante il breve governo di questo
Papa, la storia della Città serba il silenzio; soltanto le Croniche
narrano il fatto meritevole di nota, che a Bonifacio III riusciva
di ottenere da Foca un decreto, il quale, con prospero risultamento
per Roma, poneva fine a quella controversia del primato che il
Vescovo romano avea sostenuto contro il Patriarca di Costantinopoli:
l’Imperatore greco statuiva che Roma dovesse essere riverita quale
Sede apostolica e quale capo della Cristianità. Bonifacio III moriva
nel giorno 10 Novembre 607: questa almeno è la data che assumono gli
scrittori della Chiesa. Addì 25 di Agosto dell’anno successivo era
elevato al soglio pontificio Bonifacio IV, marsio nativo di Valeria e
figlio a un Giovanni medico.

Tenne egli il reggimento più di sei anni, e furono anni luttuosi e
mesti per fame, per contagi e per pressura di nemici; laonde ci è
agevole credere di quanto in basso Roma diserta allora rapidamente
precipitasse. Eppure gli è precisamente sotto di questo Papa che spunta
fuor della tenebra uno dei più egregi monumenti della Città, cui per
lunghi secoli avea coperto dimenticanza profondissima. Il vasto Campo
di Marte era stato tutto pieno di edificî splendidi d’ogni maniera,
ma i suoi portici, i bagni, i templi, e i suoi stadî, i teatri, i
boschetti deliziosi avevano servito soltanto al sollazzo dei cittadini,
e perciò non poteva essere che scarso il numero della gente che in quel
luogo abitava. Le chiese che ivi sorgevano raccoglievano più tardi
intorno a sè nuova vita di popolo; nelle regioni deserte di Roma,
al paro che nei territorî abbandonati della Campagna, esse giovavano
massimamente a riunire, quasi intorno ad un centro, nuove congregazioni
di gente. Mentre però la Città si era riempiuta di tante chiese, fino
a questo tempo abbiamo veduto erigersene invece due sole di rinomanza
nel Campo di Marte e proprio agli estremi suoi limiti; quella di san
Lorenzo in Lucina, e l’altra di san Lorenzo in Damaso: nel mezzo del
Campo di Marte s’alzavano soltanto degli oratorî minori. Ivi poi stava
il Panteon in un suolo tutto coperto di grandi monumenti di marmo,
che erano stati aspramente danneggiati dall’inondazione dell’anno 590;
tutto in giro all’intorno erano le terme di Agrippa, quelle di Nerone
o di Alessandro, il tempio di Minerva Calcidica, l’Iseo, l’Odeo, e lo
stadio di Domiziano; e mentre dall’un lato si elevavano gli edifizî
magnifici degli Antonini, sorgevano dall’altro il teatro di Pompeo e
gli Arcadi confinanti. Questi splendidi monumenti dell’Antichità erano
già in balia della ruina e dovevano perciò offrire alla vista uno
spettacolo di contristante bellezza.

Il Panteon era forse il solo edificio del Campo di Marte che si
serbasse affatto incolume da guasto. Questo monumento bellissimo di
Agrippa da ben seicento anni pugnava contro l’ira dei turbini; nè
le inondazioni del Tevere, che ancora fino al dì d’oggi quasi ogni
anno flagellano la Rotonda colle loro onde e piombano nel suo interno
colla violenza di un torrente, nè le piogge invernali che penetrando
a scroscio dal foro della cupola battono l’affondato pavimento di
marmo e sono raccolte in canali sotterranei, avevano avuto potenza
di scrollare l’edificio saldissimo. Il magnifico vestibolo, cui si
ascendeva per cinque gradini, durava illeso colle sue sedici colonne
di granito dai capitelli corinzî di bianco marmo; e può darsi che
nelle loro due nicchie stessero ancora le statue di Augusto e di
Agrippa, che quest’ultimo vi aveva collocato. La ingiuria del tempo
non aveva valso a infrangere l’armatura del tetto formata di travi di
rame dorato; nè violenza di predoni aveva ancora strappato le tegole
di bronzo dorato onde il vestibolo e la cupola erano ricoperti[132]:
però non ci è dato di sapere se il frontone possedesse tuttavia i
suoi ornati, dei quali non ci è rimasta la descrizione. Addossato
alle terme di Agrippa, non è possibile che il Panteon in origine fosse
rivolto ad uso di tempio; ma la costruzione del vestibolo, avvenuta più
tardi quando Agrippa lo fece erigere durante il suo terzo consolato,
dimostra che allora di tempio ebbe destinazione. Già Plinio gli
dava nome di _Pantheon_, e Dione Cassio, oltre alle statue di Marte
e di Venere, vi mirava quella di Cesare onorato con divino culto,
cui Augusto rifiutava d’essere associato[133]. Sebbene il tempio in
genere ricevesse suo titolo da Cibele madre degli Dei ed in ispecie
da Giove Ultore, tuttavia l’esistenza di quelle statue fa ricavare la
conseguenza che si destinasse ad onoranza de’ Cesari, quale monumento
della grande vittoria che Augusto riportava ad Azio[134]. Gli editti
degli Imperatori cristiani avevano comandato che si serrassero tutti
i templi pagani, e forse da due secoli nessun Romano aveva messo piede
entro il Panteon; egli è certo però che i grandi battenti delle porte
guerniti di rame verdiccio (è difficile che sieno ancora quegli stessi
di oggidì) erano stati forzati dai Visigoti e dai Vandali. Ivi entro
però costoro non trovavano tesori; lo splendido intonaco di marmi o le
cassette della volta probabilmente adorne di rosoni di metallo potevano
appena allettare il loro talento rapace. Nelle sei nicchie della
rotonda interna e nelle edicole poste tra esse eglino però trovavano
simulacri abbandonati di Dei, ed è possibile che di essi portassero via
quelli che per materia erano preziosi, chè persino Bonifacio IV alcuni
ancor ne trovava nel Panteon[135].

Il Pontefice mirava con occhio commosso di desiderio quel miracolo
dell’arte che si conveniva perfettamente ad una chiesa. L’edificio
tutto chiuso d’intorno, che si erigeva sopra una piazza sgombra, e
si discostava dall’architettura consueta dei templi, lo allettava
a prenderne possedimento; e la bella cupola formata di una sfera
lanciata nell’aria, entro cui con incanto portentoso si riversava a
larghe onde la luce, apparivagli dimora condegna di Maria, regina del
cielo. Gli ultimi Imperatori con loro editti avevano bandita legge
che i templi dei pagani non si distruggessero, ma al culto cristiano
si consecrassero; e Gregorio con suoi comandamenti al vescovo Melito
aveva raffermato quel principio, almeno per la Bretagna[136]. Tardi
però si seguì un tal sistema, che già probabilmente s’avea adoperato
nell’antica Atene, dove il celebre Partenone, sede della vergine Atene,
era stato tramutato in chiesa alla vergine Maria[137]. Nulla poi serve
con maggiore evidenza a provare che i Papi non possedevano dritto
di proprietà sugli edificî publici, di quanto lo faccia la chiara
narrazione dei Cronisti, che Bonifacio con preghiere ottenne da Foca
il Panteon in dono[138]. Il Papa convocò il clero di Roma; le porte
guernite di rame, cui si affiggeva la croce in segno di possedimento,
furono spalancate. Nell’elevata Rotonda di Agrippa entrarono per la
prima volta le litane di preti salmeggiando, nel tempo stesso in cui
il Papa aspergeva di acqua benedetta le pareti di marmo donde era
stata rimossa ogni traccia di Paganesimo; e al suono del _Gloria in
excelsis_ ond’era ripercossa la splendidissima volta con echi sonori,
la fantasia dei Romani poteva discernere i demonî atterriti cercare
nell’aria libera uno scampo, spertugiando per l’apertura della cupola.
E quei diavoli tanti erano, quante erano state divinità pagane, chè
già fino al tempo di Bonifacio il Panteon misterioso era stato additato
qual sede vera e propria che i demonî s’avevano in Roma prescelta. Nel
più tardo medio evo si pretendeva sapere che Agrippa avesse sacrato
il tempio a Cibele ed a tutti gli Dei, e si credeva che egli avesse
collocata la statua in bronzo dorato di quella Dea sopra l’apertura
della cupola[139]. Ciò che si narrava nel secolo duodecimo poteva
esser già stato seicento anni prima una credenza popolare, e il Panteon
innanzi tutto era appellato tempio di Cibele. Ciò possiamo d’altronde
argomentare di piena ragione dai titoli onde Bonifacio IV insignì la
Rotonda; egli infatti la consecrò a Maria Vergine ed a tutti i Martiri.
La Chiesa romana si compiaceva di collocare, nei templi conversi al
culto divino quei Santi che in qualche guisa facessero riscontro agli
Dei che n’erano stati banditi. Così il tempio che probabilmente avea
appartenuto a Romolo e a Remo fratelli gemelli, era consecrato ai
gemelli Cosma e Damiano; così santa Sabina aveva cacciato dall’Aventino
la diva Diana; così Sebastiano e Giorgio, due santi tribuni militari,
erano succeduti a Marte dio della guerra. Bonifacio seguì pertanto la
tradizione: la madre dea Cibele fu cacciata in bando da Maria madre di
Dio, e il tempio «di tutti gli Dei» fu convertito nella chiesa di tutti
i Martiri. Le pretensioni universali del culto romano della Città, che
accoglieva entro le sue mura Santi cristiani d’ogni paese, con senso
veracemente romano trovavano in questo novello Panteon un simbolo
acconcio.

Invece delle statue delle Divinità pagane vi si collocavano adesso
scheletri di Santi, nè abbiamo ragione di dubitare su quanto si narra,
che Bonifacio mettesse a sacco tutte le catacombe di Roma, e che,
caricate ventotto carra di così dette ossa di Martiri, le facesse
seppellire sotto la Confessione della novella chiesa[140]. Se si
stia al Martirologio romano, il Panteon fu consecrato nel giorno 13
di Maggio, ma la data dell’anno pende incerta tra il 604 e gli anni
606, 609 e 610[141]. Oggidì ancora si celebra a Roma in quel giorno
la dedicazione del Panteon; la festività poi di tutti i Martiri e di
tutti i Santi cade nel giorno primo di Novembre, e quella dei morti in
beatitudine avviene nel dì secondo di quel mese, sia che già Bonifacio
stabilisse, all’uopo di solennità, quelle giornate, sia che per il
primo ordinassele Gregorio IV; chè soltanto nel secolo nono questa
ceremonia d’origine romana ottenne celebrazione anche presso i popoli
d’oltralpe[142]. Di tal guisa, dalla bella Rotonda di Agrippa ebbe
origine la festa della doglianza universale della Cristianità; dal
Panteon di tutti gli Dei si diffuse pel mondo cristiano uno spirito
di mite mestizia e di sante ricordanze, che ancora nei secoli più
tardi, in Italia e in Alemagna, animò il genio della musica alle sue
creazioni più commoventi. Il Panteon di Roma fu fatto tempio di pietà
e di requie, ed oggidì ancora s’entra con senso di venerazione in
quella Rotonda senza pari, irradiata con effetto incantevole di luce,
dove Raffaello ebbe trovato il suo ultimo letto di riposo. Se il più
bell’edificio di Roma antica ebbe salvamento dalla ruina se ne deve
saper grado alla Chiesa che lo adoperò al suo culto. Ove ciò stato
non fosse, quello splendido monumento, durante il medio evo, sarebbe
diventato un castello di qualche nobile, avrebbe sofferto devastazione
in mezzo ad innumerevoli turbini di guerra, e tutt’al più si sarebbe
conservato in forma ruinosa, come avvenne della tomba di Adriano. A
ragione, quell’opera avventurata di Bonifacio IV fu reputata grande
abbastanza perchè sulla tomba di lui ne fosse iscritto il racconto, ad
acquistargli titolo di immortal rinomanza[143]. La novella chiesa ebbe
indi nome di _S. Maria ad Martyres_. La sua antichità, la bellezza e la
santità sua fecero sì che i Romani di ogni tempo la tenessero in conto
di gioiello della Città loro; rimasta proprietà dei Papi ne fu vigilata
con fervidissime cure. Tuttavia nel decimoterzo secolo ogni Senatore di
Roma faceva giuramento di difendere e di conservare pel Papa, oltre al
san Pietro, al castel sant’Angelo e ad altri dominî pontificî, anche la
santa Maria Rotonda[144].


§ 2.

Diodato papa nell’anno 615. — Sollevazioni in Ravenna ed in Napoli.
— Terremoti e lebbra in Roma. — L’esarca Eleuterio si ribella in
Ravenna. — Papa Bonifacio V. — Onorio I, 625. — Il diritto di conferma
dell’elezione pontificia spetta all’Esarca di Ravenna. — Edificî di
Onorio. — Il san Pietro. — È messo a sacco il tetto del tempio di
Venere e di Roma. — Cappella di sant’Apollinare. — Sant’Adriano nel
Foro.

Bonifacio IV trapassava di vita, secondo la data accolta dagli
Scrittori ecclesiastici, addì 7 Maggio 615; e cinque mesi dopo era
fatto papa il romano Diodato, figlio di Stefano suddiacono: ciò
avveniva precisamente nell’anno settimo dell’impero di Eraclio che,
tolti trono e vita al tiranno Foca, aveva indi spinte le sue armi
fino nel cuore della Persia; ed avveniva nel primo anno del regno di
Adelvaldo, che era succeduto al grande Agilulfo padre suo. I Longobardi
mantenevano pace, ma la guerra orientale influiva a mettere confusione
nelle condizioni dell’Esarcato, dove la nazione latina incominciava a
dividersi profondamente ognor più dalla greca. In Ravenna scoppiava
un rivolgimento, il primo ond’abbia notizia quella storia; l’esarca
Giovanni Lemigio era trucidato, e soltanto ad Eleuterio, succeditore di
lui, riesciva di domare la insurrezione. Forse ad essa associato era
il moto di ribellione che avveniva in quel di Napoli, od altrimenti
la tristizia dei tempi qui pure ne dava cagione. Giovanni di Compsa,
uomo ragguardevole di questa città, il cui nome compare sulla fine
della guerra gotica, era insorto contro il governo bizantino e s’era
impadronito di Napoli. Eleuterio era costretto a scendere di Ravenna
con un esercito; veniva a Roma, dove papa Diodato lo accoglieva con
ogni maniera di onori, conquistava Napoli, metteva a morte i ribelli,
e trionfante tornavasi a Ravenna[145]. Può darsi che ciò avvenisse
nell’anno 616, oppure nel successivo 617.

Il Libro Pontificale, che adesso è sola e scarsa fonte della nostra
Storia, dichiara che così fu restaurata la pace in tutta l’Italia.
Frattanto, nel secolo settimo, anche le sorti italiche mutavano.
La nazione latina si faceva robusta entro la Chiesa e opponeva
un contrasto sempre più efficace alla signoria greca, contro cui
incominciava con ripetuti rivolgimenti a sollevarsi, nel tempo
stesso in cui alcuni governatori bizantini tendevano a conseguire
l’independenza. La Chiesa romana diventava proteggitrice di questi moti
nazionali, ed essa stessa, nel campo delle controversie dogmatiche,
entrava contro l’Impero greco in una lotta violenta che recava
conseguenze gravissime per Roma, per l’Italia e per l’Occidente.

Diodato moriva agli 8 Novembre 618, probabilmente in quella pestilenza
che di Costantinopoli era venuta ad infestare l’Occidente. Prima
ancora che il suo succeditore, Bonifacio V napoletano, ricevesse
l’ordinazione, un secondo rivolgimento scoppiava in Ravenna. Erane
a capo adesso lo stesso esarca Eleuterio; chè la occasione propizia
fornita dalla guerra in cui era involto l’Imperatore bizantino contro
i Persiani e gli Avari, allettava quell’ambizioso eunuco a farsi
independente; laonde ei si gridava imperatore d’Italia e moveva
contro Roma per impadronirsene e per ottenervi la conferma della sua
usurpazione. Ma i suoi medesimi soldati lo uccidevano nel castello
di Luceoli e mandavano la sua testa a Bisanzio[146]. Ciò avveniva nel
619; nel Dicembre poi di questo stesso anno succedeva l’ordinazione del
nuovo Pontefice eletto[147]. Ma anche di Bonifacio V nulla si narra
fuori del numero di anni del suo reggimento; la sua morte deve esser
avvenuta nell’Ottobre dell’anno 625.

L’oscurità più profonda cela la storia di Roma in questa prima metà
del secolo settimo, che per la Città fu massimamente orrendo e grave
di ruina. Nel tempo stesso in cui nell’Oriente Eraclio con isplendide
fazioni di guerra scrollava il regno persico di Cosroe ed apriva
il varco alla prossima conquista che ne avrebbero fatto gli Arabi;
nel tempo stesso in cui nell’Arabia, in mezzo a lotte gagliarde, si
costituiva e si diffondeva la religione di Maometto, Roma giaceva
prostesa al suolo simile a scoria riarsa dei monumenti storici. Dello
stato interno della Città nulla sappiamo; non v’ha luogo in cui sia
fatto cenno di Duci, o di Maestri de’ militi, o di Prefetti; e con vani
sforzi s’affaticano gli eruditi di scoprire una sola traccia della
costituzione municipale cittadina. In mezzo a questo deserto anche
adesso non risuona altro che lo spesso fragore dei colpi di martello,
con cui gli operai, d’ordine del Pontefice, edificano chiese o danno
opera a restaurarne.

Onorio I, uomo della Campania, figlio di Petronio nobile latino, che
portava titolo di console, saliva alla cattedra di Pietro cinque soli
giorni dopo la morte di Bonifacio V; e ciò fa credere agli Annalisti
della Chiesa che l’esarca Isacco allora si trovasse in Roma, e vi
impartisse la confermazione[148]. Mentre eglino ammettono che, fino
a questo tempo massimamente, il diritto di conferma della elezione
pontificia fosse stato dagli Imperatori ceduto agli Esarchi, quegli
Scrittori si riportano con qualche ragione ai formularî del _Liber
Diurnus_ dei Vescovi romani, che fu raccolto insieme tra l’anno 685
e il 752. Infatti, quantunque vi si trovi la formula della istanza
che movevasi all’Imperatore per ottenere la conferma, essa ricade
nell’ombra, dappoichè quella indiritta all’Esarca sia compilata in
termini di sollecita preghiera e con istile di reverenza sommessa.
L’Arciprete, l’Arcidiacono e il Primicerio dei notai solevano
infatti render nota all’Esarca la morte del Papa; indi si deponevano
nell’archivio del Laterano gli atti della elezione sottoscritti
dai preti e dai laici, e se ne spediva una copia all’Imperatore.
Più importante assai era naturalmente l’annuncio che se ne spediva
all’Esarca; non soltanto con umile eloquio si sollecitava il Vicerè
d’Italia a impartire la approvazione della elezione, ma si chiedeva
all’Arcivescovo ed ai Giudici di Ravenna che si adoperassero presso
quel reggitore onnipossente affine di ottenerne il placito favorevole.
Quei formularî non lasciano argomento di dubitare della pienezza di
potere dell’Esarca, e noi possiamo financo accogliere come certo che
egli in questo tempo, fungendo le veci dell’Imperatore, addirittura
confermasse i Papi eletti; egli rimane dubbio però se posteriormente,
massime dai tempi di Onorio in poi e per sempre, quel diritto di
conferma l’Esarca abbia conservato. Il clero ed il popolo di Roma
doveva cercare il favore dell’Esarca anzichè quello dell’Imperatore,
avvegnachè quegli si trovasse in rapporti diretti con Roma e fosse
arbitro della decisione che pronunciavasi dalla corte bizantina: è
possibile che i Romani medesimi, i quali soffrivano di gravi danni
quando si ritardava la ordinazione dei loro Vescovi, avessero implorato
dall’Imperatore che loro fossero risparmiate quelle difficoltà; e ciò
dacchè egli la conferma all’Esarca demandava[149].

I Romani aveano motivo di esser lieti della elezione di un uomo che
scendeva di illustre stirpe latina, avvegnachè Onorio, colto e pio,
tendesse sulle orme del grande Gregorio. Ma nella nostra Storia non
possiamo tener discorso nè dei suoi sforzi a riporre il re Adelvaldo
sul trono da cui Arialdo lo aveva rovesciato nell’anno 625, nè delle
sue cure per la conversione dei Sassoni orientali e occidentali della
Bretagna, nè della sua accondiscendenza, sì acerbamente biasimata dai
Cattolici, alla eresia dei Monoteliti. In Roma valsero splendore ad
Onorio le edificazioni di chiese, per modo che egli conseguì nominanza
durevole allato di Damaso e di Simmaco. Il lungo catalogo delle sue
opere di restauro o di costruzioni nuove è specificato nel Libro
Pontificale; laonde, dopo una lunga dimora di tempo, trovasi ancora un
Pontefice che ebbe contribuito di molto alla trasformazione della Roma
antica. La pace coi Longobardi gliene concedeva ogni agio, e le guerre
che erano nel tempo innanzi avvenute non avevano esaurito il tesoro già
dovizioso della Chiesa. Il figlio del consolare Petronio non andava a
rilento nello spendere le rendite dei patrimonî, allorchè si trattava
di adornare di nuova magnificenza le chiese di Roma.

Nella basilica di san Pietro egli rinnovellava collo sfarzo più
dovizioso tutti gli arredi, e rivestiva la Confessione con argento
massiccio del peso di centottantasette libbre[150]. Lo splendore
odierno di questa tomba dell’Apostolo è un ornamento modesto in
paragone della sfolgorante ricchezza che ivi si profuse in quel
tempo e nel secolo seguente. Con grevi lamine di argento, pesanti
novecento settantacinque libbre, Onorio ricopriva perfino la porta
media d’ingresso della basilica, che aveva nome di _Janua regia
major_ o _mediana_, e che dal suo ornato fu in seguito detta anche
_argentea_[151]. Una antica iscrizione in distici leggevasi nei
tempi addietro su questa porta; e poichè essa fa menzione che Onorio
aveva posto fine allo scisma istriano, ne consegue che egli ebbe
compiuta quest’opera dopo l’anno 630. La iscrizione appella il Papa,
con bello e semplice motto, Duca del popolo, _Dux plebis_[152]. Il
rivestimento d’argento della porta ben doveva essere adorno di lavori
a cesello, perocchè non si possa supporre che fosse un nudo tegumento
di metallo. Ne lo rapirono i Saraceni nell’anno 846. Oltre alla porta
principale, quattro altre ve ne aveva nell’antico san Pietro; e forse,
fin d’allora, portavano i nomi ad esse attribuiti nel medio evo.
La seconda, a mano destra, era detta Romana perchè era destinata a
quelli che venivano di Roma; la terza, appellata Guidonea, serviva ai
pellegrini; la quarta, a mancina della porta maggiore, era chiamata
Ravignana o Ravennata, perchè per essa passavano gli abitatori del
Trastevere (che nel medio evo aveva nome di città dei Ravennati); la
quinta nomavasi _Janua judicii_, perchè per essa s’introducevano le
salme dei morti[153].

Onorio collocava puranco innanzi la tomba dell’Apostolo due grandi
candelabri, che avevano più di duecento settantadue libbre di peso.
Però tutti questi ornamenti di gran prezzo erano oscurati dallo
splendore del nuovo tetto della basilica. I preti aveano rivolto da
lungo tempo il loro cupido sguardo alle tegole di bronzo dorato del
tempio di Roma e di Venere, di quel bellissimo edificio di Adriano,
che, al pari del tempio Capitolino, i Vandali non avevano messo a
sacco, e i cui tetti d’oro, per quanto anche fossero in decadimento,
sfavillavano pur sempre sotto i raggi del sole. Onorio chiedeva
all’imperatore Eraclio quel tetto antico in dono; così anche lo
splendido tempio di Adriano fu consecrato alla distruzione, e le sue
tegole emigrarono sul coperto del san Pietro[154]. Tali però correvano
i tempi, che vi sarà stato appena un Romano a non rallegrarsene o a
lamentare la distruzione di quel monumento antico.

Onorio rendeva adorna di lamine d’argento anche la Confessione della
cappella di sant’Andrea, eretta da Simmaco presso il san Pietro, ed
un’altra cappella edificava a sant’Apollinare nel _Porticus Palmaria_
della basilica. Così si esprime il Libro Pontificale; tuttavolta questa
piccola chiesa era attigua al portico, ma non si erigeva nell’interno
di esso. Apollinare di Antiochia era per Ravenna quello che l’apostolo
Pietro era per Roma, cioè a dire il primo Vescovo e patrono di quella
città: può darsi che, accogliendolo nel culto romano, Onorio tendesse
ad ingraziarsi l’Esarca e l’Arcivescovo; sennonchè senza dubbio egli
non intendeva mai di dimenticare che Apollinare, discepolo di Pietro,
per autorità di questi, dalla sede di Roma era stato mandato vescovo a
Ravenna. Così per lo meno narrano le Istorie ecclesiastiche.

Roma va debitrice a Onorio della costruzione puranco di altre chiese
mirabili, che tuttora vi durano a monumento di lui. Nel Foro, in
vicinanza dei _Tria Fata_, innalzava la chiesa di santo Adriano, quasi
a beffa dell’antico Imperatore, del cui tempio egli aveva saccheggiato
il tetto[155]. Il Santo era un martire di Nicomedia, dove ei sarebbe
morto nell’anno 302. Si ebbe affermato che la sua chiesa fosse
convertita da un tempio già eretto a Saturno; la facciata di prospetto
pesantemente costruita di mattoni e il greve cornicione hanno una nota
sufficiente di antichità, ma la cattiva architettura fa conchiudere
che l’edificio sia del tempo di Onorio[156]. In qual condizione allora
il Foro antico si trovasse, e in che stato fosse la basilica di Emilio
Paolo, ci è oscuro. Gli antichi monumenti di quel luogo offrivano senza
dubbio cave di materiali per l’edificazione della nuova chiesa, che
veramente fu eretta sulle ruine di quella basilica. Sant’Adriano fu
pertanto la seconda chiesa costruita nel Foro ossia nei _Tribus Fatis_,
avvegnachè già vi esistesse la basilica di Cosma e di Damiano.


§ 3.

San Teodoro al Palatino. — Reminiscenze dell’Antichità. — La chiesa
dei _SS. Quatuor Coronatorum_ sul Celio. — Santa Lucia _in Selce_. —
Sant’Agnese fuor di porta Nomentana. — I santi Vincenzo ed Anastasio ad
_Aquae Salvias_. — San Pancrazio.

Appiè del monte Palatino esistevano già allora parimenti due chiese,
l’una di sant’Anastasia, l’altra di san Teodoro. Incerto è il tempo
della loro costruzione. La prima appare nominata con dignità di Titolo
nel Concilio di Simmaco (499); dell’altra è fatta menzione soltanto
sotto il pontificato di Gregorio Magno con qualità di diaconìa.

Teodoro, un pro’ guerriero al pari di Sebastiano e di Giorgio, era
stato martire della persecuzione che avea oppresso i Cristiani al
tempo di Massimiano, ed era morto sul rogo in Amasea nel Ponto, dopo
che, spinto da fervore religioso, aveva messo in fiamme il tempio
di Cibele. I Romani gli consecravano una chiesa di forma rotonda
sulla pendice del monte Palatino, in uno dei luoghi che andavano
massimamente famosi per molte leggende della Roma antica. Ivi, dietro
i santuarî di Vesta, erano stati un tempo l’albero del fico Ruminale
e il Lupercale antichissimo; e può forse essere che qualche Vescovo
pio vi avesse eretto fino dai tempi primi una chiesa per cacciare i
demonî del luogo o per bandirne colle invocate virtù di un guerriero
cristiano le ostinate ricordanze dei Lupercali e di Marte e di Romolo.
Non possiamo determinare con certezza se ciò avvenisse per opera di
Felice IV; nè è precisato abbastanza il tempo cui possano appartenere
i musaici esistenti nella tribuna della chiesa. L’ordine artistico
del gruppo di quelle figure rammenta i musaici della chiesa dei santi
Cosma e Damiano. Cristo siede sopra un globo seminato di stelle; la
destra solleva in atto di benedire, nella sinistra sostiene il bastone
colla croce; alla sua dritta è san Paolo che porta in mano un libro;
a manca san Pietro colla chiave; a lui dappresso Teodoro vestito
d’un manto trapunto d’oro, colla corona del martirio fra le mani;
accosto a san Paolo sta una figura che tiene parimente questa corona.
L’imagine di Teodoro, che è rappresentato con forme di giovanile
bellezza, dev’essere opera condotta in un lavoro di rinnovazione assai
posteriore, e forse è del tempo di Nicolò V che fece restaurare quella
Rotonda, ma non fece demolire la tribuna antica.

Nel secolo decimosesto ivi dentro esisteva il celebre gruppo in
bronzo della lupa che allatta i bimbi; quello stesso che oggidì è in
Campidoglio. Questo fatto prestava una ragione di più a far credere
che la chiesa di san Teodoro fosse stata anticamente un tempio, che
affermavasi eretto a Romolo e a Remo, oppure al solo Romolo[157].
Poichè, secondo le notizie degli Antichi, la lupa di bronzo era
collocata entro un piccolo tempio che s’alzava sul Palatino, si diffuse
credenza che quel monumento antico fosse a ravvisarsi nel gruppo che
spacciavasi dissotterrato presso il san Teodoro; e parimenti si reputò
doversi riconoscere in questa chiesa stessa il tempio di Romolo.
Oltracciò, una tradizione pagana aveva messo radice in questo luogo e
vi si era serbata attraverso il corso di tutti i secoli: siccome in
Roma antica le madri avevano costume di condurre i loro fanciullini
infermi al tempio dei due gemelli, così le donne cristiane recavano i
loro bambini al santo Teodoro[158]. L’usanza continuata di invocare
a quest’uopo Romolo antico può ben avere indotto un qualche Papa a
costruire quella chiesa; Romolo si converse di tal guisa in Teodoro,
e le madri di Roma portano oggidì pure i loro figlioletti ammalati
all’altare del Santo, dove il prete li benedice. E nel tardo medio
evo, anche le balie romane celebravano la loro festività nel giorno di
san Teodoro, in quel luogo stesso dove correva fama che la nutrice di
Romolo e di Remo avesse avuta un tempo la sua tomba favolosa.

Sul monte Celio, dove già esisteva la chiesa rotonda di santo Stefano,
era da Onorio edificata la celebre basilica dei Quattro Coronati,
_Sanctorum Quatuor Coronatorum_. Fu però una ricostruzione, avvegnaddio
del Titolo di essa sia fatta menzione già fin dal tempo di Gregorio
Magno. Può darsi che essa fosse eretta in tempo ben più antico nel
quartiere detto _Caput Africae_, sulle ruine di un edificio antico;
e le splendide colonne corinzie del vestibolo, e il frammento,
incatenato nella muratura, di un magnifico architrave di tempio, ci
ammoniscono oggidì ancora che per edificarla si tolse profitto di
monumenti antichi. Onorio la rinnovava da cima a fondo, così che egli
la riconsecrò. I quattro Coronati, martiri del tempio di Diocleziano,
erano stati _Cornicularii_ romani, ossia officiali di minor conto; ed
era scelto a loro sede il colle Celio, forse perchè ivi erano stati
i _Castra Peregrina_, gli accampamenti destinati da Augusto agli
stranieri. Avevano avuto nome di Severo, di Severino, di Carpoforo
e di Vittorino[159], ed in essi le reliquie miserande dell’esercito
romano aveano trovato i loro Santi. L’edificio originale di Onorio
sventuratamente sparve in mezzo ai ripetuti restauri. Le muraglie
medioevali della bella chiesa torreggiano oggidì a foggia di quelle di
una rocca robusta, e, insieme coi ruderi dell’_Aqua Claudia_ e colla
bella rotonda del santo Stefano, danno al grazioso monte Celio un
aspetto vivamente rilevato.

Ad Onorio s’appartiene anche la chiesa di santa Lucia in _Silice_ nelle
Carine, così appellata da una via selciata di poligoni di basalto. La
chiesa era detta anche _in Orphea_, forse dall’antica fontana appellata
_lacus Orphei_, che Marziale mirava in quelle vicinanze[160]. Può darsi
ad ogni modo che Onorio non facesse altro che rinnovellare la forma
della basilica. V’hanno tre sante donne del nome di Lucia che furono
martiri al tempo di Diocleziano; due furono romane, la terza siciliana
di Siracusa.

Sono queste le chiese che Onorio edificò e restaurò nella Città, ma la
operosità di lui si spinse anche fuori di Roma. Innalzò una chiesa a
santo Ciriaco sulla via di Ostia presso alla settima pietra miliare,
un’altra a Severino presso Tivoli, e, nuova da capo a fondo, edificò
anche la illustre basilica di santa Agnese fuor di porta Nomentana.

Narra la leggenda che Agnese, romana discesa di stirpe patrizia, fosse
martire in giovanissima età; chè aveva appena tredici anni. Il figlio
di Sinfronio prefetto della Città s’era invaghito della fanciulla, e
l’amava senza speranza, onde lo incoglieva mestizia sì acerba che ne
moriva. Il padre di lui supplicava Agnese di salvare il languente, ma
ella gli svelava ch’era sua la fede di Cristo. E poichè ella rifiutava
di sacrificare a Vesta, il Prefetto, mosso ad ira, la faceva trarre
in una loggia del circo Agonale, nella quale, del pari che in tutti
i luoghi di spettacoli publici in Roma, solevano assidersi sole
cortigiane. Ma non veduti scendevano angeli del cielo a coprire la
verginetta pudica col velo delle chiome lunghe di lei che mandavano
sciolte e diffuse; e il fulgore di una luce celeste cacciava in fuga
i famigliari fuor della stanza del giovane amante, e il figliuolo
del Prefetto cadeva esanime sulla soglia. Alle preci del padre, la
giovinetta lo richiamava alla vita, ed egli correva per le vie di Roma
invocando con fervido grido il Dio dei Cristiani. Però i sacerdoti
pagani condannavano Agnese alla morte quale maliarda rea; le fiamme per
vero impietosite si separavano tutto d’intorno a lei senza offenderla,
ma il carnefice ne troncava il capo. La leggenda racconta che ciò
avvenisse nel dì 21 Gennaio 303[161].

La giovinetta Martire ebbe sepoltura nelle terre della sua famiglia
fuor di porta Nomentana; e oggi ancora vuolsi ivi mostrare il suo
sarcofago di marmo, adorno di disegni di Amori, di Oceano e di Gea, di
Ero e di Psiche. La Santa saliva in tanta onoranza che le si innalzava
una chiesa, massimamente dacchè in quel luogo erano state fondate
catacombe di estensione considerevole, le quali si stendevano tutto
intorno al sepolcro di santa Agnese, come intorno ad un centro. Una
iscrizione antica tributa ad una Costantina, donna romana, il vanto
d’avere costruito la chiesa originaria di quelle catacombe[162]; più
tardi la restaurava il vescovo Simmaco, ma Onorio, appena cent’anni
dopo, la trovava giunta a tale decadimento che la edificava a
nuovo. Sebbene nel corso dei tempi vi sieno stati introdotti molti
mutamenti, tuttavia nell’essenza sua la chiesa deve chiamarsi opera
di questo Pontefice, e bellissimo di tutti i monumenti di lui. Al pari
dell’antica chiesa edificata sulla tomba di san Lorenzo, anche quella
di sant’Agnese sta in luogo profondo, sul ciglio della vallata che
si distende dalla via Nomentana fino alla Salaria, di guisa che vi si
discende per una scala di quarantasette gradini. Breve di dimensione,
ma di proporzioni corrette e gentili, l’edificio fa tenere in pregio
l’architettura di quel tempo. Contiene due serie di colonne a stile
arcuato romano, l’una sovrapposta all’altra, così che la più alta
forma una chiesa elevata. Il bel lavoro e il prezioso marmo frigio
dimostrano che queste colonne furono tolte a un monumento antico. Il
grande tabernacolo di bronzo dorato che Onorio faceva erigere sopra
la Confessione, non esiste più; ma i musaici della tribuna, condotti
in fondo d’oro, rimangono a ricordanza di quel Papa e dell’arte loro
già cadente. Contengono un gruppo di tre sole figure; non hanno spicco
di persona e di vita, ma piacciono per una certa semplicità di forma.
Nel mezzo è Agnese, figura secca che trae al bizantino; ha in capo
l’aureola; il volto è privo di luce e di ombra; è vestita di abiti
riccamente adorni a foggia orientale. La mano di Dio padre stende sopra
il capo di lei la corona; ai suoi piedi è la spada del carnefice,
dai due lati scoppiano le fiamme. A destra, Onorio le offre la sua
basilica; a manca le sta un altro Vescovo, Simmaco oppure Silvestro;
ambidue vestono la pianeta castano-bruna ed il pallio bianco; le loro
teste, rase a modo monastico, non sono adorne di corona pontificia, nè
di aureola. Al di sotto del musaico leggonsi tuttora i distici antichi,
che appartengono ai migliori di quel tempo; e certo per pregio d’arte
valgono più assai che il quadro onde celebrano le lodi:

    _Aurea concisis surgit pictura metallis,_
      _Et complexa simul clauditur ipsa dies._
    _Fontibus e nixeis credas aurora subire,_
      _Correptas nubes roribus arva rigans._
    _Vel qualem inter sidera lucem proferet Iris_
      _Purpureusque pavo ipse colore nitens._
    _Qui potuit noctis, vel lucis reddere finem,_
      _Martyrum e bustis hinc reppulit ille chaos._
    _Sursum versa nutu, quod cunctis cernitur usque_
      _Praesul Honorius haec vota dicata dedit;_
    _Vestibus et factis signatur illius ora_
      _Excitat aspectu lucida corda gerens_[163].

Quantunque il Libro Pontificale ne taccia, gli Scrittori ecclesiastici
attribuiscono ad Onorio anche la prima costruzione della basilica
dei santi Vincenzo ed Anastasio _ad Aquas Salvias_. Delle tre chiese
isolate che col procedere del tempo ivi sorsero nel territorio che sta
intorno alla basilica di san Paolo, quella dedicata ai due Santi fu
la più antica ed è ancora la illustre. Non v’è altra chiesa in Roma da
cui spiri un’aura d’antichità pari a quella ond’essa commove l’animo di
chi la mira; eppure la chiesa che oggi esiste, è più recente del primo
edificio di Onorio che è perito, posto sempre per vero che questo papa
lo innalzasse. Il diacono Vincenzo, uno dei Santi maggiori di Spagna,
aveva già ai tempi di Diocleziano sofferto il martirio a Saragozza,
ed era morto abbruciato sopra un’ardente graticola similmente a
Lorenzo compaesano suo. Per lui e per Lorenzo la cattolica Spagna ebbe
luogo onorifico nel culto romano della Città. Anastasio era invece
persiano di nazione; fu mago nell’esercito del gran re Cosroe, indi
abbandonò il vessillo del suo paese, fu in Gerusalemme ove si fece
cristiano e monaco, e da missionario tornossene in Persia[164]. Narra
la leggenda che Eraclio spedisse a Roma la testa del Santo, per la
qual cosa l’altare qui eretto ad Anastasio fu monumento di onoranza
delle spedizioni di guerra imprese da quell’Imperatore contro la
Persia. Imperatori e Re, dei quali i Vescovi volevano conseguire la
benevolenza, ottenevano in quei secoli onore di altari per i loro Santi
che proponevano a proprî candidati, parimenti come nei tempi posteriori
domandarono per loro favoriti la porpora cardinalizia. Le guerre di
Eraclio furono vere crociate di quell’età; l’Imperatore vittorioso si
faceva cedere dai Persiani anche quella croce che reputasi genuina ed
originale, e che Cosroe nell’anno 614 aveva portato via di Gerusalemme
da esso conquistata: a questa santa città Eraclio in persona or di bel
nuovo la portava con processione solenne.

Onorio, vago di costruzioni, restaurava anche la basilica di san
Pancrazio. Questo Santo era stato contemporaneo di Agnese, e al paro
di lei avea sofferto martirio quand’era ancor giovinetto di soli
quattordici anni. Venuto di Frigia a Roma con Dionisio zio suo, fu
battezzato sul monte Celio, e tosto dopo, come confessore di Cristo,
ebbe mozzo il capo nella via Aurelia. Ottavilla, pia donna romana,
ivi compose a sepoltura la salma di lui deponendola in quelle cave
di pozzolana; e ben presto il santo fanciullo fu uno degli eroi
più celebrati di Roma cristiana. Già prima che Simmaco, intorno
all’anno 500, gli avesse edificata una chiesa nelle catacombe, gente
innumerevole peregrinava al suo sepolcro; il suo nome era imposto
persino all’antica porta della Città, che era appellata Aureliana o
Gianicolense, così che Procopio nelle Guerre de’ Goti già la denotava
per _Porta sancti Pancratii_. I Romani dei tempi di Gregorio di
Tours solevano accedere alla sua tomba per pronunciarvi il giuramento
massimamente temuto; avvegnachè si reputasse che lo spergiuro, colpito
dalla maledizione del cielo, ivi sarebbe caduto morto[165]. A questa
credenza sembra anche associarsi la processione cui mosse Pelagio I,
quando un tempo, accompagnato da Narsete, era andato da san Pancrazio a
san Pietro per purgarsi dell’accusa di aver cooperato all’uccisione di
Vigilio; per certo egli avrà dovuto assidersi in prima sulla tomba del
guardiano temuto dei giuramenti.

Presso alla chiesa di Simmaco, intorno al 594, Gregorio aveva fondato
un convento. Onorio adesso trovava la basilica antica in pieno
decadimento, e nell’anno 638 la riedificava. Un’iscrizione posta al di
sotto del musaico antico dava notizia dell’opera di lui; ma quel quadro
periva, e le trasformazioni che subì nel tempo posteriore la chiesa
non concedono che si conosca esattamente quale si fosse la sua fattura
primitiva.

Là dove il Libro Pontificale porge notizia di questo edificio,
succede un passo per certo alterato nella dizione, il quale dice che
Onorio collocava dei mulini in vicinanza al muro della Città ed a
quell’acquedotto di Trajano che ricavava le acque dal lago Sabatino.
Poichè dunque non è possibile cosa il credere che si piantassero dei
mulini se la Trajana, che entrava per porta Pancrazia, non avesse
versato l’acqua occorrente ad animarne il moto, quel passo può
confermare la supposizione che Belisario avesse restaurato l’acquedotto
di Trajano[166].




CAPITOLO QUINTO.


§ 1.

Onorio I muore nel 638. — Maurizio cartulario e Isacco esarca mettono
a sacco il tesoro della Chiesa. — Severino papa. — Giovanni IV papa. —
Battistero Lateranense e suoi quattro oratorî. — Teodoro papa, 642. —
Ribellione di Maurizio in Roma. — L’esarca Isacco muore. — Rivolta di
palazzo a Bisanzio. — Costante II imperatore. — Pirro patriarca viene a
Roma. — Chiesa di san Valentino e di sant’Euplo.

Onorio I passava di vita addì 12 Ottobre 638, e i Romani eleggevano
a succedergli Severino loro concittadino, figlio di Labieno. Corsero
un anno, sette mesi e sedici giorni perchè venisse la conferma
dell’elezione, probabilmente dacchè l’eletto si rifiutava di aderire
alla Ectesi di Sergio patriarca, che era una formula propensa alle
dottrine del Monotelismo.

Prima ancora che Severino ricevesse la ordinazione, gli officiali
imperiali mettevano a ruba il tesoro della Chiesa, usando violenza
siffatta da ricordare le geste dei pascià turcheschi, ai quali
massimamente i ministri bizantini potrebbero tenere adeguato riscontro.
Le ricchezze della Chiesa romana erano custodite nel _Vestiarium_ del
palazzo vescovile; nè soltanto vi si contenevano i preziosi doni votivi
di imperatori, di consoli e di uomini privati, ma anche la moneta
con cui, fra le altre spese consuete, si provvedeva al riscatto dei
prigioni di guerra ed alle elemosine dei poverelli. Correva voce che
Onorio vi avesse ammassato dovizie enormi, e i suoi splendidi edifizî
davano a quest’opinione buon fondamento. L’Esarca di Ravenna trovavasi
involto in istremo di denaro; la soldatesca imperiale chiedeva con
violenza che le fossero pagati gli stipendî; laonde, poichè da lungo
tempo mirava con cupido desiderio al tesoro della Chiesa, Isacco
concepiva il disegno di insignorirsene. Il Libro Pontificale porge il
racconto particolareggiato di questo avvenimento, e, poichè interrompe
l’arido silenzio delle notizie storiche di Roma, esso lascia cadere un
raggio di luce anche sulle condizioni della Città.

Trovavasi a quel tempo in Roma Maurizio cartulario, e forse faceva
da maestro de’ militi e da capitano dell’esercito romano. Questo
_Exercitus romanus_ era costituito di soldati allo stipendio di
Bisanzio, ma indubbiamente aveva organamento di milizia cittadina.
Maurizio, d’intesa con alcuni ragguardevoli Romani, congregò la
soldatesca mormoreggiante, disse essere ingiusta cosa che Onorio
serrasse ingenti dovizie negli scrigni del palazzo patriarcale e
che i soldati non ricevessero la mercede di lor fatiche, quando ivi
erano trattenuti gli stipendî che l’Imperatore tratto tratto per loro
mandava. A quei detti la popolaglia, avida di ruba, si sollevava in
tutta la Città, e in armi irrompeva contro il Laterano. Qui dunque ci
si para dinanzi una di quelle insurrezioni popolari, che nel medio
evo sì spesso succedettero alla morte dei Papi. I numerosi famigli
del palazzo pontificio opponevano però robusta difesa, e Maurizio,
repugnandogli di venire a spargimento di sangue, teneva assediato
tre giorni il Laterano; indi convocava i _Judices_, ossiano tutti gli
officiali cospicui e gli ottimati di Roma, e per deliberazione presa
da quella assemblea faceva apporre il suggello imperiale al tesoro, e
tosto dopo esortava l’Esarca affinchè venisse in persona e prendesse
ciò che tanto in cuore vagheggiava. Venne infatti Isacco; con violenza
despotica cacciò della città i _Presbyteres_, ossiano Cardinali, e
nella sua dimora, che durò otto giorni, spogliò il tesoro lateranense
a tale che lo pose al secco. Una parte delle ricchezze distribuì ai
soldati; un’altra tenne per sè; la terza mandò ad Eraclio imperatore,
il quale così diede il suo placito a quella ruberia esercitata a danno
della Chiesa; può darsi che il resto lasciasse al Papa.

Sembra che l’Esarca venisse a Roma sotto il pretesto di approvare la
elezione di Severino, e che egli con quella ladroneria si facesse
pagare l’accordata confermazione, avvegnachè il Pontefice fosse
tosto consecrato, e Isacco tornasse a Ravenna[167]. In mezzo a tanto
avvilimento, Severino saliva addì 28 Maggio 640 alla cattedra di
Pietro, che egli tenne per il breve periodo di due mesi e sei giorni.
Fu uomo pio e liberale, e tale lo celebra il Libro dei Papi, il quale,
come di unica opera di lui degna di nota, narra che restaurasse i
musaici della tribuna del san Pietro; occorre perciò dire che il loro
guasto fosse sfuggito all’occhio di Onorio.

Addì 24 Dicembre 640 era ordinato papa Giovanni IV dalmata, figlio
dello scolastico Venanzio e già diacono della Chiesa romana. Il suo
reggimento non durava che un anno e nove mesi, ed era turbato di lotta
continua per ragione della Ectesi: durante esso avveniva poi anche la
morte di Eraclio imperatore. Per conto nostro la Storia della Città
sotto questo Papa si restringe a registrare la costruzione di un
oratorio presso il battistero Lateranense, del quale or ci conviene
discorrere con qualche diffusione.

Il battistero _s. Johannis in Fonte_ presso il Laterano, era in
origine la sola cappella di Roma dove i Vescovi solessero amministrare
il battesimo nella vigilia di Pasqua. Esso servì di modello a tutti
quegli antichi battisteri d’Italia che sono eretti in vicinanza delle
chiese, ma sono da esse disgiunti. Correva leggenda che quel battistero
fosse stato edificato col porfido tolto all’anticamera del palazzo,
nella quale Silvestro aveva battezzato Costantino, e che fosse stato
adorno di un bacino battesimale d’argento[168]. Certo si è che Sisto
III vi avea fatto erigere le otto magnifiche colonne di porfido
che esistono ancora, ed è probabile che da quel Papa derivi la sua
costruzione ottagona attuale, poichè posteriormente altro non si fece
che elevarlo di altezza[169]. Più tardi Ilario aveva edificato nello
stesso battistero i due oratorî, l’uno a Giovanni Battista, l’altro
all’Evangelista, che tuttora esistono. Dei loro antichi musaici si è
conservato un avanzo sul soffitto dell’oratorio dell’Evangelista: vi
sono rappresentati vasi, frutta, uccelli e fregi di stile pagano, di
cui qui si rinviene per l’ultima volta la traccia. Le porte di bronzo
dell’oratorio del Battista sono ancora le originali[170]. Finalmente
Ilario vi aveva consecrato un terzo oratorio ad onore della Croce, e,
dall’altro lato del battistero, aveva edificata la cappella di santo
Stefano[171].

Questa era la forma del battistero Lateranense allorchè Giovanni IV vi
aggiungeva ancora un quarto oratorio dedicato a san Venanzio. Questo
Santo, di cui il padre del Pontefice avea portato il nome, era stato
vescovo in Dalmazia. S’aveva in questo tempo composto a pace lo scisma
istriano, e il Pontefice coglieva opportunità di avvincere a Roma
più strettamente quel paese, mediante l’onoranza tributata ai suoi
Santi nazionali. Con Venanzio dunque e col vescovo Domnio, otto santi
guerrieri schiavoni conseguivano venerazione nella Città, che vedeva
in pari tempo sorgere quest’oratorio: così il culto de’ Santi in Roma
si faceva universale ognor più. I musaici ivi collocati da Giovanni
IV, e si serbano ancora in vita, col loro rozzo stile dimostrano il
decadimento irreparabile di quel genere di pittura. Nel secolo quinto
e nel sesto l’arte cristiana esauriva le ultime ispirazioni del
sentimento antico del bello; nel secolo settimo si spegneva il gusto
del disegno e della forma: uno sguardo ai musaici di questo periodo e
di quello che susseguì fa conoscere la barbarie che ognor più calava
su Roma e sull’Occidente. In quell’oratorio, sopra l’arco di trionfo,
si mirano i quadri apocalittici dei quattro Evangelisti disposti in
ispazî quadrati, con quattro Santi per ogni lato dell’arco. Nella
tribuna si nota un rozzo disegno del Cristo in mezza figura, che sorge
tra le nubi in mezzo a due angeli ed alza la destra mano; più sotto
è una serie di nove figure, nel mezzo delle quali sta la Vergine in
manto azzurrino che solleva le braccia in atto di preghiera, secondo il
fare dei dipinti delle catacombe. Ai fianchi le stanno Pietro e Paolo;
questi non tiene peranco in mano la spada, ma un libro; quegli porta
le due chiavi ed insieme il bastone di pellegrino che termina in croce;
similmente lo impugna il vecchio Giovanni Battista che gli sta presso.
Succedono dall’un lato e dall’altro i vescovi Venanzio e Domnio; da
manca, nell’estremo del quadro, è l’edificatore dell’oratorio che ne
solleva in mano il modello; dalla destra sta una figura, ed è forse
quella di Teodoro che compieva la costruzione. Al di sotto del musaico
leggonsi tre distici, scritti tutti di seguito[172].

Roma del resto godeva pace continuata che i Longobardi non sorgevano
a turbare; ed invero la guerra tra l’Esarca e il valente re Rotari si
restringeva soltanto alle province settentrionali, e la stessa grande
battaglia sulla Scultenna, in cui perivano ottomila Greci, non aveva
alcun risultamento che influisse sulle sorti della Città. Tutti i
mali che la minacciavano venivano da Bisanzio, perocchè le prolungate
controversie teologiche colla Chiesa orientale alimentassero la fiamma
ognor più gagliarda dell’odio scambievole di Costantinopoli e di Roma.

Morto Giovanni IV, il potere o l’influenza dell’Esarca facevano sì che
l’elezione cadesse su di un Greco. Teodoro di Gerusalemme, figlio di un
vescovo, era fatto papa ai 4 di Novembre 642; però egli non secondava
gli intendimenti politici di Bisanzio; avvegnachè noi vedremo che tutti
i Greci, i quali, anche ne’ tempi venturi, furono papi, sacrificarono
ogni sentimento di nazione ai principî di Roma.

L’incominciamento del pontificato di Teodoro fu turbato da un
avvenimento, le cui conseguenze avrebbero potuto riuscire di rilevanza
ben più grave. Quello stesso Maurizio cartulario, che abbiamo veduto
depredare il tesoro della Chiesa, alzava in Roma lo stendardo della
rivolta. Qui egli trovava il popolo, i nobili e l’esercito, tutti
inacerbiti contro la dominazione bizantina, così che egli di quel
malcontento ai suoi disegni si giovava. Sparse voce che Isacco
intendesse a farsi re, s’accordò coi Romani faziosi, indusse tutte
le soldatesche, che stavano a presidio delle castella nel territorio
della Città, a negare obbedienza all’Esarca, e la ribellione fu
dichiarata[173].

Non solo le milizie di Roma e della Campagna, ma i _Judices_
stessi s’associavano a lui; la sollevazione assumeva già una tempra
nazionale, quantunque il clero prudentemente se ne tenesse discosto.
Il rivolgimento però falliva: Isacco mandava Dono maestro de’ militi;
questi co’ suoi soldati entrava nella Città senza trovare impedimento
che lo trattenesse, e Maurizio rifuggiva nella basilica di santa Maria
Maggiore abbracciandone stretto l’altare. Ma di qui lo si strappava per
trarlo prigione insieme ai suoi complici più illustri; indi per via,
d’ordine dell’Esarca, era decapitato, e la sua testa era esposta nel
circo di Ravenna perchè il terrore servisse di ammonizione. La morte di
Isacco liberava dal carcere gli altri prigionieri[174].

Di questo Esarca, armeno di nascita, offre notizia oggidì ancora
un’iscrizione greca sul sarcofago di lui. Nella bella chiesa di
san Vitale la poneva Susanna, che «come tortore casta lamentava la
perdita dello sposo.» Quell’epitaffio dice che Isacco per diciotto
anni protesse da ogni male Roma e l’Occidente, e fu commilitone
dell’Imperatore e guerriero d’Oriente e d’Occidente[175]. Teodoro
Calliopa succedeva a lui nell’esarcato.

Frattanto il Papa era involto in nuove lotte contro la Chiesa
orientale, e ad esse si associavano in pari tempo sommosse di palazzo
in Bisanzio. Eraclio Costantino, che, morto Eraclio padre suo, era
salito nell’anno 641 al trono di Grecia, era bello e spacciato dopo
soli quattro mesi di regno per veleno che gli propinavano Martina
sua iniqua matrigna e Pirro patriarca monotelita. Eracleone, figlio
di Martina, otteneva la porpora, ma egli e la madre sua cadevano
presto vittime di una rivolta popolare, e, atrocemente mutilati, erano
cacciati in esilio dove espiavano il loro delitto. Costante II, figlio
di Eraclio Costantino, adesso era acclamato imperatore; il patriarca
Pirro fuggiva in Africa, e Paolo, che professava più fervidamente
ancora la dottrina di una sola volontà nel Cristo, subentrava nella
sede di lui. La setta dei Monoteliti, allora numerosa, discendeva dalla
scuola dell’abate Eutiche, che aveva insegnato, la natura (_physis_)
del Cristo essere il risultamento della unione della natura divina e
di quella umana. Infatti, dopo che era stata pronunciata la condanna
dei Monofisiti, la dialettica sofistica dei Greci s’impadroniva della
stessa questione producendola sotto forma mutata. Si ammetteva che le
due nature nel Cristo fossero separate, ma le si riuniva nella energia
unica e indistinta di una sola volontà, ossia del _monon thelema_.
Sergio, patriarca di Bisanzio, Ciro di Alessandria e lo stesso
imperatore Eraclio, s’erano alacremente dichiarati in favore di quel
filosofema, ma il commovimento violento che se ne destava aveva indotto
quest’ultimo a pubblicare nel 638 il suo editto «Ectesi», che era però
respinto da papa Giovanni IV, come quello che ancora non lo talentava
completamente. La Cristianità si divideva in due partiti, che si
combattevano con acerba passione; mentre l’Oriente aderiva alla Ectesi,
Africa e tutto l’Occidente si raffermava nella credenza del dogma
ortodosso di Roma, e Pirro stesso, fingendo che la eloquenza dell’abate
Massimo in un Concilio africano lo avesse convinto, non soltanto
abiurava il Monotelismo, ma in persona veniva a Roma per deporre a’
piedi dell’Apostolo la sua professione di fede.

Il pellegrinaggio di un Patriarca bizantino penitente alla tomba di san
Pietro, non era una lieve vittoria per il Vescovo di Roma. Quantunque
Pirro avesse abbandonata la sua sede di propria volontà, egli non
ne era stato tuttavia deposto con forma canonica, e il Pontefice
ripicchiava su ciò nelle lettere che indirizzava a quei Vescovi che
avevano consecrato il nuovo patriarca Paolo. Con grandi segni di
onoranza il Papa accoglieva Pirro nella basilica Vaticana, presenti il
clero ed il popolo, e come a patriarca della regale città di Bisanzio
gli faceva elevare un seggio vescovile presso il maggior altare. I
tapini Romani, il cui orgoglio nazionale s’appagava adesso soltanto di
sapere che il primato competeva al loro Pontefice ed alla loro Chiesa,
si rallegravano a quello spettacolo come di un trionfo. Manifesto
è che Pirro sperava nell’alleanza con Roma per riacquistare il
patriarcato perduto e infingeva una fede che non aveva, finchè avvisava
che avrebbe potuto giungere più presto al suo scopo riconciliandosi
coll’Imperatore. Aderiva pertanto all’invito che gli era fatto di
recarsi alla corte dell’Esarca, abbandonava Roma, e sollevava a
indignazione la Chiesa romana facendo repentina ritrattazione e
tornando a professare la credenza dei Monoteliti. Tosto che Teodoro ne
ricevette notizia, convocò in san Pietro un concilio, e vi pronunciò
la condanna dell’apostata con ceremonia terribile e strana. Venne
alla tomba dell’Apostolo, tolse in mano il calice consecrato, versò
nell’inchiostro una goccia del «sangue di Cristo,» e intintovi lo stilo
sottoscrisse il decreto che pronunciava l’anatema[176].

Può darsi che Pirro non tenesse del tutto in dispregio la maledizione
che Roma gli scagliava, e forse talvolta essa avrà turbato di veglie
paurose le sue notti, allorchè, morto Paolo, riebbe il seggio di
patriarca di Bisanzio. Anche contro di Paolo Teodoro aveva pronunciato
la scomunica, e, dopo di avere difeso con fermezza le dottrine romane,
passava di vita nel dì 31 Maggio 649.

Alla Città lasciava soltanto pochi edificî; forse condusse a compimento
quella cappella lateranense che il suo antecessore aveva fondato, ed
eresse un oratorio dedicato a san Sebastiano nelle case patriarcali:
oltracciò costrusse due nuove chiese fuor della Città, quella di san
Valentino nel cimitero della via Flaminia, non lungi dal ponte Milvio,
e l’altra di sant’Euplo fuori della porta Ostiense, in vicinanza della
piramide di Cestio. Ambedue sono perite; il san Valentino andò affatto
distrutto, e il sant’Euplo probabilmente fu trasformato nella chiesa
del santo Salvatore _in via Ostiensi_[177].


§ 2.

Martino I papa nel 649. — Sinodo romano per la controversia dei
Monoteliti. — Attentato di Olimpio esarca contro la vita di Martino. —
Teodoro Calliopa trascina colla violenza prigioniero il Papa, nell’anno
653. — Martino muore in esilio. — Eugenio papa nel 654.

Teodoro aveva lasciato la controversia del Monotelismo in gran fiamme,
e il suo succeditore doveva cadere vittima dell’odio del patriarca di
Bisanzio.

Martino I, nato a Tuderto città dell’Umbria, che è l’odierna Todi,
antico nunzio a Bisanzio, saliva alla cattedra di san Pietro addì 5
di Luglio 649, e pertanto cinquantadue giorni dopo la morte del suo
antecessore. Il clero di Roma audacemente lo aveva ordinato papa ancor
prima che gli venisse la conferma di Bisanzio; così un Pontefice
fornito di massima energia d’animo si erigeva contro alla Chiesa
orientale. Egli convocava i Vescovi a concilio, e centocinquanta
principi ecclesiastici delle città e delle isole d’Italia si
raccoglievano nel giorno 5 di Ottobre nel Laterano[178]. Trattavasi
di prender consiglio sul _Typus_, ossia editto promulgato da Costante
II nell’anno 648, col quale era comandato a tutta la Cristianità di
seppellire in un ragionevole silenzio la questione dell’unica o della
duplice volontà del Cristo. L’Imperatore aveva chiesto l’adesione
di Martino a quell’editto, che destava nel suo cuore sollecitudine
più grave della recuperazione delle provincie che gli Arabi avevano
svelto al suo impero. Egli spediva pertanto Olimpio, novello esarca,
coll’ordine di provvedere affinchè i Vescovi, i possessori, gli
abitatori delle campagne e perfino gli stranieri accedessero a
quella formola. Imperavagli che in Roma s’impadronisse del Papa,
costringesse i Vescovi ad accettare lo editto, ma con avvedutezza
scrutasse l’intendimento dell’esercito romano, e, se questo fosse
di mente avversa al suo disegno, nulla operasse finchè non fosse
sicuro di avere, così in Roma che in Ravenna, una soldatesca a’ suoi
voleri devota[179]. Di qui scende un raggio di luce sui rapporti che
intercedevano tra Roma e lo Esarca: questo ministro imperiale or non
poteva più fare a fidanza di trattare la Città d’arbitrio suo, e,
per la prima volta, compare in Roma chiara e manifesta l’esistenza
di un esercito, che, in forma di milizia, era composto dei cittadini
più ragguardevoli e dei possidenti della Città. Esso riceveva un mal
sicuro stipendio da Bisanzio, ma era di nazione romano, e senza la
sua adesione l’Esarca sembrava non poter raggiunger l’intento dei suoi
disegni.

Olimpio veniva a Roma, trovava raccolto il Concilio nel Laterano, ove
attendeva operoso al suo compito e già aveva pronunciato con solennità
la condanna dell’Ectesi e del _Typus_, ed aveva bandito l’anatema
contro Ciro d’Alessandria e contro i tre patriarchi di Bisanzio,
Sergio, Pirro e Paolo. L’Esarca tentava di dare eseguimento agli ordini
dell’Imperatore, e coll’aiuto della gente che teneva al suo soldo o
di quegli uomini dell’esercito romano che era riuscito a corrompere,
e con altre arti di raggiro, intraprendeva a gettare la divisione
nel seno del Concilio[180]. Roma era in balia di grave agitazione;
l’Esarca vi dimorava lungo tempo, e certo aveva stanza nell’antico
palazzo de’ Cesari. I suoi propositi però cadevano a vuoto, e falliva
l’attentato indiritto contro la vita del Papa, di cui per lo meno lo
accusa il Libro Pontificale. Fingeva pace con Martino, entrava nella
chiesa di santa Maria Maggiore, si accostava all’altare per ricevere
la comunione dalle mani del Papa, e, mentre la prendeva, s’aspettava
di vederlo cadere sotto la pugnalata che gli aveva apparecchiato per
mano di un soldato della sua guardia. Ma Iddio, dice il Cronista, che
suol proteggere i suoi servi, colpì di cecità gli occhi dello Spatario,
di guisa che egli non potè scorgere il Papa. E prosegue a narrare che
Olimpio dal fondo dell’anima si riconciliasse con Martino, a lui si
confessasse sinceramente contrito, e indi partisse per la Sicilia,
dove già i Saraceni avevano posto stanza; colà subiva una sconfitta, e,
mentre macchinava suoi progetti sediziosi, moriva d’infermità[181].

Nel suo officio di Ravenna succedevagli, nell’anno 652 oppure nel
653, Teodoro Calliopa, esarca per la seconda volta, quivi spedito
dall’Imperatore col fermo comando di vincere colla forza la resistenza
ostinata di Martino[182]. Seguito dal camerario Pelario, l’Esarca
entrava in Roma nel giorno 15 di Giugno 653 con suoi soldati. Come
imponeva il costume officioso, Martino spediva il clero ad incontrarlo,
ed egli, scusandosi per la podagra che lo affliggeva, restavasi nel
palazzo Lateranense. L’Esarca accoglieva i legati nel palazzo dei
Cesari dove era smontato[183], fingeva sentir duolo dell’infermità che
aggravava il Pontefice, e diceva di voler egli stesso alla domane, che
cadeva in domenica, andare a tributargli omaggio. Compreso di sospetto
che il palazzo vescovile fosse pieno d’armi, lo faceva prima tutto
frugare, e lo circondava colle sue milizie; i Romani spaventati non
facevano mostra di opporre resistenza.

Il Pontefice stavasi disteso nel suo letto innanzi l’altare maggiore
della basilica Lateranense, circondato da preti, alcuni animosi, altri
per paura tremanti. L’Esarca entrava con suoi armigeri, e consegnava
ai sacerdoti un decreto imperiale, che ordinava la deposizione di
Martino; i preti vi rispondevano cogli anatemi. Tosto si alzava un gran
tumulto; i Bizantini colle spade abbattevano dagli altari le torce;
Martino, cui nulla difesa proteggeva, era strappato dal suo giaciglio
e trascinato nel palazzo dei Cesari. Nella notte del 18 di Giugno era
messo in una barca che stava pronta sul Tevere e che faceva indi forza
di remi verso Porto. Tutto il clero avrebbe voluto accompagnarlo nella
sua prigionia, ma l’Esarca non gli concesse altro seguito che quello
di sei giovanetti paggi o servi, e fece serrare le porte per timore
che i Romani potessero liberare il loro Vescovo. Lo sventurato, dopo un
lungo viaggio di mare, fu tradotto in prima all’isola di Nasso, indi a
Costantinopoli, dove fu gettato in un carcere come reo di stato[184].
Fra le accuse che gli si movevano, questa pur era, che con Olimpio
avesse congiurato e i Saraceni avesse chiamato in Sicilia. Non possiamo
qui narrare dei tristi patimenti ch’ei sofferse in Bisanzio, nè della
lunga inquisizione, e della difesa che seppe opporre con viril petto;
ci ristringiamo a conchiudere la storia di questo Vescovo che al
Papato recò altissima onoranza. Esiliato nell’antico Chersoneso, nella
barbarica Crimea, egli vi moriva martire del primato di Roma addì 16
del Settembre 655, abbandonato dagli amici e dagli inimici, e lottando
cogli stenti e colla fame[185]. La salma di lui ebbe dapprima sepoltura
in Bisanzio nella chiesa della Vergine di Blacherna, più tardi fu
trasportata a Roma, ma nè il Libro Pontificale, nè i Martirologi
di Beda e di Adone fanno cenno di questa traslazione. Secondo la
tradizione romana, il suo corpo fu seppellito nella chiesa di san
Silvestro e di san Martino di Tours; e questo antico titolo di Equizio
soltanto nell’anno 844 fu da Sergio II dedicato ai due pontefici
Silvestro e Martino. Oggidì ancora ai 12 di Novembre vi si celebra
la festa di questo Papa, la cui santità ottenne reverenza anche nel
calendario dei Greci.

Dopo l’imprigionamento di Martino l’Imperatore aveva comandato che gli
si eleggesse un successore; e forse l’esiliato Martino accondiscendeva
a questa novella elezione, o per lo meno era forzato ad acconciarvisi.
Di tal modo, nell’estate dell’anno 654 fu consecrato papa Eugenio,
figlio di Ruffiano, romano della prima Regione aventina. Qui tosto si
palesava di qual fervente sollecitudine pei negozî ecclesiastici fosse
compreso il popolo romano. Pietro, che di bel nuovo era stato messo
nel seggio di patriarca di Bisanzio, s’affrettava di trasmettere al
Vescovo romano la sua Sinodica, ossia professione di fede, avvegnachè
fosse costume che i nuovi patriarchi eletti spedissero a Roma le loro
formule di credenza religiosa, come da altra parte i Papi mandavano
le loro a Bisanzio. Quella professione di fede di Pietro era concepita
con espressioni così dubbie, che i Romani, popolo e clero insieme, la
ripudiarono; costrinsero Eugenio a condannare la formula, e mostrarono
che la violenza fatta dagli eretici Greci a papa Martino, gli aveva
offesi come di un’onta inflitta alla nazione.


§ 3.

Vitaliano è fatto papa nell’anno 657. — Viene in Italia Costante II
imperatore. — Accoglienze e soggiorno di lui in Roma (663). — Una voce
di lamento su Roma. — Condizioni della Città e dei suoi monumenti. — Il
Colosseo. — Costante mette a sacco Roma. — Muore a Siracusa.

Nel Giugno dell’anno 657 Eugenio moriva, e papa era fatto Vitaliano,
un latino di Signia ossia Segni nella campagna di Roma. Costante
imperatore, che forse aveva già accolto il disegno di porre sua
residenza nell’Occidente e forse in Roma stessa, cercava adesso di
avvincere a sè con relazioni di amicizia la Chiesa latina. Accoglieva
con degnazione benevola i nunzî del novello Pontefice che erano latori
della Sinodica, confermava i privilegî dell’episcopato romano e mandava
in dono a Vitaliano un codice della Bibbia splendido di oro e di
diamanti. Sei anni più tardi l’Imperatore veniva egli stesso a Roma,
ma nulla sappiamo degli avvenimenti che ebbero riempiuto questo periodo
della storia della Città.

La venuta in Roma di un Imperatore bizantino, che ancor sempre con
valido diritto sè appellava imperatore de’ Romani, era l’avvenimento
più meraviglioso di quell’età. Esso forzava le genti ad evocare le
memorie degli ultimi tempi dell’Impero, e le costringeva a valicare
un periodo di dugento anni segnalato per tante e sì varie mutazioni
di casi: la fine dell’Impero occidentale, la costituzione e la caduta
di un reame germanico, la ruina di popoli e di città, il decadimento
profondo di Roma antica, la origine della nuova. Dai tempi d’Odoacre
in poi qui non s’erano più visti imperatori; qui in mezzo ai ruderi
accumulati sedeva soltanto il Vescovo ossia il Pontefice, che era
adesso l’incontestato rappresentante della nazione latina in tutta
Italia. Costante lasciava la capitale d’Oriente nell’anno 662. Lo
spettro di suo fratello Teodosio da lui trucidato e l’odio dei suoi
sudditi ne lo cacciavano; e, al pari di Tiberio, abbandonava la sua
residenza per soffocare i rimorsi in una peregrinazione faticosa, o per
nasconderli in qualche luogo remoto. Imbarcatosi a Bisanzio, veniva
per mare al Pireo di Atene. Questo nome risveglia fervido desiderio
nel genere umano; ma Atene in sulla metà del secolo settimo non era
altro che una santa ricordanza, reliquia preziosissima dell’Antichità,
diserta e inonorata. Dopo di Giustiniano ivi s’era fatta muta anche
l’ultima voce dei filosofi, e le ruine della più splendida magnificenza
dell’uman genere circondavano l’Acropoli, destando in chi le mirava un
senso di mestizia ancor maggiore di quella che risvegliassero i ruderi
della signoria mondiale romana, che circondavano il Campidoglio di
Giove. La mente nostra è indotta ad alta ammirazione se guarda alla
Roma di quel tempo, ed invece si trasporta all’Atene di allora con
devozione dolente, come di chi da un esiglio lungo pensa alla patria
perduta; qui dal luogo tristamente seminato di templi e di monumenti
crollati non ci si fa innanzi che squallore di morte, e per verità
morte eterna, avvegnadio da questo sepolcro dell’Ellade non risorgesse
mai più una vita nuova come pur sorse dalla tomba di Roma[186].

Il nipote di Eraclio contemplava Atene con sguardo di grossa
indifferenza, ma certo si è che da quel suolo profanato egli faceva
svellere e caricar nelle sue navi quei tesori d’arte scolpiti nel
metallo, che si erano potuti salvare dall’ingordigia dei Goti o dal
furore di vendetta dei Cristiani. Nella primavera del 663 egli faceva
vela per l’antica Taranto. Il viaggio dell’Imperatore da Costantinopoli
ad Atene, indi a Taranto, a Roma, a Siracusa, moveva da ruine a ruine,
come se le Furie avessero trascinato per mano questo tardo Augusto
attraverso i luoghi più santi della civiltà, per mostrargli le tombe
della grande antichità abbattuta dal despotismo dei Cesari.

Allorchè Costante ebbe toccato terra a Taranto determinò di imprendere
una spedizione di guerra per liberare dalla signoria dei Longobardi
le province meridionali d’Italia. Fin là infatti i Longobardi s’erano
spinti, chè già Autari con sue ardite fazioni di guerra lungo tutta la
penisola era giunto alla spiaggia del mare di Sicilia; e la leggenda
narrava che egli entrasse col suo cavallo nell’onda del mare di Reggio,
e percotendo colla lancia una colonna favolosa che ivi s’alzava,
sclamasse: Sia qui il confine dei Longobardi[187]! Ma ai successori
di lui non era riuscito di assoggettare quelle province; i Longobardi
imperiti nella navigazione restavano popolo di terraferma, laonde
nelle città marittime, che non riuscivano a sottomettere, a Napoli, ad
Amalfi, a Sorrento, a Gaeta, a Taranto, continuavano a signoreggiare
i duci greci, quali luogotenenti dell’Imperatore. Benevento invece
era stata costituita in ducato da Alboino, e Zoto erane stato primo
Duca. Da questo celebre Ducato, che comprendeva l’antico Samnio, le
Puglie e una parte della Campania e della Lucania, i Longobardi del
mezzodì movevano a loro scorrerie; e durante il regno di Arichi II,
che aveva durato cinquant’anni (dal 591 al 641), il Ducato da una parte
si estendeva fin verso Napoli, dall’altra per Siponto giungeva fino al
monte Gargano[188]. Due anni prima che l’Imperatore venisse in Italia,
Grimoaldo di Benevento s’era impadronito del trono longobardo di Pavia;
e a capo del ducato di Benevento aveva lasciato Romualdo suo giovinetto
figliuolo. Costante or voleva dunque movere alla distruzione di quello,
e, raccolte le soldatesche di Sicilia, di Napoli e di altre terre che
ancora obbedivano ai Greci, giungeva innanzi a Benevento. Ma il giovine
Romualdo lo batteva; e la sua strenua difesa fu il subbietto di uno dei
migliori episodî nella Storia di Paolo Varnefredo. Come gli giungeva
novella che re Grimoaldo discendeva contro di lui, l’Imperatore levava
l’assedio, veniva a Napoli, lasciava a Formia, che è l’attuale Mola
di Gaeta, un esercito di ventimila uomini affinchè proteggesse il suo
cammino, e per la via Appia moveva a Roma.

Possiamo credere di leggieri che all’arrivo del padrone imperiale
un’agitazione gravissima si destasse nella diserta Città. Sebbene
Costante non fosse apertamente in guerra, tuttavolta ragione di acerbi
rancori lo teneva diviso dalla Chiesa romana, che da lui aveva sofferto
offesa atroce. Essa ne viveva in timore; e se l’Imperatore, soggiogato
Benevento, fosse venuto colla baldanza del vittorioso, la Chiesa
avrebbe provato di che peso ne sarebbero state per essa le conseguenze.
Or fu dunque sua buona ventura che egli venisse senza trionfi, se non
pure da vinto. Il Libro Pontificale ha conservato il racconto delle
solenni accoglienze che furono fatte all’Imperatore bizantino; ed havvi
questo fatto degno di altissima nota, che quelle pompe concordarono
colle costumanze, le quali, durante tutto il medio evo, si adoperarono
a ricevere gli Imperatori di Germania. Alla sesta pietra miliare
fuori della Città, incontro a Costante movevano il Papa, il clero e i
deputati di Roma con croci, con vessilli e con cerei accesi in atto
di vassallaggio devoto[189]. Vitaliano non aveva cuore di ergersi
contro il greco Imperatore coll’animo intrepido del vescovo Ambrogio,
che dagli scaglioni della chiesa di Milano aveva respinto il grande
Teodosio, perocchè si fosse macchiato del sangue dei nemici. Eppure,
quando il Papa vide l’odiato Costante, troppo bene dovette soccorrergli
la ricordanza ch’egli era quel desso che aveva trucidato l’Imperatore
fratello suo, che aveva condannato papa Martino a morire di fame, che
avea ordinato il martirio di Massimo abate cattolico. Si condusse a
Roma il padrone con pompa di processione: era il giorno 5 di Luglio
del 663, un mercoledì. Poichè dobbiamo supporre che Costante venisse
dalla via Appia, è mestieri che egli entrasse per porta Sebastiana;
tosto dopo, come aveva fatto al tempo di suo ingresso re Teodorico,
egli discendeva in san Pietro per orare sulla tomba dell’Apostolo e
per offrirvi un dono votivo. Indi, nè possiamo accoglierne dubbio, egli
poneva stanza nell’antico palazzo dei Cesari, la cui vastità deserta e
ruinosa avrà di certo messo orrore e noia nei cortigiani bizantini. Ma
per quanto pur fosse profondamente decaduto quello splendido castello
imperiale, tuttavolta nel secolo settimo esso in qualche parte ancora
si acconciava a dimora; chè il Duce dell’Impero, ossia governatore di
Roma, vi aveva sua stanza. Il sabato successivo l’Imperatore andava a
santa Maria Maggiore, e qui pure lasciava un donativo; nella domenica,
accompagnato dalla sua soldatesca, moveva con solenne corteo al san
Pietro, incontrato dal clero e condotto dal Papa entro la basilica;
dalle mani di Vitaliano riceveva la comunione, e deponeva sull’altare
maggiore un pallio d’oro[190]. Il sabato dopo traeva al Laterano; ivi
prendeva un bagno e teneva banchetto nella basilica di Giulio, che già
abbiamo veduto essere stata un triclinio dell’antico palazzo.

La condizione miserevole cui Vitaliano era ridotto innanzi a
quest’Imperatore al quale gli conveniva prestare omaggi adulatorî,
induce a usargli commiserazione indulgente[191]. Certamente il
suo cuore deve aver sofferto abbastanza dolore quando gli fu duopo
contaminarsi di avvilimento innanzi al monotelita e all’assassino
di Martino I; faceva ancor mestieri che corresse una serie di secoli
prima che quest’esempio di sudditanza del Papa potesse trasformarsi
nell’orgoglio di Canossa. La vista del loro sire imperiale che
degnava di scendere dalla sua altezza fino a visitare la loro città,
e l’arroganza dei cortigiani greci che li guardavano con disprezzo,
dovevano destare ricordanze dolorosissime anche nei Romani caduti sì
in basso di povertà e di ruina; e noi reputiamo probabile cosa che
in quell’onta di Roma allora si facesse udire questa bella voce di
lamento:

    _Nobilibus fueras quondam constructa patronis,_
      _Subdita nunc servis. Heu male, Roma, ruis!_
    _Deseruere tui tanto te tempore reges:_
      _Cessit et ad Graecos nomen honosque tuum,_
    _In te nobilium Rectorum nemo remansit;_
      _Ingenuique tui rura Pelasga colunt._
    _Vulgus ab extremis distractum partibus orbis,_
      _Servorum servi nunc tibi sunt domini._
    _Constantinopolis florens nova Roma vocatur,_
      _Moenibus et muris Roma vetusta cadis._
    _Hoc cantans prisco praedixit carmine vates:_
      _Roma, tibi subito motibus ibit amor._
    _Non si te Petri meritum Paulique foveret,_
      _Tempore jam longo Roma misella fores,_
    _Mancipibus subjecta jacens macularis iniquis,_
      _Inclyta quae fueras nobilitate nitens_[192].

Ei sarebbe per noi di somma vaghezza se potessimo possedere qualche
notizia dello stato in cui era allora il palazzo dei Cesari, se
potessimo seguire lo Imperatore bizantino nelle feste che ivi gli
furono date in mezzo alle ruine miserande del tempo passato, se
potessimo discernere in che forme la nobiltà e la magistratura si
atteggiavano nelle loro vesti di broccato d’oro dalle foggie orientali
e in che modo il popolo dei Romani mendicava la vita. Un silenzio
impenetrabile ravvolge invece quella età. Manca novella di giuochi
e di largizioni di denaro o di pane che l’Imperatore distribuisse
al popolo; nè sappiamo di restaurazioni ch’egli ordinasse. Ed è pur
colpa dei Cronisti manchevoli se non sappiamo di che moneta emunta
dal tesoro della Chiesa l’Imperatore si facesse pagare l’onore della
sua visita. Costante non guardò Roma con quel senso di venerazione
che un tempo ancora ebbe riempiuto l’animo dell’iniquo figliuolo di
Costantino allorchè nell’anno 357 venne a Roma insieme col persiano
Ormisda. Ci giova ricordare con quali parole Ammiano descriveva lo
stupore ond’era colpito l’Imperatore vedendo la moltitudine del popolo
e la magnificenza di Roma. Costanzio ammirava massimamente il tempio
Capitolino, i bagni, l’anfiteatro di Tito, il Panteon, il tempio
di Venere e di Roma, le colonne effigiate degli Imperatori, il foro
della Pace, il teatro di Pompeo, l’Odeo e lo stadio di Domiziano e
sopra ogni altra cosa il foro di Trajano. Dopo trecento e sei anni
di una storia piena di avvenimenti tetri ed in parte spaventosi, un
Imperatore bizantino di bel nuovo stava innanzi a quei monumenti; la
barbara ignoranza di lui avrà appena conosciuto alcuni di quei loro
nomi divenuti signoria della leggenda, che gli antiquarî della Città
di allora, seppure di questi lo accompagnavano, non erano più capaci
di illustrare colla parola erudita di Cassiodoro. In tre secoli Roma
s’era trasformata appieno come crisalide. In rovina già da lungo tempo
giaceva il tempio di Giove capitolino; abbandonati e caduti erano i
bagni; le fontane ingombre di rottami non gettavano più una goccia
d’acqua; folta cresceva l’erba nell’anfiteatro di Tito, le cui muraglie
dislogate crollavano. Una breve parte del palazzo imperiale serviva a
dimora, ruina il resto; il foro della Pace e tutti gli altri, seminati
di ruderi o deserti; soltanto la colonna del foro di Trajano si ergeva
maestosamente tranquilla in mezzo a templi vacillanti e a biblioteche
vuote, dove qua e colà contro la caduta e l’oblio pugnava ancora la
statua annerita di qualche genio greco o romano, il cui nome s’era
perduto in dimenticanza. Circo e teatri, da lungo tempo curvati sotto
il flagello della età, erano in balia della decadenza; il grande tempio
di Venere e di Roma, che soltanto di recente era stato scoperchiato del
suo tetto, era precipitato a mezzo. E dovunque lo sguardo si posava
in mezzo ai monumenti scrollati dalla decrepitezza, miravansi chiese
edificate coi materiali di quelli, o conventi che si addossavano
ad essi, oppure finalmente templi mutati in case della preghiera
cristiana. Da ogni parte Roma era sopravvissuta alla trasformazione
ed alla trasposizione dei suoi monumenti, avvegnachè qui si vedessero
templi cangiati in chiese, ivi marmi e colonne e architravi svelti
dagli edifici per essere trascinati a ornare chiese vicine o remote.

Una duplice Roma pertanto si mostrava agli occhi di Costante;
un’antica ed una nuova, come avviene ancora a’ dì nostri. E come
oggi, così anche allora, l’anfiteatro di Tito era il punto di mezzo
dell’antica Roma. Questo monumento gigantesco della potenza de’ Cesari
già nella bocca del popolo aveva nome di Coliseo, non dal colosso di
Nerone, ma da quello della sua propria grandezza. Il nome barbarico
è usato per la prima volta sullo spirare del secolo settimo da Beda,
monaco anglosassone, che lo adopera in quella celebre profezia che
correva di Roma: «Finchè starà il Coliseo, starà anche Roma; quando
il Coliseo cadrà, Roma pure cadrà; quando cadrà Roma, cadrà anche
il mondo.» È probabile che Beda non sia mai stato a Roma; ben la
profezia e il nome del Coliseo i pellegrini germanici avranno recato
nel settentrione[193]. Nella Roma nuova erano sorti due centri
ecclesiastici, il palazzo Lateranense, che a poco a poco subentrò nel
luogo del palazzo imperiale, e il Vaticano, Campidoglio cristiano. La
Città antica durava tuttavia nelle sue grandi moli, nei suoi monumenti
ed anche colle sue vie e colle sue stazioni; in mezzo di essa s’era
spinta la Città cristiana, conosciuta soltanto per le sue chiese molte
e in parte illustri, la cui storia parimenti (sì presto la vecchiezza
logora le opere degli uomini) qua e colà s’era profondata entro il buio
della leggenda.

Gli è difficile cosa che il greco Imperatore fosse indotto a meditare
mestamente sulle sorti della capitale del mondo; e piuttosto,
allorquando con vacua e rapida curiosità lasciava cadere lo sguardo
sui ruderi di Roma, roba sua, egli trovava allegramente che ancora
restavano degli oggetti da talentare la sua avarizia. Statue parecchie
di bronzo duravano nelle vie e nelle piazze, come ivi le aveva già
scorte Procopio, e può darsi che i Bizantini, i quali andavano in giro
frugando, di esse cercassero avidamente anche entro ai templi chiusi.
Il Pontefice mostrava al suo ospite il Panteon, dono imperiale fatto
alla Chiesa; Costante ne vide il tetto di bronzo dorato sfavillare
sotto i raggi del sole, e, senza che il rattenesse riguardo della
Vergine e di tutti quanti i Martiri, ordinava che sul suo naviglio
si caricassero quelle tegole preziosissime. A malincuore risparmiava
i quadrelli dorati che coprivano il tetto del san Pietro; chè a
strapparneli lo impediva la santità della basilica, oppure la tema
di commuovere a sollevamento i Romani. Dodici soli giorni dimorava
Costante in Roma, e tanto tempo bastava perchè la Città fosse
derubata de’ suoi ultimi tesori antichi di bronzo fino ai più piccoli
avanzi[194]. Fu prodigio che la magnifica statua equestre di Marco
Aurelio in bronzo dorato sfuggisse alla rapacità dei Bizantini. Essa
in quel tempo non peranco portava il nome di statua di Costantino;
incerto è il luogo dove prima stesse, ma è possibile che s’elevasse
nella piazza presso l’arco di Severo. Se a quel tempo tuttavia presso
quell’arco si conservava la statua equestre di Costantino, non v’è
dubbio che Costante ne la faceva svellere e caricare su un bastimento.
Che ciò avvenisse è probabile assai; e può darsi che ai Romani
supplichevoli Costante facesse grazia di lasciar soltanto la statua in
bronzo di Marco Aurelio, e che d’allora in poi il popolo ed il clero
alla statua equestre di quell’Imperatore imponessero titolo di statua
del grande Costantino: così infatti fu appellata per tutto il medio
evo[195]. Forse allora i Greci trafugavano alle loro navi anche gli
avanzi delle biblioteche antiche.

Nel dì della sua partenza l’Imperatore udì ancora una volta la messa
presso la tomba dell’Apostolo; indi, preso commiato dal Papa, veleggiò
col suo bottino per Napoli. Ma nè egli nè Bisanzio dovevano esser lieti
della depredazione di Roma. Nell’antica Siracusa, dove Costante aveva
posto dimora nell’isola Ortigia, dove accumulava la moneta spremuta con
balzelli dalla Sicilia, dalle Calabrie, dall’Africa e dalla Sardegna,
e dove ammassava persino gli arredi d’altare delle chiese, quattro
anni dopo era ucciso mentre trovavasi in bagno; uno schiavo gagliardo
gli sbatteva sulla testa un vase di bronzo. I capolavori artistici di
Roma, deposti nella città dell’isola, tosto dopo cadevano in mano dei
Saraceni allorchè eglino conquistavano Siracusa. Anche questa illustre
città di Gelone e di Gerone ebbe pari le sorti con quelle di Atene e
di Roma; Achradina, Tyche, Neapolis ed Epipolae erano ancora soltanto
ruine della magnificenza antica, diserte di abitatori[196].




CAPITOLO SESTO.


§ 1.

Deodato papa nel 672. — Rinnovazione del convento di santo Erasmo.
— Dono papa, 676. — Agatone papa, 678. — L’Arcivescovo di Ravenna si
sottomette al primato di Roma. — Il sesto Concilio ecumenico nell’anno
680 restaura la fede ortodossa. — Pestilenza del 680. — Leggenda di san
Sebastiano. — Leggenda di san Giorgio. — La basilica _in Velo Aureo_.

Il romano Deodato, figlio di Gioviniano, succedeva a Vitaliano nel
pontificato, addì 11 dell’Aprile 672. Il suo reggimento, che durò
quattro anni, è privo di valore per la storia di Roma[197]. Deodato
era stato monaco nel convento di sant’Erasmo, e faceva restaurare
quel chiostro celebre del monte Celio, che deve essere stato fondato
da san Benedetto nelle case di Placido[198]. Più tardi il chiostro
fu congiunto all’abazia di Subiaco, indi, in tempo incerto, perì, ed
ancora sul finire del secolo decimosesto vedevansi in vicinanza del
santo Stefano le sue ruine con avanzi di pitture antiche[199].

A Deodato succedeva, nel dì 2 Novembre 676, Dono o Domno, figlio del
romano Maurizio; egli resse la Chiesa per poco più di un anno. Il Libro
Pontificale ci fa sapere che egli lastricava l’atrio del san Pietro
con grandi mattoni di marmo bianco; e poichè è difficile che una sì
larga copia di ricca pietra si ricavasse da miniere di marmo, per certo
la si avrà ritratta da monumenti messi a sacco: e nel medio evo si
pretendeva anzi di conoscere che vi si erano adoperati i marmi del così
detto sepolcro di Scipione, che era una tomba antica eretta a foggia di
piramide, in prossimità del castel sant’Angelo[200].

La storia di Roma in quel tempo fu sì oscura e manchevole di
avvenimenti, che la sua cronaca contiene poco più che la serie dei
Pontefici, gli anni di loro reggimento e la notizia degli edificî che
innalzarono. Dono passava di vita nell’Aprile dell’anno 678, e Agatone,
siciliano di Palermo, diventava suo successore. Questo Pontefice era sì
avventurato da confermare il primato e le leggi della fede ortodossa
di Roma nell’Occidente del pari che nell’Oriente. Già al tempo di
Vitaliano, il primato era stato di bel nuovo combattuto da Mauro
arcivescovo di Ravenna, avvegnachè il grave livore che esisteva tra
Roma e Bisanzio, lo incorasse a rifiutare soggezione al Papa romano.
Erane sorto uno scisma, e Costante, che in quel tempo viveva ancora in
Siracusa, lo spalleggiava per guisa che Mauro e il successore di lui
Reparato, mettevano in non cale gli anatemi di Roma[201].

Tuttavolta, già al tempo di Dono, l’Arcivescovo di Ravenna aveva dovuto
piegarsi a sommessione, perocchè il novello imperatore Costantino
Pogonato fosse favorevole a Roma. Teodoro, succeduto a Reparato, veniva
in Roma, quivi colla propria bocca rinunciava alla «autocefalia,»
ossia all’autonomia che la Chiesa ravennate aveva preteso, e otteneva
la consecrazione da Agatone: chè ornai da lungo tempo gli Arcivescovi
di Ravenna, dopo la loro elezione, venivano in Roma per ricevervi
dal Papa l’ordinazione. La vittoria riportata sopra Ravenna, che
era la Chiesa maggiore d’Italia dopo quella di Roma, accresceva di
altissimo valore l’autorità del Papa anche nelle relazioni sue con
Bisanzio e coll’Esarcato[202]. La sua podestà, crescente ognor più,
s’aggrandiva oltracciò pel trionfo che conseguiva sulla dottrina dei
Monoteliti. Costantino Pogonato infatti, volendo porre un termine alla
lunga controversia, indiceva un concilio ecumenico in Costantinopoli;
e, ancor prima, addì 27 del Marzo 680, Agatone congregava un sinodo
di Vescovi italiani, i quali eleggevano a loro deputati al concilio
di Bisanzio, i Vescovi di Porto, di Reggio e di Paterno, ai quali
il Pontefice aggiungeva tre Cardinali romani come legati. Nelle
sue lettere commendatizie Agatone si scusava se i suoi inviati non
erano nè eloquenti, nè eruditi; uomini erano che nella malvagità
de’ tempi, in mezzo a’ Barbari, avevano dovuto guadagnarsi il pane
col lavoro delle loro mani[203]. Questa confessione onorevole fa
supporre quali fossero in quel tempo le condizioni della scienza in
Roma; quei preti ineruditi però avevano tanto valore da combattere
vittoriosamente in Costantinopoli a pro della dottrina ortodossa. Il
celebre sesto Concilio ecumenico si aperse addì 7 del Novembre 680 nel
«_Trullus_,» ossia nella sala della cupola, nel palazzo di Bisanzio.
Si affermò che i decreti di Roma erano veramente conformi ai canoni;
i Monoteliti defunti e i viventi dovettero abbassare le armi, ossia
furono dichiarati vinti dopo una resistenza ostinatamente sostenuta per
molte sessioni, dappoichè questo dramma teologico, che ebbe diciotto
atti ossia _Actiones_, come in istile officiale si appellarono, durò
fino al 16 di Settembre 681. Giorgio, patriarca di Costantinopoli,
confessò penitente il suo errore, ma l’audace Macario di Antiochia fu
deposto e cacciato in bando: su quei confessori di una sola volontà
del Cristo che erano già passati di vita, su Ciro di Alessandria, su
Sergio e su Pirro di Bisanzio fu scagliato solenne anatema, e le loro
imagini furono cancellate dai musaici delle chiese. Lo stesso Onorio
papa espiò l’arrendevolezza che aveva dimostrata verso i Monoteliti,
dacchè persino sulla sua tomba si fe’ cadere condanna[204]. Indi tosto
si sbattè sulla turba del popolo una gran copia di nere regnatele, per
dimostrare che la Chiesa s’era nettata dell’eresia. La Cristianità
fu ammaestrata oppure fu confermata nella fede delle due volontà,
e la Chiesa romana ottenne reverenza quale capo dogmatico del mondo
cristiano.

Nella state del 680, la peste vôtava Roma di abitatori. È probabile
che il morbo infierisse anche nel resto d’Italia, avvegnaddio Paolo
Diacono narri che Pavia quasi ne restasse deserta di popolo[205]. Egli
racconta che per le strade della città si vedevano scorrazzare l’angelo
del bene e quello del male; il primo additava con un cenno la porta
delle case, l’altro con un’asta vi picchiava, e quanti colpi avventava,
tanti uomini dentro morivano. Alla fine si aperse una rivelazione del
cielo; cesserebbe la peste allora che nella chiesa di san Pietro _ad
vincula_ fosse eretto un altare a santo Sebastiano: tosto furono fatte
venire di Roma reliquie di quel Martire, e il morbo sparve[206]. Paolo
Diacono parla manifestamente di una chiesa di san Pietro _ad vincula_
che esisteva in Pavia, ma i Romani più tardi s’impadronirono di questa
leggenda e la riferirono alla loro propria chiesa di questo nome, dove
il fatto è istoriato in un quadro del secolo decimoquinto[207].

Nella navata a sinistra di quella stessa basilica si mira tuttora un
antico quadro in musaico, rozzamente lavorato in istile bizantino, che
deve risalire ai tempi di Agatone. Rappresenta santo Sebastiano coperto
d’abito e in figura d’uomo canuto. Fu infatti assai più tardi che il
Santo venne dipinto con forme giovanili, nudo legato ad un albero e
trafitto a morte dai dardi[208].

Sebastiano, cui da grandissimo tempo Roma tributava suo culto, aveva
sulle catacombe di Calisto una chiesa che già esisteva ai tempi di
Gregorio Magno e fu più tardi una delle sette chiese maggiori di
Roma. Il Santo, giovane tribuno militare, era nativo di Narbona;
confessore di Cristo fu fatto segno alle frecce degli arcieri nel
palazzo imperiale, e Lucina, pia matrona, gli compose il sepolcro nelle
catacombe di Calisto[209].

A lui dappresso, un altro Tribuno militare aveva già ottenuto
onore di altari in Roma, ed era Giorgio di Cappadocia, martire
a’ tempi di Diocleziano. Egli era, così narra la leggenda, comite
nella cavalleria; arditamente sincero, egli ammoniva l’imperatore
Diocleziano acciocchè desistesse dal perseguitare i Cristiani, laonde,
eroe tra’ martiri, sofferse i tormenti più atroci. Un’intiera notte
resse sul petto un macigno enorme, indi con orrida lentezza ebbe
strappate le carni dai ferrei denti della ruota. Mentre ei sosteneva
quella tortura con intrepidezza serena, scoppiavano tuoni, e i lampi
squarciavano le nubi, ed una voce del cielo sclamava: «Non temere,
Giorgio, io ti son presso,» e una forma bianco vestita s’avvicinava
alla ruota e lo sventurato soavemente abbracciava. Quel portento
scoteva l’animo dell’imperatrice Alessandra siffattamente, che ella
si faceva cristiana. Tre giorni penò Giorgio posto entro un’ardente
fossa di calce, ma nè quel tormento, nè gli stivaletti roventi, nè un
magico veleno avevano forza di ucciderlo, chè anzi sotto gli occhi
dell’Imperatore ei richiamava alla vita un morto, e una sola parola
della sua bocca operava sì che nel tempio di Apollo tutti i simulacri
di marmo precipitavano dai loro piedistalli. Alla perfine la sua testa
cadde sotto la scure fatale del carnefice[210].

Sebastiano e Giorgio furono Santi prediletti della cavalleria, furono
i Dioscuri guerrieri della mitologia cristiana[211]. L’ultimo desta
la ricordanza del Perseo pagano; lo si dipingeva a cavallo, collo
scudo e colla lancia, che lottava contro un dragone, dalle cui insidie
liberava una vergine piangente e bella[212]. La chiesa di lui in
Roma, nel Velabro ossia _Velum aureum_, dev’essere edificio di papa
Leone II eretto nell’anno 682[213]. Tuttavia, già ai tempi di Gregorio
I, è fatto cenno di una basilica di san Giorgio coll’addiettivo _Ad
Sedem_[214].

La denominazione _Velum auri_ era venuta in uso a vece di quella
antica di _Velabrum_[215]. Così precisamente appellavasi quella
valle che in origine divideva il Campidoglio dal Palatino, nei tempi
remoti padule, più tardi resa terreno asciutto. Ivi era il Foro
boario, come ce ne avvisa la iscrizione esistente sull’Arco degli
Orefici. Quel luogo è massimamente uno dei più mirabili di Roma: ivi
in profonda solitudine esistono alcuni monumenti ben conservati; il
poderoso _Janus Quadrifrons_; rimpetto ad esso l’arco di trionfo che
gli orefici di Roma ebbero eretto ad onore dell’imperatore Settimio
Severo, dei suoi figli scelleratissimi Caracalla e Geta, e di quella
Giulia Pia che fu la più sventurata delle madri; in vicinanza evvi pure
la Cloaca massima; e tuttora di chiare e fresche acque ivi s’allieta
l’antica fonte _Juturna_, ma oggi essa porta il nome cristiano di san
Giorgio[216].

Se sia vero quanto afferma la iscrizione posta sulla porta d’ingresso
della chiesa antica, questa sarebbe stata in origine costruita
nel luogo ove a’ tempi antichi si elevava la basilica di Tiberio
Sempronio Gracco: ciò fu peraltro un’invenzione archeologica di età
posteriore[217]. Entro la basilica fu compresa la porta trionfale
dell’imperatore Settimio Severo, o piuttosto, in tempo più tardo, la
torre della chiesa fu addossata a questo monumento.

L’edificio di Leone II (l’atrio è di costruzione più moderna) si
conservò nel suo disegno fondamentale; è una piccola basilica a tre
navate, con sedici colonne antiche, alcune di granito, altre di marmo.
Difficilmente v’ha in Roma un’altra chiesa dove tutto spiri, al pari
che in questa, un alito così ineffabile di antichissimo Cristianesimo.
La sua forma originale di basilica, la sua leggiadra semplicità, i
dipinti e le iscrizioni dei primi secoli, fra le quali si trovano
puranco iscrizioni greche, il silenzio fantastico cui nulla quasi
mai turba, il luogo di quella valle fra il Campidoglio e il Palatino,
pieno di ricordanze dell’antichità romana, tutto ciò opera con fascino
incantevole sull’animo di chi commosso a meraviglia la contempla. Fra
tutte le basiliche romane, san Giorgio in Velabro è quella che può
tenere riscontro ai piccoli templi antichi di Vesta e della _Fortuna
virilis_. È cosa probabile che la tribuna della chiesa fosse adorna
di musaici: ad essi più tardi furono sostituite pitture in colori; il
Cristo siede sopra il globo terracqueo in mezzo a Pietro e a Paolo; a
mano sinistra è Sebastiano, alla destra Giorgio che impugna un vessillo
tenendosi vicino il suo cavallo[218].

Il Santo greco però non ebbe in Roma favore di popolo, perocchè i
Romani fatti cristiani non cancellassero dalla loro memoria alcun’altra
divinità dei loro avi più profondamente di quello che cacciassero
in oblianza il dio Marte. Il popolo dunque non tributò grandi onori
neppure a Giorgio che subentrava nelle veci del Dio antico; il popolo
non aveva indole guerriera nè cavalleresca; i Pontefici, che fondavano
e alimentavano il culto del Santo, non furono romani ma greci; e le
chiese che a san Giorgio furono edificate, perirono tutte fuori di
quella eretta nel Velabro[219]. Per contrario, il Santo diventò il
patrono delle corporazioni di cavalieri a Genova ed a Venezia, in
Ispagna, in Inghilterra e nella terra cavalleresca dei Franchi[220].


§ 2.

Leone II, papa nel 682. — Benedetto II. — Condizioni della elezione
pontificia. — Giovanni V papa. — Discorde elezione alla morte di lui. —
È eletto Conone. — Clero, esercito, popolo. — Sergio I papa. — L’esarca
Platina viene a Roma nel 687.

Sette mesi dopo la morte di Agatone, fu eletto papa Leone II,
nell’Agosto dell’anno 682. Il Libro Pontificale narra che egli
ricevette l’ordinazione dai Vescovi di Ostia, di Porto e di Velletri;
l’ultimo di questi fungeva le veci del Vescovo di Albano. Ne consegue
che la consecrazione del Pontefice operata da quei tre Vescovi
suburbani si era già costituita in costumanza canonica[221]. Leone
II era greco di Sicilia. La lingua e la letteratura di Grecia erano a
Roma allora cadute in tanta oblianza, che chi ne possedeva dottrina era
reputato uomo d’ingegno meraviglioso; per la qual cosa il Pontefice che
parlava greco e latino, rendeva tutti ammirati come se fosse stato un
portento di erudizione. Egli trapassava di vita nell’estate dell’anno
683.

La lunga vacanza della santa Sede che or susseguiva, fa credere che
Roma o Ravenna fossero commosse da agitazioni cittadine, avvegnachè
Benedetto II, romano, fosse ordinato papa soltanto un anno dopo
la morte del suo predecessore. Era legge consueta che la conferma
dell’elezione di ogni Papa venisse dall’Esarca oppure direttamente
dall’Imperatore; essa cagionava dispendî gravi e lunga perdita di
tempo, ed oltracciò teneva il capo spirituale di Roma nella soggezione
della corte imperiale. I Papi perciò da gran tempo avevano tentato
di far cessare quel diritto imperiale della conferma, e di conseguire
la independenza; ma ciò loro non era riuscito di ottenere, quantunque
Benedetto II ricevesse un rescritto dall’Imperatore, che concedeva al
clero, al popolo ed all’esercito di Roma, ossia ai tre ordini elettivi,
di procedere tosto all’ordinazione del Papa che avevano scelto. Questa
concessione importante non conferì però un diritto durevole; fu una
larghezza che per quel breve tempo acconsentiva l’imperatore Costantino
Pogonato, animato da sentimento di fede ortodossa: così infatti fu
dai succeditori di lui dichiarato[222]. Può darsi che Costantino si
tenesse con Benedetto II in relazioni di benevolenza personale, ma ciò
alle nostre ricerche si cela; certo è che l’Imperatore faceva adottare
Giustiniano ed Eraclio figli suoi dal Papa, e, secondo lo stravagante
costume di quell’età, gli mandava delle ciocche di capelli di quei
principi: tali simboli dell’adozione erano posti con pompa solenne in
una cappella del Laterano[223].

Egli è pur un fatto assai sorprendente, la rapidità con cui in questo
tempo Papi succedevano a Papi. I pontificati della durata di tredici
anni e più, quali furono quelli di Gregorio Magno, di Onorio I, di
Vitaliano, costituiscono un’eccezione, avvegnachè il più gran numero
dei Pontefici nel secolo sesto e nel settimo, tenesse il reggimento per
uno, per due o per tre anni. Che quegli uomini fossero eletti in età
tardissima? o che vi fossero altre cause di una durata così breve? Non
cel sappiamo. Benedetto II cessava di vivere addì 7 del Maggio 685; e,
dopo di lui, un siro di Antiochia, Giovanni V, ch’era stato dapprima
nunzio a Bisanzio, saliva al santo seggio, ma moriva già nel dì 1
dell’Agosto 686. Con lui incomincia una serie di Assiri o di Greci,
che un dopo l’altro occuparono la sedia pontificia; nè ciò può essere
stato effetto del caso, ma dimostra che l’Esarca oppure l’Imperatore
dominavano adesso compiutamente la elezione dei Romani. Quando si venne
a nominare il successore di Giovanni V, Roma fu divisa in due fazioni;
il candidato del clero fu Pietro arciprete, quello dell’esercito
Teodoro prete. Questo cosidetto esercito (_Exercitus_) radunossi nel
santo Stefano sul Celio, e tenne in pari tempo presidiato il Laterano,
affine di impedire che il clero potesse ivi condurre il suo eletto e
lo facesse sedere sul trono vescovile. Dopo trattative lunghe fra le
due parti, i chierici rinunciavano al loro candidato ed eleggevano
Conone, la cui origine veniva di Tracia. I giudici (_Judices_) e gli
ottimati dell’esercito vi si associavano, e bentosto l’esercito intiero
vi aderiva; gli Atti della elezione erano sottoscritti dai tre ordini
elettivi, indi erano spediti all’esarca Teodoro.

Da questa notizia particolareggiata, che il Libro Pontificale
ci offre, si trae la conseguenza che la cittadinanza di Roma era
costituita di tre grandi classi, che erano il clero, l’esercito, il
popolo; e queste vedemmo specificate nel rescritto di Costantino
a Benedetto II, quali ordini che avevano parte all’elezione del
Pontefice. Al clero si attribuiva il predicato di _venerabilis_,
all’esercito quello di _felicissimus_; non ne aveva il popolo: il
clero e l’esercito massimamente erano le classi più potenti di Roma.
Le aveva tratte in vita la Chiesa cristiana, che creava una casta di
chierici numerosa oltre ogni proporzione e ben presto potentissima,
per guisa che naturalmente tutta la popolazione dovevasi distinguere
in chierici e in laici. Allorchè erano spedite al Papa le ciocche
di capelli dei principi greci, accanto al clero era fatta menzione
soltanto dell’esercito. E questo, che toccava ancora stipendio
dall’Imperatore, come rilevammo al tempo della rivolta di Maurizio,
era composto di nobili che militavano a cavallo e di cittadini agiati
che si aggregavano alle file delle fanterie. L’esercito rappresentava
segnatamente la classe dei ricchi; ed anzi tutto la classe dei Romani
ingenui era in generale compresa sotto quel concetto[224]. Vedremo più
tardi l’ordinamento particolare con cui nel secolo ottavo fu costituita
la _schola militiae_ ossia il _florentissimus atque felicissimus
Romanus exercitus_. Per adesso teniamo come cosa certa, che tutta
la corporazione delle milizie (_Exercitus_) procedeva a dare il suo
voto nella elezione, distintamente dagli «ottimati dell’esercito»;
perocchè questi ne formassero l’aristocrazia cavalleresca. Gli ottimati
seguirono il clero acclamando a Conone; l’esercito cedette soltanto
qualche giorno dopo. Accanto ai primati dell’esercito vediamo in
generale anche i _Judices_, ossiano giudici civili, e cioè tanto gli
officiali publici di grado maggiore, quanto principalmente gli uomini
ragguardevoli della Città, i quali avevano diritto agli officî civili
e militari, ed avevano talvolta titolo di console. I _Judices_ e
gli ottimati dell’esercito costituivano pertanto la nobiltà di Roma
(_Optimates_ o _Axiomati_), gerarchia di officiali nelle faccende
civili e in quelle della milizia: e tenevano, rispetto alla generalità
dell’esercito, lo stesso grado che i _Proceres_ della Chiesa avevano
rispetto alla generalità del clero[225].

Del resto i _Judices de Militia_, che formavano la nobiltà laicale,
si distinguevano dai _Judices de clero_, i quali componevano il ceto
di coloro che, insigniti di dignità ecclesiastiche, attendevano alla
giurisdizione in un altro ordine di negozî. In questo periodo poi di
tempo, una nobiltà novella aveva origine in Roma. Caduto il regno,
le famiglie romane antiche s’erano, nella massima parte, estinte;
avvegnachè nessuna Cronica del secolo settimo faccia più menzione
dei nomi di quei patrizî che ancor s’udivano al tempo dei Goti.
Sono scomparsi per sempre i Probi, i Festi, i Petronî, i Massimi,
i Venanzi, gli Importuni; e invece dei loro, subentrano i nomi di
nobili famiglie che hanno suono bizantino, dei Pasquali, dei Sergi,
dei Giovanni, dei Costantini, dei Paoli, degli Stefani, dei Teodori, i
quali durano in Roma da questa età fino al secolo nono: indubbiamente
ne spiega l’origine la influenza dominante di Bisanzio. Se alcuni anche
derivar potessero da battesimo, gli altri danno prova di una effettiva
immigrazione di Greci, che indi in Roma ebbero assunto costume
nazionale. Ed in Roma per fermo esistevano ancora dei discendenti di
alcune stirpi antiche, ma formavano il numero minore; laddove nel
corso dei tempi, in causa dei rapporti di proprietà, delle dignità
dell’Impero e della Chiesa, e pur anche del nepotismo pontificio,
nuove famiglie sorgevano: erano poi in Roma anche di quei discendenti
di nobili Goti che avevano appreso le maniere della vita latina. Dalla
nobiltà sceglievansi i primi officiali della Chiesa e dello Stato, in
qualità di _Judices_.

Gli Atti della elezione papale di Conone furono «secondo usanza»
trasmessi all’Esarca perchè ne prendesse notizia e li confermasse.
Questo è prova che la concessione dell’imperatore Costantino Pogonato,
di diritto non esisteva più; e per fermo Giustiniano II, che gli era
succeduto nel trono bizantino, la aveva revocata. Il fatto che ora
narriamo pone fuor d’ogni dubbio che gravissima influenza l’Esarca
esercitava allora massimamente sulla elezione del Pontefice. Conone
cadeva colpito d’infermità; da un momento all’altro aspettavasi che
egli ne morisse, e l’ambizioso suo arcidiacono Pasquale con gran
fretta si adoperava e brigava presso lo Esarca affine di ottenerne la
successione al pontificato; e perciò offrivagli un donativo di denaro.
Giovanni Platina vi assentiva, ed ai giudici «che egli nominava a
Roma per amministrare la Città,» dava incarico che, come il Papa fosse
morto, facessero eleggere Pasquale[226].

Morto Conone addì 21 del Settembre 687, il popolo romano di nuovo
si divideva in due partiti; l’uno eleggeva l’arciprete Teodoro,
l’altro sceglieva l’arcidiacono Pasquale. Amendue i competitori e le
loro fazioni avevano posto sede nel palazzo Lateranense. Non abbiamo
precisa contezza delle classi alle quali questa volta in particolare
appartenessero le fazioni contendenti. Ma anche adesso i giudici e i
primati dell’esercito si misero d’accordo coi dignitarî della Chiesa;
la nobiltà temporale andò d’intesa colla nobiltà spirituale[227].
Convenivano nel voto di eleggere Sergio cardinal prete, che colla forza
collocavano nel Laterano. Teodoro di buon grado gli prestava omaggio;
Pasquale dava rinuncia soltanto perchè v’era astretto, ma secretamente
spediva suoi messi a Ravenna e chiedeva l’aiuto dell’Esarca.

Giovanni Platina s’affrettò di venire a Roma dove capitò
inaspettato[228]. Egli vi attingeva persuasione che la elezione di
Sergio era avvenuta secondo il rito dei canoni e che il numero maggiore
si manifestava in favore di lui, ma esigeva che l’eletto gli pagasse
cento libbre d’oro, di cui aveva avuto da Pasquale promessa. Sergio,
quantunque renitente, fu costretto a numerargli quella moneta, e,
ottenuta in tal modo la conferma dall’Esarca, fu consecrato addì 15
del Dicembre 687. Il suo avversario Pasquale fu deposto e chiuso in un
convento, ove finì i suoi giorni.


§ 3.

Sergio disapprova gli articoli del Sinodo trullano. — Lo spatario
Zaccaria viene a Roma per imprigionare il papa. — I Ravennati entrano
in Roma. — Relazioni di Ravenna con Roma e con Bisanzio. — Giovanniccio
di Ravenna.

Anche Sergio I era siro di nazione, sebbene nato a Palermo dove
il padre suo Tiberio, partito di Antiochia, aveva posto stanza.
Giovinetto, era venuto in Roma a’ tempi di papa Deodato e vi si era
fatto ammirare per la cultura dell’ingegno; poco a poco aveva tocco le
più alte dignità e avea finalmente conseguito il titolo di cardinal
prete. Egli pure imitò la fermezza energica dei suoi predecessori
e si oppose alle dottrine di Bisanzio; chè tutti i Pontefici erano
animati di un solo e pari intendimento, ch’era il genio di dominazione
ognor sempre operoso, retaggio de’ Romani antichi trapiantato nella
Chiesa[229]. L’irrequieto ingegno sofistico dei Greci era inesauribile
a foggiare novelle dottrine teologiche, le quali, per quanto lieve
profitto recassero di gloria o di utilità all’uman genere, tenevano
tuttavia desta una vita scientifica, e ponevano le fondamenta della
teologia dogmatica della Chiesa: ma i Greci mettevano inutilmente in
moto tutte le loro armi per iscrollare la sede di san Pietro. Eglino
s’infrangevano di contro all’intelletto di Roma, prosaico quanto pur
vogliasi, ma grande; e giovavano anzi all’opera dei Papi, rivolta a
costituire l’accentramento dell’Occidente.

La Città stessa ora non coltivava altro intento fuor di quello delle
faccende di chiesa, e si educava a riverire nel Pontefice il capo suo.
Ed invero qual era l’uomo cui questo popolo sventurato dei Romani
potesse alzare il suo sguardo, se non era il Vescovo santo, che per
ragione di sua autorità era il sire più potente ed anche massimamente
nazionale di tutta Italia? E in breve per fermo doveva aversi manifesto
indicio che egli poteva contare sull’ajuto dei Romani. Pochi anni
dopo che Sergio era stato elevato al seggio pontificio tenevasi in
Costantinopoli il concilio Trullano. I teologi bizantini infatti
traevano fuori che il quinto ed il sesto Sinodo non avevano costituito
un vero canone nelle cose di disciplina, laonde si congregava un
Concilio, perchè ne ponesse il fondamento[230].

Cento e due leggi vi furono promulgate ed approvate, e vi si
sottoscrivevano anche i nunzî del Papa. Ma l’occhio acuto di Sergio,
cui quegli articoli erano trasmessi a Roma acciò li confermasse, vi
discerse dottrine pericolose, come erano la condanna del celibato dei
preti e dei diaconi, la proibizione dei digiuni del sabato, ed altre
statuizioni a quel tempo tenute di grave importanza. Egli rifiutava
di accedervi e vietava che gli articoli si publicassero. Allora
l’Imperatore spediva un suo officiale ragguardevole a Roma, affinchè
conducesse a Bisanzio due dei più illustri prelati, che furono il
Vescovo di Porto e il Consiliario pontificio.

Poichè i Romani avevano tollerato quel fatto senza resistenza, credeva
Giustiniano di poter osare di più; laonde spediva a Roma il suo
protospatario Zaccaria, col comando di trarre prigione il Pontefice
stesso. Ma i tempi di Martino erano passati per sempre; la dominazione
bizantina toccava una sconfitta morale non soltanto a Roma ma in tutta
Italia, e ciò dimostrava che essa qui non avrebbe potuto più lungamente
tener alta la sua podestà. Appena il legato imperiale era partito
per Roma affine di dare eseguimento al comando del signor suo, tosto
l’esercito tutto di Ravenna sorgeva, e con esso quello del Ducato della
Pentapoli e di tutte le altre terre che stavano fra Ravenna e Roma:
nè già per assecondare i disegni di Bisanzio, ma sì per difendere il
Papa. È questa la prima volta che vien fatta particolarmente menzione
dell’esercito di Ravenna; nè lo troviamo più costituito di mercenarî
greci, ma milizia cittadina animata di spiriti italiani d’independenza:
ed è pure la prima volta che si parla del Ducato della Pentapoli, ossia
del territorio delle cinque città marittime di Ancona, di Sinigaglia,
di Fano, di Pesaro e di Rimini.

Le milizie di que’ paesi giungevano dunque su Roma, dove era già
arrivato il Protospatario; costui dava ridicolmente comando che si
serrassero le porte della Città, indi riparava nella camera da letto
del Papa cercandovi asilo. Entrati in Roma, i Ravennati cingevano il
Laterano, e con gran clamore di grida chiedevano di vedere il Papa,
perocchè corresse voce che nottetempo fosse stato rapito e messo su di
una nave. Il palazzo era chiuso; dentro v’era il Papa, e il Bizantino
appiattato sotto il letto di lui. Può essere che a quello spettacolo
miserevole tornasse al pensiero di Sergio la ricordanza del suo
antecessore Martino I, la cui sorte infelice ora ne riceveva vendetta.
Il Papa confortò lo Spatario dandogli fede che non gli sarebbe pur
torto un capello, indi si fe’ vedere al popolo ed all’esercito che
erano innanzi al Laterano e che l’accolsero con voci di gioia[231].
Benedisse ai suoi liberatori e ne acchetò le ire; e il Legato imperiale
abbandonò Roma fra le fischiate e i lazzi del popolo.

Il giorno in cui quell’avvenimento si compiè, fu uno dei più memorandi
nella storia de’ Papi che fino a questo punto abbiamo percorso; d’un
tratto significava a che grado di potenza e di favore nazionale fosse
giunta la loro autorità. Quella potenza era il risultamento di un’opera
lavorata alla cheta e nel silenzio; era il frutto dell’energia con
cui i Pontefici, ausiliati da’ vescovi e da’ monaci, avevano riunito
le province d’Italia in un accentramento ecclesiastico, e le avevano
assoggettate alla Sede santa di Roma; era la conseguenza della lunga
lotta dogmatica che aveva armato Occidente contro Oriente, e delle
ingerenze violente degli Imperatori bizantini nelle cose della Chiesa
romana. La spedizione dei Ravennati a Roma non si spiegherebbe però
tanto facilmente, se a cagionarla non avessero cooperato alcune ragioni
tutt’affatto speciali. Ed invero, sotto di Leone II, fra i due Vescovi
di Ravenna e di Roma era avvenuta riconciliazione sincera, e allorchè
poi quei fatti accaddero (nell’anno 692 o nel 694) era arcivescovo
Damiano, uomo tutto fervido dell’amore di pace. Oltracciò, il popolo
di Ravenna era acerbamente irato contro la signoria bizantina, e già
meditava rivolta.

Sembra che un Ravennate illustre, di nome Giovanniccio, fosse allora
primo fra i cospiratori. Il vasto sapere di lui, segnatamente nella
lingua greca, avevalo raccomandato al riguardo di Teodoro esarca; ne
era divenuto secretario, e più tardi era stato chiamato ad un officio
nella corte di Bisanzio. Giovanniccio, onorato come un portento di
dottrina ed ammirato anche come poeta, tornava a Ravenna forse perchè
era caduto in disgrazia: ben presto vedremo che Giorgio figlio di
lui si poneva alla testa dei Ravennati sollevati. Un rivolgimento a
Bisanzio precedette questa ribellione dell’Esarcato, avvegnachè il
crudele Giustiniano fosse balzato dal trono da Leonzio nell’anno 695:
lo si strascinò nell’ippodromo, dove con brutalità tutta bizantina
gli si mozzarono il naso e le orecchie. A quella sollevazione militare
si erano associati anche dei cittadini di Ravenna, nè Giustiniano sel
dimenticò[232].




CAPITOLO SETTIMO.


§ 1.

San Pietro. — Pellegrinaggi a Roma. — Re Caduallo riceve il
battesimo in Roma nel 689. — I re Corrado e Offa si fanno monaci. —
Sergio abbellisce le chiese con doni votivi. — Sepolcro di Leone I
nell’interno del san Pietro.

Cresceva frattanto nell’Occidente la reverenza a Roma dacchè stava a
capo della Chiesa, e s’aumentava la venerazione all’apostolo Pietro
ed a’ succeditori suoi nella sedia apostolica. La mitica tomba del
povero pescatore di Galilea, collocata entro la basilica splendente
d’oro, s’era fatta poco a poco santuario di tutto l’Occidente. Al
tempo di Prudenzio i Barbari non avevano incominciato ancora a muovere
d’oltralpe e d’oltremare alle tombe di Roma, ma dopo la metà del secolo
settimo la Città era visitata da migliaia di pellegrini che venivano
di contrade remote, di Gallia, di Spagna e di Bretagna. Roma di bel
nuovo era divenuta la meta e la ansiosa brama di tutti i popoli;
sennonchè il bisogno che qui li traeva era ben differente da quello che
gli animava in antico. Se Seneca, che ebbe descritto facondamente la
forza magnetica che attirava a Roma tutti gli uomini, avesse potuto nel
secolo settimo o nell’ottavo levare il capo dal suo sepolcro, la parola
sarebbe venuta meno al suo labbro per grave meraviglia[233]. Il fervore
dei popoli per venire a Roma durava, ma di desiderio terreno s’era
tramutato in desiderio celeste. Reliquie della morte erano la pietra
calamita che fra disagi e stenti indicibili qui traeva pellegrini di
terre lontane, lontane; loro meta era un sepolcro, loro ricompensa una
preghiera che innanzi a quello recitavano, una reliquia, una speranza
di paradiso venturo. Allorchè quei pellegrini scorgevano in vista Roma
cadevano ginocchioni come innanzi ad un eden di tutte le felicità; e
col canto degli inni scendevano alla Città sospirata per cercare le
case dove trovavano ricovero, e sacerdoti e uomini del loro paese che
la lingua loro parlavano e che li guidavano a visitare le chiese e le
catacombe. Reduci alle terre natie, eglino erano altrettanti missionarî
di Roma, diffondevano racconti meravigliosi delle bellezze della santa
Città, infiammavano altrui del desiderio di vederla, procacciavano la
unione dell’Occidente e del Settentrione con Roma, e, più efficacemente
che le relazioni politiche, giovavano a incatenare i popoli alla «madre
dell’uman genere.»

Più specialmente, erano gli Angli di fresco convertiti, che l’ardore
della fede strascinava a Roma. Ammirazione caldissima quivi destava,
nell’anno 680, Caduallo, re dei Sassoni occidentali. Dopo guerre
sanguinose che egli aveva combattuto contro gli Scoti, quel giovine
eroe rimetteva mestamente la sua spada nel fodero e s’imbarcava per la
remota Roma affine di ricevervi il battesimo di mano del Pontefice. Un
tempo i Romani erano stati avvezzi a vedersi innanzi i Re delle terre
estreme di Asia tratti in trionfo come pantere colte al guinzaglio, o
a vederseli comparire a giudizio in atto di vassalli supplichevoli;
adesso i loro nepoti miravano di bel nuovo per la prima volta un
barbaro Re straniero nella loro Città, ma questi era condotto dal
Papa con pompa di trionfo al battistero del Laterano. Ivi, nel sabato
santo, il chiomato Caduallo entrò avvolto in bianche vestimenta, col
cereo acceso nella mano, e dal mitico bacino in porfido di Costantino
ricevette battesimo e nome di Pietro. Sia che lo scotesse di terrore
la ceremonia inusata, sia che pel clima nuovo infermasse, il mansueto
eroe sassone moriva tosto dopo, addì 20 di Aprile, ch’era la domenica
in albis. I Romani gli composero sepoltura nell’atrio del san Pietro,
e vi posero un’iscrizione magniloquente che ancor ci è conservata.
Essa dice: Caduallo, dagli estremi confini della Bretagna, per mare e
per genti e per terre varie venne alla città di Romolo ed al venerando
tempio di Pietro ad offrirvi suoi mistici doni; abbandonò dovizie e
trono e reame possente e i suoi figli e i trionfi e le ricche prede; e
gli avi, le città, le castella, i patri lari lasciò per amore di Dio,
per mirare, ospite regale, Pietro e la sede di Pietro: e alla fine il
terrestre regno cambiò con quello de’ cieli[234].

Il pellegrinaggio di Caduallo rivelava per Roma tutto intero
l’avvenire, l’assoggettamento dell’Occidente germanico alla podestà
spirituale del Pontefice. Il pio esempio trovò imitatori, chè solo
vent’anni dopo due altri Re anglosassoni venivano a Roma, Corrado
di Mercia e Offa di Essex. Spogliandosi con isdegno degli onori e
delle ricchezze, al paro dei primi confessori di Cristo, questi due
giovani Principi venivano a Roma non per ricevervi il battesimo,
chè cristiani già erano, ma per cambiare la porpora nella tonaca
monacale. Per la prima volta Roma vedeva dei Re prostrati a’ piedi
di san Pietro per chiedere un saio da frate. Le loro chiome copiose e
lunghe cadevano recise sotto le forbici, e dedicavansi all’Apostolo;
la loro giovinezza regale si seppelliva per sempre sotto la bianca
cocolla monastica, e i Principi dell’isola eroica di Arturo si
reputavano felici di confondersi in mezzo alla turba de’ frati oscuri
che vivevano in un convento presso la chiesa di san Pietro; felici
erano di trovare nell’atrio della basilica una tomba, e nel cielo un
seggio fra i beati[235]. Di tal guisa la Chiesa accoglieva in sè il
fervore giovanile del Settentrione, e magnificava l’abnegazione di
quei Re, portandola in esempio ad altri Principi; e Roma a poco a poco
raccoglieva nelle vicinanze del Vaticano una colonia di Sassoni.

Quei Re penitenti non venivano a mani vuote, ma, oltre al sacrificio
dell’anima loro, offerivano a san Pietro anche buona copia d’oro: i
donativi dei pellegrini, dei penitenti e dei fedeli dell’Occidente
affluivano ogni anno più abbondevolmente a Roma, e i Papi se ne
giovavano per adornare le loro chiese di splendore magnifico ognor
più. Sergio dotava la maggior parte delle basiliche di preziosi
arredi. L’arte, per lo meno quella dei mosaicisti e dei lavoratori di
metalli, non posava mai della sua operosità, e la accuratezza faticosa
di questi artisti romani gareggiava con quella dei bizantini. Perfino
gli aurei incensieri (_thymiamateria_) adornavansi di colonne; e ai
ciborî, ossiano tabernacoli degli altari dove si riponeva il calice,
davasi forma di piccoli tempietti con colonne di porfido o di marmo,
che sostenevano una cupola coperta d’oro e seminata di gemme[236].
Sergio edificava a papa Leone I un sepolcro, di cui conserviamo
l’iscrizione[237]; e quella tomba era la prima che dentro la soglia del
san Pietro si collocasse. Infatti, innanzi a questo tempo, i Pontefici
avevano avuto sepoltura o nei cimiteri fuor delle porte, oppure anche
nell’atrio della basilica Vaticana; ma dopo che Sergio, nell’anno 688,
deponeva nella croce della navata la salma di Leone Magno e sulla tomba
di lui erigeva un altare, i Papi più venerati ebbero sepolcro e culto
nella chiesa di san Pietro: nel tempo stesso si abbandonò la norma
originale e conforme allo spirito del Cristianesimo, secondo cui le
chiese avevano avuto un solo altare.


§ 2.

Giovanni VI papa nel 701. — Teofilatto esarca viene a Roma. —
Le milizie italiane s’avanzano fin sotto le porte della Città. —
Restaurazione del monastero di Farfa nella Sabina. — Gisulfo II
di Benevento entra nella Campagna. — Giovanni VII papa nel 705. —
Giustiniano II recupera il trono di Bisanzio. — Oratorio di Giovanni
VII nel san Pietro. — Leggenda del sudario della Veronica. — Si
restaura Subiaco.

Dopo una vacanza di due mesi appena a papa Sergio succedeva nel
pontificato Giovanni VI, addì 30 dell’Ottobre 701. Imperatore era
allora Tiberio Apsimaro, che quattro anni prima aveva precipitato dal
trono l’usurpatore Leonzio. Non conosciamo quali ragioni lo inducessero
ad ostilità contro Roma; fatto è, e questo solo sappiamo, che egli vi
spediva di Sicilia l’esarca Teofilatto, e che tosto le milizie delle
province italiane si avanzavano fin sotto la Città[238]. Nei Latini
s’era svegliato il sentimento di nazione, e la signoria de’ Bizantini
volgeva al suo termine. Le soldatesche ponevano campo fuor delle mura
di Roma, di dentro il popolo si commoveva a tumulto, ma il Papa salvava
l’Esarca, dava comando che si serrassero le porte, e i legati di lui
inducevano gli Italiani a ritirarsi di Roma[239]. Il comportamento del
Pontefice dimostra a manifeste note quanta era la previdenza con cui
operava. I Papi di quel tempo non avevano ancora podestà temporale,
sebbene già esercitassero sulle cose d’Italia un’influenza maggiore di
quella che possedevano gli Esarchi. Del continuo protestavano sè essere
sudditi dell’Imperatore, e con prudente mediazione s’interponevano in
ogni rivolgimento, pur tenendo ferma l’autorità legittima dello Stato:
avvegnaddio, se troppo si fosse affrettata Italia ad affrancarsi da
Bisanzio, dove era adesso la sede di autorità dell’Impero romano, ne
avrebbero fatto unicamente loro pro i Longobardi, i quali giusto allora
minacciavano di bel nuovo Roma.

Sotto l’influenza della mitezza e della cultura d’Italia, si era
gradatamente mansuefatta la rozzezza selvaggia di quel popolo:
convertiti dall’Arianesimo alla fede cattolica, i suoi principi, i
suoi ottimati, i suoi vescovi erano divenuti zelatori fervidissimi del
culto romano. Edificavano chiese e conventi molti, entro i quali monaci
longobardi davano opera allo studio delle scienze. Sullo spirare del
secolo settimo la pietà longobarda restaurava anche il celebre convento
di Farfa, che un tempo aveva subìto pari sorte di quello di Monte
Cassino. Faroaldo, duca di Spoleto, era il più operoso a promuovere
la riedificazione di questa abazia, la quale, quantunque situata
nella Sabina romana, tuttavolta apparteneva al Ducato longobardo di
Spoleto[240], i cui Duchi per vero erano a Roma meno pericolosi di
quelli di Benevento.

Ci sono ignote le cause che inducevano il possente Gisulfo II, duca
di Benevento, ad entrare violentemente nella Campagna: correva allora
il secondo oppure il terzo anno del pontificato di Giovanni VI. Ivi
occupava Sora, Arpino e Arce; devastava, mettendolo a ferro e a fuoco,
tutto il territorio che il Liri bagna, e poneva campo nel luogo detto
_Horrea_, finchè Giovanni con ricca moneta di riscatto inducevalo a
ritirarsi. Il possesso delle nominate città era controverso, come suole
avvenire di luoghi posti ai confini; sembra che neppure più tardi si
reputassero appartenenti al Ducato di Benevento; e quando Gisulfo
le conquistava, molto probabilmente erano comprese entro i limiti
del territorio bizantino, sia che stessero sotto il reggimento del
Ducato romano, sia che, al pari di Terracina e di Gaeta, obbedissero
al patrizio di Sicilia[241]. Paolo Diacono denota Sora assolutamente
qual città dei Romani; e sotto il nome di questi, Paolo, al pari di
Procopio, intende sempre i Greci[242]. Il Lazio antico dalla sponda
sinistra del Tevere, giungeva entro terra ferma fino al fiume Liri, e
oltr’esso fino alle città finitime anzidette; dalla parte di mare poi
si stendeva fino a Terracina.

Anche in questa occasione ci è dato di scorgere che non si fa pur motto
nè di Duce imperiale, nè di Senatori che in Roma fossero; ma è ancor
sempre il Pontefice che opera in vece di un comandante greco, che col
mezzo dei preti suoi tratta della pace, che col tesoro della Chiesa
la ricompra. Giovanni VI passava di vita nel Gennaio dell’anno 705,
e lasciava la sedia di Pietro al figlio di un greco Platone, che fu
ordinato papa addì 1 di Marzo, sotto nome di Giovanni VII.

Durante il reggimento di questo Pontefice si affermarono relazioni di
pace coi Longobardi. Re Ariberto giungeva perfino a restituire alla
Chiesa romana con solennità di documento i beni nelle Alpi Cozie,
dei quali i predecessori di lui avevano preso possedimento[243].
Il documento di donazione scritto in caratteri d’oro, ed è uno dei
più antichi di quella maniera, era spedito a Roma. Minacciose di
pericolo invece si facevano le relazioni con Bisanzio, perocchè
qui nell’autunno dell’anno 705 avvenisse al detronizzato imperatore
Giustiniano II di ricuperare lo impero. Dal Chersoneso, ove era vissuto
nell’esiglio, egli rompeva il confino impostogli, e coll’aiuto dei
Bulgari s’impadroniva di Costantinopoli. E qui ora si dissetava nel
sangue dei suoi nemici, che a migliaia faceva impalare, decapitare o
accecare. Il terribile Rinotmeto (così l’appellarono i Greci dacchè
gli era stato mozzo il naso)[244] aveva appena recuperato il trono,
che gli sovveniva ricordanza dei decreti del concilio Trullano, e per
mezzo di due Vescovi metropolitani gli spediva a Roma, chiedendo che
il Papa li sottoscrivesse. Giovanni per fermo niegava di farlo, ma la
censura degli uomini ortodossi lo colpiva, perocchè non avesse avuto
coraggio di condannare quegli articoli che erano contrarî ai canoni.
E il Biografo di lui scorgeva in ciò perfino la causa della sua rapida
morte, che avveniva nell’Ottobre del 707.

A Giovanni VII si dà vanto di avere eretto in Roma alcuni edificî, che
in parte si associano a meravigliose leggende della Città. Una cappella
erigeva nel san Pietro, e la faceva tutta coprire di musaici[245],
i quali, sebbene fossero di rozzo e barbarico lavoro, riuscirono
allora oggetto di grande ammirazione: ebbero fama del più bel decoro
della cattedrale, ed invero sono la più egregia opera dell’arte in
quell’età. Nel mezzo era la imagine della Vergine di stile prettamente
bizantino[246]; alla sua destra stava la figura del Papa; aveva il
capo racchiuso nella cornice quadrangolare, e teneva nelle mani il
disegno della cappella: oggidì ancora nelle Grotte del Vaticano si
vede l’avanzo di quella figura e se ne legge la iscrizione antica[247].
Anche le pareti dell’oratorio erano adorne di musaici; v’era istoriata
la predicazione di Pietro in Gerusalemme, in Antiochia e in Roma,
la caduta di Simon Mago, la morte dei santi Pietro e Paolo, e v’era
inoltre rappresentato tutto il ciclo della storia del Redentore dalla
nascita fino alla sua discesa nel Limbo. La fattura di quei musaici
già accennava ad un profondo decadimento, ma l’idea di adornare di
musaici un’intera cappella, e di istoriare il dramma del Cristianesimo
in una serie di figure e di quadri, per quel tempo barbarico era
sì ardita, che per ciò solo è meritevole dell’attenzione nostra. Ci
rimangono ancora delle reliquie di questi musaici di Giovanni VII,
un tempo sì celebri. Quando nell’anno 1639 la cappella di lui, dopo
la durata nientemeno che di novecent’anni, fu atterrata, un quadro in
musaico ne fu levato e trasferito a santa Maria in Cosmedin, dove quel
monumento venerando, che conta più di undici secoli di vita, fu infisso
nel muro della sacrestia. Quantunque rozzi ne siano il disegno e il
lavoro, tuttavia esso reca i tratti di una pia semplicità e della fede
fanciullesca di un’età, di cui noi a mala pena riusciamo a comprendere
l’indole[248].

È voce che Giovanni VII deponesse nella sua cappella il così detto
sudario della Veronica. Nel secolo decimo ivi si venerava quella
reliquia favolosa, e certo già da gran tempo[249]. Oggidì ancora nelle
Grotte del Vaticano si legge un’iscrizione di Giovanni VII, che alla
Veronica si riferisce; e poichè nel medio evo quella pezzuola era
stimata gioiello della Città sopra ogni altro prezioso, ci è duopo qui
narrarne la leggenda[250].

Tiberio, infermo di lebbra insanabile, chiamava a sè un giorno i
Senatori, diceva voler cercare suo rifugio nella virtù del cielo,
perocchè vana gli fosse l’arte degli uomini; soggiungeva aver udito
che era in Gerusalemme un mago divino nominato Gesù; volere che questi
a Roma gli si adducesse. Laonde comandava a Volusiano patrizio, di
recarsi a Gerusalemme e di supplicare con forme orrevoli il gran
medico Gesù affinchè lo seguisse a Roma alla corte dell’Imperatore.
Stagioni tempestose ritardavano di un anno l’arrivo del legato a
Gerusalemme, e quando ei finalmente vi giungeva, Pilato gli diceva che
deplorava di non essere stato ammonito per tempo degli intendimenti
dell’Imperatore, avvegnachè gli Ebrei avessero già fatto morire sulla
croce l’incantatore. Volusiano con grande sbigottimento dell’animo si
persuase della impossibilità di condurre a buon risultamento l’incarico
del suo signore, ma fu lieto di poter avere almeno un’imagine di Gesù,
chè una pia donna Veronica aveva colla sua pezzuola asciugato il sudore
che inondava il volto del Redentore curvo sotto il peso della croce,
e il Salvatore, in gratitudine della pietosa cura, aveva impresso sul
lino l’effigie del suo volto[251]. Volusiano condusse a Roma Veronica
colla imagine, e sulla stessa nave trasse anche Pilato carico di
catene. Come fu giunto innanzi a Tiberio, questi condannò Pilato ad
esiglio perpetuo nella città di Ameria, indi fece recare innanzi a
sè il sudario, e, appena l’ebbe rimirato, scoppiò in pianto, e vi si
prostrò innanzi orando, e tosto la lebbra scomparve. Fornì Veronica
di ricchezze, e il sudario contornò d’oro e di gemme e nel suo palazzo
conservò. Tiberio visse nove mesi ancora, con preci continue onorando
Cristo e l’imagine di lui.

Questa celebre leggenda è nel numero di quelle che associano al
Cristianesimo i fatti degli Imperatori pagani di Roma. Ad Augusto,
sotto il cui reggimento il Salvatore era nato, si collegava una delle
più belle leggende della Città, di cui in appresso discorreremo;
e Tiberio, crudele succeditore di lui, nell’età del quale Gesù fu
crocifisso, diventò così parimenti soggetto di una leggenda. Questa
per origine fu all’altra anteriore, poichè nei suoi tratti principali
esisteva già al tempo di Eusebio e di Tertulliano. È poi incerto
il tempo in cui si inventò il racconto che Tiberio, dopochè ebbe
ottenuto guarigione portentosa da quel sudario, ordinasse che Cristo
fosse venerato fra gli Dei di Roma. Il Senato, narra quella leggenda,
rifiutava obbedienza all’Imperatore, ed anzi promulgava un decreto
solenne con cui bandiva della Città tutti i Cristiani; alla qual cosa
Tiberio montava in furore e faceva mettere a morte molti Senatori.
Può essere che la leggenda appartenga al secolo duodecimo; però già in
sugli anni primi del secolo quinto, Orosio vescovo, al quale non era
giunta ancora contezza della storia del sudario, scriveva che Tiberio
s’irritava siffattamente dell’audacia con cui il Senato rifiutava di
proclamare Cristo un nume, che di principe mitissimo si tramutava in
tiranno efferato[252].

La leggenda romana aggiungeva qualche appendice alla storia del
sudario. Ed invero Veronica, dopo la morte di Tiberio, recuperava
il possedimento del suo tesoro, e quando moriva, dopo aver campato i
suoi cento anni, ne lasciava erede il vescovo Clemente. I succeditori
di questo custodirono con gran cura quella santa reliquia, finchè
Bonifacio IV la deponeva nel Panteon[253], e finalmente Giovanni VII
la trasportava nella sua cappella di san Pietro, ove fu conservata in
un tabernacolo di marmo. Tale è il racconto che correva in Roma del
sudario della Veronica.

Giovanni VII ad ogni modo fu benemerito della Chiesa assai più, in
grazia della sua restaurazione di un celebre convento nella Campagna.
Anche l’abazia dei Benedettini di Subiaco, fondazione antichissima di
Benedetto, aveva avuto la sorte istessa della sua colonia di Monte
Cassino. Essa era stata distrutta dai Longobardi nell’anno 601, e i
suoi monaci s’erano trasferiti nel convento di sant’Erasmo sul monte
Celio. Per più di cento anni Subiaco restava deserto, finchè Giovanni
VII rinnovellava quell’abazia[254].


§ 3.

Sisinnio papa nel 707. — Costantino papa nel 708. — Castigo inflitto
a Ravenna. — Il Pontefice va in Oriente. — Supplizî in Roma. — Indole
dei Ravennati. — Sollevazione di Ravenna sotto di Giorgio. — Prima
federazione di città in Italia. — Filippico Bardane imperatore nel 712.
— I Romani gli rifiutano omaggio. — Ducato e Duce di Roma. — Guerra
civile in Roma. — Palazzo de’ Cesari. — Anastasio II imperatore nel
713. — Costantino muore nel 715.

Sisinnio, siro di nascita, succedeva a Giovanni nel pontificato, ma per
il breve giro di venti giorni. Morte gli impediva di dar eseguimento
al glorioso disegno che volgeva in mente di restaurare le mura della
Città, le quali erano nel massimo decadimento.

Costantino, succeditore di lui e come lui siro di nazione, uomo destro
nelle faccende e fornito di energia robusta, fu consecrato addì 25
del Marzo 708. Avvenimenti di notevole gravità illustrarono il suo
pontificato che ebbe la durata di sette anni. Nel 709 un’orribile
sventura colpiva Ravenna; chè l’Imperatore compieva allora sue vendette
contro quella città che aveva giurato di punire. Veniva di Sicilia a
quel porto il patrizio Teodoro con un’armata; i nobili ravennati e i
più illustri del clero erano tosto strascinati sulle navi e carichi di
catene, indi i Greci scendevano a terra. Con ira di barbarie furibonda
mettevano a sacco e a fuoco Ravenna; un gran numero di cittadini
trucidavano; i più ragguardevoli il Patrizio traeva prigionieri a
Bisanzio innanzi al trono dell’Imperatore, e Giustiniano comandava
che fossero messi a supplizio. Fra queste vittime dell’ira sua fu
pure Giovanniccio, condannato ad esser seppellito vivo in un muro; il
celebre Ravennate era tratto per le vie di Costantinopoli, e il boia
lo precedeva proclamando la pena crudele che doveva espiare[255]. Il
suo compagno di prigionia, l’arcivescovo Felice, era accecato, indi
esiliato nel Ponto[256].

L’orrenda sorte di Ravenna metteva in grave trepidanza le province
d’Italia e cresceva odio contro Bisanzio. Già fin d’allora le città
avrebbero potuto scuotere il giogo dei Greci, se fossero state fra sè
unite, e se la paura dei Longobardi non le avesse poste in sospetto.
Roma stessa si commosse a dolore per la ruina della sua rivale, ma
il Papa ne trasse qualche profitto, e l’Imperatore stesso si vide
costretto a guadagnarselo con amichevoli cortesie. Giustiniano anzi
lo invitava ad andare a Costantinopoli per definire la controversia
tuttavia pendente sugli articoli del sinodo Trullano. Ancor sotto il
terrore destato dal castigo inflitto a Ravenna, il capo della Chiesa
romana obbediva al cenno dell’Imperatore; rimpiangendo il suo amaro
destino, Costantino s’imbarcava in Porto addì 5 dell’Ottobre 710,
e con sè conduceva alcuni dei più illustri ottimati della Chiesa,
Niceta vescovo di Silva Candida, Giorgio vescovo di Porto e parecchi
cardinali e officiali del palazzo pontificio. È prezzo dell’opera
di accompagnarlo nel suo viaggio, per conoscere la via che allora si
seguiva per andare da Roma a Costantinopoli. Il Papa col suo corteo
per Napoli moveva a Sicilia, forse a Messina, indi a Reggio, a Cortona
e a Gallipoli. In Otranto svernava; poi, nella primavera, il Papa
riprendeva il suo cammino percorrendo le coste di Grecia, quindi
veleggiava all’isola di Ceo, e di là a Bisanzio. In tutti i luoghi
percorsi nel viaggio il magistrato aveva ordine di accogliere con
onoranza il Vescovo romano; dalla città capitale uscivano a dargli il
benvenuto Tiberio figlio dell’Imperatore alla testa del Senato e Ciro
patriarca a capo del clero. L’ultimo Pontefice che Bisanzio vide entro
le sue mura tenne il suo ingresso a cavallo, coperto il capo della
mitra; e fu albergato nel palazzo di Placidia[257].

L’Imperatore trovavasi allora a Nicea in Bitinia, e Costantino
ossequiente, senza frapporre dimora, era costretto a lasciare la
città capitale, e a partirsi per Nicomedia, dove con lui s’incontrava
Rinotmeto, mostro di crudeltà tutto grondante di sangue, agli occhi
del popolo si purificava dei suoi delitti con abbracciamenti del
Papa, colla confessione e colla comunione; ma ciò di cui nelle
loro conferenze si trattasse non si racconta[258]. Sembra tuttavia
che finissero a intendersela bellamente; chè l’accorto Costantino
tornava di Oriente nell’autunno del 711 colla conferma di tutti i
privilegî della Chiesa romana. Allorquando, simile a Gionata riuscito
a salvamento, toccò terra a Gaeta, trovò ivi molti sacerdoti e
ottimati romani che s’erano affrettati d’irgli incontro a salutarlo. E
giubilanti lo ricondussero a Roma, dove fece il suo ingresso addì 23 di
Ottobre, dopo un’assenza che s’era prolungata un anno intero.

Allora gli diedero contezza dei fatti spaventosi che erano occorsi
durante la sua lontananza. Chè, tosto dopo la partita di lui, era
venuto a Roma Giovanni Rizocopo esarca, aveva incarcerato alcuni degli
officiali più illustri della Chiesa, e senza inquisizione gli aveva
mandati al supplizio. Qual fosse il motivo della persecuzione non
penetriamo; poichè però l’Esarca, appena avvenute quelle esecuzioni,
partivasi per Ravenna dove moriva, ci sembra che la cosa dovesse aver
qualche legame colla ribellione di Ravenna.

Questa città sventurata, indotta dalla disperazione delle sue sorti,
s’era alzata a rivolta, e aveva scosso il giogo dei Bizantini. Quello
di Ravenna era un popolo fervido di passioni focose e di costume
fanatico; e pare che in esso gli spiriti fieri del medio evo, causa
forse le strette relazioni in cui era con Bisanzio, si manifestassero
più presto che nelle altre città d’Italia. Ne offre una prova ciò che
Agnello, cronista suo, racconta dei giuochi che erano sollazzo di quei
terrazzani. Ogni domenica, così egli narra, nobili e popolo minuto,
grandi e piccoli, uomini e donne, solevano uscire delle porte, per
contendere gli uni contro gli altri nella lotta. Divisi erano in due
fazioni, quella di Porta Tiguriense e quella della Postierla o _Summus
Vicus_; pugnavano con fionde, i fanciulli giocavano ai dischi[259]. I
giuochi partorivano battaglia a vita e a morte. Una domenica che quelli
della Postierla più deboli lasciavano il terreno coperto di loro morti
e di loro feriti, i vinti concepirono un disegno infernale di vendetta;
finsero di volersi rappacificare con gran solennità, e invitarono i
Tiguriensi a celebrare la novella amicizia nella basilica Ursiana.
Ogni uomo quindi adduceva ospite alle sue case uno dei rivali, ivi lo
pugnalava e con gran segreto trasportava via il cadavere. Ciascun si
chiedeva dove fossero iti tanti cittadini scomparsi; si serravano i
bagni e le botteghe, si sospendevano gli spettacoli pubblici; le vedove
e gli orfani correvano per le vie con gemiti e pianti, si strappavano
il crine e gli abiti, e si percotevano il viso. Trascorse una settimana
intera in quel duolo; Damiano vescovo ordinò che tutto il popolo
vestito di sacco e asperso di cenere movesse a litane solenni[260]; e
lo Storico ravennate racconta che allora la terra si spalancò e furon
visti i cadaveri dei traditi. Gli assassini furono trucidati; la rabbia
della vendetta li colpì fin nelle loro donne e nei bimbi; il quartiere
della Postierla fu distrutto, e a vitupero eterno gli fu imposto nome
di quartiere dei malandrini.

Questi casi avvenivano in sullo scorcio del secolo settimo; e gli
abbiamo narrati soltanto affine di mostrare con un esempio, che già fin
d’allora era scoppiata quell’ira di parti cittadine che fu carattere
proprio del medio evo in Italia[261].

Ravenna insorgeva nell’anno 710. La ribellata città eleggeva a capo
suo Giorgio, l’ardimentoso figlio di quel Giovanniccio che era stato
fra supplizî ucciso a Bisanzio; e già con linguaggio dell’età di mezzo
lo si può chiamare «capitano del popolo.» Divise egli tutta Ravenna in
dodici gonfaloni o bandi, dai vessilli sotto i quali si riunivano le
milizie della città, e vi diè questi nomi: Ravenna, Bando Primo, Bando
Secondo, Vessillo Nuovo, Invitto, Costantinopolitano, Fermo, Lieto,
Milanese, Veronese, Vessillo di Classe, e la schiera dell’Arcivescovo
col clero e coi servi della Chiesa. Questa partizione militare ivi
continuò ancora ad esistere nel secolo nono, nè v’ha dubbio che una di
simile si costituisse anche a Roma, in corrispondenza alla divisione
della Città per regioni[262]. Giorgio in pari tempo riusciva a formare
la prima federazione di città di cui abbiamo notizia; chè a Ravenna
si unirono con giuramento di alleanza, Sarsina (_Sarxena_), Cervia,
Cesena, Forlimpopoli (_Forum popilii_), Forlì (_Forum Livii_), Faenza
(_Faventia_), Imola (_Forum Cornelii_) e Bologna (_Bononia_), e cioè
quasi tutto il territorio dell’Esarcato. Questo avvenimento notevole
di una prima lega delle città latine, dalle quali i Longobardi non
avevano potuto massimamente sradicare l’indole di nazione, nè in
particolare avevano potuto bandire il giure romano e la costituzione
municipale romana, diventa quasi l’inizio del medio evo d’Italia;
certo fu questo il primo passo all’independenza comunale di republica.
Sventuratamente qui difettiamo di notizie da parte dei Cronisti di
quell’età; la mozza Istoria di Agnello non fa verbo di più su questa
federazione di città e sulla guerra che essa sostenne contro a’ Greci.
Non v’ha dubbio che quella Storia, se avesse parlato, avrebbe posto
in rilievo il grande ingegno politico di Giorgio, ed avrebbe narrato
che l’esarca Rizocopo fu trucidato nella rivolta. È incerto financo
l’anno di questa sollevazione con cui si chiude un intiero periodo
storico; forse Ravenna si alzava a rivolgimento soltanto allora che
giungevale la nuova della morte di Giustiniano imperatore; e questa
avveniva, come dice il Libro Pontificale, tre mesi dopo che il Papa
aveva fatto ritorno a Roma. Filippico Bardane infatti, verso la fine
dell’anno 711, si era impadronito del trono di Bisanzio; per ordine di
lui il tronco capo del tiranno Giustiniano era mandato in Occidente
perchè di quella vista si allietasse lo sguardo dei Romani[263]; ed
è probabile che il popolo corresse a mirarlo colla stessa curiosità
ottusa con cui, tempo prima, aveva accolto l’effigie coronata d’alloro
di quella testa medesima: così in quegli orribili tempi il teschio
sanguinoso di un Imperatore peregrinava per le province dianzi oppresse
dal suo despotismo, in quello forse che stavasi aguzzando il filo della
mannaia pronta a colpire il capo di colui che erane stato assassino e
succeditore.

Appena che il novello Imperatore, monotelita ed eretico, aveva
indossato la porpora, annullava i decreti del sesto Concilio, e
dalle pareti del palazzo imperiale faceva tor via il quadro che vi
era stato collocato a ricordarne la storia. La teologia dogmatica
era tenuta in quella età d’importanza sì grave e s’ingeriva in tutte
cose profondamente così, che ogni Imperatore novello, tosto dopo
il suo avvenimento al trono, soleva spedire a’ più illustri vescovi
dell’Impero la sua professione di fede ossia i _Sacra_: anche Filippico
pertanto la sua mandava a Roma, ma il Papa e il clero la riprovavano
come ereticale, e su di una parete del san Pietro facevano dipingere
un ampio quadro in cui erano istoriati tutti i sei Concilî ecumenici.
Di questa maniera efficace d’esprimere proteste politiche, anche in
altre condizioni di cose, si usò in Roma nel più tardo medio evo[264].
Tutto il popolo romano s’animava a spiriti di aperta ribellione contro
un Imperatore che aveva osato di negare le due volontà ossia la duplice
natura del Cristo; così esso di bel nuovo sorgeva con dignità di antico
_Populus Romanus_, e decretava di negare omaggio all’Imperatore, di
respingere il suo simulacro e i suoi rescritti, e perfino di escludere
dal commercio la moneta dei solidi coniati della sua effigie, e di
bandire dalle preghiere il nome di lui. Il fervore teologico dava a
Roma un sembiante nuovo. Questo popolo, che finora era parso operoso
soltanto allora che trattavasi di eleggere il Papa, sorgeva adesso da
cittadinanza che statuiva di cose politiche[265]. I nobili, l’esercito
e i cittadini divisi in maestranze, si riunivano a consiglio, e
concordi deliberavano di opporre resistenza al capo dell’Impero. Fino
al Libro Pontificale scappa qui per la prima volta la appellazione di
«Ducato della città di Roma», donde abbiamo a noi dinanzi delineato
tutto il territorio della Città, a destra e a sinistra del Tevere,
che comprendeva la Tuscia romana e la Campagna. E per la prima volta
con questo Ducato appare menzione anche del Duce che ne attendeva al
reggimento[266].

Cristoforo, duce di Roma, vi era stato eletto sotto il reggimento
precedente; il potere gli era adesso tolto dallo Esarca oppure
dall’Imperatore novello, e Pietro era di Ravenna spedito a Roma
nell’officio di lui, affinchè reggesse la cosa pubblica secondo
l’intendimento del nuovo governo. Ma il numero maggiore del popolo
romano protestava di non volere starsi soggetto al Duce dello
Imperatore eretico; la Città si divideva in due fazioni; l’una sotto
il nome di «Cristiani», teneva la parte di Cristoforo, l’altra, che
comprendeva il numero minore ed era condotta da Agatone, aderiva a
Pietro. E qui in mezzo alla tenebra fitta di quell’età occorre di
seguire con intensa attenzione questo tumulto, cui il Libro dei Papi
con parola ampollosa dà il nome antico di guerra civile (_bellum
civile_), perocchè sia un avvenimento importante, nuncio di tempi
nuovi. Tornano in vita memorie dell’antichità già coperte d’obblianza;
le fazioni contendenti vengono alla pugna nella via Sacra, innanzi al
palazzo dei Cesari, e l’antico selciato di quella strada si colora del
sangue degli uccisi: perciò ne è dato di conchiudere che al principio
del secolo settimo esistevano ancora la via Sacra e il Palazzo, ed
anzi dal luogo del combattimento abbiamo buon argomento di credere
che nelle case imperiali fosse la dimora del Duce, avvegnachè senza
dubbio la fazione di Pietro ivi assalisse Cristoforo nella residenza
del governo di Roma per discacciarnelo[267]. Nel palazzo dei Cesari del
resto s’erano compiuti pochi anni prima dei restauri; e, ancora sullo
scorcio del secolo settimo, esisteva la _Cura Palatii Urbis Romae_,
ossia un officiale che doveva provvederne alla conservazione. Quel
ministero, sì altamente apprezzato da Cassiodoro, avea tenuto Platone
padre di Giovanni VII, perocchè a lui ed a Blatta moglie sua vadano
riferite due iscrizioni degli anni 686 e 688, che Giovanni, allora
rettore del patrimonio Appio, poneva a memoria de’ suoi genitori nella
chiesa di santa Anastasia. La prima iscrizione dice che Platone, dopo
che ebbe nel suo officio di preposito dell’antico palazzo di Roma,
restaurata di quello la lunga scalea, era salito alle magioni celesti
del Re sempiterno[268]. La residenza di dominio di tanti Imperatori, il
luogo cui s’erano conversi, come raggi al centro, i destini del mondo;
donde pel corso di alcuni secoli l’umanità intera era stata retta con
sapiente ragione di governo oppure oppressa con giogo vituperevole,
doveva or tosto decadere in oblio profondo: chè già ai tempi di
Carlomagno per le stanze di Augusto e di Trajano vuote di abitatori,
batteva la tarda ala il gufo, come oggi avviene, e, come al dì d’oggi,
in mezzo a quei ruderi il monaco piantava alberi d’olivo.

Sopravveniva una processione di preti tenenti in mano gli evangelî
e i crocifissi, e separava i combattenti. La prudente arte politica
dei Papi prendeva a legge di non mescolarsi nelle fazioni, ed anche
adesso il Papa non s’ingeriva che al solo scopo di mettere la pace;
e quantunque il partito dei «Cristiani» avesse potuto schiacciare
senza fatica i suoi avversarî, ei gli comandava di ritirarsi: così
tacitamente si conchiudeva una tregua, finchè pochi giorni appresso
veniva di Sicilia la novella che Filippico Bardane era stato
precipitato dal trono e orbato degli occhi.

Anastasio II, segretario di palazzo, aveva compiuto prosperamente
quel rivolgimento nel dì 4 del Giugno 713, e s’era fatto gridare
imperatore. Ne discende pertanto che i torbidi di Roma avevano durato
quasi un anno e mezzo. Ora erano del tutto composti a quiete; il nuovo
Imperatore qualche tempo dopo mandava il patrizio Scolastico da esarca
in Italia, e gli affidava la sua professione di fede ortodossa affinchè
la consegnasse al Vescovo romano. Il nuovo Vicerè la recapitava al
Papa in Roma, ed i Romani, forse perchè Cristoforo era morto o s’era
palesato inetto all’officio, si acconciavano a tenersi per duce Pietro,
dopo che egli aveva promesso di non prender vendetta di alcuno dei suoi
avversarî[269].

A questo tempo il Libro dei Papi pone fine alla biografia di
Costantino. Egli passava all’altra vita nel dì 8 dell’Aprile 715:
combattè con buona fortuna per la fede ortodossa di Roma, e fu valente
predecessore di Pontefici maggiori, sotto ai quali Roma si liberò del
giogo dei Bizantini.




LIBRO QUARTO.

DAL PONTIFICATO DI GREGORIO II NELL’ANNO 715 ALLA INCORONAZIONE DI
CARLO IMPERATORE NELL’ANNO 800.




CAPITOLO PRIMO.


§ 1.

Gregorio II sale al pontificato nel 715. — Indole e operosità di
Gregorio. — Bonifacio converte la Germania. — Leone l’Isaurico. — Culto
delle imagini dei Santi in Oriente e in Occidente. — Statua di bronzo
del san Pietro in Vaticano.

Dopo la successione di sette Papi di origine greca o assira, Gregorio
II fu il primo dei Romani che salisse alla cattedra di Pietro. Il
vecchio nome romano di Marcello padre di lui, desta la ricordanza del
tempo antico, e ci fa credere ch’egli discendesse di illustre stirpe
patrizia. Manifesto è che il popolo eleggeva a pontefice un uomo
di nazione romano, per muovere opposizione a Bisanzio. Gregorio, da
diacono, era stato col suo predecessore Costantino a quella corte,
dove, nelle disputazioni sugli articoli del sinodo Trullano, s’era
conquistato gloria di erudizione, di eloquenza e di animo coraggioso.
Fu fatto papa addì 19 Maggio 716, nel terzo anno dell’impero di
Anastasio.

Il popolo longobardo era governato in quel tempo da re Liutprando,
principe fornito di molta energia e di saviezza grande, che nella mente
nutriva altissimi disegni. Poichè egli si rifiutava di confermare la
donazione di Ariberto II, Gregorio II si dava ogni cura d’impedire che
ne avvenisse una rottura. I suoi nunzî riescivano in quest’intento,
ma il Papa reputava necessario di restaurare quelle cadenti mura di
Aureliano, che erano i baluardi dell’independenza nazionale di Roma.
Aperte fornaci di calce, s’imprese a riedificare le mura incominciando
dalla porta di san Lorenzo, ma presto insorsero ostacoli a impedire
la prosecuzione del lavoro[270]. Il Tevere inondava colle sue acque la
Città, e gravi danneggiamenti recava nel campo di Marte[271].

Non abbiamo contezza di altri fatti riguardanti propriamente la città
di Roma, che siano avvenuti duranti i primi anni del pontificato di
Gregorio II; si fu massimamente la mancanza di Cronisti contemporanei
che ebbe in parte seppellito nella tenebra la grande operosità di
questo Pontefice. Ei ci fa ricordare Gregorio I. La sua autorità di
comando si estendeva fin sull’Italia meridionale, dove i Longobardi
di Benevento avevano conquistato il castello di Cuma, che a quel tempo
ancora continuava ad essere un forte arnese di guerra. A Giovanni, duce
di Napoli, il Papa statuiva il modo di condurne il reggimento[272]; e
quando la fortezza fu di bel nuovo tolta ai Longobardi, egli pagò del
tesoro della Chiesa settanta libbre d’oro come prezzo di cessione.
Al pari del magno Gregorio, che alla Chiesa aveva conquistato
province remote, anche Gregorio II conseguì trionfi, e furono ancor
più avventurati. Gli Anglosassoni che il primo aveva convertito,
diventavano adesso i missionarî dell’Allemagna; Gregorio II elevava a
dignità di vescovo tedesco il celebre Vinfredo ossia Bonifacio, e lo
mandava da legato apostolico in quelle contrade ancor incolte e coperte
di selvagge foreste, dove quel servo ossequiente del Papato poneva il
fondamento alla dominazione della Chiesa romana. Di tal guisa, dopo
secoli lunghi di una vita oscura delle sue stirpi guerriere. Germania
tornava ad associarsi con fervidi vincoli a Roma; nè lungo tempo doveva
trascorrere perchè esercitasse influenza poderosa sui destini della
Chiesa e su quelli di tutto Occidente.

L’età onde discorriamo, era massimamente affaticata da forze operose
di svolgimento di una vita nuova. Dopo che nel secolo settimo s’era
compiuta la caduta del mondo romano, incominciava da quell’immensa
vastità di diluvio a sollevarsi un continente novello; e già la Chiesa
romana lo aveva tutto trascinato e chiuso entro la sua orbita. Infatti
era la religione cristiana che in una legge ed in un culto comune
aveva riunito fra essi e colle reliquie della nazione latina i popoli
germanici, quanti di loro nell’Inghilterra, nelle Gallie, nelle Spagne
e in Italia per mezzo di essa erano stati accolti entro il giure civile
romano; di tal maniera per opera della Chiesa s’era costituito un
dominio occidentale di popoli, che in processo di tempo doveva assumere
ragione e sembianza di romano Impero. Peraltro, contro questo regno
unito dei Germani e dei Latini, allora da Oriente moveva minaccia
di grave pericolo. Nel bel fiore della sua potenza, l’Oriente arabo
insorgeva alla pugna contro l’Occidente; già i Maomettani assalivano
Costantinopoli, i Saraceni dominavano il mar Mediterraneo, minacciavano
Italia e Roma, e dalle Spagne conquistate scendevano nelle province
meridionali delle Gallie per abbattere il reame dei Franchi e, insieme
con esso, il baluardo della Chiesa romana in Occidente. E in mezzo a
quel turbinio avveniva d’altra parte un fatto che a Roma e ad Italia
doveva dare una forma nuova.

Dopo che s’erano compiute due rivolte militari, che aveano precipitato
del trono gli imperatori Anastasio e Teodosio, vi si era assiso Leone
l’Isaurico addì 25 del Marzo 717. Quest’uomo valoroso aveva respinto
gli Arabi dalle mura di Costantinopoli ed aveva ispirata vigoria di
vita novella al greco Impero. Insieme col suo tempo si perdette la
rinomanza gloriosa di sue geste guerriere, ma l’acerba lotta per l’uso
o per l’abuso delle imagini nella Chiesa, lotta che egli con un suo
editto revocava in vita, ebbe reso immortale il nome di Leone. Il
passionato fervore dei Bizantini per le cose di teologia s’impadroniva
anche dell’animo soldatesco e semplice di questo Imperatore: e
quantunque per fermo egli non fosse atto a comprendere le sottigliezze
delle cose dogmatiche, tuttavia, impetuoso e ardito, ei concepiva
il disegno di voler purificare dalla servilità idolatrica il culto
cristiano; il guerriero isaurico credeva che a compiere quella fatica
di Ercole gli bastasse di promulgare un editto imperiale. Le grida
chiassose di scherno dei Maomettani che nelle conquistate città di
Palestina e di Siria avevano fatto vitupero alle imbelli imagini
dei santi, e i maligni epigrammi degli Ebrei della sua corte, erano
cagione che egli si rodesse per l’onta e pel dispetto. I Cristiani,
dicevano quei miscredenti, che se la pretendono di adorare il Dio vero,
hanno riempiuto il mondo di una torma d’idoli più numerosa di quella
che eglino, dopo i tempi di Costantino, trovassero da distruggere
nei templi pagani; nè i confessori dell’Evangelo hanno a schivo di
volgere in publico loro preci a de’ bambocci di metallo, di pietra e di
legno, e a de’ musi dipinti in tela, e alle brutte imagini di stregoni
innumerevoli. Il mondo romano s’è rifatto in paganesimo come prima era,
nè il Cristianesimo altro è che un culto d’idolatri, laddove le moschee
e le sinagoghe nostre, pure e monde di simulacri, non sieno adorne
altro che dello spirito di Dio uno e vero, e della legge del Profeta.

Oltracciò, quei Vescovi greci nei quali metteva cruccio l’abuso
introdotto nel culto delle imagini, comparavano a quell’età loro
il costume dei primi secoli cristiani, nei quali non s’erano visti
simulacri. Anticamente erano stati i gentili a rovesciare lo scherno
sui Cristiani, perocchè nella povertà di loro religione plebea non
possedessero templi, nè altari, nè statue splendide, ed allora i
Cristiani così avevano loro risposto: «Credete forse che noi celiamo
l’oggetto della onoranza nostra perchè non abbiamo templi, nè altari?
A che dovrei farmi un simulacro d’Iddio, se in verità l’uomo di
Dio è simulacro? perchè dovrei edificare un tempio, se il mondo
universo, opera delle sue mani, nol può comprendere? io uomo avrei
nel mondo tanto spazio di dimora, e la onnipotenza di Dio dovrebbe
essere racchiusa in una cella angusta? Non è forse meglio che noi
consecriamo a Dio un albergo nel nostro spirito e nel profondo del cuor
nostro?»[273]. Ma i tempi di Minucio Felice non erano più, ed ora gli
infedeli con acerbo dileggio ritorcevano quelle domande. Il sinodo di
Illiberis, ancora in sui primi anni del secolo quarto, aveva divietato
l’uso delle imagini nelle Chiese, perchè si temeva che ne venisse
pericolo alla fede; ma nel secolo sesto non sarebbe più stato possibile
di promulgare un pari decreto[274].

Non è mestieri di dire che in sull’incominciamento del secolo
ottavo tutti i paesi cristiani di Oriente e dell’Occidente erano
pieni di imagini e di simulacri del Cristo, della Vergine e dei
Santi. Fino al quinto secolo il culto ne era stato immune; l’imagine
stessa della Croce era venuta in costume universale gran tempo dopo
di Costantino[275]; ma, dappoi, la fantasia dei popoli orientali
primamente, indi quella degli occidentali, nella rappresentanza delle
imagini dei Santi, s’era sospinta al di là di ogni limite. Simulacri
miracolosi, effigie del Cristo Salvatore e di Maria Vergine «non
fatte da mani umane (ἀχειροποίητος)», ma tratte con mistiche impronte
dalle fattezze degli originali, oppure opere di angeli o dell’apostolo
Luca, nel secolo sesto sbucavano fuori da parecchie città di Asia e
di Europa; e turbe numerose di pellegrini traevano a quelle chiese che
si gloriavano di possedere di quei ritratti genuini, e, per vero dire,
profittevoli di lucro.

L’esempio di Oriente trovava imitazione in Occidente, e nel secolo
sesto s’erano approvigionate le chiese di quei ritratti dei Santi,
condotti in pittura ed in iscultura, dai quali occorre peraltro
distinguere le imagini effigiate del Cristo e dei Santi, che ancora
anticamente erano disegnate nelle catacombe, negli archi di trionfo e
nelle tribune delle chiese. Soltanto le storie di martirio s’evitava
di rappresentare nelle chiese di Roma, per modo che in quelle onde fin
qui abbiamo discorso, non si trova neppure una storia dei tormenti di
un confessore; diversamente invece avvenne nei tempi assai posteriori,
allorchè sembrarono necessarie forme sì rudi a risvegliare il
sentimento religioso omai affievolito[276]. Non una delle pitture delle
catacombe di Roma, non una delle sculture degli antichi sarcofaghi
cristiani, attingono il loro soggetto dalla passione di Cristo o
dal martirio di qualche Santo. Esse raffigurano soltanto il Cristo
che ammaestra i suoi discepoli, che risana gli infermi o che opera
miracoli. Può darsi che il possedimento, onde Roma così grandemente
s’allietava delle salme dei Santi più illustri, tenesse ivi per lungo
tempo remota od almeno ristretta la venerazione di imagini portentose;
ma allorquando Edessa e Panea, quando Gerusalemme od altre città di
Asia menarono altissimo vanto di possedere ritratti e simulacri genuini
del Cristo, neppure Roma volle starsi lor dietro; ed è possibile cosa
che il sudario della Veronica già nel secolo settimo all’universale
onoranza si esponesse[277]. Ai tempi di Gregorio I, Roma affermava di
possedere la vera imagine del Cristo, della Vergine e dei due principi
degli Apostoli, avvegnachè quel Papa ne spedisse delle copie al vescovo
Secondino, ma avesse argomento di ammonirlo che quelle imagini, e
ben sel doveva egli sapere, eran fatte perchè gli servissero non come
oggetto di adorazione, ma soltanto di ricordanza. Alcuni Vescovi delle
Gallie forniti di colto ingegno, vedevano a malincuore quegli abusi
idolatri, e con ragione temevano che la moltitudine superstiziosa
novellamente tramutasse il Cristianesimo in culto pagano. Sereno di
Marsiglia un giorno deliberava di abbattere nella sua chiesa alcune
imagini di Santi, ma Gregorio scriveva a quel Vescovo: «Lodevole è
lo zelo che tu rivolgi a impedire che si adori l’opera delle mani
dell’uomo, ma è mio giudizio che mal festi a porre in pezzi quelle
immagini. Avvegnaddio la pittura sia usata nelle Chiese acciò coloro
che di lettere non sanno, almeno legger possano collo sguardo nei
quadri che pendono dalle pareti[278].» Questa era l’opinione di
Gregorio sull’uso cui servir dovevano le imagini nelle chiese, ed i
Papi che combatterono a loro difesa avrebbero dovuto appoggiarsi su
quell’autorità. La moltitudine però non comprendeva, nè partecipava a
quel principio composto a temperanza, e la venerazione cieca assumeva
indole di adorazione, indiritta a chi nell’imagine era effigiato.
Artisti in gran numero, e massimamente monaci nei conventi, davano
opera, con vera industria di fabbrica, a colorire di quelle imagini di
Santi; e le chiese, che in particolare possedevano di quei simulacri
portentosi, ne ritraevano ragguardevoli redditi. Ai dipinti succedevano
le sculture, perocchè, parte in causa dell’abborrimento nutrito dai
primi Cristiani contro le statue, parte per altri motivi, la statuaria
fosse rimasta assai dietro alla pittura. Se pure in Roma, al principio
del secolo ottavo, non si era peranco stabilita la consuetudine di
trarre in processione simulacri scolpiti in legno, tuttavia v’era nelle
chiese buona copia di statue del Redentore, della Vergine, dei Santi,
modellate in oro, in argento, in bronzo; e, posteriormente al secolo
quinto, la celebre statua in bronzo del san Pietro, dall’alto del suo
trono torreggiava nell’atrio della sua basilica, e già fin d’allora
sporgeva il piede al bacio degli adoratori, simile al celebre Ercole
di bronzo del tempio di Agrigento, di cui si legge in Cicerone, che a
furia di baci dei devoti aveva il mento levigato e rilucente[279].

Della celebre statua dell’Apostolo abbiamo già discorso a proposito
della storia di Leone I, e qui la richiamiamo alla ricordanza, perocchè
l’Imperatore, avverso alle imagini, segnatamente la togliesse di mira
quale oggetto dell’ira sua, e papa Gregorio II la dichiarasse oggetto
dell’amore fervidissimo di tutta Roma. Quel simulacro di bronzo aveva
dai Romani venerazione di palladio, ed eglino vi nutrivano affetto
pari a quello con cui i loro antenati pagani avevano difeso la statua
della Vittoria. Il simulacro rappresenta l’Apostolo seduto, che alza
la destra in atto di benedire, e nella sinistra tiene le chiavi.
L’origine è incerta, ma antica; energiche ne sono le forme, belli i
panneggiamenti. Se pure non meriti fede quanto si narra che questa
statua sia stata fusa col bronzo del Giove Capitolino, o se pure
v’abbia quasi la certezza che essa sia soltanto una statua trasformata
di qualche imperatore o di qualche console, tuttavolta il suo stile
non è bizantino, ma antico e bello, al pari di quello delle sculture
dei migliori sarcofaghi cristiani o della statua di marmo del santo
Ippolito che oggi si mira nel Museo cristiano del Laterano. L’Apostolo
di bronzo allora s’ergeva nel convento di san Martino, presso la
basilica di san Pietro.

La foggia ond’è per consueto rappresentato il principe degli Apostoli,
colle chiavi nella mano, colla chioma breve e crespa a mo’ di lana,
colla barba tagliata in tondo, a differenza del san Paolo, al quale si
diede chioma liscia e lunga barba, potrebbe farsi derivare da questa
statua del Vaticano, il cui tipo fu ognor conservato nell’arte[280].


§ 2.

Editto di Leone contro il culto delle imagini. — Resistenza di Roma
e sollevazione di alcune province italiane. — Attentato alla vita di
Gregorio. — I Romani e i Longobardi prendono le armi. — Ribellione
contro Bisanzio. — Tentativi da Napoli contro Roma. — Lettere di
Gregorio all’Imperatore.

Si era nell’anno 726 che Leone l’Isaurico promulgava il celebre editto,
in cui ordinava che dalle chiese del suo Impero si bandissero tutte le
imagini dei Santi[281]. Un’agitazione violenta scoppiava allora come
turbine nell’Oriente e nell’Occidente. La moltitudine, che le forme
materiali della figura scambiava con Dio stesso, si commoveva ad ira
fanatica, e i preti innumerevoli comprendevano che la podestà loro
sovra il popolo in gran parte si raccomandava all’apparato del culto
che operava sui sensi. L’Oriente e alcune province dell’Occidente si
coprivano delle ruine di statue e di musaici fatti in pezzi, e le ombre
degli ultimi gentili di Roma avrebbero potuto con maligno compiacimento
contemplare tanta mutazione di cose. Però il Papa difendeva la
mitologia cristiana, sorta dopo il tempo pagano, con fervore più vivo
ancora di quello con cui Simmaco aveva combattuto contro gli Imperatori
cristiani in favore degli idoli antichi e dell’altare della Vittoria.
Anche a Roma Leone spediva il suo editto, e Gregorio con una bolla
protestava che l’Imperatore non aveva autorità di comando in cose di
fede, e che a lui lecito non era di contraddire ai decreti antichi
della Chiesa. A quel diniego risoluto del Papa, Leone rispondeva
emanando nuovi decreti, coi quali minacciava di deporre Gregorio, se
ricusasse obbedienza. Ma Gregorio non cedeva; ammoniva con lettere
i Vescovi e le città d’Italia a resistere contro gli intendimenti
ereticali dell’Imperatore, e, per usar le parole del Libro Pontificale,
s’armava contro lo Imperatore come contro un nemico. Le sue lettere
pastorali operarono dappertutto effetti gravissimi. La Pentapoli e
l’esercito dei Veneziani impugnarono l’armi e proclamarono di voler
difendere il Papa. Gregorio vide destarsi in Italia la fiamma del
sentimento di nazione; un cenno solo di lui avrebbe bastato a muovere
tutto il paese a rivolgimento, ma motivi rilevanti lo inducevano ad
impedire un’aperta sollevazione contro l’Impero. È cosa incerta se il
Ducato romano veramente negasse di pagare il tributo all’Imperatore;
sembra però che in fatto Gregorio si opponesse a una nuova imposizione
che vi ordinavano i Bizantini[282].

Roma e le province, dalle bocche del Po fino alle Calabrie, erano tutte
in commovimento, e si schieravano intorno al Papa loro proteggitore
e interprete de’ loro sentimenti di contro a Bisanzio. Alla notizia
di quei fatti, l’Imperatore armava un naviglio, ma, prima ancora che
questo mettesse alla vela per la foce del Tevere, volle liberarsi
di Gregorio secondo la costumanza bizantina. Il duce Basilio,
Giordano cartulario e Lurione suddiacono, insieme con Marino, che
l’Imperatore in quello aveva mandato da Duce a Roma, tramavano di
uccidere Gregorio, ma la repentina cacciata dell’ultimo di questi
officiali mandava a vuoto l’attentato. Giordano e Giovanni furono
fatti in pezzi dal popolo, e Basilio riuscì a salvarsi ricoverando in
un convento. Frattanto Paolo, novello Esarca, veniva a Ravenna con
ordine assoluto di soffocare a qualunque costo la sollevazione dei
Romani. Egli spediva un esercito contro Roma, ma perfino i Longobardi
di Spoleto e di Tuscia, indotti senza dubbio dal Pontefice a farsi
alleati suoi, si levavano, proteggevano le frontiere del Ducato
romano, e, uniti ai Romani, impedivano all’oste che s’avanzava di
passare oltre ponte Salaro. I Greci tornavano indietro, e l’Esarca,
contro cui il Papa scagliava la scomunica, era minacciato di pericolo
dentro alle mura stesse di Ravenna. La Pentapoli apertamente gli
negava obbedienza, le città tutte del mezzo d’Italia cacciavano gli
officiali bizantini, eleggevansi Duci loro proprî, e minacciavano
di acclamare un novello Imperatore e di condurlo a Bisanzio[283].
Questo disegno è invero meritevole di nota, avvegnachè significhi
che gli Italiani sollevati neppure remotamente pensavano a restaurare
l’impero romano di Occidente, e nemmeno a dividere lo Stato. Gregorio
però si opponeva a quel proposito, non tanto perchè sperasse nella
conversione dell’Imperatore, quanto perchè temeva che una rivoluzione
tanto violenta di cose desse Italia e Roma in balia dei Re longobardi.
Ragione di utilità loro propria imponeva ai Papi di impedire che
in Italia sorgesse una monarchia, e di tenere da sè lontana la sede
della podestà civile. L’Imperatore che sedeva a Bisanzio, loro per
certo era men pericoloso di quello che sarebbe stato un Re che avesse
ridotto Italia a unità sotto il suo scettro e indi per necessità avesse
preteso a Roma come a sua città capitale. Oltracciò, il Papa doveva
schivare tutto quello che avesse potuto dargli sembianza di ribellione
alla autorità legittima dell’Impero; laonde con prudente moderazione
temperava la foga degl’Italiani, e gli ammoniva a non rompere la
sudditanza all’Imperatore[284]. Per questo motivo tollerava in Roma
la presenza di Pietro, duce imperiale, sebbene lasciasse che i Romani
nel palazzo dei Cesari l’assediassero, e indi lo cacciassero oppure lo
trucidassero[285]. Può darsi che i Romani allora si eleggessero un Duce
loro proprio, come le altre città italiane avevano fatto, ma non può
certo darsi la prova che Roma solennemente proclamassero a republica,
e che a loro capo temporale elevassero il Papa; ciò d’altronde sarebbe
stato contrario all’arte politica di Gregorio[286]. Nel frattempo,
Esilarato duce di Napoli, era entrato con sue soldatesche nella
Campagna, e quivi dalle milizie romane era battuto e ucciso. La
signoria bizantina si vedeva ben tosto ristretta al solo possedimento
di Napoli, la quale, essendo città animata dal commercio che vi
facevano i Greci, gli Ebrei e le genti del Levante, sarebbe stata a mal
punto condotta se avesse perduto le sue relazioni coll’Oriente. Di qui
l’antico esarca Eutichio tentava indarno di promuovere in Roma moti di
reazione; un suo ministro ivi era colto; e se salvava la vita, dovevane
gratitudine soltanto alla intercessione del Pontefice, la cui prudenza
anche a questa occasione lo rivela statista perfetto. L’Imperatore
istizzito incamerava adesso i redditi della Chiesa nell’Italia
meridionale, e questo era il solo modo, ma fiacco assai, con cui
riusciva a vendicarsi del Papa. In Roma la sua influenza era spenta
affatto; appena v’era chi parteggiasse pei Bizantini, e Gregorio II
poteva reggersi da vero principe della Città, quantunque ei facesse le
viste di non volerne essere altro che vescovo. Il rivolgimento contro
gli officiali dell’Impero aveva qui operato un novello ordinamento di
cose, e aveva dato vita a un reggimento cittadino, a capo del quale
stavano i _Judices de Militia_. Roma ricomparisce adesso per la prima
volta nell’aspetto di città independente da Bisanzio, con forme di
republica aristocratica; oscuro ci rimane qualmente si attuassero, ma è
probabile che la Città fosse retta da magistrati con nome di Console e
di Duce, sopra i quali il Papa esercitava tacitamente la sua autorità.
I Romani, che non volevano più star soggetti al reggimento di satrapi
bizantini, riverivano invero pur sempre la podestà dell’Impero, ma si
ponevano sotto la protezione del loro Vescovo potente, che difendevano
con coraggio animoso contro l’Imperatore. Il Papa era capo naturale
della nazione romana; di tal guisa, durante la controversia delle
imagini, che nelle sue origini è coperta di un velame, in Roma e nel
Ducato sorgeva quella podestà temporale del Pontefice, la quale col
procedere del tempo assumeva vita e forme istoriche.

La controversia tuttavia continuava anche dal lato dommatico, e
proseguivasi colla penna acerbamente. Abbiamo due lettere che Gregorio
scriveva all’imperatore Leone nel tempo in cui fervevano i rivolgimenti
di Roma. La lingua vi è zeppa di barbarismi, la forma rozza e acre
per passione; l’ingegno colto di Gregorio I non avrebbe per certo
scritto così. Ma quelle lettere di spiriti ribelli, che il Vescovo
romano indirizzava al sire dell’Impero, esprimono omai altamente
il valore della legge gerarchica ond’erano poste le fondamenta; e
la consapevolezza che ha il Papa della sua supremazia di capo della
Cristianità, vi parla con ardimento sì risoluto, che i Pontefici dei
tempi avvenire poterono torne i concetti a esemplare[287]; già vi si
svela nei suoi primi tratti l’idea che informò il pontificato dei tempi
posteriori, all’età di Gregorio VII e di Innocenzo III.

«A scriverti», dice Gregorio nella sua prima lettera, «dobbiamo usare
di stile incolto e rozzo, perocchè tu sia uomo incolto e rozzo;» indi
al demolitore delle imagini rammenta le tavole di Mosè, i Cherubini
dell’arca dell’alleanza, e il dipinto originale del volto di Cristo,
che il Redentore con un suo scritto autografo aveva mandato a re
Abgaro di Edessa[288]; e gli dice, molte essere di quelle imagini alle
quali accorrevano pie torme di pellegrini. Quei simulacri, soggiunge,
non sono divinità, e neppure i Santi vanno come tali considerati; si
invocano soltanto affinchè s’adoprino a intercedere presso di Cristo.
«Redimi», così parla all’Imperatore, «l’anima tua dalle imprecazioni
onde il mondo ti copre, perocchè perfino i bimbi irridano a te. Entra
in una scuola di quelli che sono ammaestrati dell’abbiccì, e di’ loro:
io sono colui che abbatte e perseguita le imagini, e d’un tratto ti
scaglieranno sul capo le loro tavolette da scrivere. Noi, che abbiamo
da san Pietro potenza e autorità, volevamo infliggerti castigo, ma
poichè tu stesso di maledizione ti sei coperto, basti essa sola per
te e pei consiglieri tuoi». Nei tempi avvenire il Papa non avrebbe
esitato di scagliare contro l’Imperatore l’anatema, ma in quell’età
non osava ancora di far uso di quest’arme, che più tardi divenne tanto
terribile: erano ancora lontani e di molto i tempi in cui si lanciava
la scomunica contro Re possenti e contro Imperatori. Gregorio per
altro, con sentimento della sua dignità, accennava alla ribellione
delle province, e con sarcasmo diceva all’Imperatore che i popoli
d’Italia irritati calpestavano con oltraggio i simulacri di lui; che,
cacciati i ministri suoi, altri in vece di loro avevano eletto, e che
erano venuti al punto di dare a Roma ciò che Bisanzio non aveva potenza
di conservare. Indi proseguiva: «Tu tenti di metterci indosso paura, e
dici: io manderò a Roma e farò abbattere la statua di san Pietro; anzi
io mi voglio trarre in ceppi papa Gregorio, come un tempo Costante fece
incarcerare Martino. Sappi peraltro, che se con audace tracotanza e con
minacce a noi ti appressassi di troppo, noi non avremmo pur bisogno di
scendere a siffatta pugna, perocchè, se il Papa si dilungasse da Roma
e s’inoltrasse di soli ventiquattro stadi nella Campagna, ti gioverebbe
badare donde spira il vento[289]». Indi Gregorio torna a parlare della
celebre statua del principe degli Apostoli, che l’Imperatore riguardava
come l’idolo principale dell’Occidente, e s’accende a tale fervore
da contraddire a sè medesimo. «Tutti i popoli d’Occidente», esclama,
«mirano con venerazione e con fede a quello di cui tu, millantatore, ci
minacci di distruggere il simulacro; mirano, dico, a Pietro santo, che
tutti i reami occidentali onorano quale Dio in terra[290]. Desisti dai
tuoi propositi; la tua violenza e la tua rabbia nulla possono operare
contro Roma, nè contro la città sola, nè contro le sue marine, o contro
i vascelli suoi. Tutto Occidente tributa venerazione al santo principe
degli Apostoli; protestiamo che se tu manderai gente per atterrare
l’imagine di lui, noi saremo innocenti del sangue che si spargerà e
che ricaderà sul capo tuo. Noi riceviamo in questo momento dalle terre
più remote dell’Occidente supplicazioni del così nomato Septeto, il
quale, in nome della grazia di Dio, anela a mirare la faccia nostra, e
chiede che a lui moviamo per amministrargli il santo battesimo: e noi
vogliamo cingere i nostri lombi affine di non essere indotti a opere di
negligenza.»

Non sappiamo a quale sconosciuto Re barbaro di Germania il Papa con
quel nome accennasse; manifesto si è qualmente egli volesse significare
all’Imperatore, che la influenza della Chiesa si estendeva fino
all’estremo Occidente, e che di qui stavano preparati tutti i popoli
a difendere il Papa. E sembra che egli a quel battesimo associasse
singolare importanza, perocchè egli ne discorra anche nella seconda
lettera. Ai Franchi, che il succeditore di lui pochi anni dopo chiamava
a proteggere Roma, Gregorio per fermo non pensava.

In una seconda scrittura, con migliore nesso logico di discorso,
egli spiega la differenza che esiste tra la podestà spirituale e la
temporale, o, come egli si esprime, tra il Palazzo e la Chiesa; e
traccia i limiti dell’autorità del Giudice supremo che decide colla
spada delle cose del mondo e punisce nel corpo gli uomini con carcere
e con morte, e determina i limiti dell’autorità del Vescovo supremo
che «inerme e indifeso» punisce coll’anatema l’anima peccatrice,
non per ucciderla senza misericordia, ma per ricondurla alla vita
divina. Qui si paiono per la prima volta nella storia dell’era
cristiana queste memorande definizioni di Gregorio II, e determinano
il momento in cui la podestà temporale si separò affatto dalla
podestà spirituale, la Chiesa si distinse dallo Stato, e, quai due
autorità disgiunte e diverse, si ersero l’una contro l’altra armate.
Questo dualismo influente nella storia del mondo, che empiè la vita
di tutto il medio evo e veramente dura anche ai tempi odierni, era
stato ignoto all’Antichità; chè la Chiesa pagana, causa il politeismo
ond’era frastagliata, null’altro fu che una forma di culto, allo
Stato ossequiosa e da esso dominata. Quel dualismo era stato puranco
ignoto a Costantino ed ai suoi succeditori, avvegnaddio, dopo che il
Cristianesimo era divenuto religione dello Stato, andasse da sè che gli
Imperatori si reputassero, per natura delle cose, capi della Chiesa
imperiale. Era questa una massima di diritto publico, e ravvisavasi
così evidente che Leone l’Isaurico, non per soverchianza di despotismo,
ma nella calma consapevolezza della maestà del suo impero, aveva
scritto al Papa: «Io sono imperatore e sacerdote»[291]. Ed era questo
motto che dava occasione a quelle gravissime dichiarazioni di Gregorio,
e, quasi due mondi diversi, l’uno dall’altro separava l’ordine
religioso dal politico, la Chiesa dallo Stato: così tutt’a un tratto
si rivelava che nel lavorio di centocinquant’anni, appena avvertito
nel mondo, la Chiesa romana coll’organamento gerarchico suo proprio,
colla separazione da Bisanzio che aveva lasciato Roma in abbandono,
coll’operosità teologica che si manifestava nelle lotte contro la
Chiesa greca, coll’amor di nazione che si destava fra le genti latine,
s’era elevata a podestà independente, nella quale adesso s’accentrava
la vita di tutto l’Occidente.


§ 3.

Contegno di Liutprando. — Egli conquista Ravenna. — Dona Sutri al Papa.
— Il Papa, i Veneziani ed i Greci si collegano contro Liutprando. —
Il Re muove contro Roma, indi si ritira. — Un usurpatore in Tuscia.
— Gregorio II muore nel 731. — Gregorio III è eletto papa nel 731.
— Sinodo romano contro gli Iconoclasti. — Condizioni dell’arte in
Occidente. — Edificazioni di Gregorio III. — Restaurazione delle mura
della Città.

Dell’acerba lotta che ferveva tra i due contendenti, tra l’Imperatore
romano e il romano Vescovo, un terzo in quel tempo avrebbe potuto
ricavare grandissimo giovamento, se energia e genio gli avessero
soccorso. Questi era Liutprando, re dei Longobardi. La meta elevata, a
raggiunger la quale s’adoperavano i Principi di questo popolo germanico
in cui già si iniziavano vita e costumanze romane, si era la conquista
di Ravenna e di Roma. Se pur Liutprando non ravvolgeva in mente il
disegno ardito di impadronirsi della corona imperiale, tuttavia gli
sorrideva la speranza di restaurare il trono di Teodorico e di riunire
sotto il suo scettro Italia tutta. Questo paese manifestamente si era
scisso dall’Oriente greco, ai cui Imperatori omai mancava la possa
di dominarlo. La nazione latina, che ormai cresceva robusta, dava
presagio della possibile restaurazione di un reame nazionale romano,
siccome aveva avuto esistenza fino ai tempi di Odoacre. Ma poteva
il Papa volgere il suo sguardo ad un Re che era alle porte di Roma?
Liutprando aveva bastante accorgimento per respingere le proposte
seducenti di un’alleanza con Bisanzio, ed anzi con gioia vedeva
agitarsi a sollevazione le province greche, e di certo in quella egli
aveva avuto sua parte. Come dunque, nell’anno 727, Paolo esarca era
stato trucidato dai Ravennati ribellatisi, il Re moveva contro Ravenna,
e finalmente per via di tradimento entrava in quella celebre città
ch’era la capitale dell’Italia greca[292]. S’impadroniva tosto dopo
delle città dell’Emilia e della Pentapoli, e penetrava anche nel Ducato
romano, dove prendeva Narni e Sutri. Un suo movimento ardito su Roma
avrebbe messo la Città nel più grave pericolo, ma con donativi, con
lettere supplichevoli e con destre rimostranze diplomatiche Gregorio
sapeva indurre il Re a ritornar sui suoi passi. Liutprando, principe
cattolico, ispirato a sensi di pietà e inchinevole a subir l’influenza
dei preti, non aveva animo adatto alla grande impresa, di cui le più
favorevoli opportunità di tempo sembravano schiudergli l’agio. Nè
soltanto dal Ducato si ritirava, ma perfino, operando per diritto di
conquista, faceva donazione della città di Sutri al Pontefice, il quale
in nome dell’apostolo Pietro levava sue pretese su quella legittima
proprietà dell’Imperatore greco. Era questa la prima città che la
Chiesa ricevesse in dono, laonde può dirsi che con Sutri fu posto il
fondamento primo degli Stati della Chiesa[293].

L’astuto Gregorio avvinceva a sè dunque Liutprando per via di un
trattato, nel tempo stesso in cui macchinava di torgli al più presto
la Romagna. Ciò che un principe potente non osava di compiere, or
tentava il Papa di conseguire; chè egli stesso aveva già agognato di
fare dell’Esarcato il retaggio della Chiesa. Ormai i Vescovi romani
palesavano in forme manifeste e chiare quel disegno di ottenere il
dominio d’Italia, che forse Gregorio Magno aveva presagito nella sua
mente, seppure concepito per sè non l’aveva. L’intelletto politico
di un Papa era più acuto di quello di un Re; il Papa la vinceva di
furberia. Gregorio II si volgeva alla Republica di Venezia, che allora
cresceva in bel fiore, e la eccitava a liberare Ravenna: i legati
pontificî s’incontravano nella città delle lagune con quelli del greco
Imperatore che v’erano venuti collo stesso intendimento. Il timore
della potenza di Liutprando faceva che il Papa si ravvicinasse perfino
all’Imperatore; e nelle lettere che indirizzava al Doge Gregorio
non si vergognava di segnare con marchio di vitupero i Longobardi,
appellando «gente infame» quegli alleati suoi, che erano cattolici
fervidissimi e zelatori del culto delle imagini, laddove ai suoi
nemici, all’Imperatore ed al figliuol di questo, Costantino Copronimo,
dava nome di «signori e figli suoi»[294]: nè per fermo gli si fa
oltraggio se si afferma che secretamente egli abbia eccitato i Duchi di
Spoleto e di Benevento a ribellarsi contro Liutprando. Per tal maniera,
da Gregorio II incomincia la storia di quell’arte diplomatica dei Papi,
che con lunga tradizione di scuola, divenne loro retaggio, e per destri
accorgimenti superò le ragione politica di tutti i principi e di tutte
le corti. Una flotta veneziana veniva innanzi a Ravenna, ne cacciava i
Longobardi, e vi installava l’esarca Eutichio. Liutprando abbandonava
allora le città marittime e le Romagne, ma, con opera pari ricambiando
il Papa della fede mancata, conchiudeva con Bisanzio non soltanto la
pace, ma un trattato d’alleanza; e tosto si univa all’Esarca primamente
per punire i Duchi di Spoleto e di Benevento, indi per riconquistare
Roma alla soggezione dell’Imperatore.

I due Duchi fecero sottomissione in Spoleto, ed il Re, spirante
vendetta e seguìto dall’Esarca, comparve innanzi Roma e s’attendò
nel campo di Nerone. Se ora la Città fosse divenuta conquista di
Liutprando, è cosa probabile che le sorti di essa e quelle d’Italia
e dei Papi avrebbero assunto indirizzo e forme differenti da quelle
che ebbero. Ma sembrava che una forza arcana e fatale ravvolgesse
Roma entro suoi scongiuri, e vietasse ai conquistatori germanici
d’impadronirsi di quest’unica città, e di cancellarne i caratteri
della storia universa del mondo che portava in fronte scritti. La
fortuna e lo ingegno dei Papi furono in vero maggiori della fortuna
e dell’ingegno di Cesare. In mezzo a quelle aspre difficoltà Gregorio
moveva inerme e animoso al campo di Liutprando, e, non appena gli avea
rivolto un discorso nello stile di Leone Magno, il Re, che pur era
sdegnato per la grave offesa, era visto cadere sulle sue ginocchia;
il fattucchiero sacerdotale adduceva tosto il nemico disarmato alla
tomba dell’Apostolo, e il Re deponeva il suo manto di porpora, e
la sua spada, e la sua corona e tutti i suoi propositi arditi ai
piedi del morto Santo. I preti esultanti di gioia inneggiavano col
loro TE DEUM al trionfo del Papa, si conchiudeva pace, si celebrava
la riconciliazione, e, ai preghi di Liutprando, il Papa assolveva
anche l’Esarca dall’anatema. Di tal guisa una brevissima ora decise
dell’avvenire del Papato dominatore del mondo, e forse nella storia dei
Pontefici quell’ora risplende ancor più vivamente che il leggendario
pellegrinaggio di Leone ad Attila: di tal guisa, trecento anni prima
del celebre avvenimento di Canossa, si svelava al mondo l’altezza
cui era pervenuta la potenza misteriosa del Vescovo di Roma. La
gente umana, smarrita in oscuri deliramenti, si prostrava davanti al
sacerdozio della Chiesa, nella quale venerava la sola podestà divina
che fosse sulla terra; e il capo venerato della Chiesa, nelle cui mani
credeva che si accogliessero le benedizioni del cielo e i suoi anatemi
mortali, le appariva come un essere santo, di natura sovraumana.

Liutprando, ammaliato e scosso nel profondo dell’animo, non entrò pure
in Roma; umilemente sciolse il campo e partì per la via Flaminia.
Di tal guisa la corona di Roma e d’Italia, che per un istante s’era
librata sul capo di lui, sfuggì per sempre a quel Principe che non
possedette il valore ardito ch’era necessario per conseguirla; e forse
fu sventura di questo paese, di cui egli avrebbe potuto riunire le
membra sparte. La genuflessione di Liutprando espiavano ben presto i
successori e il popolo di lui, colla tragedia della loro caduta.

I conati di un usurpatore cagionarono a Liutprando un’onta novella,
avvegnaddio in tale travaglio fossero allora tutte cose, che
invaghivano ogni uomo di spiriti audaci a strapparsi un bocconcello
di signoria. Tiberio Petasio, duce di una città della Tuscia romana,
aveva raccolto aderenti, e nell’anno 730 di repente si proclamava
Imperatore. Il Papa tosto facea muovere l’esercito romano sotto
la capitananza dell’Esarca, che tuttavia trovavasi in Roma, e la
mozza testa del ribelle era mandata a Bisanzio. Gregorio pertanto si
confessava ognor sempre soggetto alla podestà suprema dell’Imperatore;
ei s’era rappacificato coll’Esarca, nè meglio vagheggiava che di
ristabilire relazioni amichevoli con Bisanzio. Fra i motivi che ciò gli
rendevano desiderato, non era soltanto la tema della crescente potenza
dei Saraceni nelle Spagne, ma v’era per certo eziandio una cura più
grave; perocchè pensasse, che ove caduta fosse la legittima autorità di
governo, tosto o tardi egli stesso avrebbe dovuto entrare in lotta coi
Romani. La Chiesa a quel tempo comprendeva che condizione essenziale
della sua esistenza si era la conservazione della podestà dello Stato.

Gregorio II nel frattanto moriva addì 11 del Febbraio 731, dopo un
reggimento di quindici anni, per grandi fatti memorando. Il clero ed il
popolo con voto concorde eleggevano adesso un prete di origine assiro,
che salì al santo seggio sotto nome di Gregorio III, nel giorno 18 del
Marzo 731. Ciò che più ne aveva raccomandato la scelta, era forse la
cognizione profonda del greco idioma, che per un Papa, nelle condizioni
di quel tempo, aveva altissimo valore: tuttavolta, anche senza di
ciò, Gregorio III era fornito di qualità eccellenti che lo rendevano
degno successore del secondo Gregorio. Questi gli trasmetteva, incarco
gravissimo, il retaggio della controversia sulle imagini, la quale
altro non era che un simbolo della lotta che s’agitava tra la Chiesa
e il principio dello Stato despotico. Il primo ardore, fervido di
passione, in quella controversia memorabile era ormai sbollito, e da
una parte e dall’altra era sottentrata una specie di tregua, senza
però che v’entrasse arrendevolezza. Non sì tosto però Gregorio III
fu salito alla sedia di Pietro, si affrettò egli a indirizzare sue
lettere all’Imperatore, professandovi le dottrine alle quali s’era
ispirato il suo predecessore. Il nunzio che doveva recarle alla corte
dell’Imperatore, tremando dell’ira di Leone, non osò di adempiere
all’incarico, e, tornato a Roma, gettossi piangendo ai piedi del Papa.
Ci vollero i preghi di un sinodo e della nobiltà romana perchè il Papa
tramutasse in una penitenza ecclesiastica la deposizione del messaggero
codardo, che aveva mostrato sì poca vaghezza di sostenere il martirio
per la causa delle imagini sante. Il Cardinale fu costretto a partire
di bel nuovo colle lettere pontificie per Bisanzio, ma, per buona
sorte di lui, il Patrizio imperiale lo arrestò in Sicilia, dove un anno
intero fu sostenuto prigione.

Addì 1 del Novembre 731, Gregorio III apriva un concilio; novantatre
Vescovi d’Italia, il clero romano e i rappresentanti del popolo e della
nobiltà, ai quali il Libro Pontificale a questo luogo dà appellazione
di «Consoli,» si radunavano in san Pietro[295]. Il Concilio pronunciava
scomunica contro gli Iconoclasti. Le decretazioni del sinodo e nuove
lettere del Papa furono affidate a Costantino defensore, affinchè
le recasse a Bisanzio; ma anch’egli era incarcerato in Sicilia.
Ivi furono trattenute puranco le suppliche colle quali le città del
Ducato romano chiedevano che si tollerasse il culto delle imagini;
e i latori di quelle istanze languirono per otto lunghi mesi nelle
angustie dei carceri di Sicilia, donde furono poi cacciati con
vitupero. L’Imperatore non voleva più accogliere da Roma legati,
nè lettere. Peraltro la discordia con Bisanzio si restringeva alle
cose di dogma religioso; il rivolgimento d’Italia s’era spento in
sè stesso; l’autorità dell’Imperatore era dappertutto riverita, e
il Pontefice stavasi con l’esarca Eutichio in relazioni ottime, sì
che questi gli faceva un presente di sei preziose colonne di onice,
che derivavano da qualche monumento romano anzichè da Ravenna[296].
Gregorio le adoperò ad abbellirne la Confessione del san Pietro: vi
sovrappose delle travi cerchiate d’argento, sulle quali alcune imagini
in cesello rappresentavano il Salvatore, gli Apostoli ed altri Santi.
Ciò era fatto evidentemente a disfida contro gli Iconoclasti. E con
quell’intendimento, a bella posta il Papa forniva le chiese di Roma di
simulacri di Santi e di reliquie, chè a Costantino Copronimo, figlio di
Leone l’Isaurico, non bastava più la persecuzione delle imagini; egli
osteggiava vivamente anche l’onoranza delle reliquie e il culto dei
Santi.

Contrariamente agli editti di Bisanzio, l’arte or trovava in Roma
novello alimento, e gli artisti con gratitudine dedicavano il loro
ingegno al servizio della Chiesa che li proteggeva. Chi ragiona con
calmo intelletto si dichiara senza dubbio dalla parte degli Iconoclasti
di Bisanzio, che intendevano a purificare il culto della religione
dello spirito, da tutto quello che vi si era introdotto di pagano;
peraltro a più mite sentenza induce il pensiero che le arti sono pur
sempre un bisogno dell’umanità. Presso i Greci antichi, del paro che
presso i popoli cristiani, l’arte derivò dal culto dei templi e dalla
religione. Per quanta repugnanza destino i subbietti ai quali l’arte
s’ispirava in quei secoli barbarici del Cristianesimo, per quanto
la sua forma appaia difettosa a noi che viviamo oggidì, tuttavolta
essa ebbe altissimo valore per la cultura dei tempi suoi. Dalla rozza
materialità della fede essa sollevò l’uomo alle spere dell’idea, ed
eresse al di sopra di lui un regno del bello, in cui ogni tenebra si
diradò e si ampliò nel senso arcano dei simboli; l’arte sola rimase
conforto della immiserita gente umana, e, forma assisa sopra un raggio
di luce, discese a temperare la notte della superstizione. La lotta
dei Papi contro Bisanzio salvò l’arte nell’Occidente; e Italia, che
serbò il politeismo insieme col culto delle imagini, ebbe tarda ma
splendida scusa innanzi alla ragione offesa, allorchè diede al mondo
le meraviglie del genio di Giotto, di Leonardo e di Raffaello[297].
Nel tempo in cui durava la persecuzione delle imagini, molti artisti
orientali venivano in Italia e a Roma, dove erano certi che loro
si preparavano accoglienze ospitali. Eglino forse contribuirono
a diffondere in Italia la secchezza dello stile dogmatico della
pittura bizantina, e forse, colla confermazione di tipi tradizionali,
impedirono il più libero svolgimento dell’arte occidentale. Gli Storici
però tacciono delle scuole di pittura fuggitive d’Oriente[298].

Con pari alacrità, dal Levante si trafugavano anche molte imagini di
Santi per salvarle in Occidente. Può darsi che molti di quei quadri
antichissimi, anneriti e rozzi, effigiati del Cristo o della Vergine,
che oggi miransi allogati nelle chiese di Roma, quivi al tempo della
persecuzione trovassero rifugio; nè è inverosimile che fra essi pur
fosse quell’effigie del Cristo «non fatta di mano d’uomo», che si serba
nella cappella _Sancta Sanctorum_. È più facile che qualche Bizantino
fuggente la recasse con seco, di quello che il quadro, sfuggendo in
Costantinopoli di mano allo sventurato vescovo Germano, venisse a Roma
sull’ala dei venti; fatto sta che qui esso venne, come vennero molti
altri bozzetti dell’apostolo Luca, che dicevansi dipinti dal pennello
invisibile degli angeli.

Gregorio III erigeva alcune chiese ed alcuni oratorî. Nel san Pietro
edificò una cappella, che fece tutta coprire di pitture[299]. Fondò il
convento di san Crisogono nel Transtevere, ed alzò dalle fondamenta la
chiesa diaconale di santa Maria in Aquiro nel campo di Marte[300]. Ed
una gran parte delle mura di Aureliano, al riparo delle quali il suo
predecessore aveva appena posto mano, fe’ restaurare, provvedendo al
dispendio del lavoro col tesoro della Chiesa[301]. Anche Centumcella
cinse di nuove mura, per temenza dei Saraceni che già avevano invaso
la Sardegna, e per sospetto eziandio di uno sbarco dei Bizantini. Si
scorge chiaro che nel Ducato romano egli la faceva da principe.


§ 4.

Leone l’Isaurico manda un’armata in Italia. — Apprende i beni della
Chiesa romana. — Il Papa acquista Castel Gallese. — Conchiude alleanza
con Spoleto e con Benevento. — Liutprando entra nel Ducato. — Gregorio
III chiede aiuto a Carlo Martello. — Muoiono Gregorio III, Carlo
Martello e Leone l’Isaurico nell’anno 741.

L’imperatore Leone non aveva rinunciato al suo disegno di punire Roma
e le altre province ribelli. Nell’anno 733, egli spediva una flotta
sotto il comando dell’ammiraglio Mane, ma nel mare Adriatico essa si
sommergeva sventuratamente. Allora l’Imperatore apprendeva tutti i
patrimonî che la Chiesa romana possedeva nelle Calabrie e nell’isola
di Sicilia, e dai quali ricavava un reddito annuo di trentacinque
mila pezzi d’oro[302]. Numerosi beni teneva la Chiesa in Sicilia,
e san Pietro possedeva puranco molti latifondi in quel di Napoli,
a Sorrento e a Miseno, a Capua e a Napoli, e persino nell’isola di
Capri[303]. La perdita della Chiesa fu di grave rilevanza; essa però
cercò di indennizzarsene in altre parti, e precisamente in quel tempo
acquistò Castel Gallese nella Tuscia romana, di cui s’era impadronito
il longobardo Duca di Spoleto e che or Trasimondo rendeva a Gregorio:
il Libro dei Papi con singolarità di frase dice che egli congiunse
Gallese alla Republica santa ed all’Esercito romano[304]. Quantunque
il Pontefice di nuovo riunisse quella città al Ducato di Roma, che
pur sempre apparteneva allo Stato (_Respublica_), tuttavolta egli
volle assolutamente tenerla in conto di possedimento pertinente al
territorio romano, ossia al più stretto circondario della Città.
Quella ambigua espressione di _Sancta Respublica_ può applicarsi
parimenti al Ducato, su cui il Papa incominciava a muovere pretesa
come a patrimonio di san Pietro, ed al _Sacrum Romanum Imperium_. I
Papi con grande accortezza lasciavano che le forme dell’Impero romano
continuassero in vita; laonde l’accrescimento della loro signoria sopra
di Roma è ravvolto nella mezza luce di un’astuta arte diplomatica.
Eglino andavano debitori di quella podestà loro, alle condizioni di
disordine tenebroso ond’era involta Italia, alla debolezza impotente di
Bisanzio, ed all’arditezza e alla forza loro proprie. Liberarono Italia
dal giogo dei Greci, e questa contrada riposero in alto luogo nella
storia del mondo. Rialzarono la nazione latina dal suo decadimento,
e Roma sede della Chiesa salvarono dalla sorte che divenisse città
capitale dei Longobardi. L’incominciamento della podestà temporale del
Papato s’associa al primo risorgimento nazionale d’Italia, e la storia
di tutti i secoli successivi ci ammaestra che i Papi in Italia furono
all’apogeo della potenza ogni qual volta alzarono il vessillo della
nazione; debolissimi furono, quando lasciarono cadere a terra quella
bandiera.

La cessione di Gallese fu conseguenza di un trattato segreto che
s’era conchiuso tra Gregorio e il Duca di Spoleto. Trasimondo e
Godescalco di Benevento cercavano loro prò nella confusione delle cose
d’Italia, per rendersi independenti dal Re dei Longobardi: Gregorio
dava loro mano, e gli eccitava a ribellione contro Liutprando di cui
mirava a fiaccare la potenza. Come dunque il Re mosse contro Spoleto,
Trasimondo, nell’anno 739, si ricoverò a Roma, dove cercò e ottenne
la protezione del Papa. Liutprando entrò in Spoleto, e chiese che gli
fosse consegnato il ribelle, ma il Papa e l’esercito romano, a capo
di cui trovavasi l’ex-patrizio Stefano col grado di Duce di Roma,
negarono di farlo. La menzione che si fa di questo Duce associato al
Papa ed all’esercito romano, dimostra pertanto che in Roma anche allora
trovavasi un officiale dell’Impero che teneva il reggimento del Ducato;
e ci apprende inoltre che Gregorio operava d’accordo coll’Esarca di
Ravenna[305]. Conseguenza del diniego si fu che Liutprando invadesse
il Ducato; prese Amelia, Orta, Polimarzio e Bleda; lasciò soldatesche
a presidio di queste città; indi, nell’Agosto 739, tornossene a Pavia:
nè è vero che assediasse Roma, e meno ancora, come fu asserito, che
mettesse a sacco il san Pietro. Ed allora il Pontefice concesse al
bandito Trasimondo il soccorso dell’esercito romano affinchè le sue
terre nuovamente conquistasse; ed infatti nel mese di Dicembre, il Duca
ebbe ricuperato Spoleto.

Dopo che Trasimondo coll’aiuto dei Romani e dei Beneventani fu
rientrato nei suoi dominî, egli rifiutò di servire più oltre ai disegni
del Papa, e massime di dargli aiuto a riconquistare le quattro città.
Liutprando nel frattempo s’apprestava a nuova spedizione di guerra
contro Spoleto e contro Roma, per la qual cosa il Papa era minacciato
di pericolo gravissimo. Comprendeva egli che l’alleanza italica e
bizantina non bastava a proteggerlo dalla giusta vendetta del Re
Longobardo, e perciò si volgeva a Carlo Martello, che allora era il
più potente uomo di tutto Occidente. L’illustre figliuolo di Pipino
d’Eristallo, l’eroe di Poitiers, dal cui campo sanguinoso di battaglia
egli aveva per sempre liberato dai Saraceni le terre dei Franchi,
era il vero reggitore di quel regno, quantunque avesse apparenza di
ministro del Re fantoccio. Già da gran tempo i Papi avevano intento
loro sguardi ai Franchi; ancor nell’anno 726, l’antecessore di Gregorio
III aveva chiesto soccorso a Carlo Martello[306], ed ora Gregorio
ne seguiva l’esempio. Ci rimangono due delle lettere che il Papa
indirizzava al Principe franco[307]. Nella prima ei si lagna che Carlo
non lo ajuti, che porga ascolto a false rimostranze di Liutprando
o di Ildebrando nipote di lui, e che tolleri i movimenti ostili dei
Longobardi, i quali con ischerno andavano vociando: «Venga pur Carlo,
cui rifuggiste; ben venga coi suoi eserciti franchi; e, se valgono, vi
salvino dalle nostre mani.» Di tal guisa si accenna a supplicazioni
che ancor prima aveva fatto il Pontefice, ed a qualche messaggio di
Liutprando. La prima lettera di Gregorio, che andò perduta, dev’essere
stata scritta precisamente nel tempo in cui il Re moveva guerra a
cagione della lega coi ribelli di Spoleto e di Benevento; e le due
lettere che si conservano, appartengono all’anno 739 oppure al 740,
prima cioè che Liutprando prendesse le quattro città onde dicemmo,
avvegnachè della loro conquista quelle lettere non facciano motto.
Certo è che il Papa avrebbe alzato un gran gridio della perdita loro,
laddove adesso non lamentava che la devastazione dei beni della Chiesa
nel territorio di Ravenna, e il saccheggio del Ducato romano[308].

«Oh qual dolore sconsolato», sclama Gregorio nella prima lettera, «ci
accora a cosiffatte accuse, dacchè sì illustri figli non ardiscono di
soccorrere alla loro madre spirituale, alla Chiesa santa e al popolo
che le appartiene[309]! Il principe degli Apostoli, colla potenza che
Iddio gli concede, ben potrebbe, o diletto figlio, difendere da sè
stesso la sua casa e il popolo suo, ma ei vuol mettere a prova il cuore
dei suoi fedeli. Non prestare fede alle arti e alle suggestioni di quei
Re, perocchè sia falso tutto quello che ti scrivono. Danno a pretesto
che i Duchi di Spoleto e di Benevento sono ribelli, ma è menzogna: li
perseguitano non per altro motivo fuor di questo, che nell’anno decorso
eglino non vollero muovere in danno nostro, nè si indussero a devastare
le proprietà del santo Apostolo e a derubare il popolo suo; avvegnaddio
quei Duchi dicessero: noi non pugniamo contro la Chiesa di Dio e contro
il popolo che le appartiene; siam legati ad esso con un patto, e dalla
Chiesa ricevemmo fede giurata. I Duchi sono presti ad obbedire secondo
il costume antico ai Re, ma questi usano contro di essi persecuzione
per cacciarli, per porre in loro vece dei Duci nella violenza maestri,
per opprimere ogni dì più la Chiesa, per mettere a ruba la proprietà
del principe degli Apostoli, e per condurre in cattività il popolo
suo.»

Così scriveva il Papa per dare sembianze oneste alla sua alleanza coi
ribelli, chè il fatto negare non poteva. Già appellava Roma e il Ducato
col nome di popolo «pertinente» a san Pietro; di tal guisa, audacemente
scaltro, introduceva nel linguaggio del diritto quel concetto nuovo.
Pregava Carlo Martello di mandare un suo legato in Italia, affinchè
delle necessità della Chiesa si convincesse; e lo supplicava che
all’amore del principe degli Apostoli non preferisse l’amicizia del Re
longobardo, ma imprendesse a difendere Roma. In pari tempo, per mezzo
di Anchardo, latore della lettera, spedivagli il donativo pregevole
onde da lungo tempo solevansi presentare i Principi cattolici, e che
ora aveva significazione il doppio più importante; mandavagli cioè
delle chiavi d’oro della tomba dell’Apostolo, a simboleggiare che di
quel sacrario voleva farlo custode[310]. Carlo Martello però non volle
mischiarsi nelle cose di Italia, che era impresa rischiosa; e ciò anche
per un senso di devozione al Re longobardo, cui legavanlo rapporti
di personale amicizia; ed invero Liutprando non soltanto aveva fatto
accoglienze paterne in Pavia al giovane Pipino, ma nell’anno 739 lo
aveva ajutato a cacciare i Saraceni dalle Gallie meridionali.

Una seconda lettera inviava il Papa a Carlo Martello, ma indarno
anche stavolta. Nè più nè meno di ciò contenevano quelle lettere di
Gregorio III, soli documenti autentici di quelle pratiche del Papa,
che più tardi dovevano recare conseguenze gravi sì, che occhio a mala
pena poteva scernere. Vi si chiedeva solamente che il Principe franco
prendesse a difendere la Chiesa di Roma contro Liutprando[311]; nè vi
era fatto cenno di alcun dritto fuor dell’ordine comune, che il Papa
venisse offerendogli sopra di Roma. Tuttavolta si affermò che Gregorio
III avesse proposto di dare a Carlo Martello podestà efficace su Roma
col titolo di Patrizio o di Console dei Romani; e questa opinione si
raccomandò soltanto alla fede di un Cronista, che racconta, qualmente
Gregorio, nell’anno 741, mandasse una seconda ambasceria a Carlo colle
chiavi della tomba, colle catene di Pietro e con donativi cospicui,
e che gli offerisse il consolato romano, cioè a dire, la assoluta
giurisdizione su Roma; avvegnacchè egli non volesse più prestar
ossequio all’Imperatore[312]. Sennonchè una sì grave determinazione
di cedere il patronato e l’autorità temporale su Roma ad un Franco,
che sebbene possente e celebrato, non era dappiù che il ministro del
suo Re, non è a reputarsi conforme all’arte politica di Gregorio,
nè all’indole di quel suo tempo. Non sappiamo che cosa rispondesse
Carlo Martello al Pontefice; dubbio non v’è che per mezzo di suoi
legati ricambiasse l’ambasceria di lui, e si protestasse disposto a
intraprendere officî di paciere fra Liutprando e Roma. Per altro il
Re longobardo proseguiva nel suo cammino contro di Spoleto e di Roma.
In quello, passava di vita Gregorio III, addì 27 di Novembre dell’anno
741. Poco prima di lui, nel dì 22 di Ottobre, era morto Carlo Martello,
e ai 18 di Giugno aveva finito di vivere Leone l’Isaurico: così la
morte aveva rapidamente spazzato via un dopo l’altro i tre uomini
maggiori di quell’età.




CAPITOLO SECONDO.


§ 1.

Zaccaria papa nel 741. — Egli tratta con Liutprando. — Va a lui. —
Novella donazione dei Longobardi alla Chiesa. — Secondo viaggio del
Papa a Liutprando. — Il Re muore. — Rachi gli succede sul trono di
Pavia.

Morto Gregorio, la cattedra di san Pietro restò vacante quattro
soli giorni; tutti i voti concordi si unirono ad eleggere Zaccaria,
figlio di Policromio, ultimo siro o greco che abbia portato la corona
pontificia. Sebbene all’Esarca si desse annunzio della sua elevazione
al papato, nè di questo può dubitarsi, non si reputò più, ad ogni modo,
necessario di attenderne la conferma. Il Libro Pontificale celebrò
Zaccaria con lodi grandissime; e quantunque esso proemizzi la biografia
di ciascun succeditore di Pietro con elogi gettati in una forma
officiale, tuttavia l’onoranza tributata a Zaccaria è bene meritata,
se si guardi ai benefizî che la Chiesa s’ebbe da lui; perocchè questo
Papa abbia avuto un reggimento pacifico e fortunato di dieci anni, in
gran parte dovuto alla energia della sua volontà, alla saggezza ed alla
facondia sua. Per i suoi tempi, Zaccaria dev’essere stato uomo di vasta
erudizione; fu egli che tradusse in greco i Dialoghi di Gregorio.

Liutprando s’era proposto di riconquistare Spoleto e di punire Roma;
laonde pel novello Papa era còmpito urgentissimo di allontanare questo
pericolo. La morte di Carlo Martello e il disordine delle cose dei
Franchi, il cui governo adesso era venuto in mano dei tre discordi
figli di lui, Carlomanno, Pipino e Grifone, toglievano a Zaccaria
qualsiasi speranza di ottenere ajuto da quel lato; nel tempo stesso
non poteva egli neppur pensare di conseguire soccorso dalla parte di
Bisanzio, e pertanto deliberava di entrare in accordi amichevoli con
Liutprando. Fu conchiuso un patto; promise il Re di restituire le
quattro città, ed il Pontefice abbandonò Trasimondo ed anzi associò
l’esercito romano ai Longobardi per ajutarli a ridurre quel Duca
a soggezione. Siffatto esito ebbe il trattato che la Chiesa aveva
conchiuso con Trasimondo; quello stesso Duca che Gregorio già prima
aveva fervidamente difeso dall’accusa di fellonia, adesso era dal
succeditore di lui proclamato ribelle, era senz’altro sacrificato
ad una ragione di interesse, ed anzi la forza delle armi romane
adoperavasi per atterrarlo[313].

Come Trasimondo ebbe compreso d’esser perduto, si gettò a’ piedi del
Re, e n’ebbe grazia, purchè, raso il capo, lo nascondesse sotto un
cappuccio monacale. Tosto dopo, anche Benevento cadeva sotto la spada
di Liutprando, il quale, vincitore, tornava a Toscana, ma non faceva
neppur mostra di voler restituire le quattro città. Zaccaria perciò
partiva di Roma, e andava al Re per ammonirlo colla forza della sua
parola affinchè adempiesse il trattato. Allorchè Liutprando seppe che
a lui veniva il Pontefice, gli mandò incontro suoi legati affinchè lo
accompagnassero a Narni; indi, con comitiva solenne di Duchi e con
pompa guerriera, lo fe’ condurre a Terni (_Interamnium_) in quello
di Spoleto, ove egli stesso stette ad accoglierlo presso la basilica
di san Valentino. La eloquenza ammaliatrice del Papa otteneva pronta
vittoria sull’animo pio del Re; Liutprando d’altronde era già fiacco
per vecchiezza; restituiva Orta, Almeria, Polimarzio e Bleda, ma non
già all’Imperatore greco loro legittimo principe, sibbene alla Chiesa,
e confermava quella donazione con una scrittura che fu deposta nel
san Pietro[314]. Questa fu la terza donazione che i Longobardi, per
loro diritto di conquista, facevano al Pontefice. Zaccaria peraltro
sapeva cavare al vecchio Re qualche cosa di più, e cioè il patrimonio
della Sabina, che già da trent’anni era posseduto dai Longobardi, e i
beni ecclesiastici di Narni, di Osimo, di Ancona, di Numana e di Valle
magna presso Sutri, dei quali Liutprando s’era insignorito. E il Re
suggellava la generosità fino a confermare una tregua di quarant’anni
col Ducato di Roma, e, ad instanza del Papa, dimetteva in libertà tutti
i prigioni romani ossiano greci. Così grande era la arrendevolezza
del Re, così grande il genio dei preti di Roma! Ogni morsello di cibo
che Liutprando metteva in bocca alle mense del Papa, gli costava di
scotto un tratto di territorio, ma almeno il vecchio Re, alzandosi
di tavola, poteva sclamare con un gioviale sorriso: non ricordarsi di
aver mai pranzato più lautamente[315]. Nel lunedì il Papa ripartiva,
accompagnato da Agiprando, duca di Chiusi e da alcuni gastaldi che
gli facevano la consegna delle quattro città. Zaccaria «colla palma
della vittoria», rientrava nella Città, dove le acclamazioni del popolo
plaudente gli significavano che Roma era proprietà del Pontefice. Nel
san Pietro disse un sermone ai congregati Romani, i quali all’indomane
tennero una processione solenne; movendo dal Panteon e attraversando
il campo di Marte, vennero alla basilica del principe degli Apostoli,
e quivi offrirono preci e grazie del risultamento grandissimo ond’era
stata coronata l’opera del Papa.

Nel successivo anno 742, Zaccaria ripeteva il suo viaggio, avvegnachè
lo esigesse la gravezza degli avvenimenti. Infatti Liutprando, il
quale aveva conchiuso una tregua speciale col solo Ducato romano (e
ciò dimostra che egli lo teneva in conto di territorio independente),
moveva adesso assalimento contro Ravenna, contro l’Emilia e la
Pentapoli. Eutichio esarca invocava i buoni officî del Papa, e alle
lettere di lui facevano seguito quelle di Giovanni arcivescovo di
Ravenna, e i messaggi delle altre città minacciate. Zaccaria innanzi
tutto tentava di cattivarsi l’animo di Liutprando per mezzo di suoi
legati e di donativi, ma poichè ciò a nulla giovava, decise di andare
egli stesso; e lasciato il governo della Città a Stefano patrizio
e duce, si partì[316]. Il Re faceva di tutto per evitare l’incontro
dell’ospite impetuoso, che già l’Esarca aveva accolto con ogni maniera
di onori; ma nessun impedimento terreno poteva trattenere un Santo,
cui per via una nuvoletta aveva protetto dagli ardori del sole, cui nel
cielo precedeva ad annunciarlo una schiera di guerrieri di fuoco[317].
Giunto a Pavia addì 28 del mese di Giugno, il Papa entrava arditamente
in quella città capitale dei Longobardi. Dopo un lungo dibattersi,
alla fine il Re era ghermito dall’arte del Pontefice, la cui facondia
lo circuiva come per forza d’incantesimo; egli restituiva all’Impero
di Grecia le fatte conquiste, e di Cesena e del suo territorio, onde
trattavasi, riteneva in pegno soltanto una terza parte, obbligandosi di
restituire anche questa alla Republica, tosto che di Bisanzio fossero
tornati i legati ivi spediti per la pace[318].

Poco tempo era trascorso dacchè Zaccaria aveva fatto ritorno a Roma da
questa spedizione gloriosa, quando morte il liberava dal suo nemico.
Il magnanimo Principe longobardo trapassava di vita dopo trentadue
lunghi anni di regno, e con lui tramontava per sempre la splendida
stella del suo popolo. Pochi mesi dopo, la gioia di Roma crebbe ancor
più, avvegnachè Ildebrando, nipote e succeditore di Liutprando, fosse
cacciato del trono, e vi salisse Rachi, duca di Friuli. Zaccaria
mandava auguri e gratulazioni al novello Re, di cui gli era ben noto
il fervore per la fede cattolica, e da lui otteneva la conferma di una
tregua di vent’anni per tutta Italia. Così nella caduta di Ildebrando,
come nell’avvenimento al trono di Rachi, l’arte politica del Pontefice
aveva avuto sua parte[319].


§ 2.

Continua l’ossequio all’Imperatore. — Rapporti amichevoli con Bisanzio.
— Carlomanno viene a Roma e si fa monaco a Monte Soratte. — Rachi
professa fede monastica a Monte Cassino. — Astolfo succede a Rachi nel
749. — Il Papa acconsente all’usurpazione di Pipino. — Zaccaria muore
nel 752.

Le sorti d’Italia stavano omai strette in pugno del più fortunato
dei Papi. Restaurata era la pace, più amichevoli che dianzi erano
le relazioni con Bisanzio. Sebbene di fatto fosse independente, il
Vescovo romano tuttavolta riveriva il potere legittimo dello Stato,
che pur sempre era rappresentato in Ravenna dall’Esarca, in Roma dal
Duce: e per fermo soltanto alle sollecitudini del Papa, l’Imperatore
doveva esser grato se la sua autorità perdurava in quelle province
d’Italia[320]. Nelle Bolle e negli Atti dei Sinodi si inserivano
pur sempre i nomi degli Imperatori iconoclasti, e financo nel
tempo posteriore, allorchè i Franchi ebbero assunto durevolmente il
patrocinio della Chiesa, i Papi continuarono a render ossequio alla
maestà e alla signoria suprema degli Imperatori[321]. Con vigilata
prudenza eglino celavano alla cheta i loro disegni di signoria
temporale, e i diritti o i possedimenti che acquistavano, ricevevano
tuttora valida conferma di esistenza giuridica per via dell’autorità
dello Stato; Zaccaria anzi riceveva dall’Impero delle donazioni per
diritto efficaci. Costantino V Copronimo, che or soltanto otteneva
vittoria dell’usurpatore Artabasdo, di cui il Papa romano, senza
prendersi cura del giure legittimo di successione, aveva inserito il
nome negli Atti del Concilio avvenuto nell’anno 743, era fervente
iconoclasta pari al padre suo; eppure ei si vedeva costretto a
mostrarsi amico del Pontefice; e, a richiesta di lui, facevagli dono
del territorio di due città, di Ninfa e di Norma nel Lazio[322].

La fortuna concedeva oltracciò a Zaccaria due trionfi ancor maggiori
che accrescevano splendore alla Chiesa. Gli antecessori di lui,
dall’alto della scalea del san Pietro, avevano fatto vedere ai Romani
alcuni Re di Bretagna coperti della tonaca di novizî; adesso Zaccaria
loro mostrava gli effetti che la forza mistica della Chiesa operava
sopra due Principi possenti ancor più, che vestivano l’abito monacale.

Carlomanno, maggiore dei figli di Carlo Martello, nell’anno 747
deliberava di rinunciare alla possanza ed allo splendore della signoria
principesca, e volle farsi frate. Bonifacio, l’apostolo della Germania,
era stato una delle molle che avevano dato origine a questo dramma
di pietismo, per effetto del quale Pipino diventava solo erede del
padre, e Roma conseguiva preziosissima ventura. Carlomanno venne a
Roma, gittossi ai piedi del Papa, e implorò in grazia che gli fosse
concesso di recidere le chiome, di chiudersi nella cocolla monastica
e di poter morire in qualche romitaggio romano. Zaccaria di buon grado
a tutto questo consentiva, e quel Principe d’inferma fantasia recavasi
in un eremo incantevole della Tuscia romana. Vent’otto miglia discosto
da Roma, s’eleva solitario il monte Soratte, e domina la via Flaminia
e il prossimo Tevere. Cancellate s’erano le classiche ricordanze che
i pastori arpinati avevano serbato di quel monte, sacro al dio del
Sole; appena v’era un Romano che alla vista di esso avesse saputo
sovvenirsi dei versi che Orazio e Virgilio gli avevano dedicato[323],
e più facilmente avrebbe saputo ripetere ciò che la leggenda narrava,
che Silvestro vescovo, fuggendo prima che Costantino confessasse
il Cristianesimo, s’era ricoverato colà da anacoreta, nascondendosi
nelle grotte del monte[324]. Il luogo solingo, la splendida bellezza
della natura erano fatti apposta per la vita romita; ed ivi perciò
fin dapprincipio sorgeva uno degli antichissimi conventi della
Campania[325].

Quel sito selvaggio Carlomanno eleggeva a sepolcro della sua vita.
Egli vi edificava un convento intitolandolo a san Silvestro, od
altrimenti ampliava quello che già esisteva. Altri tre chiostri ei deve
avervi fondato; quello di san Silvestro dura sul monte Soratte oggidì
ancora[326]. Ma la positura del monte, prossimo alla via Flaminia,
esponeva il monaco principe alle curiose visite dei nobili Franchi
che peregrinavano a Roma, per la qual cosa, alcuni anni dopo, egli si
ricoverava tra i Benedettini di Monte Cassino.

L’età di allora tornava ad essere malata di fantasticherie mistiche.
In tutti i luoghi si edificavano conventi, dappertutto si consecravano
alla Chiesa e beni, e doni, e anime (_pro salute_ o _mercede animae_).
Nella potenza della Chiesa, che operava su tutte cose con forza
d’incantesimo, siedeva lo spirito che animava il mondo a quel tempo.

Peraltro, se destava meraviglia l’intendimento di un Principe franco
che si faceva monaco, quel fatto ricadeva nell’ombra innanzi a un altro
tratto di abnegazione, mirabile ancor più. Infatti, anche Rachi si
spogliava della porpora e la cambiava nel saio di san Benedetto. Quel
Re, nell’anno 749, aveva rotto la pace; aveva minacciato la Pentapoli
e stretto d’assedio Perugia. Zaccaria, rimesse in movimento sue arti,
andò a lui come era ito a Liutprando e non appena il pellegrino, cui
nulla resisteva, ebbe soggiornato alcuni dì nel campo di Rachi, questi
che era uomo pio altrettanto che inetto principe, protestò di voler
dimettere la corona.

Rachi, Tasia moglie sua di nazione romana, e Rotrude figliuola di
lui, deponevano sulla tomba di Pietro le loro vestimenta regali, e
dalle mani del Papa ricevevano mantello e velo monastico. Eglino pure
andavano a Monte Cassino, dove il Principe dei Longobardi, trattando la
marra in un vigneto del chiostro, si confortava alla vista del franco
Carlomanno, allorchè lo scorgeva attendere umilmente a vili officî
di servo: le donne regali scomparivano dietro la soglia di un vicino
convento di monache[327]. Ma il pentimento che più tardi incoglieva
Rachi di quel suo proposito, significa manifestamente che egli di
sua libera volontà non aveva operato; e forse l’orgoglio di nazione
dei Longobardi s’era sollevato contro la fiacchezza di lui e contro
i sentimenti propensi ai Romani che egli coltivava nell’animo: era
avvenuto precisamente come allora che il popolo goto s’era ribellato
agli Amalî, favoreggiatori di Roma. La nazione longobarda intendeva a
romperla con Roma, ed a fondare un reame italico sotto lo scettro dei
suoi Re[328]; laonde il popolo fu ben lieto di porre nel luogo di un
uomo imbelle un guerriero ardito, che era pronto a mettere in opera
quei gagliardi disegni.

Astolfo, fratello di Rachi, saliva al trono di Pavia col fermo
proposito di raggiungere quella meta donde il Papa, col terrore di
sue minacce, aveva rimosso l’animo mite del suo antecessore; pertanto
i suoi intendimenti ostili costringevano il Pontefice a riannodare
tosto relazioni coi Franchi. Dopo la morte di Carlo Martello, il Papa
non le aveva più coltivate, ed anzi avea smesso ogni pensiero di una
intervenzione franca[329]. Un avvenimento importante mutava adesso d’un
tratto la faccia delle cose, e su Roma e su Italia operava conseguenze
gravissime.

Pipino, che serrava in mano tutta la potenza del reame dei Franchi,
dopo di aver messo da banda i suoi fratelli, era divenuto unico erede
dei possedimenti e delle mire dell’illustre padre suo; ed ora vedeva
giunto il tempo in cui gli era concesso di impadronirsi della corona
regale. L’antica stirpe dei Merovingi era precipitata in decadimento
profondo; e Childerico III, ultima ombra di re, vana fuorchè
nell’aspetto, non era altro che un fantoccio dispregiato nel reame. Una
mutazione palese dinastica che Pipino da lungo tempo andava preparando,
stava ora per compiersi audacemente; ma conveniva che l’usurpazione
fosse giustificata dalla sentenza favorevole del Pontefice, oracolo
del volere di Dio. Un popolo libero aveva buon diritto di torre la
corona del suo paese dal capo di un uomo inetto per darla al valoroso
figliuolo di un eroe, senza badare alla lunga serie di antenati e di
ombre che se l’avevano tramandata; ma la coscienza dei grandi e dei
piccoli si travagliava nel dubbio se un giuramento potesse infrangersi,
e Pipino aveva bisogno di acchetare gli scrupoli popolari. Nell’anno
751, egli mandava a Roma Burcardo vescovo di Virzburgo e Folrado abate
di san Dionigi, per chiedere al Papa, se il popolo dei Franchi, volendo
deporre dal trono l’inetto Childerico e gridar re il suo glorioso
Duca, potesse essere sciolto del giuramento. Zaccaria comprese tosto
l’alta importanza di quella domanda, e rispose affermando; ammise che
l’origine di ogni potere, anche di quello regio, siede nel popolo, ma
subordinò quel diritto alla conferma pontificia. Non era soltanto il
timore di Astolfo che lo induceva a riverire come re un usurpatore del
trono; ei coglieva anzi tutto quella opportunità per pronunciare che
a lui di diritto si spettava l’officio altissimo di giudice supremo
fra re e popoli; per lo meno quell’officio ei si prendeva, dal momento
che offerto gli era. Di tal guisa, la necessità che era imposta
all’ambizione di un usurpatore, innalzò al di sopra d’ogni limite la
potenza del Vescovo romano; quel breve istante fu uno dei momenti più
importanti nella storia del papato; lo sgraziato esempio operò per
lunghi secoli effetti grandissimi, e diede agio ai Pontefici di bandire
il principio, che per la grazia di Dio loro si competeva l’autorità di
dare e di togliere corone[330].

È cosa probabile che Zaccaria continuasse a vivere ancor dopo
l’incoronazione di Pipino a re dei Franchi. Il Papa moriva addì 14 di
Marzo dell’anno 752: sembra che, poco tempo innanzi nella assemblea
di Soissons, Pipino fosse consecrato re dal vescovo Bonifacio legato
del Pontefice, e cingesse il capo del diadema di Childerico, dopo di
aver chiuso fra le mura di un convento quell’ultimo discendente di
Clodoveo[331].


§ 3.

Edificazioni di Zaccaria nel palazzo Lateranense. — Suoi tentativi di
porre colonie nella Campania. — Le _Domus cultae_. — Stefano II papa.
— Astolfo conquista Ravenna nel 751. — Egli leva pretese su Roma. —
Stefano cerca ajuto presso l’Imperatore, indi presso Pipino. — Va in
Francia. — Pipino e i suoi figli sono consecrati re nel 754. — Col
patto di Kiersy Pipino promette soccorso. — Il Re è eletto patrizio dei
Romani.

Quantunque il governo di Zaccaria durasse dieci anni lieti di
pace, tuttavia egli lasciava in Roma pochi monumenti che del suo
pontificato facessero ricordanza. Massima cura egli dedicava al palazzo
Lateranense, sede del Patriarcato; chè la dimora dei Papi meritavasi
di essere adorna con maggiore splendidezza, adesso che la loro potenza
era cresciuta così tanto. I palazzi Lateranensi, che si appoggiavano
con istretta aderenza alla basilica di Costantino, erano stati costante
dimora dei Papi, da Silvestro in poi. Essi costituivano il vero punto
di mezzo del loro governo così spirituale che temporale, laddove
il Vaticano era centro del culto, ossia era sede del principe degli
Apostoli. Il palazzo patriarcale conteneva gli archivî e gli scrigni
della Chiesa, ed era stanza dei Papi e della loro corte. Ampliato poco
a poco, oltre alla grande basilica comprendeva in sè parecchie chiese
minori, molti oratorî e triclinî o refettorî, parecchie cappelle, tra
le quali quella celebre del palazzo papale, di san Lorenzo, detta
più tardi _Sancta Sanctorum_. In vicinanza assai prossima erano il
battisterio, i conventi di Giovanni Battista e dell’Evangelista, quelli
dei santi Andrea e Bartolomeo, e probabilmente ancora un terzo dedicato
a santo Stefano ed un quarto consecrato ai santi Sergio e Bacco. Di tal
guisa, tutti questi edifizî, come oggidì il Vaticano, formavano per sè
soli una piccola città, che aveva aspetto di un labirinto[332].

Zaccaria aggrandì le case patriarcali e le rese più magnificamente
ornate. Fabbricò un portico guernito di una torre innanzi alla fronte
del palazzo, e l’edificio più tardi fu di preferenza appellato palazzo
di papa Zaccaria, e, nel linguaggio popolare, «casa maggiore»[333].
Il portico fu adorno di pitture; da esso si saliva alla torre, dove
trovavasi un triclinio in cui erano dipinti a colori i paesi della
terra[334].

Nuove chiese Zaccaria non edificò, ed occorre principalmente osservare
che l’architettura in Roma da qualche tempo in poi non creava più
nulla di grande. S’era continuato fino al secolo settimo a riempiere la
Città di chiese; laonde s’aveva adesso bel fare soltanto a conservare
quelle esistenti. Zaccaria restaurava santo Eusebio sull’Esquilino, e
altre basiliche forniva di arazzi di seta, che servivano da copertura
degli altari o da cortina negli intercolunnî delle navate. Con quelle
drapperie si iniziava un lusso sontuoso; la loro opera pesante di
arte bizantina si conformava al gusto della età dei musaici. Sovra di
esse si rappresentavano fatti biblici, e il Libro dei Papi con minuta
particolarità ci racconta che sul pallio d’altare, che Zaccaria facea
intessere per il san Pietro, era istoriata in ricamo d’oro la nascita
di Cristo[335].

Zaccaria ebbe merito di fervide cure rivolte alla coltivazione della
campagna di Roma, omai insalvatichita. Dappoichè la Città da gran tempo
aveva perduto i modi di trarre derrate dall’Africa, ed era stata adesso
rapita dei suoi granai di Calabria e di Sicilia, doveva star molto a
cuore dei Pontefici di accrescere i suoi redditi agricoli. Gli sparsi
possedimenti della Chiesa fornivano provvisioni, che ricavavansi di
Toscana e del Lazio; ma il bisogno cresceva, chè la popolazione di Roma
si faceva più numerosa, e molti abitatori delle campagne ricoveravano
nella Città, messi in fuga dai Longobardi. La Campagna non era allora
in istato così deserto e brullo come è oggidì; tuttavia con immensa
rapidità crescevane la desolazione, perocchè le proprietà libere
mancassero. La Chiesa per fermo, con sue compre e colle donazioni che
riceveva, allargava ognor più il suo possedimento di terre, eppure essa
non poteva sopperire a quanto era necessario, poichè non provvedeva
in grandi proporzioni alla fondazione di colonie; e ciò che fecero a
questo riguardo Zaccaria e, più tardi, Adriano I, fu opera particolare
di loro, e non s’ebbe imitatori[336]. Zaccaria fondò cinque così
appellate _Domus cultae_, ossiano masserie, nelle quali avevano albergo
i coloni che lavoravano le campagne circostanti. La prima colonia
fu _Laurentum_, colla _Massa Fontejana_: denominata _Paonaria_, era
situata nel territorio dei Laurentini, che si estendeva dalla foce
del Tevere fino ad Anzio; ciò fa supporre che l’antica Laurento fosse
spopolata, e che il Papa s’industriasse di rianimarla a vita con una
colonia[337]. La seconda di queste, era detta di santa Cecilia da un
oratorio esistente in quel borghetto, ch’era situato presso alla quinta
pietra miliare, lungo la via Tiburtina.

Quattordici miglia discosto da Roma, nel patrimonio di Tuscia, Zaccaria
impiantò una terza colonia che non fu denotata con nome speciale;
finalmente egli acquistò Anzio e Formia, che stavano, non v’ha dubbio,
nel territorio delle antiche città di questo nome.

A succeditore di Zaccaria era scelto Stefano prete, ma questi passava
ad altra vita tre soli giorni dopo la sua elezione; ed allora alla
cattedra santa saliva Stefano II, romano di nascita[338].

Col reggimento di questo Pontefice, che ebbe animo adatto alle grandi
faccende, incominciò per Roma un periodo nuovo. Poco tempo innanzi re
Astolfo aveva conseguito quello cui i predecessori di lui vanamente
avevano inteso i loro sforzi. La sede del reggimento bizantino in
Italia era caduta in suo potere, e già addì 4 del Luglio 751 egli
avea potuto promulgare un regio editto dal palazzo della conquistata
Ravenna[339]. Eutichio, ultimo degli Esarchi, era scomparso, e
l’imbecille governo dei greci eunuchi finiva per sempre, dopo due
secoli di esistenza. Di qui derivarono conseguenze importantissime;
perocchè or fosse a risolvere la questione, se il Re dei Longobardi
dovesse o no diventare il padrone d’Italia tutta. Conquistata Ravenna,
Astolfo tosto moveva verso il mezzogiorno per impadronirsi di Roma,
del Ducato e di tutte le province che ancora restavano ai Bizantini,
sulle quali ei vantava pretesa, quale succeditore dell’Esarca o
dell’Imperatore. Ma Stefano, per mezzo di suoi legati, riusciva a
rattenere il cammino dell’esercito (nel Giugno dell’anno 752); il Re
infatti cedeva, e financo giurava una tregua di quarant’anni col Ducato
romano. Ma quattro soli mesi dopo ei si pentiva di sua debolezza,
e chiedeva un tributo annuo di un soldo d’oro per ciascuna testa di
Romano, e protestava di voler riunire al regno suo la Città[340].

A rimuovere il pericolo di quella minaccia Stefano inviava a lui gli
abati di Monte Cassino e di san Vincenzo sul Volturno, nel ducato
di Benevento, che erano i due conventi più illustri di Benedettini
che fossero in quel tempo in Italia. Il Re non gli accoglieva, ma li
rimandava ai loro chiostri con divieto di vedere il Papa[341].

Nel frattempo l’Imperatore bizantino, atterrito della caduta
di Ravenna, domandava che gli fosse restituito l’Esarcato tolto
al suo Stato, ma ciò non chiedeva con forza d’armi, sibbene per
lettere, di cui Giovanni silenziario veniva latore al Papa ed al Re
longobardo. Stefano inviava quel legato ad Astolfo insieme a Paolo
fratello suo, ma, com’era a prevedersi, la ambasceria non otteneva
risultamento di sorta. Grave ognor più si faceva il pericolo; il Papa
esortava l’impotente Imperatore, suo signore supremo, a mandare un
esercito che salvasse Roma, e colle armi togliesse Italia alle mani
dell’inimico[342]; chè Astolfo con impetuosa violenza esigeva dedizione
senza patti, e minacciava di trucidare tutti i Romani, se fosse
costretto a prendere d’assalto la Città.

Premuto da difficoltà sì angosciose, Stefano congregava il popolo,
e, come il magno Gregorio aveva fatto in condizioni pari, lo ammoniva
con prediche; nei Romani ridestava sentimenti di pietà e di amore di
patria; bandiva letanie che movevano in pellegrinaggio a santa Maria
Maggiore, e il Pontefice in persona le guidava, portando sugli omeri
l’imagine del Redentore «non fatta di mano d’uomo»[343]. Alla croce
che la processione alzava in vessillo era attaccata la scritta con
cui Astolfo avea promesso pace; e ciò per prendere Dio e il popolo a
testimonio dello spergiuro di quel Re. Ma Stefano non si contentava di
sole processioni; prima ancora che Costantino avesse dato risposta al
legato suo chiedente soccorso, egli avea compreso che l’Imperatore non
era in condizioni da mandare in Italia un esercito, e da imprendere
di nuovo la conquista che Giustiniano in altri tempi avea fatto. La
storia d’Europa avviava oggimai le sue correnti verso Occidente, a que’
popoli germanici ch’erano poderosi di forza e di vita; furono lasciati
i Bizantini a lambiccarsi il cervello in loro sofisticherie dogmatiche,
e a combattere loro lotte coi Maomettani; e Roma, partendosi dai Greci,
si gettò in braccio ai Franchi.

A Stefano sovveniva ricordanza delle relazioni che il suo antecessore
aveva stretto col reame di Francia, la cui corona Pipino di recente
s’era posta in capo coll’adesione del Pontefice. Il pericolo
che incalzava lo costringeva a compiere un fatto i cui splendidi
risultamenti egli allora divinar non poteva. Per mezzo di un pellegrino
mandava secretamente sue lettere a Pipino richiedendolo di ajuto
ed esprimendo il desiderio di aver con lui un abboccamento: questa
prima lettera, che fu scritta nell’anno 753, malauguratamente ci
andò perduta. Il nuovo Re dei Franchi, cupido d’imprese, colse con
gioia una proposta che gli dava l’opportunità di annodare importanti
associazioni coi paesi esterni, e che poteva essere d’immenso vantaggio
allo svolgimento della potenza del suo regno. Egli inviava pertanto
di Gorizia a Roma l’abate Drottegango perchè trattasse col Pontefice,
e tosto dopo gli spediva Autari duca e Crodegango vescovo di Metz,
affinchè facessero scorta sicura al Pontefice fino in Francia[344].
L’usurpatore del trono di Childerico sentiva bisogno di ottenere
consecrazione solenne dalle mani proprie del Papa, affine di acchetare
il mormorio di querela, che continuamente serpeggiava in mezzo ai
Franchi. Da una parte e dall’altra s’intrecciavano fra loro ragioni
di necessità e di gratitudine di quei due uomini, del Papa da un
lato che si faceva ribelle alla autorità legittima dell’Imperatore,
e di Pipino dall’altro che aveva usurpato la corona legittima del suo
Re. Quelle ragioni mettevano capo a plasmare omai con forme nuove la
storia dei popoli, e, a successione di quei rapporti d’alleanza che si
costituivano fra Roma bisognosa di soccorso e la giovane dinastia dei
Carlovingi, facevasi innanzi l’Impero germanico romano, che ben presto
doveva derivarne come risultato. Il progressivo svolgimento di questo
sistema ecclesiastico politico, sorto da umili inizî e da necessità
temporanee, forma una delle pagine feconde di massimo ammaestramento
nella vita pratica della storia del mondo.

Roma era in balia di una trepidanza profonda. Trattavasi nientemeno
che di dar formalmente al Re dei Franchi un’autorità di patrocinio
sulla Città con titolo di Patrizio, e di sgombrare così a quel
Principe straniero una via di potenza in Italia ed in Roma. Troppo
grave era quel fatto perchè il Papa potesse compierlo di suo arbitrio
e sotto la sua sola malleveria. Non v’ha dubbio che ei ne sottopose
le proposte alla deliberazione del popolo romano, dell’esercito e
della nobiltà, congregati a parlamento; e da essi ottenne l’incarico
di conchiudere un trattato con Pipino, dopochè i Romani lui avevano
eletto a loro patrizio. Il viaggio del Papa nella terra dei Franchi
era un avvenimento che non avea riscontro d’esempli; ben è vero
che i suoi predecessori erano iti a Bisanzio allorchè l’Imperatore
colà gli avea chiamati, ma non peranco mai un Vescovo romano aveva
valicato le Alpi per andarsene ad un popolo germanico dell’Occidente.
Nell’autunno dell’anno 752 Stefano stava preparandosi al viaggio,
quando, coi suoi legati, giungeva di Bisanzio il silenziario Giovanni,
ed, invece di ajuto di armi, egli recava da parte dell’Imperatore
comando al Pontefice affinchè questi in persona si recasse alla corte
di Astolfo e lo inducesse a restituire l’Esarcato[345]. Non è facile
che Stefano desse al greco ambasciatore contezza di ciò che stava
negoziando con Pipino, i messi del quale, Autari e Crodegango, or
dovevano accompagnarlo nel viaggio che verso di lui imprendeva. Il Papa
toglieva con sè quei legati, il ministro imperiale, parecchi illustri
officiali della Chiesa ed alcuni maggiorenti della milizia romana per
andarsene anzi tutto ad Astolfo; partiva infatti di Roma, addì 14 di
Ottobre, munito di un salvacondotto del Re longobardo. Allorquando il
predecessore di lui era mosso a Liutprando, aveva affidato a un Duce il
reggimento della Città; adesso Stefano raccomandava «tutto il popolo
del Signore alla guardia del Salvatore e di Pietro principe degli
Apostoli»[346]. Non v’ha dubbio ch’egli affidava il governo delle cose
ecclesiastiche a un Vicario, nel tempo stesso che un Duce od un Console
eletto dai Romani assumeva il reggimento temporale.

Prima che Stefano, camminando attraverso le soldatesche longobarde
che tenevano occupato il Ducato, giungesse a Pavia, il Re con
suoi comandamenti lo ammoniva che non s’avvisasse di fargli motto
di restituzione dell’Esarcato e delle altre città dell’Impero;
rispondevagli il Papa, essere infruttuosa cosa il tentare
d’intimorirlo. Egli colmava il Re di donativi e di preghiere, e queste
con mesto aspetto il Silenziario imperiale raccomandava. Astolfo faceva
il sordo ai loro detti, e neppure voleva concedere al Papa che passasse
in Francia, ma i legati di Pipino con risolutezza chiedevano che il
consentisse. Il Re presentiva le conseguenze che sarebbero derivate
da quel viaggio, eppure impedirlo non potè. Stefano partì di Pavia,
addì 15 di Novembre dell’anno 752, con accompagnatura di vescovi e
di cardinali, e certo anche di maggiorenti romani che andavano da
plenipotenziarî della nobiltà e del popolo. Con rapido cammino giungeva
il Papa ai passi delle Alpi; al chiostro di san Maurizio, dove trovarsi
dovea con Pipino, gli venivano incontro soltanto, legati di lui,
Folrado abate e Rotardo duca, e lo invitavano a proseguire la via in
Francia, dove avrebbe raggiunto il Re al castello di Pontigon (_Pons
Hugonis_)[347]. Ivi infatti egli era accolto con ogni sorta di onori
dall’intiera famiglia regale, addì 6 del Gennaio 754, ed era condotto
a Parigi, dove prendeva stanza nel convento di san Dionigi. Del nome di
Parigi a quest’occasione per la prima volta fa cenno il Libro dei Papi,
e ci è duopo trascorrere un periodo di più che mille anni per rilevare
di bel nuovo i tardi effetti del viaggio di Stefano: gli è al tempo in
cui papa Pio VII se ne va a Napoleone usurpatore, e sono quasi identici
gli scopi che a questo viaggio altresì davano la ragione.

Stefano consecrò il re Pipino, la donna sua Bertrada e Carlo e
Carlomanno figliuoli di lui, e sotto pena di anatema proibì al popolo
franco di eleggersi mai a suo re uomo che fosse di stirpe diversa
dalla famiglia dei Carlovingi, di cui adesso la Chiesa proclamava
legittimo l’impero. L’animo riconoscente di Pipino non si restrinse
a vane parole di grazie. Nel castello Carisiaco, ossia di Kiersy, si
pattuì ciò che avrebbesi fatto dell’Esarcato e della Pentapoli, non
appena queste province greche fossero state colla forza delle armi
strappate ai Longobardi[348]. Pipino conchiuse una specie di trattato
colla Chiesa romana e col capo suo; per sè e pei successori suoi
fece sacramento solenne di provvedere alla difesa ed all’incremento
della potenza della Chiesa; il Papa d’altra parte promise che nè
egli, nè i suoi successori abbandonerebbero mai la novella dinastia:
fu conchiuso così un patto reciproco offensivo e difensivo[349].
L’autorità suprema dell’Imperatore bizantino era, come norma di
principio, ammessa tacitamente, ma non pertanto Stefano eleggeva il Re
dei Franchi a difensore della Chiesa e delle sue proprietà temporali.
Di tal guisa ei si arrogava audacemente i diritti dell’Imperatore,
e insigniva Pipino ed i suoi figli di quel titolo di Patrizio dei
Romani, che fino a quel tempo aveva appartenuto all’Esarca. Ma per
questo s’era già innanzi raccolto il voto dei Romani; la proclamazione
di Pipino a patrizio non poteva essere un atto che dipendesse dalla
volontà sola del Papa, sibbene il risultamento della deliberazione di
tutto il popolo romano; Stefano recava quel voto con sè in Francia,
ove lo accompagnavano alcuni ottimati di Roma, e Pipino senza
titubanza accettava la sua elezione a patrizio dei Romani. Indi in
poi, per un corso di secoli, il titolo di «Patrizio» fu per Roma di
somma importanza. In origine quel predicato non aveva significato
propriamente un officio; soltanto dopo di Costantino era stato una
dignità ragguardevole che durava a vita, e che si largiva anche a Re
barbari. Sembra che, dalla erezione dell’Esarcato in poi, quel titolo
gli Esarchi a preferenza assumessero; ad esso più tardi si aggiunse il
concetto che fosse còmpito del Patrizio di sopravvegliare all’elezione
pontificia e di avere l’avvocazia della Chiesa. Le relazioni in cui il
Principe dei Franchi trovavasi con Roma, col Ducato e coll’Esarcato,
furono perciò espresse con quel titolo romano, ma cosa meravigliosa si
è che le Lettere Pontificie ad esso non associno mai il concetto di
«Difensore.» Infatti non vi si fa mai cenno che il Re abbia obbligo
di difendere Roma per suo ufficio di patrizio dei Romani; la ragione
politica dei Papi derivò invece quest’obbligo soltanto dalla missione
che Dio avea imposto al Re, e di cui era simbolo la consecrazione;
perlomeno fe’ discendere quell’obbligo indeterminatamente dal trattato
conchiuso con Stefano; e sembra che avvisatamente i Papi intendessero
ad escludere la vera significazione del Patriziato, poichè volevano
che questo fosse riguardato non già come un diritto politico, ma
come un titolo onorifico, precisamente nel modo stesso con cui altra
volta Clodoveo, Odoacre e Sigismondo principe de’ Burgundi lo avevano
tenuto, in segno dell’onoranza loro conceduta dagli Imperatori[350].
Primo fu Carlo magno ad appellarsi nei documenti _Patricius Romanorum,
Defensor ecclesiae_; ed un formulario dei tempi posteriori esprime
manifestamente la connessione dei due concetti. Lo si trova nella
«_Graphia_ dell’aurea città di Roma», che è una scrittura la quale
risale alla seconda metà del secolo decimo, e contiene le discipline
ceremoniali con cui l’Imperatore dà l’investitura ad un Patrizio.
Allorchè questi è eletto, bacia in prima i piedi, le ginocchia e la
bocca all’Imperatore, indi dà il bacio a tutti i Romani, i quali tutti
sclamano: «Benvenuto sii!» E l’Imperatore gli dice: «Troppo grave
fatica ci sembrò di dover adempiere da soli all’officio che Dio ci
affidò. Te perciò togliamo in aiuto nostro, e ti impartiamo questo
onore, acciocchè tu faccia giustizia alle chiese del Signore ed ai
poverelli, di che indi dovrai rendere ragione al giudice supremo;»
indi lo veste del manto, gli pone l’anello nel dito indice della
destra, e di propria mano gli porge una pergamena su cui sta scritto:
«Sii Patrizio pietoso e giusto.» Poi gli impone sul capo un cerchio
d’oro e lo congeda[351]. Dobbiamo credere che Pipino non sarà stato
investito del patriziato con formula simigliante; però un pari concetto
di costituire un proteggitore alla Chiesa producevasi alla mente di
papa Stefano, sebbene ei cercasse di impedire che al patriziato dei
Franchi si congiungesse quella diretta podestà su di Roma, che gli
Esarchi avevano posseduto. Ma poteva forse avvenire che Pipino si
stesse contento ad un titolo vano, che a lui costava molto, senza ch’ei
pretendesse alla podestà che quel titolo in sè racchiudeva? Per lo meno
quell’autorità consisteva nella giurisdizione sull’Esarcato e su Roma,
che s’esercitava in nome dell’Imperatore e dello Stato, e nel diritto
di conferma della elezione pontificia. Pipino otteneva di essere
consecrato su quel trono che egli aveva usurpato ai Merovingi, e questo
per fermo era un’alta ricompensa per le guerre che egli prometteva
d’intraprendere in Italia a benefizio del Papa. Egli assumeva degli
obblighi, ma tosto a lui ne conseguivano effettivamente anche dei
diritti, e il patriziato dei Principi franchi, da un’avvocazia armata
che era, si elevò ad una podestà di giurisdizione suprema. Peraltro,
soltanto dopo lunghi indugi i Papi accondiscesero ad accordarla.


§ 4.

Falliscono i negoziati con Astolfo. — Ritorno di Stefano. — Pipino
scende in Italia. — Astolfo accetta la pace. — Primo documento di
donazione di Pipino dell’anno 754. — Il Re dei Longobardi entra nel
Ducato. — Assedio di Roma nel 755. — Devastazione della Campania. —
Saccheggio delle catacombe di Roma. — Lettera di Stefano ai Franchi. —
San Pietro scrive una lettera al Re dei Franchi.

Re Astolfo mirava con grande ira i maneggi del Papa e dei Romani; lui
avevano essi respinto, e l’autorità di tutela su Roma avevano dato in
mano al lontano Pipino. Prima dunque che questi coi suoi Franchi, mal
volenterosi di quella impresa, scendesse in Italia, Astolfo cercava
presso la corte Franca di porre impedimento ai disegni del Papa. Egli
costringeva il monaco Carlomanno ad abbandonare Monte Cassino, e ad
andare ambasciatore longobardo al fratel suo, per distoglierlo dai
trattati con Roma. Lo sventurato espiava la pena di quell’incarico
pericoloso, chè veniva chiuso nel chiostro di Vienna, dove in breve
tempo moriva. Pipino, patrizio, or ammoniva il Re de’ Longobardi,
affinchè i paesi conquistati restituisse; gli offriva persino una
considerevole moneta di riscatto, se egli volesse restituire «ai
proprietarî la proprietà,» ma, per buona ventura della Chiesa, Astolfo
rimaneva fermo nel suo diniego. Nè il Papa, nè i Franchi pensavano
che la valorosa nazione dei Longobardi fosse affralita dalle divisioni
interne, dai raggiri sacerdotali e dall’influenza del clima d’Italia,
nè credevano che il reame d’Alboino altro adesso non fosse che una
larva temuta.

Stefano partiva con una comitiva di Franchi, ed era accolto in Roma
con voci di giubilo che lo acclamavano salvatore e liberatore. Pipino
poi col suo esercito entrava, per le chiuse delle Alpi, da Val di
Susa, rinchiudeva i Longobardi entro Pavia, e nell’estate cingeva
questa città di assedio. Astolfo, messo alle strette più disperate,
accettava la pace che gli si profferiva, e giurava di cedere Ravenna
ed altre città[352]. In questi termini generali si esprime il Libro
Pontificale, il quale pertanto dimostra non essergli pervenuta contezza
di donazioni che fossero allora fatte al Pontefice; tuttavolta da due
lettere di Stefano, che appartengono alla fine dell’anno 754, si pare
che Pipino, dopo la conchiusione della pace, nell’autunno del 754,
effettivamente gli rilasciasse una scrittura di donazione. Soltanto non
se ne può determinare, se la restituzione onde si trattava si riferisse
ai beni della Chiesa, oppure alle province greche; nè si fa pur un
sol motto di Ravenna e dell’Esarcato. Lo stile della curia pontificia
tiene il concetto di _Respublica_ in una diplomatica indeterminatezza,
mentre sotto il titolo di «Republica dei Romani» si poteva ad arbitrio
intendere il concetto astratto dell’Impero od altrimenti il crescente
Stato di san Pietro, che era precisamente il Ducato romano[353]. La
frase officiale usata allora dal Papa per significare la cessione
delle province occupate dai Longobardi, fu quella «di reddizione o
restituzione» alla Republica dei Romani. Or sotto il nome di Republica
nella sua universalità, intendevasi un tempo tutto l’Impero, di cui era
capo legittimo l’Imperatore, e perciò si potrebbe credere che il Papa,
parlando di «restituzione», riferisse quella cessione all’Imperatore;
ma la posteriore donazione fatta da Pipino ci ammaestra, che il Papa
coll’appellazione di Republica romana denotava veramente Roma, capo
e sede del romano Impero, per virtù del quale la Città aveva dominato
Italia e il mondo[354].

Pipino aveva appena lasciato Pavia, che re Astolfo, quasi svegliandosi
di un sogno, era tratto a infrangere il patto. Egli chiamava in arme
tutto l’eribanno dei Longobardi, e, ancor sulla fine dell’anno 754,
assaliva il Ducato romano, e moveva contro Roma per castigarvi la volpe
che osava di strappare la preda dalla bocca del leone. Stefano vedevasi
ora abbandonato senza soccorso a pericolo estremo. Tosto dopo che
Astolfo aveva rotto sua fede, il Papa indirizzava ai Franchi lettere
di doglianza. Il latino di quelle scritture, come di tutte le altre
della collezione Carolina, è cosa barbara; tronfio ne è lo stile, e le
esagerazioni dei predicati di «Vostra grazia melliflua,» di «sguardo e
di volto dolci al paro di mele,» dimostrano quanto fossero nauseanti le
formule cortigianesche di quel tempo, in cui alle ampollosità di stile
della cancelleria bizantina andavasi ancora associando espressioni
bibliche[355]. A quel mele peraltro Stefano mesceva anche degli amari
rimbrotti contro la credulità leggera di Pipino; gli rammentava che
aveva intrapreso un viaggio in mezzo a mille pericoli per andare a
lui; che lo aveva consecrato re; che, in mezzo a tutti i Principi
della terra, Pietro lui aveva eletto a proteggitore della Chiesa: e lo
scongiurava a provvedere prestamente affinchè l’Apostolo ottenesse ciò
che per diritto gli spettava[356]. Le lettere partivano per Francia, ma
già i Longobardi stavano innanzi le mura di Roma.

Due secoli erano trascorsi dacchè Roma aveva sofferto l’ultimo duro
assedio onde Totila l’aveva cinta; chè tutti gli assalimenti successivi
dei Longobardi non avevano avuto soverchia gravità, oppure erano
stati evitati col pronto pagamento di un riscatto. Ora invece Astolfo
veniva con tutto il suo esercito poderoso per conquistare la Città, e,
nel giorno 1 del Gennaio 755, i Romani scorgevano avanzarsi le prime
schiere dell’oste nemica: procedeva questa divisa in tre battaglie, i
Longobardi di Toscana venivano per la via Trionfale, il corpo maggiore
dell’esercito condotto dal Re per la via Salara, i Beneventani per
la via Latina[357]. Per circuire tutt’intera la città Astolfo poneva
campo innanzi a porta Salara; i Toscani si attendavano fuori della
porta Portuense, i Beneventani si distendevano dal Laterano fino al san
Paolo.

I Longobardi beffavano con grida di scherno quelli ch’erano a guardia
delle mura, e: «Andate a prendervi i vostri Franchi,» sclamavano,
«che vi liberino dalle nostre spade.» Ma i Romani rispondevano con
una difesa risoluta; la milizia cittadina, già provata nell’arme in
alcune pugne, dava pegno onorevole del suo amore di patria. Non si fa
cenno peraltro di alcun Duce, nè di alcun Tribuno, e neppure del nome
di qualsiasi capitano romano, ma il Papa, con lusinghiere adulazioni,
nella sua lettera a Pipino, celebrava il franco abate Vernerio, che
essendo da legato nella Città, correva lungo le mura di Roma, vigilando
dì e notte, e faceva la parte da Belisario[358]. Possiamo accogliere
per vero che Vernerio fosse venuto a Roma con accompagnatura di un
drappello di guerrieri franchi, e che questi ora prestassero buoni
officî nella difesa.

Le mura antichissime di Roma, che per buona ventura Gregorio III
aveva restaurato, resistettero all’urto delle macchine guerresche
dei Longobardi, ma di dentro la Città era tratta ogni dì più allo
stremo. La Campagna era devastata senza pietà da un nemico sitibondo
di vendetta, e le scarse colonie della Chiesa erano da capo a fondo
distrutte. Astolfo per verità, mosso da reverenza religiosa, proibiva
che si toccasse alle basiliche di san Pietro e di san Paolo, che
stavano nella cerchia del territorio da lui occupato, ma tutte le
altre chiese e i conventi che stavano fuori della Città abbandonava
al saccheggio, e i frati e le monache erano sottoposti ai più
duri maltrattamenti. Sembrava che i Longobardi tornassero memori
dell’arianesimo dei loro padri, perocchè vituperassero con aperto
dileggio tutto ciò che si aveva veneranza di santo; ed Iconoclasti,
che erano forse greci assoldati nell’esercito, trafiggevano a punta
di spada le imagini dei Santi, e in gran falò le davano alle fiamme.
In pari tempo, nè v’ha contrasto che sia più spiccato di questo e
che denoti meglio la tempra di quel secolo, i Longobardi frugavano
nei cimiteri dei Martiri, e, ve li inducesse fervore pio o sete di
guadagno, si caricavano di ossa dei Santi. Il desiderio di possedere
reliquie (un secolo dopo diventava una vera mania di quell’età) s’era
già da gran tempo impadronito dei Longobardi: Liutprando, nell’anno
722, aveva comperato a peso d’oro dai Saraceni di Sardegna la salma
di santo Agostino, e, fra il giubilo delle genti, l’aveva deposta in
Pavia, nella basilica di san Pietro _in coelo aureo_. Ed ora Astolfo
profittava dell’assedio di Roma per raccattare dalle catacombe quante
ossa venerate di santità gli veniva fatto di trovare, e tante ne facea
trasportare in Lombardia. Quelle città sotterranee dei morti, cui fin
allora la profanazione non aveva mai offeso, erano di tal guisa, adesso
per la prima volta, date in balìa della devastazione[359].

Al giorno 23 di Febbraio erano già corsi cinquantacinque giorni
dacchè aveva principiato l’assedio; allora Stefano, per affrettare
il soccorso che con grande ansietà aspettava dai Franchi, spacciava a
Pipino l’abate Vernerio e due legati romani. Le sue lettere, scritte
fra le angustie degli assalimenti inimici, dipingono con vivi colori
le condizioni disperate in cui Roma si trovava. La prima lettera
indiritta a tutto il popolo Franco è scritta in nome del Papa, di tutto
il clero, di tutti i duci, dei cartularî, dei comiti, dei tribuni, del
popolo e dell’esercito dei Romani; la seconda è scritta da Stefano in
nome proprio. Egli vi esorta i Re a mandare prestamente soccorsi che
rechino a Roma salvezza, e in pari tempo gli ammonisce di adempiere
il dovere loro, perocchè «egli insieme con Dio abbia affidato alle
loro mani la protezione della Chiesa santa e della Republica romana.»
E il Papa rafforzava il valore di quegli ammonimenti nuovamente con
una terza lettera, la quale con istrana fantasia ei faceva che gli
dettasse la voce di Pietro, principe degli Apostoli. Non l’eresia
di Ario, non quella di Nestorio, nè altre che avevano minacciato la
fede cattolica nel suo fondamento più vitale, avevano mai indotto san
Pietro a scrivere lettere; e persino allora che Leone imperatore aveva
minacciato di distruggere il suo simulacro che era a Roma, l’Apostolo
non aveva pur dato segno di sua collera. Ma ora che grave pericolo si
addensava sulla sua città, o piuttosto sui suoi patrimonî, il Santo
si scoteva, e indirizzava una lettera di fuoco al Re dei Franchi, suoi
«figli adottivi.» Questa epistola meravigliosa è una delle più efficaci
testimonianze dello spirito grosso che animava non soltanto quel
secolo, ma anche la Chiesa di allora, perocchè questa non avesse più
riserbo «di servirsi delle ragioni più sante della religione, in pro
dei negozî di Stato[360].» Il latino della lettera era così zeppo di
barbarismi, che lo stesso san Pietro, il quale non sapeva scrivere che
l’ebraico od il greco, ne avrebbe arrossito di vergogna, e l’avrebbe
ripudiato; e le gonfie esagerazioni dello stile avrebbero messo nausea
a lui e a tutti gli Apostoli.

Vedasi a che meschina figura si era rimpicciolito nel secolo ottavo
il grande Apostolo, se il suo succeditore romano poteva mettergli
in bocca parole come queste: «Anche la nostra Signora, Maria madre
di Dio sempre vergine, associa le sue più officiose instanze alle
nostre; protesta, esorta e comanda; e a lei si uniscono i Troni, le
Dominazioni, e tutto l’Esercito della celestiale milizia; nè si stanno
indietro i Martiri e i Confessori di Cristo e tutti coloro che stanno
in grazia di Dio: eglino con noi esortano, scongiurano, protestano: se
vi prenda cura di questa città di Roma, che Dio ci affidò in custodia,
e del gregge del Signore che in essa dimora, e della Chiesa santa che
Dio mi confidò, affrettatevi; liberatela dalle mani dei Longobardi
persecutori, affinchè, Dio nol permetta! il mio corpo che per amore del
Signor Gesù Cristo sofferse, e la mia tomba dov’esso per comando di Dio
riposa, non ricevano da coloro contaminazione; affinchè il popolo che
mi appartiene non sia disperso e trucidato da questi Longobardi, rei
di turpi spergiuri, e trasgressori delle scritture divine.» E dopo che
l’Apostolo s’è abbassato a queste supplicazioni, in sulla conchiusione
si erige con fiero cipiglio, minacciando scomunicazione: «Se voi,
che nol vogliamo credere, vi farete colpevoli di pigri indugi o di
vigliacca diserzione, e non obbedirete tosto all’esortazione nostra,
e non libererete questa città mia di Roma, e il popolo che in essa
alberga, e la Chiesa apostolica che Dio mi affidò, e il suo sacerdote
supremo, per autorità della Trinità santa, per la grazia dell’officio
apostolico che Cristo Signore mi die’, voi sarete giudicati indegni
del regno di Dio e della vita eterna, colpa la inobbedienza alle
ammonizioni nostre[361].»


§ 5.

Pipino scende in Italia. — Astolfo leva da Roma l’assedio. — Venuta
di legati bizantini e loro disinganno. — Astolfo si sottomette. —
Documento della donazione di Pipino. — Fondazione dello Stato della
Chiesa. — La Chiesa è immessa nel possesso delle città donatele. —
Astolfo muore nell’anno 756. — Il monaco Rachi tenta di ottenere la
corona. — Desiderio è proclamato re dei Longobardi. — Stefano muore
nell’anno 757.

La lettera dell’Apostolo fu una ciurmeria che riuscì allo scopo
avvisato; ed infatti Pipino potè giovarsene a strascinare ad una
seconda spedizione in Italia i suoi Franchi, i quali mormoravano senza
che rispetto alcuno li rattenesse. Può darsi che la stravaganza di
quel trovato inducesse al riso financo un Re di quell’età, ma Pipino
non poteva far comparire in fallo san Pietro innanzi la moltitudine,
se anche egli non sentiva paura «di perdere corpo ed anima in mezzo
alle inestinguibili fiamme tartaree, in compagnia del diavolo e dei
suoi angeli pestiferi[362].» I suoi trattati col Papa imponevano a lui,
patrizio di Roma e difensore della Chiesa, il dovere di difenderla
colle armi; laonde ei s’apprestava alla guerra. La fama sola della
sua impresa bastava perchè Astolfo levasse da Roma l’assedio; ed egli
moveva subito in gran furia al settentrione per respingere i Franchi
dalle frontiere. Nel tempo istesso in cui Pipino s’avvicinava alle
chiuse delle Alpi tre legati bizantini venivano a Roma; il povero
imperatore Costantino fervidamente raccoglieva concilî sopra concilî
per distruggere imagini e reliquie, ma egli non aveva la forza di
riconquistare Italia perduta, nè soprattutto aveva l’intelletto
della vera condizione delle cose. Non conosceva ciò che nel trattato
fra Pipino e il Papa si conteneva, reputava che la restituzione
dell’Esarcato dovesse effettivamente andare a profitto dell’«Impero
romano,» e perciò mandava suoi ministri primamente a Roma, affinchè vi
chiedessero raccomandazione del Papa presso il Re dei Franchi.

L’Imperatore sperava nientemeno che di poter adoperare i Franchi in
servizio suo contro i Longobardi, come un tempo Zenone s’era servito
degli Ostrogoti a danno di Odacre: certo è che pensava di indurre
Pipino ad una spedizione di guerra contro Astolfo per averne egli
vantaggio. Ma appena giunti in Roma, i suoi legati aveano ragione di
essere atterriti, dacchè loro giungesse notizia che Pipino moveva
per la seconda volta contro le frontiere d’Italia; i diplomatici
presi di stupore a quell’annunzio, si gittavano in una nave, e
Stefano aggiungeva loro un suo messo, sotto pretesto di volerli
raccomandare a Pipino. Arrivati con rapido viaggio a Massilia, ivi
udirono che il Re era già entrato in Italia. Poichè loro dunque si
manifestava chiaramente come stessero le cose, ne furono profondamente
turbati[363], cercarono di lasciarsi addietro il nunzio apostolico, e
Gregorio, uno dei ministri imperiali, con veloci cavalli gli precorse
innanzi. Egli raggiunse l’esercito franco che moveva su Pavia, e con
profferte munificenti della riconoscenza dell’Imperatore, scongiurò
il Re affinchè l’Esarcato e le altre città restituisse al legittimo
loro signore. Ma Pipino, senza ambagi protestava, che alle due
imprese non era disceso in pro di uomo alcuno, ma per amore di Pietro
santo (qui torna in moto l’opera delle lettere celestiali), e per
la salute dell’anima sua; affermava che tutti i tesori della terra
non l’avrebbero indotto a infrangere la parola data all’Apostolo,
e diceva anzi che quelle città non volea restituire all’Imperatore,
ma dare tutte a san Pietro, alla Chiesa romana ed al Pontefice. Il
Bizantino, attonito per lo stupore, correva allora a Roma, vedeva il
Papa, e protestava, ma vanamente, contro quella lesione dei diritti
dell’Impero[364].

Frattanto Astolfo, chiuso per la seconda volta dentro di Pavia,
abbassava le armi nell’autunno dell’anno 755. Fu fatto tributario al
Re dei Franchi, e fu costretto ad adempiere nella sua interezza il
primo trattato, e ad aggiungere alle città restituite anche Comacchio
(_Comiaclum_). Il Biografo di papa Stefano, a questo punto narra per la
prima volta, che Pipino distendesse una scrittura di donazione, nella
quale alla Chiesa romana ed a tutti i Papi, per tutti i tempi venturi,
s’attribuiva il possedimento delle città; e aggiunge che questo
documento conservavasi ancora all’età sua (egli viveva nel secolo nono)
nell’archivio della Chiesa romana. Questo celebre documento sparve di
Roma, senza lasciar traccia di sè, nè ciò avvenne senza buone ragioni:
nessun erudito potè conoscere quai limiti geografici e politici
fossero statuiti in quella donazione, nè uomo alcuno seppe mai contare
precisamente quali e quante fossero le città donate, e ancor meno
definire se al Papa fosse dato su quei territorî soltanto il _Dominium
utile_, od altrimenti diritto effettivo di signoria assoluta[365].
Resta avvolta nel buio la condizione vera in cui si trovavano Roma
e il Ducato, del quale neppure si fa cenno; e poichè Pipino questa
provincia non ebbe conquistato, si arguisce che la donazione non poteva
estendersi ad essa, nè tampoco a Napoli, ch’era greco, nè a Gaeta.
Questo peraltro negarsi non può, che Pipino facesse una donazione
scritta, e che egli, nel suo diritto di conquista, cedesse alla Chiesa
romana l’Esarcato e la Pentapoli, ch’erano terre sulle quali la Chiesa
non possedeva titolo giuridico di sorta. Quelle greche province Pipino
toglieva all’Imperatore, che era divenuto incapace di strapparle
di mano ai Longobardi e di guardarle più a lungo; egli le cedeva al
Vescovo di Roma, non perchè questi era Principe spirituale, nè perchè
Pipino lo avesse in conto di Sovrano che stesse fuori della soggezione
allo Stato, sibbene perchè il Papa era capo effettivo della città
di Roma, colui che rappresentava la Republica romana nel significato
dell’Impero occidentale, dominatore d’Italia. Ma siccome il Papa questa
autorità di rappresentante dello Stato assumeva per ciò soltanto che
egli era capo supremo della Chiesa, la quale da sola teneva alta in
Occidente l’idea dell’Impero, così il Papa quelle terre riceveva nel
nome della Chiesa romana e di san Pietro capo invisibile di essa; così
egli stesso celava la sua usurpazione sotto la apparenza del titolo
di un pretendente santo, del principe degli Apostoli. Se però un tanto
pretendente era quello che più acconciamente si poteva opporre contro
alle reclamazioni di Bisanzio, tuttavolta astuzia di arte politica
esigeva che si prestasse ognora omaggio alla suprema autorità civile
dello Imperatore; laonde il Papa in quei paesi aveva sembianza di
vicario dell’Imperatore ossia di succeditore dell’Esarca, patrizio di
Ravenna. Ad ogni modo la podestà imperiale nel fatto s’era estinta;
quelle province non volevano più obbedire a’ satrapi bizantini, nè
esser suddite al Re dei Longobardi; esse accettavano l’autorità di
dominio territoriale del Papa, ch’era l’uomo più possente d’Italia,
omai riverito con onoranze idolatre, e capo della nazione latina[366].

Se anche Pipino non abbia voluto, con un conscio intendimento,
costituire uno Stato della Chiesa nel senso che vogliono sostenere
i campioni della sovranità pontificia, è tuttavia un fatto che egli
investiva il Papa del giure di principe territoriale sopra alcune
delle province più belle d’Italia; laonde egli fu fondatore dello
Stato della Chiesa, che ebbe più tardi svolgimento, e da cui per
lungo ordine di secoli fu impedita la unità d’Italia. A questo punto
poi si elevano considerazioni di diversa natura, perocchè siamo qui
giunti ad una nuova epoca della Storia della Chiesa. Questo sacro
istituto, congregazione dei fedeli, visibile sì, ma d’indole puramente
spirituale, s’era venuta costituendo coi principî fondamentali del
Cesarismo romano, e, a modo dell’organamento dello Stato, s’era elevata
ad un proprio imperio, in mezzo al quale il Vescovo di Roma esercitava
nelle cose religiose un’autorità cesarea. I canoni dell’arte politica
e del sistema imperiale antico, erano penetrati nella Chiesa e nella
sua gerarchia. La potestà del Papa era riverita negli argomenti di
dogma; il primato della sua sede apostolica s’era venuto fondando dai
tempi di Leone I e di Gregorio magno in poi; nelle lotte contro gli
Iconoclasti avea ottenuto affrancamento dall’Oriente, e l’independenza
della Chiesa aveva trovato la sua espressione politica anche nei moti
con cui Italia avea proclamata la independenza sua. L’Occidente si
separava dall’Oriente; la Chiesa, distogliendosi dall’Imperatore, si
collegava alla grande monarchia cattolica dei Franchi, la cui nuova
dinastia regale essa aveva consecrato colla sua autorità. Ormai essa
aveva il presentimento che questa monarchia compirebbe la restaurazione
dell’Impero occidentale; e la esistenza del reame franco fu ad ogni
modo buona ventura per l’Europa, avvegnachè sia stato esso che impedì
il sorgimento di un califfato europeo in Roma. Sebbene i Pontefici
romani di quell’età non potessero ancora sollevarsi ad intendimenti
più arditi, tuttavolta, dopo il secondo e il terzo Gregorio, eglino
concepirono in mente l’idea di porre sopra un fondamento di vita
pratica la loro supremazia religiosa, e di farsi signori d’una parte
di Italia. La caduta dell’Impero d’Occidente, che aveva ridotto Roma
a città essenzialmente ecclesiastica, la lontananza e la impotenza di
Bisanzio, finalmente il frastagliamento d’Italia, avevano dato buon
giuoco ai Vescovi di Roma; e la energia continuata di Pontefici sagaci
seppe raggiungere lo scopo di dare solidità di esistenza politica alla
loro Chiesa, e di costituirsi per sempre uno Stato ecclesiastico. Colla
fondazione di esso cessò il periodo della storia puramente vescovile e
sacerdotale, e si chiuse l’epoca più bella e più gloriosa della Chiesa
romana. Essa diventò cosa mondana; i Pontefici, che contro la legge
del Vangelo e contro le dottrine di Cristo associarono il sacerdozio
al principato, non poterono dappoi serbarsi più alla pura missione
di Vescovi apostolici. La loro duplice natura, contraddizione in sè
medesima, li strascinò ognor più al basso in mezzo all’agitazione
delle ambiziose arti politiche; laonde eglino per necessità furono
tratti a lotte depravatrici, affine di mantenersi nel possedimento
dei loro titoli temporali; furono costretti a discendere a guerre
civili interne contro la città di Roma, e a lotte continue contro le
podestà politiche. E l’avvenimento per cui si compieva la fondazione
di uno Stato della Chiesa romana, risvegliava in tutte le altre Chiese
avida sete di possedimenti; nel corso del tempo non vi fu abbazia,
nè vescovato, che non la pretendesse ad essere uno Stato sacerdotale
independente. L’esempio di Roma ebbe cupidi imitatori, e dalla notte
del medio evo le scritture di donazioni emersero a migliaia[367].

Il Re dei Franchi dava incarico all’abate Folrado di provvedere alla
esecuzione del trattato: Folrado andava nelle città della Pentapoli,
dell’Emilia e dell’Esarcato, toglievane statichi, riceveva le chiavi
delle loro porte, e queste, insieme al documento che n’era stato
scritto deponeva innanzi la Confessione del san Pietro. Tali erano gli
avvenimenti che tutto d’un tratto davano alle condizioni del Papato
un fondamento affatto nuovo e temporale, ed esercitavano una possente
influenza sulla storia d’Italia, ed in particolarità su quella della
città di Roma. Coll’anno 755 incomincia un periodo novello nei rapporti
interni ed esterni di Roma; il loro ordinamento fornirà un argomento
da approfondirsi in un Capitolo successivo; ciò soltanto per ora
possiamo stabilire, che, alla fine dell’anno 755, il Papa conseguiva
anche la signoria della città di Roma, senza che neppur adesso il suo
affrancamento dall’Impero greco fosse proclamato da alcuna delle parti
che avevano mano in quei negozî.

Il reggimento papale in Roma, non era per guisa alcuna di ordine
monarchico. La città stessa, già nel tempo della prima origine del
_Dominium Temporale_ dei Pontefici, manteneva il suo giure comunale.
Essa riveriva il Papa da signor suo (_Dominus_), ma serbava a sè
medesima i diritti del Senato e del Popolo; e questi trovavano la loro
miglior guarentia nella scelta del capo supremo, perocchè la elezione
pontificia procedesse da tutto il popolo riunito. Nelle tenebre della
storia andò perduto perfino il fatto della cessione della podestà
temporale, che i Romani facessero al loro Vescovo. Non v’ha alcuno
che parli di un patto scritto che intervenisse tra la Città ed il
Papa; nè alcuno v’ha che discorra del più meraviglioso di tutti i
parlamenti del popolo romano, che nel foro, per vecchiezza cadente, nei
_tribus fatis_, possa aver preso una deliberazione di tanto rilievo,
quale si era quella di trasferire nel Vescovo di Roma l’autorità di
Doge della Republica: e neppur sappiamo se questa autorità del Papa
massimamente sia derivata da un trattato di questa fatta, che sia stato
conchiuso al tempo di Pipino. L’origine misteriosa di questa signoria
pontificia è uno degli avvenimenti più meravigliosi nella storia, e
l’assoggettamento di Roma, compiuto dai succeditori di san Pietro alla
chetichella, sotto gli occhi degli impossenti successori di Costantino,
fu un capolavoro di arti lungamente coltivate e di accorte astuzie
dei preti. Quel possedimento prezioso era degno della grandezza dei
Papi; ma i successori di Stefano II ebbero compreso assai tosto che
esso aveva la natura del dono di Pandora. Ed invero, dopochè si fu
costituito lo Stato della Chiesa, vennero tra essi a cozzo continuo
i tre diritti che avevano radice in Roma; l’antichissimo diritto
municipale del popolo, il diritto antico della monarchia imperiale,
e il diritto recentissimo usurpato dai Papi. Pertanto la storia
della città di Roma, per lungo ordine di secoli, altro non è che lo
svolgimento del conflitto che questi tre principî sostennero fra sè,
l’uno contro dell’altro.

Re Astolfo non sopravvisse lungamente alle umiliazioni sofferte.
Già in sull’incominciamento dell’anno 756, Stefano poteva dare al
Re dei Franchi la novella che quell’acerbo inimico suo era morto; e
il Papa facevalo con feroci parole di odio: «Quel tiranno, socio del
diavolo,» esclamava, «quell’Astolfo che suggè il sangue dei Cristiani
e distrusse le chiese di Dio, fu trafitto dalla spada del Signore;
piombò nella voragine dell’inferno, proprio nei giorni in cui, or fa un
anno, egli si apprestava a distruggere la città di Roma[368].» Eppure
lo sventurato Principe, che morì di una caduta alla caccia, spirava
l’anima tra le braccia di monaci pii[369]. L’ira del Papa perseguitava
quel morto anche entro la tomba, perocchè egli non avesse ancora
reso parecchie città, e quindi Folrado non avesse potuto di tutte
raccogliere le chiavi, e deporle innanzi il sepolcro dell’Apostolo.

L’esercito dei Longobardi di Tuscia imprendeva ora a disporre del trono
vacante di Pavia, cui non v’era alcun erede che pretendesse, e gridava
re Desiderio duca. Ma appena ne giungeva novella a Rachi, che già s’era
separato dal mondo, egli infrangeva i voti che lo incatenavano a Monte
Cassino in eterna abnegazione di sè. Egli gettava la tonaca monacale,
radunava gli aderenti della sua famiglia, e ponevasi alla testa di un
esercito. Desiderio non sapeva ricorrere per sua difesa ad un alleato
che fosse più potente del Papa; gli offeriva considerevole moneta e la
cessione delle città che Astolfo s’era trattenuto, purchè lo conoscesse
per re, e lo affermasse sul trono longobardo. Il patto fu sottoscritto
in Toscana dai legati di Stefano, che furono Paolo fratel suo, Folrado
e Cristoforo; e Rachi, atterrito da minacce apostoliche, con sospiri
e con lacrime si nascose di bel nuovo sotto il saio monastico. La sua
fazione era più debole di quella di Desiderio, la quale, ove necessità
l’avesse chiesto, sarebbesi accresciuta di forze coll’aggiunta
dell’esercito romano e di un drappello di Franchi, che erano con
Folrado. Questo consigliere di Pipino, che soggiornava ancora in Roma
come _Missus_, ossia legato, aveva pertanto accompagnatura di alquanti
guerrieri Franchi; chè per quel drappello non può certo intendersi
la «Scuola di Franchi» che risiedeva in Roma[370]. Desiderio si ebbe
il trono di Pavia col favore della Chiesa, ed il Papa non frappose
ritardo ad occupare le città cedutegli, Faenza col castello Tiberiano,
Gabello, e tutto il Ducato di Ferrara: così egli «ampliò lo Stato della
Republica»[371]. Tosto dopo, quand’era giunto all’apogeo della sua
fortuna, Stefano II passava di vita, addì 24 di Aprile dell’anno 757.
Fosse caso o gloriosa coscienza di sè, la Chiesa non coronò il capo di
questo prete accorto coll’aureola dei Santi, che essa avea concesso a
Zaccaria predecessore di lui; peraltro Stefano era riuscito a cingere
la sua mitra del serto d’oro, meno etereo ma potente più, di principe
della terra.




CAPITOLO TERZO.


§ 1.

Paolo I papa nell’anno 757. — Lettera dei Romani a Pipino. —
Relazioni amichevoli del Papa con questo Re. — Desiderio punisce i
Duchi di Spoleto e di Benevento ribelli. — Desiderio viene a Roma. —
Comportamenti politici di Paolo. — Relazioni del Papa e di Roma con
Bisanzio. — È fatta pace con Desiderio.

In Laterano, Stefano posava ancora sul guanciale la sua testa
morente, e i Romani impazienti procedevano diggià all’elezione del suo
succeditore. Una fazione favoriva l’arcidiacono Teofilatto, l’altra
il diacono Paolo, fratello del Pontefice. S’atteggiava quella, così
crediamo, a spiriti bizantini; a franchi questa; la prima voleva
riannodare relazioni colla legittima potestà dell’Impero, la seconda
intendeva a proseguire la ragione politica di Stefano II, aderente ai
Franchi: di questa faceva parte il maggior numero dei nobili romani
da cui discendevano i due fratelli. L’uomo del tempo nuovo la vinceva
sul conservatore dell’antico, avvegnaddio, dopo resistenza breve del
partito opposto, si compiesse la elezione di Paolo. Questi saliva alla
cattedra di san Pietro addì 29 di Maggio dell’anno 757. Due fratelli si
succedevano nel Pontificato; il pericolo ond’era perciò minacciata la
natura democratica della elezione papale, era passeggiero, ma si ripetè
però più tardi, nei tempi in cui Roma fu dominata dai Baroni della
Campagna.

Paolo I fu anche primo di tutti i Vescovi romani che si adagiasse da
principe temporale nel seggio sacerdotale di Roma, perocchè egli,
quale pontefice, assunse la podestà dello Stato della Chiesa che
era omai costituito: e con essa gli venne puranco la contrarietà dei
Romani, i quali, come se si destassero da un torpido abbattimento,
incominciarono a scorgere nel loro Vescovo il loro dominatore, a
odiarlo, e fra non molto a combatterlo. Paolo, ancor prima della
sua consecrazione, significava l’avvenimento della sua elezione al
benefattore e al difensore della Chiesa, «al Mosè, al David nuovo;»
e facevalo con quelle istesse formule di ossequiosa cortigianeria che
i suoi predecessori avevano avuto costume di indirizzare all’Esarca,
annunciandogli la elezione loro. Così per la prima volta si fece
manifesto che il Re dei Franchi, in rapporto alle cose di Roma, era
subentrato nelle veci dell’Esarca. Era necessità inevitabile delle
condizioni nelle quali trovavasi il neoeletto Papa, che egli tributasse
onoranza al potente Pipino, patrizio dei Romani; tutta volta ciò non
ci autorizza di conchiudere che al Re franco fosse concesso un diritto
immediato di conferma della elezione pontificia. Paolo scriveva a
Pipino con trepidante prudenza: sebbene eletto da tutto il popolo,
diceva, gli era parso buona cosa di fare che rimanesse nella Città,
fino al tempo della sua consecrazione, Immo legato franco, acciocchè
questi potesse persuadersi che nè a lui pontefice, nè a chicchessia,
poteasi muover censura, e ch’erano tutti amici dei Franchi; ed
accertava il Re, che egli e il suo popolo, coll’anima e col corpo, e
fino alla morte, gli sarebbero stati fidamente devoti[372]. Rispondeva
Pipino con gratulazioni, e tosto dopo chiedeva a Paolo che volesse
esser padrino a Gisela figliuola sua. Le forme degli officî cortesi
in quell’età, rozze erano e stravaganti; una ciocca recisa di capelli
valeva come simbolo dell’adozione; e quando uno mandava altrui dei
pannilini d’un bimbo battezzato, esprimeva con molto onorifico segno
che nomava suo compadre cui li spediva. Il Papa accolse con grande
reverenza quel pegno del regale favore, e lo depose nella Confessione
della chiesa di santa Petronilla[373].

Fra gli scritti, che, tosto dopo la elevazione di Paolo al trono
papale, furono indiritti al Re dei Franchi, havvene uno di gravissima
rilevanza. Pipino aveva spedito una lettera alla nobiltà ed al popolo
di Roma per ammonirli d’essere fedeli a san Pietro, alla Chiesa ed al
Papa: così per la prima volta nella storia, il popolo romano apparisce
atteggiato di sudditanza al suo Vescovo. L’esortazione di Pipino non
va considerata come una semplice cosa di forma, ma fa supporre che fra
i Romani s’agitasse un moto di opposizione, il quale forse s’associava
alla elezione divisa ch’era avvenuta dopo la morte di Stefano.
Oltracciò, nella Città e nelle sue vicinanze, s’erano già costituite
delle potenti fazioni di nobili; e i Longobardi e i Bizantini
mantenevano in Roma loro aderenti.

I Romani risposero al Re con una lettera, la cui unzione religiosa ne
rivela manifestamente la fattura. I rozzi Duci o Comiti di quell’età,
in cui quasi tutte le faccende diplomatiche erano trattate da
cherici, ben dovettero aver incaricato un qualche notaio pontificio
di distendere la protesta dei loro sentimenti officiali. Eglino
dicevano a Pipino, od erano costretti a dirgli: «Per verità, signor
Re, lo spirito di Dio ha posto albergo nel vostro cuore da cui stilla
dolcezza di mele, perocchè voi vi siate adoprato ad incorare i nostri
buoni intendimenti con consigli sì salutari. Così è, o eccellentissimo
dei Re, noi siamo servi fedeli della Chiesa santa, e del vostro padre
spirituale tre volte beato e coangelico, del signor nostro Paolo,
pontefice altissimo e papa universale, avvegnaddio padre nostro egli
sia e pastore ottimo, e non cessi di combattere ogni giorno a pro’
nostro, come il fratello suo di avventurata memoria, ed egli adoperi
ogni cura per noi, e salutarmente ci governi qual gregge spirituale
che Dio gli ha affidato[374].» Neppur una voce di contrarietà alla
devozione pel Papa dominante si eleva in questa lettera; i Romani
manifestamente il riverivano quale signor loro, ed il Re salutavano
come proteggitore di lui. V’ha poi qualche altra cosa che rende questa
scrittura degna di attenzione: il suo indirizzo è concepito così:
«All’eccellentissimo ed illustrissimo signore, trionfator grande
istituito da Dio; a Pipino re dei Franchi e patrizio dei Romani, tutto
il Senato e la universa moltitudine del popolo della città romana
vigilata da Dio[375].» Il nome del Senato torna adesso a galla dopo
il silenzio lungo della storia; tuttavia ci è duopo avvisare che per
esso non deva intendersi più l’antica curia dello Stato, ma soltanto la
nobiltà.

I rapporti di Paolo con Pipino erano d’indole amichevole; eravi un
continuo va e torna di messaggi e di lettere, e usavansi scambievolezze
di cortesie molte[376]. Sotto il reggimento di Paolo può ravvisarsi
financo l’avvenimento di un primo Cardinale, che fosse eletto ad
instanza di un Principe straniero. Pipino pregava che il prete Marino
fosse investito del titolo di san Crisogono, e Paolo accondiscendeva
alla domanda[377].

Il Re de’ Longobardi frattanto teneva a bada il Papa con promesse di
cedergli Bologna, Imola, Osimo ed Ancona; ma sul serio ei non pensava
di darvi adempimento. Del resto, aveva egli buone ragioni d’essere
irritato, chè già Stefano aveva eccitato i Duchi di Spoleto e di
Benevento a romper fede al loro signore legittimo, e gli avea indotti a
porsi sotto l’autorità suprema del Re dei Franchi[378].

Come dunque Desiderio, nell’anno 758, scese in campo a punire quei
Duchi ribelli, egli prese sua via per la Pentapoli, dove mise a sacco
città e campagne; e il Papa ne indirizzava amara doglianza a Pipino.
Alboino di Spoleto finiva frattanto in carcere; Desiderio proseguiva
il suo cammino contro Benevento, e quel duca Liutprando fuggiva
all’estrema delle sue città, a Otranto (_Hydruntum_) posta in riva al
mare Jonio[379]. Dopocchè il Re ebbe posto Arichi, suo vassallo, a duca
di Benevento, egli di Napoli chiamò a sè Giorgio legato imperiale, e a
lui propose un trattato di alleanza; spedisse l’Imperatore un esercito
in Italia; tutto l’eribanno dei Longobardi ad esso si unirebbe per
conquistare Ravenna, e in pari tempo una flotta, venendo di Sicilia,
assedierebbe Otranto.

Ad onta di queste trattative, tosto dopo Desiderio veniva a Roma; ve lo
aveva invitato Paolo stesso che volea pacificarlo dell’ira che s’era
desta in lui per l’affare dei due Ducati; ed il Papa voleva oltracciò
indurlo a cedere le quattro città. Il Re gli dava soltanto risposte
vaghe, ambigue; e chiedeva anzi tutto la restituzione degli ostaggi
che Astolfo era stato costretto a mandare in Francia. Il Papa fingeva
ipocritamente di aderire; affidava ai suoi legati lettere dissuggellate
per Pipino, nelle quali, in mezzo alle più larghe adulazioni che
tributava all’«eccellente figliuol suo» Desiderio, supplicava
fervidamente affinchè fossero dimessi in libertà gli statichi[380].
Ma in una seconda lettera secreta spiegava il vero intendimento della
prima, si lagnava delle devastazioni della Pentapoli, dava notizia dei
negoziati che si andavano tessendo con Bisanzio, e scongiurava Pipino
a non restituire gli ostaggi[381]. Le aperte confessioni di Paolo
devono per fermo porre in grave perplessità il giudizio dei Cristiani
di severa coscienza, allorchè loro si chieda se era lecita al Papa la
menzogna, qualunque pur fossero le condizioni delle cose nelle quali ei
si trovava: l’elevata morale degli Apostoli a siffatta domanda avrebbe
dato per fermo un responso negativo. E così fu posto massimamente in
luce chiarissima il contrasto pericoloso, nel quale il Vescovo romano
era messo colla sua missione religiosa, causa la sua podestà temporale.

Desiderio continuò a tenersi le città, e financo a conservarsi i
patrimonî della Chiesa; continuò Paolo a farne lamento presso la corte
di Pipino, finchè nel Marzo dell’anno 760 venne fatto di conchiudere
un trattato, onde furono mediatori Remigio e Auchari legati franchi.
Prometteva il Re longobardo di restituire tutti i patrimonî e tutte
le città della Republica romana; alcuni in fatto cedeva, ma teneva
Imola[382]. Rimase un fomite di conflitti, ma i rapporti coi Longobardi
furono resi più tollerabili. All’opposto, il Papa entrava in istrane
relazioni cogli imperatori Costantino e Leone: egli mandava nunzi a
Bisanzio per esortarli a restaurare il culto delle imagini; e non si
fa neppur motto che per l’Esarcato o per Roma sorgesse contesa; anzi,
in una lettera indiritta a Pipino, il Papa afferma: «Non per altro
motivo ci perseguitano i Greci, se non a causa della fede ortodossa
e della pia tradizione dei padri, che coloro fervidamente desiderano
di distruggere[383].» Ciò dà ragione di dubitare che all’Imperatore
fosse stata tolta effettivamente la signoria di Roma; se il Papa avesse
qui avuto la podestà assoluta, sarebbe stata stravagante cosa che
egli la ragione dell’ira imperiale non avesse attribuito al rapimento
del Ducato e dell’Esarcato[384]. I Papi continuavano nei diplomi a
prestar omaggio all’alta sovranità dell’Imperatore, ma per il fatto nè
questi percepiva più tributo dalla provincia romana, nè v’erano più
nella Città ministri bizantini che vi esercitassero autorità. Roma,
al paro di Ravenna, s’era liberata dell’Imperatore, e questi doveva
pensare a riconquistarla, quando avessene opportunità di tempo. Ma
Roma lontana era, e dagli assalimenti che le si movessero di Napoli,
la proteggeva Benevento ad essa alleata; laddove Ravenna, luogo per
positura più importante, era più prossima, ed alla conquista offeriva
agio migliore. Nell’anno 761 si spargeva con qualche gravità la fama di
apparati ostili. Perciò il Papa esortava Pipino ad adoperarsi presso
Desiderio, affinchè questi, in caso di bisogno, lo aiutasse, ed ai
Duchi di Spoleto e di Benevento ordinasse di assisterlo con soccorso di
buon vicinanto: tutto ciò dimostra che Paolo temeva anche per Roma; che
stavasi in pace con Desiderio; e che quei Duchi obbedivano all’autorità
del Re longobardo. Indarno l’Imperatore tentava di guadagnare alla
sua parte l’Arcivescovo di Ravenna; Sergio, ch’era stato altra volta
sostenuto in custodia da papa Stefano, ma che Paolo aveva indi
restituito nel suo officio, s’affrettava a spedire a Roma quelle
lettere imperiali[385]. I Bizantini sospesero i loro armamenti; nè più
disacconcio per una impresa in Italia avrebbe potuto essere quel tempo,
dacchè vi durava la pace coi Longobardi.

Passato quell’istante di pericolo, Paolo I non ebbe più occasioni
di temenza da parte dei Bizantini. Una sol volta ancora ei fa cenno
particolare dei Greci, allorchè scrive a Pipino essergli giunta novella
che sei patrizî con trecento navi e coll’armata di Sicilia erano in
via, da Costantinopoli per Roma; ignorare peraltro quale fosse il
motivo di loro spedizione; questo solo essergli annunciato che eglino
avevano comando di veleggiare per Roma, indi per Francia[386]. La
leggerezza noncurante con cui il Papa dava avviso di questa impresa,
desterebbe meraviglia, anche se Roma si fosse trovata in istrettissimi
vincoli di amicizia con Bisanzio; ma è manifesto che Paolo ridevasi
di quella notizia come di una fiaba; ed invero così i sei patrizî,
che il numero stragrande dei vascelli paiono una fola. I Greci non
s’accingevano più al tentativo di riconquistare Italia colla forza
delle armi, e il Papa avrebbe potuto dormire sonni tranquilli nel
suo palazzo Lateranense, se Desiderio di quando in quando non avesse
sturbata nuovamente la pace. Pipino era importunato di doglianze sempre
nuove; lunghe trattative avvenivano per mezzo di rappresentanti dei
tre Stati, all’uopo di risolvere tutte le questioni che s’agitavano per
ragione dei patrimonî, delle pretese vicendevoli, degli indennizzamenti
e della determinazione dei confini: finalmente, nell’anno 764 o nel
765, dopo che le fu resa anche la città di Imola, la Chiesa s’ebbe
assicurata per qualche tempo la pace.


§ 2.

Edificazioni di Stefano II e di Paolo I. — Il Vaticano e il san
Pietro. — Primo campanile in Roma. — Cappella di santa Petronilla.
— Traslazione dei Santi dalle Catacombe nella Città. — Si fonda il
convento di san Silvestro _in capite_.

Poichè abbiamo fin qui discorso della operosità di Paolo nelle
cose politiche, dedicheremo ora questo paragrafo a parlare delle
edificazioni che egli e il fratello suo ebbero compiuto in Roma.

Stefano II restaurò la basilica di san Lorenzo, e fondò, in numero
non iscarso, alberghi pei pellegrini. Sopra tutto egli diede opera
a edificare nel Vaticano, che era già cresciuto ad un proprio e vero
sobborgo. La basilica del principe degli Apostoli era tutto attorniata
di cappelle e di chiese minori, di episcopî, di case pei pellegrini,
di mausolei e di conventi; e intorno vi siedeva una colonia composta
di tutti quegli uomini che ivi trovavano lavoro e modo di vivere.
A’ tempi di Gregorio III ivi esistevano già tre conventi, dei santi
Giovanni e Paolo, di san Martino, e quello del più antico Stefano,
coll’appellazione di _Cata-Galla-Patritia_[387]. Un quarto vi aggiunse
Stefano II, probabilmente quello detto di santa Tecla o di Gerusalemme.
Egli edificò anche un campanile presso l’atrio della basilica, e lo
coprì d’oro e di argento; esso ebbe massimamente il vanto d’essere il
primo campanile che in Roma sorgesse[388]. Sembra che soltanto nel
secolo ottavo, accosto alle basiliche s’incominciasse a fabbricare
delle torri di forma quadrangolare, non assottigliate in cima, a
finestre arcuate ed a piccole colonne; erano torri simili a quelle
costruite più tardi, e che in gran numero oggidì ancora si conservano
in Roma. Colla edificazione delle torri si abbandonò il sistema di
forma delle basiliche antiche, e si progredì rapidamente verso lo
stile romanesco del periodo feudale, cui a preferenza d’ogni altro
appartengono le torri. S’elevarono presso a conventi ed a chiese, anche
per necessità di renderli fortemente muniti[389].

Papa Stefano erigeva la cappella di santa Petronilla, che è presso il
san Pietro. Questa Santa era figlia dell’apostolo Pietro, il quale era
stato ammogliato con legittime nozze[390]. Credevasi che la salma di
lei avesse avuto sepoltura presso la via Ardeatica, fuor della porta
Latina, nel cimitero ov’erano sepolti Nereo ed Achilleo, i battezzati
del principe degli Apostoli: e quelle catacombe da Petronilla ebbero
il nome[391]. Stefano II consecrò alla Santa una magnifica cappella
presso alla basilica del padre di lei, ed ivi voleva deporne il
sarcofago; dacchè anche Andrea, fratello di Pietro, in quel luogo
aveva diggià una cappella, si intendeva di riunire ivi insieme tutte
le persone di quella santa famiglia. La cappella fu innalzata là
dove anticamente Onorio aveva edificato il mausoleo per sè e per le
sue donne Maria e Termanzia[392]; laonde Stefano altro non fece che
tramutare quel sepolcro nella cappella della nuova Santa, e compierne
l’ornato. Paolo I compiè l’ordinamento interno dell’edificio[393]. La
cappella della figlia di Pietro fu fondata ad onoranza di Pipino, che
era figlio adottivo della Chiesa ossia di san Pietro; di guisa che
ancor nelle età posteriori n’ebbero il patronato i Re di Francia. La
salma della Santa ivi fu composta a sepoltura nel tempo in cui Paolo
restaurò le catacombe, che erano state devastate dai Longobardi. Da
esse egli trasse innumerevoli reliquie di morti, e le trasportò nella
Città per ripartirle fra chiese e conventi. Questo fatto, e il continuo
saccheggio con cui si spogliarono le catacombe, rende chiara la ragione
per cui questi mirabili cimiteri del tempo antichissimo cristiano,
allorchè in essi novellamente si operarono escavi, furono trovati quasi
vuoti. La traslazione dei morti romani destò gran chiasso nel mondo;
il possedimento di quegli avanzi di morti era allora considerato cosa
di immensurabile valore, e come, sul cadere del secolo decimottavo,
ogni museo si procacciava mummie dall’Egitto, così in quel tempo tutte
le città e tutte le chiese della Cristianità volevano possedere ossa
di Martiri, tratte dalle catacombe di Roma. Angli, Franchi e Germani
mandavano messaggi, supplicando che loro si donasse di quei tesori. I
miserandi avanzi di Romani d’ogni ceto, di ogni età, d’ogni origine,
peregrinarono nei più remoti paesi di Germania, e furono deposti con
gran devozione sotto gli altari dei conventi, che s’alzavano in mezzo a
quelle regioni selvose, dove un tempo s’erano putrefatti i cadaveri dei
guerrieri di Varo e di Druso.

Nell’anno 761 Paolo I fondava nella quarta Regione di Roma il convento
di san Silvestro _in capite_, che esiste oggidì ancora. Questo
quartiere della Città in antico aveva appartenuto alla settima Regione
detta della via Lata; i giardini di Lucullo ne comprendevano una
parte, e in mezzo ad esso passava l’acquedotto dell’_Aqua Virgo_[394].
Ivi erano le case avite di Paolo; e narrasi che già il fratel suo
avesse eretto in esse un convento in onore di Dionigi, santo dei
Franchi, certo per esprimere la gratitudine dell’animo suo verso
Pipino; chè il Papa, quand’era stato a Parigi, aveva albergato nel
convento di san Dionigi. Peraltro il creduto Apostolo di Parigi o di
Francia funne cacciato da un Papa del nome di Stefano; infatti Paolo
compieva l’edificio del fratello, e indi lo dedicava ai Papi Stefano e
Silvestro: nel convento egli collocava monaci greci[395].

Soltanto dopo il secolo decimoterzo, il convento fu appellato _in
capite_; chè ivi finalmente pose sede riposata il teschio di Giovanni
Battista, dopochè con lunghe peregrinazioni ebbe scorso i paesi della
terra, in tutti i quali liberalmente lasciò frammenti di sè[396].


§ 3.

Paolo I muore nel 767. — Usurpazione di Toto duce, e dei suoi fratelli.
— Costantino pseudo-papa. — Reazione in Roma. — Cristoforo e Sergio
irrompono in Roma coll’ajuto dei Longobardi. — I Longobardi collocano
Filippo in Laterano. — Stefano III papa. — Terrore in Roma. — Punizione
degli usurpatori. — Pipino muore nel 768. — I suoi figli si dividono il
regno. — Concilio lateranense nel 769.

Paolo I moriva, addì 28 di Giugno dell’anno 767, in san Paolo fuor
delle mura; nè sembra che la sua dipartita dal mondo fosse accompagnata
dal duolo e dall’affetto dei Romani, perocchè egli, prete, fosse loro
principe nelle cose del mondo. Morente, fu abbandonato da tutti quelli
della sua corte, e il solo Stefano, prete ossia cardinale, restò presso
a lui; chè tutta Roma era agitata da fiero tumulto[397].

Gli avvenimenti tempestosi che succedevano alla morte di Paolo
dimostravano ormai le conseguenze delle condizioni mutate del Papato e
della Città medesima. Allorchè il Papato ebbe assunto forma di podestà
temporale, e la Città ebbe infranto ogni vincolo efficace con Bisanzio,
le gare politiche e municipali si ridestarono nei Romani, come se
questi si fossero svegliati da un lungo sonno. L’esercizio delle armi
impugnate a difesa contro i Longobardi ed i Greci aveva tornato i
Romani alla coscienza della forza loro, e il bisogno dell’autonomia
politica incominciava con prepotenza a farsi vivo. Da questo tempo in
poi v’ebbe una storia propria dell’aristocrazia sorta nella Republica
di Roma; di qui in poi le dissensioni interne della Città e le
lotte del Pontificato contro la nobiltà ebbero incominciamento; e i
Papi furono ben presto astretti a dare un novello Imperatore a Roma
reluttante, che essi erano incapaci di dominare con mano robusta. Il
valore del Papato s’era accresciuto agli occhi dei maggiorenti romani,
tostochè vi si ebbe congiunto il principato temporale; e gli ottimati,
che nella elezione pontificia esercitavano una influenza decisiva,
si diedero con ogni lor possa a scegliere i Papi dal seno delle loro
famiglie.

S’era sparsa appena la voce che Paolo papa era venuto in fin di vita,
e già una potente famiglia di nobiluomini si affrettava di mandare a
compimento i disegni che ravvolgeva in mente per insignorirsi di Roma
e della sedia di san Pietro. Capo di quella gente era Toto o Teodoro,
duce, così ei sembra, di Nepi; colà e nelle terre di Tuscia egli aveva
possedimenti estesissimi e coloni molti, ed in Roma teneva un palazzo.
Può darsi che molti dei palazzi della Città avessero avuto loro origine
nell’antichità e fossero monumenti delle età trascorse; la ricordanza
dei loro vecchi abitatori, dei Cetegi, dei Decî, dei Probi, dei
Simmachi, dei Massimi, era forse divenuta leggenda associata a quelle
case, ed era forse congiunta ad antiche imagini di marmo; ma i palazzi
avevano sopravvissuto alle sorti mutate di Roma, e qua e colà s’erano
tramutati in conventi ed in ospitali, oppure in abitazioni fortificate
a mo’ di rocche munite, entro cui qualche feroce famiglia di dubbia
stirpe s’appiattava.

Prima ancora che Paolo esalasse l’ultimo fiato il duce Toto con popolo
armato e co’ fratelli suoi Costantino, Passivo e Pasquale, veniva in
gran furia di Nepi, penetrava per porta san Pancrazio in Roma, ed ivi
si gettava entro il suo palazzo. In esso, addì 29 di Giugno, faceva
eleggere papa il fratello suo Costantino, e in mezzo allo strepito
delle armi lo conduceva al Laterano. Quella elezione tumultuaria poteva
compiersi soltanto perchè quegli ottimati s’avevano formato un partito
in mezzo al clero romano. I loro nomi sanno di bizantino. L’audacia
dell’usurpazione era accresciuta dal fatto che Costantino era laico;
ma Toto, fatto catturare Giorgio, vescovo di Preneste, lo costringeva a
trasformare suo fratello in prete, e ad amministrargli, un dopo l’altro
tutti in fila, gli ordini del suddiaconato e del diaconato. Non mai
con maggiore prestezza s’era compiuta una metamorfosi di quella fatta:
l’eletto Pontefice, in mezzo al terrore delle armi di suo fratello,
faceva che i Romani gli prestassero giuramento di fedeltà, e nel dì
5 di Luglio, che cadeva in domenica, trasse al san Pietro, dove lo
stesso Giorgio, coi vescovi Eustrazio di Albano e Citonato di Porto, lo
ordinava papa.

Di tal guisa, un tonsurato posseditore di terre saliva alla sedia di
Pietro, sulla quale poteva sostenersi per un anno ed un mese. Niuno
v’era che osasse di opporsi a quella sua violenta elevazione; e non
s’ha neppur contezza che un qualche legato franco ne movesse protesta.
Il fatto poi che un ambasciatore dei Franchi, il quale a quel momento
era in Roma, chetamente si partiva per Francia colle prime lettere di
Costantino, ed inoltre la considerazione che quei legati solo di quando
in quando venivano a Roma, spesse fiate chiamativi per desiderio stesso
del Papa, dimostrano che il Re dei Franchi, patrizio dei Romani, non
esercitava ancora un’azione diretta di autorità suprema sulla Città.
Finchè dura la usurpazione, non s’ode che Pipino s’immischiasse in
quelle faccende, e neppure che spedisse a Roma un suo ministro; sono
soltanto le fazioni romane e, sopra tutti, gli officiali maggiori del
palazzo pontificio che vedonsi intenti all’opera[398].

Appena però l’intruso Costantino s’era messo nel seggio pontificio,
ei capiva che gli era necessario di guadagnarsi il favore di Pipino.
Lo riverì qualmente si conveniva al patrizio dei Romani, e, come
aveva fatto il suo antecessore, gli diè annunzio del suo avvenimento
al soglio; lo pregò che continuasse a proteggere Roma, e lo rese
certo che egli sarebbe fedelmente devoto al difensore della Chiesa.
Dicevagli che, dopo la morte di Paolo, il popolo dei Romani e delle
città circonvicine lo aveva scelto a succeditore di quel Papa: peraltro
degli avvenimenti della sua elezione taceva. Pipino non rispose, e
Costantino allora spedì una seconda lettera. Lo sciagurato versava dal
petto dolorosi sospiri; era un fantoccio in mano del fratello, che gli
aveva fatto amministrare la tonsura per poter egli regnare su Roma. Ei
diceva a mezzo la verità, e parlava col presentimento della sua fine,
allorchè scriveva «che, con violenza impetuosa, quasi strappato da un
uragano, era stato da innumerevole turba di popolo concorde, portato
alla tremenda altezza del Pontificato»[399]. Rinnovava pertanto le
officiose proteste, e i saluti ossequiosi, e supplicava il Re che non
porgesse ascolto a coloro che di lui dicessero malvage cose. Quelle
lettere furono recapitate da due legati suoi, ma non si udì che Pipino
desse risposta.

Furono gli officiali più illustri della Chiesa che mossero opposizione
contro quei fatti violenti. Ancor durante il reggimento di Paolo,
Cristoforo era stato Primicerio dei notai e consigliere, il cui
ministero, in istile moderno, equivarrebbe a quello di primo
Cancelliere ossia di Secretario di Stato: Cristoforo s’era adoperato
invano contro l’usurpazione, indi co’ suoi figli s’era ricoverato
presso l’altare maggiore del san Pietro, dove Costantino gli aveva
giurato di lasciargli la vita, e gli aveva concesso libertà di dimorare
nelle sue case fino alla Pasqua[400]. Cristoforo era il supremo
officiale di Roma, cui si spettava di governare la Chiesa nella vacanza
della sedia pontificia, e Sergio, figliuolo di lui, teneva l’importante
ministero di Sacellario, ossia di sagrestano. Ambedue, con altri
Romani, cospirarono alla caduta dell’usurpatore. Finsero desiderio di
farsi monaci; e Costantino, sia che fosse lieto di porli in libertà,
sia che nel loro giuramento fidasse, concedeva che partissero di Roma,
e si ritirassero, come chiedevano, nel convento del santo Salvatore, in
vicinanza di Rieti. Ma i due uomini con gran celerità se ne andavano a
Teodicio, duca di Spoleto, indi con lui correvano a Pavia.

Desiderio con gran gioia porgeva ascolto alle doglianze ed ai preghi
dei due profughi; protestò ch’era pronto a prestare loro armi affinchè
movessero ad invadere Roma, ma al suo soccorso impose delle condizioni
alle quali i due anche assentirono. Diede loro a compagno Valdiperto
prete, col secreto intendimento che questi, dopo la cacciata di
Costantino, s’adoprerebbe a seconda de’ suoi progetti. Con soldatesche
longobarde, Sergio e Valdiperto mossero contro Roma; addì 28 di Luglio
768 s’insignorivano di ponte Salaro, nel dì seguente passavano da
ponte Milvio e si presentavano innanzi a porta san Pancrazio, dove la
guardia, che era stata guadagnata alla parte dei congiurati, li mise
dentro alla città. Tuttavia i Longobardi procedevano con trepidanza
nel loro cammino, nè osavano di salire sul Gianicolo[401]. Al clamore
che annunciava, nemici essere penetrati nella Città, Toto e Passivo
tosto correvano verso quella porta, e, con essi, Demetrio secondicerio
e Grazioso cartulario, che erano congiurati e traditori. Un Longobardo
di forme gigantesche, appellato Rachimperto, si scagliava contro
Toto, ma cadeva sotto un poderoso colpo che il Duca gli avventava, e i
Longobardi che lo vedevano atterrato, già prendevano la fuga, quando
i due traditori colle loro lance trafiggevano Toto. Allora Passivo
correva al palazzo Lateranense per salvare il fratel suo, chè la
loro causa era perduta. Costantino tremante si ricoverava con lui e
col vescovo Teodoro, vicedomino suo, nella basilica del Laterano; si
chiudevano nell’oratorio di san Cesario, dove per ore lunghe sedevano
presso l’altare, mentre il palazzo risonava di strepito d’armi e
delle grida di coloro che andavano frugandolo; alla fine erano colti e
gettati in carcere.

In mezzo al tumulto, Valdiperto, senza che Sergio il sapesse,
raccoglieva intorno a sè la fazione longobarda che era in mezzo a’
Romani, e che riscoteva stipendio da Desiderio: per opera di essa,
Valdiperto sperava di far eleggere un papa longobardo. Egli se ne
andava al convento di san Vito sull’Esquilino, ne traeva fuori il
prete Filippo, e i Romani stupefatti vedevano accompagnare un novello
Pontefice al Laterano tra le grida dei Longobardi: «Filippo Papa! lui
elesse san Pietro.» Nel Laterano trovavasi un Vescovo che benediceva
a Filippo col consueto rito di preci; il neo-eletto si sedette sulla
cattedra pontificia, impartì la benedizione al popolo, e, secondo
costumanza, tenne banchetto solenne, e officiali ragguardevoli della
Chiesa e ottimati della milizia furono visti a prendervi parte. Per sua
sventura però, ora giungeva su Roma Cristoforo primicerio; il quale,
non sappiamo perchè, aveva perso tempo per via. Allora il partito
romano impugnava tosto le armi, e Grazioso cartulario, capitano suo,
costringeva l’usurpatore Filippo a tornare di bel nuovo tra le mura del
suo chiostro.

Nel dì seguente, era il giorno primo di Agosto, Cristoforo, colla
autorità per cui fungeva le veci del Papa a sede vacante, congregava il
clero e il popolo: l’adunanza nuovamente avvenne nel luogo dell’antico
foro ch’era detto _in tribus fatis_, al quale talvolta, negli ultimi
tempi dell’Impero, le tornate popolari avevano ispirato movimento di
vita[402]. Il Primicerio proponeva a candidato Stefano prete. Questo
cardinale, figlio di Olivo siciliano, era stato uno dei più fervidi
aderenti di Paolo I; ei solo gli si era tenuto vicino allorchè quel
Pontefice era morto nel convento di san Paolo. Concordi tutti, fu
eletto; lo si tolse dalla chiesa di santa Cecilia in Trastevere, ch’era
il suo Titolo, e, sotto nome di Stefano III, lo si proclamò papa in
Laterano[403].

La barbarie in cui Roma era decaduta, si manifestava adesso con feroci
opere di vendetta, d’ira, di fanatismo. Ai Vescovi ed ai Cardinali
imprigionati si strappavano gli occhi e la lingua; l’usurpatore
Costantino, fatto segno di vitupero, era trascinato per le vie di
Roma, indi lo si serrava nel convento di Cellanova sull’Aventino[404].
Addì 6 di Agosto, un sinodo che si teneva in Laterano ne indiceva la
deposizione; dappoi Stefano III era ordinato papa.

Grazioso, assassino di Toto, fatto poi in ricompensa Duce nell’esercito
o in qualche città, conduceva la milizia da lui capitanata a rabida
caccia contro tutti i partigiani della fazione caduta[405]. Gracile,
tribuno di Anagni (nelle città del territorio v’erano Tribuni militari)
teneva ancora fermo in quella città munita di antichissime mura
ciclopiche, ma finalmente la terra era presa di assalto[406].

Gli abitatori delle campagne di quella regione montuosa latina (era
detta _Latium ferox_), movevano in furia a Roma; traevano il Tribuno
del carcere e gli svellevano gli occhi[407]. Tosto dopo, Gregorio
penetrava nel convento di Cellanova, ed ivi, con pari ferocia, faceva
mutilare Costantino a foggia bizantina.

L’ira dei Romani ora si volgeva contro il longobardo Valdiperto,
il quale bensì aveva prestato aiuto a gettar abbasso Costantino, ma
aveva messo Filippo nel seggio pontificio. Si sparse voce che egli
avesse voluto dar Roma in mano al duca di Spoleto: indarno Valdiperto
stringevasi abbracciato ad una santa imagine nel Panteon, dove aveva
cercato un asilo; lo si gettava dentro di un carcere orrendo, e con
feroce crudeltà lo si uccideva[408].

In mezzo a questi orrori, che egli non si diè cura di impedire, Stefano
III incominciò il suo breve pontificato. Diventato papa contro gli
intendimenti di Desiderio, venne in completa rotta con lui. Pertanto ai
Principi franchi egli si rivolgeva, chiedendo che mandassero Vescovi
delle loro terre a Roma, dove gli conveniva raccogliere un concilio.
Sergio stesso, che ora era divenuto secondicerio, portava in Francia
le lettere pontificie, ma non trovava più tra i viventi Pipino, chè
la morte aveva rapito il celebre Re, addì 24 di Settembre dell’anno
768, e il suo reame era stato diviso fra i suoi due figliuoli. Carlo e
Carlomanno accoglievano i messaggi di Stefano, e mandavano indi a Roma
dodici Vescovi, tra’ quali trovossi anche Tulpino o Turpino di Reims.

Addì 12 di Aprile dell’anno 769, Stefano III aperse il sinodo
Lateranense; esso diè opera a condannare Costantino, a muovere
inquisizione sulle ordinazioni che erano avvenute sotto di lui, e
finalmente a stabilire la norma futura delle elezioni pontificie[409].
Costantino, orbato degli occhi, fu tratto innanzi al Concilio nella
prima sessione, e fugli chiesto come avesse osato, egli laico, di
salire alla cattedra di Pietro. Il popolo romano, rispondeva lo
sciagurato, mi vi innalzò usandomi violenza, e ne furono causa tutte
le concussioni che un tempo esso ebbe sofferto da papa Paolo I: indi
protendeva le braccia, e cadendo ginocchione, chiedeva mercè[410]. Quel
giorno fu rimandato senza che si pronunciasse sentenza; il dì addietro
fu proseguita l’inquisizione. L’accusato destramente riparavasi sotto
l’esempio di alcuni Vescovi, quali erano stati Sergio di Ravenna e
Stefano di Napoli, i quali parimenti dallo stato di laici erano senza
più ascesi al seggio pontificio[411]. Quelle parole di verità facevano
traboccare l’ira dei giudici; i preti si scagliavano sopra Costantino,
lo atterravano a forza di percosse, e lo gittavano fuor della soglia
della chiesa. È oscuro com’ei finisse.

Indi il Sinodo fece abbruciare gli Atti del falso Papa; e deliberò che
niun uomo potesse per lo avvenire essere innalzato al pontificato,
se prima non fosse pervenuto dagli officî minori della Chiesa alla
dignità di diacono o di prete cardinale. Quanto ai Vescovi che avevano
ricevuto la ordinazione da Costantino, fu statuito che coloro i quali
fossero stati prima preti o diaconi, dovessero ridiscendere a questi
gradi; che però, se eglino avessero saputo cattivarsi l’affetto dei
loro parrocchiani, rinnovata la elezione loro, in Roma avrebbero potuto
ottenere la consecrazione. Il Concilio conchiuse le sue sessioni con
un decreto che confermava il culto delle imagini. Dopocchè gli Atti
del Sinodo furono sottoscritti, si mosse con processione solenne al
san Pietro, dove dal pergamo furono letti i decreti del Concilio. Di
tal guisa Stefano III mondò la Chiesa dall’usurpazione, ma non diede
maggiore saldezza alla sua podestà pontificia sopra di Roma.




CAPITOLO QUARTO.


§ 1. Influenza e potenza di Cristoforo e di Sergio in Roma. — Stefano
III e Desiderio si collegano a loro danno. — Il Re dei Longobardi
s’avanza fino alle porte della Città. — Caduta di que’ due uomini, e
colpa del Pontefice nella loro miserevole fine. — Intendimento di un
duplice maritaggio tra la famiglia principesca di Pavia e quella dei
Franchi. — Intrighi del Papa per mandarlo a vuoto. — Ravenna resiste
contro Roma. — L’indirizzo politico della corte franca è favorevole al
Pontefice. — Stefano III muore nell’anno 772.

Caduta la fazione di Toto, e rintuzzata la forza del partito
longobardo, Cristoforo e Sergio diventarono gli uomini più potenti che
fossero in Roma. Per opera di loro avea trionfato la reazione, ed era
stato creato il novello Pontefice; eglino appartenevano ad una famiglia
di ottimati e comandavano ad una gran moltitudine di clienti in Roma e
nel territorio.

Ambidue impedivano con grandi contrarietà i disegni di papa Stefano e
di re Desiderio. Volevano dominare il Pontefice, la cui elezione era
stata vincolata a concessioni parecchie in loro riguardo; il Re poi
avevano irritato, perocchè si fossero a lui ribellati, ed avessero
represso la fazione longobarda, favorito la parte franca, e conchiuso
uno stretto patto d’alleanza con Carlomanno. Al Re chiedevano beni
e redditi, ma rifiutavano di adempiere a quegli obblighi che gli
avvincevano per promesse, fattegli allora che avevano ottenuto il
soccorso di lui affine di abbattere Toto e Costantino. Anche Stefano
III comprendeva che la morte di Pipino aveva indebolito il rapporto
della protezione che i Franchi esercitavano su Roma; ed infatti i
figliuoli di quel Principe vivevano in discordia fra loro, e facevano
temere anche per Roma le conseguenze della scissura del reame. Il Papa
trovavasi pertanto in condizioni assai difficili; non aveva autorità
vera ed efficace in Roma, dove imperavano Cristoforo e Sergio, non
nell’Esarcato dove ogni potestà era in mano dell’Arcivescovo di
Ravenna; perciò egli si raccostava al Re dei Longobardi[412]. Quei
due nemici naturali contrassero fra loro un patto, il cui preciso
intendimento si era quello di abbattere Cristoforo e Sergio e la loro
fazione franca.

Il Re ed il Papa tolsero a strumento di loro causa comune Paolo
Afiarta camerario, il quale stava a capo della parte longobarda.
Secondo gli accordi presi, Desiderio veniva a Roma sotto pretesto
di un pellegrinaggio, ma veniva con un esercito. Alla nuova che il
Re s’avanzava, Cristoforo e Sergio riunivano nella Città le milizie
di Toscana, della Campania e di Perugia; facevano serrare tutte le
porte e si tenevano in guardia di un assalimento: ciò dimostra che in
mano di loro, non del Pontefice, stava in Roma il potere[413]. Allato
di essi era coi Franchi suoi Dodone, conte e legato di Carlomanno,
che certamente non per mero caso trovavasi in Roma. Lo ambasciatore
franco faceva soltanto il vantaggio del signor suo, or che combatteva
il Pontefice collegato al Re de’ Longobardi, ed aiutava Cristoforo e
Sergio che sostenevano l’alleanza, ormai legittima, della Santa Sede
colla monarchia franca[414].

Come dunque Desiderio, nell’estate dell’anno 769, fu giunto innanzi al
san Pietro, fece dire al Papa che volesse venirsene a lui; nè quelli
lo impedirono[415]. Stefano e il Re convennero sul modo di disfarsi
degli aristocratici, e nel tempo stesso Desiderio promise di far paghe
tutte le esigenze rispetto alla restituzione dei beni ecclesiastici,
che erano stati sempre tenuti dai Longobardi. Tosto che il Papa fosse
tornato nella Città, l’Afiarta doveva operare una rivolta popolare,
per uccidervi Cristoforo e Sergio: ei si pare che anche in quel tempo
si conoscesse l’arte di eccitare le sollevazioni. Ma i minacciati
seppero prevenire il turbine; con Dodone si impadronirono del Laterano;
e il Papa fu costretto a ricoverarsi presso un altare nella basilica
di Teodoro. Con le spade ignude eglino lo raggiunsero penetrando in
quella cappella, ma Stefano riusciva ad acchetarne il furore, poichè
l’astuto Siciliano faceva la parte sua con sì maestrevole destrezza,
che eglino non potevano comprendere quale fosse il suo animo, ed anzi
nel dì successivo concedevano che ei tornasse a re Desiderio. A fine
di apparenza, il Papa fu chiuso coi seguaci suoi entro il san Pietro,
imperocchè si volesse far credere che il sacrificio dei due potenti,
i quali lo avevano elevato al sommo grado, fosse imposto da Desiderio:
e dovevasi spargere, per far breccia nel popolo, la voce, che il Papa
era cattivo de’ Longobardi, e che non sarebbe riposto in libertà,
se prima non si fossero deposte le armi e non fossero consegnati i
suoi due avversarî. A questo scopo Stefano mandava due Vescovi fuor
della porta del san Pietro, presso il ponte dove quelli con genti
armate accampavano, per esortarli a ritirarsi di buon animo entro un
chiostro, o a comparire dinanzi a lui in Vaticano. Il popolo incostante
abbandonava pauroso i suoi condottieri, e si disperdeva; succedeva un
subito rivolgimento di cose, e i due erano perduti. Perfino Gregorio,
cognato di Sergio, abbandonava la loro causa, e fuggiva in san Pietro
presso il Papa; allora Sergio stesso scendeva delle mura per gittarsi
appiedi di Stefano[416]; le scolte longobarde s’impadronivano di lui e
del padre suo, ed il Re ambidue dava in mano al Pontefice.

Avrebbe impresa assai difficile chi volesse giustificare Stefano della
colpa di aver tradito e abbandonato all’ira dei Longobardi, ossia
di Paolo Afiarta, quegli uomini, che avevano liberato Roma dalla
tirannide di Toto, ed ai quali egli doveva la corona di pontefice.
Se effettivamente egli avesse voluto salvarli coprendoli col saio di
frati, come afferma il suo Biografo e come dice egli stesso in una sua
lettera, perchè non li condusse tosto a Roma sotto il riparo della sua
protezione, allorquando egli tornovvi uscendo del san Pietro? Diedesi
a credere che egli li lasciasse nella basilica per farli con miglior
sicurezza accompagnare a Roma appena che fossero scese le ombre della
notte[417]; ma l’Afiarta in sulla sera entrava nella chiesa, dove la
guardia longobarda per ordine del Re lo lasciava penetrare, e, presso
il ponte di Adriano, i due sventurati subivano la sorte stessa di
quel Valdiperto che era caduto vittima di loro: Cristoforo moriva nel
convento di sant’Agata tre giorni dopo che gli erano stati strappati
gli occhi; Sergio ne guariva sì, ma, fino a che Stefano durò in vita,
languì nell’orrore di una prigione nel Laterano. Furono queste le arti
colle quali il Papa fece cadere i suoi avversarî.

Nelle lettere che egli indirizzò a Carlo e a Berta, madre di lui,
egli per vero affermò di non aver avuto consapevolezza delle sevizie
crudeli che quegli uomini ebbero sofferto; ma, in un’ora di debolezza,
egli stesso confessò ad un suo famigliare, «che ad istigazione di re
Desiderio entrambi avea sacrificato[418].» Stefano scriveva quella
lettera quand’era restituito pienamente in libertà, forse dopo che
s’erano ritirati i Longobardi; in essa esagerava il racconto di quanto
era avvenuto; Cristoforo e Sergio appellava socî del diavolo, i quali,
coll’ajuto di Dodone cui accusava con singolare acerbità, avrebbero
voluto assassinarlo; ed affermava che della propria salvezza doveva
rendere grazie a Desiderio, il quale precisamente era venuto a Roma
per adempiere ai doveri che lo legavano a san Pietro. Per verità la
narrazione del Papa concorda benissimo col racconto che ne dà il suo
Biografo, ma non con altre lettere sue[419]. L’aperta confessione
che egli faceva ad Adriano, futuro papa, lo sentenzia colpevole. A
quale testimonianza vorrebbesi infatti ricorrere, circa l’accordo
che intervenne tra Stefano e Desiderio, più chiaramente di quella che
offrono le parole di Adriano? «Il mio predecessore,» diceva questi ai
legati longobardi, «narrommi un dì che egli ebbe dappoi spedito al Re,
come legati suoi, Anastasio primo defensore e Gemmulo suddiacono, per
chiedergli che alla perfine volesse adempiere a quanto di sua bocca
aveva promesso a Pietro santo. Ma il Re facevagli rispondere: basti a
papa Stefano che io lo abbia sbarazzato di Cristoforo e di Sergio che
lo dominavano, e lasci un po’ stare de’ suoi diritti; chè, in verità,
se io non assistessi il Papa, gran malanno gli incorrebbe, avvegnaddio
Carlomanno re dei Franchi fosse amico di Cristoforo e di Sergio,
e pronto sia a mandare un esercito su Roma per tor vendetta della
uccisione loro, e per impadronirsi dello stesso Padre Santo[420].»

Desiderio non restituiva i beni ecclesiastici, cui Stefano pretendeva;
il Papa cercava di riappiccare relazioni di naturale alleanza coi Re
dei Franchi gravemente offesi, e pertanto con doglianze si volgeva
ad essi, nel tempo stesso che loro augurava ogni bene, dacchè fosse
cessata fra loro ogni ragione di disaccordo[421]. Infatti Berta aveva
composto pace tra i suoi figliuoli; nell’anno 770 era venuta in Italia,
ed anzi aveva fatto un pellegrinaggio a Roma[422]. L’andata di lei
aveva rianimato le speranze del Papa, ma tosto questi apprendeva
che la regina Berta se ne era ita a Desiderio per trattare della
conchiusione di un duplice maritaggio che alleasse le due dinastie.
S’accordavano infatti di sposare il principe Adelchi con Gisela, di
dare Desiderata (Ermengarda) in moglie a re Carlo, e a Carlomanno,
fratello di lui, un’altra figlia del Re dei Longobardi. Questo disegno
induceva il Pontefice a sbigottimento; egli capiva che i figli di
Pipino non s’ispiravano in verun modo ai sentimenti onde era già stato
animato il padre loro, e comprendeva che eglino anzi guardavano con
gran freddezza alle necessità temporali della Chiesa romana. Scriveva
loro una lettera in cui gli ammoniva di guardarsi da quegli sponsali,
e tentava di seminare fra i Re ragioni di discordia[423]. «M’è giunto
a contezza,» ei vi diceva, «ed è cosa che affligge acerbamente il
mio animo, che Desiderio, re de’ Longobardi, cerchi di persuadere la
Eccellenza Vostra, acciocchè uno di voi fratelli prenda in moglie la
figlia di lui: se così fosse, in verità suggestione diabolica sarebbe;
nè già congiunzione di matrimonio, ma concubinato. Le storie della
Scrittura sacra ammaestrano che parecchi Principi, a causa di colpevoli
accoppiamenti con genti straniere, divennero ribelli ai comandi di Dio,
e caddero in peccato grave. Che stoltezza sarebbe se il vostro popolo
glorioso dei Franchi sovra tutti gli altri popoli eccelso, se una così
splendida discendenza della vostra schiatta regale si contaminasse
in accoppiamenti colla spregiata gente di Longobardi, che neppur si
conta nel numero delle genti, e dalla cui nazione ha origine la stirpe
dei lebbrosi! E già voi, per consiglio del Signore e per comando del
padre vostro, congiunti siete in legittimi maritaggi; voi, siccome
a Re illustri si conviene, dalla vostra stessa patria e cioè dal
nobilissimo popolo dei Franchi, traeste mogli bellissime, all’amore
delle quali dovete serbarvi fedeli[424].» Il Papa affermava che i
due Re avessero già contratto matrimonio, ma soltanto di Carlomanno
si sa che aveva condotto in moglie Gilberga, laddove non è fatto mai
cenno di un legittimo connubio di Carlo[425]. Stefano non risparmiava
nemmanco alcune considerazioni sarcastiche sull’indole delle donne in
generale; rammentava il peccato di Eva che aveva fatto perdere all’uman
genere il paradiso; e ammoniva i Re, ricordando loro tutto ciò di cui,
giovinetti, avevano fatto promessa all’Apostolo; amicizia agli amici
dei Papi, odio ai loro nemici. E per trasfondere nelle sue lettere una
magica virtù, egli le distendeva sulla tomba di Pietro, e su di esse
prendeva la comunione. Conchiudeva poi con questa minaccia: «se alcuno
osasse di operare contro il senso di queste esortazioni nostre, sappia
che per l’autorità del signor mio Pietro, principe degli Apostoli,
sarà avvinto dai lacci dell’anatema, cacciato dai regni di Dio e
condannato ad ardere nel fuoco eterno col diavolo, e colle orribili
sue pompe infernali, e cogli altri empî[426].» Per verità, i tempi
in cui accadeva che il prete maggiore della Cristianità scrivesse di
tali lettere, oscuri erano della più fitta tenebra di barbarie, e la
religione di Cristo in quell’età ha veramente sembianza di un’arte di
sortilegî.

Può darsi che Carlomanno, atterrito a quelle minacce, non osasse
separarsi da Gilberga, e non isposasse la figlia di Desiderio; ma
Carlo conduceva in donna la principessa Desiderata, senza impensierirsi
dell’anatema del Papa[427].

Le condizioni di Stefano frattanto si facevano ognor più difficili,
anche per altre ragioni. Dal tempo della donazione di Pipino in poi,
i Papi avevano mandato loro ministri, e duci, e maestri de’ militi,
e tribuni nelle province anticamente greche, ma non ne erano per
questo divenuti signori e dominatori. Nei Ravennati durava vivissima
ricordanza dell’antico valore della loro città, che per lunga età
aveva imperato su Roma; e l’Arcivescovo incominciava ben presto ad
estendere la sua influenza sull’Esarcato, dove la Chiesa metropolitana
di Ravenna possedeva beni e coloni molti. Sergio, che Paolo I aveva
riposto nell’officio, agiva a suo piacimento senza che riguardo di
Roma il rattenesse, e, dopo la morte di lui avvenuta nel 770, per un
anno intiero un usurpatore sfidava i fulmini del Pontefice. Una gran
parte del clero aveva ivi elevato al seggio arcivescovile l’arcidiacono
Leone, ma Michele, bibliotecario di quella Chiesa, col consenso di re
Desiderio e coll’ajuto di Maurizio duce di Rimini, s’era impadronito
della città maggiore della Pentapoli, la quale allora non istava sotto
la soggezione del Papa[428]. Leone fu tratto a Rimini e incarcerato,
e Michele fu investito del possedimento dell’Arcivescovato: indi con
Maurizio e coi giudici di Ravenna spediva legati a Roma per indurre
con donativi magnifici il Papa a dare la sua conferma all’usurpatore.
Stefano invece comandavagli di scendere del trono vescovile, ma
l’intruso adoperava i tesori della Chiesa per sostenervisi, finchè
ne era precipitato verso lo spirare dell’anno 771. I legati franchi e
romani si unirono per restaurare l’ordine; il popolo die’ Michele in
mano ai legati pontificî perchè lo conducessero a Roma; e qui veniva
anche Leone per ottenervi l’ordinazione[429].

Frattanto occorreva in Francia un fortunato avvenimento a prò del Papa;
Carlo ripudiava Desiderata, e Carlomanno moriva addì 3 del Dicembre
771. La causa che induceva Carlo a cacciare la sua donna, sembra
essere derivata non tanto da instabilità di animo, quanto da proposito
astuto[430]. Egli rompeva il nodo di giuste nozze, senza dubbio per
suggestione del Papa, e s’ammogliava con Ildegarde di Svevia; ma i
Franchi non cessavano di lamentare la sorte di Desiderata, come di
moglie legittima di lui; nè la regina Berta sapeva darsene pace, e
continuava a versare lacrime pie sul vitupero di quella rejetta[431].

Di tal guisa le arti maligne del Papa infrangevano ogni legame fra
i Longobardi e i Franchi; la Chiesa romana riannodava relazioni
strettissime con Carlo, e Desiderio era condannato alla estrema ruina.
Stefano III non sopravviveva tanto tempo da poterne essere testimone;
questo Siciliano senza coscienza, accorto a tutte le furberie e a tutti
i raggiri dell’arte politica mondana, trapassava di vita nel Febbraio
dell’anno 772.


§ 2.

Adriano I papa. — Caduta della fazione longobarda in Roma. —
Atteggiamento ostile di re Desiderio. — Inquisizione e caduta di Paolo
Afiarta. — Il Prefetto della Città. — Desiderio devasta il Ducato
romano. — Adriano s’appresta alla difesa. — Ritirata dei Longobardi.

Alla sedia pontificia saliva adesso Adriano I, per tenervi un illustre
reggimento di quasi ventiquattro anni. Di nascita romano, Adriano
discendeva d’illustre famiglia patrizia, che aveva un palazzo nella
via Lata, in vicinanza al san Marco. Lo zio di lui, Teodoto, aveva
avuto titolo di console e di duce, ed oltracciò era stato primicerio
dei notai[432]. Rimasto il giovinetto privo di padre, la madre di
lui ne commetteva l’educazione al clero del san Marco, sotto la cui
giurisdizione eran poste le case di lei. Tenuto in gran pregio per
natali, per bellezza, per ingegno, Adriano era giunto sotto di papa
Paolo agli officî ecclesiastici maggiori; ai tempi di Stefano aveva
ottenuto il diaconato, e, dopo la morte di questo Papa, era con
elezione concorde elevato al pontificato[433]. Egli rese notabile
la prima ora del suo reggimento, togliendo il bando alla fazione di
Cristoforo, ossia di tutti quei giudici che Paolo Afiarta, poco prima
ancora della morte di Stefano, avea condannato all’esilio[434]. Così il
Papa dava a divedere di voler abbattere quella fazione longobarda, che
quel Paolo ancor sosteneva in Roma, e di volersi avvincere ai Franchi.
Gli intendimenti politici di Roma assunsero per tal modo un indirizzo
ben determinato.

Fu prima cura di Adriano di voler recuperare ciò che pur sempre
Desiderio avea mancato di restituire a san Pietro. Gli ambasciatori
del Re venivano a porgere augurî al novello Pontefice ed a chiederne un
patto di amicizia, ma Adriano rispondeva dolendosi per l’inadempimento
del trattato ch’era stato conchiuso col suo antecessore; e non sì
tosto che l’ambasceria longobarda, in mezzo a dichiarazioni cortesi,
era tornata a Pavia troncavasi ogni buona relazione con Desiderio.
Molte cause contribuivano a ciò; i suoi legati gli annunciavano la
restaurazione del partito di Cristoforo e di Sergio; quindi avveniva
la stretta alleanza di Roma coi Franchi, e in pari tempo accadeva,
nella primavera dell’anno 772, che Gilberga vedova di Carlomanno, coi
suoi figli e col duca Auchari, veniva a chiedere soccorso alla corte
di Pavia. Carlo infatti aveva tolto ai suoi nipoti i loro territorî,
e s’era fatto gridare re universale dei Franchi. Desiderio, cui pesava
sul cuore la grave offesa ricevuta, chiudeva la sua rejetta figliuola
nel palazzo di Pavia, ed accoglieva a braccia aperte i nipoti di Carlo,
sperando di accendere in Francia per mezzo di loro la guerra civile.
Egli chiedeva ad Adriano che desse ragione ai loro diritti, e quali
re li consecrasse; e poichè a tale domanda il Papa dava un rifiuto,
ei si proponeva di costringervelo. Sulla fine del Marzo, Desiderio
s’impadroniva di Faenza e del ducato di Ferrara, e minacciava anche
Ravenna. I Ravennati mandavano allora messaggi al Papa per chiederlo
di soccorsi, e Adriano spacciava al Re con fervide esortazioni Stefano
sacellario e Paolo Afiarta. Desiderio chiedeva con insistenza un
abboccamento col Pontefice per poterlo indurre a incoronare i figliuoli
di Carlomanno, ma Adriano con fermezza lo negava.

A questi avvenimenti si aggiungeva la caduta di quell’Afiarta, che
un tempo aveva avuto grandissima potenza; e la fine di lui forma
un episodio che non è privo di importanza nella storia della Città.
Caduti Cristoforo e Sergio, egli era stato il più influente uomo di
Roma, a capo della parte longobarda e agli stipendî del Re; occorreva
dunque togliergli ogni potere di nuocere. Con astuta arte diplomatica
si concepì il disegno della sua ruina, e lo si condusse a compimento.
Senza che lo prendesse alcun sospetto, il Camerario s’indusse a
partire di Roma, e ad andarsene in ambasceria al suo amico Desiderio;
e mentre alla corte di questo Re ei menava vanto che saprebbe trargli
colà il Papa, fosse anche in catene, altri nel silenzio e nell’ombra
torceva il canape destinato a serrargli il collo. Soltanto adesso
ch’egli era assente, si aveva in Roma coraggio di sapere e di dire
che Paolo, otto giorni innanzi la morte di Stefano, s’era fatto reo
di un nuovo assassinio. Lo sventurato Sergio, cieco, traeva la vita
sepolto in una volta del Laterano; ma l’odio di Paolo mal sofferiva
che ancor durasse quella vita miserrima, e lo crucciava siffattamente,
che durante l’infermità di Stefano volle liberarsi del suo nemico.
Affidò a due abitatori di Anagni l’incarico di ucciderlo, e alcuni
alti officiali della Chiesa e il duce Giovanni, fratello di papa
Stefano, vi prestarono ajuto[435]. Una notte quegli uomini trascinarono
Sergio nella via Merulana, che oggidì ancora dal Laterano conduce
a santa Maria Maggiore; ed ivi, uccisolo a colpi di pugnale, lo
sotterrarono[436].

Gli assassini, che Adriano faceva tradurre di Anagni a Roma,
confessarono il luogo del loro delitto; gli ottimati della Chiesa,
i giudici della milizia, e il popolo tutto chiedeva con fremito
di tumulto che si desse punizione ai rei; e il Papa li poneva in
mano ai tribunali ordinarî. Gli è a questa occasione che tutto a
un tratto torna a comparire il Prefetto della Città. L’officio suo
aveva continuato ad esistere ancor dopo l’età di Gregorio, ed egli
amministrava in Roma la giustizia criminale[437]. I rei furono
condannati all’esilio a Costantinopoli[438]. E qui ci occorrono due
considerazioni; primamente che in Roma, ancora a questa età come al
tempo di Scipione e di Seneca, l’esilio valeva da pena capitale; in
secondo luogo che Roma non cessava tuttavia di mandare a Costantinopoli
coloro che essa bandiva, parimenti come per lungo tempo, e forse
ancora nel secolo ottavo, Bisanzio mandava i rei in esilio a Roma:
il Pontefice pertanto riveriva ancor sempre la podestà suprema
dell’Imperatore.

In conseguenza di questa inquisizione, Cristoforo e Sergio ebbero
onorevole sepoltura in san Pietro, e il loro nome riebbe publicamente
decoro. Prima poi che s’incominciasse in Roma il procedimento, Adriano
dava incarico a Leone arcivescovo di Ravenna, che s’impadronisse della
persona dell’Afiarta, se mai questi, tornando dalla corte longobarda,
giungesse in Ravenna o in qualche altra città dell’Esarcato. Ciò, poco
tempo dopo, avveniva, e Adriano spediva i documenti dell’inquisizione
a Leone, per guisa che questi dava l’accusato in mano del magistrato
criminale di Ravenna[439]: di tal modo, contro ogni dritto, un
cittadino romano, un officiale del palazzo pontificio, era tratto
innanzi al tribunale municipale di una città straniera. Peraltro, è
difficile cosa che in questo l’Arcivescovo operasse di suo arbitrio;
era il Papa, il quale aveva buone ragioni di far sì che il procedimento
lungi di Roma si compiesse[440]. E poichè desiderava di lasciare in
vita l’assassino di Sergio, il Papa chiedeva agli imperatori Costantino
e Leone che il reo espiasse la pena dell’esilio in qualche luogo di
Grecia[441]; ma alla domanda che l’Afiarta fosse mandato a Bisanzio
per la via di Venezia, rispondeva l’Arcivescovo essere impossibile
cosa, avvegnaddio i Veneziani lo cambierebbero col figlio del loro
doge Maurizio, che trovavasi in prigionia di Desiderio. Or dunque Paolo
avrebbe dovuto esser condotto a Roma, ma allorchè il legato pontificio
veniva a Ravenna per torlo seco, l’Afiarta era già stato condannato e
messo a morte: Adriano non poteva far altro che dar una buona sgridata
all’Arcivescovo per quella sua fretta, la quale per altro gli riusciva
gradita[442]. Così la parte longobarda perdeva il suo capo; il Papa
si liberava di un nobiluomo potente, e Desiderio perdeva le ultime
reliquie di sua influenza in Roma.

Il Re si commoveva a gran collera come udiva del precipitoso modo
ond’era stato tolto di mezzo l’amico suo; egli s’insignoriva tosto di
Sinigaglia, di Montefeltro, di Urbino e di Gubbio (_Eugubium_), ed
entrava in Toscana. I Longobardi, nel mese di Luglio, assalivano la
città di Bleda, passavano a fil di spada molti di quei cittadini più
ragguardevoli, e tosto dopo movevano contro _Utriculum_, città posta
a quarantaquattro miglia da Roma, lungo la via Flaminia[443]. Adriano
allora spediva l’Abate di Farfa con venti monaci a Desiderio; piangendo
quei frati si gittavano a’ piedi del Re e lo scongiuravano di non recar
danno a Pietro santo. Il Re longobardo li congedava senza dar loro
ascolto, e chiedeva di abboccarsi col Pontefice. Rispondeva questi che
sarebbe venuto a Desiderio, tosto che egli avesse restituito le città
usurpate, e mandava alcuni cherici per riceverne la consegna: ma il Re
non volle saperne, ed anzi fece nuova minaccia mettendosi in marcia su
Roma.

Volgevasi allora il Papa a Carlo, chiedendo che il salvasse; per la
memoria del padre suo Pipino, lo scongiurava che intraprendesse una
spedizione di guerra in Italia, e Roma liberasse dal Re dei Longobardi,
al quale egli con tanta energia aveva pur negato di consecrare i
figliuoli di Carlomanno. Nel tempo stesso in cui i messi pontificî
partivano colle lettere di Adriano (esse non giunsero fino a noi),
Desiderio in persona lasciava Pavia per muovere alla conquista di Roma.
Lo accompagnavano Adelchi, Auchari duca franco, Gilberga e i figli di
lei, che il Re voleva far incoronare dal Papa in san Pietro. Adriano
s’apprestava intrepidamente alla difesa; e, dopo di aver raccolto
in Roma genti di guerra dalla Toscana, dal Lazio e dal ducato di
Perugia ed anche milizie armate della Pentapoli e soldatesca fornita
da Stefano duce di Napoli amico suo, faceva chiudere le porte della
Città, ed alcune faceva murare[444]. Dalle basiliche di san Pietro e
di san Paolo faceva trasportare entro la Città i sacri arredi, e le
chiese stesse per di dentro faceva asserragliare, affinchè il Re non
vi potesse penetrare che con sacrilegio, da predone di templi. Indi
Adriano spediva incontro a lui i Vescovi di Albano, di Preneste e di
Tivoli, affinchè proibissero al Re ed ai Franchi che lo seguivano,
di oltrepassare i confini del Ducato romano, minacciando altrimenti i
fulmini della Chiesa. I Vescovi s’imbattevano nel Re a Viterbo; e per
il fatto il timore delle maledizioni del Papa, e più ancora la paura
di Carlo operavano rapidamente i loro effetti; chè Desiderio faceva far
alto, ed anzi volgeva in ritirata[445]. Per tal guisa, tutte le imprese
di questi Re longobardi difettavano di arditezza e di genio, laonde
certamente nulla v’ha che desti tedio maggiore della storia guerresca
dei Longobardi in un periodo di duecento anni.

Tosto dopo la partenza di Desiderio, venivano a Roma, legati di Carlo,
il vescovo Giorgio, l’abate Gulfardo e Albino consigliere del Re, per
sincerarsi se effettivamente erano state restituite alla santa Sede le
città, siccome Desiderio aveva fatto credere in Francia. Adriano loro
dimostrava come stessero veramente le cose; i legati tosto andavano
a Pavia, ma il Re li congedava con isprezzo, per la qual cosa se ne
tornavano a Carlo, dicendogli che nulla potevasi conseguire senza forza
di armi.


§ 3.

Spedizione di Carlo in Italia. — Assedio di Pavia. — Carlo celebra in
Roma le feste di Pasqua. — Confermazione della donazione di Pipino. —
Caduta di Pavia e del reame dei Longobardi nell’anno 774.

Dopo che Carlo ebbe un’altra volta offerto pace a re Desiderio ed
ebbe proposto di pagargli una somma di denaro affinchè rinunciasse
alle città, nel Settembre dell’anno 763 scese in Italia col suo
esercito[446]. Moveva per la via di Ginevra affine di valicare indi
il Moncenisio, ma le chiuse delle Alpi erano state robustamente
munite dai Longobardi, così che erano rese insormontabili; laonde
la difficoltà di penetrarvi e ben anche il malcontento che quella
impresa destava nei suoi Franchi, costringevano Carlo a mandare ancora
una volta un messaggio a Desiderio, per dirgli che egli si starebbe
contento di ricevere tre illustri ostaggi, i quali dessero guarentia
della promessa cessione delle città. Il Re longobardo respingeva
anche questa proposta; ma la repentina fuga di suo figlio Adelchi,
che era colto di timor panico, e il passaggio dell’oste franca per le
Alpi, cui il tradimento aveva agevolato la via, costringevano anche
Desiderio ad abbandonare il suo campo, e a chiudersi in Pavia[447].
Adelchi ed Auchari, smarriti d’animo, si gettavano colla vedova e
coi figli di Carlomanno entro Verona, che era un forte arnese di
guerra, e il popolo di Alboino cadeva dopo fiacca resistenza, che la
divisione interna e precisamente le arti dei preti rendevano ancor più
corta[448]. Per fermo, Carlo non si meritò nome di grande perchè ebbe
vinto i Longobardi; chè anzi la Storia a mala pena registra la memoria
di un’altra conquista che abbia costato minor fatica di questa, e che
abbia indi recato sì grandi risultamenti, duraturi per lungo ordine di
secoli.

Nulla rattenne Carlo nel suo cammino contro Pavia; egli cinse
d’assedio questa città, e poichè previde che la cosa avrebbe tratto
assai in lungo, fe’ venire al campo Ildegarde, sua donna, e i suoi
figliuoli. Un altro esercito franco circuì Verona; Auchari e la vedova
di Carlomanno ne fuggirono, e si diedero tosto coi piccoli Principi
in mano del vincitore. Pavia reggeva robusta difesa da ben sei mesi;
frattanto si avvicinava la Pasqua, e Carlo deliberava di andare a
Roma per celebrarvela. Alla credenza degli uomini di quell’età, il
pellegrinaggio in cui movevano alle tombe dei Martiri nel tempo di
Pasqua, era il viatico più sicuro che conducesse al Paradiso; già da
due secoli, in quel tempo dell’anno accorrevano a Roma torme numerose
di pellegrini, e, quant’è lungo il medio evo, noi vedremo Imperatori e
Re celebrarvi spesso le feste pasquali. Coll’andata dei Re dei Franchi
incomincia massimamente la lunga storia dei pellegrinaggi di Principi
tedeschi a Roma[449].

Carlo mosse dal suo campo di Pavia con una parte dell’esercito e con
grande accompagnatura di Vescovi, di Duchi e di Conti. Veniva con
rapido cammino per la via di Toscana, perocchè volesse essere in Roma
nel sabato santo, che cadeva nel giorno 2 dell’Aprile 774. Magnifiche
furono le accoglienze e fu degna d’imperatore la pompa con cui si
ricevette il possente proteggitore della Chiesa che ora entrava in Roma
per la prima volta e in mezzo a tanta gravità di avvenimenti. Alla
distanza di ventiquattro miglia dalla Città, gli davano il benvenuto
tutti i giudici e i gonfaloni della milizia mandati dal Papa; lo
salutavano presso la stazione appellata _Novas_ al di sotto del lago
di Bracciano, e quindi lo accompagnavano alla Città[450]. Appiè di
monte Mario erano ad incontrarlo tutte le schiere della milizia coi
loro patroni, le scuole dei fanciulli recanti in mano rami di palma
e di olivo, e moltitudine innumerevole di popolo, che alla vista di
Carlo alzò grida di plauso, festevolmente gridando: Salute al Re
dei Franchi ed al difensore della Chiesa[451]! Questi onori Carlo
riceveva non come principe straniero, ma da patrizio dei Romani, ed il
Cronista espressamente dice che gli erano spediti incontro le croci
e i vessilli delle basiliche di Roma, come era costumanza quando si
usciva a salutare l’Esarca o il Patrizio[452]. Appena Carlo discerse in
vista Roma, smontò di sella, e, circondato da quelli del suo corteo,
umilmente trasse a piedi al san Pietro. Era il sabato santo, nelle
prime ore del mattino; il Papa aspettava il suo ospite sull’alto dei
gradini del portico; intorno a sè avea il clero; la piazza era gremita
di popolo senza numero. Carlo si prostrò al basso della scalea, la
salì ginocchioni, baciando in meditazione ogni gradino, finchè giunse
al Pontefice. Quest’era il modo con cui già fin d’allora i Principi
più potenti del mondo s’accostavano al santuario di Roma: non doveva
forse venire il tempo in cui i Re massimamente sarebbero discesi a
farsi vassalli e valletti dei Papi? in cui questi audacemente avrebbero
imposto il piede sulle loro spalle? Carlo e Adriano si abbracciavano;
il Re prendeva il Papa per la destra mano, e tenendosi al suo fianco
dalla dritta, entrava con lui nella basilica[453]. Mentre facevano loro
ingresso, i preti intonavano il canto: _Benedictus qui venit in nomine
Domini_; e Carlo e i suoi Franchi si gettavano a ginocchi innanzi la
tomba dell’Apostolo. Dopo che ebbe finito di meditare e di orare, il Re
con reverenza chiese permissione di entrare in Roma e di poter visitare
le altre chiese maggiori: tutti primieramente discesero nella cripta
dell’Apostolo; e il Re e il Papa, e i giudici dei Romani e quelli dei
Franchi si ricambiarono giuramento di sicurtà[454].

Senza dubbio Carlo piantava il campo delle sue soldatesche nella
pianura di Nerone; egli poi per il ponte di Adriano entrava nella
Città, la quale allora non presagiva che il primo Re dei Franchi cui
faceva accoglimento, sarebbe stato il suo primo Imperatore di stirpe
germanica. Il futuro erede di Augusto e di Traiano mirava le classiche
ruine, attraverso cui passava, con isguardi di stupore ignorante,
poichè, quantunque lo prendesse diletto di udire le storie degli
antichi, ei conosceva le geste dei Santi di Roma meglio di quelle dei
suoi eroi. Nella Roma di quell’età prevaleva ancora un’impronta di
antico, ad onta dell’oltraggio che vi avevano inflitto tre secoli; era
ancora la città dei Romani quella in cui Carlo entrava, era un mondo
immensurato di ruine magnifiche, innanzi alla grandezza delle quali
scompariva tutto quello che sapeva di cristiano.

I Romani conducevano il Re al Laterano; eglino guardavano con
meraviglia la taglia eroica e quasi gigantesca del protettore della
Chiesa, e i suoi paladini barbarici tutto chiusi nelle armature
d’acciaio. Nel battistero Carlo assisteva al sacramento del battesimo
che il Papa amministrava; indi umilmente a piedi tornava al san
Pietro. Non prendeva dimora entro la città; del palazzo dei Cesari
non si fa pur cenno; ne erano caduti anche i suoi ultimi quartieri
abitabili, dopo che più non era stato in Roma il Duce greco. Ove
Carlo non abbia passata la notte in una delle case vescovili che erano
presso al san Pietro, certo è che egli si ricondusse al campo delle
sue soldatesche. Nel giorno di Pasqua gli ottimati e le scuole della
milizia lo accompagnarono a santa Maria Maggiore, dove il Pontefice
celebrò la messa; indi Carlo pranzò alle mense di lui nel Laterano.
Al lunedì assistè agli officî sacri nel san Pietro, al martedì nel
san Paolo, e così ebbero fine le ceremonie delle feste pasquali. La
forma antichissima di queste funzioni sacre era allora meno pomposa
di quello che sia oggidì, e più si conveniva alla ragione di chiesa,
ma, per quanto si pare dai Libri rituali antichi, non era di molto più
semplice[455].

Nel mercoledì 6 di Aprile, Carlo fu invitato ad una conferenza nella
chiesa di san Pietro, dove trovossi il Papa con tutti i giudici del
clero e della milizia. Innanzi a quella assemblea, Adriano rivolse
un discorso al Re dei Franchi; ed invero per istrappare a Carlo una
donazione, luogo più acconcio di quello non v’era, chè ivi presso
sorgeva la tomba dell’Apostolo, e quella era la basilica di lui,
ancora olezzante degli incensi bruciati nelle feste pasquali. Poichè
già reputava prossima la caduta del reame dei Longobardi il Papa si
atteggiava come uno dei maggiori pretendenti all’eredità di quello,
e però rammentava a Carlo gli antichi trattati e le promesse, e
lo esortava a donare a Pietro santo alcune determinate città e
alcune province d’Italia, e faceva indi leggere la scritta, fatta a
Carisiaco, della donazione di Pipino. Il Biografo di Adriano afferma
che a Carlo ed ai suoi _Judices_ non bastò di confermarne il tenore;
volle il Re che il suo notaio Eterio ne trascrivesse di bel nuovo il
documento; e questo fu sottoscritto da lui e dai maggiorenti della sua
comitiva, indi fu posto dentro l’urna di san Pietro e ne fu promesso
l’adempimento con terribile giuramento.

Anche questa così detta donazione di Carlo magno, confermazione
di quella di Pipino, sparve dall’archivio del Laterano, nè mai si
rinvenne in Germania o in Francia la copia che fu detto Carlo avere
recato con sè. Secondo la fama di quella donazione, il pio e magnanimo
Carlo donava al Papa quasi intiera l’Italia, e da un capo all’altro
tali province che egli non ebbe mai conquistato, com’erano Corsica,
la Venezia, Istria e il ducato di Benevento[456]. Ma il giudizio
incorrotto della critica, da lunghissimo tempo ricacciò il racconto
di questa donazione fra le storielle da fiaba, ed è possibile che al
tempo in cui viveva il Biografo di Adriano, questi abbia consultato
un qualche documento falsato (seppure uno ne abbia avuto sott’occhio),
oppure che egli stesso abbia falsato i concetti che in quella scritta
avessero potuto contenersi. Manifestamente Carlo ebbe confermato
quella donazione di Pipino che nella sua vera essenza ci è ignota, ma
pur sempre serbò a sè il supremo dominio delle province cui essa si
riferiva; nel corso degli anni poi l’ebbe accresciuta con patrimonî e
con redditi[457]. La condizione di lui rispetto a Roma fu in pari tempo
definita con un trattato: Carlo pretese a tutti i diritti di patrizio,
e il diritto onorifico di _Defensor_ ottenne nell’anno 774 un valore
più ampio; al Patrizio dei Romani fu data la giurisdizione suprema su
Roma, sul Ducato e sulle province dell’Esarcato. Il Pontefice, che in
quei paesi non aveva che l’amministrazione del governo, diventò suddito
al Re dei Franchi[458].

Dopo che furono così ordinate le relazioni di Carlo con Roma, il Re ne
partì; e nel tempo stesso il Papa bandì preghiere in tutte le chiese
di Roma affinchè si affrettasse a prospero risultamento l’assedio di
Pavia[459]. Tornato al campo, il Re dei Franchi ne spingeva l’opera
con energia; nella premuta città la peste congiurava col tradimento,
e l’ultimo Re dei Longobardi, espiando le ripetute sue inavvedutezze
colla caduta della sua dinastia e del suo reame, davasi prigioniero
senza patteggiare. Desiderio finì la sua vita nel convento di Corbeia;
la spese in opere di pietà, e corse fama che operasse miracoli. Ma
Carlo si prese la corona di ferro e, a principare dall’anno 774, si
nomò re dei Franchi e dei Longobardi e patrizio dei Romani, mentre
Adelchi figlio di Desiderio si ricoverava alla corte di Bisanzio, dove
traeva la triste vita di pretendente a un trono[460].


§ 4.

Donazione di Costantino. — Limiti geografici della donazione carolina.
— Spoleto, Tuscia, la Sabina, Ravenna. — Pretensioni di Carlo
all’autorità suprema e al diritto di conferma degli Arcivescovi di
Ravenna. — Patriziato di san Pietro. — Si dimostra che il Papa era
padrone degli edificî pubblici di Ravenna, ma d’altronde obbediva
all’imperio supremo di Carlo. — Mercato di schiavi fatto dai Veneziani
e dai Greci.

Con grave dolore del Papa, Carlo frapponeva adesso indugi alla cessione
di quei patrimonî che i Longobardi avevano tolto alla Chiesa: sembrava
che il Re non badasse di molto a quel titolo onorifico con cui Adriano
lo adulava, appellandolo Costantino novello, come se fosse risorto
quell’Imperatore «per cui Dio s’era degnato di largire ogni bene
alla Chiesa santa di Pietro, principe degli Apostoli»[461]. Queste
parole di Adriano sono notevoli assai; avvegnachè si scorga che con
esse cominciava a porsi per la prima volta in lavorio uno dei più
mostruosi ordigni onde i Papi successivi, per il corso di secoli,
si servirono a sostenere, quasi sopra un fondamento autentico, le
loro pretensioni di signoria universale, la quale per tempo non meno
lungo s’ebbe credula accoglienza dalla moltitudine che non ragiona, e
perfino dai dottori di legge. La famosa «donazione di Costantino» non
soltanto avrebbe concesso al Vescovo di Roma onorificenze e insegne
imperatorie, ed attribuito privilegio di senato al clero romano,
ma avrebbe dato Roma e Italia in proprietà al Pontefice. Infatti
Costantino, dicevasi, come fu guarito della lebbra per virtù del
battesimo amministratogli da Silvestro, compreso di reverenza verso il
principe degli Apostoli, abbandonava Roma, e umilmente si riduceva in
un angolo del Bosforo, e al successore di Pietro lasciava in dono la
città capitale dell’universo e l’Italia. Questa fola, che per la prima
volta era tratta in campo da un Papa nell’anno 777, fu invenzione di un
prete romano, e fu coniata in un tempo nel quale crollava in Italia il
reggimento greco, in cui il reame dei Longobardi minava per dissensioni
interne e per l’urto potente dei Franchi, in un tempo in cui il Papa
poteva concepire l’ardito disegno di dominare da vero padrone una
gran parte d’Italia. Il trovato di un siffatto documento dimostra la
fittezza della barbarie che avvolgeva il mondo durante il medio evo, e
lo dimostra forse ancor più efficacemente di molti concepimenti della
fantasia religiosa. Se la invenzione della donazione di Costantino
rivela la ingorda brama di dominazione che agitava il clericato romano
oltre ogni fine, essa è d’altra parte documento storico dei concetti
che, al tempo della prossima rinnovazione dell’Impero occidentale,
si erano venuti formando riguardo alle relazioni della Chiesa e
dello Stato. La Chiesa è tenuta precisamente in conto di un impero
religioso con un Cesare pontefice alla testa; a lui sono soggetti
tutti i Metropoliti e tutti i Vescovi d’Oriente e di Occidente. La sua
costituzione gerarchica, sorta sul fondamento dell’antico organamento
dello Stato, è considerata independente dallo stesso Imperatore,
ordinatore supremo di tutte le cose politiche; a suo esemplare essa
prende l’Impero e la corte imperiale. Al Papa è conceduta dignità
imperatoria, al clero romano grado senatorio; ma questa prerogativa, al
paro della cessione di Roma e dell’Italia, discende da un privilegio
accordato dallo Imperatore; esso quindi deve costituire per tutti i
tempi il fondamento giuridico alla grandezza temporale del Papato.
Mentre dunque l’Impero continua ad essere il concetto massimo di ogni
maestà temporale e di ogni signoria, da cui soltanto la Chiesa deriva
la sua forma civile e la sua potenza, la Chiesa stessa è in pari tempo
riverita dall’Imperatore quale reame religioso il quale sta di per sè,
di cui è monarca Cristo fondatore suo, che ha per vicario il Papa. Di
tal guisa la donazione di Costantino statuisce la separazione delle due
podestà, della podestà temporale e di quella spirituale, e nei tratti
fondamentali determina quel dualismo, che in tutto il corso del medio
evo tenne armati un contro l’altro, la Chiesa e lo Stato, il Papa e
l’Imperatore[462].

Per lungo tempo Carlo fu molestato di ammonimenti del Papa, il quale
non cessava di ricordargli con amara doglianza il patto dell’anno 774.
Gli è pertanto mestieri di esaminare più attentamente quali fossero i
singoli territorî cui quella donazione carolina riguardava, avvegnaddio
la loro storia non possa ben separarsi da quella della città di Roma.
Se ciò che narra il Biografo di Adriano sia esatto, allorchè i Franchi
mossero in Italia, gli Spoletini si svincolarono dalla signoria dei
Longobardi, come già parecchie volte avevano tentato di fare. Illustri
cittadini di Spoleto e di Reate vennero a Roma, giurarono fede al Papa,
e acquistarono la cittadinanza romana usando a simbolo la recisione
della barba e dei capelli. Quando poi Desiderio si fu ricoverato
dentro di Pavia, vennero ad Adriano legati di quel medesimo ducato di
Spoleto, gli prestarono giuramento di fedeltà, e da lui ottennero la
confermazione di Ildeprando, che già prima avevano eletto a loro duca:
il loro esempio imitavano gli abitatori di Fermo, di Osimo, di Ancona
e di Città di Castello (_Castellum Felicitatis_)[463]. Ma tutti questi
racconti sono incerti, laddove non si eleva alcun dubbio che Spoleto
costantemente abbia appartenuto al reame franco[464].

Non era fatta contestazione per maggiori pretensioni che san Pietro
sollevava nella Tuscia romana. L’Apostolo agognava di ottener
possedimenti anche in questo paese; e sostiensi che già nell’anno 774
Carlo al Papa donasse Soana, Tuscana, Viterbo, Bagnorea (_Balneum
Regis_), insieme ad altri luoghi non citati per nome. Adriano ne
parla espressamente in una lettera da cui si pare che per il fatto
gli fossero state consegnate quelle terre. Più tardi avvenne che gli
furono anche promesse le due città di Roselle e di Populonia nella
Tuscia Ducale, che Carlo però indugiava a cedergli[465]. La Chiesa, non
v’ha dubbio, aveva nelle terre di Tuscia possedimenti antichi, che i
Longobardi le avevano usurpato, e Carlo vi aggiungeva la donazione di
novelli patrimonî.

Parimenti avveniva nella Sabina. Qui pure da tempo antico la Chiesa
possedeva dei beni, che Carlo (così almeno sembra) nell’anno 781
attribuiva di bel nuovo in proprietà a san Pietro, grandemente
accrescendoli. Quelle terre portavano nome or di _Territorium_, or di
_Patrimonium Savinense_, ma non comprendevano l’intiera provincia della
Sabina, di cui la parte maggiore spettava al Duca di Spoleto. Ignoriamo
di che estensione fossero i dominî della Chiesa nella Sabina, del cui
reddito si mantenevano le lampade del san Pietro, e si provvedeva alla
elemosina pei poverelli. I legati di Carlo e del Papa andavano colà
per operarne la tradizione del possesso, ma, al momento di fissarne i
confini, si elevavano fra la Chiesa e quei di Rieti delle contese che
non si conchiusero a vantaggio della Chiesa, sebbene dei vecchiardi,
che avevano ben cent’anni di età, attestassero che le terre controverse
avevano appartenuto da tempo antichissimo alla Chiesa[466]. Ne consegue
che questa, sullo spirare del secolo ottavo, possedeva soltanto la
parte minore della Sabina, e, soltanto posteriormente all’anno 939,
potevano prodursi documenti ond’era dimostrato che questa provincia era
stata tolta al Ducato spoletino, e se ne era costituito uno speciale
Comitato sotto l’autorità suprema della Chiesa, che vi mandava suoi
Rettori con titolo di _Marchio_ o di _Comes_[467].

Se il Papa trovava delle difficoltà nei paesi or detti, ancor più
gravi erano quelle che gli impedivano di farsi signore dell’Esarcato.
Santo Apollinare di Ravenna, come san Pietro di Roma, possedeva una
gran quantità di dominî, e, al paro dell’altro Santo, poteva trar
fuori dei suoi archivî un numero infinito di scritte di donazione.
Perfino di Sicilia, nel secolo settimo, la Chiesa ravennate traeva
redditi così pingui, che i Rettori di quei beni, ad ogni anno,
caricavano le loro navi onerarie di venticinquemila staia di grano, e
di prodotti di frutta, di legumi, di pelli tinte in colore di porpora,
di tessuti di seta colorati in azzurro di giacinto, e di drapperie
di lana; oltracciò portavano a casa vasellami preziosi, e non meno di
trentunmila solidi d’oro, dei quali quindicimila affluivano al tesoro
di Costantinopoli, e sedicimila entravano negli scrigni della Chiesa
vescovile[468]. Al pari del Papa, gli Arcivescovi s’industriavano
di conseguire signoria temporale nel loro bel paese, ma, fino dal
tempo della donazione di Pipino, i Papi vi avevano esercitato loro
pretensioni, e Stefano II aveva mandato suoi _Comites_ e suoi _Duces_
nelle città di quel territorio. Anche a Ravenna, Stefano aveva inviato
due _Judices_, Filippo prete per le bisogne religiose, ed Eustachio
duce per le faccende temporali[469]. Peraltro, dopo che Carlo nell’anno
774 fu partito d’Italia, Leone, arcivescovo, occupò parecchie città
dell’Emilia, il ducato di Ferrara, Imola e Bologna, e ne cacciò i
ministri pontificî. Affermava egli che quelle città non erano state
donate al Papa, sibbene a lui; ed eccitava la Pentapoli a ribellarsi,
e, per opporre resistenza alle incalzanti reclamazioni che Adriano
moveva a Carlo, Leone andava egli stesso alla corte del Re. Ne tornava
con più baldanza di prima, e proibiva ai Ravennati ed agli abitatori
dell’Emilia di andarsene a Roma per cose di governo. Indarno spediva
Adriano suoi messi in quella provincia per riceverne giuramento
di fedeltà e per chiedervi ostaggi; l’Arcivescovo con forza d’armi
cacciava i legati. In pari tempo, Reginaldo, ch’era stato anticamente
gastaldo longobardo nel _Castellum Felicitatis_ ed era allora duce di
Chiusi, s’impossessava di parecchi beni che Carlo aveva donato alla
Chiesa, e perfino assaliva quel castello che apparteneva alla Chiesa
nella Tuscia longobarda[470]. Il Papa rinnovava sue doglianze a Carlo;
le lettere che vi hanno argomento, come la parte maggiore di quelle che
sono comprese nel Codice Carolino, inducono a dispetto il leggitore: ed
invero vi si svela con isfacciata nudità la cupidigia di beni terreni e
la paura ansiosa di perderli; l’accrescimento della potestà temporale
furbescamente si appella esaltazione della Chiesa, e si promette la
salute dell’anima in premio di donazioni di terre e di vassalli, e si
associa la beatitudine celeste al sacrificio dei beni terreni. Le brame
mondane insaziate si celavano dietro alla tomba di un morto, la quale
si tappezzava tutta di scritte di donazioni, di lettere, di anatemi, di
giuramenti; l’avarizia si appiattava a riparo dietro alla persona di un
santo Apostolo, che in vita sua non aveva posseduto neppur un minuzzolo
di beni terreni, e che dopo morte non aveva più saputo di cose mondane,
e non ne aveva avuto desiderio.

Non prima dell’anno 783 riusciva al Papa di mettersi in possesso dei
suoi titoli su Ravenna, ma dopo che coll’aiuto di Carlo ebbe domata
la resistenza dell’Arcivescovo, lo atterrirono le pretensioni che lo
stesso Re dei Franchi elevava riguardo al supremo dominio territoriale.
Al Papa non era concessa in veruna guisa la sovranità; e se ciò è
dimostrato per Ravenna, lo è ancor più per la città di Roma, di cui
Carlo era il patrizio, e dove ben presto avremo prove evidenti della
giurisdizione sovrana ch’ei vi teneva. I Ravennati ricorrevano al Re
contro le sentenze pontificie, come a giudice di supremo appello, nè
il Papa loro impediva di cercare giustizia in Francia; solo lamentava
che loro fosse dato ascolto anche se non erano muniti di lettere
papali[471]. Nell’anno 783, due possenti Ravennati, Eleuterio e
Gregorio, s’erano fatti rei di gravi maleficî e perfino di assassinio;
sottraendosi ai tribunali pontificî ricorrevano alla corte di Carlo,
ed il Papa pregava il Re che non prestasse loro orecchio, ma li
mandasse a Roma, dove, coll’intervenzione di Messi franchi, si sarebbe
proceduto alla loro inquisizione: se ne rivela il timore che Carlo
recasse offesa a quella giurisdizione che al Pontefice per autorità di
trattati spettava nei territorî[472]. Un altro avvenimento, di tempo
ancora anteriore, gli aveva mostrato che il suo regale amico non era
per nulla propenso a lasciarlo operare di suo arbitrio e senza limiti,
avvegnachè per la sola ragione di discorsi imprudenti, Carlo aveva
fatto incarcerare Anastasio, che era nunzio pontificio alla corte di
lui. Di tal guisa, il Re aveva leso il diritto delle genti contro un
ambasciatore, e aveva operato con talento despotico non meno di quello
che aveva fatto un tempo Leone l’Isaurico. Il Papa ne strillava come
se l’imprigionamento di un suo nunzio forse un fatto inaudito a mente
d’uomo, e chiedeva a Carlo che gli consegnasse il suo legato, affinchè
fosse sottoposto in Roma a giudizio. E nel tempo stesso rimproverava
il Re, perocchè egli con gran favore desse ricetto nella sua corte
a Pasquale e a Saracino, che erano due ribelli fuggiti di Roma, e lo
scongiurava di abbandonare quei malfattori al giudizio dei tribunali
romani[473].

Il Re, tosto dopo, usciva con nuove e più gravi richieste che
sbigottivano l’animo del Papa. Nell’anno 788 o nel 789, Carlo
pretendeva al diritto di confermare la elezione dell’Arcivescovo di
Ravenna; ed infatti, dopo la morte dell’arcivescovo Sergio, legati
franchi s’erano opposti all’elezione di Leone succeditor suo. Se
potessimo ancor leggere le lettere memoriali di Carlo, per certo vi
troveremmo che egli invocava i diritti del suo patriziato anche in
riguardo a Ravenna. Il predicato di Patrizio, col volger del tempo,
aveva assunto una significazione differente da quella di un tempo:
laddove Pipino lo aveva ancor portato nel senso di un semplice titolo
di onore, esso di per sè era invece diventato un vero diritto per il
conquistatore d’Italia, pel novello re dei Longobardi. Non era infatti
naturale, che sovvenisse a Carlo memoria della podestà che avevano
avuto l’Esarca ed il Patrizio, di cui egli teneva le veci, senza che
pur riverisse nell’Imperatore greco un’autorità maggiore della sua?
Egli scriveva al Papa che la dignità di Patrizio si ridurrebbe a un
bel nulla, se gli Arcivescovi di Ravenna salissero al seggio vescovile
senza il suo beneplacito[474]. Appena aveva egli significato la sua
consapevolezza dei diritti di Patrizio, il Papa con astuta accortezza
diplomatica gli obbiettava, che anche Pietro santo vestiva manto
di porpora; così, altresì da parte sua, il Pontefice si erigeva da
patrizio contro a Carlo patrizio. S’avrà posto mente che era arte
politica dei Papi di celarsi sempre colla persona e colle ambizioni
di dominio temporale dietro alla figura del santo Apostolo; se quei
preti bramavano acquisto di terre, non era per loro proprietà, ma
per quella dell’Apostolo; era in nome di Pietro santo che ai Re
scrivevano lettere minacciose: lo abbiamo veduto. Ogni qual volta
dovevano lottare contro a’ Principi, era sempre il santo Apostolo
che eglino contrapponevano a questi da competitore; chi toccava a
qualcuno dei loro diritti, per ciò soltanto era un predone sacrilego
di chiese. Nel sistema del Papato temporale, composto con artificio
sottile, la mitica persona di questo Apostolo continuava pur sempre
ad essere la leva più poderosa; ed il terrore superstizioso di questo
morto, che credevasi sepolto nella Confessione della sua chiesa, era
propriamente ciò che formava il fondamento della podestà temporale
dei Papi. Adriano con solenne serietà veniva adesso affermando che un
patriziato spettava a san Pietro, e ne traeva l’origine dalla prima
donazione di Pipino. «Infatti,» scriveva, «come abbiamo detto, la
dignità del patriziato vostro noi serberemo immune da violazione, ed
anzi ad onoranza ancor maggiore solleveremo, ma in pari guisa deve
rimanersi immune da violazione e nella pienezza del diritto anche il
patriziato di Pietro santo, protettor vostro, che il gran re Pipino,
vostro padre, con iscritture concesse intero, e che voi a maggiore
ampiezza confermaste»[475]. Mirabile infatti era l’accorgimento del
sacerdozio romano. Se san Pietro la pretendeva da antagonista o da
socio all’impero, poteva Carlo rifiutargli questo titolo? Egli cedeva o
piuttosto tralasciava, per adesso, di discutere su quella pretensione;
chè se egli fosse penetrato più addentro nel senso arcano di essa, egli
avrebbe probabilmente compreso che il monarca spirituale teneva lui,
monarca temporale, in conto di socio nell’impero, oppure di console
secondo nella signoria di Roma e dell’Occidente[476].

I sostenitori della sovranità pontificia, per affermare che essa
s’era costituita fin da quel tempo, si appigliano ad una prova che
del vero non ha se non l’apparenza: essi pretendono che al Papa
appartenesse la città di Ravenna con tutti i suoi edificî publici.
Per il fatto, nell’anno 784, Carlo chiedeva ad Adriano licenza di
trasportare da Ravenna ad Acquisgrana alcuni capi d’arte; ed il Papa
davane consentimento. Il palazzo del gran Teodorico, ch’era indi stato
residenza degli Esarchi, era precipitato in gran decadimento; pur
tuttavia splendido era di colonne magnifiche, di pavimenti di musaico
e di tavole di bei marmi che ne aveano rivestito le pareti. Quei
tesori erano tolti al loro luogo ed emigravano in Alemagna, ove erano
adoperati ad ornare la novella cattedrale di Acquisgrana; molti marmi
preziosi vi fornivano anche i monumenti di Roma[477]. Peraltro, se
anche il Papa era signore del territorio in Ravenna, non ne consegue
perciò che egli in altro ordine di cose non riverisse l’autorità
suprema del Re. Nell’anno 785, Carlo statuiva che fossero cacciati di
Ravenna e della Pentapoli tutti i mercanti veneziani, ed il Papa dava
immediato eseguimento a quel comando, quantunque o, piuttosto, perocchè
il duce Garamano legato franco, giusto in quello avesse sequestrato
parecchi possedimenti nel territorio ravennate, affermando che alla
Chiesa non appartenevano[478].

Ei sembra che la cacciata violenta dei Veneziani si associasse al
mercato che eglino facevano di schiavi e di eunuchi. Già fin dal
tempo di papa Zaccaria, si rileva che i mercanti veneziani comperavano
schiavi in Roma[479], e che gareggiavano coi Greci in quel commercio
lucroso. Carlo dava cura sollecita a impedire quel traffico di uomini,
e scriveva anche al Papa di avere udito che i Romani avevano commesso
il delitto di vendere schiavi ai Saraceni: ma Adriano protestava, di
quei turpi mercati in Roma non esistere, essere gli empî Greci che
comperavano schiavi lungo la costiera longobarda; e narrava che uomini
longobardi, messi a disperazione per gli stenti e per la fame, si
erano condotti eglino medesimi alle navi di mercanti greci, per avere
nella servitù di che nutrirsi. Quei Greci, al paro dei Veneziani,
navigavano rasente le spiagge del mare Adriatico e del mar Tosco;
Venezia, Ravenna, Napoli, Amalfi, Centumcelle, Pisa, erano i porti nei
quali negoziavano; ivi vendevano loro mercanzie, e nel tempo stesso vi
acquistavano schiavi o fanciulli evirati. Adriano aveva esortato Allo,
duce di Lucca, ad armare un naviglio per isnidare i Greci dal mare di
Toscana, ma quegli vi si era rifiutato, ed il Papa lamentava di non
possedere navi di suo. Non v’era marineria romana che animasse Porto a
vita, e rade volte appena vi gettavano l’ancora navi mercantili, chè
a questo tempo i traffichi s’erano trasferiti a Centumcelle, che è
l’odierna Civitavecchia. Rutilio celebra questo porto di Trajano come
grande e bene munito, e la città, ossia il suo castello, è menzionata
nelle Guerre Gotiche. Al tempo di Gregorio magno, Centumcelle era
governata da un _Comes_, e le sue mura erano state restaurate da
Gregorio III, perocchè lo richiedessero l’importanza del luogo e la
necessità di presidiarla dai predoni di mare, da cui era minacciata. In
quel porto Adriano faceva mettere in fiamme le navi greche e cacciarne
in prigione i marinaî; così operava da signore di quella terra, nè
s’impensieriva della collera dell’Imperatore greco[480].


§ 5.

Benevento. — Arichi duca si fa independente. — Il Papa guerreggia
per ragione di Terracina. — Carlo viene per la seconda volta a Roma.
— Vi torna la terza volta. — Impresa contro Benevento, e pace. —
Nuova donazione di Carlo. — Arichi tratta con Bisanzio. — Condizioni
di Bisanzio. — Si pone fine alla controversia degli Iconoclasti. —
Grimoaldo duca di Benevento.

Di tutti i Ducati longobardi, quello di Benevento era il solo dai
Franchi non conquistato; Arichi, che ne era duca, aveva per moglie
Adelberga, figlia dello sventurato Desiderio: era un Principe d’animo
intraprendente e magnifico, che imperava su tutte le province che
oggi compongono il reame di Napoli, ad eccezione delle città greche
di Napoli, di Gaeta, di Amalfi, di Sorrento e di altre poche delle
Calabrie. Quel florido paese colla sua capitale Benevento, che era la
più bella e possente città dell’Italia meridionale, era difeso dalla
lontananza, dalla sua grandezza ed anche dalla sua alleanza coi Greci
e dalla flotta di questi. Dopo che il reame longobardo fu distrutto
nell’Italia settentrionale e nell’Italia centrale, il duca di Benevento
diventò l’avversario naturale dei Papi, che fervidamente si adoperarono
a distruggerlo.

Non appena era caduta Pavia, Arichi assumeva titolo di _Princeps_, e
per tal modo proclamava la sua independenza: ei si faceva consecrare
con gran solennità dai Vescovi del suo Ducato, vestiva la porpora, e
promulgava indi editti dal suo «sacro Palazzo»[482]. Tutto così dava
a divedere il suo intendimento di fondare nell’Italia meridionale
una monarchia longobarda. Alla corte di lui mettevano capo tutti i
disegni con cui l’esule Adelchi si proponeva di restaurare il suo
regno, di cacciare i Franchi e di fiaccare l’orgoglio del Papa.
Si conchiudeva alleanza fra lui, Arichi, Radagaiso duca di Friuli,
Ildebrando di Spoleto e Reginaldo di Chiusi, e vi si iniziava anche
Leone arcivescovo di Ravenna. Nel Marzo dell’anno 776 volevasi far
d’ogni parte irruzione; ma ne giungeva contezza al Papa, e questi
scriveva a Carlo che venisse a salvare Roma dal pericolo gravissimo che
la minacciava[483]. Il Re si accontentava di muovere rapidamente contro
Treviso e il Friuli, e di distruggervi Radagaiso; così ogni pericolo da
quel lato per sempre era impedito, ma con alacrità maggiore a Benevento
rinfocolavano i tentativi di restaurazione[484]. Dalla parte di terra,
questo Ducato confinava colla Campagna romana, ed erano città di
frontiera, Sora, Arpino, Arce ed Aquino; da mare il Ducato si stendeva
fino a Gaeta, che, al paro di Terracina, apparteneva allora ai Greci,
e stava sotto il reggimento del Patrizio di Sicilia. Di qui Adriano
si vedeva ad ogni istante minacciato; i Beneventani conchiudevano lega
con Terracina e con Gaeta, dove si trovava il Patrizio, allo scopo di
invadere con loro forze associate la Campagna; rifiutavano la pace che
il Papa offeriva; laonde questi univa allora la soldatesca della Chiesa
agli armigeri di alcuni Conti franchi, e con prospero risultamento
difendeva la Campagna[485]. Così per la prima volta fu visto il Papa
far guerra da principe temporale, e muovere anzi a conquiste, chè la
greca Terracina prendeva con forza d’arme. Questa città, che talvolta
al tempo del goto Teodorico è ancor nomata come illustre, doveva
già a quest’età essere decaduta profondamente; Adriano ne parla con
disprezzo, ma è difficile che egli così sul serio pensasse[486]. Il
Papa offeriva Terracina ai Napoletani in cambio del patrimonio della
Chiesa nella Campania, che era stato confiscato da Leone l’Isaurico,
ma eglino preferivano di prender con forza la città, e ciò loro anche
perfettamente riusciva[487].

Adriano esortava adesso il Re affinchè raccogliesse in arme l’eribanno
di Toscana e di Spoleto, ed anche gli «empi» Beneventani, ed acciocchè,
sotto la capitananza di Wulfrino, li facesse muovere a Roma, al più
tardi in sull’incominciamento del mese di Agosto, non soltanto per
conquistare di bel nuovo Terracina ma per assoggettare altresì Gaeta e
Napoli[488]. Egli si doleva amaramente delle mene di Arichi duca, il
quale aveva coltivato trattative con Napoli, ed ogni giorno riceveva
messaggi dal Patrizio di Sicilia, e non aspettava che lo sbarco di
Adelchi con navi bizantine per rompere guerra. Le paure di Adriano
avevano buon fondamento, chè il figlio di Desiderio si maneggiava con
grande operosità a Bisanzio per allestire contro Italia un’impresa che
avrebbe trovato ajuto in Sicilia e nel Ducato di suo cognato.

Per tal guisa le condizioni d’Italia inducevano Carlo a scendere per
la terza volta in questo paese. Nel Natale dell’anno 780 venne a Pavia
colla moglie Ildegarda e coi suoi figliuoli Carlomanno e Luigi, e nella
Pasqua dell’anno successivo (addì 15 dell’Aprile 781) venne nuovamente
a Roma. Qui, nella cappella di Petronilla, il Papa battezzò Carlomanno,
dandogli il nome di Pipino avolo suo; laonde Adriano indi appellossi
compadre di Carlo. Nel giorno di Pasqua, Adriano consecrò re i due
Principi; Luigi assunse titolo di re d’Aquitania, Pipino ebbe quello di
re d’Italia: così Carlo significò che aveva deliberato di costituire
novellamente in un solo reame tutta questa contrada, sotto lo scettro
suo o sotto quello del suo figliuolo[489]. La proclamazione di un
Re proprio d’Italia distruggeva pertanto le ambiziose speranze dei
Papi, a favore dei quali indarno era stato inventato il racconto della
donazione di Costantino.

Carlo non intraprese spedizioni di guerra contro Benevento, ma
tornossene a Pavia; ed Arichi, il quale ora riveriva, in forma
di principio, l’autorità suprema dei Franchi, continuò ad essere
effettivamente re della sua terra, ed a inquietare il Papa
coll’associazione che lo legava ad Adelchi ed ai Greci. Scorsero dappoi
cinque anni, e sono ravvolte nel bujo le relazioni che duranti essi
corsero tra Roma e Benevento: finalmente Carlo nell’autunno dell’anno
786 per la quarta volta calava in Italia. Dopo di aver celebrato a
Firenze le feste di Natale, veniva nella primavera dell’anno 787, per
la terza volta, a Roma. Le instanze di Adriano e la podestà sua di
signore d’Italia, lo inducevano adesso ad intraprendere una guerra
contro Benevento. Arichi, che allora combatteva con Napoli, tentava
di dissuadernelo, mandando a lui in Roma il figliuol suo Romualdo con
ricchi donativi. Ma era indarno; Carlo tratteneva il Principe presso
di sè, i Franchi s’avanzavano fino a Capua, ed Arichi allora si gettava
dentro a Salerno, che in gran fretta muniva di mura e di torri. Ma non
essendogli possibile di resistere lungo tempo contro la potenza di
Carlo, gli conveniva presto sottomettersi; colla interposizione dei
suoi Vescovi conchiudeva pace con lui, ed obligavasi di pagargli un
tributo annuo di settemila solidi d’oro, di cedergli il suo tesoro e di
dargli in ostaggio Grimoaldo suo figlio. A queste condizioni i Franchi
si ritiravano di Capua[490].

Carlo celebrava per la terza volta la Pasqua in Roma; era questa una
buona occasione per offrire «a salvezza dell’anima sua» una novella
donazione al principe degli Apostoli, cupido sempre di possedimenti,
o più veramente per regalarne il Papa. Dante, che falsamente disse,
Costantino aver fondato lo Stato della Chiesa, quantunque non credesse
nè alla esistenza giuridica, nè alla verità della donazione, avrebbe
assai più acconciamente dovuto biasimare Carlo Magno, avvegnachè sia
stato questo Principe che alla Chiesa concesse, per isventura di essa,
tanta ampiezza di territorî[491]. Di contro alle lettere di Adriano
non è pur lecito di dubitare che allora parecchie città del territorio
beneventano fossero date in dono alla Chiesa[492]. Il Papa dice
espressamente di essere stato regalato della celebre e antica città
di Capua; le altre erano Teano, Sora, Arce, Aquino e Arpino, patria di
Cicerone e di Mario[493]. Ma ciò nonostante, non può provarsi che col
loro effettivo possedimento il Papa ampliasse il suo dominio romano;
per confessione di lui i messi di Carlo gli consegnavano soltanto i
conventi, gli edificî vescovili e le corti appartenenti allo Stato
(_curtes publicae_); gli facevano, è vero, tradizione delle chiavi
delle città, ma gli vietavano di trattare da sudditi i loro abitatori.

Questa donazione si riduceva a un bel nulla, allorchè Arichi, dopo la
partenza di Carlo, rompeva il suo giuramento di vassallaggio. Il Duca
riannodava trattative con Adelchi, e chiedeva valido aiuto a Costantino
imperatore. Costantino VI era figlio di Leone IV e nipote di Costantino
Copronimo, ch’era morto nell’anno 775. Il padre di lui aveva regnato
da fervido iconoclasta fino all’anno 780, e, morendo, aveva lasciato
il regno, ossia la tutela del figlio, ad Irene sposa sua. Questa donna
greca, bella, astuta, gran maestra d’intrighi, aveva portato di Atene
sua patria un occulto affetto all’onoranza delle imagini, lo avea
nutrito sul trono di Bisanzio, e, durante la età minore di suo figlio,
aveva trovato modo di ricomporlo di bel nuovo ad onoranza in Oriente.
Nell’autunno dell’anno 788, Roma poteva celebrare il gran trionfo del
secondo concilio ecclesiastico di Nicea, in cui con grande solennità
era riposto in venerazione il culto delle imagini. L’Oriente implorava
dalla Chiesa romana la remissione dei suoi errori; l’Imperatore e
l’Imperatrice di Bisanzio confessavano che i loro predecessori avevano
peccato, quando aveano indotto i popoli del Levante a ribellarsi alla
reverenza delle imagini; eglino mandavano con molto ossequio messaggi
al Papa, che aveva rotto ogni legame di sè e dell’Italia con Bisanzio
e che s’era dato in braccio ai Franchi, e lo invitavano ad andarne a
Costantinopoli[494]. Per ben mezzo secolo gli Imperatori greci avevano
lottato contro la venerazione delle imagini dei Santi; ma, poco a poco,
s’era andata affievolendo quella lotta gloriosa che l’intelletto avea
combattuta contro una età intenebrata dalla superstizione, finchè la
furberia di una femmina spigolistra e avida di dominio, conseguiva
vittoria. Irene trovò un cantuccio nel calendario dei Santi, ma in
verità ella comparve innanzi al tribunale di Dio, sozza dei sangue del
suo figliuolo, che era stato da lei trucidato.

Così si acchetò l’acerba lotta a cagione di cui i Greci avevano
perduto Roma; ma Italia rimase possedimento del Re dei Franchi, e Irene
perfino vagheggiò di conchiudere col più possente Principe d’Occidente
un’alleanza di parentela, da cui il suo trono potesse avere un
puntello. Nell’anno 781, per mezzo di legati bizantini spediti a Roma,
Costantino VI, figlio di lei, si fidanzava a Rotrude, figlia di Carlo;
ma questo legame doveva sciogliersi tosto che Arichi di Benevento
richiedeva d’alleanza l’imperatore Costantino. Era il Papa che ne dava
contezza al Re dei Franchi; e lo ammoniva che Arichi aveva chiesto
a Bisanzio il titolo di patrizio e la duchea di Napoli, promettendo
di prestare reverenza all’autorità suprema dell’Imperatore, e di
vestire, e di acconciare il capo alla foggia dei Greci; e aggiungeva
che l’Imperatore aveva già mandato in Sicilia due spatarî per crearlo
patrizio, e che a questo uopo avevano portato con sè vestimenta tessute
in oro, e spada, e pettine, e forbici[495].

Ma la morte repentina del Duca impediva che questi progetti si
effettuassero. I Beneventani allora pregavano Carlo di restituire a
libertà il principe Grimoaldo, che, statico, aveva condotto con sè
in Francia, e chiedevano che loro lo desse in duca; e Carlo, ad onta
delle esortazioni e degli ammonimenti di Adriano, aderiva alle loro
richieste. Grimoaldo II, accolto con giubilo dai Beneventani, poichè
necessità dapprincipio lo imponeva, stava sommesso ai comandamenti
di Carlo, e perfino si congiungeva alle soldatesche di Pipino per
combattere Adelchi, che in fatto nell’anno 788 sbarcava nelle Calabrie,
affine di conquistare nuovamente la corona d’Italia secondo i suoi
antichi propositi. L’infelice figliuolo di Desiderio era volto in fuga,
e tornava senza speranza a Bisanzio, dove, invecchiando nel dolore,
moriva col titolo di patrizio. Caddero così a vuoto i progetti di
restaurazione dell’antico Stato dei Longobardi; il quale continuò sua
esistenza soltanto nel ducato di Benevento: qui Grimoaldo incominciò
a reggere il governo secondo la mente del padre suo; condusse in
moglie una nipote dell’Imperatore greco, e conchiuse una stretta
lega colla corte di Bisanzio. Ma le guerre che egli ed il successore
suo, Grimoaldo III, sostennero contro re Pipino, non appartengono
all’argomento di questa Storia[496].




CAPITOLO QUINTO.


§ 1.

Condizioni di Roma. — Inondazione del Tevere nell’anno 791. — Adriano
ripara le mura della Città. — Restaura l’_Aqua Trajana_, la _Claudia_,
la _Jobia_ e l’_Aqua Virgo_. — Provvede a porre colonie nella
Campagna. — Condizioni dei coloni. — Le _Domus cultae_ di Adriano. —
_Capracorum_.

Abbiamo fin qui considerato l’accorto e ambizioso papa Adriano, intento
all’opera politica, nella quale, con gravissimo nocumento della Chiesa,
d’ora in poi riposano le cure maggiori dell’officio papale: ci conviene
adesso tributargli giusta lode per ciò che egli fece in beneficio
della città di Roma. L’operosità in questo riguardo assunse un novello
impulso, allorchè i Papi videro colmarsi i loro scrigni coi redditi
cresciuti dello Stato.

Nel Dicembre dell’anno 791 Roma fu nuovamente afflitta di
un’inondazione del Tevere. Le acque rovesciavano la porta Flaminia,
e ne trascinavano i rottami fino ad un arco della via Lata, che era
appellato _Tres Faccicellas_ o _Falciclas_[497]. Il fiume faceva
ruinare l’antico _Porticus Pallacinae_, che stava in vicinanza al san
Marco, e le onde si riversavano fino al ponte di Antonino, che oggi
ha nome di ponte Sisto[498]. Di queste inondazioni facciamo cenno,
soltanto per osservare che esse di sovente si ripetevano, perocchè
non si provvedesse più ad espurgare l’alveo del fiume o ad arginarne
le ripe. È cosa probabile che Adriano restaurasse le mura della Città
ancor prima dell’anno 791. Quantunque Gregorio III avesse intrapreso a
ripararle, il lavoro non era stato eseguito con solidità di fondamenta,
od altrimenti convien dire che l’ultimo assedio di Astolfo avesse in
parecchi luoghi recato grave guasto alle mura. Adriano perciò dava
opera alla loro restaurazione nell’intiero circuito della Città; i
coloni di tutti i patrimonî della Chiesa, tutti i comuni delle città
della Tuscia romana e del Lazio, e Roma stessa, furono obbligati
a contribuire al lavoro; e fu ad essi imposto di fornire una parte
determinata della grandiosa opera. Dai tempi degli Imperatori in poi,
la Città non aveva occupato in suo servizio una sì grande moltitudine
di popolo[499]; e, dopo questa vasta restaurazione, Roma era di nuovo
validamente munita, sebbene nol fosse più così fortemente e così
maestrevolmente com’era stata all’età di Aureliano. Erano le mura di
Adriano e le loro trecentottantasette torri che uno Scolastico, sul
principio del secolo nono, vedeva e numerava, ancor prima che Leone IV
cingesse di mura il territorio Vaticano. Possiamo di leggieri imaginare
quanta ricchezza delle antichità di Roma andasse perduta a causa di
quest’opera. Non durava più in vigore alcun editto di Imperatori
che vegliasse alla salvezza dei monumenti antichi; abbandonati
senza difesa, era forza che essi cedessero i loro marmi a chi voleva
strapparne, e nelle cave di calce buttavansi alla rinfusa, come materia
di gesso, frammenti di templi e rottami di bassi rilievi magnifici e di
splendide statue.

Il Papa s’acquistava benemerenza non minore colla restaurazione di
alcuni acquedotti. Dopochè Roma per il corso di dugento anni aveva
sofferto bramosa penuria di acqua, Adriano, novello Mosè, dissetava
adesso il suo popolo. Vedemmo che, oltre all’_Aqua Trajana_, appena
uno solo degli altri acquedotti era stato restaurato. Quel canale
chiuso, attraverso il quale Trajano aveva derivato le acque da alcune
sorgenti prossime al lago Sabatino (oggidì lago di Bracciano), e per
un cammino di trenta miglia sotto elevate volte arcuate avea tratto
fino al Gianicolo, già s’appellava al tempo di Adriano _Aqua Sabatina_;
molti degli archi di quell’acquedotto erano ruinati, chè senza
dubbio gli avevano fatti in pezzi i Longobardi nell’ultimo assedio.
Pertanto, il pozzo del san Pietro e il bagno pei pellegrini, onde
usavasi in tempo di Pasqua, dovevansi fornire di acqua, che con gran
fatica vi si portava entro a botti[500]. Adriano rimetteva in buono
stato l’acquedotto Trajano, e può darsi che fin d’allora le sue acque
in parte venissero dal lago, e non soltanto dalle sorgenti. Poichè
prendiamo per vero che la Trajana fosse messa a guasto dai guerrieri
di Astolfo, e poichè nella biografia di Adriano è detto che, prima del
suo ristabilimento, era stata fuor d’uso da vent’anni, dobbiamo perciò
accogliere l’anno 775 come il tempo della sua restaurazione[501].

San Pietro faceva di bel nuovo fluire le acque della _Trajana_; pari
beneficio Giovanni Battista operava per l’_Aqua Claudia_. Nel secolo
ottavo sarebbe stato, sotto qualunque riguardo, enorme cosa che Roma
avesse manifestato il voto di possedere delle terme, e, perfino,
la città capitale della Cristianità aveva sofferto, da lungo tempo,
estremo difetto di acqua; che se, alla fine, il grido con cui ne faceva
richiesta, otteneva ascolto, ciò avveniva perchè recava insopportabile
pena che vuoti ne fossero i fonti battesimali delle chiese. Alcuni
acquedotti degli Imperatori furono pertanto restaurati in servizio
del Signore, e servirono, fuor delle chiese, da fonti pasquali, per
riversare le loro acque sulle teste dei battezzandi, o sui piedi di
stanchi pellegrini[502].

L’_Aqua Claudia_, prossima alla _Marzia_ era stata il più pregiato
acquedotto di Roma imperiale; essa scendeva dai monti di Subiaco con un
corso di trentotto miglia; le sue arcate superavano di altezza tutti
gli altri acquedotti, così che, secondo il detto di Cassiodoro, le
sue onde avrebbero potuto rovesciarsi sulla cima dei colli di Roma.
Dopo un cammino tortuoso, la _Claudia_ giungeva alla Città presso
porta Prenestina (porta Maggiore); dal suo castello, che trovavasi
nei giardini di Pallade Liberta, il condotto di Nerone trasportava le
acque al monte Celio, dove poneva capo al tempio di Claudio. Di colà
l’acquedotto spingeva sue ramificazioni all’Aventino ed al Palatino, e
per tal guisa irrigava la parte maggiore di Roma. Dopo di Costantino,
la _Claudia_ aveva fornito di acque il battisterio e il bagno del
Laterano, finchè i Goti ne avevano privato i Santi ed il popolo. Taluno
dei predecessori di Adriano deve avervi effettuato qualche lavoro di
riparazione, avvegnachè nella biografia di questo Pontefice sia detto,
che essa ebbe fornito la Città di qualche po’ d’acqua, finchè il Papa
la fece restaurare completamente, per modo che, come in antico, essa ne
gittò in gran copia[503].

Un terzo acquedotto restaurato da Adriano, era detto _Aqua Jobia_,
e lo si trova denotato con egual nome lungo la via Appia. Appena
puossi decidere se fosse una ramificazione dell’_Aqua Appia_ o della
_Marzia_[504]. Il quarto acquedotto era la celebre _Aqua Virgo_.
Scaturiva presso la via Collatina, otto miglia lungi da Roma, e, dopo
di aver raggiunto la Città a monte Pincio presso il _Murus Ruptus_,
proseguiva il suo corso al di sotto di questa collina, indi, per canali
e sotto di arcate, si spingeva nel campo di Marte. Agrippa ne era stato
l’edificatore, ed il nome le era stato imposto da una leggenda la quale
narrava, che una giovane donzella avesse guidato a questa magnifica
fonte alcuni soldati che andavano in cerca di acqua: quell’appellazione
conservavasi fino al secolo decimoquinto, chè allora prendeva voga
il nome di Trevi. Adriano restaurò l’_Aqua Virgo_, ond’essa n’ebbe
tanta abbondanza di acque che, da sola, avrebbe bastato a fornirne
quasi tutta intera la Città; il campo di Marte, alla cui provvisione
essa tornava necessaria, doveva essere fin d’allora abbastanza
popoloso[505].

Adriano volse le sue cure anche alla Campagna di Roma. Omai
l’agricoltura era messa al salvo da nuove devastazioni, dappoichè
era caduto il reame dei Longobardi; e già avrebbe potuto animarsi a
vita, se non l’avesse impedito la mancanza di un ceto di contadini
liberi. Poco a poco, la Chiesa, i conventi, gli ospitali s’avevano
abbrancato vastissime terre della Campagna. Peraltro, alcune famiglie
della nobiltà cittadina vi possedevano pur sempre degli estesi
latifondi, e perfino vi avevano delle proprietà le maestranze della
Città[506]. La Chiesa coltivava i suoi campi da sè, oppure, ed era più
di sovente, li dava in affitto a persone private. Fu buona ventura
che si sia conservato il Registro delle affittanze di Gregorio II
nel compendio che nel secolo undecimo ne die’ un Cardinale: è un
documento importante, avvegnachè ne sia fatto conoscere la estensione
dei patrimonî pontificî, e molte particolarità dei luoghi[507]. Le
terre erano coltivate dai coloni, uomini di condizione semilibera,
che potevano essere venduti soltanto colla terra cui erano avvinti.
Pertanto erano considerati come liberi, in paragone agli schiavi
ossiano _servi_, quantunque il più delle volte fossero, insieme
con questi, compresi sotto il nome generico di _familia_. Secondo
le loro condizioni speciali avevano nomi parecchi: _adscripticii_
erano quelli che per trent’anni o per sempre s’erano vincolati al
fondo; _originarii_ i loro figli nati sul fondo; _conditionales_ e
_tributales_ quelli che per patto erano tenuti a soddisfare alcune
prestazioni; _mansuarii_, perocchè vivessero nella _massa_ o nel
_mansus_. In documenti del secolo ottavo, le prestazioni di servigî
sono dette soventi volte _opera, xenia_ o _angaria_; e l’ultima
parola andò nel linguaggio comune a significare massimamente peso
e oppressione[508]. Così chiamavasi l’obligo del lavoro, ossia il
numero delle giornate di lavoro che colle braccia o con una coppia
di buoi dovevasi prestare ad ogni settimana. Le abitazioni dei
coloni appellavansi _casales, casae coloniciae_ o, tutt’insieme,
_colonia_; e _curtis_, ossia cascinale, è espressione consueta di
quell’età. Dalle Lettere di Gregorio rilevammo quali fossero in
generale le condizioni dei coloni; e i molti documenti dell’Abazia di
Farfa, riguardanti donazioni o permute di beni, ci dimostrano che le
condizioni degli agricoltori continuavano ad essere eguali a quelle del
tempo antico. Pertanto, se i percettori dei tributi (_conductores_),
o gli amministratori (_actores_) e gli ispettori supremi dei
patrimonî (_rectores_), erano uomini d’animo retto, non doveva essere
soverchiamente dura la sorte dei coloni, che vivevano sopra terreni
fertili d’inesausta ricchezza, quantunque colle loro mogli e coi
figliuoli fossero eglino trattati da scorte dei fondi. Ci manca in
vero notizia dell’amministrazione della giustizia e del codice penale
che li reggeva; nè è probabile che in un’età di barbarie i contadini
trovassero sufficienti guarentie di protezione nella legge[509]. I
_servi_, schiavi, erano a partito assai peggiore, perciocchè nella
persona nessun diritto li proteggesse. Spesso avveniva che fuggissero
dai fondi, e si nascondessero nel fitto delle macchie o sulle alture
dei monti; ne’ tempi anteriori avevano cercato ricovero nei conventi,
ma più tardi veniva loro interdetto di rifuggire a scampo nello stato
monastico. Peraltro v’hanno molti esempî di emancipazioni; il concetto
della _libertas_ durava ancora nel secolo ottavo, e si concedeva
puranco solennemente ad alcuni schiavi, insieme colla libertà, anche
il diritto civile romano. Allorquando uomini privati «per la salute
dell’anima» donavano loro beni a’ conventi, la compassione gli induceva
spesse volte a mandar liberi i loro schiavi; e questa era carità
fiorita e più meritevole di tutte le opere di pietà[510].

Abbiamo già posto mente alla fondazione delle _Domus cultae_ che
avveniva per opera di Zaccaria; quelle cascine dovevano contribuire ad
accrescere la popolazione nella Campagna e a farvi sorgere col tempo
delle borgate. Alcune crebbero così infatti, ma ebbero corta durata.
Erano isolate di luogo, e la mal’aria ed assalimenti briganteschi
loro recavano ben di sovente la ruina. Anche qui occorre celebrare
l’operosità di Adriano, perocchè sotto il suo reggimento fossero
piantate sei di quelle _Domus cultae_; due ebbero nome di _Galeria_,
le altre furono dette _Calvisianum, S. Edistius, S. Leucius_ e
_Capracorum_. La Galeria prima era situata lungo la via Aurelia, a
dieci miglia da Roma presso Silva Candida; il fiumicello Galera dava il
suo nome a parecchi luoghi di Toscana, ma il casale di Adriano non può
certo confondersi con quella terra etrusca che stava presso l’Arrone,
le cui acque scaturivano dal lago Sabatino[511]. La colonia di Adriano
era locata più sotto assai, e forse sorgeva nel sito dove il fiumicello
tagliava col suo corso la via Aurelia. Là dov’esso s’abbatteva nella
strada di Porto, e dove ancora perdura il nome di «Ponte a Galera»
imposto a una tenuta, presso la duodecima pietra miliare, stava la
seconda _Domus culta_ di Adriano, che aveva pari appellazione. Essa
comprendeva altresì alcune terre dell’isola tiberina, oltre ad un
convento eretto a san Lorenzo[512]. La _Insula sacra_, come ancor la
chiamava Procopio, ossia _portus Romani_, è talvolta menzionata nel
Libro dei Papi coll’indecifrabile nome di _Arsis_. Ivi gli edificî
ecclesiastici erano in gran disfacimento; perfino la basilica di
santo Ippolito, che un tempo era visitata da moltitudine grande di
pellegrini, andava in ruina: quanto poi agli antichi porti del Tevere,
che erano Porto ed Ostia, al tempo di Adriano erano diventati palude.

Lungo la via di Ardea, a quindici miglia da Roma, era il fondo
_Calvisianum_. Il territorio degli antichi Latini e dei Rutuli,
cui altra volta avevano infuso movimento di vita alcuni luoghi
ragguardevoli, quali erano Lavinio e Ardea, era adesso deserto e si
copriva soltanto di ruderi di città; tanto maggiore doveva essere
dunque il desiderio di Adriano di collocarvi una colonia[513]. Non
puossi determinare con esattezza il luogo ove la fondasse; ed è pure
ignoto ove fosse situata la _Domus culta_ appellata _Edistius_. Una
chiesa di campagna di questo nome s’ergeva presso la decimasesta pietra
miliare della via Ardeatina, ed intorno ad essa Adriano componeva la
sua colonia[514]. Abbiamo già veduto che nella Campagna esisteva allora
un numero di chiese più grande di quello che ivi è oggidì; ed anche la
chiesa di san Leucio, che stava presso la quinta pietra miliare della
via Flaminia, era fatta centro di una tenuta fondata da Adriano[515].

Ma la più ragguardevole di queste colonie era quella appellata
_Capracorum_. Il territorio di Veio, che era stato il più ubertoso e
fiorente della Tuscia romana, era ridotto triste deserto, illustre
soltanto per le ruine di quell’emula antica di Roma; ivi, nel
luogo fatto selvaggio, omai da secoli andavano errando le capre,
pascolando lungo i torrenti che serpeggiano attraverso vallate di
tufo vulcanico, e giungono alla prossima Cremera. Colà, nella diocesi
di Nepi, i parenti di Adriano possedevano un _Fundus Capracorum_;
di esso il Papa deliberava di formare una colonia agricola, e punto
di mezzo del tenimento doveva essere la chiesa che egli innalzava
dalle fondamenta in onore di san Pietro. Adriano stesso, col clero
e colla nobiltà, moveva di Roma per consecrare la sua colonia con
grande solennità; di quella fondazione era il merito tutto suo, e
la destinazione era rivolta agli scopi più santi. De’ suoi prodotti
non dovevano provvedersi monaci di qualche convento o alimentarsi le
lampade della tomba di qualche morto, ma il reddito ne era dedicato
ai poverelli di Roma. Il possedimento dava prodotti di grano, di
legumi e di vino, i quali erano deposti nei granai e nelle canove del
Laterano. I boschi di querce di _Capracorum_ nutrivano grandi greggi
di maiali; a centinaia ogni anno si macellavano nelle masserie, e le
carni di essi si portavano al Laterano[516]. Ogni giorno, centinaia di
mendichi della Città si accalcavano alle porte del palazzo vescovile,
e ivi, dei prodotti benedetti di _Capracorum_, della terra dell’antica
Veio, ricevevano la carità del bravo Pontefice; una libbra di pane,
un fiasco di vino ed una scodella di minestra e di carne a testa.
Questo cibo mangiavano seduti sotto il portico del palazzo, indi con
benessere dell’animo e con lieta ciera miravano i quadri a colori,
che sulle muraglie della loggia rappresentavano di quei banchetti di
poverelli[517].

In breve tempo la colonia di Adriano venne in gran fiore, diventò un
luogo munito e popoloso, chè, cinquant’anni dopo la sua fondazione,
Leone IV, quando faceva cinger di mura il borgo del Vaticano, poteva
imporvi una congrua contribuzione a quei lavori: e precisamente ad
opera dei coloni di _Capracorum_ fu edificato un tratto di muraglia fra
due torri, come oggidì ancora cel dice un’antica iscrizione[518]. In
essa hanno nome di _Militia_, e ciò per una colonia desta meraviglia,
avvegnachè i _Milites_ esser dovessero liberi cittadini. Sennonchè,
il pericolo onde la terra era minacciata dai Saraceni, fe’ sì che
_Capracorum_ si munisse di mura, e che la gente del contado fosse
costretta ad armarsi; così molti di quegli uomini diventarono liberi;
altri uomini liberi delle vicinanze trassero a quel luogo fortificato,
di cui diventarono cittadini; e per tal guisa, da una tenuta colonica
sorse un castello con una milizia sua propria[519]. La torre, o corte
(_curtis_), o castello di _Capracorum_ (con questi tre nomi a vicenda
fu appellata la colonia dopo il secolo undecimo), si perdette col
secolo decimoterzo, senza lasciar traccia di sè nella storia.


§ 2.

Adriano attende a edificare chiese. — Portico Vaticano. — Il san
Pietro. — Il Laterano. — Il san Paolo. — Operosità delle arti in Roma.
— San Giovanni _ante Portam Latinam_. — Santa Maria _in Cosmedin_. — La
_Schola Greca_. — Monte Testaccio.

Ciò che Adriano fece per le chiese di Roma supera quasi l’opera che
vi rivolsero i suoi antecessori; il fervore con cui egli ed i suoi
prossimi successori attesero a edificare, illustrò massimamente
con sontuosità di monumenti il primo periodo del dominio temporale
dei Papi. Adriano trovava molte chiese in decadimento; alcune dalle
fondamenta costruiva a nuovo, altre restaurava. Di tutte queste opere
sue dà contezza il lungo catalogo che trovasi aggiunto alla biografia
di lui.

La chiesa di san Pietro gli andò debitrice di preziosissimi ornati.
Noi sappiamo che alla basilica conduceva un portico; incominciava esso
non lungi dal castello di Adriano, e da questo capo vi si entrava
da una porta (_Porta s. Petri in Hadrianio_) che forse al castello
era attigua[520]. Il portico correva un tratto accosto al fiume; era
stretto e angusto, e sembra che fosse la via solita per cui il popolo
moveva al san Pietro. Adriano vi pose fondamenta, affine di premunirlo
da cadute, e vi adoperò più di dodicimila quadroni di pietra; indi
restaurò anche il loggiato che si reggeva sopra colonne[521]. Portici
di simil fattura conducevano fuor della Città al san Paolo e al san
Lorenzo, ed anche questi il Papa riparava[522].

Nell’atrio del san Pietro, rinnovò la scalea maggiore e i due lati del
_Quadriporticus_. Il campanile di Stefano II, rese adorno di grandi
porte di bronzo che egli fece trasportare di Perugia, togliendole a
qualche tempio antico[523]. Carlo magno gli mandava in dono delle
travi da costruzione e alcune migliaia di libbre di piombo per la
saldatura del tetto. Caduti erano di già i musaici dell’abside ossia
«Camera», e Adriano li rifaceva a nuovo «secondo il disegno antico». Il
pavimento innanzi la Confessione, per quel tratto che si stendeva dalle
balaustrate di bronzo, ossiano _rugae_, fino alla tomba dell’Apostolo,
fu lastricato con lamine di puro argento, del peso di cencinquanta
libbre; l’interno della Confessione poi fu rivestito di lamine d’oro,
sulle quali erano istoriati fatti di storia sacra; e l’altare che
era sulla Confessione, fu coperto di oro lavorato con opera sottile.
La iscrizione postavi da Adriano ci induce a credere che vi fossero
figurate in rilievo la persona di lui e quella di Carlo magno, con
atteggiamento che alle loro dignità si conveniva. Vi è detto di Cristo:
«Poichè ei discende di progenie di sacerdoti e di re, a entrambi
questi ei commise di reggere il mondo. A Pietro, fedel pastore, diede
a pascere la greggia, indi ne diè cura ad Adriano. E nella fida città
porse il romano vessillo a quei servi suoi che egli a piacimento
suo elesse. E Carlo, l’illustre e magnifico Re, lo ricevette dalla
mano di san Pietro, che a lui benedice glorificandolo. Questo dono,
che ne celebra la salute e il trionfo regale, qui pose il Pontefice,
consecrandolo con orrevole usanza»[524].

Sulla tomba dell’Apostolo erano poste alcune statue di Santi
scolpite in argento; in vece di esse il Papa allogò delle statue
di oro massiccio, che rappresentavano il Salvatore, la Vergine, san
Pietro, san Paolo e sant’Andrea. Con splendidezza, che superava ogni
magnificenza, rinnovò tutti gli addobbi della basilica. Nei giorni di
festa appendevansi a drappelloni, fra le colonne delle navate, dei
tappeti tessuti in porpora e in oro, di sontuosissimo lavoro[525].
A Natale, a Pasqua, nella festività dei due Apostoli, e nel dì
anniversario del Papa, si accendeva il doppiere gigantesco che, in
forma di croce, pendeva dalla trave trasversale coperta d’argento,
la quale reggeva l’arco di trionfo sopra della Confessione: e quando
ardevano le sue milletrecentosettanta faccelle, in verità si meritava
il nome di grande faro. Anche questa era stata fondazione di Adriano
nella basilica[526].

Il Papa rese adorno con fastosissimo splendore anche il san Giovanni in
Laterano. Rinnovò il portico del palazzo che ivi era, e, in vicinanza
ad esso, edificò una torre che bellamente decorò di pitture e di marmi:
ben può darsi che fosse la torre stessa di Zaccaria, la quale allora
abbisognasse di restaurazione. Il rapido decadimento delle chiese
romane, per fermo non reca lodo all’arte di quei secoli per ciò che
s’attiene a solidità di edificazione; nè la potenza di costruzione era
sempre proporzionata alla moltitudine delle fabbriche. L’atrio del san
Paolo, ai tempi di Adriano, era lasciato in abbandono siffattamente,
che vi andava pascolando il bestiame; per altro ei sembra che già fin
d’allora si entrasse nella basilica, non dalla parte del Tevere, ma da
una banda laterale. Adriano faceva selciare di marmo questo atrio.

Non vi fu chiesa titolare alcuna o diaconia che questo Pontefice
non abbellisse; ad ognuna di esse donava venti tappeti tirî perchè
li distendessero a festone negli intercolunnî[527]. Egli faceva
operare in suo servigio gli artisti a centinaia in una volta; per
lui lavoravano in oro e in argento, in ismalto e in lapislazzoli,
trapuntavano drappi di seta, componevano quadri in musaico, dipingevano
a fresco con tratti di pennello che erano rozzi sì, ma non affatto
privi di vita, e tentavano, sebbene con minor fortuna, la scultura.
Abbiamo già manifestato il nostro dubbio che i lavoratori di musaici
fossero unicamente artisti di Grecia, quali potevano essere quelli
di Ravenna. In tutta Italia era allora coltivata questa fattura di
arte; ciò pertanto fa supporre che quivi avesse fondato sue scuole,
e che ne producesse suoi lavori; e si serba ancora una scrittura del
tempo di Adriano, che ammaestra gli artisti del modo di colorire i
musaici, di dorare il ferro, di scrivere in oro, di comporre lo smalto,
di preparare l’azzurro di rame e il catmio, e dell’uso cui potevano
adoperarsi nelle arti i minerali. Quel trattatello degno di nota, è
scritto nel barbaro latino del secolo ottavo, e, se anche non sia che
una traduzione dal greco, dimostra pure in qualche modo che le arti
avevano eletto sede e nazione nell’Italia di quell’età[528].

È facile cosa peraltro che quegli innumerevoli arazzi sontuosissimi,
istoriati a ricamo, fossero di origine bizantina. L’arte di lavorarli
era sorta in Oriente ed era fervidamente coltivata a Bisanzio e ad
Alessandria. Di là probabilmente venivano loro artisti a Roma, ove
lavoravano per incarico dei Papi; e può darsi che molti di loro in
Italia emigrassero, durante la persecuzione delle imagini. I nomi dei
drappi preziosi e dei pallii splendidamente trapunti, dimostrano una
grande varietà delle loro stoffe e della loro fattura, ed in pari tempo
rivelano che l’origine ne veniva dai paesi bizantini. Spesse volte sono
greche le molte denominazioni dei tappeti ossiano _vela_; spesse volte,
dal luogo donde derivano, sono addirittura appellati Alessandria, Tiro,
Bisanzio, Rodi. Lo stesso dicasi delle drapperie bianche, porporine o
azzurre, che erano screziate di pietre preziose o istoriate a ricami,
e rappresentavano imagini di Santi o figure di animali, di aquile,
di leoni, di grifoni, di pavoni, di liocorni. Anche i nomi dei vasi
sacri, che i Romani appellavano con greca voce _Cymelia_, palesano
la derivazione orientale. Massimamente poi, di quei pallii, di quelle
drapperie e di quegli arredi, devonsi cercare gli esemplari nel tempio
di Salomone, che fu un immenso tesoro della magnificenza orientale
del culto; i Papi e i Vescovi imitarono le fogge fantastiche del
vestimento dei gran sacerdoti degli Israeliti, e le chiese seguirono
la splendidezza e il costume degli innumerevoli doni votivi di cui era
colmo quel tempio. Le croci d’oro erano cariche di gemme, scintillavano
degli ornati d’argento e degli smalti che v’erano condotti sopra; i
vasi, le coppe, gli incensieri, i calici, i ciborî erano splendidamente
adorni di disegni cesellati o battuti, e il lungo catalogo dei loro
nomi enigmatici alletta, e, in pari tempo, induce a smarrimento la
fantasia[529].

Due chiese antiche e mirabili dovettero ad Adriano una accresciuta
rinomanza.

Presso la via Latina, entro le mura della Città, esiste oggidì una
basilica abbandonata, la cui torre, di costruzione medioevale, domina
una larga estensione di orti incolti. È la chiesa di san Giovanni
Evangelista. Narra la leggenda, che l’Apostolo prediletto del Salvatore
fosse imprigionato in Efeso, dove aveva atterrato il tempio di Diana,
e di là venisse tratto a Roma: erano allora i tempi di Domiziano. I
carnefici gli recidevano le lunghe chiome ondeggianti, avvegnachè
credessero che in quelle si occultasse un’arcana magia; indi lo
gittavano in un vase pieno di olio bollente. Ma l’Evangelista usciva
di quel bagno senza alcun danno, e i giudici, impietrati per la
meraviglia del portento, non osavano di sottoporlo a nuovi tormenti.
Lo esiliavano in un’isola, e Giovanni partivasi illeso di Roma, e
andava a vivere nella solitudine di Patmos, dove lo spirito di Dio
gli rivelava le ascose leggi dell’universo. Alcuni leggendarî dei
Greci trasportarono ad Efeso questa storia di martirio, ma i Latini
pretesero che il fatto avvenisse in Roma; e, già al quarto secolo, i
Romani mostravano un luogo fuori di porta Latina (la quale di certo
a’ tempi di Domiziano non esisteva) in cui Giovanni sarebbe stato
precipitato nell’olio bollente[530]: ivi, non si sa in che tempo, gli
fu edificato un oratorio, e nello stesso sito, presso porta Latina, si
eleva la cappella di san Giovanni in Oleo, costruzione dell’anno 1509.
È altresì ignoto il momento in cui avvenne la primitiva fondazione
della basilica; la forma odierna dell’edificio non è anteriore al
secolo undecimo o al duodecimo, ma all’età di Adriano esisteva di
già la chiesa _S. Johannis juxta portam Latinam_, che quel Papa
restaurava[531].

La seconda chiesa è una delle più antiche e mirabili basiliche della
Città. Nella ottava regione, nel sito dove il Foro boario metteva
capo verso il Tevere, ancora ai tempi di Adriano duravano in vita
parecchi templi pagani. Due di essi, lungo il fiume, in vicinanza del
ponte Palatino, lottarono cogli anni, e, risparmiati dall’ingiuria
del tempo, esistono ancora oggidì, e sono appellati i templi di Vesta
e della Fortuna virile. Oltre ad essi, sotto il monte Aventino e in
prossimità del Circo massimo, s’elevavano un tempio della Pudicizia
Patrizia e parecchi santuarî di Ercole, al culto antico del quale
era sacro quel luogo: ed ivi era la celebre ara massima del semidio.
La religione cristiana s’era già di buon’ora inoltrata nel suolo del
Palatino e del Foro, e vi aveva piantato sede, costruendo le chiese di
san Teodoro, di san Giorgio e di santa Anastasia; ma da questo lato
invece aveva tocco appena il terreno del Foro boario. Chiusi erano i
piccoli templi di Vesta e della Fortuna; i santuarî di Ercole erano
abbandonati al disprezzo; ed il Circo massimo, che v’era vicino, ad
onta di tutto il suo decadimento, conservava pur sempre a quel luogo
le grandi orme dell’antichità. Peraltro, entro uno di quei templi s’era
ficcato il Cristianesimo lunga età prima di Adriano. Una piccola chiesa
s’era sospinta fra la ruine del magnifico edifizio che s’elevava appiè
dell’Aventino, di rimpetto al tempio di Vesta. È la chiesa di santa
Maria in _Cosmedin_; senza che ad ogni modo si abbia certezza che
quell’edificio fosse in antico il tempio della Pudicizia Patrizia[532].
L’interno della chiesa fu ordinato per guisa che le colonne del
peristilio del tempio rimanessero in parte allo sgombro, in modo
somigliante a quel che vedesi nel san Lorenzo _in Miranda_, entro il
tempio di Faustina. Oggidì ancora, in un edificio attiguo alla chiesa,
miransi gli avanzi della cella antica; ed otto colonne scanalate del
frontespizio sono murate nel prospetto della chiesa.

Non sappiamo in che tempo questa basilica sorgesse; sulla fine del
secolo sesto essa aveva di già grado di diaconia, col titolo di _S.
Maria in Schola Graeca_. Questo nome si spiega da una associazione
(_schola_) dei Greci, che ivi avevano residenza, e la cui memoria
anche oggidì serba la «Via della Greca», che ivi esiste. Infatti,
alla corporazione greca non apparteneva soltanto la chiesa diaconale,
ma altresì il territorio circostante detto era _Schola Graecorum_;
e tuttavia nel decimo secolo quella sponda di fiume s’appellava
_Ripa graeca_[533]. Forse si attribuiva quella denominazione alla
basilica per distinguerla da _S. Maria antiqua_ (oppure _nova_,
come fu detta dopo il tempo di Leone IV), che ergevasi in vicinanza
dell’arco di Tito[534]. Nel secolo ottavo usavasi soltanto denotarla
col nome _in Schola Graeca_, e, soltanto dopo la edificazione di
Adriano, fu anche chiamata _in Cosmedin_. Il Biografo del Papa ce
ne spiega il significato, dicendo che la chiesa, in causa della sua
splendida rinnovazione, a buona ragione diventò _cosmedin_, ossia
bene ornata[535]. Pari titolo riceveva in Ravenna una chiesa antica
dedicata a Maria; similmente pure era appellata un’altra chiesa in
Napoli; e forse tal nome si ricavava da quello di qualche piazza di
Costantinopoli, avvegnacchè i Greci in Roma, in Napoli e in altri
luoghi introducessero alcuni nomi della loro patria, indottivi dalla
carità del luogo natio. In Ravenna, oltre a santa Maria _in Cosmedin_,
eravi anche una santa Maria _in Blachernis_, a memoria di una chiesa di
pari nome che Pulcheria aveva eretto a Bisanzio, dove così era nomato
un sobborgo; ed in Roma altresì esisteva sull’Aventino un luogo detto
_ad Balcernas_ oppure _Blanchernas_[536]. Ben fu per eguale ragione
che i Greci diedero a quella diaconia l’addiettivo _in Cosmedin_, ma
il suo proprio significato si confuse nel concetto di _cosmos_ ossia
adornamento, per guisa che santa Maria _in Cosmedin_ si spiegò per
santa Maria Ornata.

La chiesa si presentava agli occhi di Adriano nella forma di un
oratorio in decadimento, cui superavano di altezza le ruine del
tempio antico. Il Pontefice faceva abbattere quei poderosi quadroni
travertini, e ne sgombrava il luogo[537]; indi edificava una basilica
a tre navate ed un atrio, che, dopo la metà del secolo nono, fu
rinnovata da Nicolò I[538]. La ricostruzione completa che avvenne più
tardi sotto di Calisto II e di altri Papi, mutò massimamente l’aspetto
della chiesa. È dessa uno dei più bei monumenti d’arte del medio evo,
del secolo duodecimo e del decimoterzo, perocchè a questo periodo
appartengano i musaici del pavimento, gli amboni e il tabernacolo.
Soltanto la torre risale ancora probabilmente al secolo ottavo: è
quadrangolare e non è rastremata; svelta di forma e leggiera come tutte
le torri romane antiche, ha centosessantadue palmi di altezza su venti
di larghezza, con sette ordini di finestre, tre per lato, separate da
piccole colonne[539]. Degne di nota sono alcune iscrizioni del secolo
ottavo che trovansi nell’atrio della chiesa; sono scritte in caratteri
assai rozzi, e si riferiscono a donazioni di Eustazio duce e di uno
nominato Gregorio. Questi uomini (Eustazio era anche _Dispensator_
della diaconia) legavano alla chiesa molti possedimenti di terra e, fra
altri, dei vigneti a Monte Testaccio. Gli è a ragione soltanto della
celebre collina così appellata, che facciamo qui menzione di siffatte
iscrizioni, avvegnaddio il nome di Testaccio precisamente si trovi
menzionato per la prima volta in questo luogo[540]. Fra l’Aventino,
le mura di porta Ostiense e il Tevere, si eleva il monte, alto
dugento palmi, quale sembra una piramide di rotti vasi di terra, ed è
simile a simbolica collina sepolcrale di Roma antica, imagine di sua
magnificenza fatta in ruine. Niuno sa dire quando e come siasi formato:
sorse allora che Roma decadde. I Romani, che questa collina poco a poco
andarono alzando, potevano in fatto scorgere in essa l’emblema della
loro storia; da quei rottami di vasi lo appellarono _Mons Testaceus_, e
la leggenda del medio evo narrava che esso era sorto dai cocci dei vasi
nei quali un tempo i popoli dell’Impero romano avevano avuto costume di
recare a Roma i loro tributi d’oro e d’argento[541].


§ 3.

Condizioni delle scienze in Roma ai tempi di Adriano. — Ignoranza
dei Romani. — Cultura dei Longobardi. — Adalberga. — Paolo Diacono.
— Scuole in Roma. — Musica sacra. — Cessa l’arte poetica. — Poesia
epigrammatica. — Ruina della lingua latina. — Primi incominciamenti
della lingua neo-romana.

Pare che Roma in questa età avesse esaurito nelle cose ecclesiastiche
tutta la sua forza, e che per gli studî delle scienze più non ne
serbasse. Un buio profondo ravvolge le condizioni delle scuole
letterarie di quel tempo. La dottrina dei preti romani era per certo
superata di gran lunga dalla scienza degli stranieri: chè i monaci
della lontana Irlanda e dell’Inghilterra potevano farsi dottori a
quella Roma, la quale tempo prima (e non era assai remoto) aveva dato
vita ai primi loro conventi. Dopo di Gregorio magno non v’era in Roma
uomo alcuno che avesse osato di sostenere un dialogo erudito con un
Beda o con un Alcuino, con Aldelmo, con Teodolfo di Orleans, con un
Isidoro o con un Paolo Diacono. Non fuvvi più alcun Pontefice che con
scritture teologiche si adoperasse di avvicinarsi alla gloria di un
Gregorio o di un Leone, e già si magnificava come opera grande, che
Zaccaria traducesse in greco i Dialoghi di Gregorio.

I monaci dei conventi di Roma erano costretti a sbassare il capo,
allorchè si narrava ad essi della dottrina onde ornavansi i loro
confratelli del chiostro di Colombano, che era in Bobbio, o di quello
di Monte Cassino. I Longobardi, maltrattati dai Papi che li chiamavano
dispregiato rifiuto del genere umano, si vendicavano in silenzio
dei Romani ignoranti, e progredivano nella cultura delle scienze
liberali. Fino alla caduta del loro reame, Pavia splendette per
istudî eruditi; Felice grammatico lasciava in retaggio al celebrato
Flaviano il tesoro della sua sapienza, e quest’ultimo a sua volta,
educava un uomo che fu illustre d’ingegno in quell’età, Paolo Diacono
suo discepolo longobardo, il quale fra quei contemporanei suoi s’ebbe
alta rinomanza di poeta e di storico. La caduta del popolo longobardo
non fu descritta dalla ingenua penna di Warnefredo, ma ebbe dal suo
culto intelletto onoranza; e l’orrore della caduta dello sventurato
Desiderio fu mitigato dallo splendido genio di una sua figliuola. Fu
questa, Adalberga, sposa ad Arichi di Benevento, principessa di mente
elevata che coltivò con vero affetto le scienze: fu la seconda donna
d’Italia che nel medio evo abbia esercitato influenza sulla cultura
degli studî, ed è di gloria tanto più degna, per ciò ch’ella sia
vissuta in quel tempo antico, e donne pari a lei sieno sorte soltanto
in un’età grandemente più tarda. Ed invero, i primi quattro secoli
che succedettero alla caduta dell’Impero romano, furono in Italia
illustrati da due sole donne germaniche, da Amalasunta figlia di
Teodorico e da Adalberga figlia di Desiderio: la barbarie di quell’età
è resa massimamente manifesta da questa mancanza di donne per ingegno
eminenti.

Paolo Diacono, che era stato un tempo secretario di re Desiderio,
godeva a Benevento od a Monte Cassino dell’amicizia di Arichi, e per
sollecitazione di Adalberga scriveva la _Historia Miscella_, che è
ampliazione e proseguimento di quella di Eutropio. Alla magnifica
corte di Benevento e a quella di Salerno, in mezzo al tumulto dei
rivolgimenti d’Italia, si coltivavano studî di rettorica e di storia;
e la Principessa longobarda mandava a memoria le «auree sentenze dei
filosofi e le gemme dei poeti», e conosceva la storia dei popoli non
meno profondamente di quella dei Santi[542].

Nelle scuole di Benevento, di Milano e di Pavia si insegnava
grammatica, dialettica e giurisprudenza; ma in Roma le scienze mondane,
poco a poco, erano state cacciate in bando dagli studî di chiesa.
Non ci giunge contezza di scuole o di professori illustri in istudî
liberali, sebbene di questi maestri ivi fossero: difatti lo stesso
Carlo magno, nell’anno 787, conduceva con sè di Roma in Francia
dei grammatici e degli aritmetici, affinchè ivi fondassero delle
scuole[543]; e Roma era ancora con onoranza tradizionale riverita quale
madre delle sette arti umane, sebbene più non le ispirasse il genio
che a volo poderoso le elevasse. In bel fiore era soltanto la musica
che si coltivava nella scuola Lateranense fondata da Gregorio; in essa
si serbavano le discipline del canto ecclesiastico; di là i Carolingi
toglievano maestri di canto e suonatori d’organo, oppure nel Laterano
facevano istruire monaci franchi. Fra altri, Adriano concedeva a Carlo
due celebri cantori pontificî, nomati Teodoro e Benedetto; l’uno il Re
poneva a Metz, l’altro a Soissons, quai maestri del canto ecclesiastico
romano; ma quegli uomini si dolevano perchè loro non fosse dato di
cavare un solo trillo dalle gole dei Franchi, barbaramente stridule
e roche[544]. In Roma dunque fioriva la musica religiosa sotto il
patrocinio della santa Cecilia, ma più non vi spirava alito di musa
poetica. La cultura dei poeti e degli oratori profani, che soltanto
nel secolo undecimo comincia qua e colà a risorgere, s’era spenta dopo
la caduta del reame dei Goti; e può darsi che Gregorio magno abbia
non poco contribuito alla sua ruina. Certo è che dopo il quinto secolo
v’erano ancora alcuni mitografi, i quali dichiaravano le favole degli
antichi, e ne facevano compendiate comparazioni, ma di loro è dubbio
se scrivessero in Roma[545]. Dopo di Aratore qui non v’ebbe più alcun
poeta; Omero, Virgilio e Orazio erano maggiormente noti alla corte dei
Franchi di quello che fossero in Roma; e nel tempo in cui Angilberto,
«l’Omero» di Carlo, e Alcuino colà dettavano loro poemi, nei quali non
sempre erano sgraziati imitatori della semplicità e della eleganza di
Virgilio, in Roma le tracce dell’arte poetica e della prosodia degli
antichi, devonsi cercare soltanto negli epitaffi sepolcrali. In questa
città dei morti le muse trascinavano loro vita sotterra, e, moribonde
esse stesse, legavano alle tombe il loro ultimo anelito. Così, da
questo costume cristiano di iscrizioni funerarie, era sorta una specie
propria di poesia, ma avea già raggiunto il suo splendore dopo la metà
del secolo quarto, in cui l’ingegno di papa Damaso, portoghese, aveva
illustrato le catacombe di Roma con versi eleganti di ritmo eroico,
che oggidì ancora si leggono qua e colà a loro luogo, con vaghezza.
La più mesta di tutte le fogge di poesia era pur la sola che in Roma
mai non si spegnesse; e i conventi, le chiese, i cimiteri della Città
esibiscono una grande collezione dell’opera poetica di quella musa
dei morti, con versi di tutte le età fino allo scorcio del secolo
decimoquinto: certo è che nel sesto secolo vi si cade abbondevolmente
nel barbarismo di lingua e di metro. Monaci o preti romani poetavano
di quegli epigrammi; però non sempre. Allorquando Caduallo, re degli
Angli, morì a Roma, e si volle comporre a onor suo uno splendido
epigramma, sembra che non si trovasse verun poeta romano il cui ingegno
fosse pari al tema. Si die’ incarico di scriverlo a Benedetto Crispo,
vescovo di Milano, che giusto in quello era a Roma; e il poeta, che
era già illustre, dettò quel tronfio epitaffio che ci è noto[546].
Neppur il lungo epigramma che fu dedicato a papa Adriano, ed è uno
dei migliori di quell’età, fu opera di un Romano; chè i versi scritti
con temperata eleganza di frase e con maggior calore di sentimento,
sono dovuti all’ingegno di Carlo magno, ed è probabile che Alcuino li
vestisse del suo stile.

Carlo, che era stato suo discepolo in tutte le scienze, aveva invece
avuto Pietro di Pisa a maestro di grammatica, nella quale allora
comprendevasi anche la prosodia e la poesia; e Carlo si toglieva
diletto di scrivere talvolta epistole in versi ai suoi amici, e ne
indirizzava anche ad Adriano, che non dimenticava di lodarnelo da
critico benevolo. Ho ricevuto, così questi gli rispondeva, i versi
eccellenti, e adorni, e soavi qual mele, che sgorgarono dall’ingegno
vostro eccelso e regale, a Dio sacro; e verso per verso gli ho letti,
e con vera delizia ne ho accolto in me il senso robusto[547]. Ed egli
stesso, che per ingegno e per cultura era l’uomo più ragguardevole
di Roma, talvolta rispondeva a quegli officî cortesi con versi, dei
quali alcuni si leggono anche oggidì. Hanno forma di acrostico, e
l’espressione e il metro non sono più cattivi del loro tempo[548].

Nel secolo ottavo, la lingua latina scorgesi universalmente decaduta
a corruzione profonda. Le lettere dei Papi ai Carlovingi, che noi
abbiamo consultato spessissime volte quali documenti storici di
questo periodo, offrono grande argomento di studio a chi scrive la
storia della ruina del linguaggio latino. Uscite dalla segreteria
del Laterano, dettate dagli stessi Pontefici, compilate da officiali
dello _Scrinium_ ossia dell’Archivio, quelle lettere pretendono di
inspirarsi al migliore gusto di latinità, onde Roma a quell’età fosse
capace. Ma havvi una grandissima differenza fra la ampollosa eloquenza
dei rescritti di Cassiodoro e lo stile di queste epistole pontificie,
nelle quali più non si serbano le leggi della logica, nè quelle della
grammatica: le lettere di Stefano III sovrastanno a tutte le altre
per profluvio di frasi; in tutte poi la incapacità di esprimere con
chiarezza il pensiero, va di pari passo col barbarismo dell’idioma. Se
in esse, nel Libro Pontificale e nel Libro Diurno, devesi a ragione
cercare il miglior latino dei Romani di quell’età, è agevole cosa
imaginare di qual conio esser dovesse in Roma la lingua usata nella
vita abituale. Quali fossero le condizioni sue noi possiamo con qualche
fondamento arguire dai documenti di quel periodo, siano essi scritture
di donazioni, o atti di argomento giuridico, o iscrizioni funerarie o
d’altro genere; dappertutto, in mezzo agli strappi del logoro manto
dell’antico latino, ravvisiamo la lingua neo-romana far capolino,
nata appena, e goffa ancora[549]. Tuttavolta, non si conservò fino
a noi alcun frammento della lingua popolare romana di quell’età; e
mentre i Tedeschi e i Francesi nella celebre formula del giuramento di
Luigi e di Carlo il Calvo possiedono un documento preziosissimo della
lingua romana e dell’idioma tedesco dell’anno 842, uno di somigliante
non v’ha per la «lingua volgare» che correva in Roma a quel tempo,
e neppure all’età posteriore. Abbiamo, senza alcun dubbio, buona
ragione di credere all’esistenza di una siffatta lingua volgare, e di
reputare che questa differisse dal latino officiale, usato dai notai.
Peraltro, quest’opinione deve andar soggetta a qualche restrizione;
in nessun luogo del mondo, la lingua latina doveva serbarsi in mezzo
al popolo più a lungo che in Roma, patria sua, dove, oltracciò, non
erano avvenute invasioni inimiche, nè immigrazioni germaniche in grande
larghezza. Non si trova infatti alcun cenno che i Romani di quel tempo
abbisognassero di farsi tradurre dal latino in volgare le prediche dei
preti o i documenti de’ notai, come avveniva nelle Gallie; ma questo
sì esser doveva, che il latino de’ notai, già profondamente decaduto,
nella bocca del popolo s’avesse corrotto ancor più[550]. Se un Romano
del tempo di Tacito avesse potuto tornare alla sua città natia, avrebbe
sì poco compreso la lingua del popolo, quanto poco oggidì Carlo magno
intenderebbe la lingua tedesca, o poco sì come i Tedeschi, senza
avervi fatto precedere degli studî, capirebbero la lingua dei loro
antenati del tempo di Carlo, od anche dell’età degli Hohenstaufen.
L’idioma dei Romani, obbedendo alle leggi di natura, aveva subìta
una trasformazione, causa le influenze del tempo. Ma gli è un errore
quello di voler attribuire a colpa dei Goti e dei Longobardi la così
detta corruzione del latino antico, anzichè di spiegarne la ragione coi
naturali procedimenti di ogni decadimento. Lo splendido edificio della
lingua latina precipitava a ruina in sè stesso interamente, parimente
come Roma rovinava nei suoi templi e nei suoi palazzi: allorchè si
leggono quei documenti del secolo ottavo, si hanno di già innanzi
agli occhi soltanto i ruderi della lingua di Cicerone e di Virgilio, e
dentro vi si scorge palpitare l’anima della favella cristiana di Roma,
che va mutando di veste. La lingua officiale e letteraria, sola a noi
accessibile, di Roma nel secolo ottavo, ci appare imagine massimamente
vera della città di Roma, e dei contrasti della sua architettura, e
delle forme della sua vita, avvegnachè da ogni parte la larva maestosa
dell’antichità si sollevasse pur sempre al di sopra delle creazioni
nuove. La ignoranza grammaticale dipendeva da questo contrasto del
morto col vivo; infrante erano le leggi logiche della vecchia lingua
romana; e il latino antico, il linguaggio degli eroi e degli uomini di
Stato, poco a poco cessava di scorrere come una fonte viva, una volta
che caduta era la religione pagana e si dissolveva l’antica società
politica. Rattrappita, fatta a pezzi, la lingua andava lentamente
trasformandosi, e creava nuove leggi a sè stessa, fenomeno dei più
meravigliosi nella storia della cultura umana. La sua parte inorganica
somiglia ai musaici di Roma; al paro di questi, la lingua del secolo
ottavo e del nono è invecchiata, si fa oscura, difetta di vivacità
graziosa, goffeggia fanciullescamente nell’espressione d’idee nuove. Il
passaggio al nuovo idioma volgare va operandosi poco a poco: troncate
le desinenze, eliminate le consonanti finali, che già si facevano
difficili alla lingua ed aspre all’orecchio, avviene una mescolanza
delle vocali, mutano le consonanti, i nomi assumono l’articolo:
similmente, la incapacità di conservare le regole di genere e di caso,
s’insinua perfino nella lingua letteraria del secolo ottavo, educando
quelle forme che costituiscono il suono dell’italiano, e che nel secolo
decimo e nell’undecimo ottengono completamente il primato[551].




CAPITOLO SESTO.


§ 1.

Condizioni interne di Roma e dei Romani. — Le tre classi del popolo.
— Organamento militare. — L’_Exercitus Romanus_. — Ordinamento delle
scuole. — Universalità del sistema delle corporazioni. — Scuole di
stranieri: Israeliti, Greci, Sassoni, Franchi, Longobardi e Frisoni.

In questo capitolo tenteremo di descrivere l’ordinamento degl’istituti
civili della città di Roma nel secolo ottavo.

Da lungo tempo abbiamo veduto che i Romani si ripartivano tutti in tre
classi; la sacerdotale, la militare e quella che comprendeva il ceto
inferiore dei cittadini: in generale erano clero, nobili e popolo;
chè, in particolare, clero e nobiltà qua e là passavano insieme sotto
nome di giudici e di ottimati, parimenti come l’ordine dei cittadini
armati era compreso nella _Militia_, a capo della quale vediamo
collocati i Romani ricchi, e gli illustri per rinomanza di lignaggio.
La descrizione dell’organamento interno di Roma in relazione a queste
tre grandi classi da cui procede la elezione del Papa, è un compito
gravemente difficile per lo Storico della Città, e le incertezze
sono soverchiamente accresciute a causa degli elementi religiosi e
temporali, che ormai vanno fra sè confondendosi.

Al tempo dei Goti, la Chiesa romana, al pari di ogni altro
Vescovato, era ristretta ad operare nella cerchia dei negozî che
erano specialmente proprî della sua missione religiosa e che erano
rigidamente distinti da quelli della Città; questa poi da parte
sua continuava avere la costituzione municipale e il suo reggimento
autonomo; era amministrata dal Senato e dagli officiali di origine
antica, ed aveva, a capo del governo, il Prefetto. La caduta della
signoria dei Goti e le sciagure immense dei tempi che succedettero,
cagionavano l’effettivo decadimento delle istituzioni romane,
senza che però ne operassero con violenza la soppressione. Infatti,
mentre nelle città d’Italia conquistate dai Longobardi, l’antica
costituzione municipale o scompariva o si trasformava in mezzo agli
elementi germanici che vi si introducevano, nell’Esarcato e nel Ducato
romano, dove i Longobardi non dominarono, continuava la legislazione
giustinianea, al paro degli avanzi delle forme municipali antiche.
Ma la ruina di tutte le cittadinanze e la necessità di organamento
militare, che diventava bisogno precipuo, recavano a conseguenza che
volgesse a fine l’antico governo autonomo romano delle città e delle
loro curie. Durante la dominazione bizantina, a capo di tutte le cose
temporali di Roma erano Duci e Giudici imperiali eletti dall’Esarca;
sennonchè, anche in quel periodo, abbiamo lamentato l’oscurità che
si ravvolge intorno alle condizioni del reggimento cittadino, e
con sicurezza non abbiamo potuto far altro che notare la graduale
estinzione di quasi tutti quegli istituti, che ancora esistevano
al tempo di Cassiodoro. Sopravveniva un’epoca che rivelava i grandi
mutamenti avvenuti: la pressura dei Longobardi chiamava in vita un
ordinamento di difesa guerresca che in soldatesca cittadina associava
la nobiltà e i cittadini liberi; di tal guisa, per un periodo di quasi
dugent’anni, Roma ebbe indole predominante di città divisa in due
ordinamenti, clericale l’uno, militare l’altro. Per lo meno, ivi la
natura di tutte le istituzioni temporali appare decisamente militare,
e i titoli di officiali publici che vi ebbimo discoperto, erano per lo
più quelli soltanto di _Duces_, di _Magistri militum_, di _Tribuni_
e talvolta di _Comites_ e di _Chartularii_. Nulla dimostra a chiare
note la inettezza del governo bizantino, più di quel che lo provi
l’abbandono completo dell’organamento dell’esercito. Se gli Esarchi
in Roma e in altre città avessero potuto conservare soldatesche
devote all’Impero, Bisanzio avrebbe soffocato gli sforzi del Papato,
e Roma per lungo tempo sarebbe stata impedita di raggiungere la sua
independenza dall’Impero. Ma l’arte politica dei Greci fatta impotente,
s’accontentava di cavar denaro a furia d’imposte; nel resto abbandonava
le province al loro destino e lasciava che da sè s’aiutassero come
meglio potevano.

Fu loro buona ventura che i cittadini di Roma si vedessero costretti
a riprendere le armi, che per lungo corso di anni avevano lasciato
in mano di mercenarî. Peraltro, dappoichè erano al servigio
della Republica ossia dello Stato, eglino ricevevano stipendio
dall’Imperatore, e obbedivano al Duce o ai condottieri che loro
preponeva l’Esarca. Su questo _Exercitus romanus_, il Papa, nella
prima metà del secolo settimo, non esercitava ancora influenza;
ne offre dimostrazione la sua rivolta avvenuta in Roma allora che
Maurizio cartulario, al tempo di papa Severino, sequestrava il tesoro
della Chiesa, e ne lo prova inoltre la ribellione di quest’officiale
bizantino contro lo Esarca, nella quale dapprincipio la milizia
romana gli ebbe porto mano. Per la prima volta al tempo di Martino I,
l’esercito mostra commoversi a sentimento di nazione, e gli Esarchi
incominciano allora ad avere riguardo alla sua adesione. Dopo di
quel tempo l’indole puramente municipale della milizia si afferma
più validamente; è dessa che rappresenta i diritti politici di Roma.
L’avarizia e la debolezza dei Bizantini lascia allo scrigno della
Chiesa il carico di retribuire l’esercito; la lotta continua dei Papi
contro le eresie degli Imperatori rende in esso robusto l’amore di
nazione, laonde abbiamo già veduto, allorchè parlammo dei primi moti
della controversia pel culto delle imagini, che giusto in quel tempo
l’esercito sorge in soccorso del Papa, e lo aiuta a fondare la sua
signoria temporale. Questa milizia romana ora accoglieva in sè le
classi dei cittadini forniti di possidenza, ed escludeva dal suo seno
soltanto il ceto degli operai e la plebaglia. I suoi capitani (dopo
la metà del secolo ottavo non ebbero più Duci greci il comando) erano
Romani ragguardevoli, che continuavano a tenere titolo di Duci e di
Tribuni, e presto cominciavano a tramandarlo in eredità alle loro
famiglie. S’ignora il modo con cui erano conferiti quegli officî di
capitano; però havvi buon fondamento di supporre che, dopo di Adriano,
ai gradi maggiori eleggesse il Papa, laddove gli eletti, secondo il
costume romano antico, alla lor volta avevano diritto di nominare gli
officiali inferiori. Ripartita per regioni e divisa in reggimenti
(_numeri_), questa milizia, oltre all’organamento militare, uno ne
aveva assolutamente civile e democratico, che gradatamente servì di
fondamento alla costituzione della Città. Posava esso sul sistema
delle corporazioni ossia delle _Scholae_, che, inspirandosi alla prima
origine romana, si era serbato in vita durante il decadimento politico,
e si era esteso ognor più.

Il concetto delle scuole (_scholae_) esisteva di già formalmente
fin dal tempo di Diocleziano, in cui di quella maniera ripartivansi
gli officiali del Palazzo imperiale e la guardia dell’Imperatore
(3500 uomini in sette Scuole). Nell’origine, quella espressione
significava le case dove convenivano genti che attendevano a eguali
negozî, per trattarvi di affari di utilità generale; dal luogo delle
radunanze il nome indi trapassava a denotare, come _scholares_, gli
uomini che partecipavano alla corporazione[552]. Eglino componevano
una società fornita di tutti i diritti di associazione civile,
con officiali o Priori loro proprî, che secondo norme specialmente
statuite provvedevano alle faccende di governo interno. Il primo di
quei reggitori era appellato _Primicerius_ o _Prior_, dopo di lui
venivano il _Secundus_, il _Tertius_, il _Quartus_ della _schola_.
Oltracciò, tutte le Scuole erano sotto la tutela degli uomini che
appartenevano alla nobiltà più cospicua di Roma, ed appellavansi
_Patroni_, personaggi influenti che loro facevano da proteggitori e
da avvocati presso la Republica[553]. Le Scuole militari della Città
possedevano delle proprietà in comune, e potevano condurre in affitto
dei beni immobili. Da alcuni diplomi si rileva che, a significare
la corporazione della milizia, s’adoperava l’espressione: _publicus
numerus militum seu bando_ (_bandus_); e _numerus_ o _bandus_ denotava
la ripartizione cittadina in reggimenti[554]. Ogni cittadino che
serviva nella milizia, detto era _Miles_, e già nel secolo ottavo
questo titolo si adoperava come onorifica distinzione dell’ordine
sociale[555]. In questa età, massimamente nelle città non soggette
ai Longobardi, i _Numeri_ significavano la milizia civica composta
di tutti i cittadini benestanti, atti alle armi; così la milizia
rappresentava i diritti politici della cittadinanza, per modo che il
concetto di _Exercitus Romanus_ fu pari a quello di _Senatus Populusque
Romanus_, e, come tale, ebbe grandissima importanza nell’elezione dei
Papi[556].

Il pari sistema di corporazione si estese in tutte le classi della
cittadinanza romana, e, quantunque nei documenti di questo nostro
periodo non si faccia speciale menzione di altre associazioni oltre a
quelle dei militi, dei _Peregrini_, dei notai e dei cantori pontificî,
è tuttavia fuor di dubbio che altre ve ne aveva. Esistevano allora
delle corporazioni di notai ossiano tabellioni (_schola forensium_ in
Ravenna), ed altresì di medici, di operai, di mercanti e di artigiani
di ogni qualità. Queste corporazioni, che dalla professione cui
esercitavano erano appellate anche _artes_, avevano loro statuti ossia
_pacta_; quando entravano nell’unione, i socî pagavano una moneta
determinata, e giuravano di adempiere alle regole della maestranza. Un
_Prior_, ossia _Primicerius_, governava le faccende dell’associazione,
vigilava affinchè le norme dello statuto fossero adempiute, e
rappresentava la maestranza nei rapporti collo Stato, cui pagavasi un
tributo per il privilegio che accordava[557]. Lo scrigno del sodalizio
dispensava sovvenzioni, provvedeva a soccorrere gli infermi ed i poveri
della _Schola_ e a dar sepoltura ai socî defunti, sovveniva alle spese
del luogo dell’adunanza e dei banchetti festivi, come avveniva in
antico. E può darsi che, nella generalità, le corporazioni del secolo
ottavo fossero assai somiglianti ai sodalizî del vecchio tempo. Ogni
associazione aveva la sua chiesa o cappella, il suo cimitero, ed anche
i suoi patroni celesti, come un tempo i collegî degli antichi Romani
avevano avuto divinità loro proprie[558].

Fra queste corporazioni dei cittadini di Roma esistevano anche le
Scuole degli stranieri (_Scholae peregrinorum_) separate fra sè;
ed esse danno un sembiante di alta rilevanza alla vita della Città,
perocchè in mezzo a quella barbarie di tempi rappresentino l’impronta
cosmopolitica che sulla faccia di Roma aveva stampato l’opera della
Chiesa. L’antichissima di quelle colonie di stranieri era la scuola,
ossia comunità, degli Israeliti. Per lunghi secoli una tenebra
oscura ne ricopre le sorti; chè, dopo di Teodorico il quale ne fu
proteggitore, per gran tempo di loro non si fa pur motto: tuttavia
la comunità continuava ad esistere nel Transtevere, e ci sarà data
occasione di trovare ivi più di sovente la loro Sinagoga durante il
successivo medio evo[559]. Per lo contrario, occorre spesse volte
menzione della _Schola Graecorum_; e sappiamo omai che il luogo di
questa colonia era posto a santa Maria _in Cosmedin_. Esistevano poi in
Roma anche dei conventi greci.

Eranvi altresì quattro colonie di _Peregrini_ di nazione germanica;
chè Sassoni e Franchi, Longobardi e Frisoni avevano tutti dimora
nella regione del Vaticano[560]. La più antica era la Scuola degli
Anglosassoni, fondata da re Ina, il quale era venuto a Roma nell’anno
727. Qui egli poneva un istituto destinato alla istruzione cattolica
di principi e di preti d’Inghilterra, ed edificava per i pellegrini del
suo paese una chiesa, la quale in pari tempo doveva servire a cimitero
di quelli tra loro che in Roma fossero morti: precisamente per questa
ragione era scelto il santo suolo del Vaticano a fondarvi di tali
istituti per gli stranieri. Ad ogni anno facevasi maggiore l’accorrenza
di Germani che peregrinavano a Roma; questi uomini, per lo più
angustiati da gravissima povertà, venivano dal settentrione valicando
mari, fiumi e montagne, passando attraverso paesi selvaggi e nemici,
superando fatiche infinite, e finalmente giungevano al san Pietro, dove
con fervida pietà scioglievano loro preci sulla tomba dell’Apostolo.
I disagi e gli stenti, il clima inusato, l’insolita maniera di vita,
traevano molti di loro a morte, ed allora ricevevano sepoltura nel
Vaticano, nella santa terra dei Martiri. Affine di costituire un
reddito con cui si mantenesse la sua fondazione, Ina ordinava il
così appellato scotto di Roma, ossia il pagamento di un denaro, che
ogni focolare del suo reame del Westsex doveva contribuire a san
Pietro[561]. L’istituto ottenne ampliazione da Offa di Mercia, allorchè
questi venne a Roma nell’anno 794, per farvi penitenza di un suo
delitto di sangue. Anch’egli indisse il denaro di san Pietro in dote
di quella fondazione; e vi aggiunse uno xenodochio, da cui, nell’anno
1204, ebbe origine l’Ospitale di Santo Spirito, il cui nome si trasfuse
anche alla chiesa di Ina[562]. Tutto il quartiere, dove questa chiesa
si elevava, ebbe nel medio evo nome di _Vicus_ ossia _Burgus Saxonum_,
di _Saxonia_, oppure, nella bocca del popolo, di _Sassia_[563].

In quei pressi esisteva pure la chiesa dei Frisoni, che oggidì tuttavia
s’appella san Michele _in Sassia_. Pellegrini di quella nazione, ch’era
stata già convertita da Willibrod e da Bonifacio, venivano a Roma;
si univano ad essi dei Sassoni battezzati, e fondavano un ospizio ed
edificavano la chiesa di san Michele _in Sassia_[564]. Sorse essa nel
secolo nono, al tempo di papa Leone IV, sopra un colle che nel medio
evo ebbe nome di _Mons Palatiolus_[565].

Può darsi che allo stesso tempo appartenga la fondazione della Scuola
dei Franchi. La loro colonia deve essere stata assai ragguardevole,
perocchè, dal tempo di Pipino in poi, le strette e vive relazioni
che correvano fra i Re franchi e Roma, traessero dalla loro contrada
alla Città moltissimi pellegrini, e molti Franchi già vi ponessero
dimora. La loro chiesa sorgeva dallo stesso lato del quartiere
Vaticano, e chiamavasi san Salvatore _in Macello_, o, più tardi, «del
Torrione» da una grande torre rotonda che è vicina all’odierna «Porta
de’ Cavalleggieri.» Essa pure ebbe destinazione di cimitero per i
pellegrini[566].

Anche i Longobardi avevano loro residenza nel territorio Vaticano, sia
che ve l’avessero posta già da tempo antico, sia che la fondassero
soltanto dopo la morte di Desiderio; ed in vero la loro Scuola si
menziona per la prima volta nella biografia di Leone III, e del loro
ospizio di pellegrini si fa cenno soltanto al tempo di Leone IV,
allorchè un incendio distrusse il quartiere dei Sassoni[567]. La chiesa
dei Longobardi dev’essere stata quella di santa Maria _in Campo Santo_
ovvero di _S. Salvator de Ossibus_: anche qui la principalità era un
cimitero posto nel santo suolo Vaticano[568].


§ 2.

Reggimento civile della città di Roma. — Non esiste più Senato. — I
Consoli. — Gli officiali della Città. — La nobiltà. — Amministrazione
della giustizia. — Il Prefetto della Città. — La corte pontificia. — I
sette ministri del Palazzo, e gli altri officiali della casa papale.

Mentre la cognizione nostra dello stato in cui era il popolo romano
a quel tempo, si restringe in generale a ciò solo, di discernervi
l’esistenza di un organamento militare e civile sul fondamento delle
corporazioni, incertezze ancor più gravi ci occorrono per ciò che
riguarda la costituzione municipale e il reggimento civile della
Città. Pochissimi documenti soltanto del primo secolo che succedette a
Gregorio magno, giunsero fino a noi; e ciò che si raccoglie da essi e
dalle considerazioni dei Cronisti, ci offre dei risultamenti d’indole
anzi negativa che positiva.

L’antico Senato romano non era più. Dopo l’anno 579, non v’ha Scrittore
greco o romano che ne parli, e questo silenzio ci apprende che esso
s’era estinto, appunto così come lo ha detto Agnello di Ravenna.
Solamente dopo l’anno 757, l’antico nome di Senato torna parecchie
volte a galla. Lo abbiamo veduto per la prima volta nella epistola che
il popolo romano indirizzava a Pipino, dopo l’elezione di papa Paolo
I. Sono i Romani stessi che vi sottoscrivono col nome di Senato, ed
anzi manifestamente vi troviamo inserta la formula antica di _Senatus
Populusque Romanus_; unicamente il senso è diverso, ed i sostenitori
della opinione che il Senato in quei secoli continuasse ad esistere,
non ritraggono da questo fatto che un sostegno apparente. Del resto,
nessun’altra età era stata mai fin adesso così acconcia a far rivivere
la ricordanza delle istituzioni antiche dei Romani, al paro di questo
tempo, in cui la Città si sottraeva alla dominazione bizantina e
ricominciava a sentirsi principe di alcune province. Così sorse
novellamente il Senato, ma soltanto di nome e di memorie. Le potenti
famiglie nobili che tenevano i primi officî nella Chiesa, nell’esercito
e nel reggimento cittadino, ed avevano titolo di Duci, di Conti, di
Tribuni e di Consoli, si sollevavano adesso con piglio risoluto da vera
aristocrazia di Roma, che contro ai Papi diventava formidabile. Sono
soltanto questi ottimati, ossiano _Judices de Militia_, che pretendono
a favor loro il nome insigne di _Senatus_[569].

Se il Senato avesse continuato ad esistere come collegio, non v’ha
dubbio che troveremmo adoperato il titolo di Senatore; di esso invece
non si rinviene traccia in qualsiasi documento di questi secoli, e le
lettere dei Papi parlano di ottimati, ma non di Senatori. Oltracciò,
se un Senato avesse solamente, come parte eletta, rappresentato in
generale l’aristocrazia, oppure avesse fatto corteo al Papa come
collegio consultivo nelle bisogne politiche, noi vedremmo Senatori far
mostra di sè ogni qual volta si trattasse delle più importanti faccende
di Roma, nella elezione dei Pontefici e nei negozî che trattavansi
colle corti di Pavia, di Francia e di Bisanzio. Ma, come al tempo di
Gregorio, così nel secolo ottavo non se ne fa mai pur cenno. Fra i
legati dei Papi alle corti dei Principi, fra i loro plenipotenziarî
inviati a ricevere la tradizione di città, o a determinare i confini
dei paesi, non troviamo altro che Abati e Vescovi, e maggiori
officiali di palazzo, come erano il _Primicerius_ dei notai, il
_Saccellarius_ e il _Nomenculator_, e, di quando in quando, qualche
Duce: fra le comitive finalmente che seguivano i Pontefici nei
viaggi che imprendevano per gravi faccende publiche, oltre ai cherici
troviamo soltanto ottimati della milizia; e nelle instanze che i Papi
indirizzavano in nome di tutti gli ordini della cittadinanza romana
per ottenere soccorsi, non accade mai che sia fatta menzione di un
Senato[570].

Ei si conviene conchiudere pertanto che il Senato romano, nella forma
che aveva in antico, s’era pienamente estinto; nè havvi alcun documento
che confermi l’opinione di coloro, i quali reputano che nel secolo
ottavo si fosse conservato per lo meno in forma di Curia cittadina,
ossia come collegio dei Decurioni. Il gran numero di Consoli che già
nel secolo ottavo, e assai più nei secoli posteriori, si riscontra
nei documenti di Roma, ha indotto alcuni illustri eruditi a scorgere
in quelli i Decurioni, ossiano i presidi del Senato, e a foggiarsi
così un collegio cittadino, cui diedero il nome di _Consulare_[571].
Ma dal titolo di Console non è lecito in alcun modo di argomentare
che a questa età un istituto di tal fatta in Roma esistesse; ed in
generale, non qui soltanto, ma a Ravenna, a Napoli, a Venezia, persino
nell’Istria, ancor durante il secolo sesto ed il settimo, quel titolo
era usato dispensarsi dall’Imperatore per concessione graziosa o per
denaro, e, dopo la prima metà del secolo ottavo, probabilmente anche
il Papa lo elargiva. Quanto più raro si faceva il titolo di Patrizio,
tanto più largamente diffuso era quello di Console, così che alla fine
diventava anche privo di valore. Vedemmo che il titolo di Patrizio
per l’ultima volta fu attribuito nell’anno 743, a Stefano duce, cui
Zaccaria affidò il governo della Città, quand’egli andò a Liutprando;
dappoi fu dato solamente a Pipino ed a Carlo, per significare la
loro autorità di difensori e il loro grado di giurisdizione suprema.
Ma i Romani serbarono per sè il titolo di Console, tradizione dei
loro padri; gli ottimati se ne fregiarono col predicato consueto di
_Eminentissimus_; ed è probabile che, parimenti come la dignità di
Duce, eglino ai loro figliuoli lo tramandassero in retaggio, tanto
diffusamente lo si trova adoperato fra gli uomini nobili romani[572].
Parecchie volte, così in Roma che in Napoli, quel titolo comparisce
associato a quello di Duce, ed è quest’ultimo, non il primo, che
insignisce di illustre dignità la persona che lo porta[573]. E
così frequente indi diventò, che nel secolo nono incominciarono a
ornarsene tutti coloro che tenevano publici officî, segnatamente
quelli di giudice. Divenne titolo officiale, così che si trovano
accoppiati _consul et tabellio, consul et magister censi, consul et
memorialis_; e nel secolo nono perfino occorre abbatterci in _consul et
negotiator_[574].

Durante la dominazione bizantina, ai più elevati officî della
magistratura giudiziaria e ai maggiori ministeri del reggimento,
eleggeva in modo diretto l’Esarca; egli vi spediva il Duce da generale
dell’esercito e da governatore di Roma e del Ducato; vi mandava inoltre
i suoi _Judices_ «perchè governassero la Città»: dobbiamo intendere
ch’eglino fossero giudici veri e proprî, ed in pari tempo officiali
dell’erario, sottoposti al Duce, come a reggitore supremo, oppure,
in ultimo appello, al Prefetto d’Italia. Ma allorquando, più tardi,
i Papi diventarono signori, ossia Patrizî, dell’Esarcato e di Roma,
diedero opera eglino stessi ad eleggere questi officiali di governo; e
a Ravenna e nella Pentapoli mandarono i loro _Actores_, ossiano veri
officiali della amministrazione, ai quali, sotto parecchi titoli,
competeva eziandio autorità di giudici. E devesi accogliere senza
dubbiezza che anche in Roma i Pontefici eleggessero i magistrati
supremi, i giudici, il Prefetto della Città, i capitani dell’esercito.
Dopocchè l’officio di Duce di Roma, quale ancor rinvenimmo nell’anno
743, si fu spento, il Papa tenne sè medesimo in conto di governatore di
Roma. Perciò, noi vi troviamo soltanto dei _Duces_, non più un _Dux_;
e questi officiali (onde talvolta si fa menzione durante l’ottavo
secolo), sono a considerarsi spesso, non già sempre, quai magistrati
cittadini. In generale, dopo di Pipino, il reggimento civile fu
tenuto da giudici e da officiali che obbedivano al Papa, come dapprima
avevano prestato soggezione all’Esarca di Bisanzio, che fungeva le veci
dell’Imperatore. Ma, ripetiamolo ancora una volta, sotto quest’autorità
territoriale del Pontefice, la città di Roma continuava ad essere
un Comune fornito di amministrazione autonoma, se anche non era
independente nell’ordine politico. Degli elementi della costituzione
civica, ita in pezzi colla caduta dello Stato, si erano conservati
alcuni germi, fecondi per il tempo avvenire, nella milizia, nelle
Scuole, nelle corporazioni: furono questi gli istituti più importanti
di quel periodo di transizione, che mette capo alla costituzione
municipale del medio evo.

Gli ottimati, ragguardevoli per officio, per istirpe e per ricchezza,
dominavano l’esercito del paro che il popolo, con loro grado di
patroni, di giudici, di capitani. Nel secolo ottavo si accentrava
in loro mani la influenza su tutte le cose di Roma, per guisa che la
storia della Città, più chiaramente di tutto il resto, mette in rilievo
una signoria aristocratica, che si associa all’istituto della milizia
ed alla gerarchia degli officiali publici. L’ordine degli ottimati per
certo non ci si presenta come una corporazione di famiglie patrizie
ereditarie, e, sebbene parecchi Romani potessero additare superbamente
fra i loro avi una lunga schiatta di Consoli e di Duci, tuttavia non
si ha ancora traccia alcuna delle famiglie gentilizie del più tardo
medio evo. Le stirpi antiche di Senatori e di uomini consolari s’erano
estinte; soltanto adesso di nuove se ne formavano; e dove incontriamo
degli ottimati, eglino ci appajono potenti per gli officî che tenevano
nella Chiesa e nella Republica, non per ragioni di loro famiglia.
Certo è che la loro potenza di _Judices de militia_ era ancor maggiore
allorquando, come fu il caso di Toto duce, possedevano larga estensione
di fondi ed erano signori di un gran numero di coloni. Poichè dunque
eglino s’erano appropriati tutti gli officî importanti, poichè alla
corte del Papa erano ministri suoi, nella milizia erano patroni e Duci
e Tribuni, negli ordini della giustizia erano giudici, ben è certo che
eglino tenevano anche il reggimento civico, e forse stavano sotto la
presidenza del Prefetto della Città. Ed invero, quantunque il Senato
avesse finito di esistere, non può supporsi che la Città fosse priva
di un magistrato che provvedesse ai negozî comunali, nè può credersi
che Roma mancasse di un consiglio della Comune, che sè stesso rendesse
completo. Giacchè dunque, dopo il secolo settimo, la salvezza della
independenza di Roma riposava unicamente nella virtù della milizia
cittadina, e giacchè soltanto l’organamento di essa dava ai cittadini
il sentimento della loro forza e la consapevolezza della esistenza
politica comune e dei diritti di questa, ne discendeva che i capitani
dell’esercito dovessero in pari tempo essere capi della cittadinanza
e comporre l’assemblea civica. La costituzione municipale di Roma in
quell’età non può reputarsi pertanto diversa da un ordinamento militare
oligarchico[575].

Ignoriamo peraltro qual fosse l’ordinamento del magistrato civico,
e rimangono affatto nascoste nel bujo le forme dell’amministrazione,
in fatto di censo e di azienda dei beni comunali[576]. A Roma non è
fatta menzione di nomi simili a quelli di _Defensor_, di _Curator_, di
_Principalis_, di _Pater Civitatis_; e soltanto qualche raro cenno di
altri titoli porgono i documenti dei notai e dei cancellieri civici.
Tali titoli antichi romani sono questi: _Chartularius et magister_,
ed anche _consul et magister censi urbis; exmemorialis urbis Romae;
Scriniarius et tabellio; Consul et tabellio urbis Romae_[577]. I
_Chartularii_ sono, così ei sembra, appellati con menzione onorifica
nell’epistola di Stefano a Pipino; vengono dopo dei DUCES, e prima dei
COMITES e dei TRIBUNI: erano officiali dell’amministrazione cittadina,
che il Papa talvolta adoperava in suo servizio con ministero di
giudici. Al tempo di Stefano III, uno degli uomini più possenti di Roma
era Grazioso, «allora Cartulario, indi Duce,» laonde si pare che egli
era salito da un officio cittadino minore ad uno più elevato[578].
Per ciò finalmente che concerne il modo ond’erano in questo periodo
costituiti i tribunali ordinarî, è questo argomento di incertezza non
meno grave, poichè associate erano le bisogne dell’amministrazione con
quelle della giustizia, e gli officiali degli ordini più disparati
potevano essere deputati, d’arbitrio del Papa, a tenere le veci di
scabini nei giudizî. Ei si pare pertanto che l’organamento nelle cose
della giustizia fosse involto in grave confusione; questo solo sappiamo
che il Prefetto della Città era tuttavia giudice criminale supremo,
simile al _Consularis_ di Ravenna, e che il Papa stesso denunciava
al suo tribunale i delinquenti più gravi. Del resto, ad ora ad ora
per mandato del Pontefice, si trovano nei tribunali sedere Consoli,
Duci, Cartularî e Giudici del Palazzo; ma tutto il resto è oscuro,
perocchè non possiamo riferire al secolo ottavo gli istituti d’ordine
giudiziario che sorsero più tardi, e cioè quelli di duplice natura, di
Palazzo imperiale e del pontificio[579]. Ciò di cui non v’ha dubbio si
è, che l’antico ordinamento dei tribunali era cessato insieme colla
costituzione cittadina antica; che ai ministeri di giudice, spesso
riuniti con quelli di officiali amministrativi, eleggeva il Pontefice;
e che l’autorità giudiziaria si associava a certe dignità e a certi
officî, per modo che il Duce, il Conte o il Tribuno erano in pari tempo
giudici effettivi nell’ordine gerarchico che loro era proprio.

Notizie assai più chiare possediamo invece rispetto al reggimento
della corte pontificia, il quale si collega assai strettamente ai
negozî della Città. Nel corso del tempo, il Palazzo lateranense
stava veramente a capo della Città, ed era divenuto sede di tutto
il governo ecclesiastico. Figurava da simbolo dei contrasti che
s’agitavano nel Papato stesso; nella medesima cerchia degli edifizî
assieme congiunti della casa pontificia si provvedeva alle necessità
ecclesiastiche di tutte le province della Cristianità, si fornivano
di minestra i poverelli, si amministrava la giustizia, e si esigevano
i tributi. Nel Laterano si accoglievano il concetto d’ordinamento e
le norme del palazzo imperiale; e dalla corte bizantina si toglieva
ad esemplare il rigido organamento di gerarchia degli officiali, ed
il rito ceremoniale, introducendovi peraltro delle modificazioni a
foggia papale. Nel secolo ottavo il Papa era circondato da un vero
consiglio di ministri. Se ne trovano gli inizî fino dal sesto secolo,
ma la sua importanza comincia soltanto dalla fondazione dello Stato
della Chiesa. Come avveniva dei notaî e dei diaconi regionali, che fino
dall’antichità erano ripartiti nelle sette regioni ecclesiastiche,
parimente anche nel ministero pontificio compare il numero di sette.
Quei ministri erano il _Primicerius_ e il _Secundicerius_ dei notai,
l’_Arcarius_, il _Saccellarius_, il _Protoscriniarius_, il _Primus
defensor_ e il _Nomenculator_. Quantunque fossero cherici, questi
officiali, a causa dei loro rapporti temporali, non potevano salire
alle dignità ecclesiastiche, ma rimanevano nell’ordine dei suddiaconi.
Peraltro, la loro importanza superava quella di tutti i Vescovi e
dei Cardinali, perocchè eglino fossero i ministri maggiori del Papa,
in loro mani risiedesse il potere esecutivo, e nel fatto da loro
dipendesse puranco la elezione del Pontefice. E poichè l’opera loro
li poneva in relazioni con tutte le classi del popolo, ne conseguivano
eglino influenza onnipossente.

Seguendo l’ordinamento del palazzo bizantino, in cui tutti gli
officiali di corte si ripartivano in Scuole, i ministri pontificî
compaiono anzi tutto come capi delle corporazioni dei notai. Fra loro
teneva primo luogo il Primicerio dei notai, del cui officio è diggià
fatta menzione in sulla metà del secolo quarto. Nell’origine, esso
era stato il capo dei sette notai delle regioni, che, dopo il tempo
di Costantino, avevano avuto la sopravveglianza dello _Scrinium_,
ossia della cancelleria. Conformemente allo stato suo, era egli il
primo ministro, ossia secretario di Stato, del Papa; non soltanto
nella vacanza della sede ne fungeva le veci in società coll’Arciprete
e coll’Arcidiacono, ma in quella evenienza reggeva egli propriamente
la somma delle cose di governo. Allato a sè aveva il Secondicerio,
o sottosegretario di Stato, e questi due ministri erano insigniti
della più potente dignità che fosse in Roma. In tutte le occorrenze
solenni e nelle processioni conducevano il Papa per mano, ed avevano
la precedenza sui Vescovi. Sembra, così dice il frammento di una
scrittura appartenente a’ tempi posteriori la quale tratta dei giudici
del Palazzo, sembra che eglino governino da socî dell’Imperatore,
perocchè non v’abbia cosa importante che senza di loro questi possa
operare[580]. Perciò i più ragguardevoli degli ottimati, ed eziandio i
nipoti del Papa, ambivano lo splendore di questi officî, e troviamo che
Consoli e Duci salivano al Primiceriato come a dignità più elevata o
massima[581].

Nell’_Arcarius_, ossia custode del Tesoro, può ravvisarsi il ministro
delle finanze; il _Saccellarius_, ovvero maestro degli stipendî,
provvedeva a pagare colla moneta del publico erario il soldo della
milizia, le elemosine dei poverelli, i donativi (_Presbyteria_) che
facevansi al clero. Questi officiali delle finanze, per necessità
delle cose, avevano, tratto tratto, ingerenza nell’amministrazione
del patrimonio civico, perocchè tutti i tributi dovuti al fisco, le
gabelle delle porte, i pedaggi dei ponti e le imposte, stessero sotto
il reggimento dell’Arcario, e ne facesse riscossione la tesoreria
pontificia[582].

Il _Protoscriniarius_ aveva suo nome dallo _Scrinium_ che esisteva
nel Laterano, presso cui avevano loro officio gli _Scriniarii_, che
erano secretarî della cancelleria pontificia, ossiano _Tabelliones_,
avvegnachè fosse loro ministero di scrivere le epistole e i decreti
dei Papi, e di dare lettura degli Atti dei Sinodi. Capo della loro
Scuola era il Protoscriniario, cui consegnavansi i decreti innanzi che
passassero al Primicerio perchè questi li convalidasse[583].

Per ordine di officio succedeva il _Primus Defensor_ ossia
Primicerio dei Difensori, ai quali presiedeva. Anche questi
cherici, posteriormente al tempo di Gregorio magno, componevano un
collegio regionale: dapprima patrocinatori dei poveri, divennero
poi avvocati della Chiesa; e già al tempo di Gregorio, insieme con
notai e con suddiaconi, gli abbiamo visti provvedere da _Rectores_
all’amministrazione dei beni della Chiesa. Nelle mani del loro preside
riposava dunque l’amministrazione dei patrimonî; potrebbesi in esso
scorgere il ministro dell’agricoltura, ma non ciò solo, perocchè
alla sua competenza, per mezzo dei _Defensores_, si spettasse ogni
cosa che si riferiva ai diritti della Chiesa di contro allo Stato, di
contro ai Vescovi ed ai privati, e quanto concerneva le condizioni dei
coloni[584].

Ultimo in questa serie di officiali era il _Nomenculator_ o
_Adminiculator_, che era il proprio avvocato dei pupilli, delle
vedove, degli oppressi e dei prigionieri, ossia ministro degli affari
di grazia. A lui si rivolgevano tutti coloro che avevano da muovere
qualche instanza al Pontefice[585].

L’appellazione generale, con cui si denotavano nel secolo ottavo questi
sette officiali dello Stato ecclesiastico, era quella di _Judices de
clero_, per distinguerli dai _Judices de militia_, dai _Duces_, dai
_Consules_, dai _Chartularii_, dai _Magistri militum_, dai _Comites_
e dai _Tribuni_. Ma allorquando, dopo la restaurazione dell’Impero, il
Palazzo pontificio diventò altresì dignità palatina imperiale, queglino
ebbero in pari tempo duplice officio di ministri pontificî e imperiali,
ed assunsero titolo di _Judices Palatini_ ed anche di _Judices
ordinarii_, perocchè la loro giurisdizione fosse unita all’ufficio onde
avevano incarico: ma poichè erano cherici, non potevano essere giudici
nelle faccende criminali[586]. Nell’ottavo secolo avevano giurisdizione
soltanto nei ministeri che erano loro specialmente attribuiti, ma il
Pontefice li designava a varii officî giuridici. Massimamente usava di
loro nei negozî diplomatici, e gli adoperava nelle ambascerie; abbiamo
infatti trovato che erano forniti di questi incarichi il Primicerio
e il Secondicerio dei notai, il Primo Difensore, il Nomenculatore
e il Saccellario, però non mai, che sappiamo, l’Arcario e il
Protoscriniario.

Oltre a questi sette ministri, vi avevano degli altri ragguardevoli
officiali di Palazzo, che erano propriamente ministri della casa
del Papa, ed alla loro volta di nuovo riunivano in Iscuole un gran
numero di officiali subalterni: tali erano il _Vicedominus_ ossia
maggiordomo, il _Cubicularius_ ossia cameriere, il _Vestiarius_ e
il _Bibliothecarius_. Il _Vestiarius_, dopo i sette, aveva maggiore
potenza; e ottimati, che avevano titolo di Console e di Duce, non
disdegnavano quell’officio di corte[587]. Capo di una Scuola assai
numerosa, egli aveva la sopraintendenza non soltanto della preziosa
guardaroba, ma anche del tesoro dei beni della Chiesa e dei gioielli
che erano conservati nel _Vestiarium_ ossia sacristia. Che poi egli
fosse veramente anche giudice, si pare dalla bolla con cui Adriano,
nell’anno 772, conferiva in perpetuo al Priore del _Vestiarium_ la
giurisdizione nelle controversie che si agitavano fra il convento di
Farfa ed i sudditi della «Republica romana», fossero eglino abitanti
di Roma o di altre città, liberi o servi, uomini di clero o di
milizia[588]. Trovasi inoltre il titolo di un _Superista_ di Palazzo,
la cui dignità, al tempo di Adriano, era congiunta all’officio di
_Cubicularius_, e, all’età di Leone IV, perfino con quello di Maestro
dei militi; laonde ci sembra che fosse un officio tutto laicale, forse
quello che, nel significato antico, era attribuito al _Curopalata_:
corrispondeva a sacrestano, e, unitamente ad altri incarichi,
comprendeva anche la sopravveglianza che esercitava sugli officiali
della famiglia pontificia[589].

Tutti questi officiali del Palazzo, oltre ai sette ministri, avevano
qualità non soltanto di _Judices_, ma anche di _Primates et Proceres
Cleri_ (quello che è oggidì la Prelatura), ai quali noi aggiungiamo
anche i _Defensores_, i suddiaconi e i notai regionali[590]. Allorchè
questi uomini tornavano a Roma dai remoti patrimonî di Sardegna e di
Corsica, dalle Alpi Cozie, e, in tempi anteriori, dalle Calabrie e
di Sicilia, può darsi che eglino fossero meno ricchi, ma non già che
vi godessero minor estimazione di quella ond’erano stati riveriti i
Pretori e i Presidi, che Roma antica aveva un tempo mandato a reggere
le province: a buon dritto eglino entravano fra’ Primati della Chiesa,
e, in ricompensa, aspettavano di essere chiamati ad uno dei ministeri
di Palazzo. Del rimanente, nè Cardinali, nè Vescovi appartenevano ai
_Judices de clero_, ma questo titolo denotava soltanto gli anzidetti
officiali di Palazzo: per tal guisa abbiamo innanzi a noi una nobiltà
clericale di duplice natura, perocchè essa si associasse in pari
tempo alla Chiesa ed all’ordine degli ottimati laicali. Ed anche per
essa, come pei maggiorenti del ceto puramente laico, si scorge che la
potenza derivava dalla gerarchia degli officî onde quella nobiltà era
insignita.


§ 3.

Istituti nelle altre città. — _Duces._ — _Tribuni._ — _Comites._ — Del
Ducato romano e dei suoi confini. — La Tuscia romana. — La Campania. —
La Sabina. — L’Umbria.

Per giungere alla conchiusione di questo Capitolo, ci occorre di
rivolgere uno sguardo alle istituzioni che avevano vigore nelle altre
città soggette al Pontefice, ed in ispecialità d’indagare l’estensione
che si aveva il Ducato di Roma. Nei luoghi minori, al paro che nei
maggiori, il nerbo della cittadinanza s’era raccolto in un organamento
militare[591]. La costituzione antica della Curia s’era estinta, e gli
officiali maggiori nelle cose della giustizia, dell’amministrazione
e della milizia erano confermati o eletti dal Papa. Poichè dominava
l’ordinamento militare, i governatori delle città e delle castella,
a preferenza di altri, avevano titoli che significavano officî di
origine militare; tali erano quelli di _Duces_, di _Tribuni_ e talvolta
di _Comites_. Ma le nominazioni sono incerte, e per gli officiali
pontificî di governo è usato in generale anche il nome di _Actores_,
con cui sono appellati perfino dei conti Franchi[592]. Fra loro si
comprendevano anche i giudici in senso proprio, perocchè Adriano,
nella sua epistola indiritta a Carlo, espressamente dica, che il suo
predecessore aveva mandato a Ravenna, in qualità di _Judices_, il prete
Filippo ed Eustachio duce, «acciocchè rendessero giustizia a tutti
coloro che pativano violenza»[593]. Siffatta ripartizione di governo
fra un prete e un Duce, potrebbe significare che quest’ultimo fosse
incaricato soltanto dei negozî militari, se non avessimo di già veduto
che ai _Duces_ manifestamente s’attribuiva autorità di giudici oltre
alla podestà militare[594]. Si tenne credenza che il reggimento supremo
nelle maggiori città tenessero i _Duces_, nelle minori i _Comites_;
peraltro questa opinione non sempre puossi convalidare con prove. Al
tempo della signoria dei Greci e dei Longobardi, i _Duces_ avevano
autorità di comando nelle grandi città; ancora nell’ottavo secolo
noi li troviamo a Venezia, a Napoli, a Fermo, ad Osimo, ad Ancona,
a Ferrara, senza dire di Spoleto e di Benevento. Quei Duci erano in
pari tempo reggitori di tutto il territorio annesso alle città, e
pertanto si tentò di denotarli col nome di _majores_, per distinguerli
dai _minores_ che non avevano autorità così estesa[595]: infatti il
titolo di _Dux_ non si incontra meno frequentemente, massime dopo il
secolo ottavo, di quello di _Consul_; laonde non è possibil cosa che
tutti coloro che ne erano fregiati stessero a capo del reggimento in
una città. Nel generale, l’opinione che soltanto le città maggiori
abbiano avuto dei _Duces_ può sostenersi per bene, dappoichè nel secolo
ottavo non possiamo rinvenire neppur un sol uomo che nel territorio
di Roma avesse podestà di vero _Dux_ di una città. Può essere che
Toto fosse duce di Nepi, ma certo non è; egli uccise Gregorio duce,
che alla sua usurpazione si opponeva, ma non sappiamo altro se non
che questi abitava nel Lazio. Senza dubbio, Gregorio reggeva tutta
la terra della Campania per conto della Chiesa e con titolo di suo
_Dux_; avvegnachè, dopo la fine del Ducato bizantino debba essersi
costituito un organamento novello delle province che allora erano
divenute pontificie: e il Papa mandava dei Duci eziandio nelle terre
della Campania, come più tardi ne spedì nella Sabina[596]. Anche in
Roma parecchie volte è fatta parola di _Duces_, ma nemmeno uno di essi
si rivela governatore di qualche città; nè sappiamo se mai alcuno di
loro, fatta eccezione del solo Eustachio, neppur tempo prima, lo fosse
stato[597]. Può essere benissimo che fossero o generali, o ministri
di Palazzo, o giudici, e che fossero adoperati in isvariate faccende
politiche. È possibile cosa che il loro titolo, associato al predicato
di _Gloriosus_, fosse venduto dal Papa, o largito in segno di onoranza,
o che fosse usurpato; e può darsi che, parimenti come il titolo
di Console, nel secolo ottavo fosse già divenuto ereditario nelle
famiglie. Fra i titoli di cui la vanità dei Romani in tutti i tempi
si fece bella, e dei quali oggidì ancora si adorna, fu il più ambito;
chè gli allettava di portare il nome di una dignità che era tenuta
dai Principi potenti di Spoleto e di Benevento e che apparteneva ai
governanti di Venezia e di Napoli.

Talvolta, nelle città delle province, si fa cenno di _Tribuni_ col
predicato di _Magnificus_. Gli abbiamo trovati in Alatri e in Anagni,
ma neppure a riguardo di essi si può sempre rilevare se siedessero al
governo delle Città, o se fossero capitani di milizia, o se ne avessero
il titolo per ragione di qualche altro officio[598]. Non rinveniamo
pur un Tribuno che fosse mandato dal Papa come legato o commissario,
là dove si trattava di affari di grave rilevanza. Anche in Roma sono
ristretti al loro officio militare, ma nel secolo settimo sono talvolta
mandati a Ravenna, rappresentanti dell’esercito, affine di recarvi
all’Esarca, in compagnia di cherici, gli Atti della elezione papale.

Eguale incertezza si oppone finalmente anche per quel che concerne i
_Comites_. Di uno solo infatti è provato che fosse a capo del governo
di una città; fu egli un Domenico, che Adriano nell’anno 775 elesse a
_Comes_ della piccola terra di _Gabellum_[599]. Quindi puossi a ragione
conchiudere che il reggimento di altre castella fosse affidato a di
questi _Comites_, con autorità nelle cose civili e militari. Talfiata
si fa cenno di loro come di possessori di terre, o di fittavoli di
patrimonî, ed è pertanto facile che fossero officiali della milizia di
Roma[600].

Porremo fine a queste ricerche, coll’indagine dei limiti geografici
che s’aveva il territorio di Roma, ossia quello che, ancora di questo
tempo, appellavasi _Ducatus Romanus_. Abbiamo differito fin qui a
farlo, perchè non poteva essere determinata con certezza l’epoca
in cui la costituzione del Ducato avvenne, perchè posteriormente ne
variarono i confini, perchè finalmente soltanto dopo la prima metà del
secolo ottavo si riesce a fissarne l’estensione di paese con bastante
precisione. Ancora nel documento di donazione di Lodovico il Pio quel
territorio è denotato col nome di _Ducatus_; peraltro, verso la metà
del secolo ottavo, abbiamo di già veduto i Papi pretendere a favore
di esso il nome di _Respublica Romana_ o _Romanorum_, per modo che
fu tenuto in conto di terra su cui l’Impero occidentale posava i suoi
titoli.

Con partizione assegnata da natura, il territorio di Roma era, com’è
oggidì, diviso dal Tevere in due grandi tratti di paese; l’uno, la
Tuscia formata delle terre che stanno sulla sponda destra; l’altro,
la Campania che è composta delle terre a sinistra del fiume. Di qua
e di là ne era base il mare, e si prolungava incirca dalla foce del
fiume Marta fin oltre il fiume Astura, verso il capo di Circe. Dal lato
di nord-est, entro terra, si stendeva un terzo tratto di territorio,
che comprendeva alcune parti delle Umbrie e della Sabina. In generale
dunque erano confine il mare, il rimanente di Tuscia (detta _ducalis_
ed anche _regalis_), e i ducati di Benevento e di Spoleto[601].

La Tuscia romana comprendeva le terre rinserrate fra questi limiti: da
una parte il confine era formato dal mare che si stendeva dal braccio
destro del Tevere, dove era Porto, fino alla foce della Marta; di lì
per altra parte, la linea del confine poteva tracciarsi per Tolfa, per
Bleda, per Viterbo fino a Bomarzo (_Polimartium_) dove raggiungeva il
Tevere; quinci finalmente il fiume, piegando in arco e scorrendo di
nuovo fino al mare, chiudeva con limite naturale la Tuscia. Dal lato
di settentrione le vie Flaminia, Cassia e Claudia attraversavano il
paese tosco, e lunghesso il mare lo percorreva la via Aurelia. I nomi
delle strade, non mutati dagli antichi, trovansi di sovente in questa
età; soltanto che talora, in luogo di Claudia, la via si appellava
Clodia, e sembra che già allora la Flaminia si denotasse per via
Campana[602]. Terre di Tuscia erano queste: _Portus, Centumcellae,
Caere_ (che è l’odierna Cervetri), _Neopyrgi, Cornietum, Tarquinii,
Maturanum, Bleda, Vetralla, Orchianum, Polimartium, Oriolum (vetus
Forum Claudii), Bracenum, Nepet, Sutrium_; e dalla destra sponda del
Tevere: _Horta, Castellum Gallesii_ (Fescennia), _Faleria, Aquaviva,
Vegentum_ (in ruine), e _Silva Candida_[603]. Viterbo era città di
confine della Tuscia longobarda, e Perugia formava un ducato a parte.
Nel secolo ottavo, Centumcellae era ancora porto di mare, e Nepe città
di provincia considerevole. Quasi tutti quei luoghi stavano da sede di
Vescovi[604].

Il Tevere disgiungeva la Tuscia dalla Campania. Duranti i tempi
antichi, Campania era detto in generale quel paese che si stendeva
da Roma fino al fiume Silari nella Lucania, e di cui Capua era la
capitale[605]. Peraltro, in senso più ristretto, la Campania romana
giungeva soltanto fino al torrente Liri ed al capo di Circe. Cosiffatto
territorio veramente era il _Latium_, ma, dopo di Costantino magno,
a vece di un tal nome, assumeva l’appellazione di _Campania_, come
l’avemmo trovata in molti luoghi del Libro Pontificale. I monti
Volsci e il solitario vulcano di Albano dividono quel magnifico paese
in due territorî maggiori, che però nel secolo ottavo non avevano
ancora una designazione speciale e distinta. Il paese a settentrione
era attraversato dalla via Labicana; questa strada, come quella che
era la maggiore, e non la via Latina che correva parallela ad essa
per mettervi capo alla quarantesima pietra miliare in vicinanza di
_Compitum_, dava il nome all’intiero _Patrimonium_ di colà. La seconda
grande via, era la Appia, la quale attraversava la parte meridionale
della Campania cui confinava il mare fino a Terracina: era dessa che
dava il nome al _Patrimonium_ che ivi stava[606]. Duravano ancora
le vie romane minori, quali erano la Ostiense e la Ardeatina. Delle
antiche città, che esistevano in questo territorio meridionale oggidì
appellato la «Marittima», molte nel secolo ottavo erano scomparse
o fatte deserto: così avveniva di Ostia, di _Laurentum_ (oggi Torre
Paterno), di _Lavinium_ (oggidì Prattica), di Ardea, di _Aphrodisium_,
di Anzio, che, nominata al principio del secolo quinto, non compare più
fino all’ottavo, e di Astura, che, sebbene in quel periodo non compaia
più dell’altra, continuava peraltro ancor sempre ad esistere[607]. Non
troviamo in quei luoghi sede alcuna di Vescovi, se si eccettui Ostia.

La frontiera del Ducato si elevava rimpetto a Terracina, perocchè
questa città della Campania, al paro di Gaeta, appartenesse sempre
al Patriziato di Sicilia. Ma i confini romani sono da questo lato
assai incerti, e soltanto per l’idea che si andò diffondendo, dacchè
Procopio narrò che la Campania propriamente romana si prolungasse
fino a Terracina, noi supponiamo che fin qui giungesse anche il
Ducato[608]. È pur cosa meravigliosa che più tardi, nè il diploma di
Lodovico il Pio, nè quello di Ottone, facciano più parola di terra
alcuna dell’odierna Marittima; per Campania s’intende soltanto il
territorio settentrionale posto fra i monti Volsci e l’Apennino, e
non si fa pur motto della città vescovile di Albano, nè di quelle di
Velletri, di Cori e di _Trestabernae_. Se queste città spesse volte
sono, dopo di Gregorio, menzionate nella storia dei loro Vescovati,
mai di loro invece s’ode a parlare per rapporti politici. Questo
silenzio per la massima parte di quelle terre si riesce a spiegare;
per le altre forse è accidentale. Come mai infatti può credersi che
il Duca di Benevento, o quello di Spoleto, oppure il Patrizio di
Sicilia estendessero la loro signoria fino ad Albano, senza che tra
essi e Roma avvenissero dei conflitti al tempo della controversia
delle imagini? E di tai lotte per verità udimmo essersi combattute
presso Terracina, e, dal lato di settentrione, prossimamente a
Sora, ad Arce e ad altri luoghi sulla frontiera[609]. La mancanza di
storia dell’odierna Marittima in quei secoli si spiega per la niuna
importanza di quei luoghi, per il decadimento cui erano precipitati, e
massimamente per le desolate condizioni di quella marina e delle paludi
Pontine, da Velletri a Terracina. Al contrario, il territorio latino,
per suoi paesi ragguardevoli e per suo popolo robusto, nel corso dei
tempi diventava importante ognor più; ed era a preferenza appellato
col nome di Campania[610]. Giungeva fino al Liri[611], e comprendeva
le città vescovili di Preneste, di Anagni, di Alatri, di Verola,
di _Signia_, di _Patricum_, di _Ferentinum_ e di Frosinone, oggidì
ancora notevoli[612]. Sembra però che, al di là del Liri, il Ducato si
estendesse fino ad un incognito luogo detto _Horrea_; e già nel secolo
settimo ci avvenne di parlare delle città di confine, ch’erano Arpino,
Arce, Sora e Aquino, prese dai Longobardi, e sulle quali Adriano
moveva sue pretensioni. Pertanto ci riesce impossibile di stabilire con
esattezza quale fosse anche da questo lato la frontiera[613].

L’Anio segnava il limite della Campania romana da settentrione, e il
territorio che si stendeva al di là di quel fiume fino al Tevere era la
Sabina e l’Umbria. Il paese sabinate aveva per confini, da ponente il
Tevere, da mezzogiorno l’Anio, da settentrione i fiumi Nari e Velino,
da levante l’Abruzzo ulteriore. Esso pertanto confinava colla Tuscia
romana, donde lo divideva il Tevere, col Lazio ossia colla Campania,
da cui lo separava l’Anio, e coll’Umbria, dove il fiume Nari formava
il limite che lo rinserrava. Del resto, la parte maggiore della Sabina
era posseduta dal Duca di Spoleto, e il costui dominio si estendeva
dal torrente Allia fino alla quattordicesima pietra miliare fuor di
porta Salara, per Monte Rotondo (_Eretum_), per Farfa e per l’antica
_Cures_ fino al territorio reatino[614]. Al Ducato appartenevano
queste rinomate città: _Fidenae, Nomentum, Gabii, Asperio, Ocricolum_
e _Narnia_[615]. Alcune terre del Sabinate, e perfino alcune in
grande vicinanza di Roma, erano cadute a causa delle ripetute imprese
guerresche dei Duchi longobardi di Spoleto, oppure duravano soltanto in
ruina. Poco a poco discomparivano _Eretum, Crustumeria, Fidenae, Gabii,
Ficulea, Antemna_. Anche la antica e celebre _Cures_, la patria di Tito
Tazio, di Numa e di Anco Marzio, donde un tempo i Romani avevano tolto
nome di Quiriti, periva nell’età dei Longobardi, e, nel nome, perdurava
soltanto con un borghetto detto «Correse». _Nomentum_ sola, lungo la
via del suo nome, aveva ancor vita fino al secolo decimo come sede di
un Vescovo. Presso Narni il fiume Nari faceva da confine; dall’altra
sponda di esso incominciava l’Umbria, dove erano le città di Ameria
e di Todi (_Tuder_), le quali però, come abbiamo veduto, in fatto
di governo politico erano aggregate alla Tuscia romana. Tre strade
principali, che duravano con loro nomi antichi, attraversavano pur
sempre il territorio sabinate; la via Tiburtina, che dopo la vigesima
pietra miliare assumeva la appellazione di Valeria, e lungo il corso
dell’Anio proseguiva fino ad Alba; la Nomentana; e finalmente la via
Salara, in cui l’altra metteva capo al di sotto di _Nomentum_.




CAPITOLO SETTIMO.


§ 1.

Muore Adriano nell’anno 795. — Leone III è eletto papa. — Spedisce
un’ambasceria a Carlo, e questi conchiude un patto colla Chiesa. —
Significazione simbolica delle chiavi della tomba di san Pietro e del
vessillo di Roma. — Giurisdizione suprema esercitata da Carlo patrizio
in Roma. — Definizione dell’accordanza che esisteva fra la podestà
religiosa e la civile. — Musaici in santa Susanna. — Quadro a musaico
nel triclinio di Leone III.

Papa Adriano trapassava di vita nel giorno di Natale dell’anno 795,
dopo un reggimento glorioso che aveva durato ventitrè anni, dieci mesi
e diciassette giorni. La morte di lui afflisse Carlo profondamente.
Erano eglino i due uomini più potenti di quell’età; la sorte aveva
posto in mano di loro un grande còmpito; la consapevolezza di ciò e
la consuetudine di relazioni lunghe gli avevano legati d’amicizia.
Con Adriano e con Carlo s’era manifestata per la prima volta in
Occidente l’alleanza associata della Chiesa e dello Stato, che
sotto agli Imperatori bizantini erano stati ostilmente divisi l’una
dall’altro. La Chiesa romana s’era liberata dal giogo del Cesarismo
bizantino; divenuta adesso potestà indipendente, le era dato di
allearsi collo Stato occidentale che cresceva in bel fiore, e alla
testa del quale stavasi il Re dei Franchi. Carlo tributò onoranza
alla memoria dell’amico suo, con celebrazione di messe funerarie, con
largizioni di elemosine in tutte le province del suo reame, e con un
epitaffio che egli fece incidere a lettere d’oro sopra una tavola
di marmo, e fe’ collocare sulla tomba di Adriano nel san Pietro in
Roma. Quell’iscrizione dura oggidì ancora; la si mira nell’atrio della
basilica, a sinistra della porta maggiore d’ingresso, ed è infissa nel
muro, in alto della parete[616].

I Romani, con voce concorde, eleggevano papa il Cardinal prete di
santa Susanna, che era consecrato, addì 27 del mese di Dicembre, sotto
nome di Leone III. Siffatta prestezza di elezione ci fa comprendere
che il clero procedeva liberamente all’elezione, senza che influenza
d’altri il premesse. Il novello Papa, romano di nascita e figlio di
Azuppio, era stato educato fin dalla sua fanciullezza nel Laterano, e
di grado in grado era salito alle più eccelse dignità della Chiesa. Il
successore di Adriano, chiamato al seggio pontificio in tanta rilevanza
di tempi, non doveva essere uomo d’ingegno affatto comune.

Appena ei fu seduto sulla cattedra di Pietro, Leone significò al
Patrizio dei Romani la morte del suo predecessore, e il proprio
avvenimento al Pontificato. Quella lettera andò perduta; se avessimo
potuto leggerla, essa ci avrebbe risolto parecchie gravi dubbiezze sui
rapporti che esistevano fra Roma e il Patrizio, per ciò che spettava
alla elezione pontificia. Questa era avvenuta liberamente, ma gli
Atti di essa erano stati spediti al Re; laonde fu supposto che a lui
competesse, per diritto di patrizio, di dare accoglimento all’eletto,
almeno in questa forma di notificamento officiale. Alla sua lettera
Leone aggiungeva il donativo onorifico delle chiavi della tomba di
san Pietro, e vi univa altresì (simbolo fuor dell’ordine consueto)
la bandiera di Roma[617]. Nel tempo medesimo egli chiedeva che Carlo
spedisse uno dei suoi maggiorenti, affinchè ricevesse dal popolo
romano giuramento di fedeltà e di sudditanza: e questo fatto offre
dimostrazione irrepugnabile che Leone teneva il Re dei Franchi in conto
di signore supremo di Roma[618].

Carlo mandava allora a Roma, legato suo, Angilberto abate di san
Ricaro. Lo muniva di una ricca moneta che levava dal bottino fatto
sugli Unni e che destinava a san Pietro, e gli ordinava di raffermare
col succeditore di Adriano le relazioni che esistevano per forza di
pattuizioni colla Chiesa e con Roma: su di questo oggetto il Re gli
prefiniva la maniera onde comportarsi doveva. La lettera, che Carlo
scriveva a Leone, diceva dell’importante argomento: «Abbiamo dato
incarico ad Angilberto di conchiudere tutto ciò che parve cosa a noi
desiderata od anche bisognevole; per tal modo Voi con vicendevole
accordanza potrete statuire quello che necessario reputerete alla
esaltazione della Chiesa santa di Dio, o alla durata di Vostro Onore,
o al rassodamento del Patriziato nostro. Ed in vero, similmente
come io ebbi conchiuso col predecessore Vostro un patto di santa
paternità, così bramo di affermare con Voi una alleanza inviolabile,
di pari fede e di pari amore: possa io per tal guisa ottenere la
benedizione apostolica della Santità Vostra. Così per volontà del
Signore sia difesa dalla devozione nostra la sede della Chiesa romana,
ed avvenga che, coll’aiuto della dilezione divina, la Chiesa santa
di Dio sia d’ogni dove presidiata contro le invasioni dei pagani e
contro le devastazioni degli infedeli; difesa di fuori colla forza
delle armi, dentro protetta colla conservazione della fede cattolica.
A Voi si spetta, o santissimo Padre, di soccorrere alla nostra
cavalleria, protendendo alto le mani a Dio, siccome fece Mosè: affinchè
coll’intercessione Vostra la Cristianità, sotto la capitananza di Dio,
consegua sempre e dappertutto vittoria sugli inimici del santo suo
nome: così il nome del Signor nostro sia magnificato nell’universo
mondo[619].»

Da questa lettera non deriva che Carlo, come fu detto assai
impropriamente, pregasse il Papa di dargli confermazione del titolo di
patrizio; egli, per mezzo del suo legato, gli offeriva congratulazioni,
e desiderava che fosse dato un novello ordinamento al patto antico,
il quale tuttavia di diritto esisteva, ed aveva nel Patriziato
sua espressione giuridica. Sebbene quella lettera prefiggesse in
generale le relazioni tra il Papa ed il Patrizio dal lato delle
loro obligazioni, non vi erano statuiti i limiti dei loro diritti;
e tutto ciò che riguardava l’esercizio di essi, in riferimento alla
città di Roma ed alle province donate a san Pietro, Carlo determinava
nei precetti che oralmente impartiva al suo ministro. Egli aveva
ricevuto le chiavi del sepolcro e il vessillo di Roma, che erano i
segni coi quali per la prima volta, così vien detto, fu dato a Carlo
il _Dominium_ ossia _Imperium_: ei conviene pertanto che tentiamo di
definire la significazione di quei simboli. Narrano alcuni Cronisti
che nell’anno 800, prima ancora che in Oriente giungesse novella
dell’incoronazione di Carlo, alcuni monaci recassero a lui di
Gerusalemme dei simboli eguali. Il Patriarca di quella santa città
spediva a lui due frati dei conventi del monte Oliveto e di santo
Saba; eglino accompagnavano nel suo ritorno a Roma il prete Zaccaria,
che era andato, legato di Carlo, ad Harun Alraschid; e portavano
al Re «in segno di benedizione le chiavi del sepolcro del Signore e
della terra del Calvario insieme al vessillo[620].» È difficile cosa
che il Patriarca di una città pertinente al Califfo imaginasse di
attribuire al Re dei Franchi la signoria sopra di Gerusalemme; era
stato Harun stesso che al celebrato eroe dell’Occidente aveva concesso
la suprema tutela dei luoghi santissimi i quali erano stati culla
del Cristianesimo; e si era in conseguenza di questo patto che il
Patriarca, come dono ferace di benedizioni e come simboli di quella
signoria proteggitrice, spediva a Carlo la bandiera della Chiesa di
Gerusalemme e le chiavi delle terre sante, che ora si ponevano sotto
il protettorato di lui. Non sorse mai peraltro il concetto di un
patrizio di Gerusalemme, e Carlo ricevette quei segni di onoranza, come
guardiano protettore della santa città.

Le chiavi del sepolcro di Cristo e il vessillo di Gerusalemme danno
eccellente chiarimento di ciò che significassero anche le chiavi
della tomba del principe degli Apostoli e lo stendardo di Roma. Così
i primi che i secondi denotavano l’officio di tutela e la _Militia_
armata ond’era insignito Carlo, _defensor_ della religione cristiana.
Sennonchè la lontananza e la schiavitù in cui era tenuta Gerusalemme
rendevano assai difficile che Carlo la facesse da avvocato di quella
Chiesa, e il suo ufficio era simile ad uno _in partibus infidelium_,
laddove le condizioni in cui egli trovavasi con Roma erano ben
differenti, e gli eguali simboli avevano qui un valore efficacissimo.
Le chiavi d’oro della Confessione di san Pietro, poste in mano
di Carlo, non erano più soltanto un donativo onorifico di virtù
miracolosa, ma esprimevano la dimostrazione degli oblighi e dei diritti
che gli spettavano per patto, in riferimento alla Chiesa di Roma ed ai
possedimenti di essa. La custodia dell’adito per cui s’entrava nella
tomba dell’Apostolo (e questa era centro e fondamento della Chiesa)
fu affidata alle mani del Principe; parimente come san Pietro ed il
Pontefice tenevano le chiavi delle ragioni dogmatiche, re Carlo nella
ragione politica doveva essere custode delle chiavi e guardiano del
palladio della Chiesa romana, della tomba dell’Apostolo e di tutto
quello che si simboleggiava nella Confessione, ov’erano altresì
custodite le molte scritture di donazioni[621]. Di pari guisa, Carlo fu
tenuto in concetto eziandio di vessillifero della Chiesa.

Quantunque non v’abbia Cronista alcuno il quale narri che qualche
Papa anteriore a Leone III avesse mandato una bandiera in dono al
Patrizio dei Romani, è pur cosa probabile che ciò avvenisse. Infatti,
la iscrizione che esiste sopra una lapide di altare nel san Pietro
fa supporre che anche Adriano avesse di già mandato a Carlo il
vessillo; e che l’usanza di un simbolo siffatto non fosse avvenimento
fuor del consueto lo dimostra quanto dicemmo testè dello stendardo
di Gerusalemme. Ei sembra oltracciò che, ancor prima di questa età,
alcuni conventi dessero ai loro proteggitori una bandiera, in segno
di loro avvocazia armata; e ciò, dal secolo decimo in poi, venne più
frequentemente in costume[622]. Pertanto, se le chiavi erano segno che
denotava i doveri onorifici di Carlo, come di guardiano del sepolcro,
la bandiera era invece un attributo dei suoi diritti, e si spettava a
lui come a Patrizio o Duce dei Romani; il vessillo dell’esercito posto
in sua mano significava che a lui era affidata la _Militia_ di Roma,
laonde i Cronisti acconciamente appellano quel vessillo: «bandiera
della città di Roma», e sembrano avere con tale dizione affermato che
in quel simbolo tutto militare si esprimeva il voto dell’_Exercitus_
e del popolo di Roma, poichè questi da parte loro attribuivano in tal
guisa a Carlo l’officio di Duce e di capitano militare. Tuttavolta, non
è fatto pur motto che l’_Exercitus_ e gli ottimati di Roma prendessero
ingerenza officiale a dare quei distintivi a Carlo; del Senato romano,
involto in tenebra profondissima, si tace, e il legato Angilberto e
le lettere regali erano indiritti al solo Pontefice, senza che neppur
si volgesse il pensiero a qualsiasi corporazione cittadina, che
nei negoziati avesse potuto esprimere il suo voto. La città di Roma
obbediva allora al Papa; la sua milizia era ai servigi dell’Apostolo;
il suo vessillo era dal Pontefice affidato al _Miles Defensor_ della
Chiesa; e nei quadri si mira porgliela in pugno la mano stessa di san
Pietro. In questa età avveniva omai, che i concetti temporali e le idee
religiose si confondessero fra essi soverchiamente; e, parimenti come
il nome di _Respublica_, aveva un duplice significato, duplice puranco
era il simbolo espresso colla bandiera; il vessillo della città di
Roma ha valore altresì di stendardo della Chiesa e della Cristianità,
ed anzi massimamente dell’Impero, similmente come il labaro di
Costantino[623]. Il _Vexillum_ significa sempre principalmente il
duplice attributo di Carlo; quello di _Miles_ ossia di generale della
Chiesa (che nei tempi posteriori fu detto _Confalonerius Ecclesiae_),
ed in ispecialità l’altro di giudice supremo di Roma.

Di alta importanza, e fornito soltanto di diritti positivi, è il
Patriziato, a rassodare il quale per via di trattato, Angilberto doveva
or venire ad accordo con Leone. Era conseguenza di quest’officio che
il Papa richiedesse Carlo, affinchè uno dei suoi maggiorenti spedisse
a Roma per ricevervi giuramento di fedeltà e di sudditanza dal popolo
romano. Il Papa si affrettava di confermare la suprema autorità di
milizia e di giurisdizione che spettava al sire patrono, senza la cui
podestà, da tutti riverita, di giudicare e di punire, il Pontificato
sarebbe stato, perfino in Roma, indifeso. Infatti, poscia che era
avvenuta la usurpazione di Toto, i Papi avevano compreso che eglino non
avrebbero potuto serbare la signoria della Città e dei loro patrimonî,
se alle cose temporali non avessero preposta una podestà imperatoria,
cui i Romani avessero dovuto obbedire. Così il Patrizio ne ottenne
maggiore importanza; accanto al dovere di proteggere la Chiesa ei fe’
valere anche il suo diritto di esercitare giurisdizione suprema nelle
terre che alla Chiesa erano state donate, e nel Ducato che tacitamente
le era soggetto[624]. Alla caduta del reame longobardo, la cui corona
adesso si congiungeva a quella dei Franchi, Carlo pretendeva al titolo
di patrizio, manifestandone per la prima volta la consapevolezza di
tutti i suoi diritti. Se di quel titolo non aveva mai usato nei diplomi
anteriori all’anno 774, egli ebbe incominciato da questo tempo in
poi a fregiarsene[625]. Già fin d’allora che aveva visitato Roma per
la prima volta, egli vi era stato accolto cogli onori che un tempo
per dovuto obligo erano tributati all’Esarca; e Carlo cedeva alle
preghiere di Adriano, e mostravasi al popolo in vestimenta di Patrizio
romano, sebbene soltanto a malincuore lasciasse l’abito costumato dai
Franchi: quel vestimento, così narra espressamente il suo Biografo,
egli ebbe indossato due sole volte, la prima per preghiera di Adriano,
la seconda a richiesta di Leone; ei vestiva la lunga tunica e la
clamide e i calzari di foggia romana, siccome Cassiodoro descrive esser
costume del Patrizio, ed un quadro antico lo rappresenta abbigliato a
quel modo, in mezzo ai suoi due cancellieri[626]. Il patto conchiuso
con Adriano fin dall’anno 774 aveva costituito la podestà che Carlo
tenne come patrizio nelle veci dell’Esarca; laonde Leone III doveva
soltanto rinnovare con un trattato quelle relazioni, e raffermarle
con un reciproco giuramento[627]. Il Patriziato non aveva bisogno di
novella confermazione, perocchè esso fosse duraturo a vita, ma Carlo
dava incarico al suo legato di determinare chiaramente l’estensione
della potenza che gli spettava. Carlo ricevette dal novello Papa il
riconoscimento immutato della giurisdizione suprema che gli apparteneva
in Roma, nel Ducato e nell’Esarcato; Angilberto, in nome di lui accolse
da tutti i Romani giuramento di fedeltà, e Leone protestò che Roma
e lui stesso dovevano obbedienza a Carlo, come a signore temporale
supremo. Il Papa, da canto suo, possedeva la signoria territoriale
nelle province soggette al suo reggimento, ma essenzialmente essa
riposava soltanto nella immunità vescovile, nella libertà che la
esimeva dal banno del Duce o del Conte, e consisteva in una condizione
pari a quella che, lungo il corso del tempo, si ebbe costituito nella
massima parte delle città e dei vescovati d’Italia. Pertanto, lo Stato
romano della Chiesa puossi considerare come una grande, od anzi come la
massima immunità vescovile[628].

La condizione di dominio che Carlo conseguì in Roma e nell’Occidente,
i bisogni della Chiesa e le idee proprie di quell’età, recavano con
sè la necessità di rinnovellare l’imperio d’Occidente. Dalla caduta
dell’antico Impero romano, dopo un lungo processo di svolgimento, erano
sorte due podestà, che dovevano d’ora in poi reggere il mondo europeo;
in Roma, sopra fondamenta d’indole latina, s’era formato il Papato,
autorità religiosa, nella quale s’accentrava il grande organamento
della Chiesa per tutte le province dell’Occidente: al di là delle
Alpi, presso i Germani, era sorta la monarchia dei Franchi, la quale
estendeva omai la sua signoria fino a Roma, e il cui capo possente
stava per riunire in un solo reame la massima parte dell’Occidente. I
rappresentanti di quelle due podestà erano legati fra loro da eguale
bisogno di prestarsi vicendevole ajuto di forza, e di dare una forma
durevole all’ordinamento nuovamente sorto nel mondo. Già Gregorio magno
aveva proclamato, che il potere spirituale della Chiesa aveva recato
a maturanza la sua independenza; ed i successori di lui, durante la
controversia delle imagini, avevano, colla consapevolezza dei loro
intendimenti, fatto valere la ragione per cui la podestà della Chiesa
doveva procedere distinta da quella temporale dello Stato. Poichè
adesso era stata vinta la pugna in cui la Chiesa s’era liberata
dall’Impero bizantino, trattavasi di esprimere con manifestazioni
esterne la associazione novella che essa aveva conchiuso nell’Occidente
germanico, colla podestà politica ivi novellamente sorta. Leone III
s’adoperò con grande alacrità di opere d’arte a significare l’armonia
esistente fra il potere ecclesiastico e il potere civile. Alcuni
musaici, che egli faceva eseguire posteriormente all’anno 796 in alcune
chiese di Roma, erano la dichiarazione delle idee e dei bisogni di
quell’età. Nella basilica di santa Susanna ei fece ritrarre sè e Carlo
magno; le imagini di loro erano da una parte e dall’altra le estreme di
un gruppo di nove figure; si elevavano sopra due alture simili a cime
di un monte; il Pontefice sosteneva nelle mani il modello dell’edificio
della chiesa; aveva sembiante pieno di dignità, volto raso di barba,
capo tonsurato a foggia monastica: Carlo vestiva la tunica romana;
sulle spalle aveva gettato un lungo mantello riccamente adorno di
galloni; fuor di esso spuntava la guaina della spada; aveva la testa
coperta di un berretto cinto di diadema; i piedi calzavano sandali a
foggia romana, con tibiali ossiano legacci che recingevano la gamba
fino al ginocchio[629].

Era questa la prima volta che in una chiesa di Roma si desse luogo
alla imagine di un Re, presso quella di Santi e di Apostoli. Nel secolo
sesto, i Ravennati avevano collocato nella tribuna della chiesa di san
Vitale i ritratti di Giustiniano imperatore e della sua donna[630]; ma
in Roma non s’era mai tributato pari onoranza nè a lui, nè ad alcuno
dei suoi predecessori o dei succeditori suoi. In un altro celebre
quadro di musaico, era significata l’idea del reggimento armonico del
mondo, ed era rappresentata con imagini affatto personali e ricavate da
quelle de’ suoi due Principi.

Nel tempo che corse dall’anno 796 al 799, Leone III aveva accresciuto
il numero dei triclinî del palazzo Lateranense, uno costruendovene
massimamente sontuoso, che egli appellò _Triclinium majus_. Il suo
intonaco era tutto di marmo; marmorei rilievi lo adornavano; era
sostenuto sopra colonne di porfido e di marmo bianco, e conteneva tre
tribune con quadri a musaico. Il disegno dei musaici della tribuna
maggiore è conservato in una imitazione di tempi posteriori, la quale
esiste oggidì ancora nel Laterano[631]. Nel mezzo del quadro, il
Redentore posa sulla sommità di un monte da cui scaturiscono quattro
torrenti; egli sostiene un libro aperto su cui si leggono le parole
_Pax vobis_; la destra mano eleva in atto di ammaestrare i suoi
discepoli che stanno intenti ad udirlo; sono eglino disposti dai due
lati, e tengono il manto ripiegato intorno alle mani, perocchè sieno
pronti a peregrinare nel mondo, seguendo l’insegnamento che loro è
dato, e di cui offre avvertimento il motto che di sotto è scritto:
«Andate, e ammaestrate tutti i popoli, e battezzateli in nome del Padre
e del Figliuolo e dello Spirito Santo; ed ecco, io sono con voi per
tutti i giorni, in fino alla fine dei mondo.» Una seconda iscrizione
tutt’attorno all’arco dice: «Gloria a Dio nell’alto dei cieli, e pace
in terra agli uomini di buona volontà[632].»

Dalla destra e dalla sinistra di questo quadro, due altri che si fanno
fra loro riscontro, significano l’armonia delle due podestà, e la
attribuzione dell’autorità che viene da Dio ai loro supremi reggitori;
da una parte sono dipinti papa Silvestro e Costantino il grande,
dall’altra Leone III e Carlo magno. In quel tempo durava vivissima la
ricordanza di Costantino, primo fondatore della Chiesa imperiale, di
cui si era novellato che al Pontefice avesse donato Roma e Italia. I
nuovi rapporti che il successore di Silvestro aveva costituito mediante
la sua associazione col Re dei Franchi, formavano il parallelo col
tempo antico. Il potentissimo dominatore dell’Occidente, re d’Italia e
patrizio dei Romani, vincitore di tanti popoli pagani, era dai preti
appellato Costantino novello, e superava l’antico Imperatore per
larghezze di donazioni effettive, e non già favoleggiate. Fu opera
efficace dell’arte di quel tempo, che essa riuscisse ad esprimere con
grande chiarezza le condizioni storiche della sua età; così questi
musaici, quantunque di rozza fattura, sono, per valore di pensiero, la
più alta concezione artistica che abbia avuto vita in una intiera serie
di secoli.

Nel quadro a destra, il Cristo è seduto sul trono; a mano dritta di
lui è inginocchiato Silvestro, dalla sinistra Costantino; ambidue
contemporanei, e, per quel che narra la leggenda, uniti di vincoli
d’amicizia. Il Redentore consegna al Papa le chiavi, e all’Imperatore
porge il labaro ossia vessillo, che questi impugna colla destra. Presso
di lui sta scritto: R. CONSTANTINUS[633].

A questo quadro corrisponde perfettamente l’altro che è da mano
sinistra; sola e significhevole eccezione si è, che qui Pietro tiene
le veci del Cristo. Sulle ginocchia dell’Apostolo posano tre chiavi:
colla destra egli porge a papa Leone la stola, in segno della sua
dignità pontificia; colla sinistra affida a Carlo la bandiera, segno
di sua _Militia_ e dell’autorità di giudice supremo. Il Re ha il capo
coperto di un berretto cinto di corona parimenti come nel musaico di
santa Susanna, e massimamente rassomiglia di fattezze e di vestimento
all’imagine che quivi esisteva. All’intorno della cornice quadrangolare
che cinge il capo del Papa, è scritto: S[=C][=S]SIMVS. D. N. LEO. P.
P.; intorno all’altra del Re: D. N. CARVLO. REGI. Sotto del quadro è
l’iscrizione:

                          BEATE. PETRE. DONA.
                       VITA. LEONI. PP. ET. BICTO
                        RIA. CARVLO. REGI. DONA.

«Beato Pietro, concedi vita a Leone papa, concedi vittoria a Carlo re.»

Nei secoli anteriori, sotto i musaici consecrati dai Papi, questi sè
appellavano soltanto: «Vescovo e servo di Cristo,» ma nella fine del
secolo ottavo, al pari degli Imperatori antichi, a sè attribuivano di
già il titolo di _Dominus_, di cui peraltro non ancora improntavano le
loro monete[634]. I Romani s’accostumavano a sclamare nelle occasioni
solenni: «Lunga vita al signor nostro il Papa!» Dominatore di Roma
era divenuto il Pontefice; tuttavolta il titolo di «Signor nostro» era
dato anche a Carlo; e prima ancora che egli fosse eletto imperatore,
Cronisti e Poeti celebravano a gloria sua, che egli aveva riunito il
romuleo Tevere, ossia la città di Romolo, al regno dei suoi avi[635].

Così sono composti i celebri musaici del triclinio di Leone III. Il
Papa li faceva ivi apprestare, dopochè, trattando con Angilberto, aveva
assodato il suo vincolo con Carlo: di tal modo essi furono il monumento
di quel trattato; e da ciò che dice il suo Biografo si ricava eziandio,
che quella sala destinata a refettorio, era già adoperata nell’anno
799. Se dunque la sua fondazione avvenne posteriormente all’anno 796,
può essere che i musaici fossero di già compiuti innanzi il giorno di
Natale dell’anno 800, prima cioè che Carlo fosse coronato imperatore.
Il titolo di _Rex_, ossia re, non sarebbe stato per vero incompatibile
colla dignità imperatoria; sennonchè, ove i quadri fossero stati
compiuti dopo la incoronazione di Carlo a imperatore, potremmo a
ragione chiederci il motivo per cui non sarebbero stati in quelle
scritte apposti i titoli, coi quali, per accertata notizia di quel
tempo, Carlo fu acclamato di questa forma: _Carolo piissimo Augusto, a
Deo coronato magno, pacifico Imperatori Vita et Victoria!_ Più tardi
i Bizantini non vollero mai concedere agli Imperatori occidentali,
tenuti per usurpatori, il titolo di _Imperator_, ma soltanto quello
di _Riga_ ossia _Rex_ laonde non dobbiamo accogliere che quei musaici
sieno il monumento della restaurazione dell’Impero, che avvenne sulla
fine dell’anno 800. Tuttavolta, al tempo di loro costruzione andava
maturandosi il grande avvenimento, e, forse un solo anno prima, i
musaici del Laterano dimostravano essere conseguenza necessaria la
esaltazione di Carlo al trono imperiale d’Occidente[636].


§ 2.

I nepoti di Adriano uniti ad altri ottimati congiurano contro Leone
III. — Attentasi alla vita di lui. — Il Papa fugge a Spoleto. — Va
in Alemagna e s’incontra con Carlo. — Roma è in balia dei nobili. —
Alcuino consiglia sul contegno che Carlo deve usare con Roma. — Leone
torna a Roma nel 799. — Carlo per mezzo di suoi ministri procede contro
gli accusati.

Un avvenimento che or di repente succedeva, doveva porgere opportunità
alla restaurazione dell’Impero occidentale. La stretta associazione di
Leone III con Carlo, l’ossequio tributato alla giurisdizione di questo
nella città di Roma, l’urgente sollecitazione con cui il Papa lo aveva
richiesto che ne togliesse possedimento, fanno supporre che Leone
temesse lo scoppiare di moti ostili fra i Romani. Nel corso del secolo
ottavo s’era formato nella Città un reggimento clericale aristocratico,
perocchè, sopra tutti gli altri, fossero i _Proceres_ ossiano _Judices
de clero_, che qui possedevano grandissima potenza. I sette ministri
del Palazzo tenevano in pugno tutte le cose, e, da quasi un secolo, il
Primicerio dei notai era, dopo il Papa, l’uomo più autorevole di Roma.
La forza del poter suo s’era manifestata coll’esempio pericoloso di
Cristoforo e di Sergio; nè colla caduta di loro s’era sminuita, chè
anzi, sotto di Adriano, s’era forse accresciuta. Abbiamo indizî che
questo Papa pel primo favoreggiasse i suoi nepoti; la sua famiglia, una
fra le più cospicue della nobiltà, conseguiva da esso potenza maggiore,
così che i parenti più prossimi di Adriano troviamo incaricati degli
importantissimi negozî dello Stato, e insigniti degli officî più
alti. Teodato, zio di lui, teneva titolo di console e di duce, ed era
primicerio della Chiesa; Teodoro e Pasquale, nipoti suoi, avevano in
Roma influenza molta[637]. Adriano aveva elevato Pasquale alla dignità
di primicerio, e poichè quest’officio non cessava colla mutazione dei
Pontefici, egli ne rimaneva in possedimento, anche dopo la morte di
Adriano. L’orgoglioso nepote di un Papa che aveva governato Roma con
isplendore per il corso di ventitrè anni, ed aveva avvezzato la sua
famiglia a condizione di altissima onoranza, vide con rabbia passare
il reggimento nelle mani di un uomo che scendeva di stirpe nuova e
straniera. I suoi parenti e i clienti suoi, che erano creature di
Adriano, e parecchi ottimati del clero e della milizia prestarono
orecchio alle voci del suo odio. Alla inimicizia personale dei
nepoti di Adriano, cui il novello Papa per necessità doveva togliere
l’influenza che fino a quel momento avevano esercitato, si associava
la contrarietà che i Romani sentivano contro la suprema autorità
pontificia. L’opposizione cominciò nell’ora istessa in cui s’ebbe
costituita la podestà temporale dei Papi, e continuò in una lunga serie
di rivolgimenti, che non hanno tocco il loro fine neppure al dì d’oggi.
In tutta la storia dell’uman genere non si riscontra alcun’altra lotta
che abbia durato tempo sì luogo per uno stesso ed immutato principio,
quanto quella dei Romani e degli Italiani contro il _Dominium
temporale_ dei Papi, il cui regno pur non doveva essere di questo
mondo. Pasquale congiurava insieme con Campulo saccellario (sembra
che questi gli fosse fratello), per torre al Papa il reggimento e per
impadronirsi indi del potere[638]. L’avvenimento di una processione
doveva offrirne l’opportunità, e l’attentato avvenne in mezzo a grave
tumulto.

Il giorno 25 di Aprile, in cui cade festa di san Marco, era destinato
alle grandi letanie, che il Papa, a capo del clero, soleva condurre
ogni anno in quel dì. La processione moveva dal Laterano e andava al
san Lorenzo in Lucina, dove stava ad aspettarla il popolo, e dove si
recitava la _Collecta_, ossia prece universale: il Papa costumava di
recarvisi a cavallo, seguito dalla sua corte. Leone infatti partiva
dal Laterano, e Pasquale si univa a lui per prendere il luogo suo
nella comitiva; egli cavalcava innanzi al Papa; Campulo lo seguiva
dappresso. I loro associati nella congiura stavano attendendo vicino
al chiostro di san Silvestro _in capite_ edificato da Paolo I, nel
campo di Marte; e quando ivi fu giunto il corteo, a spade sguainate vi
mossero assalimento. La processione si disperse; il Papa, abbandonato
da tutti, fu strappato di arcione e gettato al suolo sotto la minaccia
dei pugnali che gli arrabbiati aristocratici gli appuntavano al petto.
Gli strapparono di dosso le vestimenta pontificali, tentarono di
svellergli, a usanza bizantina, gli occhi e la lingua, e finalmente lo
abbandonarono innanzi alle porte della Chiesa. Pasquale e Campulo lo
strascinarono dentro del chiostro e lo gettarono appiè dell’altare,
indi comandarono ai monaci greci, che ivi erano, di guardarlo chiuso
in una cella[639]; ma, tornati durante la notte, trasportarono il
Papa a sant’Erasmo sul monte Celio, dove lo tennero in istretta
custodia. Preti, creduli di miracoli, narrarono che Dio, indottovi
dalle preghiere dell’apostolo Pietro, gli restituiva gli occhi e la
lingua; il miracolo potrebbe essere in ciò, che il malcapitato Leone
per sua buona ventura non gli aveva mai perduti[640]. Roma era dominata
da terrore profondo; tutto minacciava che fossero per rinnovarsi
i fatti sanguinosi avvenuti al tempo dell’usurpatore Costantino.
Grande era il numero dei congiurati, e appartenevano alla più eletta
nobiltà; sembra che un barone della Campania, Mauro di Nepi, che era
della terra di Toto e forse della stessa famiglia di lui, gli avesse
afforzati con genti armate di Tuscia[641]. Ma avveniva che la violenza
usata togliesse loro l’intelletto, oppure che eglino non trovassero
nel popolo il favore sperato ai loro mal concepiti disegni: eglino
non provvedevano ad eleggere un antipapa, e ciò dimostra che la loro
rivolta era stata indiritta non contro il Vescovo, ma sì contro il
_Dominus_ di Roma. La città trovossi in loro balìa.

Frattanto Leone risanava di sue ferite, e un dì, grave sbigottimento
incoglieva Pasquale all’annuncio che egli era fuggito. Il coraggioso
Albino, camerario, ed altri fedeli liberavano il loro Pontefice,
lo calavano per mezzo di una fune dalla muraglia del convento, e
senza alcun danno lo conducevano in san Pietro. Intorno al fuggitivo
si raccoglieva tosto una parte del clero e del popolo, così che i
congiurati non osavano di strapparlo dalla tomba dell’Apostolo ove
s’era ricoverato; eglino mettevano a sacco le case di Albino e di
Leone, ma non potevano impedire che il Papa finisse di scampare.
Vinichi, duce di Spoleto, alla novella dei fatti di Roma, s’era
affrettato a venirvi con sue soldatesche, in compagnia di Visundo
legato franco; in san Pietro toglieva con sè Leone e lo conduceva in
salvo a Spoleto.

La fama dei casi del Papa si sparse per il mondo con rapidità; e
messaggieri di Vinichi significarono a Carlo, che Leone desiderava
di andarsene a lui. Il Re stava per muover guerra contro i Sassoni,
allorchè udiva della prossima venuta di Leone. A quell’annunzio,
guadava il Reno presso a Lippeham e poneva campo in vicinanza di
Paderborn; quivi attendeva l’ospite chiedente soccorso, e spediva
incontro a lui Ildebaldo arcivescovo di Colonia, Anscaro conte e
Pipino re. Con questa illustre comitiva, Leone III, seguito da alcuni
preti romani, veniva a Paderborn. Allorchè, quarant’anni prima, il
suo predecessore Stefano era ito a Pipino, ei v’era andato da vescovo
ecclesiastico, che non possedeva principato, nè dominava paesi; per
lo contrario, nell’anno 799, il Papa che rifuggiva presso il figlio
di Pipino, era signore del territorio di Roma, di città e di province
molte. Veniva coperto di ferite, maltrattato e cacciato da quei
Romani «che a lui appartenevano», e Carlo or poteva comprendere quali
conseguenze traesse necessariamente con sè la miscela del sacerdozio
spirituale e del principato d’indole temporale.

L’incontro di quei due uomini a Paderborn fu avvenimento di alta
rilevanza nella storia del mondo. Un Poeta, che ne era testimone
oculare, fu tratto a darne la descrizione; nella povertà dello stile
di quel suo tempo, egli tolse a prestito alcuni colori dalla tavolozza
del Virgilio che allora correva per le scuole, e porse una pregevole
dipintura dell’avvenimento. Egli è probabile che il Poeta fosse quello
stesso Angilberto, il quale, nell’anno 796, era andato ambasciatore a
Leone. Nel poema in cui cantò di Carlo magno, dopo di avere descritto
Aquisgrana «seconda Roma», e dopo di aver celebrato la corte del Re,
la musa di lui si eleva ad una visione foggiata ad antico metro. Il
Re dorme, e gli compare in sogno «un triste portento ed un mostro
orribile», ossia il Papa mutilato negli occhi e nella lingua: allora
egli spedisce tre messaggieri a Roma, perchè avverino ciò che sia di
Leone[642]. Con brevi tocchi il Poeta descrive i casi avvenuti a Roma,
il viaggio del Papa al campo di Carlo e il suo arrivo a Paderborn,
dove «scaturiscono la Patra e la Lippa». Leone veniva accompagnato da
re Pipino, che gli era mosso incontro alla testa di diecimila uomini;
Carlo lo aspettava nel mezzo del campo. Al comparire del Papa, alla
benedizione che egli pronunciava, l’esercito si prostrava tre volte in
ginocchio, e, commosso, il massimo Principe dell’Occidente stringeva
nelle sue braccia poderose d’eroe l’afflitto fuggiasco. Le schiere
dei guerrieri e i paladini, che in tante battaglie avevano sconfitto
i Saraceni di Spagna, gli Avari dell’Istro e i Sassoni della Germania,
salutavano i due Principi della Cristianità con grida che andavano alle
stelle[643]. Al rintronar delle armi si univano le salmodie dei preti;
Carlo guidava il Papa alla chiesa cattedrale; vi si celebrava messa
solenne; indi susseguivano banchetti, ai quali, come dice il Poeta
imitator di Virgilio, spumeggiavano i dolci nappi del vecchio Bacco di
Falerno, ossia, più esattamente, dei succhi spremuti dalle uve dorate
del Reno[644].

Intanto che Leone stavasi con grandi onori presso Carlo, e trattava
con esso di negozî rilevantissimi, Roma rimaneva in balìa della
fazione che ne lo aveva discacciato. Peraltro, la cognizione dello
stato in cui la Città allora si trovava è a noi celata da oscurità
gravissima. Il Biografo di Leone, con espresso intendimento, non vi
rivolge che uno sguardo fuggevole, e dice soltanto che gli usurpatori
saccheggiavano e devastavano i possedimenti di san Pietro. Gli aderenti
di Pasquale, segnatamente gli abitatori del contado che erano entrati
in Roma, si toglievano licenza di molte opere violente. Certo eglino
movevano censura contro la signoria troppo grande che alla Chiesa
era pervenuta, e scrivevano, ad accusa del Papa, un memoriale, di cui
dobbiamo rimpiangere la perdita, perocchè in esso quegli uomini senza
dubbio significassero le ragioni che gli avevano indotti a sollevarsi
contro Leone III: e questa scrittura, a loro giustificazione, mandavano
a Carlo, patrizio dei Romani[645]. Il comportamento dei ribelli è
assai degno di nota; quegli stessi Romani che avevano trattato con sì
dura crudeltà il Papa, e lo avevano cacciato della Città, attendevano
con animo tranquillo il giudizio di Carlo, e si assoggettavano ad
un’inquisizione. Non provvedevano ad armarsi in propria difesa, non
contrastavano a che Leone tornasse, e neppure tentavano di sottrarsi
colla fuga al danno che li minacciava. Una lettera, che Alcuino
indirizzava a Carlo, dimostra qual grave peso si attribuisse alla
loro sollevazione. Il Re, che era in procinto di romper guerra contro
i Sassoni, avea fatto conoscere a quel savio lo stato delle cose di
Roma, e gli avea chiesto consiglio di ciò che fosse a fare: Alcuino
a questa domanda rispondeva. Tre finora, scriveva l’erudito uomo,
sono le persone più eccelse nel mondo; il Vicario di san Pietro, che
or fu così empiamente perseguitato; l’Imperatore, signore civile di
Roma seconda (Bisanzio), che di questo tempo fu con pari barbarie
precipitato dal trono; il Re finalmente, la cui podestà, concessa da
Cristo, Carlo tiene, fatto reggitore del popolo cristiano. In lui solo,
che le altre due dignità per potenza e (aggiunge egli con independenza
di giudizio) per sapienza antecede, riposa la salute della Cristianità.
Indi prosegue: «In veruna guisa puossi trascurare la guarigione del
capo (di Roma). Se i piedi fanno male (i Sassoni), il loro è dolore più
sopportabile di quello onde si travaglia la testa. Si componga pace col
popolo infame (cioè i Sassoni) se sia cosa fattibile; si pongano da
banda le minacce acciocchè inveleniti non isfuggano, ma si avvincano
colla speranza, finchè con salutevole consiglio a pace tornino. Deesi
conservare quel che si possede (Roma), affinchè per acquistare il meno,
non si perda il più. Occorre vigilare a guardia del proprio ovile,
acciocchè il lupo rapace non lo devasti. Così si provveda alacremente
alle cose straniere, all’uopo che nelle cose nostrali non s’abbia
danno[646].»

Questa lettera dimostra che la ribellione della Città, vista in
lontananza, appariva ancor più pericolosa di quello che per il fatto
essere potesse, e dimostra che Carlo possedeva autorità perfetta di
giudice, e signoria suprema sopra di Roma. Ei si trattava pertanto
di esercitare questa autorità con severità imparziale; nè già Carlo
intendeva di ricondurre senza più a Roma con forza di armi il Papa
fuggitivo, come questi forse aveva sperato, ma il Papa e i suoi
oppositori Romani citava innanzi al suo tribunale di giudice. Le
doglianze che gli ottimati movevano contro di Leone dovevano essere
di grave rilevanza; difficile è che si riferissero soltanto a colpe
personali di lui, ma dovevano riguardare veramente la condizione
temporale che il Pontefice aveva conseguito in Roma. Se tale non ne
fosse stato il caso, e se si avesse tenuto i nepoti di Adriano ed il
loro partito addirittura in conto di volgari assassini, eglino non si
sarebbero sottoposti all’arbitrato dei Patrizio. Devesi accogliere
pertanto che questi uomini fossero convinti del loro diritto, e che
eglino ne cercassero il fondamento nell’antichissima e imprescrittibile
maestà di popolo romano. Ad ogni modo, tutti questi fatti sono sepolti
in una tenebra profonda, causa il mutismo in cui si chiudono i loro
contemporanei.

Carlo, lo dobbiamo credere per certo, faceva significare ai Romani che
egli spedirebbe a Roma suoi legati forniti di piena autorità, affinchè
pronunciassero sentenza mediante inquisizione condotta con norma di
diritto. Infatti, nell’autunno, Leone III lasciava l’Alemagna, e con
numerosa comitiva tornava tranquillamente a Roma. Lo accompagnavano
dieci legati di Carlo, che venivano a istituire il procedimento; ed
erano gli arcivescovi Ildebaldo di Colonia ed Arno di Salzburgo, i
vescovi Cuniberto, Bernardo, Atto, Flacco e Jesse, e i conti Helmgot,
Rotgaro e Germano. Nelle province e nelle città, attraverso le quali
il Pontefice passava nel suo viaggio, egli era dovunque ricevuto e
ossequiato con magnificenze solenni. L’accoglimento che egli s’aveva
anche in Roma doveva renderlo certo, che sotto il presidio di quelli
che lo accompagnavano ei non aveva ragione di temere offesa dalla
Città: ed allorquando, addì 29 di Novembre, ne venne in vicinanza,
trovò a ponte Milvio il popolo di tutti i ceti, che ivi era mosso
a dare il benvenuto a lui ed ai signori Franchi. V’erano con loro
gonfaloni, il clero, la nobiltà, la milizia, le maestranze della
cittadinanza e le Scuole degli stranieri. Lo si condusse salmeggiando
alla basilica di san Pietro, e quivi si celebrava la messa e si
amministrava la comunione[647].

Leone pernottò in uno dei palazzi vescovili che erano presso il
san Pietro, e soltanto nel dì successivo andò al Laterano. Pochi
giorni dopo fu dato incominciamento all’inquisizione. I legati di
Carlo tennero le adunanze del loro tribunale nel triclinio di Leone.
Pasquale, Campulo e i loro socî si presentarono chetamente innanzi
ai messi franchi; il più grave processo che da secoli fosse tenuto in
Roma diè faccenda ai giudici per il corso di parecchie settimane. Gli
atti non ne giunsero fino a noi; un brevissimo frammento di essi, fosse
pur come quello dell’inquisizione dell’usurpatore Costantino, sarebbe
di valore altissimo per la storia, e se ne potrebbe ben dimostrare
privo di fondamento ciò che narra il Biografo di Leone III, che quei
nobiluomini non sapessero dir nulla a carico del Papa. Se pure ai
nepoti di Adriano non sarà riuscito di provare loro accuse contro Leone
III come prete, eglino avranno per lo meno discusso di ragione sul
rapporto temporale in cui il Pontefice si trovava colla città di Roma:
la recente signoria temporale dei Papi aveva, ancor al tempo di Paolo
I, destata una violenta contrarietà nella nobiltà romana, ed aveva
dato occasione all’usurpazione di Costantino. Per quel che concerne il
modo ond’era composto il tribunale, non è chiaro se ai dieci legati
Franchi si aggiungessero o no, quali scabini, anche degli ottimati
romani del clero e della milizia: peraltro ciò deve accogliersi per
vero, avvegnaddio il procedimento concernesse il piatire del Papa e dei
Romani[648]. La conclusione si fu che gli accusati erano dichiarati
colpevoli; fu pronunciata contro di essi condanna di morte, ma
l’esecuzione della sentenza si assoggettò alla decisione di Carlo, cui
può essere che i condannati appellassero.


§ 3.

Carlo a Roma nell’800. — Tiensi parlamento nella chiesa di san Pietro.
— Carlo pronuncia giudizio sui Romani e sul Papa. — Leone presta
giuramento di purgazione. — Carlo è eletto dai Romani imperatore.
— Restaurazione dell’Impero occidentale. — Carlomagno è incoronato
imperatore dal Papa nell’anno 800. — Criterî sull’origine giuridica e
sul concetto del novello Impero.

Carlo aveva promesso al Papa di venire a Roma, e di celebrare
nella Città le feste di Natale dell’anno 800. Nell’Agosto andava a
Magonza; raccoltivi i suoi ottimati, chiarito ad essi quali doveri lo
chiamassero in Italia ed in ispecialità a Roma, ordinava la partenza.
Ancora quand’era in Francia, il Re aveva chiesto ad Alcuino che lo
accompagnasse, ma il valentuomo non andava, sia che lo trattenesse
infermità, o che ne lo distogliesse l’affetto che nutriva per il suo
chiostro di san Martino di Tours; laonde Carlo scherzevolmente lo
rimproverava ch’ei preferisse le capanne di questa città annerite dal
fumo ai palazzi di Roma sontuosamente splendidi d’oro[649]. L’Abate
di san Martino dava compagna al suo Re la musa poetica, la quale,
ispirandosi al presentimento dell’avvenire, gli rivelava che Roma, capo
del mondo, culmine dei più eccelsi onori, tesoro dei Santi, attendeva
ch’ei vi andasse da reggitore del regno e da patrono; e gli diceva,
che missione di lui si era di erigervi il suo tribunale, di comporvi la
pace e di imperare sull’orbe per volontà di Dio[650].

Carlo andò col suo esercito a Ravenna; rimase in questa città sette
giorni, indi proseguì ad Ancona; e, dopo di avere di là spacciato re
Pipino con una parte delle soldatesche contro il ribelle Grimoaldo,
duca di Benevento, si ripose in cammino per Roma. La prossima venuta
del più potente uomo di quell’età, il quale, sotto lo scudo della sua
protezione, copriva di difesa Roma e la Chiesa, metteva a commovimento
febbrile la Città; perocchè agli uni apparisse in vista di giustiziere
terribile, agli altri di salvatore, tutti poi s’aspettassero eventi
insoliti. Ed egli veniva per esercitare in Roma sua autorità di
patrizio, nel senso che questa podestà avea di più elevato; e la
coscienza che il governo della Chiesa universale, e che tutte le cose
massimamente gravi, e le sorti dell’Occidente erano riposte nelle sue
mani, diffondevano sopra di lui una maestà imperatoria.

Alla decimaquarta pietra miliare lungo la via Nomentana esisteva ancora
a quel tempo l’antica terra detta _Nomentum_, che già fin dal secolo
quarto era sede di un vescovo: qui Leone era venuto col clero, colla
milizia e col popolo per accogliervi il Re con ogni maniera di onori.
Questi vi giungeva il giorno 23 di Novembre[651]. Il Re fece far alto,
e desinò col Papa; e poichè Leone in quella prima conferenza fu reso
certo di ciò che in Roma doveva avvenire, tornossene alla Città, per
ricevervi Carlo alla domane con feste grandi. Il Re passò la notte a
Nomento, e nel dì 24 di Novembre entrò nella Città. Non tenne ingresso
dalla porta Nomentana, ma, percorrendo il circuito delle mura, passò
da ponte Milvio per visitare prima di tutto il san Pietro. Il Papa,
circondato dal clero, lo aspettava sulla gradinata della basilica:
indi, secondo la costumanza, conduceva il Re nel tempio dell’Apostolo.

Addi 1 di Dicembre, Carlo tenne un’adunanza grande e solenne.
Parimenti come un tempo avea fatto Teodorico, quand’era venuto a
Roma per comporvi a pace tumulti che erano similmente avvenuti per la
successione alla cattedra di san Pietro, così Carlo, da giudice supremo
di Roma e nella sua autorità di patrizio, convocava clero, nobiltà e
borghesia, Romani e Franchi. Questo meraviglioso parlamento, che fu
un sinodo in forma di corte giudiziaria, si radunò nel san Pietro. Il
Re, vestito della toga e della clamide di patrizio romano, sedeva a
fianco del Papa; dai lati di loro e tutto d’intorno erano assisi gli
Arcivescovi, i Vescovi e gli Abati, laddove il clero minore e tutti i
nobili romani e franchi stavano in piedi[653]. Carlo parlò; disse loro
che era venuto a Roma come patrono e come patrizio, per ricomporre
l’ordine turbato della Chiesa, per punire i delitti che erano stati
commessi contro il capo supremo di essa, per pronunciare sentenza fra
i Romani accusatori ed il Papa accusato. Innanzi al tribunale del
Patrizio dovevano ancora una volta essere udite le doglianze che i
Romani ribellati avevano mosso contro il Papa, e dovevasi definire se
questi era colpevole o innocente. Non si moveva eccezione, nè dubbio
contro l’autorità che Carlo aveva di giudice; tutti i Vescovi franchi
ammettevano che egli era capo universale della Chiesa; il Papa,
che s’era assoggettato alla inquisizione dei legati regî, era, come
ogni altro Romano, suddito a lui, e come tale compariva innanzi al
tribunale del suo giudice. Certo è che Leone III a questo tribunale si
assoggettava; i Cronisti franchi lo narrano senza rigiri; soltanto il
Libro Pontificale cela l’avvenimento dell’inquisizione. Esso narra che
i Vescovi tutti concordemente s’alzassero e dicessero: Noi non osiamo
di pronunciare sentenza sulla Sede apostolica, che è capo di tutte le
Chiese di Dio. Perocchè noi stessi siamo sottoposti ai giudizio di essa
e del Vicario suo; ma sovra di essa non v’ha giudice alcuno, e questo
è costume accolto fino dai tempi antichi. Conformemente ai canoni, noi
ci sottomettiamo a quello che il supremo Pontefice dichiara essere ben
fatto. Ed il Papa disse già: Io seguo l’esempio dei miei predecessori
nel pontificato, e son pronto a purgarmi delle false accuse, che
l’empietà ha sparso contro di me[654].

V’era, fra altri, l’esempio di Pelagio, cui Leone III poteva
appigliarsi. Allorchè alla morte di Vigilio predecessor suo, quel Papa
era stato accusato da alcuni Romani, di avervi avuto mano, egli s’era
purificato publicamente in san Pietro con giuramento prestato alla
presenza di Narsete, e sotto la sopravveglianza che questi esercitava
da giudice supremo; perocchè egli allora, come patrizio, rappresentasse
la maestà dell’Imperatore. Similmente fece Leone, ma soltanto dopo che
egli ebbe adempiuto osservanza alla procedura giuridica, cioè a dire,
dopo che Carlo ebbe ancora una volta prestato orecchio alla voce dei
suoi accusatori. Questi comparvero innanzi all’assemblea, esposero
le loro querele, ma non poterono darne la prova; ed allora Carlo si
associò alla opinione dei Vescovi, i quali, rifiutando di pronunciare
giudizio, avevano rimesso il Papa a prestare il giuramento di
purgazione[655]. Questo avvenne nel dì susseguente alla prima tornata;
parimenti che in questa, tutti i Vescovi e tutti gli ottimati della
Città e del Re, si riunivano nel san Pietro, ed il popolo dei Romani in
moltitudine pigiata riempieva le navate dell’ampia chiesa. Il Pontefice
saliva la cattedra, sulla quale erasi collocato un tempo Pelagio, e
tenendo in mano i santi Evangelî, diceva la formula di purificazione:

«Noto è, o diletti fratelli, che uomini malvagi sono insorti contro
di me, e hanno amareggiato me e la vita mia con gravi accuse. Per
conoscere di queste, il benignissimo ed illustre re Carlo è venuto
in questa Città, coi sacerdoti e coi grandi suoi. Per la qual cosa,
io Leone, pontefice della Chiesa santa romana, non giudicato mai da
chicchessia, non costretto, ma di mia spontanea volontà, purifico me
in presenza vostra, innanzi a Dio che fruga ogni labe della coscienza,
innanzi agli angeli suoi ed a Pietro santo, principe degli Apostoli,
il cui sguardo ci vede; e dico che non ho commesso i delitti che mi si
rimproverano, nè ho comandato che si commettessero: così ne invoco a
testimonio Iddio, al cui giudizio dovremo un dì comparire, e sotto i
cui occhi stiamo. E questo faccio, non perchè lo imponga legge alcuna,
nè perchè io voglia ordinarlo come usanza o come decreto di santa
Chiesa ai miei successori od ai Vescovi confratelli miei, ma per darvi
certezza ancor maggiore, che vi liberi di sospetto ingiusto[656].»

Dopocchè Leone ebbe convalidato questa protesta col giuramento di
purgazione, il clero intonò il _Te Deum_; il Pontefice dianzi accusato,
sedette di bel nuovo, puro di macchia, sulla cattedra di san Pietro;
e i suoi accusatori, ossiano i nobili che erano stati già prima
condannati alla morte, Pasquale, Campulo ed i loro socî cospiratori,
furono dati in mano al carnefice. Ma il Papa preferì di dar loro
perdonanza, perocchè egli con ragione temesse di accrescere l’odio
dei Romani colla punizione capitale dei parenti di Adriano e di uomini
così illustri. Alle fervide istanze che ei ne faceva, Carlo assentiva
a esiliare i colpevoli in Francia, chè questo luogo di esiglio
adesso teneva le veci del bando a Bisanzio, che un tempo s’era usato
prefiggere ai rei[657].

Uno degli avvenimenti più rilevanti della storia, e grave di massime
conseguenze, susseguiva a questi grandi fatti, che di quello erano
la preparazione: la corona degli Imperatori romani ponevasi in
capo a Carlo, re dei Franchi. Trecento e ventiquattro anni erano
trascorsi dacchè i legati del Senato romano erano andati a Bisanzio, e
avevano deposto in mano di Zenone imperatore le insegne dell’Impero,
protestando che Roma e l’Occidente non avevano più bisogno di un
Imperatore che fosse proprio soltanto di loro. Durante quel periodo di
tempo così lungo, in mezzo a tanta mutazione di sorti e a decadimento
ognor più profondo, gli Imperatori bizantini avevano continuato a
reggere Italia come una loro provincia. Un senso pietoso del genere
umano aveva mantenuta ancor viva l’idea dell’Impero romano, e
tuttavia, fino agli ultimi anni del secolo ottavo, l’Italia liberata
e l’Occidente ne avevano venerato il fantasima nel titolo onde si
insignivano gli Imperatori di Bisanzio. Cessati erano gli istituti
dell’antichità, sopra i quali aveva riposato il trono dei Cesari; ma il
concetto dell’Impero durava ancora. Era esso quella forma santificata,
che per il corso di secoli aveva espresso l’idea unitaria di republica
della gente umana, e altresì della Chiesa visibile. I Germani,
che avevano distrutto l’Impero occidentale, ora lo rinovellavano,
dopocchè erano stati accolti nella civiltà romana e nel grembo della
Chiesa: ed era la Chiesa stessa, la cui gerarchia e le cui leggi
diggià abbracciavano l’Occidente, che allevava l’Impero romano,
quasi nuovamente traendolo dal suo seno, come forma politica del suo
principio civile universale e di quella unità in cui il Pontefice
la aveva accentrata. Oltracciò, la supremazia di essa su tutte le
Chiese dell’Occidente, poteva ottenere reverenza completa soltanto per
opera dell’Imperatore e dello Stato. La restaurazione dell’Impero era
eziandio necessaria per frenare la formidata potenza del Maomettismo,
il quale veniva premendo sull’Occidente, e faceva tremar di paura
Bisanzio, e dalla Sicilia e dalle Spagne moveva minaccia anche a
Roma. Gli Imperatori greci avevano potuto dominare l’Occidente e
l’Oriente riuniti, fino a tanto che eglino erano stati robusti, fino
a tanto che la Chiesa occidentale era stata debole, finchè Italia era
giaciuta oppressa di abbattimento mortale, e l’Occidente germanico
era stato disertato da’ Barbari effreni di legge. Non lo poterono
più, allora che la Chiesa si ebbe fatta independente, Italia ebbe
acquistato la coscienza di nazione e l’Occidente s’ebbe composto nel
grande regno di Francia associato ad Italia, e fu retto da un uomo
in cui la Provvidenza aveva stampato vasta orma del suo genio. Di tal
guisa l’idea di proclamare Carlo imperatore, andava educandosi; così
fu mandato a eseguimento quel disegno, di cui un tempo, al principio
della controversia degli Iconoclasti, gli Italiani sollevati avevano
minacciato Leone l’Isaurico. L’Occidente adesso reclamava per sè
l’Impero. Il fatto storico dell’Impero di Bisanzio aveva già ottenuto,
per consuetudine lunga di tempi, autorità giuridica, ma Bisanzio altro
non era che la figlia di Roma; laddove di qui, di Roma, era proceduto
l’Impero; qui i Cesari avevano avuto loro sede. La illustre madre
dell’Impero non faceva perciò che rivendicare il suo diritto, se ora,
come ne’ tempi antichi, offriva la corona imperiale al più potente
Principe dell’Occidente. Alcuni Cronisti contemporanei, guardando
lo stato del mondo di allora, trovavano che la podestà imperiale, la
quale da Costantino in poi aveva avuto sede, primamente divisa, indi
universale appresso i Greci, a Bisanzio, non poteva essere tenuta da
un solo uomo. Infatti, due anni prima che papa Leone fosse vittima
di mali trattamenti, anche la dignità imperiale era stata vituperata
nella persona di Costantino VI; e la Republica romana, cioè a dire
l’Impero, era stata usurpata da una femmina perversa, da Irene, che
aveva fatto accecare il proprio suo figliuolo: poichè così era, ei
sembrava massimamente che il trono dell’Impero fosse vacante[658].
Pertanto, la corona abbandonata di Costantino fu trasmessa al monarca
Franco, perocchè egli già possedesse Roma, capo dello Stato, e parecchi
altri luoghi dell’Impero antico. Un fatto di sì alta rilevanza, il
quale secondo le idee di quel tempo e i bisogni dell’Occidente era
divenuto una necessità, ma che aveva sembianza di un rivolgimento di
contro ai diritti di Bisanzio, difficilmente poteva essere l’opera
di un breve momento; esso era soltanto il risultamento di avvenimenti
storici e di deliberazioni maturate per conseguenza di quelli. Havvi
neppur motivo di dubitare che la corona imperiale da lungo tempo fosse
la meta desiderata di Carlo magno, e l’idea coltivata da’ suoi amici
che s’ispiravano a’ concetti romani? Manifestamente Carlo veniva a
Roma per torsi quella corona, od almeno per prendere su di quel fatto
un’ultima deliberazione; e già, durante il suo soggiorno in Francia, il
Papa s’era chiarito pronto a prestare il suo aiuto, affinchè il grande
mutamento si compiesse[659]. Soltanto con esitazione i Papi s’erano
svincolati dalla podestà legittima dell’Impero bizantino; così per
tradizione che per arte politica, avevano ad essi prestato ossequio,
anche allora che i Principi franchi avevano conseguito potenza in
Italia. La necessità delle cose gli aveva costretti a gettarsi nelle
braccia di questi e di sgomberare loro autorità di Patriziato in Roma,
e ne avevano cavato loro prò acquistandone lo Stato della Chiesa, cui
poteva proteggere soltanto una intervenzione franca, pronta sempre
a favorirli. La cacciata del Pontefice da Roma, onde era divenuto
signore, diede finalmente l’impulso decisivo. Compreso di quelle
considerazioni, Leone III doveva far sì che la podestà imperiale
diventasse possedimento di una dinastia occidentale, e propriamente
della casa regale dei Pipini fervidamente cattolica, di cui Stefano,
predecessore suo, aveva consecrato la corona, di cui lo zelo religioso
affidava la Chiesa latina di valorosa difesa, di cui la potenza
prometteva alla Cristianità protezione dai Barbari e dagli Infedeli: di
Bisanzio invece altro non si poteva aspettare sennonchè continuazione
del despotismo giustinianeo ed eresia in fatto di dogma. Tutto ciò
s’era ponderato da lungo tempo e con maturo consiglio.

Gli amici che Carlo aveva nel clero, erano, possiamo tenerlo per
certo, i più zelanti propugnatori di questo disegno ardito, che forse
il Papa non coltivava con pari fervore. Già, ancor prima d’adesso,
Alcuino era stato iniziato a quelle idee; ne lo dimostrano le sue
lettere[660]: i legati franchi s’erano soffermati un anno intiero a
Roma, e per fermo s’erano messi d’accordo coi Romani, dal cui voto
elettivo la cosa principalmente dipendeva. Ed invero eran dessi che
per l’antico giure di elezione, spettante al Senato ed al popolo,
avevano proclamato Carlo a loro patrizio, e, per egual diritto, ora lo
eleggevano a loro imperatore. Soltanto perchè egli era imperatore dei
Romani e di Roma, massimamente perciò, ei diventava anche imperatore
di tutto lo Stato[661]: nè v’ha dubbio che all’incoronazione precedesse
una statuizione della nobiltà e del popolo di Roma; e la proclamazione
di Carlo a imperatore romano, avveniva per opera dei tre soliti ordini
elettivi, precisamente secondo l’esemplare delle elezioni pontificie.

Il grande rivolgimento, che cancellava i diritti di Bisanzio antichi
da secoli, non doveva aver le sembianze di un’opera arbitraria del
Re o del Papa, ma doveva aver l’apparenza di un atto che emanasse da
Dio, ed al quale si conformasse in pari tempo, giusta il buon dritto,
la Cristianità, il cui voto era espresso dal popolo dei Romani e dal
parlamento di tutti i cherici, e di tutti gli ottimati, e dei cittadini
adunati in Roma, così Germani che Latini. Anche i Cronisti franchi
narrano che Carlo fu fatto imperatore per elezione del popolo romano od
altrimenti parlano del parlamento associato delle due nazioni riunite;
e specificano tutti quelli che v’ebbero parte, denotandoli in questa
serie: il Pontefice, l’intiera assemblea dei Vescovi, dei preti e degli
abati, il Senato dei Franchi, tutti gli ottimati dei Romani, ed il
rimanente del popolo cristiano[662].

La deliberazione dei Romani e dei Franchi fu annunciata a Carlo in
forma di supplichevole instanza. Deesi credere che egli, parimenti come
ebbe fatto un tempo Augusto, facesse mostra di non voler accettare la
suprema dignità, e che alla fine soltanto ei vi venisse astretto, per
forza di un fatto già avvenuto? Puossi addirittura accusare d’ipocrisia
la protesta data da un uomo così pio ed eroico com’egli era, allorchè
dicea che la corona imperiale lo aveva colto inaspettatamente, e
che egli non avrebbe oltrepassato la soglia della chiesa di san
Pietro, se avesse conosciuto l’intendimento di Leone[663]? Forse
che Pipino, figliuolo di Carlo, non era per quel proposito tolto
alla guerra di Benevento, e chiamato a Roma per assistere alla
incoronazione imperiale? Si tentò di conciliare fra loro tutti questi
fatti contraddittorii, e si sostenne con Eginardo che Carlo stava
in sospeso, perocchè lo trattenesse pensiero di Bisanzio; si affermò
che egli non aveva ancora dato la sua adesione, ed aveva già innanzi
cercato, per via di negoziati coi Greci, di ottenerne loro adesione a
ciò ch’ei diventasse imperatore; e si disse che egli perciò era stato
effettivamente colto a sua impensata colla incoronazione, la quale
riusciva inopportuna per riguardo di tempo[664]. Ragioni di probabilità
sorreggono questa opinione; sennonchè essa concerne soltanto il
breve momento della ceremonia, avvegnacchè Carlo già da lunghissimo
tempo avesse acconsentito di esser elevato all’Impero, e la solennità
dell’incoronazione fosse stata statuita per il tempo della sua venuta a
Roma. I suoi amici zelanti ne attendevano l’ora con precisa certezza.

La ceremonia fu fatta senza preparazione e senza pompa, affine di
por termine ad ogni nuova dubbiezza. E ciò era intendimento del
Papa, perocchè egli in siffatto modo componesse sè stesso a massima
altezza, e attribuisse alla Chiesa il più eccelso diritto per via
dell’incoronazione e della consecrazione. Ed infatti era egli, suo capo
supremo, che adesso con virtù efficace faceva imperatore l’uomo eletto
dai Romani e dai Franchi. Nulla ebbe forma più semplice, nulla avvenne
mai con dimesse apparenze più di questo atto, che fu di importanza
sì alta nella storia del mondo. Nel giorno di Natale, Carlo stavasi
genuflesso orando innanzi alla Confessione di san Pietro; allorchè
ei si levava, Leone, quasi fosse ispirato da Dio, gli poneva in capo
una corona d’oro; a quel segno, che stavasi attendendo, e di cui
comprendevasi il significato, tutto il popolo congregato prorompeva
nelle voci con cui solevasi acclamare ai Cesari: «A Carlo, piissimo
Augusto, coronato da Dio, Imperatore dei Romani, grande e datore di
pace, vita e vittoria[665].» Due volte ancora si ripetè il grido;
questo istante che fu l’importantissimo di tutti quelli che avessero
sonato in Roma da secoli, mise il popolo a grande commovimento,
ed il Papa, nuovo Samuello, unse dell’olio santo il novello Cesare
dell’Occidente e il figliuol suo Pipino[666]. Indi vestì Carlo del
manto imperiale, e, inginocchiandosi innanzi a lui, adorò il capo del
romano Impero coronato da Dio per mano sua[667]. Alla solennità poneva
fine la messa, e Carlo e Pipino offerivano i donativi che avevano già
apparecchiato per le chiese: presentavano la basilica di san Pietro
di una tavola d’argento con vasi preziosi d’oro; alla chiesa di san
Paolo tributavano di simili offerte votive; alla basilica Lateranense
davano una croce d’oro seminata di pietre preziose, e alla santa Maria
Maggiore facevano dei presenti non meno sontuosi.

Di tal guisa, Carlo dimetteva il titolo di patrizio dei Romani, e da
quest’ora in poi s’appellava imperatore e augusto. Il titolo novello
non poteva accrescere di efficacia la potenza di un Principe che,
lunghissimo tempo prima, aveva dominato l’Occidente cristiano; ma
serviva adesso a significare con precisa espressione questa signoria
assoluta di Carlo; e lo componeva innanzi al mondo in quella dignità
cesarea che gli era stata «concessa da Dio,» e ch’egli aveva vestito
in Roma, santuario massimo della Chiesa, sede antichissima della
monarchia mondiale. Nei tempi più tardi, allorchè l’Impero germanico
venne a conflitto contro il Papato, gli Scrittori di giure canonico
foggiarono una loro teoria, affermando che l’Imperatore aveva
conseguito la corona soltanto per grazia del Papa: e questa investitura
fecero derivare dal fatto che Carlo era stato coronato da Leone III.
Gli Imperatori alla loro volta trassero in campo le acclamazioni del
popolo che aveva gridato: «All’Imperatore dei Romani, coronato da Dio,
vita e vittoria;» e dissero che la loro corona, retaggio inalienabile
dei Cesari, portavano perciò soltanto che Dio loro la aveva data. I
Romani finalmente protestarono che la corona era pervenuta a Carlo
unicamente perchè gliela aveva concessa la maestà del Senato e del
popolo romano. La controversia sull’origine giuridica dell’Impero
si prolungò in tutto il medio evo; essa non recò veruna mutazione
efficace nella storia del mondo, ma pur dimostra che gli uomini, mossi
da un bisogno congenito alla loro natura, intendono a ricondurre il
mondo dei fatti sotto una regola di diritto da cui la forza riceva
impronta di legalità. Papa Leone III non possedeva il diritto di dare
altrui la corona dell’Impero, chè sua non era, parimente come a Carlo
mancava ogni diritto di pretenderla. Ma il Papa reputava sè essere il
rappresentante dell’Impero e dei Romani; e, come capo della nazione
latina, e, più ancora, come capo spirituale supremo, e per tale
riverito, di tutta la Republica cristiana, ben aveva egli la potenza di
effettuare quel rivolgimento che, senza l’ajuto della Chiesa, possibile
non sarebbe stato. Il mondo tenevalo in conto di colui che intercedeva
fra esso e la Divinità; laonde fu soltanto colla incoronazione e
colla unzione avvenute per mano sua, che l’Impero di Carlo agli occhi
del mondo acquistò la consecrazione e la confermazione divina. Il
diritto elettivo dei Romani, d’altra parte, in quella forma onde si
esercitava, era incontestato; nè in alcun’altra elezione imperiale
di tempi posteriori potè esso riuscire di così decisa importanza
giuridica. Se nell’anno 800 i Romani, dai quali il novello Augusto
conseguiva il suo titolo, si fossero chiariti avversi alla elezione di
Carlo, il Re dei Franchi o non sarebbe mai diventato imperatore, oppure
alla sua potenza imperatoria, parificata ad una usurpazione, avrebbe
mancato anche l’ultima apparenza di forma giuridica; per la qual
cosa Carlo non poteva possedere virtù d’imperatore senza la volontà
del Papa o senza quella dei Romani. Peraltro, a questi nell’elezione
s’erano accompagnati anche i Franchi e gli altri Germani rappresentati
in Roma dalle Scuole degli stranieri; e il diritto elettivo, che
originariamente aveva appartenuto soltanto al Senato ed al popolo
romano, ma che del resto neppur Carlo ebbe mai per tale acconsentito,
perdette la sua importanza, perocchè la potenza dello Stato indi in
poi abbia posato sulla nazione germanica, dalla quale i Re franchi e i
tedeschi furono eletti.

Un’altra questione s’ebbe a elevare nell’istesso torno di tempo; e cioè
fu disputato se, nell’anno 800, il Papa togliesse l’_Imperium_ ai Greci
per darlo ai Franchi: invero siffatta opinione esposero i campioni
del diritto d’investitura pontificia. Se vero sia che Leone III non
possedeva, come Papa, nè la podestà assoluta, nè il diritto di dare al
Re dei Franchi la corona dello Stato, gli è con ciò definito altresì
che neppur poteva torla ai Greci per darla ai Franchi. Perfino la frase
di «traslazione dell’Impero,» non è vera che a metà[668]. Infatti,
allorchè si venne al grande partito di far Carlo imperatore, perdurava
ancora il concetto dell’unità dell’Impero, e discendeva per tradizione
incancellabile e salda così, che non potevasi pur pensare a separare
l’Occidente dall’Oriente. Più esatto si è il dire, che, dopo la caduta
di Costantino VI, Carlo si prese il trono dell’Impero universale,
poichè lo si considerava vacante; nè ciò fece da antimperatore, bensì,
e massimamente, da imperatore, e da successore di Costantino e di
Giustiniano. Carlo stesso vagheggiava, così era detto, la conchiusione
di un maritaggio con Irene. L’Impero doveva essere dato ad una dinastia
nuova, a quella dei Re franchi, non già al popolo dei Franchi; ed è
cosa assai probabile che tanto Carlo quanto Leone reputassero di poter
conservare immune da divisione l’Impero, sì come avveniva della Chiesa.
Ma la loro speranza non fu che un’illusione. Il nuovo Impero rimase
dell’Occidente, nè conseguì mai più l’unione coll’Oriente che l’antico
Stato aveva posseduto all’età di Onorio e dei suoi succeditori. I
Greci, irritati, tennero ciò sempre in conto di un’usurpazione, e si
dolsero che il legame antico, il quale aveva annodata Roma a Bisanzio,
fosse stato troncato dalla poderosa spada dei Franchi, e che la più
vaga figliuola di Roma, Costantinopoli, fosse separata per sempre
dalla sua madre canuta[669]. Un profondo abisso divise indi in poi le
terre del Settentrione da quelle del Levante. L’Oriente e l’Occidente
si separarono l’uno dall’altro, nella Chiesa e negli istituti civili,
nella scienza e nell’arte, nelle costumanze e nelle forme della vita.
L’Impero greco divenne orientale, e durò, immerso nel torpore, per un
periodo meraviglioso, ma travagliato, di sei secoli; laddove l’Impero
romano venne in bel fiore nell’Occidente, svolgendo una robustezza
rigogliosa, di cui prima non si sarebbe pur avuto speranza.

Così fu rinnovellato l’Impero romano[670]. Nel concetto degli uomini,
la sua forma antica sembrava restaurata; ma non era che apparenza,
perocchè la vita fosse nuova. Non soltanto la tempra di questa vita
del novello Impero fu essenzialmente tedesca, ossia germanica, ma
l’Impero stesso con ardito intendimento fu tolto alla cerchia delle
ragioni meramente politiche, e fu ricondotto a quella dei voleri di
Dio, di cui ben tosto fu considerato essere un feudo. Ebbe forma di
teocrazia. La Chiesa, reame di Dio sulla terra, parve essere il suo
intimo principio vivificatore; l’Impero fu la forma civile di essa, il
suo corpo cattolico. Senza della Chiesa l’esistenza dell’Impero non era
possibile; non erano più le leggi romane, ma gli istituti della Chiesa
che componevano la salda struttura e il legame che avvinceva fra loro i
popoli occidentali, e ne costituiva altrettante comunità cristiane, a
capo delle quali erano l’Imperatore uno e il Papa uno. La civiltà del
mondo antico, l’essenza della religione, il culto, la legge morale,
il sacerdozio, la lingua romana, le festività, il calendario, in breve
tutto ciò che le nazioni possedevano a patrimonio comune, tutto derivò
dalla Chiesa. Il concetto romano di Republica universale del mondo e
dell’unità del genere umano trovava sua forma visibile soltanto nella
Chiesa e nel suo rito divino. L’Imperatore ne era capo e patrono; era
difensore, promotore e ordinatore della Chiesa, era vicario temporale
di Cristo. Coi popoli e cogli Stati che vivevano riuniti sotto il
suo imperio, e che, spontanei o costretti, riverivano la sua autorità
civile, stava egli propriamente nelle identiche relazioni in cui il
Papa s’era trovato verso le chiese nazionali e metropolitane, innanzi
che gli fosse riuscito di raccogliere ad accentramento completo la
Chiesa. Tosto dopo di Carlo magno il novello Cesare dell’Occidente
non tenne effettiva potenza territoriale, nè autorità di Stato; la sua
maestà imperatoria riposava più veramente sopra un dogma derivato dal
giure delle genti, quasi come se fosse una podestà internazionale. Era
un potere che risiedeva nel campo dell’idea, cui difettavano fondamenta
pratiche.

Il principio religioso e teocratico che si costituì nell’Occidente
cancellò il concetto dello Stato che s’era foggiato nell’antichità
romana, ed operò per guisa che, nel corso dei tempi, la Chiesa, ossia
il Pontefice di essa, vicario spirituale di Cristo, diventò autorità
sola dominatrice: il modo mistico con cui nel medio evo si definiva la
esistenza del mondo reale, e che oggi ci ha l’apparenza di un trastullo
sofistico tutto azzimato di simboli, edificò l’universo a simiglianza
dell’uomo, mediante l’unione di anima e di corpo; il dogma, combattuto
in lunghe battaglie, delle due nature del Cristo, della natura mortale
e terrena, e della natura divina e immortale, fu applicato anche alla
forma politica del genere umano; ed il risultamento ne fu profittevole
soltanto al Papa. Invero la Chiesa era l’anima, lo Stato era soltanto
il corpo del Cristianesimo uno; il Papa era vicario di Cristo in
tutte le cose divine ed eterne, l’Imperatore non ne era il vicario
che nell’ordine della materia fuggevole e terrena; quegli era il sole
che vivifica tutto il creato, questi era soltanto la luce minore, la
luna, che con pallido raggio naviga in mezzo alla notte che recinge
la terra. Il dualismo fra l’Imperatore ed il Pontefice diventò lotta
di principî; e il mondo occidentale, che nell’anno 800 ebbe creazione
nuova, cominciò a scindersi nei contrasti della Latinità e del
Germanismo, intorno a cui indi si svolse tutta la storia di Europa, e
tuttora si muove. Peraltro, all’età di Carlo magno, questi contrasti
erano appena visibili nel loro germe. Davanti alla maestà imperiale di
lui, come già innanzi a quella degli Imperatori antichi, si eclissava
lo splendore del Vescovo di Roma, che a lui aveva prestato adorazione;
quel Vescovo, al pari d’ogni altro del suo Impero, era suddito suo.
Dopo il lungo uragano delle migrazioni dei popoli, l’incoronazione
di Carlo a imperatore fu precisamente il suggello della pacificazione
dei Germani con Roma, fu vincolo che annodò il mondo antico al nuovo,
il mondo latino al tedesco. Alemagna e Italia divennero, di questo
tempo in poi, i campioni della cultura universale del mondo. Per lungo
ordine di secoli operarono vicendevole influenza l’una sull’altra, e,
allato di esse, dalla miscela delle due razze, vennero crescendo in
bel fiore altre nazioni, nelle quali prevalse dall’una parte l’elemento
sostanziale latino, dall’altra il germanico. Tutta la vita dei popoli
fu quindi compresa nell’orbita di un grande sistema concentrico
composto della Chiesa e dell’Impero, e ne derivò la comune civiltà
dell’Occidente. Questo duplice sistema meraviglioso tenne per secoli
avvinto il genere umano in una cerchia fatata, e lo tenne saldamente
così, che l’ordinamento del mondo politico dell’antichità, per potenza
e per durata, non vi si può pur paragonare.

L’età in cui si svolgono avvenimenti di grave rilievo nella storia
del mondo, non ha virtù di comprenderne l’importanza: soltanto la
generazione che vien dopo, tributa ad essi nominanza adeguata. Così
accadde di quella incoronazione di Carlo magno. Negli annali della vita
degli uomini appena v’ha un altro momento storico che all’intelletto
delle età posteriori si mostri posare sovra un culmine di altezza sì
eccelsa. Fu un momento di creazione storica, in cui dallo sfasciume
dell’antichità e dal diluvio delle migrazioni dei popoli s’elevò un
solido continente, sul quale dappoi si compose la storia d’Europa,
non per legge meccanica della forza, ma per un principio d’indole
decisamente morale.


  FINE DEL VOLUME SECONDO.




INDICE

DEL SECONDO VOLUME.


  LIBRO TERZO.

  DAL PRINCIPIO DEL GOVERNO DEGLI ESARCHI
  ALL’INCOMINCIAMENTO DEL SECOLO OTTAVO.

  CAPITOLO PRIMO. — § 1. Decadimento di Roma. — La
    Chiesa romana sorge dalle rovine dello Stato. — Benedetto
    fondatore del monachismo occidentale. — Abazie
    di Subiaco e di Monte Cassino. — Cassiodoro
    si fa monaco. — Origine e diffusione
    del monacato in Roma                                      Facc. 3

  § 2. I Longobardi si avanzano in Italia. — Giungono
    fin sotto Roma. — Benedetto I papa, 574. — Pelagio
    II papa, 578. — I Longobardi assediano
    Roma. — Distruzione di Monte Cassino, 580. — Fondazione
    del primo convento di Benedettini in
    Roma. — Pelagio II chiede aiuto a Bisanzio. — Gregorio
    va nunzio alla corte dell’Imperatore. — Inondazione
    e peste, 509. — Muore Pelagio II. — Edificazione
    del san Lorenzo                                             »  20

  § 3. Gregorio I è eletto papa. — Sua vita prima. — Solenne
    processione in causa della peste. — Leggenda
    dell’apparizione dell’angelo sulla tomba di Adriano         »  35

  CAPITOLO SECONDO. — § 1. Gregorio è ordinato papa
    addì 3 settembre 590. — Sua prima predica. — I
    Longobardi condotti da Agilulfo e da Ariulfo stringono
    Roma d’assedio. — Gregorio pronuncia la
    orazione funebre di Roma. — Egli compra la ritirata
    dei Longobardi                                              »  43

  § 2. Condizioni del reggimento temporale di Roma. — Gli
    officiali imperiali. — Assoluto silenzio rispetto
    al Senato romano                                            »  55

  § 3. Relazioni di Gregorio colla città di Roma. — Sue
    cure per il popolo. — Amministrazione dei beni
    ecclesiastici                                               »  64

  § 4. Gregorio conchiude pace con Agilulfo. — Foca
    sale al trono di Bisanzio e riceve gratulazioni da
    Gregorio. — La colonna di Foca nel foro di Roma             »  74

  CAPITOLO TERZO. — § 1. Caratteri del secolo sesto. —
    Maometto e Gregorio. — Condizioni religiose. — Culto
    delle reliquie. — Credenza dei miracoli. — Gregorio
    consacra la chiesa dei Goti nella suburra
    di santa Agata                                              »  83

  § 2. I Dialoghi di Gregorio. — Leggenda di Trajano
    imperatore. — Il foro di Trajano. — Condizioni della
    cultura scientifica. — Accuse contro Gregorio. — La
    Città volge a decadenza sempre maggiore. — Gregorio
    si adopera a restaurare gli acquedotti                      »  94

  § 3. Operosità di Gregorio nei negozî della Chiesa. — Egli
    tenta di riunire l’Occidente germanico con
    Roma. — Converte l’Inghilterra. — Muore nell’anno
    604. — Monumenti di Gregorio in Roma                        » 112

  CAPITOLO QUARTO. — § 1. Pontificato e morte di Sabiniano
    e di Bonifacio III. — Bonifacio IV. — Il Panteon
    di Agrippa è consecrato a Maria Vergine ed
    a tutti i Martiri                                           » 121

  § 2. Diodato, papa nell’anno 615. — Sollevazioni in
    Ravenna ed in Napoli. — Terremoti e lebbra in
    Roma. — L’esarca Eleuterio si ribella in Ravenna. — Papa
    Bonifacio V. — Onorio I, 625. — Il diritto
    di conferma dell’elezione pontificia spetta all’Esarca
    di Ravenna. — Edificî di Onorio. — Il san
    Pietro. — È messo a sacco il tetto del tempio di Venere
    e di Roma. — Cappella di sant’Apollinare. — Sant’Adriano
    nel Foro                                                    » 132

  § 3. San Teodoro al Palatino. — Reminiscenze dell’antichità.
    — La chiesa dei _SS. Quatuor Coronatorum_
    sul Celio. — Santa Lucia _in Selce_. — Sant’Agnese
    fuor di porta Nomentana. — I santi
    Vincenzo ed Anastasio ad _Aquas Salvias_. — San
    Pancrazio                                                   » 141

  CAPITOLO QUINTO. — § 1. Onorio I muore nel 638. — Maurizio
    cartulario e Isacco esarca mettono a sacco
    il tesoro della Chiesa. — Severino papa. — Giovanni
    IV papa. — Battistero Lateranense e suoi
    quattro oratorî. — Teodoro papa, 642. — Ribellione
    di Maurizio in Roma. — L’esarca Isacco muore. — Rivolta
    di palazzo a Bisanzio. — Costante II imperatore. — Pirro
    patriarca viene a Roma. — Chiesa
    di san Valentino e di sant’Euplo                            » 153

  § 2. Martino I, papa nel 649. — Sinodo romano per
    la controversia dei Monoteliti. — Attentato di Olimpio
    esarca contro la vita di Martino. — Teodoro
    Calliopa trascina colla violenza prigioniero il Papa,
    nell’anno 653. — Martino muore in esilio. — Eugenio,
    papa nel 654                                                » 165

  § 3. Vitaliano è fatto papa nell’anno 657. — Viene
    in Italia Costante II imperatore. — Accoglienze
    e soggiorno di lui in Roma (663). — Una voce di
    lamento su Roma. — Condizioni della Città e dei
    suoi monumenti. — Il Colosseo. — Costante mette
    a sacco Roma. — Muore a Siracusa                            » 171

  CAPITOLO SESTO. — § 1. Deodato, papa nel 672. —
    Rinnovazione del convento di santo Erasmo. — Dono
    papa, 676. — Agatone papa, 678. — L’Arcivescovo
    di Ravenna si sottomette al primato di Roma. — Il
    sesto Concilio ecumenico nell’anno 680 restaura
    la fede ortodossa. — Pestilenza del 680. — Leggenda
    di san Sebastiano. — Leggenda di san Giorgio. — La
    basilica _in Velo Aureo_                                    » 187

  § 2. Leone II, papa nel 682. — Benedetto II. — Condizioni
    della elezione pontificia. — Giovanni V
    papa. — Discorde elezione alla morte di lui. — È
    eletto Conone. — Clero, esercito, popolo. — Sergio I
    papa. — L’esarca Platina viene a Roma nel 687               » 199

  § 3. Sergio disapprova gli articoli del Sinodo trullano. —
    Lo spatario Zaccaria viene a Roma per
    imprigionare il Papa. — I Ravennati entrano in
    Roma. — Relazioni di Ravenna con Roma e con
    Bisanzio. — Giovanniccio di Ravenna                         » 208

  CAPITOLO SETTIMO. — § 1. San Pietro. — Pellegrinaggi
    a Roma. — Re Caduallo riceve il battesimo in Roma
    nel 689. — I re Corrado e Offa si fanno monaci. — Sergio
    abbellisce le chiese con doni votivi. — Sepolcro
    di Leone I nell’interno del san Pietro                      » 213

  § 2. Giovanni VI, papa nel 701. — Teofilatto esarca
    viene a Roma. — Le milizie italiane s’avanzano fin
    sotto le porte della Città. — Restaurazione del monastero
    di Farfa nella Sabina. — Gisulfo II di Benevento
    entra nella Campagna. — Giovanni VII, papa
    nel 705. — Giustiniano II recupera il trono di Bisanzio.
    — Oratorio di Giovanni VII nel san Pietro. — Leggenda
    del sudario della Veronica. — Si restaura
    Subiaco                                                     » 219

  § 3. Sisinnio, papa nel 707. — Costantino, papa nel
    708. — Castigo inflitto a Ravenna. — Il Pontefice
    va in Oriente. — Supplizî in Roma. — Indole dei
    Ravennati. — Sollevazione di Ravenna sotto di
    Giorgio. — Prima federazione di città in Italia. —
    Filippico Bardane, imperatore nel 712. — I Romani
    gli rifiutano omaggio. — Ducato e Duce di Roma. — Guerra
    civile in Roma. — Palazzo de’ Cesari. — Anastasio
    II imperatore nel 713. — Costantino
    muore nel 715                                               » 229

  LIBRO QUARTO.

  DAL PONTIFICATO DI GREGORIO II NELL’ANNO 715 ALLA
  INCORONAZIONE DI CARLO IMPERATORE NELL’ANNO 800.

  CAPITOLO PRIMO. — § 1. Gregorio II sale al pontificato
    nel 715. — Indole e operosità di Gregorio. — Bonifacio
    converte la Germania. — Leone l’Isaurico. — Culto
    delle imagini dei Santi in Oriente e in
    Occidente. — Statua di bronzo del san Pietro in
    Vaticano                                                    » 245

  § 2. Editto di Leone contro il culto delle imagini. —
    Resistenza di Roma e sollevazione di alcune province
    italiane. — Attentato alla vita di Gregorio. — I
    Romani e i Longobardi prendono le armi. — Ribellione
    contro Bisanzio. — Tentativi da Napoli
    contro Roma. — Lettere di Gregorio all’Imperatore           » 256

  § 3. Contegno di Liutprando. — Egli conquista Ravenna. —
    Dona Sutri al Papa. — Il Papa, i Veneziani
    ed i Greci si collegano contro Liutprando. — Il
    Re muove contro Roma, indi si ritira. — Un usurpatore
    in Tuscia. — Gregorio II muore nel 731. — Gregorio
    III è eletto papa nel 731. — Sinodo romano
    contro gli Iconoclasti. — Condizioni dell’arte in
    Occidente. — Edificazioni di Gregorio III. —
    Restaurazione delle mura della Città                        » 266

  § 4. Leone l’Isaurico manda un’armata in Italia. — Apprende
    i beni della Chiesa romana. — Il Papa
    acquista Castel Gallese. — Conchiude alleanza con
    Spoleto e con Benevento. — Liutprando entra nel
    Ducato. — Gregorio III chiede aiuto a Carlo Martello. —
    Muoiono Gregorio III, Carlo Martello e
    Leone l’Isaurico nell’anno 741                              » 278

  CAPITOLO SECONDO. — § 1. Zaccaria, papa nel 741. — Egli
    tratta con Liutprando. — Va a lui. — Novella
    donazione dei Longobardi alla Chiesa. — Secondo
    viaggio del Papa a Liutprando. — Il Re muore. — Rachi
    gli succede sul trono di Pavia                              » 289

  § 2. Continua l’ossequio all’Imperatore. — Rapporti
    amichevoli con Bisanzio. — Carlomanno viene a
    Roma e si fa monaco a Monte Soratte. — Rachi
    professa fede monastica a Monte Cassino. — Astolfo
    succede a Rachi nel 749. — Il Papa acconsente
    all’usurpazione di Pipino. — Zaccaria muore nel 752         » 295

  § 3. Edificazioni di Zaccaria nel palazzo Lateranense. —
    Suoi tentativi di porre colonie nella
    Campania. — Le _Domus cultae_. — Stefano II papa. —
    Astolfo conquista Ravenna nel 751. — Egli leva
    pretese su Roma. — Stefano cerca ajuto presso
    l’Imperatore, indi presso Pipino. — Va in Francia. —
    Pipino e i suoi figli sono consecrati re nel
    754. — Col patto di Kiersy Pipino promette soccorso. —
    Il Re è eletto patrizio dei Romani                          » 303

  § 4. Falliscono i negoziati con Astolfo. — Ritorno
    di Stefano. — Pipino scende in Italia. — Astolfo
    accetta la pace. — Primo documento di donazione
    di Pipino dell’anno 754. — Il Re dei Longobardi
    entra nel Ducato. — Assedio di Roma nel 755. —
    Devastazione della Campania. — Saccheggio delle
    catacombe di Roma. — Lettera di Stefano ai Franchi. —
    San Pietro scrive una lettera al Re dei Franchi             » 319

  § 5. Pipino scende in Italia. — Astolfo leva da Roma
    l’assedio. — Venuta di legati bizantini e loro
    disinganno. — Astolfo si sottomette. — Documento
    della donazione di Pipino. — Fondazione dello Stato
    della Chiesa. — La Chiesa è immessa nel possesso
    delle città donatele. — Astolfo muore nell’anno 756. —
    Il monaco Rachi tenta di ottenere la corona. — Desiderio
    è proclamato re dei Longobardi. — Stefano
    muore nell’anno 757                                         » 329

  CAPITOLO TERZO. — § 1. Paolo I, papa nell’anno 757. —
    Lettera dei Romani a Pipino. — Relazioni amichevoli
    del Papa con questo Re. — Desiderio punisce
    i Duchi di Spoleto e di Benevento ribelli. — Desiderio
    viene a Roma. — Comportamenti politici di
    Paolo. — Relazioni del Papa e di Roma con Bisanzio. — È
    fatta pace con Desiderio                                    » 343

  § 2. Edificazioni di Stefano II e di Paolo I. — Il Vaticano
    e il san Pietro. — Primo campanile in Roma. — Cappella
    di santa Petronilla. — Traslazione dei
    Santi dalle Catacombe nella Città. — Si fonda il
    convento di san Silvestro _in capite_                       » 353

  § 3. Paolo I muore nel 767. — Usurpazione di Toto
    duce, e dei suoi fratelli. — Costantino pseudo-papa. —
    Reazione in Roma. — Cristoforo e Sergio irrompono
    in Roma coll’ajuto dei Longobardi. — I Longobardi
    collocano Filippo in Laterano. — Stefano III
    papa. — Terrore in Roma. — Punizione degli usurpatori. —
    Pipino muore nel 768. — I suoi figli si
    dividono il regno. — Concilio Lateranense nel 769           » 359

  CAPITOLO QUARTO. — § 1. Influenza e potenza di Cristoforo
    e di Sergio in Roma. — Stefano III e Desiderio
    si collegano a loro danno. — Il Re dei Longobardi
    s’avanza fino alle porte della Città. — Caduta
    di que’ due uomini, e colpa del Pontefice
    nella loro miserevole fine. — Intendimento di un
    duplice maritaggio tra la famiglia principesca
    di Pavia e quella dei Franchi. — Intrighi del Papa
    per mandarlo a vuoto. — Ravenna resiste contro
    di Roma. — L’indirizzo politico della corte franca
    è favorevole al Pontefice — Stefano III muore
    nell’anno 772                                               » 373

  § 2. Adriano I papa. — Caduta della fazione longobarda
    in Roma. — Atteggiamento ostile di re Desiderio. —
    Inquisizione e caduta di Paolo Afiarta. — Il
    Prefetto della Città. — Desiderio devasta il
    Ducato romano. — Adriano s’appresta alla difesa. —
    Ritirata dei Longobardi                                     » 386

  § 3. Spedizione di Carlo in Italia. — Assedio di Pavia. —
    Carlo celebra in Roma le feste di Pasqua. — Confermazione
    della donazione di Pipino. — Caduta
    di Pavia e del reame dei Longobardi nell’anno 774           » 395

  § 4. Donazione di Costantino. — Limiti geografici
    della donazione carolina. — Spoleto, Tuscia, la
    Sabina, Ravenna. — Pretensioni di Carlo all’autorità
    suprema e al diritto di conferma degli Arcivescovi
    di Ravenna. — Patriziato di san Pietro. — Si
    dimostra che il Papa era padrone degli edificî
    publici di Ravenna, ma d’altronde obbediva all’imperio
    supremo di Carlo. — Mercato di schiavi
    fatto dai Veneziani e dai Greci                             » 405

  § 5. Benevento. — Arichi duca si fa independente. — Il
    Papa guerreggia per ragione di Terracina. — Carlo
    viene per la seconda volta a Roma. — Vi
    torna la terza volta. — Impresa contro Benevento,
    e pace. — Nuova donazione di Carlo. — Arichi
    tratta con Bisanzio. — Condizioni di Bisanzio. — Si
    pone fine alla controversia degli Iconoclasti. —
    Grimoaldo duca di Benevento                                 » 421

  CAPITOLO QUINTO. — § 1. Condizioni di Roma. — Inondazione
    del Tevere nell’anno 791. — Adriano
    ripara le mura della Città. — Restaura l’_Aqua
    Trajana_, la _Claudia_, la _Jobia_ e l’_Aqua Virgo_. —
    Provvede a porre colonie nella Campagna. — Condizioni
    dei coloni. — Le _Domus cultae_ di Adriano. —
    _Capracorum_                                                » 433

  § 2. Adriano attende a edificare chiese. — Portico
    Vaticano. — Il san Pietro. — Il Laterano. — Il
    san Paolo. — Operosità delle arti in Roma. — San
    Giovanni _ante Portam Latinam_. — Santa Maria
    _in Cosmedin_. — La _Schola Graeca_. — Monte
    Testaccio                                                   » 449

  § 3. Condizioni delle scienze in Roma ai tempi di
    Adriano. — Ignoranza dei Romani. — Cultura dei
    Longobardi. — Adalberga. — Paolo Diacono. — Scuole
    in Roma. — Musica sacra. — Cessa l’arte
    poetica. — Poesia epigrammatica. — Ruina della
    lingua latina. — Primi incominciamenti della lingua
    neo-romana                                                  » 464

  CAPITOLO SESTO. — § 1. Condizioni interne di Roma
    e dei Romani. — Le tre classi del popolo. — Organamento
    militare. — L’_Exercitus Romanus_. — Ordinamento
    delle Scuole. — Universalità del sistema
    delle corporazioni. — Scuole di stranieri:
    Israeliti, Greci, Sassoni, Franchi, Longobardi e
    Frisoni                                                     » 475

  § 2. Reggimento civile della città di Roma. — Non
    esiste più Senato. — I Consoli. — Gli officiali della
    Città. — La nobiltà. — Amministrazione della
    giustizia. — Il Prefetto della Città. — La corte
    pontificia. — I sette ministri del Palazzo, e gli
    altri officiali della casa papale                           » 488

  § 3. Istituti nelle altre città. — _Duces._ — _Tribuni._ —
    _Comites._ — Del Ducato romano e dei suoi confini. — La
    Tuscia romana. — La Campania. — La
    Sabina. — L’Umbria                                          » 507

  CAPITOLO SETTIMO. — § 1. Muore Adriano nell’anno
    795. — Leone III è eletto papa. — Spedisce
    un’ambasceria a Carlo, e questi conchiude un
    patto colla Chiesa. — Significazione simbolica
    delle chiavi della tomba di san Pietro e del vessillo
    di Roma. — Giurisdizione suprema esercitata
    da Carlo patrizio in Roma. — Definizione dell’accordanza
    che esisteva fra la podestà religiosa
    e la civile. — Musaici in santa Susanna. — Quadro
    a musaico nel triclinio di Leone III                        » 523

  § 2. I nepoti di Adriano uniti ad altri ottimati
    congiurano contro Leone III. — Attentasi alla
    vita di lui. — Il Papa fugge a Spoleto. — Va in
    Alemagna e s’incontra con Carlo. — Roma è in
    balia dei nobili. — Alcuino consiglia sul contegno
    che Carlo deve usare con Roma. — Leone
    torna a Roma nel 799. — Carlo per mezzo di suoi
    ministri procede contro gli accusati                        » 544

  § 3. Carlo a Roma nell’800. — Tiensi parlamento
    nella chiesa di san Pietro. — Carlo pronuncia
    giudizio sui Romani e sul Papa. — Leone presta
    giuramento di purgazione. — Carlo è eletto dai
    Romani imperatore. — Restaurazione dell’Impero
    occidentale. — Carlomagno è incoronato imperatore
    dal Papa nell’anno 800. — Criterî sull’origine
    giuridica e sul concetto del novello Impero                 » 557




VOLUME SECONDO


           ERRATO                                        CORREGGI

  Pag.  28   nota,  lin.     11,    Enrico           Eorico
   »    28   nota,   »       12,    Enrice           Eorice
   »    62   nota,   »        7,    riceve nome      porta nome
   »    62   nota,   »  10 e 11,    accolto          corretto
   »    78   nota,   »       16,    imperdonabili    perdonabili
   »    90   nota,   »    1 e 2,    Mai, di regola   Mai catene
                                      generale,
                                      catene
   »   111   nota,   »         8,   Pallasenas       Pallacenas
   »   180  testo,   »        17,   della piazza     del foro
   »   183  testo,   »        12,   su               presso
   »   188  testo,   »        12,   frammenti        miniere
   »   216   nota,   »         4,   soialem          sodalem
   »   226   nota,   »         9,   deve aver        si dice aver
   »   257  testo,   »        17,   Leone            Gregorio
   »   279  testo,   »         4,   vendeva          rendeva
   »   392   nota,   »         2,   Annaldo          Anualdo
   »   401  testo,   »        22,   leggere a        leggere la scritta,
                                      Carisiaco        fatta a
                                      la scritta       Carisiaco,
   »   434   nota,   »         2,   Faccioli         Vignoli
   »   456  testo,   »         8,   giardini         orti
   »   463  testo,   »   12 e 13,   monte; è alto    monte, alto dugento
                                      dugento palmi;   palmi, quale
                                      sembra una
   »   463  testo,   »        14,   alle simboliche  a simbolica collina
                                      colline          sepolcrale
                                      sepolcrali
   »   496   nota,   »         3,   malamente        espressamente
   »   515  testo,   »         3,   omai             ancora
   »   515  testo,   »     3 e 4,   s’era fatta      città di provincia
                                      città di         considerevole
                                      terra ferma




NOTE:


[1] _Sublacus_ o _Sublaqueum_ ebbe nome dai laghi artificiali, dei
quali Nerone adornò ivi la sua villa. Menzione del luogo è fatta per la
prima volta in PLINIO, _Hist. Nat._ III, 17. Soltanto la fondazione del
convento fatta da san Benedetto diè origine al _Castrum Sublacum_. Vedi
il NIBBY, _Annal._ III, 120, e il JANNUCELLI, _Memorie di Subiaco_,
Genova 1856.

[2] Don LUIGI TOSTI scrisse la più recente storia del suo celebre
convento: _Storia della Badia di Monte Cassino_ (Napoli 1842, 3 vol.),
con documenti. Il favoloso documento della donazione di sette mila
schiavi di Sicilia con Messina e con Panormo, che Tertullo avrebbe
fatta a Benedetto incomincia: _Tertullus Dei gratia invictissimae
Reginae Coeli Terraeque civitatis Romanae Patricius, Dictatoribus,
Magistratib., Senatorib., Consulib., Proconsulib., Praefectis,
Tribunis, Centurionibus_ ecc. La sottoscrizione conta a olimpiadi! Il
Tosti riconosce che questa pergamena ha i caratteri del secolo X, e
che il rescritto di privilegio di papa Zacaria, in cui è data conferma
a questa donazione, esiste soltanto in copie posteriori al secolo XI.
La Sicilia, dove Benedetto mandò Placido da missionario, è il paradiso
dei Benedettini; il documento creato dall’imaginazione non manca nella
_Sicilia Sacra_ del PIRRO (p. 1155).

[3] Gli ultimi sette savî di Atene furono Damascio, Simplicio, Eulamio,
Prisciano, Ermiade, Diogene, Isidoro. Eglino si rifuggirono in esilio
presso re Cosroe di Persia. AGATHIAS, _Hist._ II, 30. Volle stranezza
di destino che i filosofi greci del primo tempo dovessero scampare
davanti ai Persiani, le conquiste dei quali già minacciavano il mondo
ellenico, e che undici secoli più tardi gli ultimi filosofi di Grecia,
esiliati di Atene dall’Editto di un Imperatore cristiano, dovessero
invece cercare riparo presso un Re di Persia: KUNO FISCHER, _Storia
della filosofia moderna_, 1865, I, 20.

[4] Il MONTFAUCON, nel _Diarium Ital._ p. 323, attingendo ad un Codice
cassinese del secolo XI, dipinge il ritratto di Benedetto e dell’antica
veste dei Benedettini. Così il TOSTI, I, 100 e segg., dove trovasi
anche la Regola di Benedetto tratta dal commentario di Paolo Diacono.
Il lettore può trovare la storia di Benedetto nei: DACHERII _et_
MABILLONII _Acta Sanctor. Ord. S. Bened._ e nel MABILLON: _Annales Ord.
S. Benedicti_.

[5] Anime generose facevanlo mosse da quell’impulso, di cui il Poeta
dice:

    Werft die Angst des Irdischen von euch!
    Fliehet aus dem engen dumpfen Leben
    In des Ideales Reich!

_Sgombrate dall’ansia mente i terrestri ardori; dalla vita gretta e
vuota del mondo, fuggite nel regno dell’idea!_ SCHILLER. Così sulla
porta del convento di Grotta Ferrata sta scritto: Ἔξω γένοισθε τῆς
μέθης τῶν φροντίδων.

[6] Il TIRABOSCHI (III, l. c. 16) fa incominciare dalla monacazione
di Cassiodoro la completa ruina della letteratura italiana: _D’allora
in poi l’Italia non potè occuparsi in altro che nel piangere le sue
sciagure_. Egli dedica a Cassiodoro un eccellente Capitolo e con molta
dignità respinge le supposizioni del SAINT MARC riguardo ai motivi che
spinsero il Ministro a farsi monaco. Cassiodoro dettò nel chiostro la
sua Storia ecclesiastica, _Historiae ecclesiasticae tripartitae libri
XII_, un compendio di Sozomeno, di Socrate e di Teodoreto; scrisse
inoltre _De orthographia_ per istruzione dei suoi frati, che egli
esortò vivamente ad occuparsi di copie di codici. Vedi il TIRABOSCHI,
il BAEHR, _Storia della letteratura romana_ e le _Fonti storiche_ del
WATTENBACH.

[7] RUTILIO con versi eleganti e vivaci scaglia le prime frecciate di
satira che si conoscano scritte contro il monachismo (v. 489 e segg):

    _Processu pelagi jam se Capraria tollit_,
      _Squallet lucifugis insula plena viris_.
    _Ipsi se_ MONACHOS _graio cognomine dicunt_,
      _Quod soli nullo vivere teste volunt_.
    _Munera fortunae meluunt dum damna verentur:_
      _Quisquam sponte miser, ne miser esse queat?_

[8] Il NERINI, _De Templo et Coenob. S. Bonifacii et Alexii_,
Roma 1752, c. 4, reputava che questo convento sull’Aventino fosse
l’antichissimo di Roma. Il documento della donazione di Eufemio desta
appena un sorriso.

[9] _Gaudemus Romam factam Hierosolymam. Crebra virginum monasteria,
monachorum innumerabilis multitudo_ (S. HIERON., Ep. 126, _ad
Principiam_). Quando parlammo del saccheggio dei Goti trovammo
Marcello con Principia sull’Aventino, e la pia donna morì pochi dì
dopo la caduta di Roma. La più antica menzione di una monaca romana
nelle iscrizioni dei monumenti risale al 447. HIC QUIESCIT GAVDIOSA
C. ANCILLA DEI QVAE VIXIT ANNIS XL. ET MEN. V. DEP. X. KAL. OCTOB.
CALLEPIO VC. CON. Trovasi nel DE ROSSI, _Inscript. Christian._ I, n.
739.

[10] JOH. DIACON., _Vita S. Gregor._ I, c. 6. PAUL. DIACON., _Vita S.
Gregor._ c. 2. MABILLON, _Acta S. Ord. S. Ben._ I.

[11] Precisamente ottanta libbre contribuite dal «patrimonio di
san Pietro» che Gregorio, nella carezza cui era salita in Roma ogni
vettovaglia, giudica essere troppo poco. Così è la vita loro, dic’egli,
e la traggono in lacrime e in astinenze, laonde io credo che, se elleno
state non fossero, niuno di noi per sì lunghi anni avrebbe potuto in
questa città serbarsi in vita sotto la spada dei Longobardi. Lettera di
grazie da Gregorio indiritta a Teoctista e Andrea. _Ep._ 23, lib. VI.
Le donne che vivevano in religione claustrale appellavansi dal greco
_monastriae_; con dizione latina _sanctimoniales_.

[12] Il MONE, _Storia del paganesimo nell’Europa settentrionale_,
II, § 96, descrisse le costumanze pagane dei Longobardi. Il BORGIA,
_Memorie di Benevento_, II, 277, riporta un inno a Barbato dell’anno
667, in cui è discorso della cessazione del culto dei serpenti. Dalla
venerazione che i Longobardi tributavano al campeggio ed agli alberi
magici ebbe origine la credenza popolare degli Italiani che i Tedeschi
principalmente adorassero gli alberi. Il GÖTHE trovava ancora viva in
Italia quell’idea.

[13] PAOLO DIACONO, III, c. 11, dice che fu il Papa a far venire
granaglie.

[14] Il Ducato di Spoleto, che ebbe tanta importanza nella storia di
Roma, probabilmente fu fondato intorno al 569. La storia del Ducato
fu scritta dal benemerito abate FATTESCHI, che pel primo si giovò
dei documenti longobardi di Farfa: _Memorie Istorico-diplomatiche
riguardanti la serie dei Duchi di Spoleto_, Camerino 1801. La
cronologia dei primi tempi longobardici è buia.

[15] Colla caduta del regno i Goti non erano del tutto scomparsi
in Italia. Così in Roma come nella Campania eglino continuarono in
famiglie che assunsero costume latino.

[16] MENANDER, _Excerpt._, p. 126.

[17] MABILLON, _Annal. Benedict._ ad ann. 580; sennonchè il TOSTI
assume l’anno 589. Nella sua storia di Monte Cassino egli tratta dei
primi secoli assai brevemente e con discorso incerto; ed io seguo con
buon fondamento gli Annali dal MABILLON e gli _Acta SS. Ordinis S.
Benedicti_ editi dal Mabillon stesso.

[18] PAUL. DIACON., IV, c. 19 e il _Chronic. S. Monast. Casin._ I, c.
2, nel MURATORI _Script._, T. IV.

[19] Nei più tardi anni del medio evo scomparve ogni traccia di questo
convento di Benedettini presso il Laterano.

[20] SIGON. _De Regno_ 1, 17. — CARLO TROYA, _Cod. Dipl. Long._ 1, 62
pensa che la Città fosse governata dal Senato e dagli altri magistrati
di Roma finchè non v’era nè un Duce, nè un Maestro dei militi. Della
pace conchiusa parla Pelagio II, _Ep._ V ad Elia vescovo di Grado ed ai
Vescovi d’Istria e delle Venezie (nel LABBÈ e nel TROYA, _Cod. Dipl._
I, n. XIV). Il NORIS ed il MURATORI son d’accordo nel ritenere per data
l’anno 586.

[21] Per _Respublica_ non deve intendersi la Città, ma lo Stato. Del
pari, Childeberto, in una lettera a Lorenzo di Milano, dice: _Juxta
votum Romanae reipublicae vel Sacratissimi nostri Imperatoris_ (TROYA,
_Cod. Dip. Longob._ n. XI). — _Vel unum magistrum militum, et unum
ducem dignetur concedere;_ dunque i due officî erano distinti.

[22] La epistola (_ad Gregorium Diacon. Ep._ III, LABBÈ _Concil._ VI,
623) porta la data: 4. _Nonas Octobr. indict. III_. Il Muratori la
attribuisce all’anno 587, ma il TROYA I, n. 16, con buone ragioni la fa
risalire ai 5 ottobre 585.

[23] _Ep. IV ad Aunacharium Episc. Antisiadorensem: nec enim credimus
otiosum, nec sine magna divinae providentiae admiratione dispositum,
quod vestri reges Romano imperio in orthodoxae fidei confessione sunt
similes; nisi ut huic urbi ex qua fuerat oriunda, vel universae Italiae
finitimos, adjutoresque praestaret._ I Franchi furono considerati
_Leti_ ossia federati dell’Impero romano. A ragione il TROYA annette a
questo fatto importanza, e si riferisce ai versi che SIDONIO rivolgeva
ad Eorico re dei Visigoti:

    _Eorice tuae manus rogantur,_
    _Ut Martem validus per inquilinum,_
    _Defenset tenuem Garumna Tibrim._

TROYA, _Storia d’Italia_, I, 1308. _Tav. Chronol._, p. 577. Si legga
nel _Cod. Diplom. Long._, n. 43, la lettera che Maurizio scriveva a
Childeberto, dove l’Imperatore discorre della _priscam gentis Francorum
et Ditionis Romanae unitatem_. Così si preconizza il tempo più tardo,
in cui un Pontefice diceva di Carlo Magno: _cujus industria Romanorum
Francorumque concorporavit imperium_. SERGIO, in un documento riportato
dal MAURISSE, _Hist. de Metz_, p. 190 e citato da GIORGIO WAITZ,
_Storia della costituzione germanica_, III, 185.

[24] GREGOR. TURONEN., _Hist. Francor._, X, c. 1. Vi attinsero GIOVANNI
DIACONO, _Vita S. Gregor._ I, c. 34 e PAOLO DIACONO, _Vita S. Gregor._
c. 3 e _De gestis Longob._ III, c. 23. — L’ALVERI, _Roma in ogni
stato_, I, 571 e segg., con molto ardimento e con grossi errori, dà la
storia di tutte le inondazioni del Tevere e di tutte le pestilenze di
Roma dalla fondazione della Città fino al 1660.

[25] GREGORIO DI TOURS, X, c. 1, PAOLO DIACONO _De gest. Long._ III, c.
23. La _Cronica_ di MARIO D’AVENCHE la chiama anche _variola, pustola_
e _glandula_.

[26] PROCOP. _De bello Persico_, II, c. 22, 23, PAUL. DIACONUS, _De
gest. Long._, III, c. 4.

[27] GREGOR., _Dial._ IV, c. 36. La descrizione di una visione
meravigliosa del Paradiso e del Purgatorio trovasi più tardi nella
lettera che San Bonifacio di Magonza indirizzava alla Domina Eadeburga,
nel BARONIO, _Annal._ IX, p. 11.

[28] _Hic fecit supra corpus b. Laurentii martyris basilicam a
fundamento constructam, et tabulis argenteis exornavit sepulchrum
ejus._ ANAST. _in Pelag._

[29]

    _Praesule Pelagio martyr Laurentius olim_
      _Templa sibi statuit tam pretiosa dari:_
    _Mira fides! gladios hostiles inter et iras_
      _Pontificem meritis haec celebrasse suis._

La iscrizione (di sei distici), ora quasi cancellata è riportata
completamente nel BUNSEN III, 2, 314 secondo la correzione introdotta
da GAETANO MARINI nel suo Codice manoscritto della Vaticana. Vedi
anche CIAMPINI, _Vet. Mon._ II, c. 13. — L’associazione di Lorenzo
e di Stefano è spiegata chiaramente in una sentenza di Leone I: _A
Solis ortu usque ad occasum Leviticorum luminum corruscante fulgore,
quam clarificata est Hierosolyma Stephano, tam illustris fieret Roma
Laurentio_. S. LEO PAPA, _serm._ 83 _in festo S. Laur. M._ pagina 169
(Edit. Lugdun. 1700); nel FONSECA, _de Basil. S. Laur. in Dam._ c. 3,
p. 137.

[30] Sotto il musaico con caratteri ammodernati leggesi il distico
antico:

    _Martyrium flammis olim Levita subisti_
      _Jure tuis lux templis veneranda redit._

[31] Della vita di Gregorio scrisse GIOVANNI DIACONO, contemporaneo di
Anastasio bibliotecario, in sull’882. Dapprima monaco di M. Cassino,
indi Diacono della Chiesa romana, GIOVANNI dettò quella biografia
dietro comando di Giovanni VIII (MABILLON, _Acta S. O. S. Ben._ T.
I). Anche PAOLO DIACONO, monaco di M. Cassino, scrisse una _Vita S.
Gregorii_, la quale tuttavia, nella forma in cui oggi la conosciamo,
gli è contestata (MABILLON, ivi). Vi ha inoltre la _Vita S. Gregorii_
nei Bollandisti e Maurini, ma essa non è che un raffazzonamento.

[32] Gregorio stesso (_Ep._ 2, lib. III) dice di aver tenuto
quell’officio: _Ego quoque tunc urbanam praefecturam gerens_. V’ha però
la lezione _praeturam_, nè GREGORIO DI TOURS nè PAOLO DIACONO, nè BEDA
(_Histor._ II, c. 1) non fanno alcuna menzione di ciò. Stando al PAGI,
_ad ann._ 581, n. III, Gregorio intorno all’anno 575 fu prefetto della
Città.

[33] Di tal guisa GREGORIO DI TOURS ben dipinge la pompa bizantina del
vestire, _Hist._ X, c. 1.

[34] _Clerus, Senatus, populusque romanus_, dice GIOVANNI DIACONO,
_Vita_ I, c. 39, ma in questa antica formula sotto nome di Senato
manifestamente non può intendersi altro che il titolo degli ottimati.

[35] S. GREGOR., _Ep._ 2, lib. XI.

[36] Secondo il MARTINELLI, santa Eufemia sorgeva nel vico Patricio non
lungi dal _Titulus Pudentis_.

[37] Di questa _Litania septiformis_ parlano GREGORIO DI TOURS, X,
c. 1 e PAOLO DIACONO, _De gest. Long._ III, c. 24, e in generale:
LADERCHIUS, _De sacris Basil. SS. Mart. Marcell._ etc. III, c. 10. Sono
qui dunque menzionate tutte le sette regioni ecclesiastiche; la _Reg._
III e la _Reg._ IV corrispondono alle antichissime denominazioni,
le altre no. Oltracciò non si parla di alcuna chiesa nel Trastevere,
perlocchè la processione non si attenne esattamente alla partizione
regionale.

[38] Benedetto XIV vi fece innalzare quella statua. L’angelo che ripone
nel fodero la spada sarebbe il simbolo più sublime del sacerdozio
che ha missione di dare al mondo la pace; sventuratamente però non si
affà alla storia dei Papi, che usurparono anche la podestà della spada
temporale.

[39] La iscrizione dice: _Lucae et Lucis opus. Virgo haec quam cernis
in ara circumvecta nigram dispulit urbi luem_. Il CASIMIRO, nella
sua _Storia di S. Maria in Araceli_, dà la descrizione dell’imagine
bizantina della Madonna ed una lunga ed arida dissertazione su
quell’argomento. Non mi è noto che al tempo di Gregorio fossevi l’uso
di trasportare in processione le imagini dei Santi. Oggidì ancora si
celebra la ricordanza di quella leggenda, poichè la grande processione
di san Marco, quando giunge al ponte adrianeo, canta l’antifona _Regina
coeli_.

[40] S. GREGOR. _Ep._ 4, lib. I. Le sue prime lettere, precisamente
quelle indiritte a Teoctista sorella dell’Imperatore, lamentano la
perduta felicità della vita contemplativa: _Contemplativae vitae
pulchritudinem velut Rachelem dilexi sterilem sed videntem et pulchram,
quae etsi per quietem suam minus generat, lucem tamen subtilius videt.
Lea mihi in nocte conjuncta est, activa videlicet vita, fecunda, sed
lippa, minus videns, quamvis amplius parens_. Dei simboli di Rachele e
di Lia usarono più tardi Dante e Michelangelo.

[41] S. GREGOR., _Ep._ 4, lib. VI: _Secretiora loca petere aliquando
decreveram_, e la _praef._ del _Liber Pastoralis_ dice: _Pastoralis
curae me pondere fugere delitescendo voluisse_. Anche GREGORIO DI
TOURS, X, c. 1, dice soltanto: _Cum latibula fugae praepararet,
capitur_. Ma GIOVANNI DIACONO, I, c. 49, riferisce la leggenda della
fuga, e PAOLO DIACONO, _Vita_, c. 11, racconta che egli si faceva
trasportare entro una cesta e che una colonna di luce indi ne tradiva
l’intento.

[42] _Evang. Lucae_, XXI, 10, 11.

[43] È questa la Omelia prima sugli Evangelî della Edizione dei
Benedettini, t. I, p. 1436. Mi presi l’arbitrio di compendiare la
predica verso la fine.

[44] S. GREGOR. _Ep._ 2, lib. I. Nelle lettere è usata più spesso
l’espressione di _sitonicum_ per _annona_.

[45] _Ep._ 3, lib. I.

[46] _Ep._ 32, lib. II, ind. X. _Theodosiani vero, qui hic remanserunt,
rogam non accipientes, vix ad murorum quidem custodiam se accomodant._
La voce ῥόγα significa _donativum_ o _stipendium_, ed _erogator_
tesoriere degli stipendi. V. l’_Ep._ 129, lib. VII, ind. II, indiritta
a _Donellus erogator_.

[47] HIERON. RUBEUS, _Hist. Ravenn._ IV, p. 187.

[48] PAUL. DIACON., _De Gest. Long._, IV, c. 9, e S. GREGOR. _Praefat.
in lib. II super Ezechiel._ e l’Omelia sesta.

[49] Dal testo di questa Omelia riunisco soltanto questi frammenti:
_Ubi enim senatus? ubi jam populus? Contabuerunt ossa; consumptae sunt
carnes: omnis in era saecularium dignitatum fastus extinctus est. Quia
enim senatus deest, populus interiit — jam vacua ardet Roma_.

[50] _In qua (urbe) sine magnitudine populi, et sine adjutoriis militum
tot annis inter gladios illaesi, deo auctore, servamur. Ep._ 23, lib.
VIII, Ind. I.

[51] _Ep._ 43, lib. IV, Ind. XIII.

[52] _Ep._ 40, lib. V, Ind. XIII. Merita considerazione questo periodo:
_Et quidem si terrae meae captivitas per quotidiana momenta non
excresceret_: vi parla una grande coscienza della dignità propria;
Gregorio sentiva di essere a capo del paese romano.

[53] Le lettere di Gregorio parlano del _Dux Sardiniae_ (_Ep._ 46, 47,
lib. I), del _Dux Arimini_ (56, I), del _Dux Campaniae_ (12, VIII), del
_Dux Neapolis_ (5, XII) ecc.

[54] Nelle vicinanze di Roma, e incaricati puranco di prestarle
soccorso, erano Veloce e Maurizio, maestri de’ militi, (_Ep._ 21,
XII, Ind. 7). Più di sovente è fatta menzione di Maestri de’ militi in
Sicilia ed in Napoli: 25, XII; 13, 71, 75, VII.

[55] _Ep._ 129, VII. _Ep._ 2, VIII, Ind. 3.

[56] _Praefectus Urbis Johannes: Ep._ 7, VIII: così il già menzionato
Gregorio era prefetto della Città. _Ep._ 40, V.

[57] _Georgius Praef. Italiae. Ep._ 22, 23, 37, 38, I, 24, XII, c.
1, V. Si noti la espressa distinzione: _Excell. Romanum Patricium_
(cioè l’Esarca) _et per emin. Praefectum atque per alios Civitatis
suae nobiles viros_. — _Praef. Africae_ 37, VIII, _Illyrici_ 21, II,
_Siciliae_ 38, II (qui altri Codici scrivono _Praetor_). Vi contraddice
pertanto il PANCIROLI il quale nella _Notitia imp. occid._, pag.
115, dice: _Italiae serius recuperatae suus Praefectus redditus non
invenitur_.

[58] _Proconsul Italiae_ (_Ep._ 20, VIII). Gregorio si lagna col
Proconsole che alla Diaconia di Napoli fosse tolta l’annona, e si
riferisce a quanto aveva fatto Giovanni suo predecessore nell’officio.
È cenno anche di un _Proconsul Dalmatiae_ (_Ep._ 3. VII). Non avevano
dunque anche i Proconsoli cessato di esistere, come il BIONDO e il
GIANNONE opinano a torto.

[59] _Ep._ 30, X: _Quia quid passurus sit, exemplo praecedentium non
nescimus_.

[60] _Ep._ 51, X, Ind. 3. Al punito, che era colpevole di
malversazioni, Gregorio indirizzava una bella lettera di conforto _Ep._
31, VIII. Il BARONIO compara mirabilmente le relazioni di Gregorio con
Leonzio a quelle di Cicerone con Verre.

[61] _Epp._ 54, 55, 56, 57, 58, VIII.

[62] FELIX CONTELORIUS scrisse _de Praefecto Urbis_ (Roma 1631): è
lavoro importante per la storia dei Prefetti nei più tardi anni del
medio evo; esso apre con bastante ingenuità la serie dei Prefetti
antichi da Adamo o da Romolo. A quello scrittore, con maggior cura,
ma soltanto fino all’anno 600, succedette il CORSINI, _de Praefectis
Urbis_, Pisa 1766. — Trovo che il prefetto Giovanni portava titolo
di _Palatinus_ e di _Patricius_ (51, 52, VIII), ed osservo che il
titolo di _Patricius_, più tardi proprio del solo Esarca, era in quel
tempo ancora diffuso largamente: _Opilio Patricius_ (_Ep._ 27, XII),
_Venantius Patricius_ (33, I, 42, 43, V), ecc., perfino la moglie di
lui si appella _Patricia_ (128, VII), e così la romana Rusticiana. Non
parlo del _Patricius Galliarum_, il cui titolo era allora conferito dai
Re franchi (33, II, 17, XII).

[63] Così un _Comes privatorum Beator: hic qui quasi comes privatorum
dici vult, venisse et multa contra omnes agere. Ep._ 26, XI, Ind. 6. —
Nella _Ep._ 29, XII, Gregorio parla dei _diversa officia palatii urbis
Romae_, pei quali raccomanda l’annona.

[64] Il TROYA, _Osserv. sul Gov. di Roma nel_ 595 (Nota al _Cod. Dip.
Long._, I, n. 131), s’industria a sostenere la esistenza del Senato.
A favor di questa opinione egli osserva (n. 401) che nell’anno 717
entra in corte di Liutprando un _Senator filius Albini_, nel quale
vuol ravvisare un _Senator Romanus_. Io trovo tuttavia che ancora in
sull’anno 874 un Vescovo di Torcelli porta nome di Senatore, del cui
titolo si fregiava anche Cassiodoro. Però il TROYA respinge l’idea del
SAVIGNY che il Decurionato esistesse nelle città italiche ad onta della
conquista dei Longobardi, e questo errore fu, dopo di lui, corretto
da CARLO HEGEL, il quale reputa che la designazione _Ordo_ (_Clero,
Ordini et Plebi_) usitata ai tempi di Gregorio, fosse unicamente una
forma dello stile di segreteria, e, dichiarando che per esso debbasi
intendere il ceto degli _Honorati et Possessores_, opina che le Curie,
massimamente in questo periodo, fossersi estinte (I, c. 2, della sua
_Storia della Costituzione dei Municipî_).

[65] Il conte VENDETTINI (_Del Senato Rom._ I, c. 2) si sforza indarno
di affermare che esistesse il Senato ad onta delle parole di questa
Omelia, e il TROYA appunta di esagerazione i detti di Gregorio. Il
SAVIGNY (I, 367, Nota c.) sostiene che nelle Lettere di Gregorio è
fatta menzione del Senato; io però in quelle Lettere non rinvenni
neppur un passo dove fosse il caso di trovarne motto, fuori di una
che parla dell’acclamazione con cui il clero ed il Senato accolsero
il simulacro di Foca: io la reputo però un’aggiunta posteriore alla
compilazione di quelle Lettere. _Senatus deest, populus interiit_,
dice Gregorio. Supposto pure che qui il _deest_ fosse soltanto un
rettoricume come l’_interiit_, e che quell’ambasceria di senatori
avvenuta nell’anno 579 provasse la continuazione del titolo senatorio,
ne sarebbe salvo soltanto un nome, non già l’essenza.

[66] La patrizia Rusticiana era emigrata a Bisanzio, e sembra che
Gregorio invano abbia invitata la pia e ricca donna a tornarsene a
Roma. Qui possedeva dei beni; ed ella consolava sè con pellegrinaggi
al monte Sinai, e il Papa con donativi; gli mandava dieci libbre d’oro
perchè riscattasse schiavi, e drappi di seta per ornamento della chiesa
di san Pietro, pretendendo con ambizione aristocratica che quei tappeti
dovessero essere trasportati alla basilica con pompa solenne. Gregorio
le scrisse cinque lettere.

[67] Così, nel documento della donazione a san Paolo di alcuni beni,
leggiamo i nomi dei _Fundi Antonianus, Cassianus, Cornelius, Primianus.
Ep._ 9, XII, Ind. 7.

[68] _Ut quisquis fuisset publicis administrationibus implicatus, ei
ad ecclesiasticum venire officium non liceret._ JOH. DIACON., _Vita S.
Gregor._ II, c. 16. Gregorio perciò venne in dissenso coll’Imperatore
(_Ep._ 62, 65, II). All’invece si presenta il solo caso di uno che
uscisse del chiostro per assumere un officio temporale. Il patrizio
Venanzio diventava _ex monacho Cancellarius_ d’Italia, e perciò n’ebbe
aspra censura da Gregorio (Ved. l’_Ep._ 33, I, ed altre lettere a lui
indiritte). Già Costantino, nell’anno 320, aveva dovuto promulgare una
legge, mercè cui proibiva che quegli sventurati schiavi delle finanze
dello Stato, ch’erano i Decurioni, rifuggissero nel sacerdozio (_Cod.
Theodos._ XVI, 2, 3). Del continuo gli Imperatori tentarono con editti
d’impedire che gli officiali dello Stato concorressero alle dignità
ecclesiastiche.

[69] Al tempo di Gregorio fannosi risalire le publiche lavande dei
piedi e i conviti di pellegrini a Pasqua: sono oggidì quelle scenate
da teatro, colle quali in Roma si mettono in maschera la povertà e la
umiltà cristiana.

[70] Si consultino JOH. DIACON., _Vita_, II, c. 53, e le numerose
lettere di Gregorio a questi suddiaconi.

[71] _Ep._ 70, lib. I.

[72] _Ep._ 30, lib. XII, Ind. 7. — Dopo ch’ebbero perduti i patrimonî
di Sicilia, i Papi andavano talvolta a cercar cavalli in Francia.
Adriano pregava Carlo di spedirgli alcuni «famosi» cavalli, per poter
cavalcare con decoro: _Tales nobis famosissimos mittite equos, qui
ad nostram sessionem facere debeant. Cod. Carol., Ep._ LXVII (nel
CENNI, LXXXI, p. 440). Per i rapporti colle colonie hanno importanza
la _Ep._ 44, I, Ind. 9, _ad Petrum Subd. Sicil._, e le altre: IV, 21,
Ind. 12; IX, 18, 19, Ind. 2, XIII, 34, Ind. 6. — Il canone in grano
è specificato così: _Pensionem integram et pensantem ad septuaginta
bina persolvant_. La prestazione è chiamata _pensio_ (da _pensum_),
talfiata anche _burda_ o _burdatio_ (forse il _Bürde_, fastello, fascio
dei tedeschi?), oppure _illatio burdationis_. Una imposta sui prodotti
del mercato è detta _siliquaticum_ o _siliquae_; così in Cassiodoro,
_Var._ lib. II, _Ep._ 30, III, 25. Se un colono prendeva moglie, pagava
al _Conductor_, a titolo di _nuptiale commodum_, un _solidus_. — Le
massime di Gregorio sono espresse nell’_Ep._ 44, I: _quia nos sacculum
ecclesiae ex lucris turpibus non volumus inquinari_: aurea sentenza e
meritevole che si tragga dall’obblio.

[73] _Cenni storici sull’agro Romano dal secolo VIII sino ai giorni
nostri_, Roma 1855, breve ed utile scrittura colla carta topografica
dell’agro romano, di EMILIO PITORRI.

[74] Gregorio impiegava il reddito di beni cospicui per alimentare
le lampade nella chiesa di san Paolo; erano i possedimenti _ad Aquas
salvias: Massam quae Aquas Salvias nuncupatur, cum omnibus fundis
suis; i. e. Cella vinaria, Antoniano, villa Pertusa in foro Primiano,
Cassiano Silonis, Cornelii, Thessalati atque Corneliano. Ep._ 14, XIV,
Ind. 7. Di tal guisa nella Campagna si salvano dal naufragio i nomi
ruinosi di antiche famiglie patrizie. Oggidì ancora la _Massa delle
acque Salvie_ colla Victoriola e colla Cesariana è la maggiore nel
patrimonio appiense. — Continuava ancora il nome del fiume Almo, come
emerge dalla stessa Bolla, che principalmente offre ottime notizie dei
dintorni del san Paolo. A destra fuori della porta esisteva allora
il convento di monache di santo Stefano, il fondo Pissinianico e la
_fossa latronis_. A sinistra erano i possedimenti del convento di santo
Edistio.

[75] Maurizio, intorno al 569, mandava trenta libbre d’oro perchè
fossero ripartite fra il clero e i poverelli; e Gregorio (_Ep._ 2,
VIII, Ind. 3) gliene fa quitanza rendendogli grazie. — Ma l’Esarca
prendeva denari a prestito dalla Chiesa: _Ep._ 129, VII, Ind. 2.

[76] Nepe: _Ep._ 2, XI, Ind. 10. — Napoli: _Ep._ 24, XII, Ind. 7:
_Universis militibus Neapolitanis — magnificum virum Constantinum
Tribunum custodiae civitatis deputavimus praeesse_. Qui ha motivo di
giubilare il cardinale Baronio. — Cagliari: _Ep._ 2, 5, VII, Ind. 2.

[77] _Ep._ 21, 22, 23, XII. Ind. 7 ai maestri de’ militi Veloce,
Maurizio, Vitaliano.

[78] _Ep._ 41, 42, VII, Ind. 2: Lettera di grazie di Gregorio ad
Agilulfo e a Teodolinda.

[79] _Ep._ 103, VII, Ind. 2, a Teodoro, curatore di Ravenna.

[80] Sui _Laurata_ vedi il BARONIO, _ad ann._ 603, i Benedettini
nella annotazione all’_Ep._ 1, XI, Ind. 6 e il DUCANGE nel Glossario.
— Adriano I scriveva a Costantino e ad Irene: _Neque enim quando
imperialis vultus et imagines in civitates introducuntur, et obviant
judices et plebes cum laudibus, tabulam honorant vel supereffusam cera
scripturam, sed figuram imperatoris_ (nel LABBÉ, _Concil._ VII, 758).

[81] _Ep._ 1, XI, Ind. 6: _Venit autem icona suprascriptorum Phocae
et Leontiae Augustor. Romam VII Kal. Maii, et acclamatum est eis in
Lateranis in basilica Julii ab omni clero et senatu: Exaudi, Christe:
Phocae Augusto et Leontiae Augustae Vita. Tunc jussit ipsam iconam Dom.
beat. et apostol. Gregorius Papa reponi in oratorio S. Caesarii mar.
intra palatium._

[82] Il BUNSEN ecc., III, 1, 507, opina che la _basilica Julii in
Lateranis_ sia stata l’antico Palazzo e si riporta ad ANAST. _Vita
Sergii_ I: _Basilica domus Juliae, quae campum respicit_. A me però
avviene di trovare il seguente passo nella _Vita s. Vitaliani_, dove,
di tempi anteriori, si parla della presenza in Roma dell’Imperatore
Costante: _Venit ad Lateranos et laetus ibidem pransus est in basilica
Julii_, prova evidente che si discorre di una sala o di un triclinio
dell’antico palazzo lateranense.

[83] Il BARONIO pensa a san Cesario nella via Appia, ma egli interpreta
erroneamente il passo della _Vita Sergii_ I. Un _oratorium S. Caesarii_
era nel Laterano, e il GALLETTI, _Del Vestarario_, p. 3, determina che
esso esistesse nel _Vestiarium_. Il GIBBON vi trova posto nel palazzo
de’ Cesari; le inesattezze di lui per quel che riguarda le località di
Roma sono altrettanto gravi che perdonabili. Come poteva un tanto uomo
ignorare che la Chiesa chiamava santi i papi ancor dopo san Gregorio?

[84] A Foca _Ep._ 38, XI, Ind. 6, del mese di giugno. A Leonzia _Ep._
44, XI, ed a Foca, _Ep._ 45, XI. — Il BARONIO lo scusa, denigrando la
fama di Maurizio; il MURATORI s’indigna celebrando il Maurizio; il
SIGONIO narra, senza assumere quella missione di giudice che spetta
allo Storico; ma il GIBBON e il BAYLE dicono la verità. Il gesuita
MAIMBOURG, _Histoire du Pontife St. Gregoire_, Paris, 1680, I, 257,
trova occasione di adulare Luigi XIV, dicendo che l’umiltà di Gregorio
fu sì ammirabile ch’egli ad un tiranno qual’era Foca scriveva _avec
tout le respect et toute la soumission qu’un sujet doit à son Prince_.
L’abate FLEURY con eleganza dice soltanto: _On voit par cette lettre,
combien saint Grégoire était peu content du gouvernement de Maurice_.

[85] La iscrizione leggesi nel BUNSEN, III, 1, 271 e in CARLO FEA,
_Iscrizioni di monumenti pubblici_, Roma, 1813 pag. 4. Del Senato non è
cenno qui, come non havvene al ponte che Narsete edificava sull’Anio.
Del resto diverte il comparare a quella iscrizione pomposa l’energica
enumerazione delle qualità che CEDRENO attribuisce a Foca: _Vinosus,
mulierosus, sanguinarius, rigidus_, ecc. _Hist. Comp._, p. 170.

[86] _Ep._ 30, III, Ind. 12.

[87] Colla _Ep._ 29, I, egli spedisce ad Andrea di Dibiria una di
quelle chiavicine: _Clavem a S. Petri Apost. corpore — quae super
aegros multis solet miraculis coruscare: nam etiam de ejus catenis
interius habet. Eaedem igitur catenae, quae illa sancta colla
tenuerunt, suspensae colla vestra sanctificent_. ARATORE, nel suo poema
della storia dell’Apostolo, dice sulla fine del primo libro:

    _His solidata fides, his est tibi Roma catenis_
    _Perpetuata salus, harum circumdata nexu._
    _Libera sempre eris, quid enim non vincula praestent,_
    _Quae tetigit, qui cuncta potest absolvere? cujus_
    _Haec invicta manu, vel relligiosa triumpho_
    _Moenia, non ullo penitus quatientur ab hoste_
    _Claudit iter bellis, qui portam pandit in astris._

Gregorio VII rinnovellava l’uso di mandare in dono delle chiavi di
Pietro; egli ne spediva ad Alfonso di Spagna. _Reg. Greg. VII._ 6. —
Ancor nell’anno 1866 si fondava una confraternita delle catene di san
Pietro. — Mai catene furono portate sì a lungo quanto quelle di san
Pietro.

[88] Gregorio mandava alla regina Teodolinda un amuleto in croce d’oro,
che ancora può vedersi nel tesoro di Monza. L’uso degli amuleti trovasi
diffuso in Roma dopo il secolo quarto. Dapprima portavano appesi al
collo dei pesci di metallo che contenevano reliquie, ed anche de’ globi
d’oro come nell’antichità: soltanto nel secolo sesto gli amuleti in
forma di croce sembrano esser divenuti più frequenti, sebbene se ne
rinvenga anche nel quarto secolo. — Vedi il DE ROSSI, _Bullettino di
Archeologia cristiana_, Roma, maggio, 1863, n. 1.

[89] _Ep._ 23, VI.

[90] _Ep._ 34, VII: L’ex-console Leonzio gli manda _oleum sanctae
crucis et aloës lignum, unum quod tactu benedicat, aliud quod incensum
bene redoleat_. Il MARINI, _Pap. Dipl._ N. 143, riporta un documento da
Monza (intorno all’anno 600), che contiene un catalogo degli olii dei
santi Martiri di Roma; tanta copia ai tempi di Gregorio ne aveva fatta
venire la regina Teodolinda. Vedi inoltre il MARINI in nota alla pagina
377 e il DUCANGE: Ἔλαιον του ἁγισυ Σταυρο, nel _Glossario_.

[91] JOH. DIAC. _Vita S. Greg._, III, c. 58: _Vestes foras excussae_.
— FRANCESCO PAGI non si stupisce che un abito facesse miracoli, se ne
operavano i sudarî e le cinture di san Paolo. _Breviar._ p. 189, XXIV.

[92] _Dialog._ III, c. 30. Il diavolo era ariano, e con esso Gregorio
mirava a far breccia nei Longobardi.

[93] _Ep._ 19, II. Ind. II. Nè nella Roma del medio evo, nè in quella
odierna mi riescì di rinvenire una chiesa di questo Santo famoso del
Norico, il cui cadavere era dai suoi fratelli emigranti portato a
Napoli nel tempo di Odoacre.

[94] _Dialog._ IV, c. 40. Geenna è l’espressione adottata dai Padri
della Chiesa. Anche PRUDENZIO ne usa, principalmente in quel passo
stravagante con cui conchiude la sua _Hamartigenia: Avidae nec
flamma gehennae Devoret hanc animam mersam fornacibus imis. — Esto:
cavernoso, quia sic pro labe necesse est Corporea, tristis me sorbeat
ignis averno_. Sembra quasi accogliere un’idea del Purgatorio. — Nel
documento di una donazione, in Farfa nel secolo ottavo, si legge:
_Quisquis — metu gehennae aeterna incendia pertimescens_ (_Registri di
Farfa_ nel FATTESCHI ecc., p. 260). Nel secolo nono, il _Poeta Saxo_
dice: _Sevis tortoribus igne gehennae_. Secondo la dottrina di Gregorio
l’Inferno senza fondo (_Infernus_) era nella terra, e, come nel poema
di Dante, era diviso in parecchi scompartimenti (_poenales loci_). Chi
moriva nella fede doveva anzi tutto purificarsi nel Purgatorio.

[95] Ricavai questa leggenda da JOH. DIAC. II, c. 44, da PAOLO DIAC.
c. 27 e dal greco GIOVANNI DAMASCENO (del secolo ottavo) nell’opera
_De iis, qui in fide dormierunt_, tom. I, c. 16, ediz. di Parigi del
1712. Fa meraviglia che il Leggendario di JAC. DE VORAGINE non l’abbia
accolta. Della redenzione di Trajano fa menzione anche il _Chronicon_
di SIEGBERTO, ad ann. 591, ed il Cronista viveva intorno al 1100.

[96] BELLARMINO, _De Purgatorio_ II, c. 8, nel tom. I delle
Controversie.

[97] Lo spirto poetico di DANTE, come un tempo Gregorio nel foro,
scorse storiata quella leggenda nel Purgatorio fra gli intagli del
primo cerchio che attestano esempli d’umiltà:

    _Quivi era storiata l’alta gloria_
      _Del roman prence, lo cui gran valore_
      _Mosse Gregorio alla sua gran vittoria:_
    _Io dico di Trajano imperadore etc._
                            _Purgat._ Cant. X.

[98] PAUL. DIACON., _Vita S. Gregor._, c. 27: _Quod opere mirifico
constat esse constructum_. Nel Museo gregoriano del Laterano si
conservano due splendidi ornati in alto rilievo del foro di Trajano,
e un bel rilievo di parecchie figure, tra cui quella dell’Imperatore,
che deve aver fatto parte dell’arco di trionfo di Trajano: da quei
resti puossi argomentare la bellezza di quel foro, in verità _opus
mirificum_.

[99] VENANT. FORTUN., _Carm._ III, c. 23; ed inoltre VII, c. 8:

    _Si tibi forte fuit bene notus Homerus Athenis:_
      _Aut Maro Trajano lectus in urbe foro._

[100] Quei versi gli sfuggirono; ma questi ei serbò di una iscrizione
funeraria che VENANZIO compose per il vescovo Leonzio:

    _Nobilitas altum ducens ab origine nomen_
      _Quale genus Romae forte senatus habet._

Lib. IV, _poem._ 10. — VENDETTINI, _del Sen. Rom._, p. 17.

[101] OZANAM, _Documents inédits_ etc., p. 6, il quale toglie a
prestito il contenuto sostanziale del suo scritto dalla eccellente
dissertazione del GIESEBRECHT: _De literarum studiis apud Italos_.

[102] ARATORE, ligure di nascita (morto nel 556 o nel 560), scrisse due
libri _Historiae apostolicae_ (tom. X della _Max. Bibl. Veter. Patr._
Lugduni). La dedica all’abate Floriano in forma d’elegia non è priva di
grazia:

    _Ad carmen concurre meum; pedibusque labanti_
     _Porrige de placido saepe favore manum._

Del resto questo poema ha lo scopo di glorificare san Pietro, cui è
consecrato il primo libro, e san Paolo, cui è consecrato il secondo. —
Intorno ad Aratore si veda il TIRABOSCHI, III, I, c. X, e il GALLETTI,
_Del Primicerio_, p. 21. — Sette volte il poeta lesse i due libri in
publico. Il poema si contiene in un antico _Cod. Vatican._, n. 1665,
sulla fine del quale, Fol. 39, sono raccolte le notizie della sua
intitolazione a Vigilio e della lettura publica.

[103] Quei concetti non si spensero mai nella letteratura cristiana.
Idee e forme pagane ricomparvero ancora nella età della rinascenza
sotto di Carlo Magno. Il PIPER, che nella _Mitologia e simboli
dell’arte cristiana_, tom. I, p. 139, fa incominciare quell’età con
_Alanus ab insulis_ nel secolo duodecimo, avrebbe potuto completare
d’assai quel suo Capitolo con esempli tratti dal tempo di Aratore.

[104] S. COLUMBANI _Poemata Epist. ad Fedolium_, p. 34 (tom. XII della
_Max. Bibl._). Nel suo carme _De vanitate et miseria vitae mortalis_
già compaiono la rima e l’assonanza. Quell’ode egli scriveva vecchio di
settantadue anni, poco tempo prima di morire. — Gli studi più recenti
hanno dimostrato che il celebre _Cod. Argenteus_ di ULFILA apparteneva
al monastero di Bobbio. Alcuni preti goti convertiti dall’Arianesimo
donarono probabilmente quel gioiello a san Colombano: di là fu portato
in Vestfalia, indi ad Upsala. CASTIGLIONI, _Ulphilae Gothica Versio
Epistolae divi Pauli_, Mediol. 1829, in CARLO TROYA, _Cod. Dip. Long._
P. II, p. 24.

[105] _Ep._ 28, IX, Ind. 4.

[106] _Togata_ e _trabeata latinitas_, dice il barbarico frate di Monte
Cassino nel secolo nono. _Vita S. Greg._, II, c. 13.

[107] È notevole per il suo secolo la «barbara eleganza» con cui scrive
GIOVANNI DIACONO (II, c. 14): _Sola deerat interpretandi bilinguis
peritia, et facundissima virgo Cecropia_ (la lingua greca) _quae
quondam suae mentis acumina, Varrone caelibatum suum auferente, Latinis
tradiderat, imposturarum sibi praestigia, sicut ipse in suis epistolis
quaeritur, vindicabat._ — Gregorio confessa la sua ignoranza del greco:
_Quamvis Graecae linguae nescius. Ep._ 29, VI, Ind. XV, e _Ep._ 27, VI:
_Hodie in Constantinopolitana civitate qui de Graeco in Latinum, et de
Latino in Graecum dictata bene transferant, non sunt_. Si ha fatica a
crederlo.

[108] _Quia in uno se ore cum Jovis laudibus Christi laudes non
capiunt. Ep._ 48, IX.

[109] _Non barbarismi confusionem devito, situs motusque et
praepositionum casus servare contemno, quia indignum vehementer
existimo ut verba coelestis oraculi restringam sub regulis Donati.
Epist. ad Leandrum_ come introduzione alla _Exposit. Moral. in Libr.
Job._ — Questa confessione, cui il BRUCKER, _Hist. Crit. Phil._ III,
563, dà molto peso, è interpretata dal TIRABOSCHI, il quale difende
Gregorio con dignità e con acutezza. — W. GIESEBRECHT, _De litterar.
stud. apud Italos primis medii aevi seculis_, Berlino 1845, dice di
Gregorio: _Quamvis ipse doctissimus, non modo his studiis non favebat,
sed maxime iis erat inimicus. — C’est de tous les papes, celui dont il
nous reste le plus d’écrits_, dice il FLEURY, _Hist. Eccl._, VIII, 235.

[110] V’erano pagani a Terracina, GREGOR., _Ep._ 20, VII; in Corsica,
2, VII; persino in Sicilia, 26, III; e Gregorio veniva a sapere che il
prete Sisinnio di Reggio nelle sue case alzava preghiere a un idolo
(4, X). È probabile che questo uomo non fosse altro che un amatore
di belle arti. — La Sardegna aveva molti pagani, _Ep._ 23, ecc.,
III. Chiamavansi Barbaricini e loro duce era Ospizio, che, fattosi
cristiano, ebbe da Gregorio in premio un Breve. I Giudici dell’isola
per denaro tolleravano il culto pagano, _Ep._ 33, IV.

[111] OZANAM, ecc., p. 32: _On y enseignait assurément la métrique
latine, et les éléments de la langue grecque_. Gregorio scrisse il suo
_Antiphonarius_ sotto il dettato di un angelo nell’oratorio della santa
Croce nel Laterano: così almeno afferma GIOVANNI DIACONO, _De eccles.
Lateran._ nel MABILLON, _Mus. Ital._ II, 571.

[112] GIOVANNI DI SALISBURY (_Polycrat._ II, c. 29): _Doctor S.
Gregorius non modo mathesin jussit ab aula recedere, sed, ut traditur a
majoribus, incendio dedit probatae lectionis_

    _Scripta Palatinus quaecumque tenebat Apollo_
                                 (Horat., Ep. 3, I)

_in quibus erant praecipua, quae coelestium mentem, et superiorum
oracula videbantur hominibus relevare_. Si scorge chiaro che per
matematici intender si devono soltanto astrologi e auguri.

[113] _Ep._ 29, VII ad Eulogio di Alessandria. Egli vi dimostra che la
biblioteca della Chiesa non era affatto completa.

[114] Li trasse da un palimsesto che altre volte aveva appartenuto al
monastero di Bobbio. Vedi la prefazione alla sua edizione _M. Tullii
Ciceronis De Republica quae supersunt_. Romae, 1822.

[115] LEONIS URBEVETANI _Chronicon_, tom. V delle _Deliciae Eruditor._
di GIOVANNI LAMI, p. 104: _et ne erroris antiqui semen de cetero
pullularet, imaginibus Daemonum capita et membra fecit generaliter
amputari_ — descrizione per fermo preziosa di quest’amputazione
generale di statue! Di Gregorio narra lo stesso fatto, celebrandolo,
AMALRICO AUGERIO, _Vitae Rom. Pont._, MURATORI, _Scriptor._ III, 2, p.
55.

[116] PLATINA, _De Vitis Pontif. in Sabiniano I_. Qui e sulla fine
della vita di Gregorio lo difende con valore dall’accusa di vandalismo.

[117] BARGEO, di mente barbarica al paro di LEONE d’Orvieto,
difende Gregorio se distrusse statue e templi, locchè ei crede; ed è
massimamente opinione sua che i Romani medesimi per impulso dei Papi
violentemente devastassero la Roma antica. — Gregorio è discolpato dal
PLATINA, dal TIRABOSCHI, dal BANDINI e meglio che tutti dal FEA. Il
BAYLE stesso (_Dict. hist. et crit., article Gregoire I_), lascia stare
di quelle accuse; il BRUCKER, ecc. III, 590, seg., e nell’Appendice,
attacca con accanimento il Papa, ma dubita egli pure che si facesse reo
di quel vandalismo d’arte.

[118] _Ep._ 24, XII: _Quatenus cura formarum committi Augusto
vicecomiti debuisset. — Nam sic despiciuntur atque negliguntur formae
ipsae, ut nisi major sollicitudo fuerit, intra paucum tempus omnino
depereant_. La lettera è dell’anno 602.

[119] Gregorio accenna una volta alle terme di Agrippina dove fondava
un convento; un’altra volta parla di una _Taberna juxta Pallacenas_.
D’entrambe la _Ep._ 44, V. Le terme di Agrippina, sposa di Germanico,
sono situate nella valle di san Vitale, dove ancora si trovano i loro
avanzi. Ci è noto che il luogo _Pallasena_ fosse in vicinanza al san
Marco. Una sola volta negli scritti di Gregorio vengono a galla nomi di
porte antiche. _Ep._ 44, XI.

[120] _Servus servorum Dei._ Vedi GIOV. DIACON., II. c. 1. Il titolo
di _Papa_ a quei tempi era dato ancora ad altri vescovi. Il primo che
così ne appellò il Vescovo romano ad esclusione degli altri, fu Ennodio
di Ticino intorno all’anno 510. Vedi la annotazione nel GIESELER, I, p.
437.

[121] Oltre che sulle Chiese d’Italia, il Vescovo romano era fornito
delle prerogative patriarcali anche sopra l’Illirio e sull’Africa.

[122] Sulle relazioni di Gregorio colle Chiese germaniche, che, al
pari di quella stessa cattolica dei Franchi, stavano soltanto in lassi
rapporti con Roma, vedasi G. LAU, _Gregorio I magno nella sua vita e
nella sua dottrina_, Lipsia, 1846, p. 179 e segg., massime sui rapporti
con Idelberto e con Brunhilde.

[123] _Ad Christum Anglos convertit pietate magistra Adquirens fides
agmina gente nova — Hisque «Dei consul» factus laetare triumphis._ Così
sta scritto nell’epitaffio di Gregorio.

[124] _Angli quasi Angeli._ BEDA, _Histor._ II, c. 1; GIOV. DIACON.
_Vita_ I, c. 21. — Gregorio mandava il prete Candido nelle Gallie a
comperarvi fanciulli angli per il servizio dei conventi. _Ep._ 10, V.

[125] _Ep._ 59, 60, IX, e la lettera di Gregorio a raccomandazione del
monaco Agostino, 52 ecc. V. Con quanta abilità ei sapesse adattarsi al
Paganesimo, ce lo insegna la _Ep._ 71, IX, dove comanda che i templi
pagani sieno consecrati a chiese, e che i battezzati nella festa dei
Martiri sieno convitati a mensa in capanne di verzura disposte intorno
alle chiese.

[126] _Ep._ 59, 1, all’Esarca di Africa. Gli sventurati Còrsi erano
oppressi dagli officiali greci in modo sì atroce che vendevano i loro
proprî figliuoli. _Ep._ 3, VI.

[127] Ebbe sepoltura in san Pietro dove gli fu posto un monumento
ed una bella iscrizione sepolcrale. Fu scritta in verso da Oldrado,
arcivescovo di Milano e secretario di Adriano I, perciò in tempo assai
più tardo. Si consulti il CANCELLIERI, _De secretariis vet. Basilicae
Vaticanae_, p. 669. La iscrizione può vedersi nei miei _Monumenti
sepolcrali dei Pontefici romani_.

[128] GIOVANNI DIACONO descrive questi dipinti, _Vita_, IV, c. 83,
84. Degli occhi di Gregorio dice: _Oculis pupilla furvis non quidem
magnis sed patulis_ — si suole correggere in _fulvis_ forse a torto; e
il BAYLE dice che era in lui _le fond de toutes les ruses et de toutes
les souplesses dont on a besoin pour se faire de grands protecteurs et
pour attirer sur l’Eglise les bénédictions de la terre_. — ANGELO ROCCA
scrisse su quei ritratti una dissertazione (Tom. III della edizione dei
Maurini).

[129] PAOL. DIACON., _Vita S. Gregor._, c. 23, e _De Gest. Long._, IV,
c. 30.

[130] Questa storia di fantasmi leggesi in SIGBERTO, _Chron._ ad
ann. 607. Vedasi il PLATINA, _in Sabiniano_. Secondo alcune lezioni
di ANASTASIO, nella _Vita Sabin._, sarebbe detto che egli vendeva il
moggio di grano a trenta oppure a tredici _solidi_; secondo altre,
affatto inverosimili, egli avrebbe dato, per un _solidus_, trenta
moggia. D’una libbra d’oro si coniavano _solidi_ settantadue.

[131] _Funus evectum est._ ANAST. _in Sabin._ Un’altra lezione reca
_ejectum_, locchè del resto importa una grave differenza, e il VIGNOLI
assume la variante assai affaticata; _funus et lectus ejus ductus est_.

[132] È noto che Urbano VIII Barberini ne spogliava il tetto per
fonderne cannoni e per farne le torte colonne del tabernacolo nel
san Pietro. Di quel fatto vandalico tolse vendetta la pasquinata
imperitura: _Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barbarini_.

[133] Il più antico documento romano in cui appaia il nome di
_Pantheum_, data dal tempo di Nerone nell’anno 59, ed è una mirabile
tavola arvalica che fu rinvenuta nell’anno 1866 nel luogo ov’era
il tempio della _Dea Dia_ lungo la via di Porto. Ivi, fra altro, la
corporazione dei _Fratres Arvales_ dichiara che essa si congregava
_In Pantheo_... così è dato di conchiudere che l’edificio di Agrippa
già allora era rivolto a scopo di culto religioso. Vedi il DE ROSSI,
_Bullett. Archeol._ 1866, m. 4.

[134] Secondo DIONE CASSIO, LII, 27, vi si trovavano le statue di Marte
e di Venere, ma egli con finezza di spirito il nome Πάνθειον spiega
così: ὄτι θολοειδες ὄν, τῷ οὐρανῷ προσέοικεν. PLINIO, _Hist. Nat._
XXXVI, 24, 1, dice: _Pantheon Jovi Ultori ab Agrippa factum_. L’abate
PIETRO LAZERI, nel suo scritto: _Della Consecrazione del Panteon_, Roma
1749, XI, afferma che il Panteon non fosse un tempio, nè che tale dai
Cristiani fosse considerato (VIII); egli è però acconciamente confutato
dal FEA, _Sulle Rovine_, Nota C., p. 284.

[135] In un disegno dell’interno del Panteon fatto da Giuliano da San
Gallo, contemporaneo di Raffaello, si vedono ancora nelle edicole i
piedestalli antichi sui quali un tempo erano poste le statue degli Dei.
Questo disegno trovasi nella Barberina. Vedi il PASSAVANTI, _Raffaello
da Urbino_, I, p. 322.

[136] _Ep._ 71, IX, _Indict._ 4.

[137] L’ANONYM. VIENNENSIS (ed. Luigi Ross, Vienna 1840, n. 11) chiama
ancora il Partenone: ναὸς τῆς θεομήτορος, e favoleggiando aggiunge che
da Apollo e da Eulogio fosse edificato al non conosciuto Iddio, ὅν
ῴχοδόμησαν ἀπολλὼς και εὐλόγιος ἑπ’ ὀνόματι ἀγνὠσιῳ θεῷ. Il Belamio
di Eliopoli fu il primo tempio tramutato in chiesa cristiana intorno
all’anno 391. Vedi il GOTTFRIED, _Commentar. in Cod. Theodos._, XVI,
tit. 10.

[138] ANASTAS. _in Bonifacio IV: Hic petiit a Phocate Principe
templum, quod Pantheon vocabatur; quod fecit ecclesiam beatae ac
gloriosissimae et Dei genitricis semperque Virginis Mariae, et omnium
Martyrum Christi_. — PAOLO DIAC. _De G. Long._ IV, c. 37: _Idem alio
Papa Bonifacio petente jussit in vetere fano, quod Pantheon vocabant,
ablatis idolatriae sordibus, Ecclesiam beatae semper virginis Mariae,
et omnium martyrum fieri, ut ubi quondam omnium non deorum, sed
daemonum cultus erat, ibi deinceps omnium fieret memoria sanctorum_.
BEDA narra il fatto parimente.

[139] _Liber de Mirab. Romae_ nel MONTFAUCON, _Diar. Ital._ e la
_Graphia aureae urbis R._, la quale aggiunge: _In hujus autem templi
fastigio stabant duo tauri erei deaurati_. Ambedue, oltre che di
Cibele, parlano anche di Nettuno. Ai _Mirabilia_ attinse quasi alla
lettera LEONE DA ORVIETO nel _Chronicon Pontific._ nel LAMI ec.,
IV, p. 107; egli vi aggiunse anche Marte. Si compari finalmente il
_Martirolog. Romanum_, colla nota del BARONIO al dì 13 Maggio; ADONE,
nel _Chron._ e nel _Martyrologium_, e l’USUARDO.

[140] UGONIO, _Le stazioni_, p. 313. Altri conta diciotto carra, che
tuttavia avrebbero già dato una somma ragguardevole; ma il BARONIO da
un manoscritto di quella chiesa determina che fossero carra trentadue:
e se ne compiace.

[141] ADO VIENN., _Cronic._, 604; HERMANN. CONTRACTUS, 609; SIGBERTO,
_Chronic._, 609; MARIANUS SCOTUS, 610. Si dee però ancor dare la prova
che sia esatta la data del 609, assunta sulla fede degli _Annales
monasteriens._ nel PERTZ, _Mon. Germ._, III, 153: ad essi soltanto si
riferisce il JAFFÉ, _Regest. Pont._

[142] BARON., _Annotat._ al _Martyrolog. Rom._ 1 Novemb.

[143]

    _Gregorio Quartus, jacet hic Bonifacius almus_
    _Hujus, qui sedis fuit aequus Rector et aedis,_
    _Tempore, qui Focae cernens Templum fore Romae,_
    _Delubra cunctorum fuerunt quae Daemoniorum;_
    _Hoc expurgavit, sanctis cunctisque dicavit._

Quest’iscrizione leggesi ancora nelle grotte del Vaticano.

[144] _Juramentum Senatorum Urbis_ nell’_Ordo Roman._ di CENCIO
CAMERARIO e nel MABILLON, _Mus. Ital._, II, 215: _Nominatim autem
sanctum Petrum, urbem Romanam, civitatem Leoninam, Transtyberim,
insulam, castellum Crescentii, Mariam Rotundam_.

[145] ANASTAS. _in Diodato_. Secondo la cronologia degli Esarchi data
da MARQUARDO FREHER (_apud Joh. Leunclavium Jus Graeco-Roman._ Francf.
1596, T. I), Giovanni Lemigio fu il quinto esarca, ed a lui successe
Eleuterio nel 616. Ecco la serie: Longino, Smaragdo 584, Romano 587,
Callinico 598, Smaragdo _iterum_ 602, Giovanni Lemigio 612, Eleuterio
616. Anche gli Esarchi, come i Re longobardi, assumevano il soprannome
di _Flavius_.

[146] ANAST., _in Bonifacio_ V, e PAOLO DIACON., IV, c. 45.

[147] Vedi a quest’anno il PAGI, _Critica in Baron._, e FRANCESCO PAGI,
_Breviar._

[148] Vedi i due PAGI.

[149] Il gesuita GARNERIO, editore del _Liber Diurnus_, crede che
la seconda formula, ossia il _Decretum de electione Pontificis_, sia
stata scritta dopo la elezione di Bonifacio V. È sottoscritto: _Clerus,
Optimates, et Milites seu Cives_; e ciò sarebbe di grave rilevanza
per la storia della costituzione della città di Roma se si potesse
accertare il vero tempo della compilazione di quel decreto.

[150] _Renovavit omnia cimilia b. Petri Apostoli_. ANAST., in _Honor._

[151] _Investivit regias majores in ingressu ecclesiae, quam vocant
medianam, ex argento_ etc. Il plurale indica i due battenti della
porta.

[152] La iscrizione è nel GRUTER, p. 1163, 5, secondo il _Cod.
Palatin._ Ne riferisco gli ultimi versi:

    _Sed bonus Antistes dux plebis Honorius armis_
      _Reddidit ecclesiis membra revulsa piis._
    _Doctrinis monitisque suis de faucibus hostis_
      _Sustulit exactis jam peritura modis._
    _At tuus argento praesul construxit opimo_
      _Ornavitque fores, Petre beate, tibi._
    _Tu modo coelorum quapropter, Janitor alme,_
      _Fac tranquilla tui tempora cuncta gregis._

[153] SEVERAN. ecc., I, 68. _Guidonea — per quella erano guidati —
i Peregrini_. Con questa spiegazione, il nome non può certo avere
appartenuto al secolo settimo.

[154] _Operuit etiam omnem ecclesiam ejus ex tegulis aereis, quas
levavit de templo, quod appellatur Romae_ (erroneamente _Romuli_) _ex
concessu Heraclii piissimi Imperatoris_. ANAST. _in Honorio_.

[155] _Fecit Ecclesiam beato Adriano martyri in tribus fatis._ ANAST.

[156] BUNSEN e PLATNER, III, 1, 359. Il MARANGONI, _Cose Gentil._, c.
53, la prende per il tempio di Saturno dov’era _Aerarium_. Il NARDINI,
II, c. 6, p. 200, combatte quest’opinione, che è pur quella del
MARLIANO.

[157] Il MARANGONI, _Cose gent._ c. 52, afferma che il san Teodoro sia
la terza chiesa della serie dei templi trasformati. Il PANCIROLI ecc.
p. 705, reputa che fosse stata tempio di Romolo e di Remo, e dice che
al suo tempo la lupa di bronzo venne di là trasportata in Campidoglio.
Altri dichiarano che fosse stato tempio di Romolo (VENUTI e MARLIANO,
c. 21); anche il NIBBY sembra decidersi per questa opinione (Nota
al NARDINI, II, lib. V, c. 4, 162). Il WINKELMANN, _Storia dell’arte
dell’Antichità_, III, 3, § 11, reputa non soltanto che il gruppo sia
quello antico famoso di cui parla DIONISIO DI ALICARNASSO (_Ant. Rom._
I, c. 79, p. 65), ma afferma altresì che il san Teodoro fu il tempio di
Romolo. Dionisio però non parla di un tempio, ma di un τέμενος, dove
egli vide elevarsi il gruppo antico nella vicinanza del Lupercale:
χάλκεα ποιὴματα παλαιᾶς ἐργασίας. Un secondo gruppo di quella maniera
era puranco nel Campidoglio. — La storia della chiesa di san Teodoro
fu scritta dal TORRIGIO: _Historia del Martirio di S. Teodoro soldato_,
Roma 1643; egli pure reputa che fosse il tempio antico di Romolo.

[158] VENUTI, _Descriz. delle antichità di Roma_, p. 1, c. 1. —
PANCIROLI, _Tesori nascosti_, p. 705. — TORRIGIO c. 6 e 7. — Al c. 21
egli riferisce le antiche preci di questa chiesa per gli infermi che
conchiudono così: _per signum sanctiferae Crucis, et in intercessionem
Beati Theodori liberet te Dominus noster Jesus Christus ab hac
infirmitate_. — Oggidì san Teodoro appartiene alla _Sodalitas Sacrati
Cordis Jesu_. Nel cortile un’ara antica serve ancora di _cantharus_.

[159] _Martyrol. Roman._ e l’USUARDO agli 8 di Novembre. — Si
veneravano in questa chiesa anche cinque Martiri che avevano vissuto da
scalpellini in Pannonia e s’erano rifiutati di scolpire idoli. S’ignora
il tempo in cui le loro reliquie venissero a Roma. La loro antica
leggenda fu narrata dal WATTENBACH. Vedi le sue _Fonti storiche della
Germania nel medio evo_, p. 28.

[160]

    _Illic Orphea protinus videbis_
    _Udi vertice lubricum theatri_ etc.
                     MARTIAL. X, 19.

[161] _Martyrol. Rom._, l’USUARDO al dì 21 Gennaio, il SURIO, t. I,
488 a 492, che attribuisce la leggenda a sant’Ambrogio, e JACOBUS DE
VORAGINE.

[162]

    _Constantina Deum venerans Christoque dicata,_
    _Omnibus impensis devota mente paratis,_
    _Numine divino multum Christoque juvante,_
    _Sacravit templum victricis virginis Agnes etc._

In BUNSEN e PLATNER ec. III, 2, 445. La iscrizione è attribuita al
vescovo Damaso, che molti epigrammi ebbe composto in onore dei Martiri,
e segnatamente anche quello a santa Agnese che leggesi nella chiesa di
lei, sopra una tavola di marmo. PRUDENZIO dedicava alla Santa l’inno
ben conosciuto.

[163] Nel GRUTER, 1172, 4. — Addì 14 Aprile 1855, trovandosi nel
cenobio di sant’Agnese, Pio IX ebbe la disgrazia di precipitare
al basso nelle stanze sottoposte insieme colle persone adunatevi,
poichè il pavimento della sala ove egli stava crollò. In gratitudine
di aver salva la vita, egli fece restaurare la chiesa; ma il mal
genio dell’arte odierna ebbe guasta la semplicità di quella chiesa
incantevole colle stonature dei dipinti collocati sulle pareti.

[164] _Martyrol. Roman._ al dì 22 Gennaio. Di san Vincenzo cantò
PRUDENZIO nei _Peristeph. Hym._ 5. — Il BARONIO scrisse una
dissertazione erudita sull’_equuleus_, ossia sullo strumento di tortura
con cui il Santo fu straziato, ed è cosa che per certo ci mette troppo
brivido in dosso. — Della traslazione delle reliquie di santo Anastasio
a quella chiesa parla ADONE nella Cronica dei tempi di Eraclio e nel
_Martyrol._ ai 22 Gennaio. La storia dei due Santi trovasi nel SURIO
che, secondo Simone Metafraste, la colloca ai 22 Gennaio.

[165] _Est haud procul ab hujus urbis muro et S. Pancratius Martyr
valde in perjuriis ultor._ GREGORIO DI TOURS, _de gloria Martyrum_, c.
25. — Il carmelitano PAOLINO, _De Basilica s. Pancratii disquisitio_,
Romae 1808, narra la storia della basilica. Egli lamenta che nell’anno
del terrore 1798 sparisse il cadavere del Santo e non ne rimanesse che
un osso del braccio: e neppure quest’osso valse a difendere il convento
duranti i moti dell’anno 1848.

[166] _Et ibi constituit molam in loco Trajani juxta murum civitatis,
et formam, quae ducit aquam a laco Sabbatino, et sub se formam, quae
conducit aquam ad Tiberim._ Così il testo, sulla fine della _Vita
Honorii_ nel VIGNOLI.

[167] Ciò si ricava da ANASTAS. _in Severino_, ed è l’opinione del
PLATINA nella Vita del medesimo Papa.

[168] ANAST. _Vita s. Silvestri_. Il lettore già sa che Costantino non
fu battezzato da Silvestro, ma che soltanto in fine di sua vita ricevè
il battesimo da un Vescovo ariano.

[169] ANAST. _in Sixt. III: hic fecit in Basilica Constant. ornamentum
super fontem, quod ante ibi non erat, i. e. epistylia marmorea, et
columnas prophyreticas erexit, quas et versibus ornavit_. Questi
distici si leggono oggidì ancora in caratteri moderni nell’architrave
sopra le colonne.

[170] Al di sopra di esse leggesi quest’iscrizione antica: _In
honorem B. Jo. Baptistae Hilarus Episcopus Dei famulus offert_.
Nell’altro oratorio la iscrizione rinnovata, che è sopra la porta,
dice: _Liberatori suo B. Joanni Evangelistae Hilarus Episcopus
famulus Christi_. Egli lo ebbe fondato in rendimento di grazie che,
cardinale diacono e legato di Leone I al sinodo brigantesco di Efeso
nell’anno 449, aveva potuto sfuggire alla morte. Certo si è che Ilario
massimamente deve avere contribuito all’edificazione del battistero,
perocchè ciò si paja da una iscrizione che leggesi nel GRUTER, 1163, n.
11.

[171] ANAST. _in Hilaro_, n. 69. Essi furono demoliti; l’oratorio della
Croce perì soltanto al tempo di Sisto V.

[172]

    _Martyribus Christi Domini pia vota Johannes_
      _Reddidit antistes, sanctificante Deo._
    _At sacri fontis similis fulgente metallo_
      _Providus instanter hoc copulavit opus;_
    _Quo quisquis gradiens et Christum pronus adorans,_
      _Effusasque preces impetrat ille suas._

Sulla storia della cappella vedi il CIAMPINI, _Veter. mon._ II, c. 45.

[173] _Et misit per omnia castra, quae erant sub civitate Romana per
circuitum_, dice ANAST. in Teodoro. Così è denotato il territorio della
Città, nè ancora è fatta menzione del _Ducatus Romanus_.

[174] ANAST. _in Teodoro_. — ERMIN. CONTRACT. determina l’anno 644 per
quello della ribellione, e lo segue il BARONIO. Il MURATORI racconta
l’avvenimento in quell’anno, senza accoglierne sicurezza di data. Erra
manifestamente MARQUARDO FREHER quando assume il 642 per l’anno della
morte d’Isacco, chè altrimenti quei fatti che il _Lib. Pont._ narra
nella Vita di Teodoro, sarebbero avvenuti soltanto un mese dopo la sua
ordinazione. Il MONTFAUCON pone la morte d’Isacco all’anno 641.

[175] La iscrizione che io lessi in Ravenna è migliore di quella che dà
il RUBEUS, _Hist. Rav._ IV, p. 202; MONTFAUCON, _Diar. Ital._, p. 98:

    Ἐνταῦθα κεῖται ὁ στρατηγήσας καλῶς.
    Ῥώμην τε φυλάξας καὶ φυλάξας τὴν δύσιν
    Τρὶς ἕξ ένιαυτοῖς γαληνοῖς δεσπόταις
    Ισαάκιος τὼν βασιλέων ὁ σύμμαχος,
    Ὀ τῆς ἁπάσες Ἀρμενίας κὸσμος μέγας,
    Ἀρμένιος ἦν γὰρ οὖτος ἑκ λαμπροῦ γένους.
    Τούτου θανόντος εὐκλεῶς ἡ σύμβιος
    Σώσαννα σώφρων τρυγόνος σεμνῆς τρόπῳ
    Πυκνῶς στενάζει ἀνδρὸζ ἐστερημένη,
    Ἀνδρὸς λαχόντος ἐκ καμάτων εὐδοξίαν,
    Ἐν ταῖς ἀνατολαῖς ἡλίου καὶ τῆ δύσει
    Στρατοῦ γὰρ ἦρξε τῆς δύσεως καὶ τῆς ἕω.

[176] Ciò narra non già ANASTASIO ma TEOFANE nella _Chronogr._, p. 275.
Il fanatico costume veniva di Grecia.

[177] MARTINELLI, _Roma ex ethnica sacra_, p. 301.

[178] LABBÉ, _Concil._, T. VII, p. 78 e seg.

[179] _Si autem — potueris suadere exercitui Romae consistenti, jubemus
hoc idem tenere Martinum — si autem inveneris aliquid contrarium in
tali causa, exercitum tacitum habeto_...... ANAST. _in Martino_. — La
lezione del BARONIO: _taciti abitote_, ha un buon significato.

[180] _Armans se cum exercitus virtute_, oppure _armans secum exercitus
virtutem_, come legge il VIGNOLIO nella Vita di Martino, n. V.

[181] _Profectus est in Siciliam adversus gentem Saracenorum, qui
ibidem inhabitabant._

[182] Il MURATORI dubita che Teodoro Calliopa effettivamente fosse
esarca due volte. Secondo il PAGI, Martino sarebbe stato trascinato
fuor di Roma nel 653, ed egli esclude l’anno 650, che è la data dal
BARONIO. V. il JAFFÈ, _Reg. Pont._

[183] _Quibus susceptis in palatio. Ep._ XV _Martini ad Theodor._, nel
LABBÈ, _Concil._ VIII, p. 66.

[184] Nella sua lettera indiritta a Teodoro narra Martino che egli
fu imbarcato in una nave a Messina; per certo era l’antico porto
_Misenum_, non già Messina: ciò si pare dal testo. La _Terra Laboris_,
di cui fa cenno la stessa lettera, sembra essere un corrotto della
_Terra Liparis_, anzichè nome della _Terra di Lavoro_. Così pensa
CAMILLO PELLEGRINO, _De Ducatu Benevent., Diss._ V. — _Misenum_ era
detto allora _Messena_ e _Mesenu, Lipari_ forse _Lebori_ o _Labori_.

[185] Ei lamentava amaramente che tutti i suoi amici e i Romani lo
avessero diserto nel loro oblio: _Quia sic funditus infelicitatis meae
obliti sunt, et nec scire volunt, ut invenio, sive sim super terram,
sive non sim_. Egli scongiura i Romani di mandargli dei viveri: dacchè
gli stessi stranieri sono in Roma pasciuti, avea ben egli, che un tempo
era stato pontefice, diritto a un po’ di cibo. Per verità, Giobbe fu
meno sventurato di quello che Martino fu nel suo esiglio di Crimea.

[186] Atene nel medio evo — è argomento di studî severi e grandiosi.
Si legge con altissimo allettamento la _Descriptio urbis Athenarum_
dell’ANONYMUS VIENNENSIS (τὰ θέατρα καὶ διδασκαλεῖα τῶν Ἀθηνῶν), che
è scrittura di un Greco del secolo decimoquinto, edita da LUIGI ROSS
(Vienna, 1840), il quale la trasse da un manoscritto esistente a Vienna
(oltre alle lettere di ZYGOMALÀS e di KABASÌLAS nella _Turcograecia_
del CRUSIUS). Se ne scorge che un eguale spirito di leggenda velava
nel buio i monumenti di Atene al paro di quelli di Roma. Come in Roma,
così anche in Atene, più d’un grande monumento si denotava col nome
di palazzo (παλάτιον o οἶκος), ma la ricordanza dei filosofi di Atene
abbelliva durante il medio evo parecchie di quelle ruine col titolo di
scuole ossiano διδασκαλεῖα; così si avevano le scuole di Socrate, degli
Eleati, dei Cinici e dei Tragici, di Sofocle, di Aristotele ecc. Gli
Istoriografi bizantini non fanno pur motto di Atene.

[187] PAOLO DIACONO, III, c. 32.

[188] GIANNONE, _Storia del Regno di Nap._, IV, c. 2, 3, e la
_Dissertazione_ di CAMILLO PELLEGRINO.

[189] ANASTASIO dice soltanto _suscepit cum_; l’_honorifice_, che è di
stile prammatico, rimase per un senso di pudore nella penna.

[190] _Pallium auro textile_ in ANAST.; similmente narra PAOLO DIAC.,
V, c. 11 e BEDA _De sex. aetat._ ad ann. 4625.

[191] Le giustificazioni del cardinale BARONIO si riassumono brevemente
in queste sue parole: _Dummodo catholicae veritati esset consultum_.

[192] Questa elegia trasse il MURATORI da un codice che si conserva
a Modena (_Antiq. Med. aevi_, XXI). Il verso _Ingenuique tui_ ecc.,
fu dal TROYA (_Cod. Langob._ I, 143, 144) e dal PIZZETTI (_Antichità
Toscane_, I, 322) interpretato di questa guisa: I senatori privati dei
loro beni decaddero in condizione di coloni. In qualunque modo, quel
passo parla della ruina della nobiltà. Il _servorum servi_ prende di
mira i Bizantini; e forse anche con ironia accenna ai Pontefici, dei
quali primo Gregorio I appellossi _Servus servorum Dei_. Non credo
che il carme fosse composto innanzi al tempo di Gregorio. I versi
ricorrenti _Roma subito_ ecc., sono un giocherello antico, e APPOLIN.
SIDON. (IX, ep. 14) lo cita come _illud antiquum_, ed un altro ne
aggiunge: _Sole medere pede, ede perede melos_. La associazione di Roma
e di Amore è antica e mistica; e trovo in GIOV. LYDUS, _De Mensib._,
IV, 50, un passo che ne dà spiegazione. Roma, dic’egli, ha tre nomi:
τελεστικὸν ἱερατικὸν πολιτικόν, τελεστικὸν μεν οἱονει Ἔρως, ὤστε πάντας
ἔρωτι θείῳ περὶ τὴν πόλιν πατέχεσθαι. Il nome sacerdotale era Flora, il
nome politico Roma.

[193] _Quamdiu stat Colyseus, stat et Roma: quando cadet Colyseus,
cadet et Roma: quando cadet Roma, cadet et mundus._ BEDA, _Collectan.
et Flores_, III, 483. — SCIPIONE MAFFEI accoglie l’opinione che il
nome derivasse dall’edificio stesso (_Verona illustrata_, IV, I, c. 4).
Anche l’anfiteatro di Capua nel secolo nono era appellato _Colossus_, e
quindi detto era _Colossensis_ il signor suo Guaifar. ERCHEMPERT, _Hist
Langob._, c. 56. — Il Beda moriva intorno al 734. — In Inghilterra
ai tempi di Edoardo I correva una strana profezia sul _Caballus
Constantini: Costantine, cades, et equi de marmore facti_, locchè
tuttavia più rettamente si poteva riferire ai due domatori di cavalli.
V. il PAULI, _Storia d’Inghilterra_, IX, 39, che è citato nell’articolo
della _Quarterly Review_, Jan. 1864, p. 225, dedicato a questa Storia
della città di Roma ed intitolato: _Rome in the Middle age_.

[194] _Omnia quae erant in aere ad ornatum civitatis, deposuit: sed
et Ecclesiam S. Mariae ad Martyres quae tecta tegulis aeris erat,
discoperuit, et in regiam urbem cum aliis diversis, quae deposuerat,
direxit._ ANASTASIO, e parimenti PAUL. DIAC. V, c. 11. Si vedano anche
i _Mirabilia, Cod. Laurent._, e l’ANONYM. MAGLIABECHIANUS. — Il FEA,
_Sulle Rov._, pag. 313, trova di che confortarsi colla certezza che
ancora rimasero alcuni bronzi, segnatamente nel palazzo dei Cesari,
dove, ancora nel secolo decimottavo, si dissotterrarono di consimili
frammenti.

[195] Ai tempi di Carlomagno in Roma non esisteva che una sola statua
equestre di bronzo; perocchè il così nominato ANONIMO DI EINSIEDELN,
che allora scriveva le sue notizie topografiche di Roma, oltre al
_Caballus_ o _Equus Constantini_, di cui soltanto fa menzione, altre
per certo ne avrebbe specificato se veduto ne avesse. Se dunque il
suo _Caballus_ fosse stato effettivamente quello di Costantino, dove
rimaneva quello di Marco Aurelio, e perchè egli non ne faceva cenno?
Io credo pertanto che il _Caballus Constantini_ dell’ANONIMO fosse
la statua equestre di Marco Aurelio, e che la iscrizione della vera
statua equestre di Costantino, da lui copiata, si leggesse ancora sul
piedestallo.

[196] Siracusa nel medio evo ha una storia buia. Non ne trovai lume
nè nella lettera del monaco TEODOSIO (anno 878, _ad Leonem Archid. de
Syracus. urb. Expugnant._ nella _Bibl. Sicul._ del CARUSO I), nè nel
PIRRI e neppure nel FACELLO. Lo stesso MICHELE AMARI, nella sua _Storia
dei Musulmani in Sicilia_, ne offre scarsi chiarimenti. Egli dice:
«Ratratta era la città nel nono secolo dal tempio di Giove Olimpico
e dalle Epipoli alla penisola: ratratto l’umano ingegno da Gelone al
monaco Teodosio.» — Al tempo di Costante il tempio di Minerva era stato
già tramutato in una chiesa, che è l’odierna cattedrale, e consecrato
a _Maria Theotocos_; è però difficile che Belisario ne compiesse la
edificazione (PIRRI, _Sicilia Sacra_, II, 123). — Il _Liber Junior.
Philos._, tra le città illustri di Sicilia nel secolo quarto, cita
Siracusa e _Catina_ (_Catanea_), e loro dà ancora il predicato di
_splendidae_: lo stesso Codice aggiunge anche _Palarmus_, ma il MAJ
editore la ritiene un’aggiunta appostavi da un frate della Cava, quando
Palermo era già cresciuto a potenza.

[197] Secondo il _Liber Pontificalis_ restaurò la chiesa di san
Pietro nel _Campus Meruli_ lungo la _via Portuensis_. Il BOSIO, _Roma
sotterr._, II, c. 20, 124, afferma che fosse collocato alla duodecima
pietra miliare, e dimostra che ancora in una bolla di Giovanni XIX
è fatta parola del _Campus Meruli_, che è oggidì il Campo Merlo in
Portese. Ho già riferito un passo dei Dialoghi di Gregorio (III, c.
11), secondo il quale il Campo Merlo sarebbe stato situato all’ottava
pietra miliare.

[198] Erasmo fu vescovo della Campania e martire ai tempi di
Diocleziano: vedi il _Martyrol. Usuardi_ ai tre di Giugno. La storia
del martirio di sant’Erasmo è il più orrido soggetto della pittura; si
miri il quadro di Nicolò Poussin che esiste nella galleria del Vaticano
e se ne rabbrividisca.

[199] UGONIO, _le Stazioni_, pag. 291; SEVERANO, _delle sette chiese_
p. 486.

[200] NARDINI III, 367; PLATINA, _in Dono I_. Gli è PIETRO MALLIO che
afferma il fatto nel suo scritto sulla basilica di san Pietro. Quel
così detto _Sepulcrum Scipionis_ è figurato in forma di piramide sulla
porta di bronzo del san Pietro. — Dono restaurò anche la chiesa che
nella via Appia era dedicata a Eufemia, celebre santa di Calcedonia,
che aveva una chiesa anche dentro di Roma nel _Vicus Patricius_ presso
il Titolo di Pudente. MARTINELLI, _Roma ex ethnica sacra_, p. 357. —
Ambedue quelle chiese sono perite. — Il _Liber. Pontif._, nella Vita
di Dono fa cenno di un convento siriaco, _Monasterium Boetianum_, in
cui quel Papa, a cagione delle eresie nestoriane professate dai monaci,
pose frati romani. Che fosse una fondazione di Boezio o che sorgesse
nelle case di lui?

[201] AGNELLUS, _Osserv. alla Vita di Mauro_, riferisce il notevole
privilegio da Costante largito alla Chiesa ravennate; la carta relativa
è data _Kal. Martias Syracusa_. Ivi è detto: _Sancimus amplius securam
atque liberam ab omni superiori Episcopali conditione manere et non
subjacere pro quolibet modo Patriarchae Urbis Romae, sed manere eam_
Αυτοχέφαλην. — Era allora (anno 666) esarca Gregorio.

[202] Ancora nel secolo nono la gelosia di Ravenna si manifesta con
fervida passione negli scritti di AGNELLO. Dopochè lo Storico ravennate
ha narrato della sottomissione di Teodoro, egli lo caccia in sepoltura
con ischietto compiacimento: _Cum multa alacritate Sacerdotum, et
omnium gratulatione submersus est, in Ardica B. Apollinaris subtus
jacet. Vita Theodori_, c. 4, 320.

[203] _Ep. Agathonis_, nel LABBÉ, _Concil._ D. VIII, 655.

[204] _Non quidem ut haereticus, sed ut haereticorum fautor._ FRANCESCO
PAGI, _Breviar._, pag. 243, XVIII, e ANAST. _Vita S. Leonis II_, n.
148.

[205] PAOL. DIACON. VI, c. 5. — ANAST. _in Agathone_ n. 141, parla
della peste di Roma, ma nulla riferisce della leggenda di Pavia.

[206] _Delatis ab urbe Roma beat. Sebastiani martyris reliquiis._
Il BARONIO e il SIGONIO leggono: _Ad urbem Romam_. L’UGONIO (_le
Stazioni_, p. 58) e il PANCIROLI (ecc. p. 212) affermano la stessa
cosa. Il MURATORI dà ragione ai Pavesi.

[207] Il quadro è attribuito ad Antonio Pollaiuolo fiorentino; sta a
manca di chi entra nella chiesa.

[208] Così è dipinto in uno dei più bei quadri del Sodoma nella
galleria degli Ufficî a Firenze.

[209] Così la leggenda secondo il SURIO, _De probat. Sanctor. Histor._,
Colonia, 1570, tom. I, p. 434-452, ai 20 di Gennaio. Il cardinale
WISEMAN, che ne trasse partito nel suo romanzo della _Fabiola_, si
fe’ lecite certe finzioni, delle quali egli dovrà chieder venia ai
Martirologi ed ai Martiri.

[210] Poichè la testa di san Paolo era caduta sotto la scure, nessun
altro Martire aveva virtù di resistervi. _Virtus Christianorum nonnisi
in ferro vincitur_, dice la _legenda aurea_ nella Vita di santa
Eufemia. La leggenda riccamente adorna di san Giorgio è una delle più
favorite tra le poesie di quelle specie. Vedi gli _Acta Sanctor._, addì
23 di Aprile.

[211] Duranti le crociate frequenti erano le apparizioni di san Giorgio
e del suo esercito biancovestito, e con lui si mostravano anche san
Teodoro e Mercurio. Per combattere gli infedeli la Chiesa romana soleva
invocare Maurizio, Sebastiano e Giorgio, come si pare dall’_Ordo Roman.
ad armandum Ecclesiae Defensorem vel alium militem_.

[212] JACOPO DE VORAGINE, domenicano e arcivescovo di Genova (morto
nel 1298), scrisse la sua _Legenda sanctorum_ (appellata _Historia
Lombardica_ e _aurea_, per la prima volta stampata a Norimberga), che
nell’età delle leggende costituì della vita dei Martiri un novellario
ad uso del popolo. Egli narra che a Silena, in Libia, un Re era
costretto a esporre la sua unica figliuola alla voracità di un drago,
e che san Giorgio montato sul suo buon destriero ne la liberava. —
Il PANCIROLI, p. 716, il BARONIO nel _Martyrol._, ed altri affermano
con senso schiettamente romano che la vergine raffiguri una provincia
chiedente soccorso. — Giustiniano innalzava una chiesa a san Giorgio, e
nell’antica Atene, forse già fin dal secolo quinto, il santo cavaliere
aveva preso possesso del tempio di Marte. Così le Divinità antiche
si trasformavano in Santi cristiani, e i vecchi templi degli Dei si
tramutavano in chiese del Cristianesimo.

[213] _Hujus almi Pontificis jussu, Ecclesia juxta velum aureum in
honorem beati Sebastiani aedificata est, necnon in honorem martyris
Georgii._

[214] S. GREGOR. _ep._ 68, IX, _ad Marinianum Ab: quia ecclesiam S.
Georgii positam in loco qui ad sedem dicitur_. L’UGONIO non venne alla
conghiettura che la espressione _ad sedem_ possa mettersi in relazione
coll’_Janus Quadrifrons_, sede dei banchieri, il quale dista soltanto
di alcuni passi dal san Giorgio. Invero presso la chiesa s’alza anche
l’Arco degli Orefici, ma esso è più piccolo, e per fermo la località
dev’essere determinata dal monumento maggiore.

[215] Nel portico della chiesa di san Giorgio la iscrizione, che
è dei tempi di mezzo, di un abate Stefano, dice: _Hic locus ad
velum praenomine dicitur auri_. Ancora nell’anno 482 era assai bene
conosciuto il nome antico. Lo apprendiamo da una iscrizione che si
legge nel DE ROSSI: _Inscriptiones Christian. Urbis Romae, VII saeculo
antiquiores_, I, n. 878: LOCVS AVGVSTI LECTORIS DE BELABRV....

[216] GIORGIO FABRICIO, _Antiquitatum_ p. 21, dice che nell’età di
mezzo, al _Janus Quadrifrons_ il popolo dava nome di _casa di Boetio_.
Io però ho ragione di dubitare che tal nome derivasse de quello
dell’illustre Senatore. È più probabile che discendesse da qualche
famiglia nobile che abbia fortificato il _Janus_. Per lo meno a’ tempi
di Gregorio IX, nel secolo decimoterzo, eravi un _Aegidius Boetii_.
Vedi _Vita Gregor. IX_; MURAT. III, 582.

[217] La iscrizione dice: _Basilica Semproniana S. Georgii Milit. Mart.
in Velabro_. MARTINELLI, pag. 106, e lo segue l’UGONIO, p. 18.

[218] In una cappella attigua è istoriato san Giorgio a cavallo che
combatte il dragone; non è però un quadro antico. Non vi trovai più
un altro dipinto di età più remota, del secolo decimoquarto o del
decimoquinto, che altra volta esisteva in sant’Eusebio. Nella chiesa
si mostra come reliquia la mitica bandiera del Santo. San Giorgio era
venerato quale duca e capitano del popolo cristiano. Nel medio evo il
Senato romano celebrava la sua festa addì 23 di Aprile, e gli offeriva
un calice in dono.

[219] Il MARTINELLI nomina ancora le chiese di san Giorgio _in Martio,
in Specie_ ed _in Vaticano_.

[220] È cosa singolare che san Giorgio ottenesse diffusamente culto
di patrono, persino nell’Abissinia; così ne informano le lettere della
spedizione di Abissinia di questi ultimi tempi (1868).

[221] Il MABILLON, _Mus. Ital._ II. _Comment. in Ordin. Rom._, CXVII,
confuta l’opinione del SIGONIO, _de Regno it._, p. 78 ad a. 682, che
prima di Leone II, il Pontefice fosse consecrato da un solo Vescovo, da
quello di Ostia. Il Vescovo di Ostia appoggiava il libro degli Evangeli
alla nuca del Pontefice e gli imponeva sul capo la mano; quello
di Albano salmeggiava la prima orazione: _Adesto supplicationibus
nostris_; il Vescovo di Porto cantava la seconda: _Propitiare, Domine.
— Ordo Roman._ XIV, nel MABILLON, pag. 272, e _Titul._ VII del _Liber
Diurnus_.

[222] _Hic suscepit divalem jussionem clement. principis Constantini
ad venerabilem clerum et populum atque felicissimum exercitum
Romanae civitatis, per quam concessit, ut qui electus fuerit in sede
Apostolica, e vestigio absque tarditate Pontifex ordinaretur._ Il
BARONIO esclama: _Restituta Romana ecclesia in pristinam libertatem!_
Ma, al paro degli avvenimenti della Storia, non si acconciano a
quest’opinione nè il _Liber Diurnus_, nè le _Professiones fidei_ che in
questo si contengono indiritte precisamente a quell’Imperatore.

[223] Ne era allora universale la costumanza. Il giovine Pipino era
adottato da Liutprando, re de’ Longobardi, colla recisione delle
chiome. Anche la recisione della barba si usava come simbolo di
adozione. PAUL DIACON., VI, 53. Le ciocche di capelli così tagliate
appellavansi _Mallones_, da μαλλὸς; «e _Malloni_,» dice il MURATORI
all’anno 684, «s’ode anche oggidì nel dialetto modenese.» — Taso e
Caco, giovani figliuoli di Gisulfo duca di Forlì, furono assassinati
a tradimento dallo esarca Gregorio, dopochè costui gli aveva adescati
e tratti a sè colla promessa di volerseli adottare per figli colla
recisione della barba. L’astuto barbiere tenne parola; rase la barba
di Taso, ma soltanto dopo che gli era stato troncato il capo (PAUL.
DIACON., IV, 41).

[224] Il Tit. IV del _Liber Diurnus_ dice: _Viros honestos cives,
et de exercitali gradu_; e, secondo il Tit. II, sottoscrivevasi il
decreto di elezione così: _Clerus, Optimates et Milites seu cives_.
La elezione avveniva: _convenientibus nobis, ut moris est_ (sec. 7),
_cunctis sacerdotibus ac proceribus ecclesiae, et universo clero,
atque optimatibus, et universa militari praesentia, seu civibus
honestis, et cuncta generalitate populi istius a Deo servatae Romanae
urbis_. Qui è assai difficile di porre rettamente a loro luogo le
particelle congiuntive _et_ e _seu_. In generale tengo opinione che
i _milites_ appartengano agli _optimates_, del pari che i _proceres
ecclesiae_ appartengono ai _sacerdotes_, e che i _cives honesti_
egualmente sorgano dalla _generalitas populi_. Io adotto pertanto
la interpunzione seguente: _cunctis sacerdotibus ac procer. eccl. et
universo clero; atque optimatib. et universa militari praesentia; seu
civib. honestis et cuncta generalitate populi_. Io credo che il _Miles_
fosse essenzialmente un cavaliere, ossia che appartenesse ai soldati a
cavallo. — CARLO HEGEL, I, 248, vuole distinguere del tutto i _Milites_
dai _Cives_, quasi che fossero un terzo e un quarto Stato; e tiene
(I, 252) i _cives honesti_ soltanto per il _populus_ ossia _plebs_.
Nel MARINI, _Pap. Dipl._, n. 112, 113, su cui egli si appoggia,
si trovano denotati per _viri honesti_, uomini che attendevano ai
mestieri. Sennonchè non avrebbero potuto questi forse appartenere
all’_Exercitus_, come obligati a prestar servigio nella milizia? Se i
nobili servivano a cavallo, quali Romani componevano le fanterie? Per
certo cittadini atti alle armi.

[225] Tit. V. _Lib. Diurn.: convenientibus Sacerdotibus, et reliquo
omni clero, eminentissimis consulibus et gloriosis judicibus, ac
universitate civium et florentis Romani exercitus_. — Qui i Consoli e
i Giudici stanno insieme colla cittadinanza, quali suoi giudici civili.
A questa partizione cittadina in altre città corrisponde manifestamente
la formula di elezione usata dopo di Odoacre: _Clero, Ordini et Plebi_;
così in Rimini, in Terracina, in Perugia, in Crotona e in Ravenna
stessa, come si rileva dalle Lettere di Gregorio: _Ep._ 56, I, 58,
I, 14, 27, II, 21, IV. Ivi però non si parla di esercito. Per Napoli
particolarmente, si aggiungono anche i _Nobiles: Clero, Nobilibus,
Ordini et Plebi_, 3, II. L’_Ordo_, onde in Roma non è fatto cenno, era
l’antica Curia, che s’era divisa in ottimati, possessori ecc.; come
opina C. HEGEL.

[226] _Suis judicibus, quos Romae ordinavit et direxit ad disponendam
civitatem._ ANAST. _in Conon._, n. V.

[227] Ecco le parole di ANASTASIO: _inito consilio, primates judicum,
et exercitus Romanae militiae, vel cleri seditiosi pars plurima et
praesertim sacerdotum, atque civium multitudo_: la moltitudine dei
cittadini, cioè a dire di quelli che non servivano nell’esercito.

[228] _Qui sic abdite venit, ut nec signa nec banda cum militia Romani
exercitus occurrissent ei juxta consuetudinem in competenti loco, nisi
in propinquo Romanae civitatis._ ANASTAS. _in Sergio_, n. 159.

[229] Il BARONIO ha buon dritto di dire: _Unus spiritus omnium
Romanorum pontificum_.

[230] La data dell’anno in cui si tenne questo concilio andò perduta
co’ suoi Atti. Il PAGI e il MURATORI assumono l’anno 691. Il suo nome
_Trullanum_ deriva dalla cupola, ossia _Trullus_ del palazzo; il nome
di _Quini-Sextum_ discende da ciò che si congregò a supplemento del
quinto e del sesto Concilio ecumenico.

[231] _Egressus — foris basilicam Domni Theodori Papae apertis januis
sedens in sede, quae vulgo appellatur sub Apostolis._ Questo però è
l’oratorio di san Sebastiano, edificato da papa Teodoro.

[232] AGNELLUS, _Vita S. Felicis_, c. 2, 352 segg.

[233] Vedi la lettera ad Elvia madre di lui.

[234] L’epitaffio è in BEDA, _Hist. Eccl. Gentis Anglor._ V, c. 7,
in PAOL. DIAC. VI, c. 15, e più correttamente nel tom. V _Classicor.
Auctor._ di ANGELO MAI, p. 404. — È probabile che la iscrizione fosse
poetata da BENEDETTO, arcivescovo di Milano. Ne riferisco alcuni
distici del principio e del mezzo:

    _Culmen, opes, sodalem, pollentia regna, triumphos,_
      _Exuvias, proceres, moenia, castra, lares;_
    _Quaeque patrum virtus, et quae congesserat ipse_
      _Caedual armipotens, liquit amore Dei,_
    _Ut Petrum, sedemque Petri Rex cerneret hospes_...
    _Sospes enim veniens supremo ex orbe Britanni_
      _Per varias gentes, per freta, perque vias,_
    _Urbem Romuleam vidit templumque verendum_
      _Aspexit Petri, mystica dona gerens_...

_Hic depositus est Caedual, qui et Petrus, Rex Saxonum, sub die
duodecimo Kalendarum Maiarum, Indictione secunda; qui vixit annos plus
minus triginta, imperante Domno Justiniano, piissimo Augusto, anno et
Consulatus quarto, pontificante Apostolico viro Domno Sergio Papa anno
secundo._ — Del battesimo e della morte di Caduallo in Roma fa menzione
anche il _Carmen Aldhelmi de Basilica aedificata a Bugge filia regis
Angliae_, in ANGELO MAI, ibid., pag. 388. ALDELMO (morto nel 709)
scrive _Ceduvalla_ e dice senza malizia:

    _Alta supernorum conquirens regna polorum,_
      _Clarum stelligeri conscendens culmen Olympi._

[235] ANAST., _Vita Constant._ e BEDA, V, c. 20. — Quei Re morirono a
Roma non molto dopo.

[236] _Cymelia_ è espressione generica degli arredi sacri: in
particolare poi v’erano forme innumerevoli di lampade, di vasi, di
coppe, di calici, d’incensieri ecc.

[237] Conchiude così:

    _Sergius antistes divino impulsus amore_
      _Nunc in fronte sacrae transtulit inde domus._
    _Exornans rutilum pretioso marmore tumbum_
      _In quo poscentes mira superna vident._
    _Et quia praemicuit miris virtutibus olim,_
      _Ultima Pontificis gloria major erit._

GRUTER. 1170, n. 3. — A papa Sergio s’attribuisce l’edificazione di
una sola chiesa, e precisamente dell’oratorio di sant’Andrea nella via
Labicana, che egli rinnovò da cima a fondo.

[238] ANAST. in _Joh._ VI.

[239] _Apud fossatum, in quo in unum convenerant._ Il MURATORI traduce
«fossa della città,» ma _fossatum_ è principalmente un accampamento
circuito di fosso: così nella Vita dello stesso Giovanni VI si usa
dell’identica espressione per significare il campo dei Longobardi. —
Non m’accingo a decidere se il fatto ricorresse o no nell’anno 702.

[240] MURATORI, ad ann. 683; MABILLON, _Annal. Bened._, XVII, c. 32,
561 segg.; _Chron. Farfense_ e MURATORI _Prolegom._, a questa Cronica
nel tom. II, p. 2, _Scriptor._ Nei documenti Longobardi di Farfa
ricorre sempre la formula: _Monasterium S. Dei genitricis Mariae quod
situm est in territorio Sabin. in loco ubi dicitur Acutianus_.

[241] La _Tabula chorographica Medii Aevi_ di GIOVANNI BARRETTA (XX,
n. 108) offre in quest’argomento pochissimi chiarimenti, al paro
della _Dissert. IV de ducatu Benev._ di CAMILLO PELLEGRINO. Un passo
degno di nota che trovasi in PROCOPIO, _De B. Goth._ I, 15, estende
il territorio romano, come oggidì, fino a Terracina: μεθ’ ὃυς Καμπανοὶ
ἄρχι ἐς Ταρακήνην πόλιν οἰκοῦσιν οὓς δὴ οἱ Ῥώμης ὃροι ἐκδέχονται.

[242] ANASTASIO non parla che dello sconosciuto luogo _Horrea_;
all’invece PAOLO DIACONO specifica: _Suram Romanorum civitatem,
Hirpinos atque Arcem_. Il CLUVER e il MURATORI leggono: _Soram,
Arpinum, Arcem atque Aquinum_. Sora era un castello antico de’ Sanniti;
l’antica _Arx_, che è l’odierna Arce, è posta tra Arpino e Aquino.

[243] Fu una restituzione di beni ecclesiastici, nè già la donazione di
una intera provincia, qualmente opinava il BARONIO. In tutte le terre
da loro conquistate i Longobardi si erano impossessati dei patrimonî
della Chiesa.

[244] Aveva sostituito un naso d’oro, e quando lo spurgava, i suoi
cortigiani comprendevano che aveva condannato a morte qualcuno.

[245] Ne diede la descrizione il TORRIGIO, _Le sacre grotte Vaticane_,
II, 117, prima che fosse demolita.

[246] Questa imagine, dall’anno 1609 in poi, trovasi nella cappella
Ricci in san Marco di Firenze: così almeno attesta il FURIETTI, _De
Musivis_, c. 5, p. 79.

[247] _Joannes indignus Episcopus fecit B. Dei Genitricis servus._

[248] Rappresenta la Vergine col bambino, velata a foggia greca, seduta
sopra un trono splendidamente adorno: innanzi a lei sta un angelo;
dietro v’ha una mezza figura che offre un dono al bimbo, ed una seconda
figura, che forse è quella di Giuseppe. Il lavoro, condotto su pasta
cattiva e grossolana, è rozzo al pari di quello contemporaneo del santo
Stefano in san Pietro _ad vincula_. Un brutto disegno ne è dato nel
CRESCIMBENI, _Storia della basilica di santa Maria in Cosmedin_ p. 145.

[249] Lo desumo dal _Cronicon Benedicti_, monaco di santo Andrea sul
monte Soratte (_Mon. German._, V, c. 11); _Johannes praeerat papa,
qui fecit oratorium sanctae Dei genitricis, opere pulcherrimo, intra
ecclesia b. Petri apostoli, ubi dicitur a Veronica_.

[250] Sull’argomento del santo sudario (_Sindone_ in greco) vi ha
una piccola letteratura. Mi occorre ammonire il lettore affinchè si
guardi dal torre in mano il libro di ALFONSO PALEOTO intitolato: _Jesu
Christi Crucifixi Stigmata sacrae Sindoni impressa_, dove la dipintura
del corpo di Cristo è tale da metter addosso brividi di paura. Poichè
Cristo pinse sè medesimo sul sudario, non v’ha alcuna delle sue piaghe
che non sia ricercata e discussa con dottrina senza pietà: in breve la
è una repugnante anatomia della sua passione. — L’ALVERI, _Roma in ogni
stato_, II, 210 segg. e il SEVERANO, _Le sette chiese_, p. 154 e segg.,
diedero una storia completa del sudario.

[251] Il gesuita LANDSBERG ci fa certi che questa imagine era fedele
al pari di una fotografia; egli vi seppe scorgere persino le tracce
della ceffata con cui un soldato scelleratissimo percosse il volto di
Cristo: _in quella sacratissima imagine, che si conserva in san Pietro,
si vedono ancora i segni delle dita di quel soldato_. SEVERAN, p. 160.
— La santa Veronica è per disgrazia una finzione derivata dalle parole
_vera icon_ che significano «vera effigie» di Cristo; questa effigie
re Abgaro si dice aver tolto da Edessa. Vedi il LA FARINA, _Storia
d’Italia_, I, p. 210.

[252] OROSIO, _Hist._ XII, c. 4. Nulla qui è detto della Veronica, ma
soltanto che Tiberio, alla notizia della morte e della risurrezione
di Cristo, voleva proclamarlo Dio, e che ne fu impedito dal Senato. Da
OROSIO attinse il racconto OTTONE DI FRISINGA, _Chron._ III, c. 12, ma
neppur esso fa parola della Veronica, sebbene il monaco Benedetto, due
secoli prima di lui, ne conoscesse la storia.

[253] Oggidì ancora nel Panteon si vede una cassa con una iscrizione
che arditamente dice: _In ista capsa fuit portatum sudarium passionis
Domini nostri Jesu Christi a Hierosolymis Tiberio Augusto_.

[254] MABILLON, _Annal. Bened._, lib. XIX, 23.

[255] _Johannicius Ravennianus ille facundus poeta, quia invictissimo
Augusto contrarius fuit, inter duos fornices murina morte vita
privetur._ AGNELLO racconta la storia di quest’uomo nella _Vita
Teodori, Damiani, S. Felicis_. È un racconto da romanzo; la sorella
di lui pregò che le fosse concesso di vedere dalla finestra il mozzo
capo del fratello; lo vide, pianse e morì. AGNELLO si dice pronipote di
Giovanniccio. — Di questo notevole Storico della Chiesa ravennate, che
chiude la sua opera col vescovo Giorgio in sull’anno 846, si leggano
i _Prolegomeni_ nell’AMADESI, _Antistit. Ravenn. Chronotaxis_. Favent.
1783. La sua orrida prosa è una miscela di semplice stile di cronista e
di imitazione ampollosa dei retori antichi.

[256] Dal modo con cui i Bizantini acciecavano i condannati al
supplizio, costringendoli a fissare gli occhi sopra un bacino
arroventato in cui si versava aceto, il MURATORI fa derivare la parola
italiana _abbacinare_. I casi di Ravenna narra AGNELLO nella _Vita S.
Felicis_.

[257] Alla mitra del Papa ANASTASIO dà nome di _camelaucum_
(καμελαύκιον in greco): in italiano s’usa la voce _camauro_. Vedi
l’annotazione del VIGNOLI a questo passo.

[258] ANASTASIO dà la descrizione di questo fatto; ma chi però potrà
prestargli fede che l’Imperatore colla corona in capo si prostrasse
e baciasse i piedi del Pontefice? V’è però aggiunto che egli _pro
delictis suis_ si confessasse e ricevesse la comunione.

[259] È quel giuoco antico ai dischi che anche oggi s’usa in tutta
Italia, ed è conosciuto sotto il nome di _ruzzola_. Nel testo è detto:
_parvuli cum modica orbitella_. AGNELLUS, _Vita Damasi_, c. II, 327.

[260] _Saccos induti sunt — ciliciis se operierunt._ Sono i cappucci
oggidì ancora usati dalle Confraternite. Quelli che li portano di
stoffa di crine (_ciliccino_) sono detti particolarmente i _sacconi_.
— In quest’occasione, AGNELLO, che scriveva soltanto cento anni dopo,
nomina come ornamenti abituali delle donne: _mutatorias vestes_
(varietà di abiti sfarzosi), _et pallia, inaures, et anulos, et
dextralia_ (smaniglie), _et pereselidas_ (?), _et monilia_ (collane),
_et olfactoria_ (ampolline odorose), _et acus, et speculas, et lunulas_
(ornamenti d’oro in forma di luna), _et liliola_ (ornamenti in forma di
giglio), _praesidia_ (?), _et laudosias_ (?). In Ravenna erano ancora
in quel tempo teatri e terme.

[261] AGNELLO dice che quelle lotte sanguinose duravano ancora a’ tempi
suoi.

[262] _Bandum_ significa _vexillum_ (bandiera) e _Bandus_ una schiera
riunita sotto un vessillo. AGNELLO usa con pari significazione _bandus,
militia, numerus. Numerus_, per reggimento di soldatesca, appartiene
ai tempi dell’Impero, e quella voce trovai, in un epigramma di Damaso
nelle catacombe, usata anche per la turba (_exercitus_) dei Martiri.
— Alcuni di quei gonfaloni esistevano già anche sotto l’Esarca. — I
_Papiri Dipl._ del MARINI enumerano: _Numerus felicum Theodosiacus_
(n. 90), _Num. Mil. Sermisiani_, forse composto di Dacî di Sarmisia
(n. 91), _Num. victricis Mediol._ (n. 93), _Num. Arminiorum_ (n. 95),
_Num. felicum Persoarminiorum_ (n. 122), _Num. Veronensium_ (n. 95),
_Num. Juniorum_ e _Num. invicti_ (n. 111). I nomi di questi reggimenti
erano dunque tratti da quelli di paesi o di Imperatori, o da concetti
astratti. I loro officiali erano appellati: _Tribunus, Primicerius,
Adorator_ (parola inesplicabile) e _Optio_ od _Ozio_, che si spiega per
_distributor annonae_.

[263] ὁ δὲ φιλιππικὸς διὰ τοῦ αὐτοῦ σπαθαρίου ταύτην ἐπὶ τὰ δυτικὰ μέρη
ἕως Ῥὠμης ἐξέπεμψεν. THEOPH., _Chronogr._, p. 319.

[264] I Greci chiamavano _pancarea_ quelle manifestazioni in dipinto;
vedine ANAST., _in Vita Constant._, n. 174. Nel secolo decimoquarto,
e più tardi ancora, in alcune chiese di Roma si collocavano di quei
quadri, malagevoli a trattarsi, di Concilî.

[265] Ecco come s’esprime ANASTASIO: _Hisdem temporibus cum statuisset
populus Romanus nequaquam haeretici Imperatoris nomen, aut chartas, vel
figuram solidi suscipere_.

[266] Riporto il passo: _Contigit, ut Petrus quidam pro ducatu
Romanae urbis Ravennam dirigeretur, et praeceptum pro hujusmodi causa
acciperet_, n. 176. È cosa meravigliosa che i _Duces_ di Roma si
facciano visibili precisamente nel tempo in cui il loro potere sta per
iscomparire.

[267] _In Via sacra ante palatium_ etc.

[268] Questa iscrizione degna di nota trovasi nel MARINI, _Pap. Dipl._,
p. 367, nota 1, al n. 424. Videla per la prima volta PIETRO SABINO nel
secolo decimoquinto in santa Anastasia; un frammento indi ne videro
l’UGHELLI e il SUARESIO in san Benedetto _in Piscinula_. Io consultai
tanto questo frammento, quanto la copia del SABINO nell’archivio del
DE ROSSI; non vi si trova variante per il passo _longo refecta gradu_.
Ecco la iscrizione:

    _Ultima funereo persolvens munia busto_
      _Quo pater illustris membra locanda dedit_
    _Adjecit titulos proles veneranda Joannes_
      _Ne tantus quovis esset honore minor._
    _Hic jacet ille Plato, qui multa per agmina lustrans_
      _Et maris undisoni per freta longa volans_
    _Claruit insignis regno gratusque minister_
      _Celebremque sua praestitit esse manu._
    _Post ergo multiplices quas prisca Palatia Romae_
      _Praestiterant curas longo refecta gradu_
    _Pergit ad aeterni divina palatia regis_
      _Sumere cum meritis praemia firma dei._

_Plato V. Ill. Cura Palatii Urbis Romae Vix. An. Pl. M. LXVI. Dep. M.
Nob. Die VII. Indict. XV. Imp. DN. Justiniano Aug. Anno II. P. C. Ejus
Anno II._

Nell’_Epitome Chronicor. Cassinens._ (MURATORI, II, p. I, 354) è detto
che Eraclio, dopo la conquista della Croce, venisse all’_Aurea Urbs_,
e quivi fosse coronato nel palazzo dei Cesari. Mi meraviglia che il
NIBBY, _note al Nardini_, III 136, e il VISCONTI, _Città e famiglie_,
sec. II, 255, potessero prestarvi fede. Lo stesso Cronista, di cui è
difficile che scrivesse prima del mille, narra la egual fiaba anche
dell’imperatore Maurizio.

[269] Dal fervore vivissimo con cui il popolo prendeva parte
all’elezione del Duce, il BETHMANN HOLLWEG (_Dell’origine della libertà
delle città Lombarde_, p. 186), conchiude a ragione che questo Duce,
anzichè un generale, fosse capo del governo nella Città e nell’intiero
Ducato. Non puossi in veruna guisa dubitare che il Duce era reggitore
della Roma di allora come Vicerè dell’Imperatore. — Mi giova qui
introdurre l’osservazione che il secondo trimetro dell’iscrizione
riferita in nota alla pag. 161, deve suonare così: Ῥὼμην τε φυλάξας
ἀβλαβῆ καὶ τὴν δύσιν.

[270] _Hic exordio pontificatus sui calcarias decoqui jussit, et
a porta S. Laurentii inchoans hujus civitatis muros restaurare
decreverat, et aliquam partem faciens etc._ ANAST. _in Gregorio II_, n.
177.

[271] ANAST., n. 180, PAUL. DIACON. _De Gest. Lang._, VI, 36, e BEDA,
_De sex aetat._ ad ann. 4671. Quest’ultimo direbbe _ad Pontemolinum_,
ma è ben un errore di amanuensi posteriori. Il PAGI e il MURATORI
pongono la innondazione all’anno 716, il BARONIO al 717, e così pure
l’_Index Ducum spoletan. et Abbat. Farfensium_ nel MABILLON, _Mus. It._
I, 2, 63.

[272] _Ducatum ei qualiter aggerent quotidie scribendo praestabat._
ANAST. n. 181.

[273] _Quod enim simulacrum Deo fingam, cum si recte aestimes, sit Dei
homo ipse simulacrum?... Nonne melius est in nostra ima dedicandus
est mente, in nostro imo consecrandus est pectore?_ È un bel passo
nell’_Octavius_ di MINUCIO FELICE (Edizione di Parigi, 1605, pag. 367).

[274] _Concil. Illiberis, Can._ 36: _Placuit picturas esse in ecclesia
non debere, ne quod colitur et adoratur in parietibus depingatur_.

[275] Nei primi secoli non fu costume di rappresentare il Cristo nudo
in croce. Negli atrî antichi delle chiese di Roma non s’ebbe trovato
mai un crocifisso; l’antico simulacro della Croce di Lucca rappresenta
il Redentore vestito di tonaca lunga e decente, col diadema in capo.
I mirabili vasi da olio bizantini che trovansi in Monza, ed i quali la
regina Teodolinda ebbe in dono, rappresentano la storia della passione
di Cristo, ma il Salvatore si eleva in gloria al di sopra della
croce, e soltanto i due ladroni pendono dalle croci loro. L’uso del
Crocifisso era ancora assai raro all’età di Gregorio. Alcuni anni fa si
rinvenne nelle rovine del Palatino una caricatura pagana in colori, che
rappresentava un Crocifisso colla testa d’asino.

[276] PRUDENZIO (_Inno_ IX a san Cassiano) ci fa però conoscere uno
di quei quadri di martirî; chè, nella chiesa sepolcrale di _Forum
Cornelii_ (Imola), egli vide dipinta la storia di quel santo maestro di
scuola che i suoi scolari pagani con loro stili da scrivere straziarono
a morte. È questo il più antico cenno che io mi conosca di una pittura
di quel genere; Prudenzio viveva nel secolo quarto. Dappoi, Paolino di
Nola, al principio del secolo quinto, fece ornare la chiesa ch’egli
consecrava a san Felice, con quadri di storie bibliche antiche e di
martirî. Nel secolo sesto crebbero a gran numero i quadri nelle chiese.

[277] Può essere che le prime finzioni di quei ritratti del Cristo
appartenessero al secolo terzo, e fossero di origine gnostica.
AGOSTINO non conosceva alcuna imagine vera del Cristo: _Qua fuerit ille
facie nos penitus ignoramus — nam et ipsius Dominicae facies carnis
innumerabilium cogitationum diversitate variatur et fingitur; quae
tamen una erat, quaecumque erat. De Trinit._ VIII, c. 4, 5, oper. III.
— Alessandro Severo deve aver collocato il simulacro di Cristo nel suo
_Lararium_ (_Lamprid._ c. 29).

[278] _Et quidem zelum vos ne quid manufactum adorari possit, habuisse
laudavimus, sed frangere easdem imagines non debuisse judicamus.
Idcirco enim pictura in ecclesiis adhibetur, ut hi qui litteras
nesciunt, saltem in parietibus videndo legant quae legere in codicibus
non valent._ S. GREG. _Ep._ 110, VII. _Ind._ 2. Pari linguaggio ei
tiene scrivendo a Sereno _Ep._ 9, IX, e a Secondino, _Ep._ 54, VII,
_Ind._ 2.

[279] CICERO _in Verrem_, IV, c. 47, § 94: _Herculis templum est apud
Agrigentinos. — Ibi est ex aere simulacrum Herculis, quo non facile
dixerim quidquam me vidisse pulchrius — usque eo, judices — ut rictum
ejus ac mentum paulo sit attritius, quod in precibus et gratulationibus
non solum id venerari, verum etiam osculari solent_. Il piede del
Pietro di bronzo in Vaticano, dai baci della gente è reso affatto
aguzzo; il bacio prolungato del tempo distrugge i monumenti al pari del
suo dente roditore.

[280] Il CANCELLIERI, _De sacrariis novae Basil. Vatic._ p. 1503 segg.
parla diffusamente di questa statua. Un’altra statua antica di Pietro
e simile a questa, ma in marmo, stava sopra la porta maggiore della
basilica, ed ora si trova nelle Grotte. TORRIGIO, _Le sacre grotte
Vatic._, p. 73.

[281] _Imago cujuslibet Sancti aut Martyris, aut Angeli:_ ANASTAS. n.
184, PAUL. DIAC., VI. c. 49 e THEOPHAN. _Chronogr._, p. 338.

[282] Καὶ μαθὼν τοῦτο Γρηγόριος ὁ πάπας Ῥώμης τοῦς φόρους τῆς Ἰταλίας
καὶ Ῥώμης ἐκώλυσεν. ANASTASIO, che erra nel tempo, parla soltanto della
imposizione di un censo.

[283] _Omnis Italia consilium iniit, ut sibi eligerent Imperatorem, et
Constantinopolim ducerent:_ ANAST., n. 184.

[284] Il racconto di TEOFANIO, p. 343, che il Papa eccitasse Roma
e Italia tutta all’insurrezione (e seguono la sua fede ZONARA e
CEDRENO) è un errore. Mi fa meraviglia che Gregorio nella sua lettera
a Leone non accenni neppure a pensare che gli Italiani intendessero di
eleggersi un novello Imperatore. La _Vita Gregorii II_ dice che egli
ammoniva i Romani: _ne desisterent ab amore, vel fide Romani imperii_.
Il LA FARINA, _Storia d’Italia_, I, 215, dice con amore di patria
affatto moderno: «non oprò da pastore, nè da amico d’Italia».

[285] _Petrum ducem turbaverunt_ oppure _orbaverunt_.

[286] Questa è opinione sostenuta assai modernamente (dopo il PAGI)
dal SUGENHEIN, _Storia dell’origine e dello svolgimento dello Stato
della Chiesa_. È difficile di raccomandarla all’autorità di una fonte
storica; io non ne conosco pur una.

[287] Le due lettere (in greco e in latino) sono negli _Act. Syn. II
Nicaen._ nel LABBÉ, VIII, 651. Il BARONIO ne determina la data all’anno
726, il PAGI al 730, il MURATORI al 729.

[288] Afferma il BARONIO che quella celebre imagine venne, dopo che
Costantinopoli cadde in mano dei Turchi, di Edessa a Roma, dove oggidì
si conserva nella chiesa di san Silvestro _in Capite: Annal._, ad ann.
944.

[289] Εἱκοσιτέσσαρα στάδια ὑποχωρήσει ὁ ἀρχιερεὺς Ῥὼμης εἰς τὴν χώραν
Καμπανίας, καὶ ὕπαγε διῶξον τοὺς ἀνέμους. È un passo difficile a
decifrarsi; sembra che il Papa con sarcasmo e con esagerazione parli
della debolezza di Bisanzio, che, tutto al più, poteva fidare nei suoi
vascelli.

[290] ὅν αἴ πᾶσαι βασιλεῖαι τῆς δύσεως θεὸν ἑπίγειον ἔχουσι. Il BARONIO
non legge neanche ὤς θεὸν. Dunque Pietro è dichiarato Dio, e tale lo
proclama lo stesso Papa.

[291] ὅτι βασιλεὺς καὶ ἱερεὺς εἰμι: nelle lettere medesime.

[292] PAUL DIACON., VI, c. 49. — Dal c. 54 si pare la presa di Ravenna,
onde fa racconto AGNELLO nella _Vita Johannis_, p. 409. La successione
di questi avvenimenti è più confusa che le vie d’un labirinto. Ad ogni
modo, la presa di Ravenna dev’essere anteriore all’anno 730.

[293] _Facta donatione beatissimis Apostolis Petro et Paulo restituit
atque donavit:_ ANAST. Siamo entrati nel periodo delle così dette
«restituzioni» e delle donazioni. Il SUGENHEIM, ecc., p. 11, dice:
«Appare quindi che Sutri fu il primo embrione dello Stato della Chiesa
oltre a Roma.»

[294] _A nec dicenda gente Longobardorum_ — è frase solita in bocca
dei Papi per questo popolo a que’ tempi. La lettera del Papa indiritta
a Orso, doge di Venezia, trovasi in ANDREA DANDOLO, nel MURATORI, XII,
nel BARONIO ad ann. 726, e nel LABBÉ, _Concil._, VII, 177. Il Papa in
essa dice: _Ut ad pristinum statum sanctae Reipublicae in Imperiali
servitio dominorum, filiorumque nostrorum Leonis et Constantini
magnorum Imperatorum ipsa revocetur Ravennatum civitas, ut zelo et
amore sanctae fidei firmi persistere, Domino cooperante, valeamus_.

[295] _Cum cuncto clero, nobilibus etiam consulibus, et reliquis
Christianis plebibus adstantibus decrevit:_ ANASTAS. _in Gregor. III_,
n. 192. È il noto partimento dei tre ordini elettivi di Roma.

[296] _Sex columnas onychinas volubiles concessas ab Eutychio exarcho,
duxit in ecclesiam b. Petri Apostoli._ Meglio _columnae stiratae_, come
opina il VIGNOLI.

[297] Anche i Bizantini tornarono a coltivare fervidamente la pittura,
e ottennero scusa in grazia del Panselinos, che fu il Raffaello di
loro.

[298] Monache fuggitive fondarono nell’anno 750 il convento greco di
santa Maria in Campo Marzo, detto anche di san Gregorio Nazianzeno.
Vedi la piccola Cronica del convento, data alle stampe nell’anno 1750.

[299] A questo edificio si riferiscono alcune iscrizioni in marmo che
trovansi nelle Grotte del Vaticano. Vedi il DE ROSSI, _Due monumenti
inediti spettanti a due concilii Romani de’ secoli VIII e IX_.

[300] _Basilicam s. Dei Genitricis quae in Aquiro dicitur:_ ANASTAS. n.
201. Altri manoscritti hanno _in Aciro, in Adchiro_. Il VIGNOLI legge
_in Cyro_. È assai difficile di poter pensare che il nome derivi dalle
antiche corse equiriche di cavalli, da lunghissimo tempo obbliate:
potrebbesi facilmente spiegarlo da quello di qualche romano Aquirio o
Aquilio, che in origine avesse edificata questa chiesa nelle sue case.

[301] _Hujus temporibus plurima pars murorum hujus civitatis Romanae
restaurata est. Alimoniam quoque artificum, et pretium ad emendam
calcem de proprio tribuit:_ ANAST. n. 202.

[302] Τὰ δέ λεγόμενα πατριμόνια τῶν ἁγίων καὶ κορυφαίων ἀποστόλων τῶν
ἔν τῇ πρεσβυτέρᾳ Ῥώμῃ τιμωμένων ταίς ἐκκλησίαις ἔκπαλαι τελούμενα
χρυσίου τάλαντα τρία ἥμισυ τῷ δημοσίῳ λόγῳ τελεῖσθαι προσέταξεν:
TEOPHAN, p. 334. Di questa confisca fa menzione papa Stefano, _Cod.
Carol. Ep._ VIII; 111 nel CENNI.

[303] Il cardinale DEODATO, sulla fine del secolo undecimo, raccolse
nella sua _Collezione_ (_Cod. Vat._ n. 3833), traendole dai Registri
di Gregorio II, molte notizie sugli affitti di quei fondi; fra altro:
_Theodoro Consuli in annis XXVIII Insulam Capris cum monasterio S.
Stephani_, per la mercede di cento nove solidi d’oro e cento _megarici
vini_. Al prete Eustachio era allogato il convento di san Martino
in Sorrento; a una diaconessa il luogo detto Icaonia nella Campania;
a Teodoro console il convento di san Pancrazio presso Miseno per la
durata di ventotto anni. BORGIA, _Breve istor. del domin. tempor._
ecc., _Append. Docum. I_.

[304] _Hujus temporibus Galliensium castrum recuperatum est — et
in compage sanctae reipublicae atque in corpore Christi dilecti
exercitus Romani annecti praecepit:_ ANAST., n. 203. Di qui si pare
che incominciavasi a denotare il popolo stesso sotto il nome di
_Exercitus_. Peraltro è falsa assolutamente l’opinione del CENNI
(_Monum. Dominat. Pont._, p. 14), che dice: _Gregorius III sanctam
republicam_ (locchè significa chiaramente Stato della Chiesa)
_instituit_.

[305] _Dum — a Gregorio Papa, atque ab Stephano, quondam Patricio et
Duce, vel omni exercitu Romano praedictus Trasimundus redditus non
fuisset:_ ANAST., n. 206, nel principio della _Vita Zachariae_. Il
VIGNOLI legge invero _patricio et duce omnis exercitus Romani_, ma la
lezione riportata di sopra è più antica, ed ha il carattere del tempo,
laonde io mi vi conformo giusta il testo del BIANCHINI.

[306] Accoglie questo fatto il PAGI ad ann. 726, n. 13, 14; è ben
vero che la sua opinione si raccomanda soltanto ad una considerazione
contenuta nel _Lib. Pontif., Vita Steph. III_, n. 235.

[307] Con esse incomincia il _Codex Carolinus_, che è uno dei documenti
più importanti della Storia e decoro della biblioteca di Vienna. Quella
Collezione, ordinata da Carlo magno, contiene novantanove lettere
dei papi Gregorio III, Stefano III, Zaccaria I, Paolo I, Stefano IV,
Adriano I, e dell’antipapa Costantino; sono indiritte a Carlo Martello,
a Pipino e a Carlo magno, e vanno dall’anno 739 al 794. La Collezione
fu stampata nei _Monum. Dominat. Pont._ del CENNI e nel _Cursus
Completus Patrologiae_, ed. Migne t. XCVIII; indi parecchie altre
volte; modernamente fu di nuovo edita dal JAFFÈ. L’intitolazione di
quelle lettere di Gregorio III è questa: _Domno Excellentissimo filio
Carolo subregulo Gregorius Papa_.

[308] Il MURATORI (ad ann. 741) confuta il cardinale BARONIO, il quale
afferma, Liutprando avere assediato Roma e messo a sacco il san Pietro.
Il BARONIO, dal suo punto di vista, pretende ricavarlo da un passo
della seconda lettera di Gregorio.

[309] _Populus peculiaris_, frase fin qui inusata, che denota a
pennello la novella epoca di Roma: il popolo romano divenuto proprietà
e _pecus_ di san Pietro.

[310] _Sacratissimas claves Confessionis B. Petri._ Conosco gli
scrittori e gli argomenti pei quali eglino sostengono che queste chiavi
fossero di foggia diversa da quella delle chiavi che Gregorio sì di
sovente spediva a Principi. Anche a me per fermo il significato del
donativo sembra essere più elevato, e riferirsi in pari tempo alla
protezione del sepolcro.

[311] _Nostris obedias mandatis, ad defendendam Ecclesiam, et
peculiarem populum:_ lettera seconda.

[312] Questo Cronista, pressochè contemporaneo, è il _Continuator
Fredegar._ III, c. 110, nell’edizione di GREGORIO DI TOURS fatta
dal RUINART: _Eo enim tempore bis a Roma sede S. Petri ap. B. Papa
Gregorius claves venerandi sepulcri cum vinculis S. Petri_ (ossiano
schegge di ferro limato) — _legationem — Principi destinavit. Eo pacto
patrato, ut a partibus Imperatoris recederet, et Romanum Consulatum
praefato principi Carolo sanciret._ — Il CENNI, _Mon. Dom._ p. 2,
segg., respinge ogni idea di questo consolato che il RUINART afferma.
L’_Annalista di Metz_, che scrisse cento sessanta anni dopo di Gregorio
(_Monum. Germ._ I, ad ann. 741), senza discorrere di consolato,
v’aggiunse parola di un _decretum Romanor. Principum_; e vi concorda
quasi alla lettera il _Chronic. Mossiacense_ ad ann. 734. — Il RUINART,
il PAGI e il MURATORI perciò accolsero l’idea che il patriziato fosse
conferito a Carlo Martello; e il MURATORI vuol trovarne conferma nel
passo della prima lettera di Gregorio che dice: _Et ipsas sacratissimas
claves confessionis B. Petri, quas vobis ad regnum direximus;_ cioè
alla signoria, precisamente, di Roma. L’altra lezione _ad Rogum_
(preghiera), manca di senso. Per parte mia prendo l’espressione _ad
regnum_ come affatto locale, e cioè _ad regnum Franciae_. L’espressione
_Regnum_ per _Consulatus_ o _Patriciatus_ repugnerebbe affatto ai
concetti di quell’età.

[313] Il MURATORI a quest’occasione ommette di pronunciare il
suo giudizio sull’arte politica romana, e dice: «tralascio altre
osservazioni». — ANAST. _in Zacharia_, n. 208.

[314] _Praedictas quatuor civitates, quas ipse ante biennium
abstulerat_ (dunque nell’anno 740) _eidem sancto cum eorum
habitatoribus redonavit viro. Quas et per donationem firmavit in
Oratorio Salvatoris, sito intra ecclesiam B. Petri apostoli:_ ANAST. n.
210.

[315] _Ubi cum tanta suavitate esum sumpsit, et hilaritate cordis, ut
diceret ipse rex, tantum se nunquam meminisse commessatum:_ ANAST. —
Il _Lib. Pontif._ narra che il Re camminò alla staffa del Pontefice per
un mezzo miglio di strada. Questo fu dunque il primo di quegli atti di
umiliazione, con cui i Re si abbassarono innanzi ai Papi. Similmente,
più tardi anche Pipino fece a papa Stefano da _vicestrator_. Nella
famosa donazione di Costantino, quest’Imperatore avrebbe assunto
officio di palafreniere verso papa Silvestro: ἡμεῖς στράτορας ὀφφίκιον
(!) ὑπελθόντες καὶ τὰ χαλινὰ τοῦ ἵππου αὑτοῦ κατέχοντες (FABRICIUS,
_Bibl. Graeca_, t. VI, p. 6).

[316] Ecco le notevoli parole con cui s’esprime ANASTASIO: _relicta
Romana urbe jam dicto Stephano Patricio et Duci ad gubernandum_. Ripeto
che io ritengo, questo Stefano essere stato un officiale greco; nè v’ha
or bisogno di spiegare in che relazione egli si trovasse rispetto al
Papa. Stefano fu l’ultimo Duce imperiale di Roma. La serie di questi
Duci o Vicerè bizantini di Roma, che noi conosciamo, è la seguente:
Cristoforo duce nel 711, Pietro nel 713, Basilio nel 717, Marino nel
718, Pietro nel 720, Stefano nell’anno 740. — Vedi l’annotazione del
BALDINI ad ANASTASIO, _Vita Constant._, t. IV, p. 616, cui io nulla
posso aggiungere.

[317] Lo narra il Biografo del Papa con ingenua serietà.

[318] _Parti reipublicae restitueret:_ qui dunque per _respublica_
s’intende ancor sempre l’Impero romano. Ma nell’anno 764, papa Paolo I
parla già di una _pars nostra Romanorum_ (Cod. Carol., XXIV, nel CENNI
XXXVIII).

[319] Vedi il SIGURD ABEL, _Della caduta del reame dei Longobardi in
Italia_, Göttingen 1859, p. 22.

[320] PHILIPPS, _Diritto ecclesiastico_, III, 34.

[321] Nella bolla di Adriano, dove trattasi di alcuni beni del
monastero di Farfa (dell’anno 772), è detto: _Imperantibus domno nostro
piissimo Augusto Constantino a Deo coronato magno Imperatore, etc._ Di
Gregorio III e di Zaccaria si hanno parecchi _Acta_ con quella formula
cronologica.

[322] _Donationem in scriptis de duabus massis, quae Nymphos et
Normias appellantur, juris existentis publici eidem sanct. et beat.
Papae S. Romanae eccl. jure perpetuo direxit possidendas:_ ANAST. n.
220. — Le mura ciclopiche di Norba, terra dei Volsci, destano, oggidì
ancora, meraviglia. Il luogo rimase deserto, e in vicinanza ad esso fu
edificata Norma. Lasciata anche questa in abbandono, sorse più al di
sotto Ninfa; ma essa pure cadde, simile a un sepolcro vaghissimo tutto
ricoperto d’edera, e in quello stato oggidì pure si mira. Sembra che
nel secolo ottavo Ninfa fosse abitata, non Norma; ed è probabile che la
paura di assalimenti dei Saraceni, costringesse il popolo a ricoverarsi
nuovamente in Norma ch’era terra forte. Vedansi il WESTPHAL e W. GELL
ai luoghi relativi.

[323]

    _Vides ut alta stet nive candidum_
      _Soracte._ —
                    HORAT. I, 9.

    _Summe Deum, sancti custos Soractis Apollo_ etc.
                    VIRGIL. _Aeneis_ XI, 785.

[324] Ne parla anche Adriano nella sua lettera indiritta all’imperatore
Costantino e ad Irene, _Acta synod. II Nicaen._, LABBÉ VIII, p. 750:
_misit ad montem Soractem, ubi S. Silvester — persecutionis causa —
receptus_ etc.

[325] SAN GREGORIO (_Dialog._ 1, c. 7) lo descrive posto sul vertice
del monte, ma non lo appella da san Silvestro. Su una delle pendici del
monte era un convento dedicato a santo Erasmo (GREGOR., _Ep._ 24, I,
Ind. 9). Incerto è quando avesse origine il nome di santo Oreste: quel
nome derivò da una iscrizione ivi rinvenuta SORACTE..., da cui la furba
ignoranza del medio evo costrusse un santo, S. ORESTE. Per un ricovero
di uomini penitenti il nome di Oreste sa di classicume, e tocca nel
segno.

[326] Pipino donò più tardi il chiostro maggiore al Papa, che lo
congiunse a quello di san Silvestro in _Capite_ di Roma. La bolla di
Paolo è nel _Cod. Carol._ XII, nel CENNI, XXXII; MABILLON, _Annal.
Bened._, XXII. n. 12: sulla donazione di Pipino vedasi ancora il _Cod.
Car._ XVI, nel CENNI, XLI. — EGINARDO, nella _Vita di Carlo_ c. 2,
dice: _Monachus factus est in monte Soracte apud ecclesiam S. Silvestri
constructo monasterio_. I Cronisti appellano il monte col nome di
_Zirapti_ e _Sarapte_; così anche la _Cronica del monaco Benedetto_ che
è del secolo decimo (_Mon. Germ._, V, dal 693 al 719).

[327] ANAST. n. 223. LEO OSTIENSIS, _Cronic. Casin._, lib. I, c. 7 e
8. Di altri Principi che intorno a questo tempo si fecero monaci, si
citano Unoldo di Aquitania e Anselmo di Friuli, fondatori del celebre
convento di Nonantola presso Modena.

[328] Il SIGURD ABEL accenna che Rachi avea leso il sentimento di
nazione dei Longobardi con donazioni fatte secondo il diritto romano, e
dimostra che quel popolo lo lasciò cadere allorchè egli uscì di sua via
per le insinuazioni del Papa. _Della caduta del reame dei Longobardi_,
p. 23.

[329] Il _Cod. Carol._ contiene una sola lettera di papa Zaccaria a
Pipino maggiordomo, ai Vescovi ed ai Principi di Francia: è dell’anno
758, ma riguarda soltanto cose di Chiesa.

[330] Con Pipino incominciano le idee di teocrazia. Fu il primo ad
appellarsi re per grazia di Dio. G. WAITZ, _Storia della costituzione
germanica_, III, p. 198.

[331] LE COINTE, _Annal. Eccl. Francor._, ad ann. 752.

[332] Se ne trova il disegno nel SEVERANO: _delle sette chiese_ I,
535. Fu fatto dall’architetto FRANCESCO CONTINI che lo trasse dalla
pianta della Città del BUFFALINI, da disegni esistenti nel san Pietro
in Montorio e nella biblioteca Vaticana, e da tradizioni. Lascio ai
Topografi la descrizione di quel labirinto, e rimetto il lettore anche
alla Tav. XXXVII delle _Basiliche di Roma Cristiana_ del GUTENSOHN e
del KNAPP.

[333] _Ducitur ad palatium Zachariae Papae, quod vulgariter dicitur
Casa major: Ordo Roman._ XIV, nel MABILLON, _Mus. Ital._ I, 260.

[334] _Fecit autem a fundamentis ante scrinium Lateranense porticum
atque turrim_ etc. ANAST. n. 218.

[335] La voce tecnica è _vela — vela serica alytina_ da ἄλυτος,
_insolubilis_, oppure da ἀλήθινος. Che sia esatto?

[336] Del Registro degli affitti di Gregorio II ho già parlato. Questo
Pontefice, intorno al 715, costituiva a beneficio delle lampade del san
Pietro una fondazione, colla dotazione di quarantotto possessioni che
si estendevano fin verso Anagni. La iscrizione marmorea antica che vi
è relativa è oggi infissa nel muro nell’atrio del san Pietro; la bolla
ne è stampata nel _Bullar. sacr. Basil. Vaticanae_, I, 7. Tutti quei
terreni avevano cultura di oliveti.

[337] Il Catalogo delle tenute dell’_Ager romanus_ dell’ESCHINARDI
cita: Fontignano in san Paolo. — Di queste fondazioni fa parola il
_Lib. Pontificalis_. Si veda l’art. _Laurentum_ nel NIBBY, _Analisi de’
dintorni di Roma_.

[338] Per vero lo si chiama anche Stefano III, se si conta il suo
antecessore fra quelli che furono ordinati papi.

[339] Il MURATORI ha determinato questa data sul fondamento di un
diploma del convento di Farfa promulgato da Astolfo, e dato: _Ravennae
in Palatio, IV die m. Julii A. feliciss. regni nostri III, per Indict.
IV feliciter._, nelle _Antiq. Ital. Diss._ 67; nel FATTESCHI, N. X, 264
e nel FANTUZZI, t. V, n. VIII. La monca Storia di AGNELLO tace di un
avvenimento tanto importante.

[340] _Et suae jurisdictioni civitatem hanc Romanam, vel subjacentia
ei castra subdere indignanter asserebat._ Il _Lib. Pontif._, da
questo tempo in poi, contiene notizie abbastanza precise e accertate.
Vedi anche il _Cronic. Vulturnense_, lib. III, 401, ed il MURATORI,
_Script._, I, p. 2.

[341] Il celebre convento di san Vincenzo sul Vulturno, nella diocesi
d’Isernia, fu fondato da tre fratelli longobardi, Tato, Taso e Paldo
intorno al 703. Per qualche tempo contenne dai cinquecento frati: PAOL.
DIACON., IV, c. 40, e la Cronaca del convento edita dal MURATORI, che
la trasse dalla biblioteca Barberina.

[342] _Deprecans imperialem clementiam, ut juxta quod ei saepius
scripserat, cum exercitu ad tuendas has Italiae partes, modis omnibus
adveniret_ etc. ANAST. n. 232.

[343] _Procaedens in laetania cum sacr. imagine Domini Dei et
Salvatoris nostri Jesu Christi, quae acheropita nuncupatur:_ ANAST. n.
233. È la prima volta che si faccia menzione di questa antica imagine.
È dipinta in tavola; la figura è di colore oscuro, con barba, tutta
di stile bizantino. Se ne trova la copia nel MARANGONI, _Istoria della
Cappella di Sancta Sanctorum_, Roma, 1747. — Durante tutto il medio evo
s’adoperò nelle processioni; e alla vigilia dell’Assunta la si lavava
nel Foro, come un tempo la statua di Cibele si mondava nelle acque
dell’Almo (_Ordo Roman._ XI, nel MABILLON, _Mus. It._, II, 151). Vedi
ANDREA FULVIO, _Ant. Rom._ I, _de Ostia_ in sulla fine, il MARTINELLI,
_Roma ex ethn. sac._ p. 157 ed il MARANGONI, _Cose Gentil._ c. 28, 105.
La processione notturna fu bandita soltanto da Pio V, poichè la si avea
tramutata in baccanale.

[344] A ciò si riferiscono le due lettere di Stefano a Pipino
(_Cod. Carol._ X) ed ai Duchi del popolo franco (XI), che il CENNI
opportunamente ordinò a loro posto.

[345] _Jussionem imperialem_, dice ANASTASIO collo stile d’uso.

[346] _Commendans cunctam dominicam plebem bono pastori Domino nostro_,
etc. La espressione _Dominica plebs_, spesso usata nel _Cod. Carol._
per significare i Romani, ha una nota assai efficace, come quella di
_peculiaris populus_.

[347] Nel convento di san Maurizio moriva di febbre Ambrogio,
primicerio. Il suo barbarico epitaffio (nelle cripte del Vaticano)
dice: _Ex hac urbe processit suo secutus pastorem In Roma salvanda
utrique petebant regno tendentes Francorum Sancta perveniens loca B.
Mauritii aulae secus fluvii Rhodani Litus ubi vita noviliter ductus
finivit mense Decemb._ etc. etc. GALLETTI, _del Primicer._, p. 41.
Preferisco leggere _ductus_ anzichè _doctus_.

[348] Il JAFFÉ, _Regesta Pontif. Rom._, fissa ai 14 di Aprile la data
del trattato di Carisiaco. Il FANTUZZI, _Mon. Ravenn._ VI, n. IC,
riporta il documento della donazione ch’è notoriamente falso.

[349] Lo significa manifestamente anche Stefano III (a. 770) nella sua
lettera a Carlo e a Carlomanno (_Cod. Carol._ 45, nel CENNI 49): _vos
b. Petro, et praefato vicario ejus, vel ejus successoribus spopondisse,
se amicis nostris amicos esse, et se inimicis inimicos, sicut et
nos in eadem sponsione firmiter dinoscimur permanere_. E Paolo I
parimenti protesta (_Cod. Carol._, XVI, nel CENNI, XLI e nella lettera
successiva). Così Pipino assunse la _defensio et exaltatio Ecclesiae_
nel senso spirituale e in quello temporale, come si pare da passi
innumerevoli delle lettere di Paolo.

[350] Pipino è denotato soltanto col predicato di _Defensor_ o
_Protector_. Vedasi nel CENNI, a pag. 74, 79, 82, 141, 146, 150,
160, 167, 170, 181, 182, 183, 184, 187, 189, 190, 191, 196, 199,
208, 210, 212, 220, 222, 227, 233 ecc.; sempre _defensor_! — Io
respingo l’opinione del DUCANGE che già fin d’allora il Patriziato
fosse un _dominium_. — Il BORGIA, _Breve Hist._ ecc., p. 51 e _Memor.
stor. di Benevento_, p. 13 e segg., nel Patriziato vede l’avvocazia
della Chiesa, e ciò per il tempo di Pipino è esatto. — ANASTASIO
avvisatamente non fa cenno neppur una volta della elezione dei Re a
Patrizî. Anche il MABILLON, _De re diplom._, II, c. 3, 73, afferma che
Stefano fe’ Pipino patrizio soltanto a titolo di onoranza. — Il diploma
di fondazione di san Silvestro in Capite (nel GIACCHETTI, _Hist. di s.
Silvestro de Capite_, p. 16), che senza dubbio è falso, dà a Pipino
il titolo di _Defensor Romanus_; allora per certo si avrebbe detto:
_Defensor S. Dei Ecclesiae Romanae_.

[351] _Qualiter patricius sit faciendus._ Nell’OZANAM, _Document.
inédits_ etc., p. 482. La stessa formula è riportata testualmente
nel _Glossar._ del DUCANGE, che la trasse da un Cod. Vatic. di PAOLO
DIACONO, _De Gest. longob._: trovasi anche nel MABILLON, _De re
dipl._, c. IX, n. 3. — Su quest’argomento è da confrontarsi CONSTANT.
PORPHYROG., _De Cerimon. Aulae Byz._, I, 47, p. 236 segg. Le indagini
moderne attribuiscono a ragione quella formula al tempo degli Ottoni.
Vedi il _Floril. del Mus. Ren. per la Giurispr._, V, 123, CARLO HEGEL
ecc., I, p. 316 e il GIESEBRECHT, _Stor. dell’Impero ted._, I, 812.

[352] _Sub terribili — sacramento, atque in eodem pacti foedere per
scriptam paginam affirmavit se illico redditurum civitatem Ravennatium
cum aliis diversis civitatibus:_ ANAST., n. 248.

[353] _Cod. Carol._ VII, IX, nel CENNI VI, VII. Non può muoversi dubbio
di sorta sul documento della donazione: _et necesse est, ut ipsum
Chirographum expleatis_. Le forme usate per esprimere la restituzione
sono: _reddere et contradere_.

[354] Si afferma che il Papa riferisse la «restituzione» alla Republica
nazionale italica o romana, perciocchè la conquista di Ravenna avvenuta
sotto Giustiniano fosse stata un’usurpazione: ma allora la signoria
greca, massime dopo Belisario, sarebbe stata sempre usurpazione, e
sarebbe contraddizione inesplicabile che ancora Stefano II, e i suoi
succeditori fino a Carlomagno avessero prestato ossequio all’Imperatore
di Bisanzio, come a capo legittimo di tutto lo Stato romano anche in
Italia. Vedi quell’opinione esposta nella Dissertazione del DÖLLINGER:
_L’Impero di Carlomagno e dei suoi successori_, negli _Ann. istor. di
Monaco_, 1865.

[355] _Vestra melliflua bonitas, vestris mellifluis obtutibus,
nectareas mellifluasque regalis Excellentiae vestrae syllabas._ Al
culmine dei barbarismo è l’espressione _deifluo_ «che sgorga da Dio.»
Il _Christianissimus_ è predicato del Re dei Franchi, già in uso.

[356] _Ut princeps Apostol. suam justitiam suscipiat_ — frase accorta
che abbraccia titolo di diritto e di possesso. La usano anche i
Cronisti tedeschi.

[357] _Cod. Carol._, IV, VI; nel CENNI, VIII, IX. Non si fa menzione
degli Spoletini; però essi erano compresi nelle _Tusciae partibus_.

[358] _Praefatus vero Warneharius — ut bonus athleta Christi decertavit
totis suis viribus_: sulla chiusa delle due lettere.

[359] _Pestifer Aistulfus — nam et multa corpora sanctorum effodiens,
eorum sacra mysteria ad magnum animae suae detrimentum abstulit._
ANAST. n. 249. Accenno di volo soltanto, che nell’anno 653 alcuni
monaci franchi ebbero rubato da Monte Cassino, allora abbandonato,
le salme di Benedetto e di Scolastica, e le portarono nelle Gallie.
Vedi il MURATORI, _Antiq. med. aevi_, V, p. 6, segg. Le Catacombe di
Roma saccheggiate dai Longobardi furono del resto ancora aperte ai
visitatori fino al secolo nono. Soltanto dopo di quel tempo, e fino
al secolo decimoquinto, rimasero obliate e caddero in rovina tale
che se ne dovette indi fare quasi nuova scoperta. Vedi il DE ROSSI,
Introduzione alla sua _Roma sotterranea cristiana_.

[360] Così dice il FLEURY, _Hist. Eccl._, an. 755, n. XVII: _L’Église
y signifie non l’assemblée des fidèles, mais les biens temporels
consacrés à Dieu; le troupeau de Jésus-Christ sont les corps, et non
pas les âmes — et les motifs les plus saints de la religion employés
pour une affaire d’état_. Il MURATORI abbandona «questa delicata
materia» al Francese, e dice soltanto: «Certamente nulla è più capace
di travolgere le nostre idee e di farci nascere in mente delle dolci e
strane immaginazioni, che la sete e l’amore de’ beni temporali, innata
in noi tutti.»

[361] _Cod. Carol._, III, nel CENNI X: _Petrus vocatus Apostolus a
Jesu Christo Dei vivi filio... vobis viris excellentissimis Pippino,
Carolo et Carolomanno tribus Regibus, atque sanctissimis Episcopis,
Abbatibus, Presbyteris, vel cunctis generalibus exercitibus et populo
Franciae_. L’antica lezione di ANASTASIO: _subtili fictione Pipino —
intimavit_ etc. si acconcia ottimamente a questa lettera, ma il VIGNOLI
la corregge, certo rettamente, così: _subtili relatione_ etc.

[362] Sono frasi della lettera medesima: _Ne lanientur, et crucientur
corpora, et animae vestrae in aeterno atque inextinguibili tartareo
igne cum diabolo, et ejus pestiferis Angelis_ etc.

[363] La rivelazione di questi secreti diplomatici la dobbiamo a due
passi dell’ingenua narrazione che leggesi in ANASTASIO, n. 250.

[364] ANASTASIO, nella biografia di Stefano, narra questi fatti
con bella chiarezza: _Asserens isdem Dei cultor, mitissimus Rex,
nulla penitus ratione easdem civitates a potestate beati Petri et
jure Ecclesiae Romanae, vel Pontificis Apostolicae Sedis quoquomodo
alienari_ etc.

[365] Opina il SUGENHEIM che Pipino concedesse al Papa soltanto
l’_utile Dominium_; il MURATORI non si decide, ma propende a questa
sentenza. Il PAGI dà al Papa il dominio assoluto; non occorre dire del
BARONIO, nè del BORGIA, del CENNI e dell’ORSI. Il LE COINTE, il DE MEO
e il DE MARCO assennatamente affermano che continuasse la signoria
suprema di Bisanzio, ed io son certo che essa durasse in quell’età
quale principio regolatore. Per quanto finalmente concerne l’apocrifo
documento della donazione di Pipino, che il FANTUZZI riporta nei
_Monum. Ravenn._, VI, 99 (_a Lunis cum Corsica_ etc. fino a Benevento),
non v’ha bisogno oggidì di fare pur parola.

[366] L’avvenimento della donazione, oltre che da ANASTASIO, è
confermato da due lettere di Stefano II, nelle quali egli parla di
_donationis pagina_ e di _chirographum_. (CENNI, _Monum._ I, 74, 81;
SUGENHEIM, p. 23). Il DÖLLINGER respinge l’opinione che Pipino abbia
fondato un principato ecclesiastico (nella Dissertaz. soprad.). Il
PHILIPPS (_Diritto eccles._, III, p. 48) afferma senza fondamento,
che Pipino abbia elevato a esistenza giuridica la sovranità del Papa
nell’Esarcato, dove già esisteva di fatto. Il WAITZ (_Storia della
Costituzione germanica_, III, p. 81) concepisce quegli avvenimenti nel
senso che il Vescovo romano abbia ricevuto la cessione delle conquiste
di Pipino per conto dell’Impero, e quale vicario di questo, ma nel
tempo stesso anche a favore della Chiesa, che con quello consideravasi
legata di associazione strettissima. Questa opinione, divisa anche dal
DÖLLINGER, si concilia colla mente politica di quell’età. — Vedremo
più tardi quanto ristretti fossero i diritti di signoria territoriale
che Carlo, continuatore della opera di Pipino, concesse al Pontefice.
— La opinione espressa dall’EICHORN (_Storia del diritto e dello Stato
germanico_, quarta ediz. I, p. 537), che al Papa, come patrizio di
Ravenna, fosse trasferita la podestà fino allora tenuta dall’Esarca,
è meno contendibile dell’altra sua opinione, che già Pipino ricevesse
pari autorità su Roma e sul Ducato. Quanto poca autorità egli ivi
esercitasse lo dimostrerà ciò che vedremo in seguito. Anche il SAVIGNY
(_Storia del diritto romano_, I, 360) al Papa attribuisce autorità di
Esarca; egli afferma che la donazione fu fatta alla Chiesa ed alla
Republica romana, e che per questa ultima non s’intendeva la città
di Roma, ma l’Impero romano occidentale antico, che gli Imperatori
bizantini avevano usurpato; della restaurazione dell’Impero occidentale
s’avrebbe già coltivato il disegno.

[367] Ne sono memorabili esempli le donazioni di Subiaco e di Monte
Cassino.

[368] _Etenim tyrannus ille, sequace diaboli, Haistuplus devorator
sanguinum Christianorum, Ecclesiarum Dei destructor, divino ictu
percussus est, et in inferni voragine demersus... Cod. Carol._, VIII,
nel CENNI, XI. — Quando, cinquecent’anni dopo, morì Federico II, che
fu il grande nemico del Papato politico, Innocenzo IV osannò alla sua
morte con parole simili (_Laetentur coeli, et exultet terra_): sempre
eguali durarono gli odî del prete e le condizioni di Roma.

[369] _Sed valde dilexit Monachos, et in eorum est mortuus manibus._
ANONYM. SALERNIT.

[370] _Et praedictus Fulradus venerabilis cum aliquantis Francis
in auxilium ipsius Desiderii, sed et plures exercitus Romanorum si
necessitas exigeret_... ANAST., n. 255.

[371] _Annuente Deo rempublicam dilatans_... ANAST. Nel _Cod.
Carol._, XXXVI, nel CENNI XV, si legge (p. 144): _dilatationem hujus
provinciae_, locchè manifestamente si riferisce al Ducato: e Roma e
il Ducato nel _Cod. Carol._, XX, nel CENNI, XXXVII, sono detti: _haec
miserrima et afflicta provincia_. Con Imola e colle dette città,
Desiderio doveva restituire anche Osimo, Ancona, Numana, Bononia. Tutti
questi luoghi mancano nella enumerazione data da ANASTASIO (n. 254) per
quelli donati da Pipino; locchè dimostra che il sopraddetto ANASTASIO
non ebbe innanzi ai suoi occhi il documento di quella donazione di
Pipino.

[372] È la prima delle trentuna lettere di Paolo, nel _Cod. Carol._,
XI, nel CENNI, XII.

[373] _Cod. Carol._, XXVII, nel CENNI, XIII: _preciosissimum — munus
attulit, Sabanum videlicet_.

[374] _Cod. Carol._, XXXVI, nel CENNI, XV: _nos — firmi, ac fideles
servi S. Dei Ecclesiae, et praefati ter beatissimi, et coangelici
spiritalis patris vestri, Domini nostri Pauli etc. — fovens nos, et
salubriter gubernans_... Pipino invece è chiamato: _noster post Deum
defensor_, e _auxiliator_.

[375] _Domno excellentissimo, atque praecellentissimo, et a Deo
instituto magno Pippino Regi Francorum, et Patricio Romanorum, omnis
Senatus, atque universa populi generalitas a Deo servatae Romanae
civitatis._ Il MURATORI a torto pone la lettera all’anno 763.

[376] Il Papa mandavagli alcuni libri in dono: _Antiphonale et
Responsale — Grammaticam Aristotelis, Dionysi Areopagitae libros,
Geometriam, Orthographiam, Grammaticam_ etc.: _Cod. Carol._, XXV,
nel CENNI, XVI, 148. — Oltracciò, Paolo mandava a Pipino una spada di
gran prezzo, esempio primo della consecrazione della spada, che è in
uso anche oggidì; e ai Principi spediva anella di gran valore (_Cod.
Carol._, XV, nel CENNI, XVIII, 159). — La spada significa la missione
militare di Pipino. Nelle incoronazioni degli Imperatori, avvenute nei
tempi posteriori, il Papa toglieva dall’altare del san Pietro una spada
nuda, e ne cingeva l’Imperatore qualificandolo _Defensor_ della Chiesa
e _Miles_ di san Pietro. Vedine il rito nell’_Ordo Roman._, XIV; nel
MABILLON, _Mus. Ital._, II, 402.

[377] Più tardi il Cardinale cospirava con Bisanzio, e il Papa pregava
il Re di confinarlo come Vescovo in qualche remota Città del suo Stato.
_Cod. Carol._, XXV e XXXIX, nel CENNI, XVI e XIX.

[378] Questo emerge dalle lettere di Paolo: _Cod. Carol._, XV, nel
CENNI, XVIII: _sicque Spolentinum et Beneventanum, qui se sub vestra a
Deo servata potestate contulerant_.

[379] Questa città, già fin d’allora, era appellata _Otorantum_
(Otranto).

[380] Vedi questa lettera nel _Cod. Carol._, XIX, nel CENNI XVII.

[381] Lettera XV, nel CENNI, XVIII: _Sed bone Excellentissime fili, et
spiritalis compater, ideo istas literas tali modo exaravimus, ut ipsi
nostri missi ad vos Franciam valerent transire_.

[382] A ciò si riferisce la lettera XXI, nel CENNI, XX. Invece
dell’anno 759, il MURATORI assume l’anno 760 e l’Indizione 13: lo segue
il TROYA, _Cod. Dipl. Long._, tom. V, n. DCCXL.

[383] _Non ob aliud nefandissimi nos persequuntur Graeci, nisi propter
sanctam et orthodoxam fidem etc. Cod. Carol._, XXXIV, nel CENNI, XXV.

[384] Questo dubbio è espresso dal MURATORI, _Annal._ ad ann. 759, 762.
Egli si meraviglia inoltre che Paolo parli soltanto degli armamenti
dei Bizantini contro Ravenna, e mai non parli di Roma. Eppure v’è
un passo dove si discorre di disegni di guerra non unicamente contro
Ravenna. _Cod. Carol._, XXXIV, nel CENNI, XXV: _Graeci — super nos, et
Ravennatium partes irruere cupiunt_.

[385] Delle intenzioni dei Bizantini, oltre alla lettera sopraddetta,
parlano anche la XXVIII, nel CENNI, XXVI, e la XXIV, nel CENNI,
XXXVIII.

[386] _Quod sex Patricii deferentes secum trecenta navigia, simulque et
Siciliensem stolum, in hanc Romanam urbem absoluti a Regia Urbe ad nos
properant._ Ibid.

[387] ANAST. _Vita Gregor. III_, n. 194. Il PANVINIO (_De Basil.
Vatican._, III, c. 8, nel tom. IX _Spicileg. Roman._) dà i nomi
dei conventi, traendoli da una iscrizione marmorea di Gregorio III,
esistente nel suo Oratorio. Vedi il DE ROSSI, _Due docum. inediti_,
tav. II, e il CANCELLIERI, _De Secretariis novae B. Vat._, p. 1484.
— Il nome _Cata Galla Patricia_ si spiega da una proprietà di Galla,
figlia del patrizio Simmaco, che visse da monaca presso il san Pietro.
Di quest’opinione io trovo conferma nelle notizie, sebbene confuse,
che sono offerte dal _Chronicon Benedicti_ di Monte Soratte, il quale,
intorno all’anno 1000, sa narrare: _ad omnipotentis Dei servitium sese
apud b. Petri ap. ecclesia in monasterio tradidit_.

[388] Stefano lo edificò a rendimento di grazie del viaggio che egli
compiè felicemente quando andò a Pipino. Il FRODOARD (_De Stephano
II Papa_, in DOM. BOUQUET, V, 442) dice di esso: _Papa Deo grates
referens, turrim erigit aulae, Argentique colens radiis investit et
auri. Aere tubas fuso attollit, quibus agmina plebis Admoneat laudes
et vota referre Tonantis_. — È noto che il primo uso delle campane
nelle chiese è attribuito a Paolino di Nola; tuttavia, prima del secolo
settimo, non vi si adoperavano campane di gran dimensione. Vedi il
BARONIO, ad ann. 614. — L’AUDOEN, _Vita S. Eligii_, anno 650, usa del
nome _campanae_; parimenti il BEDA intorno all’anno 700. Si soleva
adoperare la frase: _signa pulsare ad missam publicam_. I frati fecero
uso generale delle campane dopo il 740. Vedi GIO. BATTA CASALI, _De
profan. et sacris veterib. Ritibus_, Romae, 1644, p. 236.

[389] Del campanile di Stefano presso il san Pietro danno notizia il
_Cod. Freher._ e _Thuan._, II del _Lib. Pontif._

[390] Pietro stesso avrebbe dato sepoltura alla sua figliuola, e
sul sarcofago di lei avrebbe scritto: _Aureae Petronillae filiae
dulcissimae_. TERTULLIANO e GEROLAMO parlano della moglie di lui. —
La leggenda narra che Flavio, nobile pagano, avesse chiesto in isposa
la bella giovinetta; ella chiedeva tre giorni per decidere; li passava
nella preghiera, e moriva.

[391] Sul cimitero di Petronilla vedasi il BOLDETTI, _Osservaz. sopra
i Cimiteri de’ Ss. Martiri_, II, c. 18, p. 551. — Già in sul 600 si
parla dell’olio miracoloso della lampada di Petronilla, e nel catalogo
di questi olii che trovasi nel MARINI, _Papiri_ ecc., p. 208, dicesi
addirittura: _Sce Petronillae filiae Sci Petri Apost_...

[392] Il _Lib. Pont._ dà al luogo dell’edificio il nome di _Mosilius_,
che significa _Mausoleum_ (SEVERANO, _Le sette chiese_, p. 92). Il
CANCELLIERI (_De secretar. Veter. Bas. Vatican._) a questa chiesa
rotonda di Petronilla ha dedicato una lunga ed erudita dissertazione,
e decisamente smentì l’opinione ch’essa avesse origine dal favoleggiato
tempio di Apollo.

[393] _Infra autem sacrati corporis auxiliatricis vestrae B.
Petronillae, quae pro laude aeterna memoriae nominis vestri nunc
dedicata dinoscitur. Cod. Carol._, XXVII, nel CENNI, XIII.

[394] La positura del luogo è descritta nel secolo decimo da BENEDETTO,
monaco di Soratte, in questo modo: _Stephanus — cepit hedificare domum
ecclesiam; in onore S. Dionisii, Rustici et Heleutherii, in hurbe Roma,
juxta via Flaminia, et ereio_ (_horologium_ di Augusto?) _non longe ab
Agusto, juxta formas species decorata, sicut in Francia viderat_ (_Mon.
Germ._, V, c. 20). — _Agusto_ è il mausoleo di Augusto, e può darsi
che esso, nel secolo decimo, fosse appellato _Agosta_. Io attribuisco
importanza a ciò, che BENEDETTO associa la fondazione di Stefano col
soggiorno da lui fatto in Francia.

[395] _Ubi et Monachorum congregationem construens, Graecae
modulationis psalmodiae Coenobium esse decrevit:_ ANAST., _Vita Pauli_,
n. 260. — Nell’archivio di san Silvestro si conserva il diploma di
fondazione scritto in pergamena di dubbia origine, che fu completamente
stampato nel LABBÉ, _Concil._ VIII, p. 445. Di questa chiesa scrisse
distesamente, ma senza lume di critica, il CARLETTI, _Memorie storiche
critiche_.

[396] Il convento chiamossi anche _Cata Pauli_ dall’abitazione di Paolo
I; ed anche _inter duos hortos_. — Il _Lib. Pontif._ attribuisce a
Paolo l’edificazione di una chiesa agli apostoli Pietro e Paolo, presso
il tempio di Roma, nella via Sacra. Il suo luogo deve essere stato
là dove s’eleva oggidì santa Francesca Romana, non lungi dall’arco di
Tito, sulle ruine del gran tempio di Venere e di Roma.

[397] _Omnes eum derelinquentes, nisi ego:_ così dice Stefano III nel
_Concilium Lateranense_, ann. 769, ed. CENNI, Rom. 1735, p. 4. — Paolo
I fu lodato perchè era padre di tutti i poverelli, e di notte tempo
visitava le carceri per liberarne coloro che erano condannati a morte:
questo prova che, a rincontro dei tribunali, spettava al Papa diritto
di grazia. _Sed et carceres, atque alia claustra per eadem noctium
secreta visitabat. Et si quos ibidem conveniebat retrusos a mortis
eruens periculo liberos relaxabat:_ ANAST., 258. Similmente riscattava
spesso i debitori _a jugo servitii_: durava quindi ancora la prigionia
per debiti.

[398] Questi fatti escludono che Pipino esercitasse un’autorità diretta
su Roma. Oltre al _Lib. Pontif._, è di grande rilievo per la storia
di questi avvenimenti un frammento notevole degli Atti del concilio
Lateranense dell’anno 769, edito per la prima volta da GAETANO CENNI
e completamente dal MANSI, _Suppl. Concil._, I, 642. Di Toto è detto:
_quidam Nempesini oppidi ortus Toto nomine_...

[399] _Ex improvisa enim violentia, manu a populorum innumerabili
concordantium multitudine, velut valida aura venti raptus, ad tam
magnum et terribile Pontificatus culmen provectus sum. Unde sicut navis
aequoreis procellis fluctuatur, ita ego infelix_ etc. Le due lettere di
Costantino leggonsi nel _Cod. Carol._, 98, 99.

[400] Si leggano i sopraddetti Atti di quel Concilio dell’anno 769.

[401] _Per muros civitatis cum flammula ascendebant, metuentes
Romanum populum, et nequaquam de Janiculo ipsi Longobardi ausi sunt
descendere_, n. 258. La _flammula_, dice il VIGNOLI in nota, era una
banderuola purpurea che usavasi quale segno in campo; quello Scrittore
ricorda la orifiamma dei Re francesi.

[402] _Sicque praefatus Christophorus alia die aggregans in tribus
fatis sacerdotes, ac primates cleri, et optimates militiae, atque
universum exercitum, et cives honestos, omnisque populi Romani coetum a
magno usque ad parvum:_ ANAST., n. 271.

[403] Stefano III fu eletto addì 1 di Agosto, e consecrato nel dì 7 di
Agosto: JAFFÉ, _Reg. Pontif._

[404] _Nam Constantinus invasor apostol. Sedis, dum deductus ad
medium esset, et magna pondera in ejus adhibentes pedibus in sella
muliebri sedere super equum fecerunt, et in Monasterium Cella novas
coram omnibus deportatus est:_ ANAST. _in Stephano_, n. 272. Stando
al MARTINELLI ed al _Catalogus Ecclesiar._, questo chiostro di monaci
greci s’ergeva presso la chiesa di santo Saba, che fu un abate di
Cappadocia morto intorno al 532: il luogo era detto Cella nova, ed ivi
erano le case possedute dalla madre di Gregorio magno.

[405] _Gratiosus tunc Chartularius, postmodum dux:_ ANAST., n. 269.

[406] Nel manoscritto D., edito dal MURATORI, è detto: _et Campaniae
pergentem Alatro partem Campaniae ubi erat_, come suppone il PAPENCORDT
nella sua _Storia della città di Roma nel medio evo_, a pag. 93. —
Precisamente quando io era giunto alla conchiusione di questo secondo
volume (nell’anno 1858) mi giunsero sott’occhio i materiali lasciati
dal PAPENCORDT e pubblicati dall’HÖFLER. La profondità degli studî di
quel valentuomo prometteva un’opera di grande rilevanza, sebbene il
PAPENCORDT si restringesse alla sola parte d’argomento politico. Ma
l’erudito scrittore fu rapito dalla morte nell’incominciamento della
sua carriera, e fu perdita grave della scienza, che io in particolarità
amaramente deploro. A lui s’appartiene la gloria di essere stato il
primo a concepire l’idea di questa difficile impresa. Il suo disegno,
simile a quello originario del GIBBON, era ignoto anche a me, allorchè
nell’autunno dell’anno 1852 volsi il pensiero a quest’opera, e
quando nell’anno 1855 ne impresi lo eseguimento. Dappoi, le mutazioni
politiche d’Italia diedero nuova importanza allo studio del medio evo
di Roma, che per lungo tempo fu negletto, e i lavori della sua storia
si vanno estendendo ognora più. Nell’anno 1865 il DYER publicò una
_History of the City of Rome_, e nel 1867 A. DI REUMONT diede alle
stampe i due primi volumi della sua _Storia della città di Roma_, che
si stenderà dalla fondazione della Città fino alla età odierna, e, per
gli avvenimenti di questi periodi di tempo, offrirà un quadro generale,
giovevole per la gran moltitudine dei lettori. Pertanto, da un dieci
anni a questa parte venne in vita una nuova letteratura in argomento
della «Storia della città di Roma.»

[407] Presso il Colosseo. Con questo nome per la prima volta ANASTASIO
appella l’anfiteatro di Tito.

[408] _Eumque in teterrimam retrudi fecerunt custodiam, quae vocatur
Ferrata in cellario majore:_ ANAST., n. 274. Era un carcere munito di
cancellata di ferro; la _transenna_, ossia andito presso il Laterano,
fa argomentare che ivi una prigione esistesse. Si fa spesso cenno delle
_cellae_ o _cellaria_ del Laterano, cantine o volte, ove si custodivano
le vettovaglie, ed alle quali presiedeva il _Paracellarius_.

[409] Vedi nel MANSI il frammento sopra citato, e consulta anche il
LABBÈ, _Concil._, tom. VIII, 483. ANAST. dà soltanto la narrazione
delle cose di maggior rilievo.

[410] _Ita coram omnibus professus est, vim se a populo pertulisse,
et per brachium populi fuisse electum, atque coactum in Lateranense
Patriarchium deductum propter gravamina, ac praejudicia illa, quae
Romano populo ingesserat Domnus Paulus Papa:_ ANAST., n. 277.
Ne consegue che una parte del popolo, gli ottimati in ispecie,
incominciavano a soffrire, come di un giogo, la dominazione del Papa.
Quel passo è assai notevole.

[411] Sergio era laico, ripudiò la moglie, e divenne arcivescovo.
Ei si difese assai bravamente in Roma, dove Stefano II lo sostenne
prigioniero: _Laicus fui, et sponsam habui, et ad Clericatum perveni,
et cognitum vobis factum est, et dixistis, nullum obstaculum mihi esse
potest_ (AGNELLUS, _Vita Sergii_, p. 424). Egli morì nell’anno 769.
— Stefano, duce di Napoli e aderente di Roma, fu dal popolo eletto
vescovo. Morì nell’anno 789.

[412] _Igitur judicavit iste a finibus Perticae totam Pentapolim,
et usque ad Tusciam, et usque ad mensam Uvalani, velut Exarchus:_
AGNELLUS, _Vita Sergii_, c. 4, 430. La narrazione di Agnello, che del
resto è ostile a Roma, viene tuttavia confermata dal _Cod. Carol._, LV,
nel CENNI LI. Vedi anche il MURATORI, ad ann. 770, 777.

[413] _Quin etiam, portas hujus Romanae urbis claudentes, aliam ex eis
fabricaverunt, et ita armati omnes existebant ad defensionem propriae
civitatis:_ ANAST., n. 285.

[414] Vedasi l’analisi di questi avvenimenti nel SIGURD ABEL, _Annali
dell’Impero franco sotto Carlo magno_, Berlino 1866, I, p. 76 segg.

[415] Il JAFFÈ colloca l’abboccamento all’anno 771. Ma tutti questi
avvenimenti succedettero prima che si trattasse del progetto di
maritaggi tra le corti di Francia e di Pavia, locchè avveniva nell’anno
770.

[416] _Sergius eadem nocte, qua hora campana insonuit:_ ANAST. n. 288.
Già a quel tempo sonavano in Roma le campane, forse ad annunciare l’ora
dell’_Ave Maria_.

[417] _Et dum infra civitatem, nocturno silentio, ipsos salvos
introducere disponeremus, ne quis eos conspiciens interficeret,
subito hi, qui eis semper insidiabantur, super eos irruentes, eorum
eruerunt oculos: Cod. Carol._, XLVI, nel CENNI XLV, 269. L’amanuense
di ANASTASIO dice: _Cupiens eos, noctis silentio propter insidias
inimicorum salvos introduci Romam_. Questi ed altri passi concordi
dimostrano che il Biografo conobbe la lettera di Stefano, ma le
varianti significano che egli era di parte franca.

[418] _Subtilius mihi — Domnus Stephanus Papa, retulit, inquiens, quod
omnia illi mentitus fuisset (sc. Desider.) — et tantummodo, per suum
iniquum argumentum erui fecit oculos Christophori Primicerii, et Sergii
Secundicerii filii ejus, suamque voluntatem de ipsis duobus proceribus
Ecclesiae explevit, unde damnum magis et detrimentum nobis detulit._
Così Adriano in ANASTASIO, n. 293.

[419] _Ep._ XLVI, nel CENNI, XLV, 267. Il CENNI opina col LE COINTE
e col PAGI che la lettera fosse estorta, perocchè i nobili uomini
Cristoforo e Sergio tutto a un tratto non potessero tramutarsi in
malfattori, nè i nequissimi Longobardi in figliuoli illustri. Ma la
lettera evidentemente fu scritta nell’eccitamento dell’animo, subito
dopo la caduta dei due, per adulare il Re cui ne fu mandata una copia.
Il MURATORI si appose al giusto, e lo seguì il LA FARINA. Si chiarisce
facilmente la ragione per cui Dodone è dipinto con oscuri colori: egli
era legato di Carlomanno, ed in quel momento eravi fra i due fratelli
inimicizia.

[420] ANAST. n. 293. Colla biografia di Adriano il _Lib. Pontif._
muta di stile; e qui s’entra in un altro periodo di questa Collezione
preziosa.

[421] Ne tratta il _Cod. Carol._, XLVII, nel CENNI I, p. 274.

[422] _Annales Francor._ ad ann. 770.

[423] _Seminans inter reges discordia_, dice a quest’occasione già nel
secolo decimo l’Autore del _Libellus de imperatoria potestate in urbe
Roma. Mon. Germ._ V, 720.

[424] _Cod. Carol._ XLV, nel CENNI, XLIX, 281: _Perfida, quod absit,
ac foetentissima Langobardorum gente polluatur, quae in numero gentium
nequaquam computatur, de cujus natione et leprosum genus oriri certum
est_. Se ne offende il sentimento onesto del MURATORI, il quale giunge
a dubitare che questa lettera di sensi triviali fosse scritta dal Papa:
persino il CENNI sclama, arrossendone: _Aevo illi dandum est aliquid_.

[425] EGINHARD. c. 18, e PAOL. DIACON., _Gesta Episcop. Mettensium_
nei _Monum. Germ._ II, 265: _hic ex Hildegard conjuge quattuor filios
et quinque filias procreavit, habuit tamen ante legale connulium ex
Himiltrude nobili puella filium nomine Pippinum_.

[426] _Anathematis vinculo esse innodatum, et a regno Dei alienum,
atque cum diabolo et ejus atrocissimis pompis, et caeteris impiis
aeternis incendiis concremandum deputatum:_ formula consueta
dell’anatema in quell’età. La si scriveva anche sopra i sepolcri
per vietarne la distruzione, e con essa si conchiudono le scritte di
donazioni. — Un’iscrizione marmorea del secolo ottavo, commemorativa
di una donazione di Giorgio e di Eustazio (trovasi nel vestibolo della
chiesa di santa Maria in Cosmedin) dice in sulla fine: _et anathematis
vinculo sit innodatus et a regno Dei alienus, atque cum diabolo et
omnibus impiis aeterno incendio deputatus_. Colla formula di anatema
riferita più sopra, concorda quasi parola per parola, quella del _Liber
Diurnus_ c. VII, tit. 22: _et cum diabolo et ejus atrocissimis Pompis,
atque cum Juda traditore Domini Dei et Salvatoris nostris Jesu Christi,
in aeternum igne concremandum, simulque in chaos demersus cum impiis
deficiat_.

[427] Il MURATORI con qualche malizia osserva che Carlo allora non era
«peranche divenuto magno.»

[428] Sembra che Rimini continuasse ad avere dei _Duces_. La loro serie
nel secolo nono è quasi completa. Vedasi LUIGI TONINI: _Rimini dal
principio dell’êra volgare all’anno MCC_, Rimini, 1856, II, 155. Ei
si pare che questa memoranda città sia stata a capo della _Pentapolis
maritima_ (Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia e Ancona): la _Pentapolis
mediterranea_ o _nova_ comprendeva Jesi, Cagli, Gubbio, Fossombrone,
Urbino con Montefeltro e, più tardi, con Osimo. I due territorii
insieme uniti, erano detti _Decapolis_.

[429] Questi avvenimenti sono narrati da ANAST. _Vita Stephani III_,
n. 282, 283 e nella Epistola di Adriano che è nel _Cod. Car._ LXXI, nel
CENNI XCIII, 499.

[430] _Incertum_, (dice EGINARDO, _Vita Car._ c. 18,) _qua de causa_.
Un frate favoleggiatore, che scriveva sullo spirare del secolo nono, ne
sa egli solo la ragione: _quia esset clinica et ad propangandam prolem
inhabilis, judicio sanctissimorum sacerdotum relicta velut mortua_.
MONACHI SANGALL., _Gesta Karoli_, II, c. 17, nei _Mon. Germ._ II, 759.

[431] Di Adelardo di Korbey è detto: _culpabat modis omnibus tale
connubium_ (con Ildegarde) — _quod — rex inlicite uteretur thoro,
propria sine aliquo crimine repulsa uxore: — Ex vita Adalhardi_ 7, p.
525. E di Berta dice EGINARDO, c. 18: _ita ut nulla unquam invicem sit
exorta discordia, praeter in divortio filiae Desiderii regis, quam illa
suadente acceperat_.

[432] _Theodotus_ (così io scrivo in vece di _Theodolus_) restaurò
in Roma la chiesa di sant’Angelo in Pescaria, come ne serba ancora
memoria un’iscrizione in marmo ivi esistente: _Theodotus holim dux
nunc primicerius scae sed. apostolicae, et pater uius Ben. Diac. a
solo edificavit pro intercessionem animae suae et remedium omnium
peccatorum_.

[433] Il decreto di elezione di Adriano, deposto nell’archivio del
Laterano, fu edito dal MABILLON nel _Mus. Ital._ I, 38, al _Libellus de
Vita Hadriani I_. Tutti gli ordini elettivi ivi compaiono.

[434] _Vita s. Adriani_ in ANAST., n. 292. Un passo di AGNELLO
(_Vita Sergii_, p. 426) dimostra che già s’aveva costume di accordare
amnistie quando avvenivano mutazioni nel pontificato: _in ipsa vero die
electus est praedictus germanus defuncti Papae (sc. Paulus) in solio
Apostolatus, et statim solvit omnes captivos, et omnibus noxiis veniam
concessit_.

[435] _Tunissone Presbytero, et Leonatio Tribuno habitatoribus
civitatis Anagninae: Vita Hadr._ n. 297.

[436] Quella via aveva il nome da un palazzo: _usque in Merolanam
ad arcum depictum, quem secus viam, quae ducit ad ecclesiam S. Dei
Genitricis ad Praesepe: Vita Hadr._ n. 298. Con pari nome quel luogo è
detto _Merolanas_ anche nell’_Ordo Roman._ I (MABILLON, _Mus. Ital._,
II, 4), che è un libro di formule, compilato tosto dopo del tempo di
Adriano.

[437] _Vita Hadr._ n. 298: _tunc praefatus sanct. Praesul precibus
judicum, universique populi Romani jussit contradere antefatum Calvulum
cubicularium, et praenominatos Campanos praefecto urbis, ut more
homicidarum eos coram universo populo examinaret_. La voce _examinare_
ha omai un’impronta di medio evo.

[438] _Pro vero amputandis tam intolerabilibus flagitii reatibus, missi
sunt ipsi Campani Constantinopolim in exilium:_ ibid. n. 299.

[439] _Tradidit eundem Paulum consulari Ravennatium urbis:_ ibid. n.
299. — CARLO HEGEL ecc. I, 262, respinge con buoni argomenti l’opinione
che per quel _Consularis_ s’abbia a intendere il collegio di Consoli,
che, secondo il parere del SAVIGNY e del LEO, sarebbe subentrato a
quello dei Decurioni.

[440] _Ita vero idem Paulus examinatus est, quia etiam nec scientia
exinde data est — Pontifici: Vita Adr._ n. 300. Ma i Biografi pontificî
celano troppe cose.

[441] _Adscribi fecit suggestionem suam Constantino et Leoni Augustis,
magnisque Imperatoribus — ut in ipsis Graeciae partibus in exilio
mancipatum retineri praecipissent:_ ibid. n. 300.

[442] ANASTASIO narra che a Ravenna trovavasi allora Anualdo,
cartulario: il nome è germanico (_Anwald_), ma questo ottimate della
milizia e messaggiero del Papa, è dal Cronista qualificato _civis
romanus_. Perciò egli dovrebbe essere stato lo stipite della posteriore
famiglia romana degli Anialdi o degli Anibaldi.

[443] L’antica _Utriculi Civitas_ ai tempi dell’Impero era ricca di
tesori d’arte; e gli odierni musei di Roma, dopo che Pio VI v’ebbe
fatto effettuare degli escavi, devono a quella piccola città di
provincia, dei capolavori preziosissimi; fra gli altri, quella testa
dei Giove di fama universale che trovasi nella rotonda del Vaticano, e
il grande musaico che ivi pure si vede.

[444] _Fabricari fecit:_ espressione consueta pei lavori di muratura.
Dopo il tempo di Cristoforo e di Sergio, gli abitatori della Toscana e
del Lazio (Campania) erano obbligati a prestare servizio militare nella
Città.

[445] _Susceptoque eodem obligationis verbo per antefatos Episcopos,
ipse Langobardorum Rex illico cum magna reverentia a civitate
Viterbiense confusus ad propria reversus est._

[446] _Promittens insuper ei tribui quatuordecim millia auri solidorum,
quantitatem in auro, et argento:_ ANAST., n. 310. Il LEO, _Storia
d’Italia_, suppone con buona ragione che questa fosse la domanda che in
origine Desiderio aveva rivolto a Roma.

[447] AGNELLO (nella _Vita Leonis_, p. 439) dice che fu Martino,
diacono ravennate, a guidare i Franchi nel loro cammino: secondo il
_Chron. Novalicense_ sarebbe stato un giullare.

[448] In generale si affà all’indole dei Longobardi quello che del
valoroso Drottulfo dice il noto epitaffio di Ravenna, che leggesi in
PAOLO DIACONO:

    _Terribilis visu facies, sed corda benigna._

[449] Nella _Vita Hadriani_ n. 314 segg. è data particolareggiata
descrizione dell’ingresso e del soggiorno di Carlo in Roma.

[450] _Direxit in ejus occursum judices ad fere triginta millia ab
hac Romana urbe in locum, qui vocatur Novas, ubi eum cum bandora
susceperunt._ La stazione è situata alla vigesimaquarta pietra miliare.
L’HOLSTENIO (nel VIGNOLI, Nota 3, c. 35) pretende di aver visto ruine
di _Novas_ due miglia al di qua di Bracciano.

[451] _Schola militiae cum patronis, simulque et pueris, qui ad
discendas literas pergebant, deportantes omnes ramos palmarum atque
olivarum_ etc. Dal PAPENCORDT o dal suo editore (p. 98) si opina
erroneamente che i _patroni militiae_ fossero i Santi protettori
anzichè i preposti delle corporazioni militari. L’espressione
_patronus_, nel significato di Santo protettore, io trovo per la prima
volta nella _Vita Hadr._, n. 339. — Dalla menzione che è qui fatta dei
fanciulli delle scuole, l’OZANAM (_Docum. inédits_) volle trarre la
conseguenza che in Roma si provvedesse ancora all’insegnamento delle
scienze.

[452] _Venerandas cruces, id est signa, sicut mos est ad Exarchum aut
Patricium suscipiendum._ Ma tosto dopo è detto: _cruces ac signa_.

[453] È nota la questione che si dibattè se avesse luogo più onorifico
chi teneva il lato destro oppure chi stava al sinistro, e sulla ragione
per cui, nei musaici e nei sigilli antichi, san Pietro spesse volte
tenga la manca, e san Paolo la destra. Sembra che il luogo d’onore
si determinasse a seconda che la persona si presentava allo sguardo
dello spettatore. Quando il Papa e il Re entravano nella chiesa, il
popolo che guardava ad essi, aveva il Papa alla sua destra. _Ordo
Roman._ I, nel MABILLON, II, p. 3: _Episcopi quidem ad sinistram
intrantium, presbyteri vero ad dextram, ut quando Pontifex sederit, ad
eos respiciens, episcopos ad dextram sui, presbyteros vero ad sinistram
contueatur_.

[454] _Sesesque mutuo per sacramentum munientes, ingressus est Romam._
— Nei tempi più tardi i Re davano e ricevevano giuramento di pace prima
di entrare in Roma. — Così suggellavasi legame di amistà (_firmitas
et integritatis stabilitas_), come dice Adriano: _Cod. Car._ LIII, nel
CENNI, LII, 326.

[455] Alcune statuizioni in riguardo alla messa ed alle preci ordinate
per Carlo, si contengono nell’_Ordo Romanus_ I, che è un mirabile Libro
rituale del secolo ottavo o del nono. In esso è data descrizione delle
funzioni pasquali conformemente ai racconti di ANASTASIO. — Le Stazioni
della Pasqua sono rimaste anche oggi le stesse; chè alla domenica la
Stazione è in santa Maria Maggiore, al lunedì in san Pietro, al martedì
in san Paolo, al mercoledì in san Lorenzo.

[456] Il testo di ANASTASIO, secondo il VIGNOLI, è questo: _A Lunis_
(oggidì Sarzana) _cum insula Corsica, deinde in Suriano, deinde in
monte Burdone, inde in Berceto, deinde in Parma, deinde in Regio,
et exinde in Mantua, atque in Monte Silicis, simulque et universum
Exarchatum Ravennatium, sicut antiquitus erat, atque provincias
Venetiarum et Istriam, necnon et cunctum ducatum Spoletinum seu
Beneventanum_. Si confronti il _Docum._ I nel BORGIA, _Breve Istor._
Cod. Vatic. 3833. — È notevole cosa che, fuor di ANASTASIO, non v’ha
alcun Cronista che sappia di questa donazione. Il frammento della
_Vita Adriani_ nel MABILLON dice questo solo: _Carolus non destitit,
donec Desiderium — exilio damnaret — resque direptas Adriano Papae
restitueret_, proposizione che appartiene ad EGINARDO, quasi parola per
parola.

[457] Contro questa donazione, che il CENNI, l’ORSI, il FONTANINI, il
BORGIA sostengono a tutta possa, si manifestano chiaramente il MURATORI
e il LA FARINA. All’opposto il SIGURD ABEL recentemente propugnò
l’opinione che in fatto la donazione di Kiersy comprendesse tutti i
territorî che sono specificati nella _Vita Adriani_; egli non reputa
che il passo relativo vi sia stato inserito più tardi. Vedi _La caduta
del reame dei Longobardi_ p. 37 e segg., e gli _Annali del reame franco
sotto di Carlo Magno_ dell’istesso autore, I, 131 segg. Parimenti dice
il medesimo ABEL: Il documento di donazione avrà contenuto soltanto
la promessa di provvedere alla restituzione di quei possedimenti della
Chiesa romana sui quali il Papa poteva far valere i suoi diritti. — Il
MURATORI, il GIANNONE, il SIGONIO sono propugnatori intelligenti della
potestà suprema di Carlo: _jure principatus, et ditione sibi retenta_.

[458] Fa meraviglia di trovare perfino la citazione del primo anno di
patriziato nella _Epist. Hadriani ad Bertherium Viennensem Episcop._
(nel LABBÈ, _Concil._ VIII, 554): _datum Kalend. Jan. imperante
piissimo Augusto Constantino, annuente Deo coronato piissimo rege
Karolo, anno primo patriciatus ejus_. Peraltro questa lettera è
apocrifa.

[459] _Cod. Carol._ LV, nel CENNI L, 318. Le basiliche allora erano
ventotto, le diaconie sette.

[460] _Karolus gratia dei Rex Francorum et Longobardor. ac patritius
Romanor._ Così nel diploma dei 9 di Giugno 776, in cui egli conferma
all’abbazia di Farfa tutte le donazioni fatte dai Re longobardi: _Reg.
Farfa_, n. 147. — Nei documenti però è ommesso talvolta il titolo di
patrizio; così in un istromento del primo di Dicembre 774, che concerne
l’abbazia di Monte Amiato, si dice soltanto: _Regnante Domino nostro
Carolo Rege Francor. et Langobardorum_ (_Cod. Dipl. della Badia di san
Salvadore al monte Amiato_, nella biblioteca Sessoriana di Roma).

[461] _Cod. Carol._ XLIV, nel CENNI LIX, 352: _quia ecce novus
Christianissimus Dei Constantinus Imperator his temporibus surrexit,
per quem omnia Deus Sanctae suae Ecclesiae... largiri dignatus est_.
Nella sua lettera Adriano parla solo di patrimonî, e della _potestas_
in Italia: _Piissimo Constantino magno, per cujus largitatem S. R.
Ecclesia elevata et exaltata est, et potestatem in his Hesperiae
partibus largiri dignatus est_. La lettera è dell’anno 777 o, per lo
meno, è anteriore al 781. La Cronologia delle quarantanove lettere
di Adriano indiritte a Carlo è talvolta oscura; coll’anno 781, in cui
Adriano diventò compadre di Carlo, le lettere si dividono in due parti.
Tutte le lettere con intitolazione di _spiritalis compater_, sono
posteriori al 781: massimamente il MURATORI, il LE COINTE e il PAGI
sono in parecchi luoghi corretti dal CENNI, compiutamente poi dalla
grandiosa opera del JAFFÈ.

[462] Il DÖLLINGER nella sua Dissertazione _sulla donazione di
Costantino_ (_Fole pontificie del medio evo_, Monaco 1863) ha
descritto l’origine e la storia di quella finzione. Egli chiarisce
che fu un’invenzione di origine romana, spacciata tra l’anno 752
e il 777; soltanto più tardi si fece una versione in greco della
scritta: vedi il FABRICIUS, _Bibl. Graeca_, VI, p. 5 seg. Ne fa
menzione AENEAS PARISIENSIS in sull’854. Nel corso del tempo si volle
compreso in questa donazione anche tutto l’Occidente. Soltanto nel
secolo decimoquinto, LORENZO VALLA con critica poderosa confutò quella
falsità. Il leggitore potrà inoltre trovare un giudizio assai arguto
delle idee espresse in quella donazione, consultando L. K. AEGIDI, _Il
Congresso de’ Principi dopo la pace di Luneville_, Berlino 1853, p.
129.

[463] Il _Castellum Felicitatis_, anticamente _Tifernum_, fu più
tardi detto Città di Castello. Lo dimostra una lettera di Gregorio IX
indiritta a Federico II nell’anno 1230: _Castellum Felicitatis, quod
nunc dicitur Civitas de Castello:_ HUILLARD, _Hist. Dipl. Friderici
II_, vol. III, 249.

[464] Il MURATORI ad ann. 776 e gli _Atti della Cronica di Farfa_.
— Ad onta di quanto si legge nel _Cod. Carol._ LVIII, nel CENNI LVI,
341: _quia et ipsum Spoletinum Ducatum vos praesentialiter obtulistis
protectori nostro B. Petro_, i Papisti non osarono di attribuirne
al Pontefice di più che il _Dominium utile_. La Chiesa non aveva
maggior diritto su Spoleto di quello che avesse sull’Istria, se
anche vi possedeva dei dominî; è detto: _in partibus_ di Spoleto: p.
253 nel CENNI. — La frase _ipsum Spoletinum Ducatum_ reputo essere
un’esagerazione, sebbene il FATTESCHI, _Memorie istorico diplom.
riguard. la serie de’ Duchi di Spoleto_ (Camerino 1801) p. 50, affermi
che al Papa fu donato il territorio, ma senza giure sovrano.

[465] _Cod. Carol._ XV, nel CENNI, LXXXIX, 480. — Il CENNI comprende
persino la _Tuscia Regalis_ (che è l’odierna Toscana) nella donazione,
ma senza diritti di sovranità. Egli trae quest’opinione dal _Cod.
Carol._ LXV (presso di lui è la LXIII), poichè ivi il Papa dà
ingiunzioni al Duce di Lucca, che questi però non ascolta. Tuttavolta
anche Gregorio Magno, già al suo tempo, dava comandamenti ai Duci
di Napoli e di Sardegna, senza che per ciò quei paesi fossero a lui
soggetti.

[466] _Cod. Carol._ LVI, nel CENNI, LXXI, 405. — Erano vecchi di
Forobono (l’antico vescovato di _Forumnovum_) prossimo all’odierno
Montebono. Vedi anche la _Ep._ LXVIII, 387. Egli vi prega che fosse
proceduto alla statuizione dei confini _sicut ex antiquitus fuit...
signa inter partes constituentes_. Il termine romano qui ha nome di
_signum_. A questa delimitazione di confini tra la Sabina e Reate s’ha
riguardo anche nel _Diploma Ludovici Pii_.

[467] Vedi il FATTESCHI, loc. cit. p. 93, 248. Egli vi riporta una
serie di documenti di Farfa dal 938 al 1106. Prima dell’anno 939 non
si trova infatti documento di sorte nel Registro di Farfa che riguardi
la Sabina. — Per esempio, all’anno 939: _Ingibaldus Dux et rector
territorii Sabinensis_, e vi sono aggiunti gli anni di reggimento
del Papa. All’anno 941: _Sarilonis Marchionis et Rectoris Territorii
Sabinensis_ etc. Non v’ha dubbio che fossero Rettori pontificî.

[468] AGNELLUS, _Vita Mauri_, c. 2, 273 (Mauro tenne la cattedra dal
642 al 671). I _Conductores_ della Chiesa ravennate in Sicilia appaiono
già intorno all’anno 444 nel celebre istromento (è il più antico che
esista) che è contenuto nel MARINI, _Papir._ n. 73.

[469] _Cod. Carol._ LIV, nel CENNI LI, 322. Può darsi che tutti e due
portassero addirittura titolo di _Judex_; nei luoghi minori sembra che
il Papa delegasse dei _Comites_, come a _Gabellum: Cod. Carol._ LI, nel
CENNI LIV, 335. Officiali pontificî nelle città portavano in generale
anche il titolo di _Actores_, che spesso si ritrova nelle carte
ravennati.

[470] _Cum exercitu in eandem civitatem nostram Castelli Felicitatis
properans: Cod. Carol._ LX, nel CENNI, LV, 337. Le lettere che trattano
della «ribellione» di Ravenna sono nel CENNI, ai num. 51, 52, 53, 54.

[471] _Sed nec nostrae paternitati displicere rectum est, qualiscumque
ex nostris aut pro salutationis causa, aut quaerendi justitiam, ad vos
properavit. Cod. Carol._, LXXXV, nel CENNI XCVII, 521.

[472] _Cod. Carol._, LXXV; nel CENNI LXXVI, 421 sq.

[473] Questa lettera importante è la L; nel CENNI LXI.

[474] Così all’incirca deve aver scritto, chè Adriano risponde: _Pro
honore vestri Patriciatus nullus homo esse videtur in mundo, qui plus
pro vestrae regalis Excellentiae decertare moliatur exaltatione, quam
nostra apostolica assidua deprecatio_. Quest’è la prima volta in tutto
il _Codex Carolinus_, che un Papa parli della dignità di Patrizio, ove
se ne eccettui l’intitolazione nell’incominciamento delle lettere.

[475] _Quia ut fati sumus_ (così correggo a vece di _estis_), _honor
Patriciatus vestri a nobis irrefragabiliter conservatur, etiam et plus
amplius honorifice honoratur; simili modo ipse Patriciatus beati Petri,
fautoris vestri, tam a s. recordationis Domno Pippino, magno rege,
genitore vostro, in scriptis in integro concessus, et a vobis amplius
confirmatus, irrefragabili jure permaneat: Cod. Carol._, LXXXV; nel
CENNI, XCVII, 521. Può darsi che la lettera sia dell’anno 790.

[476] Carlo non pretese all’investitura di Roma, ma, secondo certi Atti
di un Concilio lateranense dell’anno 774, il Papa avrebbe acconsentito
che ei ne fosse fornito. Peraltro l’avvenimento di questo Concilio,
menzionato per la prima volta da SIEGBERTO ad ann. 773, non è altro
che una finzione. Vedasi il MANSI, _Suppl. Concil._, I, 721 e il
PAGI, ad ann. 774, 13. Devesi poi riferire soltanto alle costituzioni
posteriori all’800 quanto il _Libellus de imperatoria potestate in urbe
Roma_ (_Mon. Germ._, V, 719) dice di Carlo, dopo la sua andata a Roma:
_Fecitque pactum cum Romanis eorumque pontifice, et de ordinatione
pontificis ut interesset quis legatus_ etc.

[477] EGINHARD, _Vita Carol._ c. 26: _Ad cujus structuram cum columnas
et marmora aliunde habere non posset, Roma atque Ravenna devehenda
curavit_. E il _Poeta Saxo_, vers. 439:

    _Ad quae marmoreas praestabat Roma columnas,_
      _Quasdam praecipuas pulcra Ravenna dedit._

_Cod. Carol._ LXVII; nel CENNI LXXXI, 439: _Nos quippe libenti animo et
puro corde, cum nimio amore vestrae Excellentiae, tribuimus effectum,
et tam marmora, quamque mosivum, caeteraque exempla de eodem palatio
vobis concedimus auferenda_. Aggiungo che Carlo Magno fece trasportare
di Ravenna ad Acquisgrana anche la statua equestre di Teodorico. Nel
secolo decimo il palazzo di Ravenna era già in ruine, e Ottone II vi
edificava intorno al 971 un palazzo nuovo. Vedi il FANTUZZI, ecc. Tom.
V, nel Prospetto § 13.

[478] _Cod. Carol._, LXXXIV; nel CENNI LXXXIII, 459. I Veneziani
(_Venetici_) avevano _praesidia_ e _possessiones_ nelle terre
ravennati, ed allora già tendevano a impadronirsi di Ravenna.

[479] ANASTASIO, n. 222.

[480] _Cod. Carol._, LXV; nel CENNI LXIII: _Quia nos nec navigia
habemus, nec nautas, qui eos comprehendere potuissent, tamen naves
Graecorum gentis in portu civitatis nostrae Centumcellensium comburi
fecimus_ etc. Nel Volume III avrò argomento di riportarmi alla Storia
della marineria pontificia scritta dal GUGLIELMOTTI, bibliotecario
dei Domenicani in santa Maria sopra Minerva: di questo libro è or ora
incominciata la stampa[481].

[481] Il primo volume della _Storia della Marina pontificia nel Medio
Evo dal 328 al 1499_ del P. ALBERTO GUGLIELMOTTI fu edito di recente
(1871) a Firenze, coi tipi dei Successori Lemonnier. L’originale
del secondo volume (2. ediz.) di questa Storia della città di Roma,
publicavasi nel 1869. (N. del T.).

[482] Il GIANNONE ecc. tratta bellamente di questo argomento e delle
relazioni con Benevento, Lib. VI, c. 1 sgg.

[483] _Cod. Carol._, LIX; nel CENNI LVII, 343 sq.: _Qualiter —
proximo Martio mense adveniente, utrosque in unum conglobarent, cum
caterva Graecorum et Athalgiso, Desiderii filio, et terra marique ad
dimicandum, super nos irruant, cupientes hanc nostram Romanam invadere
civitatem_.

[484] Dalla conquista del Friuli data la divisione dei Ducati
longobardi in Contee; ma la costituzione del _gau_ e il feudalismo dei
Franchi furono trapiantati in Italia: LEO, _Storia d’Italia_, III, 1,
p. 206.

[485] _Cod. Carol._, LXXXIII; nel CENNI LX, p. 357 sg. La lettera è
anteriore al 781, e il dubbio del MURATORI che essa possa appartenere
all’anno 791, è confutato dal CENNI che la attribuisce all’anno 777. Il
GIANNONE, VI, c. 1, sulle orme di CAMILLO PELLEGRINO, trae erroneamente
da questa lettera la conseguenza che i Beneventani avessero preso
Gaeta, donata da Carlo alla Chiesa, e che l’avessero restituita ai
Greci. A fior d’evidenza si tratta qui di alcune città della Campagna
(_aliquantas civitates nostras ampaniae_). Io tengo opinione che Gaeta
allora fosse ancora greca, quantunque possa negarlo il FEDERICI (_Degli
antichi Duchi e Consoli Ipati e della città di Gaeta_, Napoli 1791, p.
30, Introduzione).

[486] _Nos quidem pro nihilo deputamus ipsam civitatem Terracinensem_
etc., _Cod. Carol._, LXIV; nel CENNI LXV, p. 377.

[487] _Nefandissimi Neapolitani, et Deo odibiles Graeci — subito
venientes, Terracinensem civitatem, quam servitio beati Petri et vestro
atque nostro subjugavimus, nunc autem — invasi sunt._

[488] La frase: _Ut sub vestra atque nostra sint ditione_, e l’altra,
spesse volte ripetuta, _in servitio vestro, pariterque nostro_, non è
già espressione cortese, ma denota l’_altum dominium_ del Re. Sembra
che la lettera sia stata scritta tosto innanzi all’anno 781. L’amicizia
tra Roma e Napoli durò soltanto breve tempo. Nell’epitaffio di Cesario,
figlio di Stefano duce di Napoli, è detto:

    _Sic blandus Bardis eras, ut foedera Grais_
      _Servare sapiens inviolata tamen._

[489] A quel battesimo ed alla presenza di Carlo in Roma hanno
argomento alcuni versi che leggonsi in DOM. BOUQUET, V, 401; ivi Carlo
è appellato Console. Ne tace la _Vita Adriani_. Noto in essa per lo
meno due specie di redazione; la più antica descrive completamente gli
avvenimenti politici fino alla caduta di Pavia: ciò che sussegue spesso
non è altro che un duplice compendio dei Registri di chiese. — Può
vedersi il _Chronic. Laurisham. Moissiac._ gli _Annal. Laurissenses_ e
quelli di EINHARDO, ad ann. 781.

[490] EINHARDO, _Annal._ ad ann. 786, _Annal. Lauristens._, 787,
TILIANI (787), il _Poeta Saxo_, ann. 786. — Il _Chronicon Mon. Casin._
I, c. 12 (nel MURATORI, _Script._ IV) riferisce le condizioni di pace.
La Storia di ERCHEMPERTO scorre di volo sul reggimento di Arichi.

[491] Quindi in poi la Chiesa romana fu veramente la lupa, di cui il
poeta dice:

    _Ed ha natura sì malvagia e ria_
      _Che mai non empie la bramosa voglia;_
      _E dopo ’l pasto ha più fame che pria._

[492] _Praesertim et partibus ducatus Beneventani idoneos dirigere
dignetur missos, qui nobis, secundum vestram donationem, ipsas
civitates sub integritate tradere, in omnibus valeant: Cod. Carol._,
LXXXI, nel CENNI, LXXXVIII, 475; XC, nel CENNI LXXXIX, 480; XCII, nel
CENNI XC, 483. — _De Capua quam b. Petro — pro mercede animae vestrae,
atque sempiterna memoria, cum coeteris civitatibus obtulistis_,
LXXXIII, nel CENNI XCI; LXXXVI, nel CENNI XCII.

[493] Nel diploma di Lodovico il Pio (BORGIA, _Breve Istoria_ ecc.
Append. III, p. 19) è detto; _in partibus Campaniae Soram, Arces,
Aquinum, Arpinum, Theanum et Capuam_.

[494] Vedi la _Sacra Imper. ad Papam_, nel LABBÉ, _Concil._ VIII, 678
ecc., negli Atti del _Concil. Nicaen._ II. — Dopo l’assestamento della
controversia delle imagini Adriano chiese la restituzione dei patrimonî
di Sicilia e di altri luoghi, ma Bisanzio non vi diè risposta. Se ne
duole il Papa nella sua lettera indiritta a Carlo (LABBÉ VIII, 1598).
— La controversia delle imagini fu definita nell’anno 842 per opera
dell’imperatrice Teodora, ma i _Libri Carolini_ di Carlo e di Alcuino,
e il Concilio di Francoforte del 794 si pronunciarono decisamente
contrarî alla adorazione (προσκύνησις) delle imagini.

[495] _Cod. Carol._ LXXXVII; nel CENNI XCI, 488: _Spatarios duos ad
Patricium eum constituendum, ferentes secum vestes auro textas, simul
et spatam, vel pectinem, et forcipes, sicut illi praedictus Arichisus
indui et tondi pollicitus fuerat_.

[496] ERCHEMPERT. c. IV, sq. — Grimoaldo II morì nell’anno 806; i
Beneventani, piangendolo, scrissero sul suo sepolcro:

    _Perculit adversas Francorum saepe phalangas,_
      _Salvavit patriam sed, Benevente, tuam;_
    _Sed quid plura feram? Gallorum fortia regna_
      _Non valuere hujus subdere colla sibi._
                     (ANON. DI SALERNO, c. 22.)

L’epitaffio, che vorrebbesi scritto da PAOLO DIACONO per Arichi,
trovasi nell’ANONIMO DI SALERNO, c. 16, e nel PELLEGRINO, _Tumuli
Princ. Longob._ nella sua _Historia Princip. Longob._, t. III, p. 305.
Tanto le iscrizioni funerarie dei Principi di Benevento quanto quelle
dei Consoli e dei Duci di Napoli (ivi) riescono di sussidio alla storia
di quell’età, e meritano di esser lette.

[497] _Evellens portam usque ad arcum qui vocatur Tres Faccicellas:_
ANAST. n. 356. Il VIGNOLI legge più esattamente _falciclas_. Ignota è
l’origine del nome, che significherebbe tre fiaccole od altrimenti tre
falciuole. — Il FEA, _sulle Rovine_, p. 380, pensa che fosse l’arco
vicino al san Lorenzo in Lucina, fatto abbattere da Alessandro VII
nell’anno 1662, e che nel più recente medio evo era appellato «delli
Retrofoli» e «di Portogallo.» I _Mirabilia_ dicono: _arcus triumphalis
Octaviani ad s. Laurentium in Lucina_.

[498] _Usque ad Pontem Antonini._ Non convengo col FEA che questo ponte
fosse il _Sublicius_, nè col VIGNOLI che fosse il ponte «Quattro Capi,»
nel medio evo detto _Fabricii Judaeorum_. I _Mirabilia_ con esatta
serie enumerano: _P. Antoninus, Gratiani, P. Senatorum_; la _Graphia_
specifica: _Neronianus ad Sassiam_ (il distrutto ponte Vaticano presso
santo Spirito), _Antonini in arenula, Fabricii in ponte Judaeorum_ ecc.
I _Mirabilia_ parlano di un _theatrum Antonini juxta pontem Antonini_;
e l’_Ordo Roman. XI_, nel MABILLON, _Mus. Ital._, II, p. 126, fa che il
Papa vada _ad majorem viam Arenulae, transiens per theatrum Antonini_.
Questo teatro pertanto non può essere stato altro che quello di Balbo
(presso il palazzo Cenci). Vedi il NIBBY, _Roma_ nel 1838, II, 588 ed i
PLATNER e BUNSEN, III, 3, 65.

[499] _Totas civitates tam Tusciae, quamque Campaniae congregans, una
cum populo Romano, ejusque suburbanis, nec non et toto Ecclesiastico
patrimonio:_ ANAST., n. 236, 355.

[500] ANAST., n. 331: _Simulque in balneo juxta eandem ecclesiam sito,
ubi et fratres nostri Christi pauperes, qui ad accipiendam eleemosynam
in paschalem festivitatem annue occurrere et lavari solebant_;
dimostrazione dell’antico costume delle lavande dei piedi che fannosi
a Pasqua nel san Pietro. Anche nel Laterano era un bagno simile,
che probabilmente aveva origine dagli antichi palazzi: ANAST., _Vita
Stephani III_, n. 271 e _Vita Hadriani_, n. 333. — Sulla restaurazione
dell’_Aqua Trajana_, vedasi ALB. CASSIO, _Corso delle acque_ ecc., I,
pars. 1, n. 39, p. 359.

[501] Il CASSIO assume l’anno 776 senza esporne la ragione. Ei parla
(p. 361) di una seconda restaurazione della _Trajana_ effettuata per
opera di Adriano, ed è probabile che lo traesse in errore un’altra più
breve notizia data da ANASTASIO, n. 346. Gli sfuggì l’avvertenza che la
seconda parte della _Vita Hadriani_ consiste di una duplice redazione,
per lo che ne deriva la ripetuta enunciazione degli stessi edificî.

[502] _Dum vero forma, quae Claudia vocatur, per annorum spatia
demolita esse videbatur, unde et in balneis Lateranensibus de ipsa aqua
lavari solebat, et in baptisterio ecclesiae Salvatoris domini nostri
Jesu Christi, et in plures ecclesias in die sancto Paschae decurrere
solebat:_ ANAST., n. 333. Io credo pertanto di aver colto nel vero
senso con ciò che ho detto più sopra nel testo.

[503] _Sicut antiquitus abundantur, decurrere fecit:_ ibid.

[504] _Forma quae Jobia vocatur:_ ANAST., n. 332. Tal nome le è dato
anche dall’ANONIMO DI EINSIEDELN. — Il CASSIO ha su questo punto un
lungo e arido capitolo, I, n. 30. Ei si decide per la _Marzia_, e forse
la _Jobia_ era una ramificazione dell’_Aqua Marzia_ che dava la più
squisita acqua potabile di Roma, vero dono degli Dei, dice PLINIO. Il
VIGNOLI, all’invece, vuol correggere _Julia_ in luogo di _Jobia_.

[505] _Forma, quae Virginis appellatur, dum annorum spatia demolita,
atque ruinis plena existebat, vix modica aqua in urbem Romam
ingrediente — noviter eam restauravit, et tantam abundantiae aquam
effudit, ut pene totam civitatem satiavit:_ n. 336. L’ANONIMO DI
EINSIEDELN vide ancora i suoi archi ruinati in vicinanza della colonna
di Antonino: _forma virginis fracta_.

[506] Oggidì la proporzione dei possedimenti è la seguente: di 362
«Tenute» dell’_Ager Romanus_, persone private laiche ne possedono
236; Capitoli ecclesiastici, conventi, ospitali ed altri luoghi pii ne
possedono 126. Vedi EMIDIO PITORRI ecc., p. 59.

[507] Nella collezione DEUSDEDIT, trovansi locazioni date a soldati,
come a Gemmulo e ad Alfio, al primo cuoco del Papa, a notai, a donne.

[508] Sugli _Angariales_ vedi il MARINI, _Papiri_, n. XLVI, documento
dell’anno 1027.

[509] Sul colonato danno illustrazioni le Lettere di SAN GREGORIO,
il _Liber Diurnus_, i papiri del MARINI, i documenti di Farfa, il
_Glossario_ del DUCANGE. Riferisco di una _matricola_, ossia canone
enfiteutico nel territorio di Ravenna (nel MARINI, n. 137): _Colonia...
praestat solidos numero... tremisses... siliquas... in xenio laridi
pondo... anseres... gallinas... ova... per ebdomadam opera... lactis
pondo... mellis pondo_... — Oppure: _Angariae quatuor cum bovibus
et quinque a manibus_ etc.: MARINI, p. 371, a. 3. — Nei documenti di
Farfa vedasi al n. 33 (nel FATTESCHI, p. 263, anno 750), una donazione
di Lupo duce di Spoleto, all’Abazia di Farfa, in cui nominatamente si
specificano molti coloni.

[510] La celebre _chartula manumissionis_ nell’_Ep._ 12, V, di SAN
GREGORIO, in cui egli dimette in libertà due schiavi, Montana e
Tommaso, fu assunta a _praeceptum libertatis_ nel _Liber Diurnus_, c.
VI, tit. 21, e dice: ... _cumulo libertatis largito, ab omni servili
fortuna et conditione liberum esse censemus, civemque Romanum solutum
ab omni subjectionis noxa decernimus_. E il notevole testamento di
Mananes dell’anno 575 (MARINI, _Pap._ n. 75, p. 116): _ingenuos esse
volo civesque Romanos_. — Nel secolo ottavo trovasi nei _Reg. Farfa_,
n. 94, FATTESCHI, n. XXIV: _servi et ancillae, quos pro animarum
nostrarum ademptio liberos dimittimus_; ibid., n. 97, XXVIII: _Bonosulo
clerico liberto nostro_; n. 148, XXXVII, anno 792: le persone sono
fatte libere, ma devono prestare all’Abazia annualmente _angariae et
pullos et pecus_.

[511] Questa Galeria, che oggi è in completo decadimento ed è di veduta
grandemente pittoresca, conta appena novanta abitatori. Rimase senza
risultamento il proposito accolto nell’anno 1830 di volerla popolare
(W. GELL ecc.) — E. PITORRI (ecc. p. 18) reputa che la odierna tenuta
di santa Maria di Galera o in Celsano, sia il luogo dove esistesse una
delle _Domus cultae_ di papa Zaccaria.

[512] ANAST., n. 328: _seu Monasterium b. Laurentii, positum in insula
portus Romani, cum vineis ei pertinentibus, simulque et lecticarium,
quae vocatur Asprula_. Fa meraviglia la spiegazione che il DUCANGE
dà di questa oscura parola; egli afferma chiamarsi _lecticarius_ il
_fundus_, perchè vi si andava in lettiga.

[513] _Calvisianum_ è uno dei nomi antichi, dei quali molti ancora
si rinvengono a quel tempo. In una iscrizione esistente nella
chiesa di santa Maria in Cosmedin (secolo ottavo) e nella Collezione
DEUSDEDIT, trovo ancora parola del _Fundus Pompejanus_, che è Mompeo,
odierna tenuta nel Sabinate. Nel secolo ottavo durava tuttavia
un _Fundus Mercurianus_. Nelle affittanze di Gregorio II trovansi
un _Campus Veneris_, e terreni appellati _Hostilianum, Porcianum,
Coccejanum, Pompilianum, Servilianum_ e perfino _Lucretianum_ (nel
territorio Gabinate). Invece hanno suono italiano moderno: _Casa nova,
Cervinariola, Casavini, Casa simiama_.

[514] Ivi la Chiesa ereditava da Leonino, prima console e duce, poi
monaco, tre _unciae_ del suo patrimonio detto _Massa Aratiana_ ecc.
La _Uncia_ era la duodecima parte di un _Jugerum_, ossia un tratto di
terra lungo venti piedi, largo dieci.

[515] Di questa chiesa, consecrata ad un Vescovo di Brindisi, e di un
convento eretto ivi presso, fa menzione una volta anche SAN GREGORIO.
Due volte se ne trova cenno anche nella _Vita Benedicti III_ (ANAST.,
n. 559, 561), indi per l’ultima volta sotto Gregorio VII. Ancor nel
secolo decimottavo se ne mostravano le ruine presso Torre del Quinto.
Vedi il GALLETTI, _del Primicerio_, nota alla pag. 54.

[516] L’allevamento dei majali aveva avuto larghe proporzioni al tempo
degli Imperatori, ed era considerevole anche adesso. In un diploma di
Farfa (FATTESCHI, n. XXI), Teodicio, duce di Spoleto, nell’anno 764,
concede a quell’Abazia la pastura estiva nei suoi boschi per duemila
porci: _debeant papulare in gualdis nostris_.

[517] _In porticu — ubi et ipsi pauperes depicti sunt_; bellissimo
degli ornamenti per un palazzo vescovile. Ecco l’indice delle
provvisioni: per cento poverelli _decimatas vini duas_ (la _decimata_
corrisponde a sessanta libbre, dunque libbra 1-1/5 a testa), oppure
_cuppam capientem calices duos_, che corrisponde ad una foglietta
all’incirca; _caldaria plena de pulmento_, da cui ogni persona riceveva
_carnem de pulmento_. Il _pulmentum_ non era sempre una vivanda di
carni; nella _Cronica_ di BENEDETTO DA SORATTE è detto: _pulmentum
ex milio factum_, vivanda fatta con farina di miglio, ossia vera
_polenta_. — Intorno a _Capracorum_ (_posita in territorio Vigentano_)
vedasi ANAST., n. 327, 328, 339. — Ebbi chiara idea del reggimento di
queste colonie ecclesiastiche, allorchè vidi i dominî dei Certosini
di Trisulti nelle campagne di Frosinone; ivi trovai sei monaci dalla
bianca tonaca e dalla lunga barba, che facevano da ispettori di quelle
tenute rurali, governando un popolo di mille coloni.

[518]

    HANC TURREM
    ET PAGINE UNA. F
    ACTA. A MILITIAE
    CAPRACORUM
    T[=EM]. D[=OM]. LEONIS
    QU[=AR]. [=PP]. EGO AGATHOE (patrono della milizia).

Questa iscrizione, che ancor si vede infissa nel muro sopra la porta
per cui s’entra dalla via di porta Angelica, ed un’altra iscrizione che
riguarda la _Militia_ di Saltisine, leggonsi nel MARINI (Annot. n. 48,
240). Egli spiega acconciamente la parola _Pagina_ per fronte del muro
posta fra due torri; nel nome di Saltisine egli si studia di scoprire
il significato di _Calvisianum_.

[519] Nella _Militia_ di _Capracorum_ scorgo un raro esempio della
trasformazione di coloni in liberi agricoltori. Il nome _Milites_,
almeno nel secolo undecimo, è talvolta traslato dal presidio dei
soldati agli oppidani (_Collez._ DEUSD. nel BORGIA, docum. I, p. 7,
8). _Capracorum_ è espressamente nominato come castello (Vedi le bolle
nel MARINI, Nota I al n. 48, e n. 46, p. 73, n. 48, p. 81). — Il COPPI
in una piccola scrittura intitolata: _Capracorum colonia fondata da s.
Adriano I_ (Roma 1838), segue la storia delle sorti di questa terra,
e pensa che l’antico _Capracorum_ sia l’odierno Campagnano, vicino
a Nepi. Il MARINI ed altri si lasciano indurre dal nome di Caprarola
(presso Viterbo) a cercare colà il luogo di _Capracorum_.

[520] Al cominciamento del portico (_caput porticus_) era la chiesa di
santa Maria (oggidì Traspontina), che deve distinguersi da un’altra di
pari nome nell’Adrianeo; ambedue Adriano elevò al grado di diaconie:
ANAST., _in Adr._ n. 337: _unam quidem s. — Dei genitricis Mariae —
quae sita est in Adrianio. Aliam — quae sita est — in caput porticus_.
Il VIGNOLI, in vece di _Adrianio_, legge (e fa meraviglia) _Atriano_,
spiegando la dizione così: _in atrio prope Vaticanum_. Le annotazioni
di questo benemerito editore del _Liber Pontificalis_, il più di
sovente, sono fiacche.

[521] ANAST. n. 341: _plusquam duodecim millia tufos in littore alvei
fluminis in fundamentis ponens_. Se queste pietre di tufo provenivano
da edifizî antichi, la devastazione dovette essere grandissima. Tufi
qui significano quadroni di pietra travertina.

[522] ANAST. n. 342.

[523] ANAST. n. 356: _Portas aereas majores mirae magnitudinis
decoratas studiose a civitate Perusina deducens in basilicam b. Petri
Apostoli ad turrem compte erexit_. Il BUNSEN ecc. II, p. 1, p. 64,
opina che la Vita di Adriano attribuisca all’opera di questo Papa anche
la torre dell’atrio; essa però parla soltanto della torre che è accosto
al palazzo patriarcale del Laterano: quella del san Pietro ebbe origine
da Stefano II.

[524] Questa inscrizione riferisce il GRUTER, seguendo il _Cod.
Palatinus_, p. 1163, n. 8. Eccone il passo:

    _Tradit oves fidei Petro pastore regendas,_
      _Quas vice Hadriano crederet ille sua:_
    _Quin et Romanum largitur in urbe fideli_
      _Vexillum famulis qui placuere sibi._
    _Quod Carolus mira praecellentissimus rex_
      _Suscipiet dextra glorificante Petri._

Il BUNSEN, p. 90, col PAPEBROCH, pone _Imperium famulis_ invece di
_Pontificatum famulis_, come ha il GRUTER. _Pontificatum_ non avrebbe
alcun significato, e, dopo che ebbi esaminato i musaici del triclinio
di Leone III, io correggo senza dubbiezza il senso, scrivendo:
_vexillum famulis_, e penso che su quelle lamine ne fosse rappresentato
il disegno: ne parla in favore anche il _suscipiet dextra_, locchè
presuppone il braccio che impugna una bandiera. La lezione _Imperium_
è preferibile naturalmente per la metrica; parimenti sotto questo
riguardo non potrebbesi accogliere che solamente _vexillum_.

[525] Ivi il solo Adriano collocava sessantacinque di quei _Vela: per
universos arcus ejusdem Apostolorum Principis basilicae de paliis
tyriis atque fundatis fecit vela numero sexagintaquinque_. La voce
_arcus_ fu usata sbadatamente; chè sulle colonne del san Pietro posava
un architrave a linea retta.

[526] In progresso di tempo si continuò a illuminare la chiesa di san
Pietro prima con quella lampada a croce, indi con una minore, finchè
quell’uso ne fu affatto sbandito nell’anno 1814. All’età di PIETRO
MALLIO (in sul 1180) ardevano ogni giorno centoquindici lampade nel
san Pietro, ed egli descrive la luminaria dei giorni festivi nel Cap.
VI della sua _Histor. Basil. Vatican._ — Al tempo di Adriano, o poco
dopo, un pellegrino di Salzburgo compilò un elenco delle chiese romane,
dove numerò tutte le cappelle e tutti gli altari che erano dentro
e intorno al san Pietro. Può dirsi che questa scrittura sia la più
antica descrizione della basilica Vaticana. È compresa sotto il titolo
di _Notitia Ecclesiarum urbis Romae_ nel Vol. II, T. II delle _Opere_
ALCUINI, ed. Froben, p. 597.

[527] _Per unumquemque titulum viginti, et linea viginti._ — ANASTASIO
ne enumera 440, locchè, al tempo di Adriano, darebbe ventidue chiese
titolari a vece di ventotto. L’ANONIMO DI SALISBURGO specifica perfino
solamente ventuna chiesa nella Città. — Al contrario si desume il
numero di sedici diaconie in proporzione di sei tappeti per ciascuna,
su novantasei. Adriano stesso fondò tre novelle diaconie, le due
già menzionate di santa Maria, e quella di san Silvestro presso il
Vaticano.

[528] Trovasi nel MURATORI, Dissertazione XXIV delle _Antiq. med.
aevi_: fu tratto da un codice di Lucca.

[529] Lo si può raccogliere dalla biografia di Adriano e da quella
di Leone III. — A significare la porpora usavasi la voce _blattyn_;
_blatteus_ adopera Eutropio, e Sidonio appella _blattifer_ il Senato.
_Blatta_ poi è chiamato l’insetto, del cui sangue si cava il colore
cremisino. I _vela_, i _pallia_, le _vestes_, spesse volte hanno
nome semplicemente dal loro colore e dalla loro stoffa, ad esempio
_holoserica, alba, rosata, prasina, rubea, alythina_ o _de stauracin_
(da _storax_ oppure da σταυρος: trapunto a croci). Dalla manifattura o
dagli ornati hanno queste appellazioni: _cum periclysi_ (con galloni),
_de blatta ornata in circuitu de olovero_ (tutto porpora da ὸλος; e
_verus, sc. color_), _de chrysoclavo cum historia_ (a bottoni o a punti
d’oro), _quadrapola_ (secondo il BULENGERUS nel DUCANGE, ai quattro
angoli _auro textae, aut serico, vel tabulis auroclavatis_), _fundata_
(ossia _auro textus, acu pictus_). Pei lavori d’oro e d’argento
battuto, è usata la solita espressione _anaglyphus_ ossia _sculptilis_.
Il Museo cristiano del Vaticano dà soltanto alcuni deboli saggi di
quell’arte antica.

[530] TERTULLIANO pel primo parla del martirio di Giovanni in Roma: _in
oleum igneum demersus nihil passus est, in insulam relegatur_. Vedasi
il _Martyrolog. ad diem 6 Maii_. — Il discorso usitato è questo: _Ante
Portam Latinam in ferventis olei dolium missus est_; così anche nei
_Mirabilia_. La esatta espressione: _juxta Portam Latinam_, usata da
ANASTASIO è tramutata in _ante_, e la chiesa oggidì ancora è detta «san
Giovanni avanti Porta Latina» oppure «a Porta Latina.» Ne scrisse la
storia il CRESCIMBENI: _L’istoria della chiesa di S. G. a P. Latina_,
Roma 1716: ivi egli riferisce anche le leggende.

[531] La festività del Santo, che cade nel giorno 6 di Maggio, è di
già compresa nel _Liber Sacramentalis_ di Gregorio I; credesi pertanto
che la chiesa esistesse fin dal secolo quinto, e che fosse edificata
sulle rovine del tempio di Diana: CRESCIMBENI l. c., II, c. 1. —
Il territorio che ivi si stende tra la via Latina e la via Appia, è
illustre per le tombe degli Scipioni e per i più celebri colombarî di
Roma.

[532] Più sotto del tempio della Pudicizia Patricia, ed in vicinanza
di esso, erano il tempio rotondo di Ercole Vittorioso e l’Ara massima.
Di ciò vedi il DE ROSSI: _L’ara massima ed il tempio d’Ercole nel Foro
Boario_, Roma, 1854, pag. 7. Al tempo di Sisto IV, dai ruderi di un
edificio rotondo fu disotterrato il famoso Ercole capitolino scolpito
in bronzo dorato: è figura disaggradevole per il suo ammanieramento, e
rimonta alla età di mezzo dell’Impero.

[533] Lo si ricava dall’ANONIMO DI EINSIEDELN, il quale, additando la
via che conduce al san Paolo, fa questa distinzione: _Inde per scholam
Graecorum, ibi in sinistra ecclesia Graecorum_. Nell’itinerario dello
stesso Anonimo si rinviene ancora la denotazione di _Schola Graeca in
Via Appia_. — Si menziona in Ravenna una _Schola Graeca_ in sul 572;
MARINI, _Pap._ n. CXX, 185: _Leonti Medici ab Schola Graeca_. — Nel
NERINI, _de templo S. Bonif._ ecc., Append. I, il diploma di Ottone
III, che ivi è riferito, dice: _seu in rippa Graeca, vel in Aventino_
etc. Vedi il CRESCIMBENI, _Istoria della Basil. di S. M. in Cosmedin_
(Roma, 1715), opera che quel canonico e custode dell’Arcadia ampliò
nell’altra: _Lo Stato della Chiesa di S. M. in Cosm._, Roma, 1719.

[534] L’ANONIMO DI SALISBURGO (in ALCUINO, l. c., p. 600) enumera le
seguenti chiese di Maria in Roma: _Maria Major_ (così chiamavasi di già
allora la _S. Maria ad Praesepe_), _Maria antiqua, Maria rotunda, Maria
transtyberim_. Non parla della _Schola Graeca_, dacchè è probabile che
egli scrivesse prima dell’edificazione di Adriano. Che questa _Notitia_
fosse compilata nel secolo ottavo e non prima, ricavo da ciò che lo
Scrittore conosce la cappella di santa Petronilla in san Pietro.

[535] _Diaconiam vero s. Dei Genitricis, semperque virginis Mariae
Scholae Graecae, quae appellatur Cosmedin..... veram Cosmedin
amplissimam a novo reparavit:_ ANAST. n. 341.

[536] NERINI, _De Coenob. ss. Bonif. et Alex._, p. 33, 37: _Monasterii
S. Bonifacii — et Alexii — quod ponitur in Abentinum loco, qui dicitur
Balcerna_. L’_in Cosmedin_ e l’_in Blachernis_ corrisponde, in Ravenna,
al _S. Apollinaris in Classe_ e, in Roma, al _S. Georgio in Velabro_
etc. L’_in_ determinava luogo o titolo, come _in Lucina, in Damaso_
ecc., ma talvolta significava anche qualità; alcune chiese in Italia
erano infatti dette _in coelo aureo_ dai loro tetti scintillanti di
dorature; una chiesa di Roma è da un suo altare detta in _Ara coeli_.
— Ricordo finalmente che anche Carlo magno chiamò _in Lateranis_ il suo
palazzo di Aquisgrana, a ricordanza di Roma.

[537] _Maximum monumentum de Tiburtino Tufo super eam dependens per
anni circulum plurimam multitudinem populi congregans — demolitus est._
È probabile che se ne adoperassero le pietre per costruire il portico
del san Pietro.

[538] Nel muro del portico vedesi oggidì infissa una scultura antica
che rappresenta una specie di frontispizio d’edificio ad otto arcate,
colla iscrizione seguente che fu illustrata dal CRESCIMBENI:

    _Honoris Dei et sanctae Dei Genitricis Mariae_
    _Pontificatus Domini Adriani Papae ego Gregorius Notarius._

Ritengo quella scultura non essere altro che un arabesco di fregio
ornamentale.

[539] In Roma le torri di santa Maria Nova (oggidì Francesca Romana)
e dei santi Giovanni e Paolo hanno costruzione pari a quella di santa
Maria in Cosmedin.

[540] _Item Bineas Tabularum 115, qui sunt in Testacio._ Devesi
intendere vigneti nel _campus Testaceus_. Le _Tabulae_ sono misura
di superficie dei campi. Del resto, quelle iscrizioni sono monumenti
preziosissimi del latino barbarico di quell’epoca. — Oggidì Monte
Testaccio è coronato di taverne, coperte di rottami di orci; gramo
quadro della vita, che avrebbe ispirato un Orazio o un Hafis.

[541] Il NIBBY, _Roma nel 1838_, I, p. 32, crede che il Testaccio non
sorgesse prima del secolo quarto, perocchè essendovi state scavate
delle grotte, vi si trovarono delle antiche sepolture; ed opina che
non si elevasse soltanto allora che quei vasi antichi erano iti fuor
d’uso; può darsi che al tempo di Teodorico già fosse sorto. Al secolo
terzo lo attribuisce anche il REIFFERSCHEID (_Bullettino dell’Instit.
di Corrispond. Archeologica_, n. XI, Novem. 1865), e lo crede formato
di vasi che riempievano i magazzini dell’emporio tiberino. Il NARDINI,
_Rom._ III, _ant._ p. 320, lo fa derivare dalla corporazione dei vasai
che fin dall’antichità dimorava in quelle vicinanze; ANDREA FULVIO e
LUCIO FAUNO accolgono eguale opinione. Il FICORONI lo crede formato
del cumulo di ruine di colombarî. Per me sono lieto che il Testaccio
si celi agli sguardi degli Archeologi, ravvolgendosi entro un velame di
poesia.

[542] Nella dedicazione ad Adalberga, che è preposta alla _Historia
Miscella_, PAOLO celebra il genio della Principessa, dicendo: _Ipsa
quoque subtili ingenio sagacissimo studio prudentium arcana rimeris,
ita ut philosophorum aurata eloquia poetarum gemmea tibi dicta in
promptu sint: historiis etiam seu commentis tam divinis inhaerens, quam
mundanis._ — I sarcofaghi dei Principi di Benevento furono ornati con
lunghe poesie. Di Arichi celebrava il Poeta:

    _Quod logos et physis, moderans quod ethica pangit,_
      _Omnia condiderat mentis in arce suae._

Di Romualdo:

    _Grammatica pollens, mundana lege togatus._

Vedi questi epitaffi nel PELLEGRINI, l. c.

[543] Nel tom. V. _Classicor. Auctor._ del MAI, p. 420 segg., tra
i _Carmina varia aevi Karolini_ trovansi parecchi epigrammi sulla
grammatica, sulla rettorica, sulla dialettica, sull’aritmetica, sulla
geometria, sulla musica, sull’astronomia, sulla medicina. Sono tolti
da un codice del secolo decimo, che contiene poesie latine del secolo
ottavo. Dappoichè in una di quelle (n. XXI) Boezio è appellato NOSTER,
sembra quasi che derivino da iscrizioni poste sopra edificî di scuole
di maestri romani. — Nella scuola di TOURS, in una sala dove gli
amanuensi attendevano a copiare, leggevansi dei versi di ALCUINO, nei
quali era raccomandata cura sollecita dell’arte loro: J. J. AMPÈRE,
_Hist. littéraire de la France_ etc, III 74.

[544] _Tremulas vel vinnulas, sive collisibiles vel secabiles voces in
cantu non poterant perfecte exprimere Franci, naturali voce barbarica
frangentes in gutture voces_, dicono gli _Annales Lauriss._, a. 787,
_Mon. Germ._ I.

[545] ANGELO MAI, nel tom. III dei _Classic. Auctor._, publicò tre
Mitografi vaticani. Ancor nel secolo sesto un MARTINO, vescovo di
Braga in Portogallo, scriveva un libricciuolo intitolato: _De origine
idolorum_, ibid., p. 379.

[546] BENEDETTO (morto nel 725), da diacono scriveva in versi un
_libellus medicinae_, ossia un epigramma sulla cura di parecchie
malattie: ANGELO MAI, V, 391.

[547] _Praecellentissimos atque nitidissimos Deo dicatae regalis
praecelsae scientiae vestrae mellifluos suscepimus versus, quod
reserantes atque sigillatim relegentes, eorum robur cum nimio
amplectimur amore: Cod. Carol._ LXXXI, nel CENNI LXXXIII, 473
(dell’anno 787).

[548] Questa epistola poetica trovasi in DOM. BOUQUET, V, 403, e nel
LABBÈ _Concil._ VIII, 584, come prefazione al _Cod. Canonum_, che il
Papa regalò in Roma a Carlo.

[549] La questione tanto discussa sull’origine della lingua italiana,
fu anche recentemente trattata da CESARE CANTÙ: _Sull’origine
della lingua Italiana_, Dissertazione, Napoli 1865. Il CANTÙ vuol
dimostrare che l’italiano è una conversione naturale del latino antico.
Quest’opinione, cui interamente mi associo, sarebbe suffragata dalla
teoria dei trasmutamenti insegnata dal LYELL (Vedi il suo celebre libro
_Dell’antichità del genere umano_, massimamente al Cap. XXIII).

[550] Mi riporto alla Dissertazione XXXII del MURATORI.

[551] Dai diplomi di Farfa e di Subiaco si ricava un ricco florilegio
di barbarismi, dove, tratto tratto soltanto, si trovano effettivamente
tracce di influenza longobarda (ad esempio _gualdus, guadia, burda_
etc.). Il cambiamento del _b_ e del _v_ (_bictoria, cavalli_ ecc.) è
ancor più antico. Nomi di città hanno omai assunto suono italiano; in
iscritture di quell’età trovo: _ad Salerno_; in Roma dicevasi già nel
nominativo: _Porta Majore_; così: _casale, quod dicitur castro majore_;
dopo il secolo ottavo adoperavansi di buon grado nel nominativo e
nell’accusativo i casi che finivano in vocale; ad esempio: _Leonem
religioso et angelico abbate — per Saburrum vel germano suo — regno
tendentes Francorum — faciens quotidiana missa._ — In luogo di _meo_
usasi diggià _mio_: spesso _iri_ a vece di _ire_. — La più antica
espressione volgare che io da documenti mi conosca, appartiene ad una
iscrizione funeraria dell’anno 391: PITZINNINA IN PACE. Vedila nel DE
ROSSI, _Inscription. Christian. urbis Rom._, I, n. 404.

[552] PROCOPIO, _De Bello Goth._ IV, 27, si esprime così: τῶν ἐπὶ τοῦ
παλατίου φυλακῆς τεταγμένων λόχων, οὕσπερ σχολὰς ὀνομάζουσιν. Vedi la
illustrazione del VALESIO ad lib. XIV, c. 7. AMMIAN.; ed il MURATORI,
Diss. 75, p. 455, tom. VI _Antitiquit. Med. Aevi_.

[553] Nella espressione: _scholae cum patronis_, che trovasi spesso in
ANASTASIO, reputo doversi intendere i patroni della milizia, non come
officiali della corporazione, nè come condottieri militari, ma quai
socî di onore, nel senso spiegato nel testo. Può darsi che anche il
vessillo della _schola_ fosse affidato al patrono in segno di onoranza.

[554] In alcuni documenti del convento di santo Erasmo, che
appartengono al secolo nono e al decimo, _publicus numerus seu bandus_,
nel significato di corporazione, è posto allato dei _loca pia_. La
formula barbarica è così concepita: _qui si filiis, aut nepotem minime
fuerint, duobus etiam extraneis personis cui voluerint relinquendi
habeant licentiam, excepto piis locis vel publicis numero militum seu
bando:_ GALLETTI, _del Primic._, p. 137, 179, 189, 191. Il predicato
_publicus_ appartiene al _numerus_, come si pare dalla frase seguente:
_vel publico numero militum seu bando: Dipl._ VI, 191; _Registro di
Subiaco_, p. 140, e MARINI, _Pap._ n. 136. Suppongo che questi beni
di proprietà del _publicus numerus militum_ oggi corrisponderebbero al
concetto di beni comunali cittadini.

[555] La Collezione DEUSDEDIT chiama i cittadini romani col nome di
_Milites_; e lo stesso Carlo magno era _Miles_ della Chiesa.

[556] Questo significato dei _Numeri_ fu svolto egregiamente dal
BETHMANN-HOLLWEG: _Origine delle libertà municipali in Lombardia_,
Bonna 1846, p. 182 sgg.

[557] Da ciò che avveniva in altre città, presumo che anche in Roma
esistessero di tali sodalizî. In quel tempo si fa espressa menzione
soltanto di Scuole pontificie, com’erano, oltre a quella dei notai,
le altre dei _vestararii_ e _cubicularii_, e dei _cantores_ col loro
Priore (_Ep._ 35 _Cod. Carol._, nel CENNI 43). Le diciasette Scuole
specificate nell’_Ordo Roman._ XII, nel MABILLON, _Mus. Ital._ II,
195, appartengono soltanto al secolo duodecimo. In GREGORIO, _Ep._ X,
26, si trova un passo relativo ai saponai di Napoli che fanno a lui
lamentanza, perocchè il ministro greco si trattenga il tributo pagato
dai socî della corporazione al momento di loro ingresso, e molesti
l’_ars_ (oggidì «arte») con innovazioni: eglino protestano di non
volersi discostare dai loro statuti: _adjiciens quoque pactum inter
se de quibusdam rationabilibus artis suae capitulus juxta priscam
consuetudinem — atque id sacramento — firmatum_ etc. — Nella _Ep._ IX,
102. Ind. 2, è fatto cenno della _ars pistoria in Hydruntum_. — Nel
MARINI ecc. p. 179 e 343, si trovano i _saponarii_ di Classe; al secolo
decimo ed all’undecimo, nei documenti ravennati del FANTUZZI, trovansi
Scuole dei _piscatores_ e dei _negotiatores_: CARLO HEGEL ecc., I, 256.

[558] Il sistema delle corporazioni dei Romani è antico, e lo si
attribuisce a Numa. Durante la Republica vi erano ammessi otto
sodalizî, ed erano i _collegia_ dei _fabri aerarii_, dei _figuli_, dei
_tibicines_, degli _aurifices_, dei _fabri tignarii_, dei _tinctores_,
dei _sutores_, dei _fullones_, ai quali più tardi si aggiunsero anche i
_pistores_. Inoltre v’erano i _collegia funeraria_, confraternite dei
morti. Vedi TEOD. MOMMSEN nello scritto _De Collegiis et sodaliciis
Romanor._, p. 31.

[559] Per vero dire, gli è la prima volta nel secolo duodecimo che
gli Israeliti sono formalmente riuniti in una _Schola_ (_Ordo Roman._,
XII, nel MABILLON, II, 195); ciò non esclude però che la loro sinagoga
esistesse in ogni tempo. All’età degli Ottoni, gli Ebrei nelle solenni
occasioni cantavano le laudi dell’Imperatore, come si rileva dal
Rituale detto _Graphia Aureae Romae: Dominator — hebraice, graece et
latine fausta acclamantibus, Capitolium aureum conscendat_.

[560] _Vita Leon. III_, n. 372: _Cunctae Scholae Peregrinorum,
videlicet Francorum, Frisonum, Saxonum, atque Longobardorum_. Non si
contano tra essi i Greci e gli Israeliti.

[561] MATH. WESTMONAST. ad ann. 727 (p. 137 nell’edizione del 1601):
_Fecit in civitate domum, consensu, et voluntate Gregorii papae, quam
scholam Anglorum appellari fecit — fecit — ecclesiam — in honorem b.
virginis Mariae_ etc. Il Cronista narra all’anno 883, che Marino I, per
preghiera di Alfredo, esentuò questa _Schola_ dal tributo; lo stesso
fece pure Giovanni XIX, nell’anno 1031.

[562] MATH. WESTM. ad ann. 794: _Dedit ibi — sigulos argenteos de
familiis singulis_. Egli stesso nella biografia di Willegod, abate
di sant’Albano, narra della fondazione dello xenodochio di santo
Spirito: _Qua e schola propter peregrinorum confluxum ibidem solatia
suscipientium, versa est in xenodochium, quod S. Spiritus dicitur.
Ad quod exhibendum, Rex Offa — denarium, qui dicitur S. Petri —
concessit._ — FRANCESCO PAGI, _Brev._, p. 330. — L’ordine del santo
Spirito però appartiene soltanto al primo tempo del secolo decimoterzo.
Il SEVERANO, _Le sette Chiese_, p. 297, attribuisce erroneamente la
chiesa di Santo Spirito ai Sassoni di Carlo, anzichè agli Anglosassoni.

[563] _Quae vocatur Schola Saxonum_: MARINI, _Pap._, n. XIII, dell’anno
854. Il _Martyrol. Roman., in SS. Tryphone, Ruspicio et Nympha_, dice:
_in Saxonia_. Vedi il BARONIO ad ann. 804. La chiesa di Ina era detta
in origine: _S. Dei Genetricis Mariae Schola Saxonum_.

[564] Il predicato deriva piuttosto dal quartiere degli Anglosassoni
anzi che dai Sassoni tedeschi. Il PANCIROLI, _Tesori_ ecc., p. 151,
sostiene a torto differente opinione, dacchè egli faccia derivare
quel nome dai Sassoni confinati a Roma da Carlo. Secondo gli
_Annal. Lauresham._, ann. 799, Carlo avrebbe disperso i Sassoni per
varie terre, ma non è fatto espresso cenno che una loro colonia si
trapiantasse a Roma. Ad ogni modo prevalevano i Frisoni, dacchè la
chiesa di san Michele, intorno all’anno 854, fu detta a causa di loro:
_Ecclesia S. Michaelis quae a schola Frisonorum_; così nel MARINI,
_Dipl._ XIII.

[565] Ivi esiste un’iscrizione che rimonta alla fine del secolo
decimoterzo, la quale attribuisce la sua edificazione a Leone IV e
a Carlo magno (che ivi erroneamente sono detti contemporanei). È più
probabile che Leone IV, al tempo di Lodovico II, abbia edificato questa
chiesa ad onore dei Frisoni, i quali trovarono la morte nell’anno
846, quando i Saraceni assalirono il Vaticano. Fu favoleggiato che sul
_Mons Palatiolus_ esistesse un palazzo di Nerone; ma questo _Palatium
Neronis_ senza dubbio non era altro che il circo Vaticano. Nella
piccola chiesa mirabile, è sepolto il sassone Raffaele Mengs.

[566] _Ita est autem ipsa Eccl[=a] propter tradendi sepulturas pauperes
et divites nobiles et innobiles quos de ultra montanis partibus venturi
cernuntur._ Così è detto in un diploma barbarico e apocrifo del secolo
undecimo (nel MARINI, n. LXXI). Il predicato _in Macello_, per certo
erroneamente, vi fu dato a memoria dei Cristiani uccisi nei giardini
di Nerone. Si vedono ancora avanzi di questa chiesa nella parte
posteriore del palazzo dell’Inquisizione. Invece, in una bolla di Leone
IX dell’anno 1053, ha nome di _Ecclesia D. N. Salvatoris quae vocatur
Francorum_ (_Bullar. Vatican._ I, 23 e 25).

[567] _Saxonum, Langobardorum domos ac porticum concremans:_ ANAST.,
_Vita Leonis IV_, n. 505.

[568] Il SEVERANO, ecc., p. 294, dice che quella chiesa apparteneva ai
Longobardi, e che in origine era detta di santo Giustino. Peraltro,
secondo il PANVINIO, _De basil. Vatic._, III, c. 14, una chiesa _S.
Justini in monte Saccorum_, era stata destinata da Leone IV a sepoltura
degli Italiani.

[569] _Cod. Carol. Ep._ XXXVI, nel CENNI XV. La successiva lettera
XVI, spiega il significato di _omnis senatus: salutant vos et cunctus
procerum senatus, atque diversi populi congregatio_. Nella _Ep._ XXVI
(nel CENNI XL), Paolo distingue: _universi Episcopi: presbyteri etiam
et cunctus — clericorum ordo_, cui corrisponde: _procerum optimatum
et universi populi — congregatio_. Di questi paralleli havvene
molti. Adriano scrive (_Ep._ LIX, nel CENNI 354): _Cum cuncto clero,
senatu et universo nostro populo_; ma anche (_Ep._ LXIII, 368): _pro
cunctis Episcopis, diversis sacerdotibus, senatu et universo — populo
Francorum_. Inoltre, p. 369: _cum nostris episcopis, sacerdotibus,
clero atque senatu, et universo nostro populo_. Di qui può darsi la
spiegazione di quel passo della _Vita Adriani_, n. 339, in cui è detto
che il Papa consecrò _Capracorum cum cuncto suo, senatuque Romano_. Nel
_Chron. Moissiacen._ Ann. 804 è detto: _Seu senatu Francorum, necnon
et Romanorum coronam — imposuit_. Così di Senatori franchi si parla
nella _Vita Walae_ II, 561 (_Mon. Germ._ II,); nella _Domus Carolingiae
genealogia_ (_Mon. Germ._ II, 308). I poeti franchi usano spesso il
titolo di Senato; così nel _Carmen Frodoardi de Stephano II_, (in DOM.
BOUGUET, V, 440): _Tum Rex cum regni Satrapis claroque Senatu_ etc.
— oppure in ERMOLDUS NIGELLUS III (_Mon. Germ._ II, 500): _Regibus et
Francis coram, cunctoque senatu_.

[570] Vedremo che in un’occasione importante, in cui per certo il
Senato avrebbe fatto mostra di sè ove avesse esistito, e cioè nella
elezione di Carlo a imperatore, non si fa cenno di esso. Dove nelle
Croniche se ne fa parola, ha significazione identica del _Senatus
Francorum_. Così la Cronica di Farfa (MURATORI II, _Script._, p. 2,
641) dice: _Carolum coronavit — et una cum omni Senatu Romano imperium
illi per omnia confirmavit_.

[571] La incertezza a questo subbietto è grande. Il SAVIGNY che
sostiene aver continuato le Curie antiche a durare, trova probabile
«che quei Consoli altro non fossero che Decurioni» (_Dir. Rom._ I,
369); in pari tempo egli li distingue anche dal Senato, ed afferma che
questo era un collegio che volgeva sue cure alla sola amministrazione
della Città, e dal grembo del quale uscivano i giudici della Città e
del territorio; egli opina che il Senato si conservasse ancora, ombra
dell’antico Senato dell’Impero, e pretendesse a dignità illustre
(p. 378). — Similmente afferma il LEO (_Storia d’Italia_, I, 191)
che i Decurioni adesso si appellassero Consoli e costituissero un
collegio (_Consulare_), che attendeva al governo delle proprietà
civiche e all’amministrazione della giustizia civile e criminale sui
cittadini. Il PAPENCORDT (p. 115) dice: «A capo del reggimento stava
ognora il Senato, i cui presidî, nel grado del loro officio, avevano
nome di Consoli. _Senatus_ e _Senator_ sono adesso espressioni che
significano Curia e Decurioni.» Fu merito di CARLO HEGEL di avere
con grande chiarezza confutato tutte queste opinioni; peraltro anche
questo profondo erudito non giunge che a risultamenti negativi, e
lascia nell’indeterminatezza le forme dell’amministrazione cittadina.
La incertezza nel SAVIGNY si accresce per ciò che egli accoppia
alla rinfusa i secoli, fino al duodecimo. Io escludo da queste
considerazioni tutto ciò che esce fuori del secolo ottavo.

[572] _Vita Gregorii III_, n. 192, al Sinodo del 732, dice: _Cum cuncto
clero, nobilibus etiam consulibus, et reliquis Christianis plebibus
astantibus decrevit_. Nella _Vita Agathonis_, n. 142, la nobiltà a
Bisanzio si denota così: _Patricii, hypati, omnesque inclyti_. Se i
Consoli avessero formato in Roma un collegio cittadino, sarebbero stati
menzionati nella lettera di Stefano II a Pipino (nel CENNI VIII). — Al
tempo di Gregorio II si nomina ancora in Roma perfino un Ex-console
Stefano (_Collect._ DEUSDEDIT, p. 12); e questo è una meravigliosa
reliquia del Consolato onorario.

[573] Per il secolo ottavo trovasi nella _Vita Hadr._, n. 333: _Consul
et dux Leoninus; Theodatus consul et dux_, ibid., n. 291. Così:
_Theodorus dux et consul_ (_Cod. Carol._, nel CENNI, pag. 353, 356,
385). Nel secolo nono ne occorre spesso citazione nei diplomi di Farfa
e di Subiaco.

[574] Se intorno all’anno 828, compare un _Johannes in Dei nomine
consul et tabellio urbis_ (istromento di Subiaco nel COPPI, _Discorso
sul consiglio e Senato_ ecc., p. 12), non si può dubitare che, di già
nel secolo ottavo, Consoli si chiamassero i tabellioni o notai. Per
i secoli nono e decimo, haccene una lunga serie nel GALLETTI, _Del
Primicerio_ ecc.

[575] Nella _schola militiae_, ossia nel _florentissimus atque
felicissimus Romanus exercitus_, dopo il settimo secolo può
espressamente cercarsi la base anche politica della costituzione
municipale romana. In tempo assai posteriore ci si para innanzi una
mirabile analogia. Dopo l’anno 1356 i Romani costituirono una società
di difesa: _felix societas balestrariorum et pavesatorum_; e i suoi
capi, i _banderenses_, sedettero nel supremo consiglio di governo
della Città (vedi il vol. VI di questa Storia). — Se la città di Roma
nel secolo ottavo non fosse ricoperta di una tenebra impenetrabile,
ben potremmo scorgervi che i suoi _Numeri_, ossiano reggimenti della
milizia, a somiglianza di quello che avveniva in Ravenna, erano
ripartiti per regioni, e che l’ordinamento militare, al paro del
municipale, si associava allo scompartimento territoriale della Città.

[576] Ho già espressa l’ipotesi che i beni del _publicus numerus seu
bando_ in quest’età avessero la significazione di beni comunali. Che
la Città ne possedesse si pare da un passo nella _Vita Adriani_ (n.
326, 355), in cui il patrimonio civico è distinto da quello pontificio:
_Totas civitates Tusciae, quamque Campaniae congregans, unacum populo
Romano, ejusque suburbanis, nec non et toto Ecclesiastico patrimonio_
(precisamente si tratta dell’opera imposta pella ricostruzione delle
mura della Città).

[577] GALLETTI, _del Primicer._, p. 179, 186, 190, 192, 198. Il primo
_Chartularius et magister censi urb. Rom._, è dell’anno 822, giusta
un istromento di Subiaco. — Il BETHMANN-HOLLWEGG, che afferma la
continuazione del Senato, vuol ravvisare in quell’officiale il preside
della sua cancelleria. — Il GALLETTI opina che fosse un officiale del
Comune, il quale teneva i conti dei pagamenti che facevano i Romani
nello scrigno comunale, e lo dichiara Archivista della Città. Anche
il titolo di _exmemorialis_ gli spetta come a custode dell’Archivio:
alcuni documenti di santa Maria in Trastevere dell’anno 879 (nel
GALLETTI p. 192 e nel MARINI, n. 136) sono sottoscritti da _Stefanus
Scriniarius Memoriali hujus Rome_, ma nel testo ei si appella _in
Dei nomine consul ex Memorialis urbis Rome_. — Un tabellione o notaio
della Città si sottoscrive nel MARINI, n. 93 (secolo sesto o settimo)
coll’indicazione della sua residenza, ed è cosa meritevole di nota:
_Ego Theudosius vh. Tabell. urbis Rom. habens stationem in porticum de
Subora reg. quarta_.

[578] In ANAST., _Vita Hadr._ n. 302, si trova un _Chartularius_
mandato a Ravenna dal Papa: _Anualdi Chartularii tunc ibi existentis
civis Romani_; miglior lezione è: _civitatis Romanae_. I _Chartularii_,
che in Oriente erano in grandissimo onore ed erano fregiati dell’anello
d’oro, fungevano spesso anche in Roma le veci di giudici pontificî,
sebbene di loro istituto fossero _Chartophylaces_, ossiano custodi
degli istromenti publici. Vedi il BARONIO, _Annal._ VIII, p. 26.

[579] I _Judices dativi_, giudici eletti dall’alto, trovansi in Roma
soltanto nel secolo decimo, ed è perciò che io non devo qui prenderli
in riguardo.

[580] Vedi il frammento: _Judicum alii sunt Palatini_ etc., in una
descrizione del Laterano, attribuita a GIOVANNI DIACONO (nel secolo
duodecimo), edita per la prima volta dal MABILLON, _Mus. Ital._, II,
570, indi più completamente dal BLUME, _Mus. Ren. di Giurispr._,
V, p. 129 (da un codice Vaticano), ed anche dal GIESEBRECHT sulla
fine del vol. I della _Storia dell’Impero tedesco_. — Non v’ha alcun
dubbio che anche questa notizia appartiene al tempo di Ottone III. —
Del Primicerio tratta la nota opera del GALLETTI (_Del Primicerio_),
dov’egli parla anche degli altri giudici del Palazzo, ordinandoli
cronologicamente. Il primo dei Primicerî ivi citati per nome è
Surgenzio in sul 544, il primo Secondicerio è Mena intorno all’anno
536. — Nel secolo duodecimo esisteva in Roma una chiesa di santa Maria
del Secondicerio.

[581] Così è detto di Teodato, _Consul et Dux_, nella iscrizione
esistente in sant’Angelo in Pescaria, e di Eustazio duce, nella
iscrizione in santa Maria in Cosmedin.

[582] _Tertius est Arcarius qui praeest tributis. Quartus Saccellarius
qui stipendia erogat militibus, et Romae sabbato scrutiniorum dat
eleemosynam_ etc. Dal frammento più sopra citato. — _Saccus_ era
appellato il _Thesaurus fisci; Saccellarius_ il distributore del denaro
che l’_Arcarius_ conservava nell’_Arca_: GALLETTI, p. 124.

[583] _Quintus est Protoscriniarius, qui praeest scriniariis quos
Tabelliones vocamus:_ ibid.

[584] _Sextus primus defensor, qui praeest defensoribus, quos advocatos
nominamus._

[585] _Septimus adminiculator, intercedens pro pupillis et viduis, pro
afflictis et captivis._

[586] Il frammento contiene una importante notizia sulla giurisdizione
dei _Judices palatini_ e dei _Judices consulares et pedanei_: ad essa
avrò occasione di riferirmi in appresso. — Suppone il NIEBUHR che il
numero sette dei _Judices_ abbia servito di esemplare ai posteriori
sette Cardinali vescovi ed ai Principi elettori tedeschi (SAVIGNY, I,
381, e _Descriz. della Città_, I, 225).

[587] In un diploma dell’anno 857, Pipino si sottoscrive _Consul et
Dux, atque Vestiarius_, accumulazione di titoli degna di osservazione
(GALLETTI, _del Vestarario_, p. 38 e VENDETINI, ecc., p. 36). Di
quest’officio trattano amplamente il GALLETTI (_del Vestarario_, Roma,
1758) e il CANCELLIERI (_de Secretariis_, t. I, part. 3, c. 5). Il
titolo si attribuiva perfino alle mogli degli officiali; nel GALLETTI
(p. 46) si parla di una _Theodora vesterarissa_. — L’officio si estinse
nel secolo undecimo.

[588] La bolla è contenuta nell’_Exc. Chron. Farf._, nel MURATORI, II,
p. 2, 346, e nel GALLETTI, _del Vestarario_, pag. 25 sgg.

[589] _Paulus Afiarta cubicularius et superista:_ ANAST., n. 294 — e
_Gratianum eminentissimum magistrum militum, et Romani palatii egregium
superistam ac Consiliarium:_ ANAST. n. 554. Sembra che più tardi il
_Superista_ fosse considerato primo degli ottimati laicali. Vedi il
GALLETTI, _del Primic._, p. 18, e per il secolo nono anche alcuni passi
nel PAPENCORDT, p. 147.

[590] Il GIESEBRECHT, ecc., p. 805, ed altri reputano che soltanto
i sette ministri fossero _Judices de clero_, ma, nella estensione di
questo concetto e nella giurisdizione effettiva dei parecchi officiali,
ad esempio, del _Vestiarius_, questa opinione è ad ogni modo erronea.
Adriano una volta appella questi officiali di palazzo addirittura
_servitia nostra_ (così nella inquisizione dell’abate Potho, _Cod.
Carol._, 72, nel CENNI 78).

[591] In un istromento di Farfa è fatta menzione di un _Numerus
Centumcellarum_ dell’anno 769: FRANGIPANI, _Istoria dell’antichissima
città di Civitavecchia_, Roma, 1761, n. XII.

[592] Su questo argomento è degno di nota quanto è detto nel _Cod.
Carol._ LIV; nel CENNI LI: _Nam praenominatas civitates — Emiliae —
detinens, ibidem actores, quos voluit, constituit, et nostros, quos
ibidem ordinavimus, projicere visus est. Inoltre: Noster praedecessor
cunctas actiones ejusdem Exarchatus — distribuebat, et omnes actores ab
hac Romana urbe praecepta earundem actionum accipiebat_ (cioè a dire i
loro diplomi). — Ep. LXXXVII; nel CENNI p. 472: _petimus ut per comites
vestros_ (i Franchi), _qui in Italia sunt actores_ etc.

[593] Nella lettera medesima: _Nam et judices ad faciendas justitias
omnibus vim patientibus — direxit, Philippum videlicet illo in tempore
presbyterum, simulque et Eustachium quondam ducem._ — Il _quondam_ si
riferisce al tempo di lui che scriveva, non dell’officiale.

[594] CARLO HEGEL (I, 212, 213) ha confutato l’opinione del SAVIGNY,
che i _Duces_ esercitassero soltanto giurisdizione militare; e lo
fece riportando il passo di una lettera di Leone III, dell’anno
808 (_Monum._ del CENNI, II, ep. 5): _Solebat dux, qui a nobis erat
constitutus per distractionem causarum tollere et nobis more solito
annue tribuere — unde ipsi Duces minime possunt suffragium nobis
plenissime praesentare_. Durava pertanto tuttavia il mercato degli
officî, perocchè _suffragium_ fosse il denaro occorrente per ingredire
in carica.

[595] A quest’argomento il MURATORI dedica un’intiera dissertazione:
_Antiq. Med. Aevi_, I, V, _De ducibus atque principus antiquis
Italiae_. Egli non potè raccogliere tutto il grande numero dei _Duces_.

[596] Negli Atti del Concilio dell’anno 769 si narra che, dopo
l’usurpazione del pseudopapa Costantino, fu assassinato Gregorio duce.
Lo si chiama _habitator provinciae Campaniae_, locchè è una formula
consueta nei documenti del tempo posteriore; ad esempio: a. 1012:
_Roffredo Consul et Dux Campaniae, habitator civitatis Verulanae._ —
Credo di non errare, se affermo che quel Gregorio fosse Duce pontificio
nella Campania. L’officio di _Consul et Dux_ si trasmutò indi in quello
di _Comes Campaniae_.

[597] Nella Città sono nominati quai _Duces_: Teodato, Eustazio,
Grazioso uccisore di Toto, Giovanni fratello di Stefano (_Vita Hadr._,
n. 297), Teodoro nepote di Adriano, Crescenzio e Adriano delegati
per Benevento (_Cod. Carol._, ep. 92; nel CENNI p. 496); finalmente
Costantino e Paolo (_Cod. Carol._, ep. 94; nel CENNI, p. 501). Accusati
innanzi a Carlo, questi ultimi sono a lui raccomandati dal Papa
come _duces nostri vestrique_, e _fideles erga B. Petri Apostolorum
principis vestri, nostrique servitium_.

[598] Nei registri delle fittanze di Gregorio II trovansi parecchi
Tribuni che sembrano appartenere alla Campania o alla Tuscia, e,
una volta, si trova il titolo attribuito ad una femmina: _Studiosae
Tribunae seu Petro jugalibus_ (_Collect._ DEUSD., p. 10). Nei
documenti del secolo ottavo, non comparisce l’associazione di _Consul
et tribunus_, come avviene più tardi. — Trovammo Gracilis tribuno in
Alatri, e Leonato in Anagni: _Vita Hadr._, n. 297; _Vita Stephani_, n.
273. — Nel _Cod. Carol._, _ep._ LIV, nel CENNI p. 335, si nomina fra
le città dell’Emilia un _Tribunatus decimus_, locchè dimostra che in
alcuni distretti il governo era affidato a Tribuni.

[599] _Dominicum — comitem constituimus in quandam brevissimam
civitatem Gabellensem, praeceptum ejus civitatis_ (ossia investitura
dell’officio) _illi tribuentes_. Potrebbe pertanto paragonarsi ad un
gastaldo. _Cod. Carol._ LI, nel CENNI LIV.

[600] ANAST. _Vita Hadr._, n. 333: _alias sex uncias a Petro Comite_
etc. E nella _Collect._ DEUSD., p. 11: _Anastasius, Philicarius
Comites_, ai quali erano locati dei _fundi_.

[601] In questo riassunto io seguo la _Tabula Chorographica_ di GIOV.
BARRETTA, che è pur sempre il miglior lavoro in tale argomento. La
_Geographia Sacra_ di CAROLO A SAN PAULO _cum notis_ LUCAE HOLSTENII,
Amsteld. 1704, nel complesso chiarisce poco, e l’_Italia Sacra_
dell’UGHELLI, al paro dell’_Italia Ant._ del CLUVER, giova assai più
per notizia di singole città, di quello che per la determinazione dei
confini dei paesi.

[602] La via Aurelia, al di là di Centumcellae, fu diseppellita in
quei secoli. Da essa l’ANONIMO DI RAVENNA (circa nel secolo settimo)
determina quasi tutta la Toscana; n. XXXVI: _Item juxta Romam, Via
Aurelia_ etc. — Per la prima volta trovo _Via Flaminea quae vocatur
Campana_ in un documento dell’archivio di santa Maria in Trastevere: è
dell’anno 879, n. 136 nel MARINI.

[603] Il diploma di Lodovico il Pio enumera nelle _Tusciae partibus:
Portum, Centumcellae, Caere, Bleda, Marturanum, Sutrium, Nepe, Cast.
Gallisem, Hortam, Polimartium_; e vi aggiunge quattro città, poste al
di là del Tevere, ch’erano Ameria, Todi, _Narnia_ ed _Otriculum_: per
ragione di territorio esse appartenevano all’Umbria ed alla Sabina.
Inoltre il diploma specifica: _Perusia cum tribus insulis suis, id est
majorem et minorem Pulvensim_.

[604] Agli Atti del Concilio del 769 apponevano loro sottoscrizioni
Pietro di _Caere_, Maurino di _Poli Martium_, Leone di _Castellum_
(Civita Castellana, oppure _Castellum Amerinum_, ovverossia
_Gallesii_?), Adone di _Horta_, il Vescovo di _Centumcellae_, Bono di
_Marturianum_, Gregorio di Silva Candida, Potho di Nepi e Cidonato di
Porto.

[605] Così dichiara anche PAOLO DIACONO, _De gest. Langob._ II, c.
17. — CAMILLO PEREGRINO, _Antiq. Capuae_, p. 77, e, accedendo a lui,
DOMENICO GEORGIO, _De antiq. Italiae metropolibus_ (Roma 1722), c.
VII, 88, opinano che, dopo il tempo di Gregorio I, la Campania fosse
distinta in Romana e in Capuana: la prima, dalla Città si stendeva fino
a Terracina, la seconda aveva Capua da città capitale. Certo è per lo
meno, che nel secolo ottavo il Lazio antico teneva nome di Campania.

[606] Il libro dei pellegrini, che è posto in fine delle _Opere_ di
ALCUINO, dice: per la via Appia _pervenitur ad Albanam civitatem_.

[607] Allorquando l’ANON. RAVENN. enumera: _Circellis, Turres Albas,
Clostris, Asturas, Antium, Lavinium, Ostia Tiberina_, egli attinge ai
Geografi antichi, ed è quanto concede quella sua età; parimenti quando
egli nomina _Stabium, Samum, Pompeji, Oplontis, Herculanum_. Anzio
tuttavia durava colla sua chiesa maggiore di santo Ermete; e della
mirabile Astura trovasi discorso di bel nuovo in un diploma del secolo
decimo, nel NERINI, app. 382.

[608] PROCOPIUS, _de Bell. Goth._ I, 15; μεθ’ οὓς Καμπανοὶ ἄχρι ἵς
ταρακήνην πόλιν οἰχοῦσιν, οὓς δὴ οἱ Ῥώμης ὅροι ἐκδέχονται.

[609] Il silenzio mantenuto per quelle terre fece meravigliare anzi
tutti il BORGIA, _Breve Istoria_ ecc. p. 288 sgg. Egli crede che il
Ducato romano abbia compreso la Campagna odierna, non la Marittima;
ed in ciò sembra che la sua opinione sia suffragata dal fatto della
donazione di Norma e di Ninfa. Però il diploma di Lodovico non enumera
neppure Ostia, che per fermo apparteneva al Ducato. Nel Concilio
dell’anno 769 sono nominati Eustazio di Albano e Pino di _Tres
Tabernae_, il cui vescovato Gregorio I in antico aveva riunito con
quello di Velletri; inoltre v’entra Bonifacio vescovo di _Privernum_
nelle montagne dei Volsci: tuttavolta non si parla nè di Cora, nè di
_Sulmo_ (Sermoneta), nè di _Setia_.

[610] Laonde nel _Dipl. Ludovici Pii: In partibus Campaniae Signiam,
Anagniam, Ferentinum, Alatrum, Patricum, Frisilinam_ (Frosinone) _cum
omnibus finibus Campaniae_.

[611] Il testo originale, coll’esattezza richiesta dal tempo in cui
era edito (anno 1869), qui aggiunge: «... dove attualmente, presso
Ceperano, è il confine dello Stato della Chiesa...» Nella traduzione
ommettiamo questo periodo, poichè avventuratamente al di d’oggi non
vi sono più frontiere che scindano le terre italiane una dall’altra.
(_Nota del Trad._)

[612] Nell’anno 769 apponevano loro sottoscrizioni i vescovi Sergio
di _Ferentinum_, Giordano di _Signia_, Nirgozio di _Anagnia_, un
innominato di Alatri.

[613] Potrebbesi accogliere col BARRETTA che la frontiera fosse
costituita dal fiume Melfi al di là del Liri; ma non è che un’ipotesi.

[614] Il FATTESCHI, _Memorie_ ecc., p. 130, 131, afferma che la vera
Sabina «non Romana, ma Longobardica» incominciava al fiume Allia. Di
_Cures_, un tempo città capitale dei Sabini, è fatta ancor menzione da
GREGORIO, _Ep._ 20, lib. II (_in Curium sabinorum territorio_); già fin
d’allora era decaduta così, che egli ne riuniva il vescovato con quello
di _Nomentum_. Oggidì capoluogo della Sabina è Malliano (_Manlianum_);
la Sabina che è la ricchissima delle diocesi, comprende cinquanta terre
borgate che sono enumerate dall’UGHELLI, I, 156.

[615] BARRETTA, n. 110; ESCHINARDI, _dell’Agro Romano_, pagina 229;
UGHELLI, _Ital. Sac._ I, p. 154 segg. L’accurato FATTESCHI, _Memorie
dei Duchi di Spoleto_ descrisse la Sabina p. 127, 159. La _Sabina
sacra_ dello SPERANDIO in complesso mi offerse poco aiuto.

[616] EGINARDO vide scorrere le lacrime di Carlo: _sic flevit, ut
filium aut si fratrem amisisset carissimum_ (_Vita Karoli M._, c.
19). — Gli _Annal. Lauresham._ ad ann. 795 dicono: _Postquam a planctu
cessavit — epitaffium aureis literis in marmore conscriptum jussit in
Francia fieri, ut eum partibus Romae transmitteret ad sepulturam summi
pontificis Adriani ornandam_.

[617] _Annal. Laurissens._ ad ann. 796: _Leo mox, ut in locum
ejus successit, misit legatos cum muneribus ad regem, claves etiam
confessionis S. Petri, et vexillum Romanae urbis eidem direxit_.
Parimenti il REGINON. _Chron._ (ad ann. 796), che copiò da quegli
Annali; così gli _Annal._ EINHARDI ed il _Poeta Saxo_ che li tradusse
in verso. — _Annal. Bertiniani; Tiliani_ ad ann. 796.

[618] _Rogavit ut aliquem de suis optimatibus Romam mitteret, qui
populum Romanum ad suam fidem atque subjectionem per sacramenta
firmaret: Annal._ EINHARDI.

[619] _Ep. ad Leonem Papam apud_ ALCUIN. Ed. Froben II, pars. 2, App.
559: _illique omnia injunximus, quae vel nobis voluntaria, vel vobis
necessaria esse videbantur, ut ex collatione mutua conferatis, quidquid
ad exaltationem S. Dei Ecclesiae, vel ad stabilitatem honoris vestri,
vel Patriciatus nostri firmitatem necessarium intelligeretis... vestrum
est, s. Pater, elevatis ad Deum cum Moyse manibus nostram adjuvare
militiam_. — Mi tolsi licenza di significare l’idea della _Militia_
col concetto di «cavalleria» che venne in uso più tardi, ma che
tuttavolta vi si acconcia ottimamente. Si noti che è discorso soltanto
dell’_honor_ del Pontefice; ma _honor_ non ha qui un senso astratto,
sibbene, come nella lingua feudale del posteriore medio evo, denota un
diritto positivo.

[620] Per verità gli _Annal. Laurissens._ ad ann. 800, dicono: _qui
benedictionis causa claves sepulcri dominici ac loci calvariae,
claves etiam civitatis et montis cum vexillo detulerunt_ (oppure,
secondo il _Chronic. Moissiacense_ ad ann. 801: _et montis Sion cum
vexillo crucis_); ma l’EINHARDO, loro compilatore e continuatore,
nulla dice delle chiavi «anche della Città,» e parla soltanto di
quelle del sepolcro e del monte Calvario. — Nel secolo decimoquarto
MATTIA DI WESTMINSTER (_Flores Historiar. — de reb. Britann._ ad ann.
801) narrava che il Patriarca di Gerusalemme aveva mandato a Carlo
un vessillo d’argento e le chiavi dei luoghi santi (_claves locorum
sanctissimorum dominicae resurrectionis_). EGINARDO, _Vita Carol._ c.
16, dice di Harun soltanto, che egli _Carolo sacrum illum et salutarem
locum, ut illius potestati adscriberetur, concessit_.

[621] Io rifiuto l’opinione del LE COINTE (_Annal. Eccl. Francor._
ann. 796, n. 11), il quale crede che queste chiavi fossero gli amuleti
costumati in antico; convengo invece coll’ALEMANNI (_De Lateran.
parietinis_, c. 14, p. 95), il quale dice: _Sed quibus templi Vaticani
aptabantur fores, vel quibus Petri monumenti adyta et penetralia
servabantur_. Che questa fosse la mente di quel tempo ce ne ammoniscono
i versi di TEODOLFO DI ORLEANS (DOM. BOUQUET, V, 421): egli dice a re
Carlo:

    _Coeli habet hic (sc. Petrus) claves, proprias te jussit habere,_
      _Tu regis Ecclesiae, nam regit ille poli,_
    _Tu regis ejus opes, clerum, populumque gubernas._

E i versi dei _Poeta Saxo_ del nono secolo (vers. 4, 5, ann. 796),
dicono:

    _Confestim claves, quibus est confessio sancti_
    _Conservata Petri, vexillaque miserat urbis_
    _Romuleae._

L’ALEMANNI avrebbe potuto giustificare splendidamente la sua idea con
questi documenti. — I Vescovi franchi, già fin d’allora, senza più
consideravano Carlo come capo e reggitore di tutta la Chiesa, e di lui
il Papa era suddito.

[622] PAGI, _Critic._ ann. 796, n. IV e ann. 740, n. XI.

[623] Il PAGI appella la bandiera col nome di _vexillum s. Petri_
oppure _Ecclesiae_, e l’ALEMANNI non dice soltanto _vexillum urbis_, ma
anche _patriciatus_.

[624] DE MARCA, _De Concordia_ etc. I, c. XII, n. 4: _Patricii nomen
duo quaedam complectebantur, et jurisdictionem qua Reges in urbe ex
consensu Pontificis et populi Romani potiebantur, et protectionem seu
defensionem quam Romanae Ecclesiae polliciti erant:_ e lo segue il
PAGI, anno 740, n. VIII. — Il LE COINTE s’industria di sostenere la sua
opinione, che Roma fino al tempo di Leone III avesse ancora obbedito
all’Imperatore greco, e pertanto nel patriziato di Carlo nulla vede
fuor della _protectio_ (_Annal. Eccl. Francor._, anno 754, n. 57; anno
796, n. 15). — L’ALEMANNI vuol ravvisare nel _Patricius_ soltanto il
_Defensor_ e il _filius adoptivus_ (_De Lateran. parietin._, p. 64).

[625] Prima di adesso egli si sottoscriveva: _Carolus gratia Dei Rex
Francorum, vir inluster_. Vedi il MABILLON, _De re diplom._, c. II, 3,
p. 73, e i _Diplomata Caroli Magni_ in DOM. BOUQUET, V.

[626] EGINHARD. _Vita_, c. 23: _Romae semel, Adriano pontifice petente,
et iterum Leone successore ejus supplicante, longa tunica et clamide
amictus, calceis quoque Romano more formatis utebatur._ — Il MABILLON
(_Supplem. de re diplom._ c. IX, III, 39) dà la dipintura di Carlo da
patrizio, traendola da un codice antico di PAOLO PETAVIO.

[627] Quest’è anche opinione del DE MARCA ecc., III, c. XI, n. 8:
_Fides illa et subjectio populi Romani jure patriciatus debebatur
Carolo; quam novis sacramentis adhibitis confirmari Leo cupiebat_.

[628] Il concetto di «Stato della Chiesa» nel suo senso fondamentale
non si acconcia in verun modo alle condizioni di quella età. Il Papa
teneva in Roma i diritti di _Dux_ (_Ducatus_), parimente come altri
Vescovi conseguivano i diritti di _Comes_ (_Comitatus_).

[629] I musaici della tribuna di santa Susanna furono distrutti intorno
al 1600, ma se ne conserva una copia. Le figure di Leone e di Carlo
possono vedersi nell’ALEMANNI, _de Lateran. pariet._, p. 7, e nel
CIAMPINI, _Veter. Mon._, II, tab. XLII. Peraltro, laddove l’ALEMANNI
ombreggia il volto di Carlo soltanto di mustacchi, il CIAMPINI lo
dipinge con faccia tutta piena di barba, e gli pone in capo una benda
che termina in giglio. L’UGONIO vide il musaico; senza alcun fondamento
egli attribuisce all’anno 800 l’età della sua costruzione.

[630] Il disegno dei musaici di Ravenna è nel CIAMPINI, _Veter. Mon._
II, tab. XXII.

[631] ANAST. _in Leone III_, n. 367: _Triclinium majus super omnia
triclinia nomine suae magnitudinis decoratum_. Leone III costrusse
ancora nel Laterano un’altra sala da mangiare con undici tribune,
e l’ALEMANNI la appella _triclinium minus_. Questo custode della
Vaticana, editore della _Historia arcana_ di Procopio che egli
trasse alla luce, dedicò a quel primo triclinio la sua opera _De
Lateranensibus parietinis restitutis_ (Roma, 1625), edito nuovamente
a Roma nel 1756 con un’appendice. Egli fu invitato a comporla dal
cardinale Francesco Barberini, nipote di Urbano VIII, che fece
restaurare la tribuna di Leone. Il disegno del celebre musaico si vede
oggidì nella nicchia isolata della cappella _S. Sanctorum_, perocchè,
dopo la caduta della tribuna, Benedetto XIV intorno al 1743, ne facesse
ivi collocare una copia fedele, ricavata col sussidio di disegni
esistenti nella Vaticana.

[632] _Euntes docete omnes gentes baptizantes eos in nomine Patris, et
Filii et Spiritus sancti_ ecc., e _Gloria in excelsis Deo, et in terra
pax hominibus bonae voluntatis_. Nel mezzo della tribuna, il nome di
Leone si avvolge intorno al monogramma di Cristo.

[633] Oggidì non v’ha alcuna scritta che denoti la figura del Papa.
In questa dichiarazione io seguo l’ALEMANNI, e respingo l’opinione
del MURATORI (ad. ann. 798), il quale reputa la figura del Papa essere
quella di san Pietro, e quella di Costantino rappresentare Costantino
V. Ancor meno sostenibile è la sentenza dell’ASSEMANNI (_Excerpta de
sacr. Imag._, appendice all’ALEMANNI) che quivi fossero raffigurati
Adriano e Carlo. L’ALEMANNI dimostra che la prima figura era quella
di Silvestro, e il parallelismo lo manifesta chiaramente. Chi poi può
credere che in questa età il Papa allogasse in un musaico del palazzo
Lateranense il ritratto di un Imperatore bizantino? Il quadrato che
incornicia la testa di Costantino, si spiega dal contrasto colla
aureola di gloria, che cinge il capo a Silvestro, a meno che qui
ed altrove non si voglia accoglierlo coll’ALEMANNI per il simbolo
allegorico delle quattro virtù cardinali. Il PAGI spiega la lettera
_R_, che è sopra Costantino, per _Rex_; altri, poco acconciamente, per
_Roma_. Ben è la traduzione del _Basileus_ che significa autocrazia.

[634] Una moneta di Leone III, dal BARONIO falsamente attribuita
di già a Leone I, tiene da un lato la scritta: _D. N. Leoni Pape_,
e sul rovescio il busto di san Pietro, colla chiave che gli scende
sulla spalla. Ma su di essa si elevano dei dubbi, e non le è dato
accoglimento nella più recente opera di ANGELO CINAGLI intitolata: _Le
Monete dei Papi descritte_ ecc. Fermo 1848. Del tempo carolino non
v’hanno monete pontificie, fuor delle apocrife di Gregorio III e di
papa Zaccaria. Le prime monete dei Papi che sieno giunte fino a noi,
appartengono ad Adriano I, una delle quali porta ancor la leggenda:
VICTORIA DNN. CONOB. — Vedasi l’opera del CINAGLI, che è più completa
dei lavori del VIGNOLIO e del FIORAVANTI.

[635] Riunisco qui queste importanti sentenze: PAULI (DIACONI) _Gesta
Episcop. Metens._ (_Mon. Germ._ II, 265): _Romanos praeterea, ipsamque
urbem Romuleam, jam pridem ejus praesentiam desiderantem, quae
aliquando mundi totius domina fuerat, et tum a Langobardis depressa
gemebat, duris angustiis eximens, suis addidit sceptris_. — L’_Epitaph.
Hildegardis reginae_ di PAOLO (ibid.) dice:

    _Cumque vir armipotens sceptris juxisset avitis_
      _Cigniferumque Padum Romuleumque Tybrim._

Il _Chron. Moissiac._ (_Mon. Germ._, I, 305) dice: _Quia ipsam Romam
matrem imperii tenebat_, e, copiando da esso, la _Vita S. Willehadi_
(II, 381), _Annal. Lauresham._ ad ann. 801: _ut ipsum Carolum — regem
Francorum, imperatorem nominare debuissent, qui ipsam Romam tenebat_.

[636] L’ALEMANNI cerca di dimostrare che i musaici sieno di tempo
posteriore all’anno 800, e monumento così della restaurazione di Leone,
come della _Translatio imperii_. Peraltro, io convengo col PAGI (ann.
796, n. VI), il quale dice, Carlo essere appellato _Dominus_ nella sua
condizione di patrizio per cui esercitava in Roma la giurisdizione. —
Il DE MARCA ecc., _de Concor._, III, c. XI, si esprime parimenti che i
musaici fossero monumento del Patriziato, ma afferma erroneamente che
il _consortium dominii_ durasse fino all’800, e perciò accoglie perfino
l’idea di un _consortium imperii_. NAT. ALEXAND. (_Hist. Eccl._,
dissert. 24, tom. IV), segue servilmente quelle opinioni, ed anche
il GIANNONE, VI, c. 5, si fonda sul DE MARCA. Peraltro non è certo
necessario di prenderla così a rigore col concetto di _Dominus_; Paolo
I, già nell’anno 756, era appellato _Dominus_ dai Romani, e gli Atti
del Concilio del 799 hanno queste parole ad introduzione: _Praecipiente
gloriosissimo ac piissimo domino nostro Carolo_.

[637] Teodoro era _Dux et Consul_, e parecchie volte fu ambasciatore
di Adriano: _Cod. Carol._, nel CENNI p. 353, 356, 359: _Theodorum
eminentissimum nostrum nepotem_ (di tal guisa incomincia in Roma
il nepotismo); p. 385: _Theodorum eminentissimum Consulem et Ducem,
nostrumque nepotem_; p. 358: _Paschalem nostrum nepotem_.

[638] Certo è che furono massimamente i nepoti di Adriano ad eccitare
la ribellione. Lo dice anche THEOPHANES, _Chronogr._, p. 399: οἱ ἐν τῇ
Ῥώμῃ συγγενεῖς τοῦ μακαρίου πάπα Ἀδριανοῦ συγκινήσαντες τὸν λαόν ecc.
Campulo nell’anno 754 era notaio della Chiesa; il CENNI reputa che egli
fosse fratello di Pasquale (_Cod. Carol._, Ep. 78, alias 72, e Nota 5,
ivi, pag. 427).

[639] _Vita Leonis_, n. 368: _Scindendo expoliantes eum, crudeliter
oculos ei evellere, et ipsum, penitus coecare conati sunt. Nam
lingua ejus praecisa est. — Annal. Lauresham._, ann. 799: _Romani —
absciderunt linguam ejus, et voluerunt eruere oculos ejus. — Annal._
EINHARDI: _Erutis oculis, ut aliquibus visum est, lingua quoque
amputata_ etc. — Il poeta ANGILBERTO dice con barocca eleganza:

    _Carnifices geminas traxerunt fronte fenestras,_
    _Et celerem abscindunt lacerato corpore linguam._

(_Monum. Germ._, II, 400).

[640] ALCUINO (_Ep._ XIII _ad Regem_) si contenta di dire: _Deus
compescuit manus impias — volentes — lumen ejus estinguere_; e il poeta
TEODOLFO (in DOMENICO BOUQUET V, 421) esclama:

    _Reddita sunt? mirum est. Mirum est auferre nequisse._
      _Est tamen in dubio: hinc mirer, an inde magis._

GIOVANNI DIACONO, _Chron. Episcop. S. Neap. Eccl._ del secolo nono
(MURATORI, I, 2, 312), dice: _cum vellent oculos eruere — unus
ei oculus paululum est laesus_. Il Papa affermò la credenza di un
miracolo; egli consecrò in san Pietro un arazzo _habentem historiam
caeci illuminati, et resurrectionem_ (_Vita Leon._, n. 379). Ancora
in tardi tempi si rammemorava questo prodigio, e MATTIA DI WESTMINSTER
narra perfino che la Madonna restituisse a papa Leone la mano che egli
si era fatto troncare, poichè la aveva baciata una femmina, colla quale
un tempo egli aveva avuto commercio.

[641] ANAST., n. 370, nomina Mauro Nepesino come uno dei capi oltre
a Pasquale e a Campulo. Gli _Annales_ EINHARDI ad ann. 801, dicono:
_Hujus factionis fuere principes Paschalis nomenculator, et Campulus
saccellarius, et multi alii Romanae Urbis habitatores nobiles_.
Parimenti gli _Annal. Bertinian._

[642] I messaggeri videro Roma da monte Mario:

    _Culmina jam cernunt Urbis procul ardua, Romae_
    _Optatique vident legati a monte theatrum._

Il frammento del poema di ANGILBERTO è nel CANISIO, II, 474, nel
DUCHESNE, II, p. 188, in DOM. BOUQUET, V, p. 388, e nel PERTZ, II,
p. 393. È una delle migliori poesie del tempo dei Carolingi; la vena
poetica di ANGILBERTO è vivace più di quella di ALCUINO.

[643] _Exoritur clamor, vox ardua pulsat Olympum._

[644]

    _Aurea namque tument per mensas vasa falerno._
      _Rex Carolus simul et summus Leo praesul in orbe_
      _Vescitur, atque bibunt pateris spumantia vina._
      _Post laetas epulas et dulcia pocula Bacchi_
      _Multa pius magno Carolus dat dona Leoni._

La miscela di idee pagane coi concetti cristiani si ripetè quasi
in tutte le epoche. ALCUINO scrive (_Ep._ IX): _Mitis ab aetherio
clementer Christus olympo_; nei poemi di ANGILBERTO e di TEODOLFO,
Iddio è spesso chiamato _Tonans_, come all’età di ARATORE. I Poeti di
Carlo si appellavano _Mopsus, Damoetas, Candidus, Flaccus, Corydon,
Homerus_, come se eglino avessero appartenuto all’Arcadia di Roma.
Carlo stesso prendeva nome di David. Non v’ha maggior contrasto di
quello che corre tra il Carlo dei libri cavallereschi e il Carlo della
storia, dal quale procedette questa prima età di rinascimento.

[645] _Falsa adversus sanctissimum Pontificem imponere crimina, et post
eum ad praedictum mittere Regem: Vita Leon._ III, n. 372.

[646] ALCUIN. _Op., Ep._ XI, _ad domnum Regem: Componatur pax cum
populo nefando, si fieri potest. Reliquantur aliquantulum minae, ne
obdurati fugiant: sed in spe retineantur, donec salubri consilio ad
pacem revocentur. Tenendum est quod habetur, ne propter adquisitionem
minoris, quod majus est amittatur. Servetur ovile proprium, ne lupus
rapax devastet illud. Ita in alienis sudetur, ut in propriis damnum non
patiatur_. — Per _propria_ significansi certamente i diritti di Carlo
su Roma, gli _aliena_ sono le cose di Sassonia, e cioè il territorio
straniero del popolo sassone non peranco soggiogato. Lo ha dimostrato
il DÖLLINGER nello scritto: _L’Impero di Carlo Magno e dei suoi
successori_ (_Annali storici di Monaco del_ 1865).

[647] Il luogo ove avvenne l’accoglimento del Papa, fu subito innanzi
a ponte Molle. ANAST., n. 372: _Tam Proceres clericorum cum omnibus
clericis, quamque Optimates et Senatus, cunctaque Militia, et universus
Populus Romanus — connexi ad pontem Milvium — susceperunt_.

[648] Nella inquisizione, condotta contro Potho abate di san Vincenzo
sul Vulturno, che era reo di maestà, sedevano nel tribunale, fra altri,
Possessore legato franco e arcivescovo, quattro Abati, Ildebrando duce
di Spoleto, Teodoro duce nipote di Adriano, e gli officiali pontificî
di palazzo, che erano il Bibliotecario, il Saccellario, e Campulo
notaio, quel desso che ora era citato a giudizio: _Cod. Carol., Ep._
LXXII, nel CENNI LXXVIII.

[649] _Me fumo sordentia Turonorum tecta auratis Romanorum arcibus
praeponere_ etc. ALCUIN. _Ep._ XIII.

[650] Questi versi degni di nota, che pronosticavano l’Imperatore, sono
nel Poema CCLXXI, _Oper._ ALCUIN., ed. Parigi, 1617:

    _Roma caput mundi, primi quoque culmen honoris,_
      _In qua gazarum munera sancta latent._
    _Quae modo dirupto plangent sua viscera foetu,_
      _Per te sanet saucia membra cito..._
    _Talia compescat tua, rex, veneranda potestas,_
      _Rectorem regni te Deus instituit..._
    _Ipsa caput mundi spectat te Roma patronum_
      _Cum patre et populo pacis amore pio..._
    _Rector et Ecclesiae per te rex rite regatur,_
      _Et te magnipotens dextra regat Domini._
    _Ut felix vivas lato regnator in orbe,_
      _Proficiens facias cuncta Deo placita._

[651] _Annal. Lauriss._ ad ann. 800: _Occurrit ei pridie Leo papa et
Romani cum eo apud Nomentum, duodecimo ab urbe lapide. Nomentum_ però
era situato a quattordici miglia e mezzo fuor della porta. Questa
antichissima terra latina portava dunque tuttavia il nome antico che
si legge in VIRGILIO (_Eneide_ VI, 773). Più tardi, nel medio evo,
ebbe nome di _Castrum Nomentanae_, da cui derivò l’odierna Lamentana
ossia Mentana. La piccola terra fu resa illustre dalla famiglia dei
Crescenzi, che combatterono in Roma, campioni della libertà, contro il
Papato e l’Impero. Dopo lunga età in cui difettò di storia, _Nomentum_
ridivenne chiara negli annali dei giorni nostri, per la pugna
sanguinosa che Garibaldi ivi diede, addì 3 del Novembre 1867, contro i
Pontificî e i Francesi collegati, continuatore dell’antichissima lotta
che fu combattuta contro quel potere temporale dei Papi, che ebbe Carlo
magno a fondatore. Sto scrivendo questa pagina, in Roma, tre giorni
dopo la battaglia di Mentana. Sono pur meravigliosi i raffronti di
epoche lontane della storia, come sono queste del 23 di Novembre 800 e
del 3 di Novembre 1867[652]!

[652] L’illustre Autore attendeva nel 1867 alla revisione di questo
Volume, e ne preparava la seconda edizione, che fu publicata nell’anno
1869 (N. del T.).

[653] _Vita Leonis_ in ANASTAS., n. 374.

[654] _Qui universi dixerunt: nos sedem Apostolicam, quae est caput
omnium Dei Ecclesiarum, judicare non audemus. Nam ab ipsa nos omnes,
et vicario suo judicamur, ipsa autem a nemine judicatur, quemadmodum et
antiquitus mos fuit. Sed sicut ipse summus pontifex censuerit, canonice
obediemus. Venerabilis vero praesul inquit: praedecessorum meorum
pontificum vestigia sequor_ etc. ANASTAS., n. 374.

[655] Gli _Annal. Lauresham._, ad ann. 800 (oppure i _Lambeciani_
nel MURATORI, II, 2) dicono: _Et venerunt in praesentia qui ipsum
apostolicum condemnare voluerunt, et cum cognovisset rex, quia non
propter justitiam, sed per invidiam eum condemnare volebant_ etc. Il
Biografo di Leone tace con avvertita intenzione; gli _Annal. Lauriss._
e quelli dell’EINHARDO dicono: _Postquam nullus probator criminum esse
voluit_ (meglio si legga: _potuit_) — _se criminibus purgavit_.

[656] Questa formula universale, tratta dall’_Ordo Romanus_, è nel
RASPONIUS, _De Basilica et Patriarch. Lateran._, lib. IV, appendice
all’ALEMANNI, p. 120; nel SIGONIO; nel BARONIO; nel LABBÉ ecc. Il fatto
poi è narrato in ANAST., n. 375, negli _Annal. Lauriss._ e in quelli
di EINHARDO, ad ann. 800. Gli _Annal. Lauriss. minor._ pongono la
purificazione di Leone al giorno terzo innanzi il dì di Natale.

[657] ANAST. n. 374. ha soltanto: _Tunc illos comprehendentes praedicti
missi magni Regis, emiserunt in Franciam_. Gli _Annal. Lauriss._,
e quelli di EINHARDO, pongono il giudizio in tempo posteriore
all’incoronazione di Carlo, e dicono: _Ut majestatis rei, capitis
damnati sunt — exilio deportati sunt_. La sentenza fu pronunciata sullo
spirare dell’anno 799. I condannati si appellarono, furono sostenuti
in custodia, e, dopo che il Papa prestò il giuramento di purgazione,
furono mandati in bando. La breve scrittura: _De imperatoria Potestate
in urbe Roma_ (nel PERTZ, V, 719) narra per verità altre cose di Carlo:
_uno die in campo Lateranensi fecit trecentos decollari_; ma tutti i
Cronisti tacciono di questa fola.

[658] _Quia jam tunc cessabat a parte Graecorum nomen imperatoris, et
femineum imperium apud se habebant, tunc visum est et ipso apostolico
Leoni...: Annal. Lauresham._ ad ann. 801.

[659] Lo dice espressamente GIOVANNI DIACONO, _Vita s. Athanasii_
(MURAT., I, n. 2, p. 312): _Hic autem fugiens ad Carolum Regem,
spopondit ei, si de suis illum defenderet inimicis, Augustali eum
diademate coronaret_.

[660] Oltre alla lettera accennata, si aggiunga anche la _Ep._ 103, p.
153, colla quale ALCUINO trasmetteva a Carlo un codice della Bibbia
in presente natalizio, accompagnandolo colle parole: _ad splendorem
Imperialis potentiae_. Vedasi FR. LORENTZ, _Vita di Alcuino_, p. 235
sgg. Gli altri argomenti addotti dal LORENTZ non sono assai validi; io
attribuisco maggiore importanza alla presenza del figliuolo di Carlo,
di quello che al dono natalizio. Secondo due diplomi degli anni 780 e
781, sarebbesi diggià attribuito a Carlo il titolo di _Imperator_ prima
ch’ei fosse tale; ma della genuinità di quelli, dubita il MURATORI.
Vedasi la _Diplomatica Pontif._ di MARINO MARINI, p. 50.

[661] Lo dice espressamente l’imperatore Lodovico, nell’anno 871, nella
sua lettera indiritta all’Imperatore greco Basilio: _Nisi Romanorum
Imperator essemus, utique nec Francorum. A Romanis enim hoc nomen et
dignitatem assumsimus:_ ANON. SALERNIT. c. 102. Sempre affermarono i
Romani che Carlo magno ricevette la corona dal Senato e dal popolo. Nel
secolo undecimo il CRONISTA DI FARFA scriveva: _Carolum coronavit — et
una cum omni senatu Romano imperium illi per omnia confirmavit_ (MUR.
II, 2, p. 641). Nell’anno 1328, il Parlamento dei Romani proclamava:
_suas esse partes Imperium conferre, Pontificis autem consecrare,
iisdem auspiciis: Carolum enim magnum tunc demum coronatum esse,
postquam Populus Romanus eum imperare jussisset_ (Nicol. Burgundus, ad
a. 1328).

[662] La _Vita Villehadi_ (_Mon. Germ._ II, 381) dice: _Per electionem
Romani populi_; ed _electio_ non è _acclamatio_. Vedasi il _Chron.
Moissiacense_ (ibid. I, 305). La frase: _Omnes majores natu Romanor._,
sembra qui significare tutti gli abitatori della Città, abili a dar il
voto. Il _Lib. Pontif._ dice con brevità: _Ab omnib. constitutus est
imperator Romanorum_.

[663] Vedi EGINARDO, c. 28, e l’_invitus Papa cogente_ del _Poeta Saxo_.

[664] Vedasi l’opinione del Waitz, _Storia della costituzione
germanica_, III, 175, e quella del DÖLLINGER nell’accennata
Dissertazione _sull’Impero di Carlo Magno_.

[665] _Carolo piissimo Augusto, a Deo coronato, magno, pacifico
Imperatori, Vita et Victoria._ ANASTAS. ed i Cronisti ANN. LAURESHAM.
E MOISSIAC. — La prima incoronazione di un monarca, che siasi compiuta
per mano di un Vescovo, fu quella dell’imperatore Leone il Trace, che
avvenne per opera del Patriarca di Bisanzio, nell’anno 457.

[666] THEOPHANES (_Chronogr._ 399) dice con maligna esagerazione che
Carlo fu unto dal capo alle piante: χρίσας ἐλαίῳ ἀπὸ κεφαλῆς ἕως ποιῶν
καὶ περιβαλών βασιλικὴν ἐσθῆτα καὶ στέφον. La _Chronica Synopsis_ di
COSTANTINO MANASSE (DOM. BOUQUET V, 397) segue quella narrazione in
alcuni versi, nei quali il Greco scismatico sembra deridere lo spreco
dell’olio, perocchè i Bizantini ungessero i loro Imperatori soltanto
nel capo:

    Ἐκ κεφαλῆς μέχρι ποδῶν ἐλαίῳ τούτον χρίει;
    Οὐκ οἶδα τίσι λογίσμοις ἤ ποίαις ἐπινοίαις.

[667] _A Pontifice more antiquorum Principum adoratus est: Chron.
Moissiac._

[668] La questione della traslazione dell’Impero è assai dibattuta.
Il BARONIO e il BELLARMINO (_De translatione imperii Romani adversus
Illyricum_) ne hanno affermato l’avvenimento a beneficio dell’autorità
pontificia, laddove, contrariamente alle massime dei Canonisti, sorsero
oppositori il CONRIGIUS (_De imperio Romano-Germanico_), lo SPONHEIM
(De ficta translatione imperii), il GOLDAST (_De translatione Imperii
Romani a Graecis ad Francos_), ed altri. Ancor di recente il DÖLLINGER,
nella sua Dissertazione _sull’Impero di Carlo Magno_, dimostrò ad
eccellenza la falsità del concetto della traslazione. Sopra di queste
teorie vedasi anche James Bryce, _the Holy Roman Empire_, p. 120 segg.
— Il PÜTTER, _Specimen juris pudici et gentium Medii aevi_, Goetting.,
1784, p. 34, molto esattamente afferma che il rapporto di Carlo
coll’Impero derivò da unione personale. Dall’errore, dic’egli, onde
si affermò che il romano Impero fosse trasferito ai Franchi ed alla
Germania, discese l’altro errore della monarchia mondiale dell’Impero:
_De dominio mundi_, p. 164.

[669]

    Οὔτω μητρὸς καὶ θυγατρὸς μέσον ἐπέπτη σπάθη,
    Διχάζουσα καί τέμνουσα μετὰ θυμοῦ ῥομφαία
    Νεάνιν τὴν εὐπρόσωπον τῆν νεωτέραν Ῥώμην,
    Ἐκ τῆς ῤυότης καὶ παλαῖας καὶ τριπεμπέλου Ῥώμης.
                       CONSTANT. MANASSE.

[670] Il rinnovellamento dell’Impero è rappresentato in una bolla
di piombo, sulla quale da una parte è il ritratto di Carlo colla
scritta: _Dominus Noster Karlus Pius Felix Perpetuus Augustus_; sul
rovescio è figurata una porta di città, fra due torri, con sopra una
croce inalberata; sotto è scritto: _Roma_, ed intorno alla cornice:
_Renovatio Romani Imp._ Trovasi nel VIGNOLI, ANAST. _Vita Leonis III_,
p. 254.





Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a
pag. 593 sono state riportate nel testo.

La notazione [=xx] indica che le lettere specificate sono sormontate da
una barra.