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Project Gutenberg

Giovanni Tolu, vol. 1/2 : $b Storia d'un bandito sardo narrata da lui medesimo

Costa, Enrico

2025itGutenberg #76574Original source
[Illustrazione: GIOVANNI TOLU]


                              ENRICO COSTA


                             GIOVANNI TOLU

                       STORIA D’UN BANDITO SARDO
                        NARRATA DA LUI MEDESIMO

                       PRECEDUTA DA CENNI STORICI
                        SUI BANDITI DEL LOGUDORO

                        Con Vignette di Dalsani


                              Volume Primo



                                SASSARI
                     PREMIATO STABIL. TIP. G. DESSÌ
                                 1897.




AI LETTORI

STORIA DELLA STORIA


Verso gli ultimi di novembre dello scorso anno, rientrando nel mio
studio, vi trovai un vecchio, che da mezz’ora mi aspettava.

Chiestogli il motivo della sua venuta, mi rispose con una domanda:

— È egli vero che lei ha scritto la storia di Giovanni Tolu, il
bandito? Avrei piacere di leggerla.

— Non ho mai scritto storie di banditi viventi — risposi.

Il vecchio, senza punto scomporsi, ripigliò con sussiego:

— Se lei non l’ha scritta, è certo che ben presto la scriverà!

— E perchè dovrò scriverla?

— Perchè glie la dirò io, che sono Giovanni Tolu in persona.

La strana presentazione mi sorprese non poco; tuttavia risposi:

— Non so davvero perchè lei voglia narrarmi la sua storia, nè perchè io
debba scriverla.

— Le dirò sinceramente, che ormai sono stanco e infastidito delle
fandonie che si vanno spacciando sul mio conto. Lungo la mia vita di
bandito e d’uomo libero — per oltre quarant’anni — si dissero e si
stamparono sui miei casi inesattezze tali, che mi preme rettificare.
Non voglio colpe, nè virtù che non mi spettano. Fui intervistato da un
numero infinito di curiosi, italiani e stranieri, ma non volli finora
aprire l’animo mio ad alcuno. Oggi solamente mi sono deciso a fare
una confessione generale, schietta, veridica, senz’ombra di vanità,
nè di secondi fini. Esporrò lealmente i casi della mia vita, persuaso
che il racconto delle mie avventure desterà nel pubblico una curiosità
non infeconda di ammaestramenti; di ammaestramenti per tutti: per le
famiglie, per i giudici, per i disgraziati miei pari, ed anche per
il Governo se vorrà trarne profitto. A settantaquattro anni non si
hanno più speranze, nè timori; ed è perciò che io voglio presentarmi
al pubblico tutto intiero, quale realmente fui, spogliando la mia vita
da tutti gli episodi fantastici e bugiardi, di cui volle infiorarla il
volgo... ed anche i signori. Ecco perchè voglio narrare la mia storia —
ed ecco perchè lei dovrà scriverla!

La lunga tirata del bandito — che ho riportato parola per parola — mi
colpì vivamente; tuttavia il mio proposito fu quello di sottrarmi ad un
fastidio penoso, che non mi tentava per alcun verso.

Risposi francamente al vecchio bandito: che il narrare simile
storia non era facile com’egli credeva; che bisognava studiare il
modo conveniente di presentarla al pubblico; e che infine, prima di
accingermi a scriverla, era necessario intendersela con un editore.

— Intendiamocela pure! — esclamò il Tolu col tono di un uomo
incrollabile ne’ suoi propositi.

All’amico Giuseppe Dessì — l’editore da me consultato alla presenza del
bandito — non spiacque l’idea; e mi pregò di accingermi all’opera.

Stabilite le condizioni, Giovanni Tolu si fermò in Sassari fino a tutto
gennaio. Ebbe la pazienza di recarsi ogni sera nel mio studio, e mi
dettò la sua lunga storia, che io trascrissi fedelmente.

Seduto dinanzi al camino, caricando o scaricando la sua pipa, il
vecchio bandito (ora in buon sardo, ed ora in cattivo italiano) prese
a narrarmi i casi della sua vita, risalendo ai nonni; e filò sempre
diritto per venticinque giorni, con un ordine ed una chiarezza, ch’io
non mi aspettava. Circostanze minuziose, dialoghi, nomi di persone e di
località, episodi d’ogni genere, tutto egli mi espose scrupolosamente,
senza mai confondersi, nè contraddirsi.

— Io voglio narrarle il _bello_ ed il _brutto_ — mi diceva ogni tanto —
A lei buttar via ciò che crede inutile o insignificante.

Lo confesso: la semplicità, la schiettezza, l’ordine della narrazione,
nonchè la varietà degli episodi, mi fecero lieto di aver aderito
al desiderio dell’editore e del mio protagonista. Nessuna storia di
bandito fu narrata finora con tinte più vere e con particolari più
intimi; poichè non capita due volte il caso di un bandito famigerato,
che, assolto dalle Assise di Frosinone (e meno male che non lo fu in
Sardegna!) si decide a confessare coraggiosamente le sue colpe, senza
tema che possa immischiarsene l’autorità giudiziaria.

La storia del Tolu abbraccia, fra gli altri, il tristo periodo che
corse tra il 1850 e il 1860 — periodo ancor vivo nella memoria del
popolo, poichè in esso appaiono le figure di Spano, di Derudas,
di Cambilargiu, d’Ibba — tutti banditi famosi, che il Tolu ebbe a
compagni, e di cui ci narra non poche gesta.

Mio primo proposito fu quello di servirmi dei copiosi materiali
fornitimi dal Tolu per tessere una storia vera, ma tutta mia
nell’ordine e distribuzione delle scene. Non tardai, in seguito, a
rinunziare al mio disegno.

Io dissi a me stesso: — Perchè dovrò io torturarmi la mente,
creando situazioni che possono cadere nel convenzionalismo? Perchè
accingermi allo studio di artifizi letterarii, quando non pochi sono
i testimoni viventi dei fatti che andrò esponendo? Perchè assumere
la responsabilità di giudizi, che potrebbero glorificare od avvilire
la figura d’un uomo disgraziato, ma colpevole sempre? Perchè, infine,
dovrò io narrare la storia di Giovanni Tolu, quando con più efficacia
può narrarla lui stesso?

Non trovando ragioni da opporre a tutte queste domande, rinunziai
a scrivere un lavoro d’arte, e decisi di riportare fedelmente la
confessione del Tolu, seguendo l’ordine da lui tenuto, e servendomi
quasi sempre de’ suoi modi di dire. La storia del vecchio bandito
(sebbene più prolissa e forse più noiosa) potrà così conservare tutta
la natia semplicità, tutto il colore locale, e quella vergine impronta
che darà maggior risalto al carattere del tempo, degli attori e
dell’ambiente. Mi limiterò solamente ad apporre qua e là qualche breve
nota appiè di pagina, quando la crederò necessaria.

Ho voluto visitare, in compagnia del Tolu, alcune località che furono
teatro delle scene più salienti; ed ho quindi eseguito alcuni schizzi,
sui quali il valente Dalsani di Torino studiò le macchiette riportate
in questo libro. Dobbiamo al Turati di Milano la riproduzione in
fototipia del ritratto recentissimo del vecchio bandito, fatto eseguire
dall’editore.

Nel mio libro non si narrerà la storia di un semi-eroe, quale il poeta
suol narrarla — nè la storia di un volgare assassino, come crudamente
la registrano gli atti del tribunale. Si narrerà la storia di un uomo
co’ suoi vizi, le sue virtù, le sue passioni. Certo è, che il lettore
vi troverà molte cose ignorate, le quali potranno offrire argomento di
profondo studio al psicologo ed allo storico.

Chi è Giovanni Tolu? — Un figlio di umili agricoltori florinesi, pieno
d’intelligenza e di buon senso, ma educato nei modi che i tempi e
l’ambiente consentivano; datosi giovanissimo alla campagna, dopo aver
tentato di vendicarsi di un prepotente, da cui si credette maltrattato
e deriso; punto nell’amor proprio di marito; deluso negli affetti di
famiglia; errante per trent’anni di balza in balza, senz’amici, senza
un consiglio pietoso, senza una parola di conforto; vivente nella
solitudine come un selvaggio, oppure in compagnia di malandrini, dai
quali non poteva attingere che eccitamenti a delinquere; odiato dai
nemici, circondato da spie, perseguitato dai carabinieri; carezzato da
deboli e da prepotenti per bisogno o per paura; glorificato insanamente
dal volgo; fatto segno talora ad una curiosità entusiastica, fatalmente
corruttrice; un misto, insomma, di bontà e di tristizia, di generosità
e di ferocia, di fede e di superstizione, di saggezza maravigliosa e
d’intolleranza superba, senza neppure la coscienza del male che taceva
agli altri ed a sè stesso.

Tutto questo il lettore dovrà considerare prima di leggere la storia
di Giovanni Tolu; e quando l’avrà letta, studiando a mente serena
l’uomo più che il bandito, saprà trarne altri ammaestramenti, i quali
gli riveleranno quante leggere siano le cause che trascinano alla
perdizione un’anima nata buona, e quanto facili siano i mezzi che
potrebbero strapparnela.

Prima di dare la parola a Giovanni Tolu[1], infliggerò al lettore
alcune pagine di storia sui banditi sardi in genere, e su quelli del
Logudoro in ispecie.

Ho detto _infliggere_, ma devo dichiarare che la mia chiacchierata
potrebbe omettersi, con vantaggio di chi legge... ed anche di chi
scrive.

  _Sassari, maggio 1896._

                                                        ENRICO COSTA.




SUI BANDITI DEL LOGUDORO

PAGINE STORICHE

   [Illustrazione: Testata allegorica _al banditismo_]


La storia del _banditismo_ è vecchia quanto il mondo. Essa risale a
Caino, e forse ai nostri primi padri.

Caino, dopo il fratricidio, esclamò: — Io, dunque, sarò vagabondo e
fuggiasco sulla terra, e chiunque mi troverà mi darà la morte!

Adamo ed Eva, appena commesso il primo fallo, si affrettarono a
coprirsi ed a nascondersi; e da quel giorno tutti i bambini, appena
rompono qualche piatto in cucina, sentono il bisogno di scappare e
d’intanarsi, sperando che i sospetti ricadano sulla serva di casa.

L’uomo non è altro che un bambino ingrandito.

La sete di sangue, che tormenta l’uomo, lo eccita alla pugna: — istinto
feroce, che i selvaggi manifestano apertamente, ma che i popoli civili
hanno bisogno di mascherare col sentimento convenzionale d’una _partita
d’onore_, e magari d’una _guerra santa_, in cui la forza e l’astuzia
soverchiano quasi sempre la ragione, col tristo risultato di un offeso,
che il più delle volte soccombe — e di un offensore, che riporta quasi
sempre la palma della vittoria.

Fu in ogni tempo sentito il bisogno di sottrarsi al fastidio delle
leggi per battere la campagna, dando prove di abilità e di valore, col
togliere al prossimo la vita, e la borsa insieme.

Come i Crociati corsero entusiasti in Palestina per coprirsi di gloria
e di blasoni; come i nostri mercanti logudoresi, per ottenere dai re di
Spagna onori e feudi, uscivano armati dal paese ad espugnare i vecchi
castelli, o per dar la caccia ai saraceni sulle spiaggie di Gallura,
così non mancarono i baldi giovani, che si univano in masnade per
cimentarsi in battaglie temerarie e sanguinose, solleticati unicamente
dalla gloria vanitosa di diventar celebri.

Furono ugualmente in gran voga le delizie della pirateria. Inseguire e
depredare un legno, per impadronirsi del bottino, fu creduto, in tempi
non barbari, un diritto delle genti: — prova questa, che l’uomo ha gli
istinti del tigre e della gazza, ed è nato ladro e feroce.

Quando nel 1651 il Vicerè cardinal Trivulzio — uomo sordido e avaro
— dopo averne fatto delle grosse in Sardegna, salpò dal porto di
Alghero per restituirsi in Spagna, s’imbattè in alto mare in una nave
straniera. Ordinò al capitano d’inseguirla; la raggiunse, la catturò, e
s’impadronì senza rimorsi della fatta preda. Ed era un cardinale!

La rapina di mare, più tardi, cedette l’impero a quella di terra; e qui
mi dispenso dal segnalare tutte le bravate dei masnadieri d’Europa,
i quali svaligiavano eroicamente vetture, trucidavano passeggieri, e
rapivano le belle per farne dono ai propri capitani innamorati

Leggesi nelle storie, che le masnade avventuriere destarono nei primi
tempi un entusiasmo sì morboso, che molti giovani di distinta famiglia
abbandonarono la casa paterna, allettati dalle gloriose gesta degli
eroi del furto e dell’assassinio. L’ignoto li attraeva, perocchè
il pericolo ha le sue seduzioni. L’uomo si accora quando è solo; ma
nella vita collettiva irride alle avversità della sorte, attingendo
in esse la forza e l’audacia. Gli artisti ed i poeti disgraziati, per
poter sghignazzare sulle ingiustizie del mondo, non fondarono forse la
_Bohème?_

Corsari e masnadieri, banditi e briganti ebbero il loro culto e il
loro momento di celebrità, molto più che i menestrelli e i cavalieri
erranti. In essi fu ammessa — insieme alla forza _semi-irresistibile_
— una certa qual baldanza cavalleresca. Quei valorosi infiammarono
siffattamente la fantasia, e destarono sì intensa l’ammirazione, che i
poeti e i musicisti si credettero in dovere di farne argomento dei loro
canti, aggiungendo fuoco a fuoco.

_Corrado_, il corsaro di Byron; _Carlo Moor_, il masnadiero di
Schiller; _Ernani_, il bandito di Victor Hugo; _Fra Diavolo_ e _Luigi
Vampa_, i briganti di Auber e di Dumas, per tacere di molti altri,
strapparono pietose lagrime a migliaia di fanciulle, e invogliarono non
pochi giovani a seguire i bellicosi ardimenti. L’uomo, trascinato dal
magisterio dell’arte, prova assai spesso di queste singolari e nobili
aspirazioni!

Le spoglie del vinto furono in ogni tempo considerate patrimonio legale
del vincitore — e da ciò il furto e l’assassinio, in nome sempre del
diritto.

Quanto poi al sentimento del farsi giustizia da sè, fu anch’esso
ritenuto come un diritto naturale. A che pro, infatti, ricorrere ai
tribunali? Vi ricorre forse la Nazione incivilita, quando credesi
offesa nell’onore e nel suo diritto da un’emula rivale? La guerra è
allora dichiarata _santa_, ed ogni religione benedice le proprie armi —
forse per attutire il rimorso di qualche coscienza scrupolosa.

Ammesso il principio fondamentale, è chiaro come il soldato abbia il
dovere di uccidere il fratello _nemico_, non solo colla coscienza di
non essere un _omicida_, ma col diritto al plauso ed alla gloria dei
benemeriti vincitori. L’amor di patria giustifica ogni efferatezza; e
se una differenza vi ha da essere fra la vendetta dell’uomo individuo
e quella dell’uomo collettivo, non potrebbe essere che questa: — sul
campo di battaglia noi uccidiamo a sangue freddo un uomo che non
ci ha offeso, mentre nella vita privata, acciecati dall’ira o dal
risentimento, uccidiamo sempre, a torto od a ragione, un uomo che ci ha
leso nell’onore o negli averi. La società, però, la pensa altrimenti;
e mentre al primo concede la medaglia al valore, prepara la forca al
secondo. — Non vi sembra, per lo meno, che tutti e due dovrebbero aver
torto, o ragione?

Ma il mondo è così fatto, e neanco il Creatore si darebbe oggi la
briga di rifarlo. — Chi non lo sa? Il vecchio Dio incoraggiava le
battaglie, mentre Gesù Cristo non fece che bandire la crociata della
pace, predicando il perdono ai nemici. Pare dunque che il babbo avesse
più esperienza e più buon senso del figlio, poichè i popoli tennero per
lui, e trascurarono il _nuovo testamento_ per attenersi alle clausole
del _vecchio_.

La Nazione istituisce i tribunali per il bene dei popoli, ma viceversa
essa non se ne serve, poichè preferisce la forza alla ragione e
non si fida della Giustizia. Gli antichi signorotti si circondavano
di _bravi_, e li mantenevano per farsi rispettare: sempre per quel
principio intangibile, che il torto è del debole, e la ragione del più
forte.

Chi non lo vede? la guerra è un bisogno; anzi, dobbiamo ammetterla
come un istinto, se la scienza e la civiltà non sono ancora riuscite ad
abolirla.

D’altra parte (ragionando sul serio) noi dobbiamo lealmente
riconoscere, che tutti i malanni, le passioni, i pregiudizi ci
vennero unicamente concessi per poter sbarcare il lunario della vita.
Se gli uomini mai non peccassero, se fossero tutti concordi, tutti
galantuomini, tutti santi, come camperebbero i preti, i giudici,
gli avvocati? — Se vi fosse una verità assoluta, indiscutibile, dove
andrebbero a finire le diverse opinioni che dànno vita e colore a un
mondo di uomini politici e di giornalisti? — Se, infine, si vivesse
sempre in pace coi propri fratelli, contento ciascuno del proprio
lembo di terra, a che servirebbero gli eserciti permanenti, e in che
s’impiegherebbero migliaia di giovani?

Dobbiamo dunque ammettere, che le imperfezioni del corpo, dello spirito
e dell’umano intelletto non servono che a dare il pane quotidiano
alla metà dei viventi: la quale campa alle spalle dell’altra metà,
creando le disuguaglianze, le lotte e le diverse opinioni, perno
dell’equilibrio sociale. Possiamo conchiudere: che un mondo di gente
savia finirebbe col morir di fame e di noia!

Queste saranno forse stramberie; ma come faremo a pensarla altrimenti,
quando nei casi pratici della vita noi vediamo il moralista filosofo,
che fa proprio il contrario di ciò che va predicando? — quando per ogni
dove non c’imbattiamo che in tartufi politici, in tartufi religiosi,
in tartufi domestici, in tartufi scienziati, industriali, mercanti?
È cosa ormai assodata, che la più grande soddisfazione di colui che
predica e scrive contro la vanità e le frivolezze umane, è unicamente
riposta nella frivolezza e nella vanità di credere, che il mondo gli
dica _bravo!_ — Noi non diventiamo ricchi, dotti, saggi ed onesti,
che a spese dell’altrui miseria, dell’altrui ignoranza, dell’altrui
credulità, dell’altrui dabbenaggine.

Fermiamoci ora, per poco, sull’indomabile sentimento che ci trascina,
nostro malgrado, ad ammirare quanto d’orrido e di truce esce fuori
dalla cerchia dei fatti comuni e delle abitudini quotidiane.

Perchè negarlo? La belva ci tenta e il sangue ci ubbriaca. Il
valore, la temerità, l’astuzia, in tutte le loro manifestazioni,
buone o cattive, esercitano sul nostro cervello un fascino morboso,
inesplicabile.

Entriamo in un circo antico. Dinanzi al gladiatore valoroso, anche la
donna si esalta, e depone per un istante l’innato sentimento della
pietà. Tutta palpitante, battendo le mani al vincitore, ella, col
_pollice verso_, lo incita a squarciare le viscere del vinto che
fu atterrato. Le figlie di Eva, così deboli e così timide, amano di
preferenza i forti e gli audaci; esse magari svengono dinanzi ad un
salasso, ma offrono il cuore e la mano all’eroe di un torneo, che torna
vincitore col brando insanguinato.

La ferocia, valorosa o temeraria, e con essa tutte le scene di
sangue, esercitano sull’animo umano un’attrattiva che si subisce e
non si discute: c’è in esse un fondo d’ipnotismo, o di suggestione.
Non per nulla lo spettacolo di un’esecuzione capitale (che i Governi
credettero, scioccamente, _salutare esempio_) attrasse in ogni tempo
una folla di curiosi sotto ai patiboli. Nelle fredde notti invernali,
mentre al di fuori urla la tempesta, noi vediamo le famiglie popolane
raccogliersi intorno al focolare domestico, per ascoltare con curiosità
paurosa le storie dei morti e dei feroci briganti. Il fantastico e
il sovranaturale furono per parecchi secoli il tema prediletto degli
artisti e dei poeti.

Chi mai, avendone l’occasione, non ha tentato di vedere da vicino un
famoso bandito, un truce assassino, una belva feroce?

Una brava e gentile artista milanese, venuta lo scorso anno a Sassari,
implorò dal prefetto la grazia di poter visitare le carceri, unicamente
per vedervi il feroce bandito Derosas e il suo compagno Angius. —
So che fu soddisfatta nel suo desiderio, ma non so quale gradevole
impressione abbia potuto riportarne!

Questo turbine d’idee bislacche e di anomalie paradossali si scatenò
sul mio cervello, mentre andavo spigolando le gesta brigantesche del
continente europeo, e più ancora delle isole, dove i banditi hanno
sempre allignato in numero maggiore.

                                   *
                                  * *

Sospendo le malinconiche meditazioni, per riportare alcune note
storiche sui malviventi, sulle squadriglie e sui banditi principali del
Logudoro (o meglio del Capo di Sassari) che ho riassunto in gran parte
da documenti ufficiali, da me consultati nel R. Archivio di Stato.

Nel Codice della Repubblica sassarese, del 1316, è cenno dei banditi
che si davano alla macchia; e mentre si esorta _qualunque persona_ ad
ucciderli, si infliggono pene rigorose contro chi dava loro consiglio
ed aiuto.

Pene pecuniarie infligge anche la _Carta de Logu_ (promulgata nel 1395
da Eleonora d’Arborea) contro ai villaggi ed alle persone che davano
aiuto e consigli ai banditi, o che non si adoperavano a dar loro la
caccia.

Il secolo XV non fu avaro di celebri masnadieri. Ne noto uno a caso —
Verso il 1422 si ha menzione di certo Barzolo Magno (o Manno, secondo
alcuni storici) — il famoso leggendario e misterioso logudorese,
nemico giurato di Leonardo Cubello marchese di Oristano, non si sa per
qual ragione. A capo di numerosa masnada, questo gentiluomo bandito,
o bandito gentiluomo, si era annidato ed afforzato dentro al famoso
castello di Burgos; e di là scendeva di tanto in tanto per devastare e
saccheggiare le terre dei dintorni. Il marchese riuscì ad assediarlo
dentro l’inespugnabile rocca; ma i masnadieri, compagni del Magno,
vedendo il loro capo risoluto a resistere, fecero complotto, e lo
trucidarono barbaramente per ottenere grazia dal signore d’Oristano.

Come nel medioevo i Principi fabbricavano sontuose chiese e numerosi
santuari in _remissione dei propri peccati_ (e ne avevano di grossi
sulla coscienza!) così più tardi gli stessi prìncipi condonavano ai
sudditi fedeli molti delitti, mediante il corrispettivo sborso di
poche centinaia di lire. Dal 1450 al 1540 sono molte le somme versate
nelle casse del Regio erario per condono di ribalderie. Per citarne
un esempio, dirò che il Governatore del Capo di Cagliari e Gallura
(Don Giacomo Aragat) nel 1456, per _tremila Ducati buoni veneziani_,
condonava a Bartolomeo Manno, cavaliere sassarese, _tutti i delitti che
avesse mai potuto commettere_.

Erano questi i bei tempi in cui i monarchi rifornivano le casse dello
Stato colla vendita della _nobiltà_ e colla remissione dei delitti. Non
essendo a quel tempo inventati gli _esattori_, si ricorreva al mezzo
di sfruttare i vanagloriosi ed i birbanti, che pare fossero in numero
ragguardevole.

Dal 1560 al 1567 si verificarono molte ribalderie nella città di
Sassari e dintorni. Vennero carcerati un buon numero di cittadini
facoltosi, accusati di aver formato una _società di mutua assistenza_,
con impegno di fornire i fondi in comune per far fronte alle spese di
giustizia, in favore e difesa dei ribaldi.

Il secolo seguente non fu meno famoso per scorrerie di ribaldi, poichè
l’invenzione del fucile aveva reso più attraente e più geniale il
banditismo.

Nel 1600 gli odî privati e le vendette giungono a tanto, che i
consiglieri di Sassari rinunziano alla gita notturna del _Mezz’agosto,
per il numero infinito delle uccisioni fra i cittadini_. L’anno 1607
registrò più di trecento omicidi, consumati nel solo Logudoro.

Nel 1612 il famigerato bandito Manuele Fiore si aggira colla sua
masnada nei dintorni di Sassari, e getta lo sgomento fra i cittadini.
Il Governo manda incontro a quei ribaldi alcune compagnie di militi,
divise in centurie.

Don Diego Manca di Sassari, nel 1635, si era dato alla macchia dopo
aver ucciso pubblicamente, in una piazza della città, il proprio
cognato con un colpo di pistola ed una pugnalata. Temendo che ne
facesse delle più grosse, il Vicerè promise _venti scudi_ (?) a chi
consegnava quel bandito alla giustizia. L’esiguo prezzo concesso,
dimostra che i cacciatori di malviventi erano in buon numero!

Molti cavalieri e cittadini facoltosi del Logudoro vennero designati
come protettori dei banditi; e il Vicerè, nel 1645, li chiamò a
Cagliari per dar loro una paternale.

Nel 1659 abbiamo il terribile bandito Salvatore Anchita e il suo
acerrimo nemico, pur bandito, Francesco Brundanu, entrambi di Sedini.
La storia del primo è una vera leggenda di prodezze, di ferocie e di
generosità insieme. Inseguito il Brundanu dai soldati, sfugge ad essi
cacciandosi in una spelonca, dove fra gli altri banditi trova per
caso il suo nemico Anchita. Egli depone l’arma e grida: — Sono in tuo
potere: puoi uccidermi! — «Non sono così vile! — gli risponde Anchita
— qui sei l’ospite mio. Per ora faremo causa comune contro ai soldati —
più tardi aggiusteremo i conti fra noi!»

I banditi si slanciarono tutti contro le soldatesche, ma l’Anchita e il
Brundanu caddero fulminati nella mischia.

Tre anni dopo — nel 1662 — un altro terribile bandito, famoso per le
sue gesta, sgomenta il Logudoro: Giovanni Galluresu, capo di potente
squadriglia. I sassaresi chiudono spaventati le porte, nè osano uscire
di casa quando lo sanno nei dintorni. Il Vicerè, volendo distruggere
quella banda, prende un’estrema risoluzione. Egli prescrive con
un editto il disarmo generale nel Logudoro, con pena capitale al
detentore d’un fucile o di un pugnale. Misura puerile, che ottenne il
risultato opposto: accrebbe l’audacia dei malfattori e rese più facile
la distruzione dei galantuomini, che vennero spogliati ed uccisi,
perchè inermi. La forza non riuscì ad impadronirsi del Galluresu, e
si ricorse allora all’astuzia. Saputo che il bandito era in relazione
amorosa con una bella osilese, fu colto ed ucciso nel suo nido d’amore.
Indispettita la giustizia per non averlo vivo, si sfogò sul cadavere,
di cui fece uno scempio.

Verso il 1665 le squadriglie dei banditi crescevano — e ve n’erano di
tutte le condizioni sociali. Il Governo incaricò il barone Matteo Pilo
Boyl della distruzione dei facinorosi; ed egli ne fece appiccare da
per tutto, alle forche ed agli alberi. Fra i capi squadriglia di quel
tempo, noto Don Giacomo Alivesi, datosi alla macchia dopo un omicidio
commesso. Nel giugno del 1668 veniva intanto assassinato a Cagliari il
marchese di Laconi; ed i supposti rei (l’infelice marchese di Cea, Don
Silvestro Aymerich, Don Francesco Cao e Don Francesco Portugues) si
erano rifugiati nel continente italiano od all’estero. Per impadronirsi
di costoro il Governo si era rivolto al bandito Don Alivesi, a cui
venne promessa l’impunità ed un premio, ove fosse riuscito ad attirare
i fuggiaschi in Sardegna. L’Alivesi accettò; fu creato Commissario
della spedizione; chiese ed ottenne l’anticipazione di duecento
sessanta scudi per le spese di viaggio; si recò a Roma; e fingendosi
colà amico del Cao, con raggiri riuscì a trascinare i quattro esuli
all’isoletta Rossa, presso Castelsardo. Tre di essi furono colà
sgozzati a tradimento; ed il vecchio marchese di Cea fu condotto a
piedi fino a Cagliari, e dato in mano al carnefice. Il nobile Alivesi —
dopo aver compiuto il più nero tradimento che abbia macchiata la storia
sarda — non solo fu graziato, ma venne dal Governo investito dei feudi
dell’infelice marchese.

Era allora in vigore presso il Governo (e lo fu per lunghissimo
tempo, fino ai giorni nostri) il sistema di promettere l’impunità
ai più volgari malfattori, purchè uccidessero, o consegnassero alla
giustizia un delinquente, meritevole di uguale, o di maggior pena.
Anche i Governi si mostravano entusiasti dei valorosi briganti, e ne
incoraggiavano le gesta!

Tutta la seconda metà di quel secolo, ed il primo ventennio del
seguente non furono inferiori al secolo XVIII per audaci banditi,
squadriglie numerose, furti, omicidi, impiccagioni, e impunità concesse
dal Governo agli assassini traditori.

                                   *
                                  * *

Uscita di Sardegna nel 1720 dal regime di Spagna, ed entrata sotto
il dominio di Casa Savoia, continuarono le prodezze dei banditi e
delle squadriglie agguerrite. Il Logudoro e la Nurra erano infestati
di malviventi. I banditi, protetti dai parenti e dagli uomini più
autorevoli dei villaggi, ne facevano delle grosse, e gettavano
lo sgomento per ogni dove. Si pubblicarono rigorosi _Pregoni_, ma
inutilmente.

Il Vicerè Di Costanze si lagna della corruzione dei giudici di Sassari,
ed accenna a denaro depositato presso un notaio, per compensare quei
magistrati che avessero diminuito la pena a certi fratelli Virdis di
Pattada. Egli ammonisce con minaccie i nobili e i magnati dei paesi,
perchè desistessero dal proteggere i birboni — ma era un parlare al
vento. I baroni, piccati, protessero i banditi che cercavano rifugio
nelle loro terre feudali, e protestarono altamente contro l’arbitrio!

Fin dal maggio del 1722 il Vicerè aveva mandato distaccamenti di truppe
in giro per i villaggi, con lo scopo di reprimervi il banditismo
invadente, raccomandando al Governatore di Sassari, di _prestare ai
soldati il carnefice e due aguzzini!_

Anche l’autorità ecclesiastica (lo rilevo dai Regi Dispacci) era
chiamata _prepotente in modo straordinario_; essa ordinava arresti a
suo talento, e sottraeva al braccio secolare i malfattori favoriti,
designandoli quali _chierici_ o _tonsurati_. Si deplorava la
_protezione scandalosa_ accordata sfacciatamente ai malviventi dal
popolo, dai prelati, dai feudatari, ed anche dai giudici e dagli
avvocati fiscali(!)

Impressionato dall’aumento dei delitti in Sassari e nel Logudoro,
il Vicerè, nel 1726, chiamò d’urgenza a Cagliari il Governatore Cav.
Carlino; ma questi ricusò di andarvi, dicendo d’esser stato colto dalla
gotta!

Come abbiamo veduto, non erano i soli popolani che facevano le prove
di valore in campagna sotto il nome di _banditi_: non mancavano i
titolati, poichè (lo ripeto) fare il masnadiero non era un disonore
in Europa, anzi lo si riteneva un mestiere nobile e avventuroso,
come quello del _cavaliere errante_; motivo per cui, se trattavasi di
masnadieri nobili, le protezioni venivano dall’alto. Ho sott’occhio una
lettera del re Carlo Emanuele III, scritta da Torino l’8 dicembre 1733
al Vicerè di Cagliari. In essa leggesi:

«... Riguardo al capo bandito Don Girolamo Delitala, raccomandato
dal cardinale Alessandro Alboni(!), approviamo la grazia delle
pene incorse, a condizione che il Delitala si porti a Cagliari per
l’arresto, presti fidanza di mille scudi, conduca seco in ostaggio uno
de’ suoi figliuoli o un aderente, e paghi le spese.»

È chiaro che lo si voleva portar via da Sassari per evitare lo
scandalo, poichè ai nobili banditi un po’ di grazia la si accordava
sempre. Dopo tutto, la _nobiltà_ veniva venduta dal Governo, e qualche
cosa doveva fruttare agli acquisitori!

Le bande dei malviventi si moltiplicarono in Sardegna, e specialmente
nel Logudoro, ricco di montagne e di sicuri nascondigli. Centro
principale dei facinorosi era allora Nulvi, dove la famiglia Delitala,
nemica al governo di Casa Savoia, aveva armato i popolani, eccitandoli
a parteggiare. Una Donna Lucia Tedde Delitala, montata in arcione, e
armata di fucile e stocco, con ardimento virile usciva in campagna per
affrontare i nemici.

Il Vicerè Rivarolo, mandato in Sardegna nel 1735, si diede a sterminare
con zelo i numerosi malfattori, e riuscì ad impiccarne molti, piantando
le forche (per il _buon esempio_) sul luogo del commesso delitto. Ma
i banditi continuavano a moltiplicarsi, facendo a gara per sorpassare
in destrezza e in valore i soldati regi. Per cinque anni Rivarolo non
si adoperò che a far allontanare dall’isola i vagabondi _cattivi_,
esortando i _buoni_ ad arruolarsi nel Reggimento sardo. Procedette
egli con tanto rigore, che qualche innocente fu impiccato, e lo storico
Manno gliene muove aspro rimprovero.

Sgomentato il re dal cieco furore del suo Rappresentante in Sardegna,
gli ordinò di frenarsi e di usare maggior cautela; ma il Vicerè,
soddisfatto dell’opera propria, nel 1736 fece un giro nell’isola, per
riscuotere il plauso di tutti i villaggi.

Venuto a Sassari egli si preoccupò della Nurra, regione montuosa e
marittima, che offriva sicuro rifugio ai numerosi banditi di Alghero e
di Sassari. Il Rivarolo ordinava a quei pastori di snidare dal centro
della Nurra nel termine di quindici giorni, per trasferirsi alla parte
piana, verso la strada che conduceva a Portotorres.

Il bandito più in voga era a quei tempi Leonardo Marceddu, di
Pozzomaggiore, per il quale si era fatto un bando il 20 febbraio 1736.
Sul conto di costui, però, correva una storia pietosa, che attenuava
le sue ribalderie. Egli ebbe fama di laborioso e di onestissimo; ma
la infedeltà della sposa lo precipitò nel delitto. Colta la moglie
in colloquio intimo con un suo cugino, li uccise entrambi; e, datosi
alla macchia, egli divenne singolare per coraggio, per ferocia, e
per accortezza nel cimentarsi coi soldati regi. Fu siffattamente
apprezzato, che finì per mantener pratiche segrete con alcuni agenti
politici, poichè il Governo lo considerava come un forte cooperatore
nel caso di un’invasione straniera: — sempre per quel certo sistema
di servirsi dei banditi d’ogni genere, anche a scopo d’una difesa
nazionale. Un esempio consimile lo si ebbe più tardi nel leggendario
_Fra Diavolo_ di Napoli, invitato a prender parte ad una guerra contro
la Francia.

Continuarono intanto le caccie e gli scontri fra banditi e soldati. Il
16 gennaio 1758 il ministro scriveva al Vicerè: «— S. M. ha gradito
l’incidente seguito a Bolotana fra le truppe e i malviventi; bisogna
procurare l’arresto dei banditi rifugiati in Corsica, ed ora ritornati
nell’isola, fra cui Giovanni Fais, Don Antonio Delitala e i tre
fratelli Filia Madau, capi dei medesimi. S. M. ha pure approvato la
gratificazione di scudi venticinque accordati a Basilio Podeddu, che
serviva di _guida_ e spia e rimase ferito nell’azione. — (Il sistema
perdurava!)

I nobili, nonpertanto, e molti rispettabili dei paesi, continuavano a
favorire i malfattori erranti; e da Torino si scrive al Vicerè il 22
ottobre 1761: «— Prenda informazione sulla protezione accordata ai
facinorosi dai cavalieri Quesada: metta una volta freno all’insolente
ardore di tali protettori col punirli severamente, tagliando il filo
delle corrispondenze coi malviventi.»

Ma le protezioni non venivano meno, come non vennero meno i delitti
consumati anche in odio agli ecclesiastici. Il ministero, nel 1769,
si preoccupava dell’assassinio di due preti strangolati a Mandas ed a
Nulvi, nonchè del Diacono ucciso da un altro prete a Calangianus, in
una partita di caccia, _quasi per scherzo_.

Da oltre un trentennio la fama delle audacie di Giovanni Fais correva
da un capo all’altro dell’isola. Questo fiero bandito, per molto
tempo, ebbe al fianco la propria moglie, donna di maschio coraggio,
che lo aiutava ad assalire i nemici. Erano suoi alleati i Delitala
di Nulvi, nonchè quella famosa Donna Lucia, da me altrove menzionata
— per difendere la quale il Fais andò incontro ad una forte fazione
di Chiaramonti. Costui, saputo che Giammaria Tedde (pur congiunto
di Lucia) aveva minacciato la sua protetta, gli tolse senz’altro la
vita. Lo zio ed i parenti dell’ucciso, assetati di vendetta, giurarono
allora lo sterminio dell’uccisore e de’ suoi compagni. Ma Giovanni
Fais, guidatore esperto delle sue bande, taglieggiatore dei comuni, e
assalitore di truppe, oppose la forza alla forza, e sfuggì al furore
dei persecutori.

Non appena il Vicerè ebbe sentore dell’odio che il Tedde nutriva per il
Fais, pensò di trarne partito. Egli incoraggiò il primo a persistere
nella caccia contro il secondo, suggerendogli di servirsi dell’opera
del bandito Leonardo Marceddu, a cui il Governo avrebbe concessa
l’impunità ed un premio in danaro. Leonardo Marceddu, però, uomo di
fiero carattere, mandò a dire al Vicerè che sdegnava la libertà a
prezzo di un tradimento; e fatta lega col Fais continuò a seminare il
terrore nel Logudoro.

Duemila miliziani, condotti da Girolamo Dettori di Pattada e da Don
Giovanni Valentino di Tempio, oltre ai quattrocento soldati comandati
dal Cav. Meyer, tentarono con energia la distruzione di queste bande.
Il Valentino riuscì ad arrestarne oltre duecento, per cui il re lo creò
_cavaliere_.

Accortisi i banditi della caccia ad oltranza che lor dava il Governo,
fecero causa comune. Il Marceddu recossi al _Sasso_ di Chiaramonti
per unirsi al Fais, che vi si era rifugiato coi compagni. Sbaragliati
dall’attacco incessante che lor davano le numerose milizie, sulle prime
si accamparono sul monte Cucaro, poi una buona parte (fra cui il Fais
coi Delitala) si salvarono in Corsica.

L’infelice e generoso Marceddu, che aveva rifiutato dal Governo la
libertà a prezzo d’infamia, finì per cadere nelle mani d’un bandito
traditore: di Francesco Bazzone, che lo aveva venduto allo stesso
Governo, in cambio dell’impunità e di una ricompensa in danaro.

Donna Lucia Delitala, raggiunta l’età di quarant’anni, pare che avesse
messo giudizio. Tratta in arresto, fu in seguito graziata, dopo due
anni di prigionia. In una lettera del Vicerè, marchese Rivarolo, al re
Carlo Emanuele (1738) è detto: «... Donna Lucia è una donna _qui n’à
pas voulu se marier pour ne point dépendre de un homme (à ce qu’elle
disait)_.» Chiude dicendo, che, dopo la grazia, «_elle vit assez
tranquille_.»

Nel 1749 i banditi parvero dispersi e le spedizioni militari ebbero
tregua.

Dopo una quindicina d’anni il Fais tornò dalla Corsica; e verso il
1760, formata una banda di buoni compagni, si diede a scorrazzare di
nuovo nei dintorni di Sassari, quasi per insultarvi il Governatore.
Un amico di quest’ultimo, tradendo il Governo, avvertiva segretamente
l’ormai vecchio bandito, divenuto più audace di prima. Si assicura che
il Fais (mascherato da cappuccino, con la bisaccia in spalla) avesse
osato più volte introdursi in Sassari, e presentarsi alla questua
in casa dell’assessore Aragonese. Egli divenne talmente in odio al
Governo, che lo si escluse dall’indulto promulgato il 23 agosto 1768.

Dopo non pochi tentativi riusciti vani, finalmente il Governatore Allì
Maccarani riuscì a sedurre, con la solita promessa di libertà e danaro,
due banditi sassaresi, i quali propinarono al Fais un vino oppiato.
Quando videro il vecchio immerso nel sonno, lo uccisero a colpi di
scure e lo consegnarono cadavere al carnefice. Ciò nel 1774.

Giovanni Fais era allora più che settantenne, e faceva il bandito da
oltre mezzo secolo. Contava solo quindici anni, quando verso il 1720 si
era dato alla macchia, dopo aver ucciso un uomo sulla pubblica piazza
di Chiaramonti.

A complemento della notizia della sua morte, riporterò un brano della
lettera che il ministro scriveva da Torino al Vicerè, in data del 23
novembre 1774:

«S. M. il re gradì che il Governatore di Sassari sia riuscito a
disfarsi del vecchio Giovanni Fais e dei sette suoi compagni di
quadriglia, annidati nel _Sasso_ di Chiaramonti, sperando cogliere
i due scampati colla fuga. Poichè intanto si poterono conoscere gli
uccisi, è stato opportuno che a pubblico esempio si siano tosto fatti
appendere al patibolo i cadaveri dei già condannati, colla successiva
dispersione delle membra, nei luoghi dei rispettivi delitti. — S. M.,
oltre alla grazia ai due banditi che concorsero nell’impresa, vuol
rimunerare gli altri, e invita a proporre la somma a darsi; vuole anche
che gli si suggerisca qual riguardo meritano i due cavalieri Corda, che
ebbero parte principale nell’operazione.».

I lettori avranno notato, come per l’_esempio pubblico_ si ordinava
anche l’impiccagione dei cadaveri, i quali in seguito venivano
squartati e dati alle fiamme, per sperderne le ceneri al vento. Nè ciò
deve recar meraviglia, poichè vi ha di peggio. Leggo una corrispondenza
del Ministro (5 settembre 1770) in cui si parla del _cadavere
imbalsamato_ di un bandito famoso, tenuto a disposizione del Governo
per qualche _esemplarità_. Quando, dunque, si volevano atterrire i
malviventi, si conduceva alla forca quel cadavere imbalsamato e lo
s’impiccava. E Dio sa quante volte gli avranno messo la corda al collo!

È facile immaginare come per l’eccessivo rigore dei giudici venissero
sagrificati molti innocenti, tratti in arresto per le false deposizioni
dei nemici; e lo prova una lettera ministeriale del 23 ottobre 1765,
in cui si dice al Vicerè: «— Prenda energiche misure sui testi falsi,
massime in codesto Regno, dove havvi tanta facilità e frequenza di
delinquere in tale materia.»

Alle false testimonianze bisogna aggiungere il sistema della _tortura_,
allora in pieno vigore, e conservata fino al 1827, anno in cui Carlo
Felice l’aboliva. Il dolore per lo slogamento delle ossa riusciva a far
strappare dal labbro dei pazienti tutte le confessioni che si volevano.

Scene edificanti, in secoli che si dicevano dell’oro!

Se in quei tempi esistevano i favoreggiatori dei banditi, non mancavano
pure i cittadini benemeriti, che si adoperavano con ardore per dare i
rei in mano alla giustizia; ma non tutti riuscivano nell’intento come i
due fratelli Corda.

Nel 1773 l’avvocato Giovanni Berlinguer veniva fatto segno (come i
suoi antenati) a speciale benemerenza, per il zelo spiegato nella
persecuzione dei banditi, dai quali era stato più volte ferito. Gliene
colse però danno; poichè tre anni dopo, nel gennaio del 1776 (come
rilevo da una lettera ufficiale) gli venne ucciso in campagna l’unico
figlio Girolamo, con trentatre stoccate. L’assassino — certo Antonio
Capponi — fu arrestato e impiccato.

Dopo il ritiro del ministro Bogino (il persecutore dei malviventi) i
banditi tornarono a formar bande per darsi alle piacevoli scorrerie.
Il Vicerè Thaon, nel 1788, bandì loro una guerra atroce, e tenne duro,
quantunque venisse biasimato acerbamente per aver violato le forme
legali.

Nel gennaio del 1782 veniva promessa la impunità ai due banditi
fratelli Mucciga (complicati nella famosa sommossa popolare del 1780)
a condizione che avessero arrestato ed ucciso altri malandrini. Nella
lettera ministeriale leggo queste precise parole: «— _bisogna animare_
(!) _i banditi a distruggersi fra loro_.» — Era massima fondamentale
dei governi di tutti i secoli, compreso il nostro. Chi non lo sa?
chiodo scaccia chiodo.

Nè crediate che i banditi d’allora fossero tutti sardi; la Corsica ne
dava un buon contingente, poichè ne vantava a centinaia sulle spiaggie
della Gallura, come dalla Gallura molti ne emigravano sulle spiaggie
corse. Le due isole si aiutavano a vicenda. Nel dicembre dello stesso
anno (1782) l’ambasciatore di Francia pregava il Vicerè di Sardegna
(_per il bene comune delle due nazioni_) di procurare l’estradizione
di dodici banditi corsi, che scorrazzavano intorno a Castelsardo. E ne
dava i nomi: Giovanni Saverio, Girolamo Ranfioni, Bonelli, Labicone,
Leonati detto _il nero_, i tre fratelli Volpi, e i quattro fratelli
Giovannoni. Pare che in Corsica si dessero alla macchia intere
famiglie!

Veniamo intanto allo strascico della rivoluzione dell’_Ottantanove_, ed
ai torbidi che seguirono in Sardegna negli ultimi del secolo: periodo
turbolento, al quale non furono estranei i banditi.

Nel pregone emanato dal Vicerè Vivalda il 9 giugno 1796, ponendo a
prezzo la testa di Angioi e suoi complici, oltre ai premi in danaro,
si prometteva la _nomina_ a favore di qualunque delinquente si volesse
graziare!! — E così pure, quando pochi giorni dopo si mossero da
Cagliari i 2500 armati per combattere l’Angioi ad Oristano, ci dice lo
storico, che in quella milizia furono reclutati delinquenti volgari,
tolti alla macchia. In una memoria del 5 marzo 1797 (sottoscritta
da Ghisu, Pintor e Delrio) si legge: «— Bisognava graziare gli
inquisiti che servivano in tutte le spedizioni; poichè alla loro
intrepidezza e coraggio si deve pure attribuire la buona riuscita dei
più ardui e pericolosi incontri —» — Queste frasi rivelano i tempi
e la moralità del Governo; il quale traeva partito dal _coraggio_
e dall’_intrepidezza_ di codesta brava gente, in seno alla quale
sceglieva i suoi _sicari!_ — Anche per l’arresto del parroco Murroni
e di suo fratello (ardenti angioini datisi alla fuga) il giudice
Valentino, nel novembre del 1797, suggeriva al Vicerè di servirsi
dei due banditi Salvatore Rugu e Bantine Addis, a cui pertanto poteva
concedersi un _affidamento interinale_, e in seguito l’_impunità_ dopo
la cattura.

E qui chiudo le gesta dei banditi e dei malviventi del secolo XVIII.

Qualche partigiano del regime spagnuolo si era lasciato forse scappare,
che i misfatti risultassero assai più scandalosi sotto il dominio
piemontese, che sotto quello di Spagna.

Il Governo del Piemonte si sentì punto da quest’asserzione; e lo desumo
dalle seguenti linee, che leggo in una lettera del Ministro al Vicerè,
in data 28 luglio 1790:

«Non siamo in Sardegna nelle circostanze rappresentate al Papa dai
re di Spagna per la Catalogna, cioè, che frequentissimi fossero i
più atroci misfatti, e pochi ne succedevano in cui preti e frati
non fossero almeno complici — e quasi tutti andavano impuniti per la
negligenza o connivenza dei Vescovi e dei Superiori regolari». — E
scusate se è poco!

                                   *
                                  * *

Diamo ora uno sguardo al secolo spirante — al nostro secolo — non
inferiore forse al precedente per furti, delitti e scorrerie di
malandrini.

Nei primi anni del secolo XIX si ebbe lo strascico dei moti angioini.
Si perseguitavano a morte i liberali d’allora, e fra questi il povero
notaio Cilocco, che inseguito dalle truppe batteva da più anni la
campagna gallurese, sfuggendo ai persecutori da montagna in montagna.
Il Marchese di Villamarina scriveva da Tempio al Vicerè (15 giugno
1802) ch’era sua intenzione di servirsi di spie pagate per far guerra
ai repubblicani, _sebbene difficilissimo sia trovarne fedeli in questo
comune_.

Il Cilocco potè sfuggire alle armi regie, ma cadde in trappola
col solito tradimento. Stanco, oppresso, affamato, il poveretto
si presentò un giorno al bandito Giovanni Mazzoneddu, chiedendogli
asilo ed un tozzo di pane in nome dell’ospitalità. Il bandito finse
di soccorrerlo, ma informò segretamente il Governo, dicendo d’essere
pronto a consegnare alla giustizia l’ardente notaio, in compenso dello
sborso della somma stabilita nella taglia, e dell’impunità per sè e
per altri quattordici malvagi, di cui pensava servirsi per arrestarlo.
Il Governo fu ben lieto di poter graziare quindici assassini di
strada, per aver la testa d’un infelice notaio, di non altro reo, che
di aver caldeggiato le idee repubblicane di Don Giammaria Angioi.
Venne concesso quanto il Mazzoneddu chiedeva, e Francesco Cilocco
fu tenagliato col ferro rovente, e trascinato a braccio fin sopra il
patibolo l’11 agosto del 1802.

I banditi e i malandrini si moltiplicarono, e crebbero d’audacia,
perchè protetti dai signori e dai monaci. Il 21 gennaio 1806 il
governatore si lagna col Vicerè della scandalosa protezione che i
conventi tutti di Sassari, specialmente quello dei frati carmelitani,
accordavano ai malviventi; e gli annunziava intanto l’arresto del
famigerato bandito Fanis, detto _la frina_, che da lungo tempo era
ricoverato nel convento di Santa Maria.

L’Italia tutta, e specialmente la meridionale, non era in quel tempo in
migliori condizioni della Sardegna. In quell’anno stesso, 1806, veniva
trascinato al patibolo Michele Pozza di Napoli, il famigerato bandito,
che, sotto il nome di _Fra Diavolo_ aveva attirato l’attenzione
dell’Europa, destando l’estro d’Auber, il celebre musicista francese.

Quando il re Vittorio Emanuele I si mosse da Cagliari per fare
un’escursione per l’isola, fu vivamente impressionato dalle numerose
bande di malviventi che scorazzavano per ogni dove, e più ancora della
protezione che loro davano i magnati delle ville, i quali giunsero
persino a scarcerare gli arrestati nei loro feudi. Il re emanò un
decreto rigoroso, e comminò la pena di morte ai protettori di banditi,
colla perdita della _nobiltà_; nè dimenticò allo stesso tempo di
promettere l’impunità agli assassini che avessero ucciso i propri
compagni. Ma nondimeno crebbero i banditi, e crebbero le protezioni.

Nel 1809 è impossibile registrare i misfatti, tanto sono numerosi.
Lotte sanguinose fra comuni e comuni, tra famiglie e famiglie, fra
pastori e pastori; pene economiche, impiccagioni continue, arresti di
prepotenti magnati. Il Martini ne fa un quadro orroroso. A Tempio,
nel 1811, gli odî di parte raggiungono il parossismo. Si volle dare
dagli audaci una lezione alla giustizia; e vennero assassinati, quasi
allo stesso tempo, il Censore Diocesano, il Procuratore fiscale della
pretura, e il Giurisdicente. Un indulto e una spedizione di soldati,
per opera del Governatore di Sassari, calmarono alquanto gli animi.
Per intromissione del clero e del popolo si fecero le paci, le quali
vennero rogate con atto notarile il 9 di maggio del 1813. Il re,
costretto dalle circostanze, chinò la testa e firmò la grazia.

I delitti, nondimeno, ripresero il loro corso fino al 1817; ma furono
in gran parte frenati dal rigore memorabile del Villamarina, sebbene
egli abbia voluto favorire i propri compatriotti. Fu notato dagli
storici, che, durante il suo governo, non venne impiccato alcun
gallurese.

Dal 1820 — e più ancora dopo il 1826, anno in cui fu abolita la tortura
e tracciata in gran parte la strada nazionale da Cagliari a Sassari —
le squadriglie dei malviventi parvero meno feroci nelle loro gesta.

Durante il lungo periodo in cui Lamarmora percorse l’isola da un capo
all’altro per i suoi studi prediletti, egli non venne molestato da
masnade di ladri e di assassini. L’unico suo incontro coi banditi
(avvenuto nell’aprile del 1823, sulla strada fra Nuoro e Siniscola)
lo resero convinto che le masnade non erano ingorde di rapina, poichè
rispettarono l’oro che portava seco — come lui stesso racconta.

Tuttavia la guerra ai malviventi fu continuata con ardore dal Governo;
nè mancarono valorosi cittadini che si distinsero nel perseguitarli.
Nel Gennaio del 1836, per il valore spiegato nella caccia dei
banditi, fu data una medaglia d’oro (dono del Sovrano) a Don Girolamo
Berlinguer, capitano dei Barracelli.

Salì in fama a quei tempi il bonorvese Peppe Bonu, uno dei più popolari
banditi dell’isola, e sul quale correvano bizzarre leggende. La
generosità, unita al coraggio e alla destrezza, aveva fatto di costui
un semi-eroe. Temerario all’eccesso e di una forza erculea, egli
dava molto da pensare alle regie milizie; e non potendo il Governo
impadronirsene per mezzo delle armi, pensò ricorrere al solito premio
in danaro ed alla impunità: il premio in danaro da sborsarsi per intero
a chi dava vivo o morto il Bonu, e per metà a colui che avrebbe ucciso
qualcuno della sua banda; l’impunità (meno male!) ragguagliata questa
volta a un delitto punibile con venti anni di galera.

Peppe Bonu non era un malfattore volgare; fu accertato che molti
delitti si mantellavano col suo nome; e il bandito ne fu così sdegnato,
che si decise a scortare in persona la _diligenza_ nel transito di
Campeda, per tutelare la vita e gli averi dei viaggiatori, temendo che
altri in suo nome li assalisse.

Da pochi mesi era emanato il decreto della _taglia_ sulla testa del
bandito bonorvese, quando verso il 1838 circolò la notizia della sua
morte. Mentre Peppe Bonu, nel _Pianu de murtas_, dormiva placidamente
sotto un albero, venne ucciso a tradimento da un tal Rosas, della
fazione dei Piu, suoi nemici.

Altro bandito di quei tempi, coraggioso e temuto, era il bonorvese
Giovanni Biosa; il quale ebbe l’audacia di strappare il proprio padre
(pur bandito) dalle mani dei carabinieri che lo avevano arrestato.

Furti continui, seguiti da misteriose uccisioni (commesse dentro città
e nei dintorni di Sassari) fecero sospettare di una squadriglia segreta
di malfattori, negli ultimi anni del governo assoluto. E questa volta
non trattavasi di banditi, ma di una lega di malandrini, regolata sulla
base degli odierni _grassatori_ della Barbagia: di giorno erano artisti
ed operai in apparenza onesti e tranquilli — la notte si univano per
commettere le ribalderie, servendo di strumento a cittadini creduti
galantuomini. Fin dal 1836 questi delitti si sospettarono perpetrati
per invidiosi dispetti, o per vessazioni del francese Uxel; il quale
aveva fondato a Sassari uno stabilimento di sanse, a breve distanza
dalla chiesa di S. Paolo. La mente direttiva non era sarda — sardo era
il braccio che eseguiva il mandato di sangue.

Tra il 1841 e il 1842 non vi fu quasi giorno in cui non venisse
consumato un delitto di sangue. I malfattori scorrazzavano per
l’isola, e fra essi i terribili banditi corsi Stefano il _Serpente_,
il Quartara, il Tengone, il _Santa Lucia_. Nel 1842 ne furono rimandati
una ventina al Governo francese.

Nell’intento di purgare la società, verso questo tempo, i cittadini
discoli venivano arruolati nel Reggimento sardo; ed il governo
piemontese, volendo ingrossare le fila dei malfattori isolani, mandava
in Sardegna seicento cattivi soggetti, col titolo di _operai di
punizione_!

Il bandito più celebre che chiuse il periodo del regime assoluto
fu l’algherese Agostino Alvau. Di costui ci darà qualche ragguaglio
Giovanni Tolu, nella sua narrazione.

                                   *
                                  * *

Ed eccoci giunti sulla soglia del 1848, l’anno delle agognate riforme,
che dovevano far crollare il vecchio governo assoluto per aprire l’era
novella di tempi più civili.

Pur troppo è destino dei popoli, che nei grandi rivolgimenti politici,
nel passaggio repentino dall’uno all’altro regime di governo, vi abbia
sempre chi approfitti del fermento della situazione, o per avidità di
guadagno, o per sfogo di qualche antica vendetta, o per libidine di mal
fare, servendo questo o quel potente, nella speranza dell’impunità. Non
parve vero ai tristi della campagna e della città di poter mantellare
gli istinti feroci sotto la larva di una lotta politica.

Io sorvolerò sulla storia di questi avvenimenti, perchè uscirei di
carreggiata.

Il Municipio di Sassari, vivamente impressionato dalle scene di sangue
a cui assisteva, ricorse il 22 ottobre 1849 al presidente dei Ministri,
esponendogli, con foschi colori _i continui, e in questi ultimi giorni
spaventevolmente cresciuti delitti ed attentati alla vita e proprietà
dei pacifici cittadini_.

Il 1850 fu anno tristo per sanguinosi avvenimenti. Con l’allontanamento
da Sassari del tribuno Antonico Satta (partito nel giugno del 1849) non
furono spenti i rancori, come si sperava. Si ebbe nel giugno la strage
così detta dei _Saba e Careddu_ alle porte della città; si ebbe l’anno
seguente, nel lunedì di carnevale, l’altra strage dei _Saba_ e dei
_Macioccu_ all’uscita del teatro; e le scene sanguinose si ripeterono
di tanto in tanto fino al 1855 — anno in cui il cholera mieteva a
Sassari oltre 5000 vittime, spegnendo molti odî e molti tristi, e
svelando le trame dei numerosi delitti, che da quasi un ventennio si
erano macchinati, o compiuti, dentro ai laberinti misteriosi dello
stabilimento di San Paolo.

Il primo decennio del governo costituzionale (dal 1849 al 1859) fu
memorabile per stragi e per odî di parte, mantellati sempre dalle lotte
politiche, le quali non servirono che di pretesto.

Ed è appunto in questo periodo che compariscono sulla scena i quattro
banditi famosi: Pietro Cambilargiu, Antonio Spano, Antonio Maria
Derudas, e quel Giovanni Tolu, che, inseguito per trent’anni dalla
giustizia, fu da questa assolto nelle Assise di Frosinone.

                                   *
                                  * *

L’antico bandito sardo, conosciuto per l’odio implacabile verso
i soli nemici e le spie, per la ripugnanza al furto, la fierezza
del carattere, la generosità cavalleresca, è da un pezzo scomparso
dall’isola.

Di simili banditi (per vero non troppo numerosi!) si occuparono in ogni
tempo, con pietosa simpatia, storici e letterati insigni, nell’intento
di mettere in rilievo quella fierezza e quella generosità, che pure in
mezzo alle ferocie li rendeva talvolta degni di compianto, se non di
ammirazione.

Ne citerò alcuni, per non tediare più oltre il lettore.

Lo storico Pasquale Tola esaltò la magnanimità di Salvatore Anchita
verso il suo nemico Francesco Brundano. Dopo aver riportato nel suo
_Dizionario biografico_ l’episodio da me altrove citato, scrive:
«— Esempio di generosità d’animo, da cui traspare quanto negli uomini
stessi rotti al mal fare sia potente il sentimento dell’onore: raggio
di virtù che brilla talvolta in mezzo alla fosca luce dei più enormi
delitti.»

Sulle pagine del Tola s’inspirò Gavino Cossu, che scrisse un romanzo
storico in due volumi col titolo: _gli Anchita e i Brundanu_.

L’infaticabile frate Vittorio Angius ha voluto scrivere più d’una
pagina pietosa, tanto in favore di Leonardo Marzeddu, che si diede
alla macchia dopo aver vendicato il suo onore oltraggiato — quanto di
Giovanni Fais, che il Valery chiama un _Leonida_.

L’erudito marchese di San Filippo scrisse e stampò una storia romantica
su Peppe Bonu di Bonorva, la quale parve una leggenda, e venne
riprodotta in parecchi giornali di Torino.

Il padre Bresciani, che volle visitare più volte la Sardegna, nel suo
libro _Dei costumi sardi_ ha dedicato parecchie pagine entusiastiche
ai banditi sardi, la maggior parte dei quali (egli afferma nel 1846) lo
erano per vendetta d’onore.

Questo scrittore rileva un particolare. Egli dice: quando un bandito
sardo è sorpreso nella foresta da qualche carabiniere che gli grida:
_ferma, il re!_ — egli risponde togliendosi con riverenza il berretto:
— _Rispetto il re, ma gli consacro la tua testa!_ — E postosi dietro un
albero fa fuoco sul carabiniere. Il Bresciani a questo punto esclama:
— _Che laconismo! e che fiera alterezza di cuore!_ (A me, invece, pare
fuori luogo il suo entusiasmo sopra un fatto che non credo vero!)

Parlando delle paci fatte nel 1840 per intervento dei missionari, il
Bresciani cita un venerando pastore, il quale si ridusse ad abbracciare
un nemico che gli aveva ucciso il figlio. (Caso non troppo comune in
Sardegna!)

Lo stesso scrittore riporta un altro episodio storico, narratogli
a Cagliari da un giudice della Reale Udienza. Un famoso bandito,
inseguito da due carabinieri, cacciossi per caso dentro un ovile,
dove, insieme a molti armati, si trovava l’uomo a cui aveva ucciso
il fratello. In omaggio alla sacra ospitalità, il pastore lo accolse
nella capanna, e intimò ai carabinieri di allontanarsi, se volevano
salva la vita. Informata del caso la Giustizia, fu subito spedito un
messo al pastore (padre di due figli di recente condannati a morte)
proponendogli la libertà di essi, se si risolveva a cedere il bandito
accolto nel suo ovile. Il pastore rifiutò sdegnosamente. Giustiziato
uno dei figli, fu rinnovata la proposta per la liberazione dell’altro;
ma il vecchio diede al messo questa fiera risposta: — Dirai al giudice,
che il sardo ha più cara la fede che i propri figliuoli!» — Quando
apprese la morte del secondo figlio il poveretto svenne.

A proposito di questo fatto il Bresciani cita un caso avvenuto in
Corsica al tempo in cui Paoli combatteva per la indipendenza dell’isola
sua. Un popolano corso, cieco d’ira, aveva ucciso colle proprie mani
l’unico suo figlio sedicenne, solo perchè questi, dopo aver concessa
l’ospitalità ad un bandito, lo cedette per denaro ad un carabiniere.

«I sardi, che tanto ritennero delle condizioni del mondo antico
(conchiude il Bresciani) hanno di queste esagerazioni, riputandole
diritto, dovere, e stretta osservanza della ragione delle genti.»

                                   *
                                  * *

E mi pare che le citazioni storiche da me riportate siano sufficienti
per dare un’idea del colore dei tempi.

Ho esposto a larghi tratti il quadro dei principali avvenimenti
di sangue che afflissero il Logudoro nel lungo periodo di quattro
secoli. Mi accorgo però che la mia tela ha tinte troppo fosche, ed è
incompleta; poichè non ho potuto riportare che i fatti crudi, quali li
estrassi da documenti ufficiali. In riscontro alle nequizie dei banditi
da me segnalate, le carte di Archivio non registrano virtù alcuna, nè
le intime cause che determinarono il traviamento di tanti infelici,
trascinati assai spesso al delitto dalla trista condizione dei tempi
miseri e corrotti.

Negli scaffali della Giustizia si riscontrano unicamente le colpe,
non le virtù dei disgraziati; e questo forse succede, perchè l’uomo è
nato cattivo, e la virtù realmente non esiste. Come l’ombra non è che
l’assenza della luce, così la virtù non è che l’assenza del vizio. La
società, insomma, pare non pretenda che il solo freno delle passioni,
convinta che l’uomo riescirà sempre a fare il bene, sempre quando potrà
astenersi dal fare il male.

Ho esposto in altro libro il sistema usato dallo storico e dal poeta,
quando vogliono fabbricare i grandi benemeriti e i grandi delinquenti:
— dei primi essi registrano le sole virtù, dei secondi non rivelano
che i soli vizi. In pochi, però, la coscienza di voler ritrarre l’uomo
qual’è, col fardello del bene o del male, fornitogli dai tempi, dagli
uomini, o da madre natura.

Perchè questo? forse perchè il popolo ha bisogno di commuoversi
dinanzi a quanto esce dalla cerchia dei fatti comuni: esso sdegna le
mediocrità, per esaltarsi alle azioni dei grandi buoni o dei grandi
cattivi. L’evangelista Giovanni lo ha detto chiaro nell’_Apocalisse_:
«— Deciditi: sii freddo, o sii caldo; ma se tu sarai tiepido, ovvero nè
freddo nè caldo, ti rigetterò dal mio seno!»

Fra i molti banditi che nacquero belva — come Pietro Cambilargiu e
Francesco Derosas — non mancarono i disgraziati, che pure in mezzo
alle ferocie ebbero slanci di generosità magnanima, di virtù vera, di
singolare rettitudine d’intelletto.

Nella storia di Salvatore Anchita, di Francesco Brundanu, di Leonardo
Marceddu, di Giovanni Fais, di Peppe Bonu, e di Giovanni Tolu non fanno
difetto gli sprazzi di luce che rischiarano azioni generose, delle
quali tacciono i documenti Ufficiali. Questo silenzio è spiegabile;
poichè la giustizia non sa leggere che nel _Codice penale_, e non sa
pesare nella sua bilancia che le sole colpe degli sventurati! — Ed
è forse per reazione che i grandi poeti (come Byron e come Schiller)
vollero idealizzare con splendore di colorito le gesta avventurose di
corsari e di briganti.

Bisogna, dopo tutto, convenire, che l’uomo ha un fondo malvagio.

Non è questione di alti o bassi strati sociali: — l’ignoranza e
il pregiudizio salgono tutti i gradini. Abbiamo veduto come nei
traviamenti dei secoli passati incorsero nobili e plebei, e come
talvolta si ebbero esempi di volgo nobile e di nobiltà plebea.

Nelle gesta delittuose vi hanno due cavallerie: quella _rusticana_ e
quella incivilita. La prima, per sua natura, è apertamente audace —
la seconda, all’incontro, nobilmente accorta: forse perchè ha troppi
guanti — e i guanti, assai spesso, non servono che a nascondere le mani
sporche.

Io non voglio fermarmi sul numero infinito dei delinquenti volgari, che
battono la città e la campagna: sono essi i delinquenti d’ogni tempo,
d’ogni paese, e parlano ogni lingua. Ripeto solo, che Giovanni Tolu,
nel suo complesso di bene e di male, è l’_ultimo bandito sardo_.

Il bandito sardo — giova ricordarlo, perchè il giornalismo italiano
pare si ostini a non volerlo rilevare! — non è un masnadiero, non è
un brigante, non è un grassatore, non è un fabbro di _ricatti_. Ed è
solamente per dimostrarlo, che ho voluto aderire a scrivere la storia
di Giovanni Tolu.

I tempi or sono cambiati. Colla nuova Italia è sottentrato un altro
brigantaggio, che al piombo, al pugnale, ai grimaldelli ha sostituito
il libello, la truffa, e i brogli bancari.

Dobbiamo tuttavia ardentemente sperare, che questa nuova forma di
delinquenza inguantata, la quale sfugge così spesso alle leggi, abbia
fatto il suo tempo. Ad ogni modo, lusinghiamoci di non trovarci per
anco nel tristo caso di ripetere la frase tagliente, ch’ebbe sulle
labbra Giovanni Prati negli ultimi anni di sua vita: «— Dappoichè ho
conosciuto i galantuomini d’oggi, ho preso a stimare i ladri antichi!»

  _Sassari, maggio 1896._

                                                        ENRICO COSTA.




STORIA DI GIOVANNI TOLU

NARRATA DA LUI MEDESIMO




PARTE PRIMA

PRIMA DELLA COLPA

   [Illustrazione: Testata allegorica sui personaggi della
   storia]




CAPITOLO I.

Infanzia e prima giovinezza.


La nostra famiglia è di Florinas.

I miei nonni — Felice Tolu e Francesca Cossu — vivevano agiatamente,
perchè possessori di terreni, di case, e di molto bestiame. Dalla loro
unione erano nati sei o sette figli, fra i quali Pietro Gavino — mio
padre.

I tempi intanto si facevano tristi. Dopo la carestia dell’_ottanta_
— ci diceva il babbo — le terre diminuirono di prezzo, e la piccola
fortuna del nonno cominciò a venir meno[2].

Il vecchio Felice scese nel sepolcro lasciando i figliuoli in
giovanissima età; e la povera vedova, sperando di poter tirare innanzi
la famiglia nell’agiatezza in cui era stata allevata, fu costretta a
vendere i pochi beni che ancora le rimanevano. I suoi sforzi, però,
riuscirono vani. I giorni calamitosi si succedettero senza tregua, nè
si tardò a provare tutte le strettezze della miseria.

Pietro Gavino, per campare la vita, si era adattato a prestare l’opera
sua presso alcuni parenti facoltosi; ed una sua sorella, non potendo
più oltre mantenere l’antico sfarzo, fece dono della sua ricca veste
alla _Madonna del Rosario_, presso la quale (com’è tradizione nella
nostra famiglia) conservasi tuttora.

Sebbene alquanto innanzi negli anni, il mio babbo Pietro Gavino tolse
in moglie la giovane figlia di un pastore — Vincenza Bazzoni — che gli
regalò una dozzina di figli, diversi dei quali morirono bambini.

Mia madre era in fama per i parti doppi; e infatti per tre volte ebbe
figliuoli gemelli, nel numero dei quali sono anch’io compreso.

Ecco i nomi dei figli sopravvissuti: — Felice, il primogenito; Chiara,
la seconda; in seguito tre coppie di gemelli, cioè: Peppe ed io —
Giammaria e Nicolò — Giustina ed altro che visse pochi giorni — e
finalmente Maria Andriana[3].

È cosa ormai assodata: quando Dio non può mandare ai poveri un po’ di
fortuna, concede loro la grazia di molti figliuoli!

Pietro Gavino Tolu, mio padre, era un tipo di agricoltore fiero,
energico, scrupoloso. Uomo di stampo antico, era rigido e severo
nell’educazione della famiglia. Soleva dare poca confidenza ai figli,
nè voleva che essi s’intromettessero in alcuna questione di famiglia.
I figli, da parte loro, gli ubbidivano ciecamente, non permettendosi la
minima osservazione, nè atti sconvenienti alla sua presenza.

Egli ci diceva spesso:

— Figli miei: o buoni, o morti! Voglio che rispettiate gli altri,
perchè gli altri vi rispettino.

Guai se egli avesse saputo che i figli si permettevano d’introdursi nei
poderi altrui! Sarebbe stato capace di picchiarci senza misericordia.

Ci eravamo tutti abituati al regime rigoroso del babbo, ed in famiglia
si viveva tutti di buon accordo.

L’ho detto: al mondo non venni solo. Io sono _una grossa metà_. Nacqui
ad un parto col fratello Peppe, il 14 marzo del 1822 — a Florinas[4].

Entrambi fratelli fummo mandati a studiare presso un maestro prete,
nostro parente, il quale ci sgridava sempre, e qualche volta ci
picchiava colla sferza. Peppe, più paziente, imparò a leggere, ed anche
un po’ a scrivere; io, invece, inasprito delle brusche maniere del
prete, mi ribellai, e non volli più sapere di scuola.

All’età di nove anni, tanto io quanto il mio gemello, fummo accettati
nella chiesa parrocchiale, in qualità di sagrestani. Mio fratello, dopo
un annetto, lasciò bruscamente la Sagrestia, dichiarando di volersi
dare al lavoro dei campi; io rimasi al mio posto per altri due anni.

Tenevo alla carica di sagrestano, poichè lusingava il mio amor proprio.
I sacerdoti mi volevano bene, ed io cercai di cattivarmi la loro
stima, col mandare a memoria (giacchè non riuscivo a leggere) tutte
le risposte latine relative alle funzioni ecclesiastiche — oltre la
_dottrina cristiana_, che sapevo a menadito. Indossavo con un certo
sussiego la sottana e la cappetta, ed ero diventato esperto nella
professione. Assistevo con disinvoltura alla messa; cantavo con voce
squillante nei funerali; accompagnavo il parroco in tutte le cerimonie
— tanto nelle visite che faceva alle partorienti dopo il battesimo,
quanto alla casa dei moribondi per somministrar loro il viatico. Ond’è,
che masticavo molti confetti, e mi ero abituato al tristo spettacolo
degli agonizzanti, che nei primi tempi mi facevano una penosa
impressione.

Mi pareva di essere diventato quasi il padrone della chiesa e della
sacristia. Preparavo gli arredi sacri, regolavo e custodivo il vino,
aiutavo i preti a vestirsi e a spogliarsi, ed avevo imparato a mettere
in assetto gli altari con un certo gusto. Anche la clientela delle
devote mi era affezionata. Tutte le penitenti si raccomandavano a
me; ed io trovavo modo di far sbrigare al confessionale le peccatrici
che mi andavano più a genio, e che volevo favorire. Le più noiose ed
insistenti erano le vecchie, le quali d’ordinario sono quelle che si
confessano con più frequenza, forse perchè non hanno più occasione di
peccare.

Ero infarinato delle cose ecclesiastiche, e giunsi perfino a capire,
che quando il prete nella messa recita più di tre orazioni, egli compie
una brutta azione, cioè a dire, fa le _legature_ a danno di qualche
nemico[5].

Raggiunta l’età di 12 anni, mi avvidi che il mestiere di sacrista non
faceva più per me; sentivo di essere un ozioso, e temevo di esser fatto
segno alle beffe de’ miei compagni. Un bel giorno buttai in un canto la
sottana, e mi diedi, come gli altri fratelli, a lavorare i campi.

Mio padre era stato accettato come socio da un suo compare agiato,
parimenti agricoltore; il quale gli forniva la semente, i buoi e la
terra, lasciandogli a benefizio un terzo del guadagno, e tenendo per sè
gli altri due terzi, secondo la usanza del paese. Questa società ebbe
la durata di otto e più anni, con piena soddisfazione del compare; il
che dimostra che mio padre era un abile lavoratore, ed onesto fino allo
scrupolo.

Gettata all’ortiche la sottana di sacrista, volli andare a lavorare
con mio padre, per servirgli di aiuto. Maneggiavo la zappa, o guidavo
i buoi, secondo i casi; e quando per me non c’era lavoro, mi adattavo
a trasportar pietre sullo stradone, tanto per non stare in ozio, e per
non essere di peso alla famiglia.

Ho l’orgoglio di vantarmene. Fin da giovane avevo la fama di abile
lavoratore, di sobrio, di onesto, di docile; nè pochi erano gli
agricoltori che chiedevano l’opera mia. Ma io preferiva di aiutare il
babbo ne’ suoi lavori di campagna. Pieno di amor proprio e di buon
volere, mi sentivo spronato al lavoro dall’emulazione, e godevo di
essere mostrato a dito dai compagni, con una compassione che mi sapeva
d’invidia.

Ero appena diciasettenne quando perdetti mio padre, morto a 54 anni. Lo
piansi amaramente, e da quel giorno mi dedicai con più lena al lavoro,
poichè volevo recar sollievo alla mamma ed alla famiglia.

Felice, il nostro fratello maggiore, aveva intanto preso moglie. Si
era unito a Giovanna Serra di Giave, ed erasi allontanato da noi per
mettere su casa, a parte.

Io era ritenuto come il figliuolo più serio e più lavoratore; tanto è
vero, che a diciotto anni mi si erano affidate le redini della casa.
Peppe, più delicato e più debole di me, era rimasto addietro, e subiva
la mia influenza.

Provvistomi d’un cavallo mi diedi a lavorare per i paesi circonvicini,
facendo il _viandante_. Trasportavo viveri e merci da un punto
all’altro; mi recavo con frequenza a Sassari per vendervi grano; e di
là ripartivo con un carico di vino, che mia madre rivendeva in paese
per trarne qualche lucro.

L’ho detto: mio padre ci aveva educati rigidamente, e si viveva tutti
in buon accordo. Ciascuno di noi portava alla mamma i propri guadagni,
e godevamo di una certa agiatezza, relativa alla modesta nostra
condizione. Il lavoro non ci mancava mai, ed i viveri erano a buon
mercato. Ricordo che verso il 1840 la carne si vendeva a due libre
_mezzo reale_ (circa 30 centesimi il chilogramma).

I principali proprietari di Florinas richiedevano continuamente l’opera
mia e quella di Peppe; ma non volevamo legarci ad alcuno, poichè la
mamma era gelosa di noi, e temeva che coll’abbandono venisse meno
l’accordo in famiglia.

Quando Chiara — la nostra sorella maggiore — toccò i 23 anni,
fu chiesta in moglie da un bravo giovane. La scelta fu di nostro
gradimento, e raddoppiammo di attività nel lavoro, tanto per poter
riuscire a preparare un po’ di fardello alla sposa.

La nostra casa era il nido della pace e della concordia. La vecchia
mamma non faceva che ringraziare il Cielo, per averle dato figliuoli
così buoni ed affettuosi.

Contavo appena venti anni, quando in paese si sparse la notizia che
nell’agro sassarese si prevedeva un raccolto straordinario di olive.
Volendo guadagnare qualche soldo in più, mi allontanai da Florinas,
per collocarmi nella qualità di sorvegliante a Sassari, presso due
proprietari di molini ad olio; nell’uno lavoravo di giorno, nell’altro
di notte. Dopo parecchie settimane di assiduo lavoro, feci ritorno a
Florinas. Mi sentivo stanco e abbattuto, ma avevo raggiunto lo scopo,
mettendo a parte una diecina di scudi, che consegnai alla mamma.

E così continuai a cercar lavoro da un punto all’altro: nei dintorni di
Florinas, nelle campagne di Sassari, e nei _salti_ della Nurra. Nessuna
fatica mi spaventava quando mi sorrideva la probabilità di un guadagno.

Coi risparmi fatti, decisi più tardi di acquistare un buon cavallo.
Me ne offrì uno bellissimo, di manto nero, il reverendo Pittui, per
il prezzo di sedici scudi. Ricordo anzi, a questo proposito, che allor
quando sborsai la somma al prete, in presenza della serva, mi scivolò
di mano una pezza da _cinque soldi_, che andò a rotolare sul pavimento.
Ci chinammo tutti e tre per raccoglierla, ma non ci fu possibile
rintracciarla. L’inferno l’aveva inghiottita. Dovetti cacciar fuori
dalla borsa altra simile moneta, che non mi venne più restituita.
Ricordai più volte questo fatto, ripensando al prete Pittui, che più
tardi doveva esser causa d’ogni mia sventura.

Diventato proprietario di un buon cavallo, che battezzai col nome di
_Moro_, continuai la mia vita di lavoro con più coraggio. Passavo
intiere settimane fuori di Florinas, e non vi rientravo che alla
vigilia dei giorni festivi.

Le domeniche erano per me giorni di noia. Il mio unico divertimento
consisteva nel tiro al bersaglio: passatempo di molti giovani del
paese nella sera dei giorni di festa, ed al quale prendevano pur parte
i signori, ed anche qualche prete. La bettola, i balli, e sovratutto
il bel sesso, non ebbero mai per me alcun’attrattiva. Devo anzi
confessare, che fin da giovinotto ero un orso e fuggivo quasi le donne.
Non provavo la smania di far loro la corte, poichè gli amori inutili
mi ripugnavano, non volendo perdere il mio tempo. A che trattenere una
ragazza e perdersi in sciocchezze, quando l’uomo non ha intenzione
di torsela in moglie? Nei nostri villaggi bisogna andar cauti colle
zitelle; il far lo spasimante diventa pericoloso, poichè i parenti
della donna potrebbero immischiarsene; e il meno peggio che possa
capitare, è il matrimonio forzato con donna che non ci piace. Non amavo
le leziosaggini, nè le mollezze femminili, che sfibrano il carattere
e ci espongono qualche volta al ridicolo. Sdegnavo di cacciarmi nei
pubblici balli, o di piantarmi come un palo dinanzi alle case, per
fare il cascamorto colle ragazze che sedevano sulle soglie. Preferivo
andarmene fuori del paese con la combricola dei tiratori, per vincere
una scommessa al bersaglio. Il fucile era la mia prima passione — il
cavallo la seconda.

Non mi fecero pertanto difetto le avventure amorose; ma io nella donna
temevo le _malìe_ — cioè a dire le _legature_, come noi le chiamiamo.
Citerò due soli episodi.

Recatomi una sera in casa di un amico, vi trovai la moglie insieme ad
una giovane sorella di costei, di fama un po’ equivoca.

La donna maritata, fra il serio e il faceto, mi disse:

— Guarda mia sorella, com’è bellina! Perchè non te la baci?

Fui quasi spaventato dello strano invito; del che accortasi la scaltra
donna, cambiò tono, e mi chiese il favore di accompagnare la sorella ai
balli, che avevano luogo quella sera in piazza.

Benchè a malincuore, accondiscesi al suo desiderio. Quando fummo di
ritorno, le due sorelle si affrettarono ad offrirmi alcuni amaretti
e un bicchierino di rosolio; ma io mi guardai dall’accettare, temendo
volessero farmi qualche _legatura_. Appresi più tardi, che la moglie
del mio amico aveva contato sulla mia inesperienza, per mantellare col
sacramento del matrimonio il primo fallo della sorella.

   [Illustrazione: Moglie tentatrice, e il villaggio di Florinas]

Due mesi dopo, a breve distanza da Florinas, mentre rientravo dalla
campagna, fui fermato con mistero da una giovane donna, maritata ad
un vecchio. Ella cominciò col parlarmi di una sua amica, la quale era
alquanto innanzi negli anni, ma possedeva un piccolo vigneto ed una
casa bassa, che le procuravano una vita abbastanza comoda. Avendo
costei desiderio di marito, me la proponeva come moglie, cercando
persuadermi che avrei fatto un buon affare; poichè, anche con una
moglie attempatella, non mi sarebbe mancato l’affetto di qualche amica
più giovane. Rifiutai con ripugnanza; e allora la giovane si sfogò meco
in tenerezze, e mi tenne un linguaggio così singolare, che mi costrinse
a fuggire da lei, come un casto Giuseppe dalla moglie di Putifarre[6].

Tale io era con le donne a vent’anni. In seguito, naturalmente, ebbi
qualche scrupolo di meno, sebbene non sia mai riuscito a cambiare _la
mia opinione_[7].




CAPITOLO II.

In cerca d’una moglie.


Raggiunta l’età di 25 anni, non tardai a sentire tutto il peso della
mia vita solitaria, monotona. L’amore al lavoro ed al guadagno, la
ripugnanza all’ozio ed ai compagni crapuloni, mi rendevano più penoso
l’isolamento. Non bastava più mia madre, non bastavano i miei fratelli,
nè le sorelle, a darmi un conforto, quando stanco rientravo in seno
alla famiglia, dopo una settimana d’incessante e faticoso lavoro.
Desideravo qualche cosa di più attraente che mi eccitasse ogni sera a
far ritorno alla mia casetta.

Felice, il primogenito de’ miei fratelli, aveva preso moglie; gli altri
pensavano a prenderla; le mie sorelle già parlavano di marito — ed
io non sentiva la virtù del sagrifizio, senza uno scopo determinato.
Il pensiero di abbandonare la mamma era quello che mi tormentava; ma
io avrei potuto ritirare la vecchierella presso di me; avrei potuto
darle una compagna, quando le sorelle e i fratelli miei si fossero
allontanati dalla casa materna, per crearsi una famiglia.

Pensai dunque ad una compagna.

Avevo fermato l’attenzione sopra una bella giovinetta quindicenne, che
ogni domenica io aspettava sul piazzale della chiesa, all’entrata ed
all’uscita della messa. Parecchie volte ero stato ai balli con essa, e
mi pareva che non gli fossi del tutto antipatico. Il contegno modesto
di quella ragazza mi aveva profondamente colpito. Maria Francesca, la
prediletta del mio cuore, era al servizio del prete Gio. Maria Masala
Pittui, insieme ad una sua zia.

Questa zia — Giovanna Maria Meloni Ru — si trovava da molti anni in
casa del prete. Tanto lei, quanto una sua sorella maggiore, si erano
allontanate dal paese natio (Scano Montiferro) ferme nel proposito di
collocarsi come serve in casa di qualche prete, a Florinas, o altrove.
L’una di esse, infatti, riuscì ad essere accettata dal reverendo Pittui
— l’altra si collocò presso un altro sacerdote, in Codrongianus.

Le due donne avevano un fratello a Florinas — Salvatore Meloni Ru — già
servo del prete Pittui, che gli aveva dato in moglie certa Catterina
Merella.

Da queste nozze era nata, fra gli altri figli, Maria Francesca, la
ragazza che mi aveva colpito. Costei, fin da bambina, frequentava la
casa del prete, dove si recava per visitarvi la zia; e quando crebbe
negli anni vi fu accettata come servetta, con piena soddisfazione dei
genitori; i quali ascrissero a grazia divina l’aver potuto collocare la
loro bella figliuola in casa di un sacerdote benestante, influente, e
temuto più che amato nel paese.

Il prete Pittui aveva fatto di tutto per dar marito all’antica sua
serva Giovanna Maria, ma non vi era riuscito. In paese correvano
molte dicerie sul conto di quella donna, e nessuno voleva caricarsela.
Fra gli altri designati, il prete si era rivolto a due suoi nipoti,
promettendo loro la protezione, e non so che altro, se avessero
appagato il suo desiderio; ma i due nipoti non vollero sapere di dar
la mano ad una donna attempatella, a cui si cercava un marito con tanta
insistenza.

Il rifiuto dei due giovani inasprì alquanto lo zio, che tenne loro il
broncio per lungo tempo, sebbene non mancasse di prenderne le difese,
quando credeva compromessa la dignità del sangue di famiglia.

Il prete Pittui trovò finalmente il desiderato Cireneo della sua
Giovanna Maria: un suo servo agricoltore — certo Giovanni Antonio
Piana; il quale, sebbene molto giovane (eravamo coetanei) si decise a
sposare quella donna, che poteva essergli madre.

Giovanni Masala Pittui era un prete, che aveva oltrepassata la
cinquantina. Burbero, prepotente, di modi piuttosto aspri, si sentiva
capace di affrontare venti nemici petto a petto. Possedeva una
Cappellania, che dicevasi gli fruttasse da quattro a cinquemila scudi;
ed aveva l’obbligo di dir la messa tutti i giorni festivi nell’Oratorio
di Santa Croce — chiesetta un po’ fuori di mano, perchè posta
all’estremità del villaggio.

Erano in quel tempo in Florinas altri tre preti: i due viceparroci e il
rettore Gio. Angelo Dettori; ma nessuno poteva vantare l’influenza del
prete Pittui, che tutti temevano. In relazione con cavalieri, avvocati,
giudici, ed altre autorità di Sassari, egli dispensava promesse o
minaccie a diritta ed a manca, e nessuno osava contraddirlo, poichè si
sapeva che le minaccie avrebbero avuto il loro effetto.

Il prete Pittui andava sempre armato, ed era ben provvisto di fucili,
di pistole, di pugnali. Possedeva una quindicina di cani, fra i quali
due feroci mastini, capaci di sbranare quattro nemici a un semplice
cenno del padrone. Si vantava di essere un valente cacciatore (e lo era
di fatto), e si dilettava parimenti della pesca nei fiumi; però, non
mangiava mai pernici, nè lepri, nè anguille, che per solito regalava
agli amici.

Io era in buoni rapporti coi preti di Florinas, poichè tutti mi
avevano conosciuto sagrestano. Anche prete Pittui mi trattava con
una certa confidenza. Non poche volte gli avevo assistito la messa, e
assai spesso mi ebbe a compagno nelle solite gare al bersaglio della
domenica. Guai però a contraddirlo, o a prendersi troppo confidenza con
lui! Corrugava la fronte, rispondeva brusco, e voltava le spalle con
aria spavalda e prepotente.

Per dare un’idea del suo carattere focoso e della fiducia che riponeva
nelle autorità di Sassari, di cui si vantava amico, narrerò un
episodio.

Un giorno io lavoravo in un suo tenimento, insieme ad altri compagni,
fra i quali uno dei due nipoti che si era rifiutato a sposargli la
serva Giovanna Maria. Avvenne che uno dei contadini che lavoravano
insieme a noi, non so per qual contesa insorta, mettesse le mani
addosso al nipote del prete, che per caso era presente. Io corsi
in difesa dell’aggredito, e afferrato un bastone percossi senza
misericordia l’aggressore.

Il prete, cieco di bile per l’insulto fatto al parente, mi si accostò
inferocito, gridandomi alle spalle:

— Uccidilo! uccidilo, Giovanni! chè penserò io a strapparti alla
Giustizia!

Queste parole mi fecero tornare in me, e sospesi la correzione —
tanto più che l’avversario non mi aveva opposto resistenza. Il prete
si limitò a licenziare il contadino audace; ma mi accorsi che non era
soddisfatto della mia disubbidienza.

Riprendo la narrazione.

Colpito, dunque, dall’avvenenza e dalla modestia di Maria Francesca,
e fermo nel proposito di prender moglie, mi decisi a confidare in
famiglia i miei progetti, chiedendo un consiglio. Ottenni la generale
approvazione per la buona scelta fatta. Lieto che tutti fossero
contenti, incaricai la mamma di recarsi in casa del prete Pittui
per chiedergli la mano della ragazza. Si sa che in simili casi i
genitori passano in seconda linea, poichè spetta ai padroni disporre
dell’avvenire delle serve.

Mia madre, dopo essersi vestita degli abiti migliori, si recò dal
prete per far la domanda. Io rimasi ad aspettarla in casa, ansioso di
conoscere la risposta.

Trascorsa una mezz’ora, mia madre fu di ritorno. Per quanto affettasse
disinvoltura, mi accorsi subito che la sua missione non era pienamente
riuscita.

— Ebbene....? — le chiesi, andandole incontro.

— Bisogna ancora aver pazienza, figlio mio!

— Un rifiuto?!

— Non rifiuto, veramente! Mi disse solo, che avessi prima pensato a
maritare le tue sorelle Giustina e Maria Andriana, poichè per Maria
Francesca ci sarebbe stato tempo, avendo essa di poco oltrepassato i
quindici anni.

Questa risposta, che mia madre si studiava di raddolcirmi, mi tenne
alquanto di malumore. Tuttavia, non disperai, deciso di tornare
all’assalto in un momento più opportuno.

Lasciai trascorrere alquante settimane. Nel frattempo in paese si era
fatta correre una voce, la quale in sulle prime mi fece sorridere, ma
in seguito mi destò qualche inquietudine. Dicevasi dalle comari, che
io mi era pazzamente invaghito di Maddalena Pintus Marongiu, figlia di
Pietro Paolo, la cui fama non correva troppo buona in paese. Si era pur
detto, precedentemente, che tanto la ragazza, quanto i suoi genitori,
studiassero tutti i mezzi per accalappiarmi con un matrimonio.

L’origine e lo scopo della diceria erano palesi. La zia di Maria
Francesca aveva confidato alle comari la mia domanda di matrimonio;
e la famiglia Pintus, al cui orecchio era pervenuta la notizia, aveva
messo in giro la storiella del mio amore, per dar pretesto al prete di
rifiutarmi la mano della ragazza.

Un caso innocente, avvenuto poche settimane dopo, diede corpo all’ombra
ed alimento ad una diceria, che servì di appiglio ai disgustosi
incidenti che amareggiarono in seguito la mia esistenza.




CAPITOLO III.

Alla festa di Mara.


Si era verso la metà di Settembre del 1848, e si avvicinava il giorno
della famosa festa di _Nostra Signora di Bonuighinu_, che suol farsi
presso una chiesa campestre, nelle vicinanze del villaggio di Mara.
Questa festa, con annessa fiera, è una delle principali dell’isola, e
chiama tuttora dal Logudoro e dalla Planargia una folla considerevole
di curiosi e di devoti[8].

Essendo Mara molto distante, i florinesi hanno bisogno di quattro o
cinque giorni per effettuare la gita e godere del divertimento; e forse
per questo motivo l’attrattiva è maggiore, e cresce nei festaioli la
smania di prender parte alla baldoria.

Già da tre anni mi ero prefisso di recarmi a _N. S. di Bonuighinu_
per sciogliere un voto fatto, e nello stesso tempo per divertirmi un
poco. Lavoravo tutto l’anno con assiduità, e mi pareva di aver diritto
a un po’ di svago. Circostanze impreviste avevano impedito che si
effettuasse il mio disegno; ond’è che quella volta fui irremovibile nel
mio proposito.

Mia madre non vide di buon occhio la mia gita, e me lo disse con una
certa amarezza:

— Bada, Giovanni! A me pare, che in questa circostanza non ti convenga
recarti alla festa. Non vorrei che la tua gita avesse a procurarti
qualche dispiacere!

Io mi strinsi nelle spalle. Mia madre, certamente, voleva alludere alle
trattative in corso per la domanda di matrimonio; ma io sentiva di aver
la coscienza netta, nè dovevo temere serie conseguenze da un passatempo
innocente.

Anche il nostro vicino di casa — Gavino Pintus — aveva deciso di andare
alla festa insieme alla figliuola, e si era dichiarato contento di
avermi a compagno di viaggio.

Questo Pintus, agricoltore benestante, era fratello dell’altro Pintus,
della cui figlia mi dicevano invaghito. Le due cugine avevano lo stesso
nome: Maddalena.

All’alba del giorno designato insellai il mio _Moro_; Gavino Pintus
prese la figliuola in groppa, e partimmo insieme.

Svoltate appena due stradicciuole, il Pintus fermò il cavallo e mi
disse:

— Aspettami qui un momento. Mi spingo fino alla casa di Pietro Paolo,
per sapere se insiste nell’idea di venire alla festa.

Fu tanta la mia sorpresa, che non risposi neppure. Mi lusingavo già che
si trattasse di un semplice atto di convenienza, quando vidi sboccare
da una viottola i due fratelli a cavallo, colle rispettive figliuole in
groppa.

Quell’incidente impreveduto mi gelò il sangue. Mi venne persino in
mente di piantare la comitiva e di andarmene tutto solo alla festa; ma
ebbi vergogna di una debolezza, che poteva venir interpretata paura o
vigliaccheria. Ripensai allora alle parole di mia madre, la quale non
s’ingannava mai ne’ suoi pronostici.

Che dovevo fare? Feci l’uomo di spirito, e mi rassegnai ad essere il
compagno di viaggio dei due fratelli e delle due cugine, deciso però
a mostrare il broncio alla coppia malaugurata, che aveva messo in giro
la diceria de’ miei amori. Volevo che si notasse quanto poco gradita mi
fosse la compagnia dei due intrusi.

La figliuola di Gavino, appena quindicenne, era di un’ingenuità
infantile; la cugina, invece, a diciott’anni, rivelava una furberia
singolare, ed era molto addentro negli intrighi amorosi.

Il padre di costei, povero quanto Giobbe, tirava a stento la vita, ma
studiavasi di comparire agli occhi del mondo meno miserabile di quello
che era.

I nostri tre cavalli trottavano di conserva sulla strada. Mi ero messo
alla sinistra di Gavino per togliermi alla vista di Pietro Paolo e
della figliuola. Mi divertivo invece a scherzare e a conversare colla
più giovane delle Maddalene, lasciando l’altra ad annoiarsi fra il
babbo e lo zio.

Arrivati dopo un’ora di strada al sito denominato _Sas funtanas_,
smontammo tutti per abbeverare i cavalli.

Stando insieme sul ponte, Gavino si lamentò meco della lentezza del suo
cavallo, incapace di poter portare due persone sul dorso. Io gli dissi:

— Se per quindici giornate tu mi aiuterai ad arare la terra, porterò la
tua figliuola in groppa.

Il babbo mi rispose, scherzando:

— Anche per venti giorni avrai l’aiuto mio, se vorrai alleggerirmi di
Maddalena!

Dopo avermi aiutato ad assicurare il sellone sul mio cavallo, Gavino
sollevò da terra la figliuola e me la sedette in groppa.

Ci rimettemmo in viaggio.

Mi sentivo proprio contento del servizio reso a Gavino Pintus. Il mio
cavallo trottava, ed era facile lasciarmi addietro gli altri compagni,
la cui conversazione mi riusciva oltremodo impacciante.

Così trottando, colla donna in groppa, volli mangiare un boccone. Tolsi
dalla mia bisaccia un po’ di pane e di noci, e ne offersi a Maddalena,
la quale si divertiva un mondo alle mie facezie.

Arrivati dopo cinque ore di viaggio alla cantoniera di Giave, Pietro
Paolo invitò tutti a smontare da cavallo, offrendoci le sue provviste
per far collazione.

— Ho giù mangiato e non ne ho voglia! — risposi.

— Mangiato! e quando? — mi chiese sorpreso Pietro Paolo.

— Or ora in viaggio — risposi — ed ho anche bevuto. Anzi, se volete
approfittare, ci ho ancora vino nel mio fiasco!

Mi ero proposto di nulla accettare da quella gente. Sebbene avessi
giustificato il mio rifiuto, mi accorsi ch’esso spiaque ai due
fratelli, i quali pertanto si guardarono dall’insistere.

Terminata la collazione continuammo il viaggio, e dopo altre due ore di
strada sostammo a Padria, ospiti del comune amico Salvatore Masia, il
quale volle offrirci una lauta cena.

Come più ci avvicinavamo a Mara, più numerose diventavano le comitive
dei festaiuoli, accorrenti da ogni punto dell’isola a _N. S. di
Bonuighinu_.

All’alba del giorno susseguente rimontammo a cavallo, e un’ora dopo
entravamo nel villaggio di Mara, accolti generosamente da Antonio
Francesco Peralta, che ci volle ospiti, insieme ad altri festaiuoli che
ci avevano preceduto.

I miei compagni lasciarono in paese i cavalli, e si recarono a piedi
alla chiesetta campestre, distante appena una mezz’ora. Io feci quel
tragitto a cavallo, sempre con Maddalena in groppa.

Pietro Paolo si era rassegnato a far la strada a piedi, poichè la
figliuola, sprovvista di sellone, era stata adagiata alla meglio su due
cuscini. Il vero scopo della sua gita era il solito commercio d’uova;
e si sentiva giustamente umiliato della propria miseria, tanto più
sapendo che a me non mancavano soldi da spendere[9].

Durante la breve gita da Mara alla chiesa campestre, io continuai le
facezie colla mia compagna di viaggio, quasi per far dispetto alla
cugina, della quale volevo vendicarmi. Ero ancora inasprito delle
dicerie messe fuori dai genitori di una ragazza, la quale pretendeva di
essere corteggiata per forza. La mia natura superba rifuggiva da simili
donne!

Un’immensa folla occupava i dintorni della chiesetta; e vi erano
rappresentati la maggior parte dei comuni dell’isola.

Attiguo alla chiesa è un vasto cortile con un lungo loggiato per
comodità dei visitatori e dei mercanti. Vi si vendeva di tutto, e si
macellava all’aria aperta carne di bestiame, proprio... o rubato.

Siccome mi ero recato alla festa per sciogliere un voto, non mancai di
far le mie preghiere in chiesa; dopo di che, pensai a darmi un po’ di
spasso. Ho sempre mantenuto la mia parola, anche con Dio e coi santi!

Da Mara erano venuti, insieme a noi, molti curiosi e devoti; e non
poche forosette, in allegra brigata, avevano voluto accompagnare le due
cugine Pintus.

Eravamo arrivati alla chiesa verso il Vespro, dopo aver fatto a Mara le
provviste per la cena.

Io non stavo indietro ad alcuno nello spendere; anzi mi ero proposto
di fare il generoso. Avevo comprato molte libbre di pesce d’Oristano
cotto, nonchè una ragguardevole quantità d’aranci, che dispensai
largamente a quanti componevano la numerosa comitiva.

Cenammo in una delle loggie del vasto cortile della chiesa.

Terminata la funzione del Vespro, s’iniziarono i balli. Era un
gridìo incessante di mercanti e di compratori, di giovanotti allegri
e di donnette di buonumore. Al chiarore dei lampioncini, dei falò,
dei razzi, si correva da un punto all’altro scherzando, ridendo,
altercando. La festa era stata allietata dalla presenza dei principali
cavalieri e signori di Bonnanaro, di Torralba, di Bessude, di Borutta
e di Tiesi, che gironzavano di qua e di là, in compagnia delle loro
donne.

Dopo aver preso parte ai balli, come attori o come spettatori, fu
proposta la visita a tutti i _liquoristi_ e _torronai_; e da una
baracca all’altra non si faceva che bere ed acquistare dolciumi per i
bambini. Com’è usanza in simili feste, ci alternavamo nello spendere; e
ciascuno cercava di distinguersi nella prodigalità.

A Pietro Paolo non erano rimasti in tasca che sette soldi e mezzo, ed
io non avevo cessato di superarlo negli acquisti.

Verso la mezzanotte si die’ principio alla solita gara dei poeti
estemporanei, con botta e risposta. I due fratelli Pintus vollero
assistere alle sfide in versi, poichè uno di essi — Gavino — si piccava
d’essere poeta. Io, invece, con le due cugine Pintus, preferimmo di
prender parte al ballo.

Terminate le danze la Maddalena Bua mi disse:

— Andiamo a bere alla fonte!

La fonte è lontana un quattrocento passi dalla chiesa, e la folla vi
affluiva di continuo.

Volli appagare il desiderio delle donne, e le accompagnai.

La moltitudine che andava e ritornava dalla fonte rendeva penosa la
nostra gita. Frotte di allegri giovinotti, un po’ brilli, davano la
baja a questa o a quella forosetta, e bisognava lottare, or colle buone
ed ora colle brusche, per aprirci un passaggio. Io stava attento perchè
le mie donne non si sbandassero, trascinate dalla folla che ci seguiva,
o da quella che ci veniva incontro.

A un certo punto Maddalena Bua (la più giovane) si fermò e mi disse
ingenuamente:

— In questo modo non potremo andare avanti! Perchè non ci dai il
braccio?

E senza aspettare che io l’offrissi loro, le due donne mi presero
a braccetto: l’una a destra, l’altra a sinistra. Sudavo freddo,
immaginando le chiacchiere dei maldicenti florinesi che assistevano
alla festa.

Dopo essere stato alla fonte, ricondussi le Maddalene verso la chiesa,
e le accompagnai fino alle loggie. Erano le due dopo mezzanotte, e
volevano riposare.

Offersi il mio cappotto alla più giovane, perchè se ne servisse come
guanciale, e tornai indietro per raggiungere i miei compagni, che erano
intenti al giuoco, ai canti, ed alle gare poetiche.

Mancavano due ore all’alba quando mi diressi tutto solo alle loggie,
in cerca di un cantuccio per poter dormire. Passando lungo lo
scompartimento assegnato alle donne, fui colpito dalla vista di una
nera sottana, che provocava le grasse risa e gli scherzi degli astanti.
Era quella di un prete di Mara, venuto per le funzioni religiose.
Volendo star comodo, egli si era cacciato alla chetichella nel loggiato
delle donne, sordo alle chiacchiere e alle facezie di quanti lo avevano
veduto. Io gli dissi, scherzando:

— Ella ha scelto un buon posto, reverendo! Fra sottane e gonnelle ci
corre poco!

— Lasciatemi dormire, chè ne ho bisogno, canaglia! — brontolava
il prete con stizza. — Tu per il primo, Giovanni Tolu, non vorrai
rinunziare alla mia messa! Non è così?

— Sicuro, che è così! — risposi — poichè mi vanto di essere un buon
cristiano. Non solamente ascolterò la vostra messa, ma vi prometto di
assistervela come antico sagristano. A condizione però, che diciate una
messa da cacciatore: brevissima.

— Siamo intesi, e buona notte!

— Dite meglio: buon giorno! — conchiusi.

La giornata susseguente non fu meno chiassosa del Vespro, quantunque
quest’ultimo abbia sempre maggior attrattiva.

Fedele alla parola data, volli assistere il prete nella messa, e mi
ci misi d’impegno. La maggior parte dei devoti l’ascoltarono all’aria
aperta, poichè la chiesa non poteva capire che un duecento persone.

Terminata la funzione religiosa si ricominciarono le danze, i canti e
le visite alle baracche.

Si pensò intanto alla collazione. Pietro Paolo si era incaricato di
provvedere il pesce; ma siccome aveva pochi soldi da spendere, ne portò
una quantità insufficiente. Allora andai io a far l’acquisto, e tornai
con un grosso involto di muggini e di aranci, bastevoli per saziare
dodici persone. Devo confessarlo: quel giorno volevo fare il signore.

Fu sempre mia opinione, che l’uomo non deve badare ad economie in
certe circostanze; e quando non si hanno i mezzi per poter spendere, si
rimane a casa per evitare una brutta figura.

Dopo la collazione si andò tutti alla messa solenne; in seguito ebbe
luogo la processione, la corsa dei cavalli, e di nuovo i canti e le
danze.

Verso la una dopo mezzogiorno i festaiuoli si unirono in diversi
gruppi, per i preparativi della partenza.

Fin dal giorno innanzi avevo ordinato che da Mara mi si portasse il
cavallo. Montai in sella, ripresi in groppa la figlia di Gavino Pintus,
e feci al passo il breve tragitto, per andar di conserva co’ miei
compagni di viaggio, ch’erano tutti a piedi.

L’ho detto: quel giorno volevo fare il signore.




CAPITOLO IV.

Ritorno dalla festa.


Arrivati al villaggio di Mara si fece sosta, e si pranzò in casa
Peralta. Al pomeriggio si giunse a Padria, dove passammo la notte.
All’alba del giorno seguente ci recammo a Tiesi, per accompagnarvi i
desini, che ci furono compagni alla festa. Ivi passammo il resto della
giornata e la notte, sempre in baldoria.

In quest’ultimo paese Pietro Paolo fece un carico d’uova, ed affidò la
figliuola allo zio Gavino, che se la prese in groppa.

Di là si andò tutti a Banari per accompagnarvi la comitiva dei
banaresi, e vi si passò allegramente la giornata. Verso sera ci movemmo
dal paese per far ritorno a Florinas.

Prima di allontanarmi dalla chiesetta di _N. S. di Bonuighinu_, ebbi
cura di far la provvista di confetti e torroni per portarli alla mia
famiglia ed a quella di Gavino Pintus. Non si deve far ritorno da una
festa senza pensare a quei di casa.

Pietro Paolo Pintus, fin dal mattino, si era messo in viaggio per
Florinas col carico delle uova, avvertendoci che alla sera ci sarebbe
venuto incontro per riprendere la figliuola. Giunto a Florinas (come
seppi più tardi) si era presentato a mia madre, chiedendole se avesse
un sellone da donna per adagiarvi la sua Maddalena.

La mia vecchia, già inasprita per la diceria messa in giro sul mio
conto, gli rispose bruscamente:

— Invece di sella, perchè non vai alla ricerca di due fascine, per
collocarvi la tua figliuola?!

Pietro Paolo si allontanò, fingendo prendere l’insulto come uno scherzo
innocente. Ognuno sa che sulle fascine si trasportano i feriti od i
morti per malefizio.

Eravamo a metà strada da Banari a Florinas, quando Pietro Paolo venne a
incontrarci. Egli si affrettò a dirmi:

— Pare che la tua mamma sia in collera!

— Se mia madre è in collera — risposi asciutto — avrà le sue buone
ragioni. Ella non si adira mai, senza un motivo.

La ragazza ch’io aveva in groppa, impressionata dalle parole dello zio,
voleva ad ogni costo smontare da cavallo.

— Tua madre l’ha con me — diceva impaurita — ed io non voglio essere da
lei sgridata!

— Sta tranquilla! — le risposi — con te la mamma non può aver rancori.

E siccome la ragazza persisteva a non voler più stare con me, il padre
le gridò con voce autorevole:

— Rimani dove sei! Nessuno oserà farti rimprovero. Ci sono io, qui!

Mi rivolsi allora a Maddalena, e soggiunsi risoluto:

— Se tu smonterai da cavallo, vi pianterò qui tutti, e rientrerò solo
in paese!

Lo zio e la cugina di Maddalena Bua non fiatarono.

L’incidente non ebbe altro seguito. Facemmo insieme la strada, e si
parlò d’altro.

Intanto a Florinas era pervenuta la notizia delle mie avventure a
_Nostra Signora de Bonuighinu_. Alcuni festaiuoli florinesi, arrivati
il giorno precedente, avevano parlato della mia gita alla fontana, a
braccetto di Maddalena Marongiu. Si diceva di amori, di accordi presi,
di nozze conchiuse.

La stessa madre della ragazza si era lasciata sfuggire qualche frase
allusiva; la quale era stata colta a volo e commentata in tutti i
modi. Più tardi quella furba, abboccatasi colla signora Vittoria Oppia
(comare di battesimo del prete Pittui) le spiatellò addirittura, che
il marito e la figliuola, lo zio e la nipote, si erano tutti recati a
_N. S. di Bonuighinu_ per combinare il matrimonio fra Giovanni Tolu e
Maddalena Pintus Marongiu.

La signora Oppia si affrettò a riferire il fatto al compare prete, il
quale montò su tutte le furie.

— Come?! si osano fare simili pazzie, dopo le trattative in corso per
una ragazza che è in casa mia? Vedremo come l’andrà a finire!

Mia madre, al cui orecchio erano pervenute le chiacchiere del paese,
era molto dispiaciuta; e stava appunto adoperandosi a persuadere
le comari del vicinato, quando udì lo scalpitare dei cavalli che
annunziava il nostro ritorno dalla festa.

Siccome avevo Maddalena in groppa, era mio dovere smontare dinanzi alla
casa di Gavino Pintus, posta al di là della nostra. Passando dinanzi
a mia madre ed alle mie sorelle, ch’erano sulla porta, dissi loro
scherzando:

— Stava qui Giovanni Tolu, quando era vivo?

Mia madre non sorrise, ma mi disse con tono d’ironia:

— Festa lunga, eh?

— Lunga e bella! — risposi, e spinsi oltre il cavallo.

I miei parenti si avvicinarono alla casa di Pintus, col quale erano in
buoni rapporti. Feci là distribuzione dei confetti e dei dolci alle due
famiglie, e Gavino volle che quella sera si cenasse insieme.

Rientrati in casa nostra, la mamma mi disse con tono grave:

— Dio non voglia, o Giovanni, che questa festa ti costi cara, e che
qualche giorno non abbia a pentirtene!

— Quando si ha la coscienza di non aver recato danno ad alcuno, non si
devono temere tardi pentimenti!

Allora la mamma e le sorelle mi posero a parte delle dicerie che
correvano in paese, e delle scene avvenute fra la madre di Maddalena
Pintus, la signora Oppia ed il prete Pittui.

— Tutte falsità e calunnie! — gridai stringendomi nelle spalle — Io
non ho avuto mai intenzione di far l’amore con alcuna donna, nè ho
incoraggiato ragazze a nutrire sciocche speranze.

Trascorsi alcuni giorni, volendo mettere le cose a posto, pregai
la mamma di recarsi un’altra volta dal prete Pittui per smentire le
dicerie, e per rinnovare la domanda di matrimonio.

Mia madre rientrò in casa dopo un’ora.

— Eccoti bell’e maritato! — mi disse con amarezza — Maria Francesca non
ti vuol più perchè ti sei legato ad altra donna!

— Che ti disse il prete?

— Lo trovai sulle furie. Egli non pronunciò che queste parole: «—
Dirai al tuo figliuolo, che si mariti con chi gli pare e piace, ma che
stia lontano dalla mia casa.» — Sei contento, adesso?

— Via, non t’inquietare. Dissiperò io l’equivoco. Mi presenterò dal
prete, e saprò convincerlo.

Due giorni dopo mi feci annunziare al prete Pittui. Mi ricevette nello
studio, ma di mala grazia.

— Che vuoi tu qui?

— Ve lo ha già detto mia madre: — voglio in moglie Maria Francesca, la
vostra servetta.

— Maritati con chi ti piace, ma non in casa mia. Maria Francesca non sa
filare, non sa fare il pane, non sa far niente!

— E che importa ciò? — risposi piccato — Io so filare, so fare il pane,
so far tutto. Col mio lavoro e colla mia attività saprò provvedere a
quanto abbisogna in una casa.

— Maritati con chi ti piace, ma non in casa mia!

— Ed è appunto in casa vostra che voglio maritarmi, perchè vi si trova
colei che mi piace.

Il prete Pittui si mostrò meco inflessibile. Non volle darmi alcuna
soddisfazione, nè volle ascoltare alcuna discolpa. Riflettei che non
era il caso d’insistere, e me ne andai, col proposito di scegliere un
momento più propizio per far valere le mie ragioni.

Ritornato da lui una seconda volta, lo trovai anche più duro. Mi parlò
di mala grazia, e mi fece intendere, che non mi avrebbe mai dato il
consenso di sposare la sua servetta.

Il suo contegno insolente e le sue parole tronche mi fecero perdere la
pazienza.

— In fin dei conti — risposi — Maria Francesca non è vostra figlia; e
se tale pur fosse, mi basterebbe il consenso di lei. Ottenendolo, io
resterei con mia moglie, e voi senza figlia!

— Ed io non le darò nulla! — esclamò vivamente il prete, piantandomi
addosso due occhi da spiritato.

— Se voi non le darete nulla, tanto meglio per me. Vivrò più
tranquillo; poichè coi vostri doni non potrei sfuggire alla critica del
paese... Voi m’intendete!

Queste mie parole ferirono a sangue il prete. Egli non volle più
ascoltarmi, e mi licenziò bruscamente.




CAPITOLO V.

Fattucchierie.


Ottenuto, per mezzo di impegni, un terzo abboccamento col prete Pittui,
questi si mostrò addirittura implacabile, nè volle udire ragione
alcuna. Non valsero preghiere, nè umiliazioni per smuoverlo dal suo
proposito. Allora gli dissi con significato:

— Chi lo sa? i tempi cambieranno!

E il prete con aria minacciosa:

— Possono cambiarsi in bene, ed anche in male!

— Badate, reverendo! quando i tempi si cambiano in male, i signori
rischiano di perdere la vita e il patrimonio; — i poveri invece non
potranno rischiare che la sola vita, poichè non hanno altro da perdere!

E così dicendo presi commiato dal prete, in preda ad un’agitazione
febbrile, che non riuscivo a dominare.

Da quel giorno vissi irrequieto e cominciai a disperare di me, della
mia fortezza d’animo, della mia fibra d’acciaio.

I miei timori non furono infondati. Il prete cominciò la sua vendetta,
valendosi vigliaccamente dei mezzi che gli dava il suo ministero. Egli
mi fece le _fattucchierie_, nè tardai ad accorgermi che mi trovavo
sotto l’influenza d’una _legatura_. Caddi ben presto ammalato; di quel
malore singolare, che i medici sono impotenti a guarire[10].

Non si rida delle mie credenze. La mia convinzione è profonda, perchè
fondata sulla esperienza di tutta la mia vita.

Io ero _fatturato_. Il prete Pittui mi aveva fatto le _legature_,
e dovevo pensare a scioglierle. Mi sentivo seriamente ammalato, e
bisognava guarire.

La mia malattia era curiosa. Mi sentivo tutto pesto — come se
fossi stato bastonato senza misericordia. Provavo una svogliatezza
singolare, dolori atroci alle ossa, punture insopportabili a tutte
le articolazioni. E questi dolori si facevano più acuti nell’ora del
Vespro, alla vigilia delle feste solenni — quasi a ricordo della festa
di _Nostra Signora di Bonuighinu_. Era in quel vespro che Maddalena
Pintus Marongiu si era appoggiata al mio braccio per recarsi alla
fontana!

Dovevo dunque pensare alla guarigione. Io ben sapeva che in questi
casi è opera vana ricorrere ai medici; bisognava raccomandarsi ai soli
preti, o a persone esperte nella scienza delle fattucchierie.

Mi rivolsi, primo fra tutti, al nostro vice parroco Giovanni Stara,
un buon prete esemplare, molto povero. Egli si munì di stola, di
aspersorio e di breviario, e cominciò gli esorcismi.

Per tre volte ricorsi a lui, e devo dichiarare che fra i consultati fu
il più efficace nella cura. I miei dolori non cessarono, ma diminuirono
sensibilmente e mi diedero tregua per qualche settimana.

Seppi un giorno, che nel villaggio d’Ossi era un prete assai potente
negli scongiuri. Si chiamava Valerio Pes. Montai a cavallo e andai a
visitarlo.

Come il vice parroco Stara, egli mi fece mettere ginocchioni, mi lesse
il breviario, mi asperse d’acqua santa, e mi raccomandò di ripetere
la prova altre due volte. Dopo i tre esperimenti, gli dissi che i miei
dolori erano più intensi e che non avevo risentito alcun miglioramento.
Allora il reverendo Pes mi confessò addirittura, che egli si trovava
in una condizione eccezionale. Anche lui era un _fatturato_, per
_legatura_ fattagli da un prete nemico, il cui potere era maggiore
del suo. A ciò dovevo attribuire la vera causa dell’inefficacia degli
esorcismi[11].

Non volendo lasciare intentato alcun mezzo per riacquistare le
perdute forze, mi decisi a consultare un bravo agricoltore florinese,
potentissimo nell’arte degli esorcismi.

Il metodo seguito da questi profani era d’ordinario il seguente.
Anzitutto l’esorcista doveva operare dopo un intimo colloquio colla
propria moglie. In seguito si muniva di un archibugio sardo, che avesse
già servito ad uccidere un uomo, e si recava col paziente ad una vigna,
i cui viali fossero disposti in croce. Fatto collocare il malato in un
crocicchio, gli appoggiava alla schiena il calcio del fucile, e gli
ordinava di far fuoco in quella posizione, portando all’indietro la
mano per far scattare il grilletto. Partito il colpo, la _legatura_ era
sciolta.

Per due volte l’esorcista ripetè l’esperimento, ma senza alcun
vantaggio per me. Finalmente mi disse con dolore:

— È questa la prima volta che fallisce la mia prova. Dunque una mano
potente pesa sul tuo capo, e non ti resta che raccomandarti a Dio.

Queste parole mi colpirono vivamente, e quasi ne piansi. Per fortuna,
in quei giorni, i dolori mi diedero un po’ di tregua, e non perdetti
del tutto la speranza della guarigione.




CAPITOLO VI.

Convegni amorosi.


Gironzando una sera per le vie del villaggio, in preda ai miei cupi
pensieri, mi fermai dinanzi alla casa d’un amico, a breve distanza da
quella dei genitori di Maria Francesca.

— Com’è che non vi maritate ancora? — mi chiese l’amico.

— Il prete non vuole! — risposi sbadatamente.

— E che c’entra il prete? Se tu ce lo consenti, noi parleremo il
padre e la madre della ragazza. Sono nostri vicini, e siamo in ottimi
rapporti.

— Fate come volete! — dissi, e continuai la mia strada.

All’indomani l’amico venne a dirmi, che i genitori di Maria Francesca
nulla sapevano del matrimonio, ma che avrebbero scrutato l’animo della
figliuola per darmi una risposta.

Ringraziai l’amico ed attesi. La risposta mi fu data tre giorni dopo,
ed era consolante. Maria Francesca acconsentiva a diventare mia moglie.

Fattomi coraggio, mi presentai ai genitori della ragazza. Dopo
avermi confessato che il prete contrariava questo matrimonio, essi
conchiusero:

— Non devi per ciò disperare; se il prete non lo vuole, lo vogliamo
noi. Siamo contenti che la nostra figliuola diventi tua moglie, e che
tu diventi figlio nostro!

— Il vostro consenso mi consola; ma non mi basta. Vorrei scambiare
alcune parole con Maria Francesca, qui, alla vostra presenza. Datemi un
appuntamento.

Pochi giorni dopo mi ripresentai a Salvatore, il quale mandò un suo
figliuoletto in casa del prete Pittui, per dire a Maria Francesca che
la mamma aveva bisogno di lei.

Il cuore mi batteva forte, e i minuti mi parevano secoli.

A un tratto Maria Francesca comparve sulla soglia, e vi rimase indecisa
alcuni secondi; indi si fece avanti lentamente, col capo chino e le
braccia conserte. Era impacciata, commossa.

Ruppi per il primo il silenzio:

— Che dici tu, Maria Francesca, di quanto accade?

— Io non so che cosa dire. Han cominciato col farmi sapere che avevi
chiesto la mia mano, e si finì coll’avvertirmi che non sarei stata più
tua moglie. Le ragioni non vollero dirmele.

— Anzitutto devi manifestarmi il tuo sentimento. Se tu mi vuoi bene
quanto io te ne voglio, i contrasti cesseranno subito, poichè nessuno
potrà impedire la nostra unione!

A questo punto la ragazza levò la testa, ed esclamò ingenuamente:

— Quando il prete e la zia mi fecero sperare che questo matrimonio si
sarebbe effettuato, io ne fui contentissima, poichè fra i giovani del
paese tu eri il prescelto dal mio cuore. Aggiungo adesso, che, se tu
mancherai alla parola, io uscirò dalla casa del prete per servire altro
padrone... e non prenderò più marito!

— Io non ho mai mentito, e la mia parola è sacra. Mi chiamo Giovanni
Tolu, sento di essere un giovane onesto e laborioso, e prometto di
renderti felice. Non ti darò mai motivo a pentirti di avermi scelto per
compagno!

Così dicendo mi avvicinai alla ragazza e soggiunsi:

— Qui, alla presenza del babbo e della mamma, voglio darti il primo
bacio: sarà caparra solenne del sacrosanto matrimonio.

E dopo averla baciata sulla guancia, le dissi:

— Questo bacio era tuo da lungo tempo, ma non potevo mandartelo con
altri. Serbalo come saldo pegno dell’amore che ti porto, e affidati a
me![12]

Maria Francesca, per la prima volta, levò la testa per guardarmi negli
occhi; poi arrossì, mi sorrise, e andò via quasi bruscamente, senza
salutare nessuno.

Da quel giorno mi parve di star meglio e di aver lo spirito più
tranquillo. Visitavo assai spesso la casa del mio futuro suocero, ed
aspettavo con ansia il giorno festivo, designato per gli appuntamenti,
all’insaputa del prete. Non dimenticherò mai quel tempo felice e i
dolci colloqui colla cara ragazza!

Sventuratamente la mia felicità fu di breve durata, poichè alla gioia
succedette l’affanno. Le punture ai ginocchi ricominciarono, e i dolori
acuti mi fecero accorto, che la maledizione del prete non voleva darmi
tregua.

Fuori di me per lo spasimo, mi diedi alla ricerca di nuovi esorcisti
per sottrarmi alle malìe. Dove mi s’indicava un esperto in quell’arte
diabolica, io correvo come pazzo senza frapporre indugio, fosse anche
in capo al mondo. Montavo a cavallo, e col pretesto degli affari
visitavo tutte le cascine, tutti gli ovili, tutti i paesi dei dintorni
— ma sempre inutilmente. Ero disperato.

Volevo farla finita colle fattucchierie del prete, ma prima volevo
sposare Maria Francesca. L’influenza di quel sacerdote mi spaventava.
Il mio malumore crebbe, quando un giorno mi rivolsi ai genitori della
ragazza, dicendo loro che desideravo affrettare le nozze.

La madre tacque abbassando gli occhi; ma il padre mi disse con un certo
tono fra l’agro e il dolce:

— Ti par proprio giusto, che noi dobbiamo affidare la figliuola ad un
malato?

Quel tono amaro m’indispose, ed esclamai vivamente:

— Voi mi avete conosciuto sano... e ciò vuol dire che io potrò guarire.
D’altronde vi comunico la mia risoluzione: — o fatemi sposare subito
con Maria Francesca, o portateci entrambi dinanzi ad un parroco per
scioglierci dalla promessa. Ciascuno penserà ai casi propri. Scegliete!

I genitori della ragazza si acquietarono; ed io mi diedi di nuovo
attorno, in cerca di esorcisti.

Mi rivolsi nuovamente a diversi preti, i quali si dichiararono
impotenti a lottare col mio jettatore.

Una sera mi recai a Tissi per consultarvi un famoso scongiuratore di
_legature_. Prima di andare da lui, mi si volle far visitare un infermo
_fatturato_, la cui moglie dicevasi fosse l’amica di un prete. Quel
povero disgraziato, colpito da paralisi alle gambe, giaceva sulla
paglia di un tugurio, in preda a spasimi atroci.

Mi tolsi raccapriciando a quella spettacolo orribile.

— Se io diventassi come costui — dissi — sarei rovinato per tutta la
vita!

Non volli ritornare a Florinas. Passai la notte a Tissi, e l’indomani
mi spinsi fino ad Uri per sottopormi alle cure di un maestro di
esorcismi, indicatomi come valentissimo.

Ma i dolori continuavano.

Sempre alla ricerca dell’uomo che doveva guarirmi, io trottai
all’impazzata da un paese all’altro, finchè mi decisi a far ritorno a
Florinas, dopo un’assenza di tre giorni.

Un caso singolare, avvenutomi in quella circostanza, contribuì ad
agitare nuovamente il mio spirito. Voglio narrarlo, per persuadere gli
increduli, che le _legature_ non sono un parto di mente inferma.

Giammai, come in quei tre giorni, io aveva provato la smania tormentosa
di rivedere Maria Francesca. Mi pareva di esserne lontano un secolo.
Diedi di sprone al cavallo e trottai come un forsennato fino alla casa
di mia madre. Ivi appresi che il prete, durante la mia assenza, aveva
licenziato la servetta, inasprito per le nozze stabilite senza il suo
consenso.

Smontato di sella, affidai il cavallo a mio fratello Peppe, e mi avviai
sollecito alla casa dei genitori della ragazza.

Come posi piede sulla soglia, mi sentii avvinto da un misterioso
fascino, che non seppi spiegare. La viva smania di rivedere la sposa
diletta si era cambiata in un’avversione invincibile. Una forza occulta
mi respingeva da lei; la sua vista mi metteva quasi ribrezzo; ond’io le
volsi bruscamente le spalle, e continuai a parlare coi genitori, senza
rivolgerle la parola, senza stringerle la mano, e senza baciarla sulle
guancie, come al solito. Temevo persino il contatto delle sue vesti,
poichè avevo la convinzione che esse mi avrebbero scottato. Rimasi là
come intontito, paralizzato, subendo l’influsso malefico del prete, che
si vendicava di me. Ad un tratto, non potendo più oltre resistere, mi
precipitai fuori della porta, e mi diedi a correre. Mi pareva di essere
inseguito da una furia infernale.

Quando rientrai in casa, mio fratello Peppe mi venne incontro agitato:

— Il tuo cavallo è tutto gonfio! — gridò pieno di spavento.

— So di che si tratta! — risposi cupo; ma non dissi che il prete n’era
la causa, poichè le sue malìe si erano estese anche alla bestia che mi
aveva venduto.

— Il tuo cavallo sta male... e forse muore! — ripetè mio fratello.

— Lascia ch’esso muoia, nè dartene pensiero! — esclamai con profondo
dolore — Tutti moriamo, e morrò anch’io fra non molto!

La mamma e le sorelle si scambiarono un’occhiata, non riuscendo a
spiegarsi lo strano senso delle mie parole.




CAPITOLO VII.

Sponsali e luna di miele.


Il mio cavallo non morì, e i miei dolori si calmarono. Approfittai
della tregua per sollecitare presso la famiglia di Maria Francesca i
preparativi degli sponsali. I parenti accondiscesero al mio desiderio.

Si andò anzitutto dal parroco per sottoporci all’esame della
_Dottrina_, come l’uso voleva. Il parroco rinunziò ad interrogarmi,
perchè molte volte gli avevo assistito la messa e mi sapeva addentro
nelle pratiche religiose. Si limitò ad esaminare Maria Francesca, e
si accorse, che, sebbene educata in casa di un prete, ella ben poco ne
sapeva.

Il parroco disse, a me rivolto:

— Se si fosse trattato d’altri, e se io non vi sapessi in condizioni
speciali, mi sarei ben guardato dal permettere le vostre nozze. Ma
questa volta voglio passarvi sopra. A te specialmente raccomando
d’istruire la sposa nella dottrina cristiana.

— Ne prendo impegno! — risposi con un certo orgoglio — sapete pure che
sono stato sagrestano!

Ottenuto l’assenso del parroco, vennero fatte in chiesa le _pubblicate_
d’uso per due sole domeniche, avendoci la Chiesa dispensato dalla
terza, com’è d’obbligo.

   [Illustrazione: Gli sposi uscenti dalla chiesa]

La mattina del 17 aprile 1850 fu designata per lo sposalizio.

Ci eravamo confessati entrambi dal parroco, ed assistemmo alla
messa, celebrata dal prete Pittui, il quale non aveva avvertito la
nostra presenza. Quando ci scorse, non potè contenere un movimento di
dispetto. Pareva un diavolo sull’altare!

La cerimonia venne compiuta senza pompa, senza codazzo di parenti e
di amici, poichè non volli la compagnia di nessuno, togliendo pretesto
dalla malattia che mi tormentava e dai contrasti che avevano preceduto
il mio matrimonio.

Assistettero alla funzione mio fratello Peppe e mia madre. I genitori
della sposa non vollero inasprire colla loro presenza il prete Pittui.

Sulle prime si pretendeva che, per un po’ di tempo, noi si vivesse
separati, cioè a dire, la sposa presso i genitori ed io in casa di mia
madre. Mi opposi vivamente, dicendo a Maria Francesca:

— Noi siamo marito e moglie, e dobbiamo mangiare, dormire, e vivere
insieme. Se saremo lontani l’uno dall’altra, non mangerai tu, nè
mangerò io. In casa mia ci ho grano, ci ho lardo, ci ho fave e fagiuoli
— dunque possiamo vivere del nostro, indipendenti.

Secondando il mio desiderio, i genitori di Maria Francesca combinarono
di offrirci parecchie stanze nella casa attigua alla loro. Accettai,
quantunque a malavoglia.

Dopo la benedizione del prete fu apprestato il pranzo di nozze in casa
di mia suocera. Ricevetti dai parenti molto bestiame in dono; alcuni
mi regalarono un vitellino od una pecora, altri un montone od un
maialetto.

Volli far parte di un grosso castrato alla zia di Maria Francesca,
la serva del reverendo Pittui; la quale, in ricambio, mi regalò
un barilotto di vino, che mandai subito in casa di mia madre. Non
volli berne, perchè proveniva dalla casa del prete, e temevo fosse
_fatturato_ a mio danno.

All’indomani ci ritirammo nella nostra casetta provvisoria, e facemmo
il pranzetto da soli, come due colombi innamorati, felici d’essere
finalmente uniti per tutta la vita.

Appena ritirati nel nostro nido, dissi alla sposa:

— Bada bene: la prima pietanza che uscirà dalla nostra cucina, voglio
che sia mandata a tuo padre ed a tua madre. È questa la _mia opinione_,
e il nostro dovere!

Durante i mesi di aprile e di maggio la nostra vita trascorse serena.
Si viveva in perfetta armonia, fra il riso più schietto e le carezze
più affettuose, sempre fantasticando progetti d’ogni genere per
migliorare il nostro avvenire. Eravamo ancora giovani: — io contavo
ventott’anni, e mia moglie diciasette. Sentivo d’essere contento di
me e di lei. Maria Francesca era una pura e ingenua ragazza, piena di
attrattive, tutta premure per me, e docile come un agnello ad ogni mio
comando.

Si avvicinava intanto la stagione della messe, ed io doveva pensare a
dedicarmi con lena al lavoro, per tirare innanzi dignitosamente, senza
bisogno di ricorrere all’altrui soccorso.

Il mestiere dell’agricoltore è faticoso, ed è col sudore della fronte
che si guadagna il pane quotidiano. Io dissi a Maria Francesca:

— Siamo alla messe, ed è mestieri che io cerchi lavoro. Tu sei
troppo giovane ancora, delicata, e non hai l’abitudine di lavorare in
campagna, sotto la sferza del sole, affrontando disagi e patimenti.
Cercami dunque una spigolatrice di tuo gradimento, e tu cura con agio
le faccende domestiche, conservandoti sana e fresca.

Maria Francesca mi fissò lungamente, e mi disse con affettuoso
risentimento:

— Come! ed hai potuto così prestò dimenticarmi? Hai tu bisogno di
altre, quando io mi sento capace di far la spigolatrice?

— Codesti sono capricci da bambina! — risposi — Non sai tu che il non
aver spigolatrice sarebbe una vergogna per me ed un danno per la casa?
Mentre colei che spigola avrà un lucro, tu potrai sorvegliare la nostra
casa, ed io penserò a tutto. Il lavoro dei campi è molto grave, bambina
mia! ed io non voglio aver questioni co’ tuoi parenti!

E siccome Maria Francesca persisteva nel suo proposito, credetti mio
dovere avvisarne i genitori, perchè la persuadessero.

Mia suocera disse alla figliuola:

— Lascia le pazzie, e scegli una spigolatrice di tua fiducia. Non è
conveniente che tu ti esponga a simile fatica. Bada! chè non abbia ad
essere tardo il tuo pentimento! poichè una volta sul posto, dovresti
starvi a costo di crepare!

Non ci fu verso di persuaderla, nè colle buone nè colle minaccie. Mia
moglie dichiarò recisamente, che la spigolatrice voleva essere lei.

Ero stato invitato a far la messe nella Nurra — regione lontana cinque
o sei ore dal nostro paese, e da me con frequenza visitata.

Venuto il giorno della partenza, Maria Francesca si mostrò esitante;
tirò fuori non so quali dubbi, e finì per dire che non voleva più
seguirmi.

Questo repentino cambiamento all’ultim’ora mi creò degli impicci. Era
avvenuto quanto avevo pronosticato. Il babbo, sulle furie, impose alla
figliuola di recarsi alla Nurra, giacchè ella stessa ne aveva fatto la
proposta.

Dai proprietari nurresi ero stato preposto alla direzione della
messe, ed avevo l’incarico di far la scelta degli uomini componenti
la brigata. Come capo dei mietitori dovevo pensare alla sorveglianza,
all’ordine del lavoro, nonchè a preparare la cena.

Avevo portato meco alla Nurra tutti i miei fratelli, le mie sorelle,
i cognati, e non pochi amici compaesani, per poter così contare
sull’abilità, sull’attività e sulla disciplina de’ miei dipendenti.

I _salti_ nei quali dovevo eseguire la messe erano due, di diversi
proprietari: — quello in _Giumpaggiu_, di Vincenzo Pasquino, e quello
in _Abba-meiga_ di Gianuario Agnesa.

Eseguita la messe, venne la volta della trebbiatura. Destinai al primo
_salto_ Peppe (mio gemello), Giammaria e Maria Andriana, ritenendo per
me il secondo _salto_, dove mi recai con mia moglie e con Giustina,
volendo così equilibrare coll’opera mia solerte l’insufficienza delle
mie deboli compagne. Sbrigai la bisogna in sole quattr’ore, trebbiando
diciasette _corbule_ di grano.

La nostra permanenza alla Nurra fu di dieci giorni. Maria Francesca
resistette fino alla fine della campagna, ma non tardò a dichiararsi
stanca e ammalata, come avevo preveduto. Non abituata, al par di noi,
ai penosi lavori dell’aia, ella non potè sopportare i caldi afosi del
giorno, nè l’umido delle notti; dippiù la poveretta era incinta da un
mese, e soffriva molto.

Terminati i lavori della messe tornammo insieme a Florinas, dopo
esserci fermati a Sassari un giorno ed una notte per ritirare le paghe
dai proprietari dei salti. In quest’ultima città volli fare diversi
acquisti per contentare Maria Francesca; la quale, trovandosi in
_istato interessante_, esternava certe _voglie_ che bisognava ad ogni
costo soddisfare, per non recar pregiudizio al nascituro. Le comprai,
fra gli altri oggetti, un elegante grembiale a vivi colori, ed un
fazzoletto da testa, che gradì moltissimo.

Arrivati a Florinas, affidai a Maria Francesca il governo della casa;
ed io mi diedi nuovamente attorno per cercar lavoro in campagna, per
mio conto, e per conto della famiglia di mia madre; perocchè avevamo
preso in affitto (per lo più a mezzadria) alcune terre appartenenti
alle chiese di Florinas.

Coll’aiuto del mio cavallo, l’inseparabile Moro, io cercava ogni mezzo
per guadagnare qualche soldo; poichè il lavoro era per me un bisogno,
un conforto, una vera passione — e non lo dico per volermi vantare!

Tornavo ogni volta a casa così soddisfatto, così contento, che mi
pareva di aver dimenticato le soperchierie del prete, i malumori di mio
suocero, e i dispetti dei parenti di Maria Francesca.




CAPITOLO VIII.

Prime nubi.


Durante le mie assenze da Florinas — o per darsi svago, o per non voler
rinunziare alle antiche abitudini — Maria Francesca soleva frequentare
la casa del prete, col pretesto di andar a trovare la zia. Così pure
si piaceva di visitare or l’uno or l’altro de’ suoi parenti, i quali
si divertivano a renderla ribelle a’ miei consigli. Mia moglie era una
buona ragazza, ma piuttosto credenzona, facile ad impressionarsi, e
sovratutto ciarliera in modo singolare. Lo star sola in casa le dava
noia, e la rendeva curiosa dei fatti altrui.

Quando rincasavo ella tirava fuori questioni nuove, nuovi quesiti,
e mi metteva a parte di qualche nuovo pettegolezzo; ond’io, che
conoscevo l’indole sua e il suo carattere, non tardai ad avvedermi che
le chiacchiere dei parenti e delle comari le riscaldavano la testa.
Pareva, insomma, avesse preso il partito di ricondurmi sulla buona via,
con ammaestramenti che facevano a pugni col buon senso.

A me, giovane piuttosto serio, di poche parole, poco espansivo,
questo stato di cose dava ai nervi; e un po’ colle buone, un po’ colle
brusche, cercai di correggere mia moglie:

— Bada! — le dicevo — se darai retta a me, potrai trovarti bene; ma se
ascolterai i consigli degli altri te ne avverrà male!

Un’altra volta la ripresi:

— Non voglio che tu vada così spesso in casa del prete, poichè egli
mi vede di mal occhio, io non sono cane da star sotto tavola, nè vado
a leccare i piatti di nessuno. Se il prete ha bisogno di me, sa dove
trovarmi; ma intendo di essere il padrone in casa mia. Eppoi..... non
voglio prestarmi ad alimentare certe dicerie... Hai capito? Mi accorgo
pur troppo, che quando vai fuori di casa ne ritorni colla testa piena
di corbellerie. Pensa alle faccende domestiche, e non immischiarti nei
fatti degli altri. Se farai altrimenti, le cose cambieranno... te lo
prevengo!

E dopo questa avvertenza montavo a cavallo, e correvo da paese in paese
a trasportar grano per conto mio, o per conto altrui, superando i miei
compagni nel numero dei viaggi.

Quando poi si faceva la raccolta in casa di mia madre, lavoravo
alacremente: — lasciavo due porzioni alla famiglia, e ritenevo per
me la terza parte, come d’uso, per la _dote_ dell’uomo. Le donne,
d’ordinario, impiegano la loro porzione nell’acquisto di lingeria e di
masserizie per preparare il corredo nuziale.

Io dunque, oltre ai guadagni propri, contavo sul modesto patrimonio
di famiglia, e lavoravo con lena per accrescerlo a vantaggio mio, e a
vantaggio della mamma, dei fratelli e delle sorelle.

Continuarono pertanto i piccoli dissidî nel mio nido coniugale.

Un giorno avevo fatto aggiustare il basto del mio cavallo, e, per
mie vedute speciali, ero rimasto debitore del saldo di tre _reali_
al falegname. Rientrato in Florinas dopo alcune sere, appresi che
mia moglie, senza ordine alcuno, aveva soddisfatto il mio debito. Mi
spiacque la sua intromissione, e la rimproverai:

— Tu non hai debiti da saldare per conto mio! — le dissi — Li salderò
io, quando lo crederò conveniente. Lascia il mal vezzo di andare
attorno per far chiacchiere inutili, che mi compromettono. Rimani a
casa! — io non m’immischio nel tuo lino e ne’ tuoi lavori di cucito. Fa
tu altrettanto!

Le comari del vicinato, a cui mia moglie faceva le confidenze, si
divertivano ad aizzarla contro di me; ed io non tardai a scorgere in
lei un certo freddo riserbo ed un’asprezza di modi, che non erano nel
suo carattere abituale. Ne fui piccato, ma tacqui.

Una sera Maria Francesca osò rinfacciarmi, che una mia zia conviveva
con un compagno, che non le era marito.

— Che sai tu di queste cose? Se tu rimanessi a casa, nulla sapresti di
mariti falsi e di mogli illegittime!

Invece di accettare i miei consigli, Maria Francesca persisteva a
vivere nel pettegolezzo; e giunse a tanto, che un giorno si ridusse a
confidarmi, che una nostra vicina mi aveva chiamato _faccia di cane!_

— Le dirai che è in errore! — le risposi con pazienza affettata. —
Quella donna un giorno voleva lusingarmi a prendere in moglie una sua
sorella, ch’era stata in corrispondenza illecita con altri. La mia
faccia, così simpatica allora, è diventata _cagnesca_ dietro il mio
rifiuto. Ti ripeto che non voglio più sentire simili spropositi; e se
tu persisterai a raccogliere per strada i pettegolezzi dei parenti e
delle comari, finirò per farti conoscere chi sono io!

Essendosi accentuato il nostro diverbio, e costretti entrambi a gridar
forte, non tardarono le vicine di casa, comprese le zie, a farsi
all’uscio di casa mia, minacciandomi della loro collera se avessi osato
toccare un capello a Maria Francesca.

Era il colmo della sfacciataggine. Mi feci sul limitare della porta e
gridai infuriato:

— Chi siete voi?! Toglietevi subito alla mia presenza e sgombrate la
strada; chè altrimenti con un ceffone vi mando tutte a gambe in aria!

Ci volle tutto l’aiuto di Dio per far intendere un po’ di ragione
a quelle pettegole; le quali si allontanarono brontolando, poichè
sapevano ch’ero uomo da mettere in pratica le mie minaccie. Tuttavia
mi contenni, e mi limitai per quel giorno ad ammonire severamente mia
moglie, avvertendola che avevo bisogno di quiete e di tranquillità per
poter lavorare.

— Bada, Maria Francesca! il mio individuo è diviso in due parti: io
sono per metà dolce e per metà amaro. Datti alla parte del miele se
vuoi vivere felice; chè se mi stuzzichi dalla parte opposta, finirò per
amareggiarti la vita!

Intanto pensai ch’era tempo di sloggiare da quelle due stanze
provvisorie; le quali, essendo attigue all’abitazione dei parenti,
diventavano causa permanente de’ miei litigi in famiglia...

Da più settimane andavo in cerca di una casa che fosse di pieno
gradimento di mia moglie; ma costei, forse suggerita dai parenti,
indugiava nella scelta.

Finalmente ne trovai una che piacque a Maria Francesca. Pattuito il
prezzo col padrone, ringraziai la Madonna di tutto cuore, credendo di
potermi alfine sottrarre al sindacato noioso di mia suocera.

Si era vicini al Mezzagosto. È costume in Florinas di cambiar di casa
alla vigilia dell’Assunta: giorno in cui ciascuna famiglia dev’essere a
posto.

Quando tutto fu combinato, disposi per il trasporto delle legna e del
grano, che avevo in deposito in casa di mia madre.

La mattina della vigilia dell’Assunta, mentre mi disponevo a
trasportare le masserizie, Maria Francesca mi fece intendere che
sarebbe stato meglio sospendere ogni cosa.

— Perchè? — le chiesi sorpreso.

— Perchè io non ci verrò!

— Non ci verrai?!

— No.

— Ed io come devo fare?

Mia moglie tacque.

Il sangue allora mi montò alla testa, divenni cieco, e diedi a quella
matta uno schiaffo così forte, che le fece saltare un’orecchino in
mezzo alla strada.

Maria Francesca si diede a piangere ed a strillare. Accorse la madre,
la quale riuscì a calmarci, dicendo che ci voleva a pranzo in casa sua,
e che al trasporto si sarebbe pensato il giorno susseguente a quello
dell’Assunta.

Cedetti al suo desiderio e mi contenni.

Non uno, ma due giorni dopo — il 17 agosto — dissi pacatamente a mia
moglie:

— La festa è ormai finita. Ora possiamo andare. Ho pronto il cavallo
per il trasporto delle masserizie.

— È inutile, poichè io non ci vengo più! — mi rispose bruscamente
quella caparbia, forse incoraggiata dalla presenza della madre.

— Ma non sai tu — soggiunsi — che io sono capace di chiamar qui tuo
padre, per darti una lezione e per costringerti a seguirmi?

A queste parole mia suocera uscì fuori, certo per prevenire il marito
in favore della figlia.

Vedendo tornar vano ogni mezzo di persuasione, piantai quella matta, e
mi accostai alla soglia della casetta di mio suocero:

— Salvatore, vieni fuori, chè tua figlia desidera parlarti!

Mio suocero entrò in mia casa, ed io gli tenni dietro. Egli chiese alla
figlia con tono imperioso:

— Che vuoi da me?

— Non ho chiesto di lei — rispose Maria Francesca, cogli occhi bassi.

E allora io:

— Ebbene, giacchè tua figlia non ha nulla a dirti, ti parlerò per conto
mio. Sappi che mia moglie mi ha fatto impegnare nel fitto di due case,
e che ora si rifiuta ad abitarle. Che cosa dici tu?

Salvatore, già istigato da mia suocera, mi si piantò dinanzi cogli
occhi spalancati, e gridò con voce alterata dall’ira:

— Dico, che tu sei un poco di buono, un cattivo soggetto, un birbante
matricolato!

A questo punto Maria Francesca, prevedendo la tempesta, scappò fuori in
istrada per cercar rifugio nella casa paterna.

Mio suocero, inferocito, si die’ a correre come pazzo intorno alla
stanza, dando di piglio ad effetti ed a mobili per gettarli sulla
strada — come per farmi capire che non voleva in sua casa nè me, nè le
robe mie.

Il sangue mi montò alla testa; pure mi contenni, e dissi con calma:

— Se non avessi per te il rispetto che si deve ad un padre, ti
prenderei per i piedi e ti sbatterei al muro!

Salvatore afferrò un tavolo e lo smosse, come per volerlo buttar fuori;
allora perdetti la pazienza, e dato di piglio al mio fucile gli gridai
risoluto:

— Se tu tocchi un altro oggetto per buttarlo in strada, giuro che con
esso usciranno le tue cervella!

Spaventato dal mio volto acceso e dall’arma che impugnavo, Salvatore si
fermò di botto; indi saltò in strada, gridando a squarciagola:

— Accorrete! accorrete! Giovanni Tolu mi uccide!

Il grido di Salvatore ebbe il suo effetto. Tutte le comari si fecero
in sull’uscio di casa; molte finestre si spalancarono con fracasso;
dallo sbocco delle vie vennero fuori a frotte uomini, donne, ragazzi;
così che in poco d’ora un’onda di popolo faceva ressa dinanzi alla
mia soglia. Vidi, fra gli altri, arrivare il sindaco (il medico dottor
Serra, di Giave), e poco dopo il prete Pittui, il quale più degli altri
pareva in preda ad un’agitazione nervosa.

La folla tumultuava, e il sindaco gridò con voce autorevole:

— Andate per i fatti vostri! Ogni cittadino ha il diritto di non venir
disturbato nel proprio domicilio!

E pronunziate queste parole si allontanò, esortando la folla a
ritirarsi.

Dopo aver rimesso a suo posto il fucile, io guardai freddamente quella
frotta di curiosi, che si divertivano a cacciarmi gli occhi addosso.
Nessuno però volle azzardarsi a varcare la soglia della mia casa.

Uno solo l’osò: il prete Pittui. Con passo fermo, ma con un tremito per
tutta la persona, egli si aprì un passaggio tra la folla e si avanzò
verso di me colle mani in tasca: carezzando certamente l’impugnatura
delle pistole, che soleva portare sotto la sottana.

Entrato arditamente nella stanza, il prete Pittui mi lanciò un’occhiata
fulminante:

— Tu hai girato la scatola! — mi gridò con aria di minaccia. — Sei un
miserabile, un birbante, un bastardo!

Frenai a stento la bile, e risposi con calma, accentuando le parole:

— Ella s’inganna, reverendo! Io sono il figlio di Pier Gavino Tolu e di
Vincenza Bazzone. Tutti conoscono in paese mia madre, come conoscevano
mio padre. Non sono quindi un bastardo, come dice! E se anche mia madre
fosse una disgraziata, a lei non spetta insultarla, poichè per tre
volte le fu compare di battesimo!

Il prete ripetè l’insulto; e allora io diedi un’occhiata sotto al
letto, dove per solito riponevo la scure. Fu per lui fortuna, che quel
giorno l’arma fosse in fondo, in modo che il manico non si trovasse
alla portata della mia mano. Ero deciso di spaccargli la testa e di
farla finita.

Dopo aver detto al mio indirizzo un mondo d’insolenze, il prete uscì in
piazza sbuffando, e accostandosi alla casa di mio suocero, gridò forte,
in modo che tutti lo sentissero:

— Ritirate la vostra figliuola in casa, e non dategliela mai più!

E dopo avermi fissato un’ultima volta con piglio minaccioso, si
allontanò lentamente come era venuto, sempre colle mani nelle tasche
della sottana.

Rimasi solo nella stanza terrena, risoluto di commettere qualche
eccesso.

Due ore dopo venni avvertito che il prete aveva incaricato Giovanni
Antonio Piana (il marito della sua serva) di cacciarmi fuori di casa.
Avevo preveduto il tiro, e stavo aspettandolo, pronto a fargli fuoco
addosso se avesse osato varcare la mia soglia.

Verso l’imbrunire, infatti, vedendolo avvicinare, presi in mano il
fucile.

Le donne del vicinato gli corsero tutte incontro e lo fermarono; e
Pietro Rassu, il mio vicino di casa, gli gridò con mal piglio:

— Che fai disgraziato? Ha torto chi ti manda, e tu hai più torto ad
ubbidire. Non vedi che Giovanni Tolu ti spaccierà con una fucilata?

Due giovani robusti presero a braccetto Giovanni Antonio Piana, e lo
trascinarono a viva forza in altra via.

Quella notte non andai a letto. Temendo una sorpresa, e volendo farla
pagar cara, lasciai l’uscio socchiuso, e sedetti in un canto, senza
deporre un istante il mio fucile.




CAPITOLO IX.

Tentativi di pace.


Il mio stato era angoscioso. Solo, sconfortato, in odio a tutti, non
sapevo a qual partito appigliarmi per uscir d’impiccio. Io dissi a me
stesso:

— È mai possibile che al mondo non vi sia giustizia per un povero
diavolo? Come dovrò contenermi in un paese, dove i preti ed i nobili
comandano? A chi dovrò ricorrere quando nobili e preti sono intesi coi
giudici, e la peggio tocca ai zoticoni pari miei?

Come spuntò l’alba del giorno seguente presi una risoluzione. Montai
a cavallo, venni a Sassari, e mi presentai all’Intendente, ch’era un
continentale[13]. Gli esposi schiettamente i miei casi, ed invocai un
provvedimento per evitare un maggior disastro.

— Scriverò io al sindaco — mi disse l’Intendente — Tornate pure a
Florinas, e state di buon animo!

Rientrato in paese, seppi che la lettera non era pervenuta al dottor
Serra, poichè il caso l’aveva fatta capitare nelle mani del prete.

Tre giorni dopo mi presentai di nuovo all’Intendente per informarlo
dell’accaduto. Sorpreso del caso, egli scrisse un’altra lettera, che mi
porse, dicendo:

— Consegnatela voi stesso in proprie mani del sindaco, e fate in modo
di dargliela alla presenza di testimoni.

Il sindaco, già da me informato, esclamò dopo aver letto il foglio:

— Io farò il mio dovere, e s’impicchi chi vuole!

Seppi in seguito, che l’Intendente aveva ordinato al Sindaco d’invitare
Maria Francesca ed il babbo a recarsi in Sassari per conferire con lui.
Il prete, richiesto di consiglio, aveva suggerito a mia moglie ed a mio
suocero di dichiarare all’autorità, ch’io li avevo entrambi minacciati
di morte, e che ogni riconciliazione sarebbe stata impossibile.

E così riferirono. L’Intendente fece loro comprendere che il matrimonio
era sacro, e che bisognava fare la pace; ma tanto il padre, quanto la
figlia, persistettero nella determinazione di tenermi lontano dalla
casa coniugale.

Il capo del Governo di Sassari non si diede per vinto, ma mandò a
Florinas un suo segretario, coll’incarico di adoperarsi per il nostro
buon accordo.

Nè preghiere, nè minaccie valsero a far smuovere mio suocero e Maria
Francesca dal loro proposito. Entrambi si rassegnarono a pagare
una multa (non so per quale articolo di legge) ma si mostrarono
inflessibili.

Tornato la terza volta dall’Intendente (per informarlo della pertinacia
del prete e di mio suocero, che si ostinavano a volermi separato da
Maria Francesca) quel cortese funzionario mi disse:

— Senti: se tu mi dichiari d’esserne contento, io mi varrò della
facoltà che mi accorda la carica, per far tradurre a Sassari tua
moglie, scortata dai carabinieri o dai luogotenenti[14].

Presi riserva a rispondere più tardi, volendo prima consultare mia
madre. Questa mi disse:

— Non mi piace simile provvedimento. Maria Francesca è tua moglie: oggi
siete separati, e domani potreste riconciliarvi. Io non voglio, nè tu
devi permettere la vergogna e lo scandalo di farla arrestare!

— Non sono del tuo avviso — risposi — Sarei contento di vederla in
carcere, se non altro per far dispetto al prete; il quale, co’ suoi
consigli, è stato causa unica di quanto è avvenuto.

— Ti ripeto ch’io non voglio scandali e vergogne, che farebbero
mormorare il paese! — ripetè mia madre, con tono di comando.

— Ebbene, farò quanto desideri; ma che non si parli più di
conciliazione. Noi saremo separati, e per sempre!

Quel giorno stesso dissi a mia suocera, perchè lo riferisse al marito
ed alla figlia:

— Siete miserabili! Voi avete voluto che Maria Francesca fosse separata
da me, ma non tarderete a pentirvene. Farete di lei la sgualdrina del
villaggio!

                                   *
                                  * *

Eravamo nel mese di settembre, e tre frati erano venuti a Florinas per
le solite _Missioni_. Ero andato a confessarmi dal rettore, ed avevo
adempiuto a tutte le pratiche religiose prescritte per la circostanza.

Fra gli obblighi delle _Missioni_ era quello di metter pace tra le
famiglie nemiche ed i coniugi separati.

Fui chiamato in casa del vice parroco Antonio Fiori, presso il quale i
tre missionari erano alloggiati.

Il più anziano dei frati, ch’era il più autorevole, prese a parlarmi
presso a poco così:

— Giovanni Tolu, perchè non ti ricongiungi a tua moglie? La vita
che menate è scandalosa, e siete entrambi in peccato mortale.
Tornate insieme e fatela finita, poichè il matrimonio è uno dei
sette sacramenti. Noi siamo qui venuti per istruire il popolo,
riconducendolo sulla via della salvezza per opera dello Spirito santo.
La pace domestica è il supremo dei beni mondani; e quanto più grande
sarà il tuo sagrifizio, tanto più accetto tornerà al Signore il tuo
ravvedimento. Non dubitare: noi ci adopreremo perchè il prete Pittui
più non s’ingerisca ne’ tuoi affari; tu così non avrai più alcun motivo
a dolerti di lui. Che rispondi?

— Io rispondo: che Maria Francesca mi ha fatto prendere in affitto due
case, e non ha voluto in seguito abitarle con me. Io rispondo, che
la prima volta che l’ho chiesta in moglie dichiarai che rinunziavo
alla dote, perchè mi bastava il suo amore; ma che adesso (se dovrò
abbassarmi a ritirarmela in casa) pretendo che ella si provveda del
necessario, secondo il costume del paese; e ciò perchè non abbia più a
dipendere dai parenti. Rispondo infine: che essa deve risolversi, per
ora, a ritirarsi in una delle due case da me scelte, dove anch’io mi
recherò, quando lo crederò conveniente. A condizione, però, che i suoi
parenti non vadano a farle visita.

Il frate osservò, scrollando le spalle:

— A simili umiliazioni una donna non deve sottomettersi!

— Ma questa è l’usanza nostra. Chi fa il peccato deve fare la penitenza
— ed io non son tenuto a far la penitenza dei peccati degli altri.

Il missionario continuò con tono grave e solenne:

— Ravvediti, Giovanni Tolu, e fa la pace con Maria Francesca. Insieme
al clero di Florinas noi verremo in processione fino a casa tua. Ivi
impartiremo la benedizione ad entrambi, e vivrete felici per tutta la
vita.

A questa predica sorrisi.

— Scusino, reverendi, ma queste mi sembrano mascherate. In siffatta
guisa noi usiamo andare in carnevale da una bettola all’altra per bere
un bicchiere di vino. Non potrei mai prestarmi a simili pagliacciate!

I tre frati fecero una smorfia disgustosa, ma tacquero.

Io tenni loro un simile linguaggio perchè trattavo i preti con molta
confidenza. Ero stato sagrestano e sapevo il fatto mio.

I missionari si scambiarono un’occhiata — come per dire: con costui non
faremo niente! — e mi congedarono.

Terminate le missioni, i tre frati lasciarono Florinas per recarsi
ad altro villaggio. Appresi in seguito, che avevano parlato col prete
Pittui, il quale certamente non era uomo da lasciarsi impressionare da
tre zoccolanti.

                                   *
                                  * *

Cominciai col rassegnarmi al mio destino. Avevo una spina nel cuore,
ma affettavo di non sentirne dolore. I nostri conti erano saldati:
l’autorità politica non era riuscita a persuadere mia moglie, come
l’autorità ecclesiastica non era riuscita a persuadere me. Nondimeno
debbo confessare, che non nutrivo rancore per Maria Francesca: lo
nutrivo per il prete, che aveva istigato i parenti a rendermela
ostile. Chi avrebbe osato in Florinas trascurare un consiglio di prete
Pittui? Egli, famoso cacciatore, esperto tiratore al bersaglio, sindaco
supremo del paese, mediatore di matrimoni, dispensatore di grazie e di
castighi, fabbricatore di libelli, carabiniere, giudice, boia?!

Maria Francesca era incinta di quattro mesi. Il pensiero forse della
sua gravidanza, e del bambino che sarebbe venuto al mondo, spinse
i parenti a mutar consiglio. Partiti i missionari, sulla cui opera
avevano contato, i parenti si erano raccomandati a tutti i cavalieri
e ai più notevoli signori di Florinas per influire sul mio animo.
Non pochi mi avevano avvicinato per esortarmi a farla finita e a
ricongiungermi a Maria Francesca. Ma questa volta tenni duro. Le
altalene non mi andavano a sangue.

— Come volete ch’io m’induca a pregar mia moglie, se essa mi ha
scacciato? Dietro quanto è accaduto, è lei che deve venire da me, non
io che devo andare da lei. Se è vero che Maria Francesca mi vuole,
perchè non viene a trovarmi?

Non dissi altro.

Mia moglie, dal canto suo, fu ostinata nel suo proposito. I consigli
del prete Pittui, l’antico suo padrone, avevano più forza della parola
d’un affettuoso marito!

Non poteva più oltre durare così — io perdeva il mio tempo. Pensai di
ritornare al lavoro, unico sollievo e conforto nella sventura che mi
era toccata. Ero stato marito per quattro mesi precisi — dal 17 aprile
al 17 agosto — e dovevo ormai considerarmi come scapolo, o come vedovo.

La vista continua de’ miei nemici mi disgustava; ond’è che decisi
di allontanarmi dal paese. Mi recai a Sassari, dove mi occupai nel
trasporto del mosto e nel commercio delle granaglie. Misi in serbo una
trentina di scudi.

Partiti i missionari da Florinas, ero stato di nuovo tormentato dai
dolori alle giunture; ma il clima di Sassari mi giovo non poco.

Dopo un altro breve soggiorno a Florinas volli recarmi alla Nurra, dove
il lavoro non mi mancava. Trascorso però un po’ di tempo, divenni di
cattivo umore ed intrattabile, perchè i soliti dolori m’impedivano di
lavorare coll’attività, che in me era natura.

Io sentiva la potenza malefica di quel prete fatale, che continuava a
perseguitarmi colle diaboliche _legature_. Crebbe il mio odio contro
costui, autore d’ogni mia disgrazia.

— Se io non toglierò la causa del male, il male mi farà soccombere! —
dicevo ferocemente a me stesso; e questo pensiero, come chiodo rovente,
mi stava infisso nel cervello e nel cuore.

                                   *
                                  * *

Venne intanto il dicembre colle giornate rigide, tempestose. Avevo
l’umor nero. La solitudine mi pesava, perchè fantasticavo troppo.

Gli acuti dolori, che tratto tratto strappavano una contrazione nervosa
al mio labbro, mi facevano imprecare come un dannato.

Si avvicinavano le feste di Natale, e mi sentivo più solo e più
accasciato. Io, che avevo sognato una famiglia; che a furia di lavoro
ero riuscito a formarmi un nido; ch’ero sul punto di diventar padre, mi
vedevo relegato nelle solitudini della Nurra, senza casa, senza amici,
senza gioie domestiche, e senza il conforto d’una parola affettuosa —
neppure quella della mamma!

E tutto perchè? Per un prete sordido, prepotente, che voleva frapporsi
fra me e Maria Francesca, spinto da uno scopo misterioso, ch’io non
riusciva a spiegarmi

Temendo che i miei dolori aumentassero, deliberai di far ritorno a
Florinas. Volevo almeno passare le feste in famiglia — in casa di
mia madre, dei fratelli, delle sorelle: nell’unica casa dove potevo
fidarmi, dove ancora ero amato, carezzato, compianto.

— Avrei perdonato anche al prete, se io mi fossi sentito bene — dicevo
con rammarico — ma con questi dolori la mia vita non potrà essere che
un martirio. Bisogna finirla, e finirla presto! L’idea di diventare
impotente, costretto a mendicare il pane altrui, mi spaventa. Parmi
ancora di vederlo il povero mendicante di Tissi, paralizzato dalle
_legature_! — Bisogna finirla, finirla, finirla presto!

Arrivai a Florinas due giorni prima di Natale. I parenti mi ricevettero
con acclamazioni di gioia... ma non mi parevano contenti. Io leggeva
negli occhi di mia madre il mio stato deplorevole; ella mi guardava
ogni tanto alla sfuggita, con un sospiro, con un senso di pietà
dolorosa, che si studiava nascondere per non affliggermi.

Un mese addietro i miei fratelli Peppe e Giomaria (per la prima ed
ultima volta) mi avevano fatto intendere ch’erano disposti a far le mie
vendette.

Ne fui spaventato e mi opposi energicamente.

— Guai a voi! Non voglio che v’immischiate ne’ fatti miei, nè adesso,
nè mai! Basto da solo. Pur troppo io so fin dove arrivano nei nostri
villaggi le gare, i puntigli, e gli odî di parte! Le famiglie si
distruggerebbero. Pensate ai casi vostri — Dio penserà ai miei.

Il giorno di Natale la famiglia preparò un pranzetto d’occasione.
Sedemmo in cinque a tavola: io, la mamma, Peppe, Giomaria e Maria
Andriana.

I miei fratelli e la sorella si sforzavano di essere gioviali... ma
nessuno lo era. Il mio tristo caso impressionava tutti.

Così passò il primo ed il secondo giorno di Natale. Io, che moriva
dalla voglia di rivedere il mio paese, non vedevo l’ora di tornarmene
alla Nurra. Troppe triste memorie racchiudeva per me Florinas, nè
bastava l’affetto de’ miei cari per cancellarmele dalla mente.




CAPITOLO X.

L’attentato.


Il terzo giorno di Natale — il 27 dicembre 1850 — mi alzai prima
dell’alba. Avevo poco dormito e molto pensato. Ero d’umor nero, poichè
avevo fantasticato sulla serie delle peripezie, che da un anno mi
tenevano in angoscia. Tuttavia debbo dichiarare, che nessun pensiero
sinistro aveva attraversato la mia mente durante quella notte insonne.

Dopo aver passeggiato da un capo all’altro della stanza terrena, tolsi
la spranga alla porta e mi feci sulla soglia per esplorare il cielo.

L’alba spuntava. Era una giornata fosca, molto fredda. Il vento
impetuoso soffiava da tramontana, e urlava fra i comignoli, facendo
volare qualche tegola dai tetti.

Indossai il mio lungo cappottone di orbace, e tornai sull’uscio a
respirare a pieni polmoni quell’aria frizzante, che pareva spegnesse
la mia febbre. Sentivo lo stormire delle foglie degli alberi vicini,
agitate dal vento.

Guardando distratto la campagna, verso Codrongianus, i miei occhi
si fissarono sul tratto di strada che mi stava di fronte, la quale
conduceva all’Oratorio di Santa Croce. Ricordai allora, ch’era la festa
di San Giovanni evangelista, e che all’alba di ogni giorno festivo il
prete Pittui soleva recarsi a dir messa in quella chiesetta fuori mano.

Per di là, dunque, sarebbe fra non molto passato quel prete: il
prepotente, il fattucchiere, il nemico della mia pace.

Non so dire i pensieri che in quell’ora passarono a tumulto nella mia
mente. So che rientrai nella mia stanza per spiccare dal capezzale
del letto (dove per solito lo tenevo) il mio vecchio pistolone ad
una canna. Nascosi l’arma sotto al cappotto, e tornai ad appoggiarmi
allo stipite della porta, tenendo l’occhio sempre fisso sulla strada
dell’Oratorio.

Il vento soffiava con più violenza, e i rami degli alberi si piegavano
verso terra, quasi minacciando di spezzarsi.

Il temporale pareva imminente. Avevo preso un’istantanea risoluzione, e
dovevo ad ogni costo compierla.

— Ma, chi lo sa? — pensai — forse il prete Pittui non uscirà di casa
con questo tempaccio; la messa la dirà più tardi.

Non so dire se in quel momento io desiderassi, o temessi un
contrattempo. Ero fuori di me.

Certo è però, che quell’uomo doveva essere in cammino, poichè sentivo
due acute punture ai ginocchi. Avevo bisogno di romperle, da una buona
volta, quelle _legature_ insopportabili!

Finalmente, verso le sei, vidi il prete che scantonava.

   [Illustrazione: Attentato contro il prete Pittui]

Il cielo si faceva sempre più fosco, e il sole non era ancora levato.

Per le vie non si vedeva anima viva. Le porte delle case erano
tutte chiuse, poichè il freddo tratteneva in casa più dell’usato gli
abitanti, i quali non avevano l’obbligo di lavorare in quel giorno
festivo.

Avvolto nel suo lungo pastrano dalle ampie saccoccie, col bavaro
alzato, il prete attraversò il breve tratto di strada, curvo, col capo
chino contro al vento furioso, che gli soffiava di fronte. Passò come
una visione, e scomparve.

Allora io mi mossi ed affrettai il passo per tenergli dietro.

Scantonata la via, studiai di camminare rasente le case per
raggiungerlo inosservato. Il vento che ci soffiava di fronte gli
impediva di avvertire il rumore delle mie pedate.

Gli tenni dietro per una cinquantina di passi, e lo raggiunsi
all’imbocco del largo detto _Funtana manna_, in cui a destra la
strada fa scarpa in campagna aperta, fronteggiando il villaggio di
Codrongianus[15].

Il sito era opportuno, perchè spazioso e poco frequentato.

Giunto a tre passi da lui, tolsi la pistola di sotto al cappottone,
glie la puntai quasi a bruciapelo alla nuca, e premetti il grilletto.

L’arma non prese fuoco, perchè il cane non aveva schiacciato il
fulminante.

Continuai a camminare insieme a lui, sempre alla stessa distanza; e per
altre tre volte ritentai il tiro. Il colpo non partì mai, e il vento
contrario impedì che lo scatto del grilletto giungesse all’orecchio del
prete.

Io era atterrito. Mi venne allora in mente che quell’uomo usava della
sua malìa, e che la mia pistola era fatturata. Pensai di ricorrere al
coltello, ma non l’avevo meco.

Il prete, sempre collo stesso passo, ignorando ch’era pedinato,
camminava verso l’Oratorio.

Si era giunti insieme al centro di _Funtana manna_; e, non volendo
lasciarmi sfuggire l’occasione che l’inferno mi offriva, decisi di
farla finita in qualunque modo. Feci ancora altri due passi avanti,
levai in alto il braccio, e, con tutta la mia forzar lo lasciai
ricadere con un manrovescio sulla guancia sinistra del prete, che
stramazzò supino.

Gli fui sopra come un tigre, gli posi un ginocchio sul petto,
lo afferrai colla sinistra alla gola, e puntandogli la pistola
nell’occhio, feci scattare tre o quattro volte il grilletto, sempre
invano.

Il prete si dimenava in tutti i sensi e mandava sordi rantoli, che si
confondevano col gemito del vento. Aveva la lingua tutta fuori, gli
occhi spalancati. Le sue unghie penetravano nelle mie carni, ma le mie
braccia erano di acciaio.

Riuscì finalmente ad afferrarmi per il ventre; fui pronto a tirarmi
indietro; ma, rallentando la mano con cui gli stringevo la gola, egli
potè emettere due acutissimi gridi.

Furono i soli. Volendo sbrigarmi per non venir sorpreso, gli strinsi
con più forza la gola, e colla canna del mio pistolone, a mo’ di
pugnale, lo percossi a più riprese sul viso, strappandogli dalle
guancie brandelli di carne.

Ero cieco, feroce. Gli premevo i ginocchi sulle costole, gli davo
calci, pugni da per tutto; ma egli, colla faccia insanguinata,
continuava a fissarmi cogli occhi sbarrati, quasi volendomi far subire
il fascino della sua malìa. L’anima di quel mostro non voleva uscir
fuori dal corpo!

Nel frattempo, dietro di me, diverse porte si spalancarono con
fracasso. I gridi del prete avevano dato l’allarme. Una dozzina
d’uomini robusti, da diverse parti, si slanciarono verso di noi, non
sapendo ancora che cosa fosse avvenuto. Senza voltarmi, continuai a
percuotere il prete con più forza; egli era livido, grondante sangue
dalle narici e dalla fronte, ma non c’era verso che volesse morire!

Quando gli accorsi ravvisarono me e il prete Pittui, si fermarono un
istante, come inorriditi dinanzi a tanta audacia e a tanto sacrilegio.
Finalmente mi furono tutti addosso per strapparmi la vittima, che io
cercava invano di strozzare. Sentendomi afferrato da tutte le parti,
divenni idrofobo. Abbandonai il prete, mi levai in piedi, e mi slanciai
come belva contro i miei assalitori. Con morsi, pugni e calci ne mandai
parecchi a ruzzolare sul terreno; un altro ne allontanai con un colpo
di pistolone sotto all’occhio, in modo che ne portò la cicatrice finchè
visse. Giunsi infine a svincolarmi da tutti, e mi diedi a correre verso
casa.

— Fermatelo! fermatelo! — gridava il prete con sordo rantolo, senza
potersi alzare.

Parecchi giovinastri m’inseguirono; ed uno, più ardito, mi tenne dietro
prendendomi a sassate.

Giunto a pochi passi da casa, mi volsi indietro; e rivolto a quel
giovane gridai:

— Fermati lì, un momento, chè voglio insegnarti come si lanciano i
sassi!

E siccome ero entrato in casa per prendere il fucile, quel giovane
se la diede a gambe, e andò a raggiungere i compagni, occupati a
sollevare il prete malconcio, per portarlo sopra una sedia alla propria
abitazione.

Molte porte nel frattempo si erano spalancate, e la gente accorreva da
ogni parte per dirigersi a _Funtana manna_.

Io corsi ad armarmi di fucile; slegai il mio cavallo, lo portai sulla
strada, e vi montai a dorso nudo.

Nel saltare per inforcarlo, mi cadde il berretto, che lasciai sulla
strada.

Cacciai in testa il cappuccio, diedi una strappata alle redini, e,
senza dar soddisfazione a’ miei (che ignoravano ancora l’accaduto)
spinsi il cavallo al trotto per prendere la campagna.




PARTE SECONDA

IL BANDITO DI FLORINAS

   [Illustrazione: Testata allegorica sui personaggi della
   storia]




CAPITOLO I.

Si torna agli esorcismi.


Percorso un buon tratto di strada, sempre al trotto, prima di arrivare
allo stradone m’imbattei in Sebastiano Zara (un cugino del prete
Pittui) il quale mi fe’ cenno colla mano di fermarmi.

— Perchè corri così a precipizio? C’è forse niente di nuovo a Florinas?

— Vanne, e lo saprai! — gli risposi di mala grazia, e continuai la mia
strada.

Seppi più tardi dagli amici, che quando costui apprese l’accaduto,
minacciò l’aria col pugno, gridando:

— Eh, se lo avessi saputo! Avrei arrestato Giovanni Tolu sulla strada!

Stupida millanteria, poichè lui era inerme ed io armato, e sapevo di
vincerlo in forza ed in destrezza!

Per oltre una mezz’ora mantenni alla corsa il mio cavallo, non
scostandomi mai dalla strada reale. Dal _Prato_ a _Badu ludrosu_, e
da _Pedru Majolu_ alla _Punta Dunossi_ non mi fermai un minuto. Qui
mi diedi a saltare un muro, ma urtando col piede in un grosso sasso mi
feci male.

Smontai da cavallo, e impiegai un’altra ora a piedi nel far la salita
di _Giunchi_, fino alla _Rocca bianca_, territorio di Florinas, tra
Banari ed Ittiri.

Colassù rimasi tutta la giornata senza prender cibo. La lunga corsa
a cavallo, a dorso nudo, mi aveva pesto orribilmente; dippiù il mio
piede si andava gonfiando per l’urto ricevuto a _Punta Dunossi_. Ero
impensierito, perchè non mi trovavo in condizione di battere i boschi
in campagna aperta, senza pericolo d’una sgradita sorpresa.

Venuta la sera deliberai di far ritorno segretamente a Florinas. Avevo
bisogno di mettermi sotto cura in luogo sicuro.

Abbandonai il mio cavallo (a cui avrebbero pensato i barracelli o i
miei parenti) e, favorito dalle tenebre, rientrai sul tardi nel mio
paese. Corsi non visto a casa di Chiara, la mia sorella maritata, la
quale mi custodì gelosamente.

Colà rimasi una diecina di giorni, medicando la mia storta e le mie
piaghe con incenso sbattuto nel bianco d’uovo, bagni d’acquavite, e
polvere di carbone impastata con sevo: tutti medicinali, di cui noi,
agricoltori, facciamo uso con ottimo risultato.

Ogni notte mi s’improvvisava un letto; ma di giorno io stavo dentro ad
una _luscia_[16], prestando orecchio alle chiacchiere che sul mio conto
facevano le comari, quando venivano a condolersi con mia sorella.

La notte stessa del mio arrivo, appresi da Chiara, che il prete Pittui
era stato trasportato a casa sopra una sedia, malconcio in modo che
dava a temere per i suoi giorni. Era sempre a letto, in preda a dolori
atrocissimi, e parlava a stento. Al terzo giorno il medico lo dichiarò
fuori di pericolo, ma gli raccomandò di non fare alcun movimento,
poichè la cura sarebbe stata piuttosto lunga. La notizia non mi fece
certo piacere!

Durante il tempo della mia convalescenza, i carabinieri, guidati
da spie, erano venuti più volte a Florinas per perlustrare le case
sospette, dove si sperava di potermi sorprendere. Nessuno immaginò
di certo, che la prima settimana della mia latitanza io la passassi
dentro Florinas, in casa di mia sorella. Non si pensò neppure a
visitare l’abitazione di Chiara, nè quella di mia madre, poichè non era
possibile ch’io fossi stato così gonzo da cacciarmi in bocca al lupo.

                                   *
                                  * *

Guarito completamente della storta e delle piaghe, mercè le affettuose
cure di mia sorella, abbandonai sul tardi il villaggio e mi recai a
piedi fino alla cantoniera di _Scala di Ciogga_, dove giunsi verso
mezzanotte. Riposavo in un macchione, dietro la casa, quando dodici
carabinieri si fermarono dinanzi la porta, e obbligarono il cantoniere
ad alzarsi per dar loro da bere. Ripresero quindi la strada di
Florinas, forse alla mia ricerca, poichè l’attentato sacrilego contro
un prete aveva suscitato molto rumore, e la Giustizia si dava attorno
per impadronirsi del reo.

Andati via i carabinieri, continuai la mia strada verso Sassari. Giunsi
all’alba all’oliveto della signora Murro, in _Serra secca_, dove ogni
giorno si recavano a zappare alcuni miei parenti. Ivi rimasi il resto
della giornata. Sull’imbrunire presi una zappa sulle spalle, ed entrai
in Sassari arditamente, confuso coi zappatori che a quell’ora ritornano
dai lavori di campagna. Nel 1850 la città di Sassari era un luogo
sicuro per i banditi, poichè scarso vi era il numero dei carabinieri, a
cui piaceva viver comodi e tranquilli.

Mi recai difilato in casa di Don Antonico Berlinguer, allora Maggiore
di piazza, il quale mi trattava con benevolenza, poichè mi sapeva
onesto e buon lavoratore[17]. Chiesi a lui consiglio; e siccome mi
sentivo minacciato dai soliti dolori per le fattucchierie del prete
Pittui, lo pregai che mi raccomandasse a un certo Frate Agostino dei
minori osservanti, designatomi come valentissimo negli esorcismi. Era
costui un sassarese, in fama di mantener relazione colla moglie di un
falegname, dal quale era stato sorpreso e bastonato[18].

Don Antonico mi tenne nascosto in casa sei giorni, dandomi da mangiare
e da bere; e volle accompagnarmi in persona fino al convento di San
Pietro, per presentarmi al frate.

Prima di lasciare la città volli provvedermi di polvere e di palle.
Avevo lasciato il fucile nella capanna di mio cognato Bazzone, marito
di mia sorella Giustina.

Uscimmo di casa dopo il meriggio. Don Antonico mi precedette facendo
l’indifferente: io gli tenni dietro a una certa distanza, per non
compromettere l’amico nella carica delicata di Maggiore di Piazza. Dopo
un quarto d’ora eravamo dinanzi al Convento.

Frate Agostino ci accolse con molto garbo e ci offrì una tazza di buon
caffè. Poco dopo Don Antonico se ne andò per i fatti suoi.

Rimasto solo col frate, questi mi ordinò d’inginocchiarmi, mi lesse
la solita orazione, mi gettò addosso la solita acqua benedetta, e mi
licenziò dicendomi, che sperava di avermi sciolto dalle _legature_.

Sbrigato il mio affare feci ritorno all’oliveto di _Serra secca_, e di
là m’incamminai verso il _Curraltu mal’a servire_, in fondo alla valle
di _Sette Chercos_, territorio di Cargeghe, dov’era l’ovile di mio
cognato.

Rimasi nella capanna alcuni giorni, sempre in angustie, per timore che
una grave malattia mi rovinasse.

Dissi ad un mio cugino:

— Il prete Pittui è ancora in vita, e continua a perseguitarmi colle
sue maledizioni. Temo troppo che gli esorcismi di frate Agostino
rimangano senza effetto!

Un mio amico, che si trovava presente — certo Pietro Rassu, già mio
vicino di casa — disse a me rivolto:

— Ma perchè non ti rechi dal rettore di Dualchi, uno dei più famosi per
scongiurare le _legature_?

Non volendo lasciare intentato alcun mezzo per togliermi alle malìe del
prete Pittui, indussi mio fratello Peppe ad accompagnarmi a Dualchi,
villaggio al di là di Macomer.

Ci recammo insieme a cavallo fino a Padria, dove fummo ospitati
dall’amico Salvatore Masia, tenente dei barracelli. Di là l’indomani
continuammo il viaggio, attingendo qua e là informazioni sulle
scorciatoie, non essendo noi pratici dei luoghi. Dopo due ore e più
di strada, c’imbattemmo in un vecchio, il quale ci avvertì ch’eravamo
sulla strada che conduceva a Sindia e a Scano Montiferro. Saputo
ch’eravamo diretti a Bortigali, suo paese, il vecchio si esibì a
servirci di guida. Arrivati al villaggio, egli ci condusse in sua casa,
dove ci rifornì di vino e di formaggio. Andammo quindi in casa di certo
Pietro Maria Murgia, al quale l’amico di Padria ci aveva raccomandato.
Era assente dal paese; ma la moglie e la suocera, appreso il motivo
della nostra gita, ci dissero con un certo orgoglio:

— Presentatevi pure in nome nostro al rettore di Dualchi, e ditegli,
che vi riceva colla stessa cortesia con cui suol ricevere Pietro Maria
Murgia, che gli fu servo per ventott’anni.

Ringraziammo le due buone donne, che ci avevano offerto asilo e cena, e
all’alba rimontammo a cavallo. Dopo tre ore di strada, sostammo dinanzi
alla casa del rettore.

Il prete e la sua _Perpetua_[19] ci accolsero cortesemente e ci vollero
ospiti.

Il rettore di Dualchi, Pietro Maria, era sopranominato _su caddu de
Ottava_, perchè possessore di un famoso cavallo di corsa, ritenuto a
quei tempi uno dei migliori dell’isola.

Quando gli esposi il motivo della mia venuta — il desiderio, cioè, di
venir liberato dalle _legature_ fattemi da un prete — egli mi domandò
con una certa curiosità:

— Come si chiama questo sacerdote?

— Giovanni Maria Pittui.

— Lo conosco. So che ha un eccellente cavallo di corsa.

— V’ingannate. Il possessore del buon cavallo è un altro Pittui: suo
nipote.

— Ho capito, e poco importa. Posso solamente assicurarti, che il mio
cavallo di corsa è migliore del suo; e questo potrebbe significare, che
sarò parimenti più fortunato nella cura del tuo male. Ti applicherò una
_pezza_, che nessuno riuscirà a strapparti.

Fui lieto dell’esordio. Il prete soggiunse:

— Anzitutto hai bisogno d’una bottiglia d’olio, ch’io dovrò benedire.

Mio fratello Peppe corse subito a comprarla; ma, mentre la porgeva al
prete, gli sfuggì di mano e andò in frantumi.

Fui vivamente impressionato del mal augurio; ma il rettore esclamò
sorridendo:

— E così? Manca forse dell’olio in casa mia?

Fatta riempire un’altra bottiglia dalla serva, il prete si adattò
la stola, mi fece inginocchiare, lesse l’ufficio, mi versò sul capo
l’acqua santa, e per ultimo benedisse la bottiglia dell’olio.

Nel frattempo la serva, ferma sull’uscio, assisteva all’operazione con
curiosità maliziosa, come se da lungo tempo fosse abituata a simili
cure, a cui non credeva.

   [Illustrazione: Il bandito dal Rettore di Dualchi]

Terminata la funzione, il rettore mi fece alzare, e mi consegnò
gravemente la bottiglia dell’olio ed un involto contenente quaranta
pezzi d’ostia.

— Ogni giorno, a digiuno — egli mi disse — tu metterai in bocca uno di
questi pezzetti, che trangugierai con una boccata d’olio. Bada di non
spaventarti se i tuoi dolori aumenteranno: saranno i chiodi vecchi che
ti verranno fuori dalle carni. Ti esorto parimenti a non impressionarti
se ti verrà il sangue alla bocca. Prima di consumare i pezzetti d’ostia
(cioè a dire, prima di quaranta giorni) ho bisogno di rivederti![20]

Albeggiava appena quando all’indomani io e Peppe ci rimettemmo in
viaggio, prendendo questa volta la direzione di Borore, per misura
d’abituale prudenza.

Pernottammo in quest’ultimo paese.

Riposai con animo tranquillo, ma verso l’alba, dopo ingoiata l’ostia,
ebbi lo sbocco di sangue preannunziatomi dal prete. Allo stesso tempo
fui colto da dolori acutissimi alle ginocchia.

Mi feci coraggio. Presi un nuovo sorso d’olio ed un pezzetto d’ostia, e
sollecitai la partenza.

Rimontati a cavallo, percorremmo un lunghissimo tratto di strada. Era
ancora giorno quando ci trovammo in vista del _Crastu mal’a servire_;
ma aspettammo le ombre della sera prima di avvicinarci all’ovile di mio
cognato: — altra precauzione di tutti i banditi.

Arrivati all’ovile, consultai Peppe e mio cognato sulla ricompensa
da offrire al prete esorcista. Fu determinato d’inviare nostra madre
a Sassari per fare acquisto di tre fazzoletti da due lire, di un
chilogramma di caffè e di otto libbre di zucchero: regalo destinato
al rettore ed alla sua Perpetua. Fu pure combinato di ripartire per
Dualchi al più presto possibile, prima cioè che la voce della mia
latitanza pervenisse all’orecchio di quel rettore.

Il rettore di Dualchi accettò con piacere il dono fattogli; e dopo aver
rinnovato l’esorcismo e ribenedetta la mia bottiglia, mi disse con una
certa confidenza:

— Mano mano che l’olio diminuirà, tu non avrai che aggiungerne
dell’altro: la benedizione avrà la stessa efficacia.

Ho sofferto per parecchie settimane dolori atroci, ma debbo dichiarare,
che le mie punture cessarono. Il rettore di Dualchi mi aveva
radicalmente sciolto dalle _legature_ di prete Pittui.

Ricorderò quanto mi disse la prima volta:

— Tu guarirai, poichè il rimedio che ti ho dato è infallibile. Devo
però prevenirti, che le potenti fattucchierie, di cui fosti vittima, ti
hanno fatto perdere la metà delle forze, la metà del valore e la metà
dell’astuzia!




CAPITOLO II.

In casa di prete Pittui.


Dopo il terzo giorno — come già dissi — il medico del villaggio aveva
dichiarato che prete Pittui era fuori di pericolo; però gli ordinava di
stare a letto e di non muoversi.

Durante quel tempo la casa del sacerdote era assediata dalle visite. I
fedeli parrocchiani ed i famigliari più intimi correvano al letto del
proprio pastore per prendere informazioni sullo stato di sua salute;
e, imprecando all’assassino sacrilego, facevano voti all’Eterno per una
pronta guarigione.

Se il prete fosse morto in seguito alle mie percosse, nessuno
certamente lo avrebbe compianto; anzi si sarebbe ringraziato Iddio
per aver liberato il paese da un cattivo soggetto di quella fatta.
Sapendolo però vivo, ognuno si studiava di entrare nelle sue grazie con
una pietà falsa, che avrebbe potuto più tardi fruttare qualche favore,
o almeno una maggior dolcezza di trattamento.

Sebbene ancora indolenzito per le percosse ricevute, e accasciato per
le lunghe sofferenze, appena il prete si accorse di essere scampato
alla morte, non pensò che allo sfregio ricevuto, e si die’ a escogitare
tutti i mezzi possibili per vendicarsi di me: cosa che gli sarebbe
riuscita assai facile, avendo al suo comando molti cagnotti, e potendo
esercitare la sua influenza presso le autorità di Sassari, colle quali
si manteneva in stretta relazione.

Se il corpo del prete era inchiodato al letto, la sua mente era libera
e ruminava a mio danno. La casa Pittui era diventata il luogo dei
convegni misteriosi, dove si tramava la mia perdizione.

Io stava in guardia, poichè avevo molti parenti ed amici che mi
tenevano informato di quanto accadeva in paese.

Fra i più assidui visitatori di casa Pittui (durante il periodo della
malattia) erano il Piana, lo Zara, il Serra, Peppe _il sorsinco_, i
fratelli Dore d’Osilo, ed i fratelli Rassu di Tiesi, domiciliati a
Florinas.

Darò di essi alcuni brevi cenni[21].

Giovanni Antonio Piana, mio coetaneo, era da poco tempo marito della
matura serva di prete Pittui, la quale poteva essergli madre. Cugino
del prete e zio di mia moglie, quel gradasso si dichiarava capace di
darmi la caccia.

Sebastiano Zara, pur parente di mia moglie e del prete, era il
millantatore che per il primo avevo incontrato uscendo dal villaggio,
il giorno dell’attentato. Egli aveva pronosticato la mia futura morte
per opera sua.

Il terzo visitatore assiduo, Francesco Serra, aveva la debolezza di
credersi un potente, solo perchè si era dato a fare il _commissario_
dei carabinieri. Io però sapevo, che costui, insieme a Paolo ed a
Francesco Rassu, nonchè ad altri due ittiresi, aveva preso parte come
mandante all’assassinio di don Peppe Serafino di Tiesi. Uno però della
combricola (che poi finì sulla forca) era stato in seguito arrestato
alla festa di S. Paolo in Monti, per un orologio d’oro colle iniziali
dell’ucciso, da lui venduto al parroco del detto paese.

Riservandomi a parlare a lungo della famiglia Rassu (ch’ebbe larga
parte nei casi della mia vita) mi fermerò per ora sui due fratelli
osilesi.

I fratelli Giuseppe e Giomaria Dore, osilesi, quantunque notissimi
ladri e sicari, erano sempre riusciti a sfuggire alla giustizia, mercè
l’astuzia e l’intrigo.

Giuseppe era compare di battesimo di prete Pittui; dal quale, aveva
preso un _salto_ in affitto, in società col fratello Giomaria e con un
tal _Peppe di Sorso_.

I due fratelli erano veduti di mal occhio a Florinas, e già da tempo si
pensava al modo di sbarazzarne il paese.

Ho già detto che a Florinas, nel pomeriggio dei giorni festivi, si
soleva andare fuori dal paese, per la gara del tiro a segno. Come
premio al vincitore, si metteva per bersaglio una gallina viva, un
coltello, una berretta, od altro oggetto.

Una domenica eravamo in numerosa comitiva, e ricordo fra gli altri i
due fratelli Dore, Pietro Rassu, i preti Massidda e Pittui, il pretore,
il cancelliere, e diversi cavalieri e giovani di distinta famiglia.

In quel tempo (verso il 1847) era stata ordita fra i signori florinesi
una specie di congiura per liberare il paese dai due fratelli sicari,
dei quali si aveva paura, poichè gettavano ovunque il terrore.
La giustizia in quei tempi dormiva, od era cieca, ed erano le
popolazioni che pensavano a liberarsi dai malfattori. Fu deciso di
uccidere Giuseppe a _smarro_ (cioè a dire come per caso accidentale).
Pietro Rassu si era incaricato del colpo, e per essere più sicuro
nell’eseguirlo, aveva dato di piglio al fucile ad una canna del
cancelliere: fucile a fulminante e non a piastra — cosa rara a quel
tempo. Dopo diversi tiri al bersaglio (eseguiti fra il buonumore e
gli scherzi della brigata) il Rassu, fingendo mettere la _capsula_ nel
luminello, lasciò partire il colpo in direzione di Giuseppe Dore, che
gli stava vicino. La palla passò tra le gambe di quest’ultimo, ma non
l’offese. Vi fu scambio di parole vivaci per l’imprudenza del tiratore,
ma tutto finì lì, ascrivendo il falso tiro alla imperizia del Rassu nel
maneggio dell’arma nuova.

Volle il caso, che quella sera, forse per la soverchia carica di
polvere, si spezzasse a Giuseppe il calcio del fucile. Nel rientrare
in paese vi fu chi pensò trar partito da quell’accidente, che toglieva
all’odiato sicario i mezzi di difesa. Verso la mezzanotte Giuseppe
Dore venne assalito nella propria abitazione da una mezza dozzina di
individui, i quali riuscirono a smantellargli il tetto della casa per
fargli fuoco addosso. La moglie scappò sulla strada, in camicia; ed
il marito seppe difendersi così abilmente, che rese vano l’attacco dei
nemici.

Persuaso, infine, che il vivere a Florinas era per lui pericoloso,
Giuseppe Dore si decise a battere la campagna insieme al fratello
Giomaria, per campare dal furto e per fare il sicario: mestiere molto
lucroso a quei tempi, stante le inimicizie che dividevano le famiglie.

I due fratelli osilesi avevano uno zio mugnaio (pur chiamato Dore) il
quale era in urto col proprio genero Bertolo Bazzoni, agricoltore. Lo
zio chiese aiuto ai nipoti per sbarazzarsene, e questi accettarono il
mandato.

Ucciso Bertolo, il vecchio Dore voleva costringere la propria figlia a
passare in seconde nozze con un di lui cugino mugnaio, che gli avrebbe
prestato aiuto nella professione; ma la vedovella, inorridendo, si
rifiutò di ubbidire ad un padre, che gli aveva ucciso il primo marito.
In preda a spasimi atroci, la povera figliuola ne morì di crepacuore
pochi mesi dopo.

Appena compiuto il mandato di sangue, i due fratelli sicari si erano
ritirati a _Giunchi_, presso una loro sorella zitellona.

Andando a far legna sulla montagna, capitai un giorno in quella
regione, ed assistetti per caso ad un vivo diverbio tra i fratelli Dore
e certo Carboni; motivo per cui mi vidi citato come testimonio.

Nel frattempo era stato arrestato lo zio Dore, uccisore del genero
Bazzoni. I due nipoti, designati dalla voce pubblica come sicari, si
erano dati alla latitanza durante l’istruttoria del processo.

Fattosi a Sassari il dibattimento, alcuni testimoni di _vista_
deposero essere il solo suocero l’uccisore di Bertolo; altri invece
(comprati dalla ricca moglie dell’arrestato) riuscirono a provare,
che nè lo zio, nè i nipoti avevano preso parte all’assassinio. La
conclusione fu, che vennero tutti assolti. La voce pubblica imprecò
alla corruzione di testi... ed anche di qualche giudice; ed io posso
asserire in coscienza, che giammai sentenza più iniqua e più scandalosa
fu pronunciata da un tribunale. Ed ora fidate nei dotti giudizi di una
magistratura stipendiata, e deplorate l’istituzione dei Giurati![22]

Poichè la Giustizia era stata così cieca o così venale in quel
processo, non mancò chi volle surrogarsi ad essa. Tre mesi dopo,
nell’agosto, un fratello dell’ucciso sborsò una somma ai due banditi
Cambilargiu e Antonio Spano, i quali freddarono con una fucilata il
suocero di Bertolo Bazzoni.

Non voglio parlare d’altri brutti fatti, avvenuti per opera dei due
fratelli Dore e del loro compagno _Peppe il sorsinco_. Accennerò
solamente a quello dei quattro agricoltori partiti da Sorso, e venuti a
Florinas, col pretesto di andare in cerca di uomini per la messe. Essi
avevano dato ad intendere, che scopo della gita era quello di voler
assalire nelle proprie case diversi nemici, che avrebbe loro indicati
la sorella dei Dore. Il sindaco di Florinas, prendendo sul serio la
minaccia, eccitò la popolazione alla propria difesa, suscitando un
baccano che rasentò il ridicolo; ma la commedia si chiuse con una
scenata in piazza, dove si addivenne ad una parvenza di pace generale,
giurata fra molti bicchieri di vino e le baldorie carnevalesche.

                                   *
                                  * *

Ed erano queste le persone, a cui il prete Pittui aveva affidato
le vendette, e che attorniavano il suo letto nel gennaio del 1851.
Tutti si erano compromessi di mettermi le mani addosso; e i fratelli
Dore e _il sorsinco_ avevano già ricevuto dal prete ottanta scudi,
obbligandosi a darmi vivo o morto nelle mani della giustizia.

Ma non erano i soli. Ad uno dei soliti convegni assistevano (insieme
al Piana, allo Zara ed ai Rassu) due notabili signori di Florinas, i
quali si erano vantati che non avrei tardato a cader vittima dei loro
agguati.

Ricordo un fatto. Poc’ora prima che mi si riferisse quest’ultima
congiura, mentre me ne stavo sotto una roccia, a poca distanza dal
paese, vidi passare a tiro del mio fucile i menzionati signori. Il
destino ha voluto salvarli! Se di qualche ora avessero ritardato il
viaggio, li avrei uccisi entrambi come due pernici. In seguito sbollì
l’ira mia, e volli risparmiarli.

I miei nemici convenivano in casa di prete Pittui per deplorare
l’accaduto; e imprecando al sacrilego maledetto e al vile assassino,
offrivano coraggiosamente il loro braccio vendicatore per ottenere la
mia morte o la mia cattura. Essi potevano millantarsi a mio riguardo,
perchè ero povero, e lontano dal paese; il prete invece era ricco
e potente, e dovevano ingraziarselo per procurarsene la protezione.
Quasi tutti avevano la camicia sporca, e temevano i ricorsi, palesi
o anonimi, alle autorità di Sassari. Il ministro di Dio era in
intimi rapporti coi ministri della giustizia — e fra ministri se la
intendevano!

I congiurati credevano di operare nel segreto, ma tutto io sapeva,
poichè tutto mi si riferiva da persone intime della casa. Molti
visitatori facevano una doppia parte, volendo allontanare da me il
sospetto per sfuggire alla mia collera. Ben sapevano i furbi, che
il prete poteva aggiustarli coi magistrati di Sassari, e proteggerli
dentro paese; ma non così fuori di casa. Ero io il re della campagna
— e alla campagna dovevano tutti venire, contadini e signori, per
lavorare o sorvegliare le terre. E perciò si voleva, nel tempo stesso,
lusingare il bandito ed il prete, col proposito di tradirci entrambi.
Che importava loro delle persone? o cadessi io nelle mani del prete,
o cadesse il prete nelle mie mani, era sempre una battaglia vinta per
essi, perchè si liberavano da un nemico!

Ed io ascoltava il consiglio di tutti, ma stavo in guardia, perchè di
tutti dubitavo. Quantunque giovane ed inesperto, capivo che la paura
legava a me quei consiglieri, ai quali tornava ugualmente vantaggioso
il perdermi, od il salvarmi.




CAPITOLO III.

La famiglia Rassu.


L’essermi dato alla macchia impressionava non poco i miei nemici di
Florinas. Ero per loro un bandito, un disperato che non avrebbe potuto
frenarsi per alcun sentimento di riguardo personale, o di pietà. Si
aveva paura di me, si temeva che una falsa informazione, un falso
rapporto, un malinteso avessero apportato conseguenze fatali. Non
pochi si erano messi al sicuro, per allontanare le cause che potessero
destare un mio sospetto.

Gavino Pintus, per esempio, (il padre della Maddalena Bua) aveva
licenziato dalla sua casa il cognato Serra, perchè bazzicava troppo coi
Dore e coi Rassu ed era _commissario_ dei carabinieri.

I fratelli Rassu erano di famiglia tiesina, domiciliati a Florinas.
Con costoro ero in buoni rapporti, poichè uno di essi (Giuseppe) aveva
sposato una mia zia. Tuttavia li guardavo di mal occhio, sapendoli
gente abituata al malfare, e capace di prestarsi a qualunque delitto,
senza scrupoli di sorta.

La famiglia Rassu si componeva di quattro fratelli — Pietro, Francesco,
Paolo e Giuseppe — e di uno zio attempato, Giovanni Andrea, dal quale
andavo a consigliarmi spesso, perchè lo ritenevo uomo di senno.

Il giovane Paolo era stato di recente ucciso a Siligo, a causa d’una
ragazza, di cui si era innamorato. L’uccisore era stato punito con una
fucilata, datagli da uno dei fratelli di Paolo.

La casa di Pietro Rassu era attigua a quella di mio suocero — come
attigua a questa era la casa mia, quando l’abitavo insieme a mia
moglie. Vedendoci e visitandoci con frequenza, si viveva di accordo
come due buoni vicini, e il paese ci considerava quali amici.

Dopo la mia latitanza si accrebbe l’odio mio verso i fratelli Rassu,
poichè li sapevo d’accordo col prete per congiurare la mia rovina.

Ero appena da quindici giorni bandito, quando uno strano accidente mi
liberò da uno di essi: da Pietro Rassu.

Fra i molti delitti da costui commessi impunemente, se ne annoverava
uno, la cui istruttoria era in corso, e si aspettava da un giorno
all’altro l’ordine di spiccare il mandato d’arresto.

Un giorno Pietro, nel suo ovile di _Corona majore_, aveva diviso il
pranzo con _Monsiù_ Maronero, il brigadiere dei carabinieri, che andava
in perlustrazione. Prima di separarsene, volle dare a lui due capretti,
dicendogli scherzando:

— Te ne faccio un regalo, perchè tu mi usi un po’ di riguardo quando
verrai per arrestarmi.

Il brigadiere aveva risposto:

— Siamo troppo amici, e farò di tutto per sottrarmi a questo doloroso
incarico. Altri carabinieri ti arresteranno, non io di certo!

Pietro Rassu soggiunse, serio:

— Ed io ti prometto, dal mio canto, che in carcere non ci andrò, a
costo di farmi ammazzare. Ci sono già stato quattro volte, e ormai ne
sono stanco!

Fu lo stesso Pietro, che mi confidò questo incidente.

Trascorso un po’ di tempo, venne spiccato l’ordine d’arresto, e si
aspettava l’occasione propizia per mettere in gabbia l’uccello.

I buoni rapporti apparenti che io manteneva con Pietro, per essere
egli stato mio vicino di casa, diedero a sospettare che anche bandito
io andassi qualche volta a trovarlo. Una sera sul tardi, mio suocero,
origliando alla parete che lo divideva dalla stanza di Pietro Rassu,
credette di riconoscere la mia voce, e si affrettò ad avvisarne il
prete Pittui. Questi mandò subito un espresso a Codrongianus per far
venire i carabinieri.

Il brigadiere _Monsiù_ Maronero, con altri suoi compagni, accorsero
nella stessa notte a Florinas, e si portarono segretamente in casa del
notaio Giovanni Antonio Fiori, che aveva la moglie agonizzante. Ivi
caricarono i fucili a mitraglia.

Era il 17 gennaio 1851 — giorno di Sant’Antonio.

Da poco era trascorsa la mezzanotte, quando il brigadiere dispose
l’appiattamento. Collocò un carabiniere dinanzi alla porta che dava
alla strada; ed egli, a cavallo, si collocò in faccia alla finestra
della camera posteriore, che dava ad un piccolo cortile, verso la
campagna.

Il brigadiere bussò al finestrino, dicendo:

— Pietro, apri!

— Aspetta un momento! — rispose Pietro, che immaginò si trattasse della
sua cattura; e corse ad armarsi.

Trascorsi alcuni minuti aprì la finestra, e si trovò di fronte al
brigadiere a cavallo, che gli impediva l’uscita.

— Datti a una parte! — fece Pietro, come avvertendo che voleva uscir
fuori; ma quegli non si mosse.

Allora Rassu, fattosi alla bassa finestra, die’ uno spintone al cavallo
colla canna del fucile, e lo costrinse a indietreggiare.

_Monsiù_ Maronero, intanto, aveva puntato il fucile alla finestra, in
attesa che l’uomo saltasse per fargli fuoco addosso.

Pietro Rassu, coll’audacia dei coraggiosi e dei disperati, montò
il grilletto, e scavalcò d’un salto il davanzale della finestra,
scaricando l’arma su _Monsiù_ Maronero.

In pari tempo scattò il grilletto del fucile del brigadiere. Si udirono
due detonazioni, ed entrambi caddero a terra come fulminati.

Quando accorsero gli altri carabinieri non trovarono che due cadaveri
boccheggianti.

Sono queste le stupide bravate di molti carabinieri; i quali, fidando
unicamente nel proprio valore, non si mantengono mai sani di testa.
Prima della spedizione essi hanno già in corpo Dio sa quanti bicchieri
di vino e di acquavite, ed espongono ciecamente la vita, senza
raggiungere l’intento.

Il brigadiere Maronero non aveva mantenuto la parola data a Pietro
Rassu... ed ebbe il fatto suo!

Il caso della doppia uccisione (che aveva avuto a solo testimonio
mio suocero, nella casa vicina) era stato così singolare, che per
lungo tempo si tardò a prestarvi fede. La versione data fu questa:
che io realmente mi trovassi in casa di Pietro Rassu; che questi,
saltando dalla finestra, fosse stato ucciso dal brigadiere; che il
brigadiere, alla sua volta cadesse morto per una mia fucilata; e che
io, finalmente, fossi riuscito a raggiungere la campagna, prima che
accorressero gli altri carabinieri.

Ed era una versione stupida. Mi si voleva dare un’audacia valorosa,
che non mi spettava. Avrebbe dovuto bastare il fatto della doppia
detonazione e delle due canne scariche per convincersi della verità; ma
non si voleva incolpare mio suocero di una falsa denunzia!

Il prete Pittui si morse le dita per dispetto; e mio suocero fu
talmente impressionato dal pensiero della mia vendetta, che da quel
giorno si chiuse in casa, si ammalò, e non volle più vedere nessuno.

Quando appresi l’accaduto, esclamai con amaro sorriso:

— E _uno_! Dio ha voluto farmi risparmiare una carica di polvere.

                                   *
                                  * *

Continuerò la storia dei Rassu.

Pietro e Francesco, sovratutti, erano in fama di ladri e di sicari;
e dicevasi che il primo fosse il depositario delle ruberie che si
commettevano.

Cinque mesi dopo la morte di Pietro, avvenne l’assassinio della sua
vedova, Giovanna Angela Manconi, rinvenuta scannata col rosario in
mano.

La voce pubblica non tardò ad affermare, che la poveretta fosse stata
tolta dal mondo per mandato del proprio cognato Francesco, designato
come tutore ad amministrare i beni dei nipoti minorenni.

Il giorno precedente al barbaro assassinio mi trovavo per caso a _Scala
ruja_, territorio di Florinas, quando m’imbattei in Francesco Rassu,
il quale, a cavallo, si diriggeva verso il paese, portando in groppa un
bandito.

Come mi viddero e mi riconobbero, il bandito smontò da cavallo e mi
chiamò a nome.

Io feci il sordo e continuai la mia strada, seguito da un grosso
mastino.

Persistendo il bandito a darmi la voce, mi fermai.

— Che volete? — chiesi.

— Vieni con noi; abbiamo bisogno di sbrigare un affare urgente.

Mi accorsi subito che non aveano rette intenzioni a mio riguardo.
Sapevo già della congiura fatta in casa del prete, e diffidavo di
Francesco.

— Fate buon viaggio e andate per la vostra strada! — gridai
rimettendomi in cammino, e risoluto di far fuoco su entrambi, se
avessero persistito a tormentarmi col loro invito.

Capitai poco dopo nella capanna di un mio zio — Gio. Maria Giavesu — a
cui narrai l’accaduto:

— Vedi? — gli dissi con amarezza — oggi ho corso il pericolo di
romperla con Francesco Rassu. Mi sono contenuto per seguire il tuo
consiglio!

— Ed hai fatto bene. Non voglio che tu l’uccida. Egli è nostro parente,
poichè ha in moglie una tua cugina, e sarebbe un’onta se si dicesse che
noi beviamo il sangue nostro!

La stessa sera sul tardi, invitato da un amico, passai la notte a
Florinas. Verso l’alba del giorno seguente ci venne data la notizia
dello sgozzamento della vedova di Pietro Rassu. Il cognato Francesco,
forse per allontanare i sospetti, nel momento in cui veniva consumato
l’assassinio, discorreva in piazza col proprietario del bestiame
datogli in custodia.

Trascorso qualche giorno, si sparse ad arte la voce, che il vero
uccisore dei coniugi Rassu ero io. Compresi lo scopo della diceria:
si voleva aggravare il mio attentato contro la vita di prete Pittui,
designandomi come sanguinario.

                                   *
                                  * *

Il terzo fratello dei Rassu — Giuseppe — era mio parente, perchè
ammogliato con Maria Rosa Bazzone, sorella di mia madre. Era costui
d’animo malvagio come gli altri fratelli, ma dominato da mia zia, donna
energica e di carattere forte, finì per contenersi.

— Bada Giuseppe! — gli diceva la moglie — se hai caro di non morire in
galera, devi allontanarti da’ tuoi congiunti, due dei quali morirono di
palla. Rimani in casa con me, e non avrai malanni!

Francesco Rassu, nominato tutore dei figli di Pietro, fu deluso nelle
sue speranze. Egli non aveva trovato nessun deposito di danaro in casa
della cognata; e divenne così irascibile e intrattabile, che i nipoti
non vollero convivere con lui.

Si diceva in paese, che i danari della vedova assassinata fossero stati
nascosti in campagna dal figliuolo sedicenne Salvatore, che li aveva
rinvenuti. E la diceria veniva avvalorata dal fatto, che Salvatore
era uscito dalla casa paterna, non appena lo zio vi era entrato come
tutore. Il fiero giovane era andato a convivere con lo zio Giuseppe,
marito di mia zia.

In quel tempo Ignazio Piana (marito di mia sorella Andriana)
abbisognando nella Nurra d’uomini di lavoro, aveva preso seco il
giovane Salvatore, come servo di fiducia.

Mio cognato mi diceva spesso:

— La donna che sposerà mio nipote farà la sua fortuna, poichè possiede
molto danaro.

Ed io gli rispondevo:

— Se avessi cento figlie non ne darei una a tuo nipote, poichè il
danaro ch’ei possiede non è che il frutto di furti e grassazioni.

Stando al servizio di Ignazio Piana, Salvatore si era più volte recato
a Florinas per ritirare il suo denaro, che aveva dato in custodia ad
una zia convivente con un prete.

Un giorno mi pregò di comprargli un pistola, ma andato in paese per
chiedere quindici scudi, gli vennero rifiutati dal prete e dalla zia.

                                   *
                                  * *

Lascio per ora indietro il giovane Salvatore, per parlarvi di
Francesco, il più forte, il più coraggioso e il più temuto dei fratelli
Rassu, e sul quale il prete Pittui faceva assegnamento per potersi
sbarazzare di me.

Non pochi erano i misfatti commessi da costui, sebbene la giustizia
non fosse ancora riuscita a coglierlo in fallo. Ci odiavamo entrambi
cordialmente; ma l’odio nostro era sotto cenere. Il ramo di parentela,
che ci univa, ci obbligava a vivere sul tirato; ma si aspettava da
entrambi un appiglio per poter cacciar fuori tutto il fiele che avevamo
in corpo.

Fra i delitti di Francesco Rassu citerò il più vigliacco: l’assassinio
dell’Eremitano di Santa Maria di Ese (o Sea) — un bonaccione, un mezzo
scemo, chiamato Peppe.

Insieme alla mamma e a diversi piccoli fratelli, quel disgraziato
viveva in parecchie casette basse, a guardia della chiesa campestre.
Come tutti gli _eremitani_ sardi, egli aveva l’obbligo di aprire
la porta della chiesa a tutti i devoti che vi si recavano per farvi
orazione. La povera famigliuola non viveva che delle magre limosine
che i visitatori le davano, dello scarso frutto di un lembo di terra
coltivabile, e dell’allevamento di qualche bestia, a mezzadria.

Un giorno certo Andrea Alichinu, già orefice ed allora bandito,
capitando tutto solo nel casale di Santa Maria (fra Banari e Florinas)
adocchiò una troia coi porcellini che stavano sull’uscio di casa.

— Me ne regali uno? — egli chiese a Peppe.

— Non posso regalartelo, poichè siamo molto poveri. La troia non è
tutta nostra: l’abbiamo a metà col proprietario che ce l’ha data in
custodia.

Il bandito tacque e tirò oltre; ma recatosi sul tardi in casa di
Francesco Rassu, gli parlò del porcellino, della troia, e del rifiuto.

— Perdio! — fece Rassu — Peppe t’ha negato un porcetto, e noi glieli
prenderemo tutti!

La stessa notte Alichinu, Rassu, e parecchi altri si recarono alla
chiesetta campestre per rubarvi i porcellini.

L’eremitano dormiva. Al grugnito della troia si svegliò, tese
l’orecchio, die’ di piglio al fucile e uscì fuori.

Francesco Rassu, ch’era appiattato in vicinanza per favorire il
rapimento, fece fuoco addosso allo scemo e lo rese cadavere. I ladri si
affrettarono a piombare sui porcellini, e li portarono via, ridendo del
bel tiro riuscito.

Impossibile descrivere la disperazione della famigliuola per il caso
luttuoso. Più volte ebbi occasione di passare dinanzi alla casetta di
Santa Maria, e vidi la povera madre e i figliuoletti, laceri, scalzi,
in uno stato miserando. Lasciavo loro qualche lira, qualche pane, e
qualche pezzo di carne. Una sera la povera vecchia si presentò a me
seminuda, ed io mi tolsi una flanella di cotone (ne avevo due indosso)
e glie ne feci dono. Un altro giorno portai a quella famiglia un
maialetto regalatomi da mia sorella, promettendo di dargliene la metà
quando lo avrebbero ingrassato. Venuto grande glie lo lasciai per
intiero.

Non vi sembri ridicolo. Il barbaro assassinio dell’eremitano, consumato
vigliaccamente da Francesco Rassu, non fu l’ultima causa dell’odio
implacabile ch’io nutriva verso di lui. Ho sempre detestato i vili ed i
vigliacchi, tormentatori delle donne o dei deboli.

Mi sono alquanto dilungato, per presentarvi alcuni membri della
famiglia Rassu, che rivedremo più tardi. Ora ho bisogno di tornare
indietro, per riprendere il filo della mia storia.




CAPITOLO IV.

Si apre la campagna.


Ero finalmente guarito dalle _legature_ di prete Pittui.

Cominciai dunque il mio pellegrinaggio per monti e per pianure, per
boschi e per valli, recandomi da un ovile all’altro, sempre sospettoso,
coll’occhio aperto, l’orecchio teso, la mano al fucile od al pugnale.

Il primo mese di banditismo mi riuscì penoso, insopportabile. Abituato
com’ero ad una vita attiva, all’assiduo lavoro, quell’errare incerto
da un punto all’altro, ignaro del dove avrei passato la notte, colla
mente sempre intenta a sfuggire un pericolo, coll’animo deliberato a
lottare disperatamente contro i nemici della mia libertà, mi rendeva
irrequieto, irascibile, di cattivo umore. Le giornate mi parevano
eterne, le notti interminabili.

Scorrendo le campagne da mattina a sera, io vedeva dovunque donne
e uomini intenti ad arare, a seminare, a raccogliere le olive;
m’imbattevo assai spesso in frotte allegre che andavano o tornavano dal
lavoro chiacchierando e cantando; ed io continuava il mio eterno giro
per i campi aperti e per le terre altrui: io, il grande ozioso in mezzo
a tanti lavoratori!

La mamma, la mia povera mamma, a quando a quando, dietro l’ambasciata
ch’io le mandava per mezzo di qualche fido parente, veniva a recarmi
un po’ di provvista nei punti da me indicati; e faceva persino due ore
di strada, a piedi, per portarmi un pane fresco, o la biancheria da
cambiarmi. Le lagrime di quella buona vecchia, che pregava la Vergine
e i Santi per la mia conservazione, erano per me stille di piombo che
alimentavano l’odio verso i miei nemici.

Mi ero spinto più volte fino alle lontane terre della Nurra ed alle
campagne d’Osilo, di Sorso e di Alghero; ma finivo sempre per tornare
ai dintorni di Florinas, dove avevo parenti da consultare, vendette da
compiere.

Per rendere meno penoso il mio ozio involontario mi procurai un
sillabario. Colla paziente perseveranza del bandito, passavo due o
tre ore al giorno a compitare stentatamente le sillabe, senza aiuto
di alcun maestro. Rammentavo qualche lezione appresa alla scuola del
villaggio, e leggevo a voce alta, con meraviglia del mio cane, che
mi guardava con tanto d’occhi. Il messale della parrocchia, che avevo
maneggiato per tre anni, lungo la mia carriera di sagrestano, mi era
servito per apprendere le lettere maiuscole; ma le benedette minuscole
mi riuscivano di difficile lettura, e mi facevano sudar freddo. Avevo
pazienza. Non erano i lavori di campagna che mi toglievano il tempo!

Poco per volta, dopo il primo mese, mi ero abituato alla vita errante:
l’ozio non mi tormentava più. Io pensava a’ miei nemici, al modo di
assalirli, o di difendermi da essi — ed anche questa è un’occupazione
come un’altra. Lavoravo colla mente, invece di lavorare col braccio —
ecco tutto!

Per più di un anno non ebbi per compagno che un cane terribile, cui
posi nome _Pensa pro te_! Aveva l’intelligenza di un _cristiano_.
Bastava ch’io gli dicessi: — Togli il berretto a quell’uomo! —
Avventati! — Sta fermo! — Oppure: Va con quell’amico e non fargli male!
— perchè esso mi capisse. In sua compagnia io poteva affrontare quattro
nemici; ed era capace ad un mio cenno di sbranarli tutti. Appena
mi vedeva addormentato, esso si coricava vicino a me e mi poneva il
muso sulla coscia. Se udiva il minimo rumore, mi svegliava con lunghi
gemiti, ma senza abbaiare per non compromettermi.

Quantunque vivente nell’isolamento, ero minutamente informato delle
mosse de’ miei nemici: nemici di due specie — i palesi, da cui sapevo
guardarmi: e quelli che congiuravano nell’ombra, fingendo proteggermi
di pieno giorno.

La mia carriera di bandito era aperta. L’uomo che si dà alla macchia
non ha che tre sole preoccupazioni: vendicarsi anzitutto dei nemici a
cui deve la propria disgrazia; sfuggire alle insidie della giustizia
che gli manda dietro i carabinieri; e punire severamente le spie,
che per danaro od altra ragione, tramano la morte o la cattura dei
latitanti.

Quasi ogni giorno mi si comunicava qualche notizia, attinta ai
convegni segreti di casa Pittui. Era dunque cominciata la caccia
feroce al sacrilego schiaffeggiatore di un prete! Le poste erano state
assegnate dal capo cacciatore, e i cani venivano sguinzagliati contro
il cinghiale della foresta. Ma io stava all’erta; ero tutt’occhi,
tutt’orecchi, perchè disposto a vender cara la mia pelle.

I fratelli Dore avevano già ricevuto un acconto sul prezzo del
tradimento a mio danno, nè più si recavano a visitare la casa del prete
infermo[23].

Pochi giorni dopo l’uccisione di Pietro Rassu e del brigadiere
Maronero, venni avvertito, che la notte di San Sebastiano (in gennaio)
il _commissario_ Francesco Serra, in compagnia di Francesco Rassu,
avevano fatto una visita a tutti gli ovili ed ai molini di Florinas
e d’Ossi, con lo scopo di darmi la caccia, o di attingere indizî sui
luoghi del mio rifugio. Essi operavano sotto la direzione e dietro i
suggerimenti di prete Pittui, il cui odio contro di me, come il mio
verso di lui, dovevano spegnersi colla morte di entrambi.

Mi trovavo un giorno insieme al bandito Antonio Rassu d’Ittiri (lontano
parente dei famosi sicari). I compagni dei banditi non possono essere
fior di galantuomini, ed il mio era già stato sette anni in galera, per
aver ucciso un giovane a pugnalate.

Ci recammo insieme all’ovile di Antonio Luigi Carboni (in _sas coas
de medallu_) dove sapevo di trovare l’osilese Giuseppe Dore, uno dei
famosi sicari incaricato di uccidermi, ed a cui il prete aveva già
sborsato un acconto di ottanta scudi.

Come la sera c’imbattemmo nel Dore, questi esclamò vivamente, rivolto
al mio compagno:

— Se tu non fossi stato in compagnia di Giovanni Tolu, ti avrei ucciso!

Gli dissi pacatamente:

— E avresti fatto male.

— Avrei fatto bene, poichè costui è un mio nemico!

— Non ti è nemico — soggiunsi con sussiego — Quando fosti aggredito
dentro casa a Florinas, Antonio non faceva parte della combricola degli
assalitori. Ci saranno stati i Rassu, suoi parenti, ma non lui. Tu ben
lo sai quali siano i tuoi veri nemici!

Le gesta di Dore mi erano tutte note. Due giorni addietro, in compagnia
d’altri, aveva dato l’assalto ad un ovile d’Ossi, maltrattando un
povero servo, a cui rubò quattro pecore.

Scambiate con lui poche altre parole, salutai Dore dicendogli,
ch’eravamo diretti ad Ittiri.

— Non vi lascio andar via! — esclamò Dore con affettuosa premura —
Stanotte mangieremo un boccone insieme. Ci ho carne grassa da far
cuocere!

Era quella delle pecore rubate.

Venne messa intanto la carne al fuoco, ed entrammo nell’ovile. Ero in
casa del sicario del prete, e dovevo stare ad occhi aperti.

Avevo meco _Pensa pro te_, il fido cane, che conducevo a mano con una
catena. Anche Dore era seguito da una buona cagna, che mi sbirciava
cogli occhi iniettati di sangue.

Si era nel mese di maggio, e verso le nove sedemmo a tavola per
mangiare — coi fucili fra le ginocchia, s’intende!

Non avevamo ancora terminato il pasto, quando udimmo i cani abbaiare.

Balzammo in piedi di scatto, e uscimmo tutti e quattro all’aria
aperta: io, Rassu, un giovane pastore e Giuseppe Dore. Quest’ultimo
si era armato in un attimo di fucile, di pistola e di daga, poichè si
considerava come un mezzo bandito.

— Se sono carabinieri — esclamò con spavalderia — li farò saltare in
aria!

Io sorrisi. Coll’occhio intento ad ogni sua mossa, gli stavo alle
costole, temendo qualche brutto tiro.

Uscimmo fuori per esplorare i dintorni.

La notte era chiara, serena. Non spirava un filo d’aria.

L’uno dietro l’altro c’inoltrammo per un tratto di terreno, tutto
coperto di cardi selvatici.

Io osservai:

— Parmi non sia prudenza andare così uniti. Sarà meglio sbandarci
alquanto, per metterci al sicuro da qualche agguato.

Rompemmo infatti l’allineamento, e prendemmo diverse direzioni, l’uno
discosto dall’altro.

Siccome non perdevo d’occhio Giuseppe, mi avvidi che due volte mi aveva
sbirciato. Egli pensava, forse, di saldare il suo debito col prete!

A un tratto il giovane pastore si fermò; e voltandosi, ci avvertì con
voce sommessa di aver veduto qualche cosa muoversi lungo la costiera.
Aggiunse che temeva si trattasse di gente appiattata.

Si continuò la strada guardinghi. Tanto il giovane, quanto Dore, fecero
diversi spari in direzione della costiera. Io mi guardai dal far fuoco,
poichè il bandito col fucile scarico è un uomo morto. I colpi non
devono andar perduti!

Ci eravamo così sbandati; ma dopo una mezz’ora, per diverse parti,
rientrammo nell’ovile.

Uno solo mancava di noi quattro: Giuseppe Dore; e invano lo
aspettammo...

L’indomani all’alba fu rinvenuto sdraiato bocconi, sull’erba. Lo si
credeva addormentato, ma invece era morto da una fucilata.

— Chi l’avrà ucciso?! — esclamò con terrore il giovane pastore.

— Lo saprà Iddio! — risposi facendomi il segno della croce. E a fior di
labbro mormorai:

— Decisamente i sicari dei preti non hanno fortuna![24]

Un Dore era sparito, ma restava l’altro.

                                   *
                                  * *

Qualche tempo dopo la morte di Giuseppe, un certo Sanna (un amico che
aveva conti da aggiustare con l’altro fratello Giomaria) m’invitò
a tenergli compagnia per togliere di mezzo quel cattivo soggetto.
Trattandosi di un nemico che odiavo mortalmente, accettai volentieri.

Dovevamo incamminarci verso Sorso, dove allora Giomaria si trovava.

A metà strada c’imbattemmo per caso nei tre banditi Pietro Cambilargiu,
Antonio Spano e Salvatore Fresi; i quali ci confidarono essere diretti
a Sorso, incaricati dell’uccisione di Giomaria Dore. Ci unimmo a loro,
tacendo che lo scopo della nostra gita era il medesimo.

Movemmo tutti e cinque insieme, guidati da una spia, che doveva
indicare la vittima, sconosciuta ai tre sicari.

Arrivati alla punta di un ciglione, la spia si fermò; e dopo averci
indicato un individuo lontano, che stava in mezzo ad un campo, proseguì
tutto solo per la strada di Sorso.

Come ci appressammo all’uomo designato, io e Sanna (che conoscevamo di
persona Dore) avvertimmo i compagni che non facessero fuoco, perchè non
era lui.

Intanto la spia, arrivata a Sorso, si era data premura di annunziare
che i cinque banditi (me compreso) avevano ucciso Giomaria Dore.

La notizia era falsa, perchè quel giorno ci fu impossibile trovare
Dore. Ad altro era riserbata tanta fortuna. Giomaria fu mortalmente
ferito una settimana dopo. Ebbe tre palle nella schiena e sopravvisse
sette giorni.

La morte dei fratelli Dore fu accolta con viva gioia dagli abitanti di
Sorso, di Florinas, d’Ossi, e d’altri villaggi circonvicini. Nessuno
pianse la scomparsa dal mondo dei due ladri e sicari. E questa pubblica
dimostrazione di contento valse pure a tranquillare la coscienza degli
uccisori, che avevano reso un buon servizio al paese.

                                   *
                                  * *

Avevo veduto tante volte i miei nemici in sogno — e ai sogni io credeva.

Un giorno sognai di camminare in una viottola stretta, accompagnato
da _Pensa pro te_. Ad un tratto vidi venirmi incontro i due fratelli
Dore e Peppe il _Sorsinco_. Spianai il fucile contro di essi, ma mi si
ruppe il calcio. Diedi allora di piglio alla daga, e ne pugnalai uno.
Gli altri due scomparvero nella nebbia. Ma perchè nel sogno non avevo
pensato ad aizzare il mio cane contro di essi?

Mi svegliai colla fronte madida di sudore. Pochi giorni dopo, a breve
distanza dall’ovile di _Sas coas de medallu_, venne ucciso Giuseppe.

Un’altra volta vidi in sogno due poliziotti. Ne uccisi uno, ma l’altro
scomparve, non so come. All’indomani, a caccia, mi trovai di fronte a
due grossi cinghiali: uno ne atterrai, l’altro mi sfuggì, senza che io
lo vedessi correre.

Lo confermo: i miei sogni si avveravano sempre![25]

                                   *
                                  * *

Nei primi mesi della mia latitanza mi aggiravo da una campagna
all’altra, sempre sperando d’imbattermi in qualche mio nemico; ma debbo
pur dire, che quasi tutti i misfatti che in quel tempo si commettevano,
venivano a me caricati. Sotto il mio nome non pochi compivano le loro
vendette, o assassinavano per furto, sfuggendo alle ricerche della
giustizia. Triste condizione dei banditi! — Basti il fatto, che nel
giro di poche settimane vennero istruiti tredici processi per delitti
consumati nel territorio di Florinas; e in quasi tutti venni complicato
per i raggiri e gli intrighi de’ miei nemici, che si raccoglievano a
consiglio nella camera da letto del sacerdote Pittui.

Uno di costoro — Giovanni Antonio Piana, marito della serva del prete
e zio di mia moglie — mentre un giorno in campagna conversava con
diversi suoi amici, ebbe il braccio spezzato da una fucilata, datagli
da incognita mano. Trasportato all’ospedale di Sassari gli vennero
estratte le palle, e guarì dopo lunga e penosa malattia.

Anche per questo colpo fu messo in campo il mio nome; ma lo stesso
ferito dichiarò, che il tiro non poteva venirgli che da due ladri di
buoi, che egli, come capitano dei barracelli, aveva fatto arrestare,
costringendoli ad attraversare il villaggio col cuoio rubato sulle
spalle. La diceria a mio carico questa volta non mi spiacque: mi
spiacque solamente che la fucilata data a Giovanni Antonio gli avesse
rotto il braccio, invece di troncargli la vita. Ma su questo fatto
tornerò più tardi[26].

Nel medesimo tempo era stato ucciso con arma da fuoco un certo
Congiatu, mentre lavorava nella vigna di suo cognato Sebastiano Zara,
lo spavaldo cugino del prete. Si affermò da taluno (e diceva il vero!)
che l’uccisione era stata fatta per sbaglio da un congiunto dello
stesso Zara, che andava in cerai di me. Tuttavia non mancò chi mi
volle colpevole, asserendo aver io tolto di mezzo il Congiatu, solo per
dare _un avviso di minaccia_ al mio nemico, parente dell’ucciso. Tutte
fandonie e calunnie!

La morte del cognato impressionò talmente Salvatore Zara, che egli
si chiuse in casa, nè volle recarsi in campagna, temendo ch’io lo
uccidessi. Alcuni miei amici e diversi signori di Florinas vennero a
me per pregarmi di far grazia allo Zara, che aveva bisogno di lavorare
per vivere. Cedetti infine alle preghiere, e feci dire al mio nemico,
che andasse pur liberamente in campagna, ma badasse al fatto suo. Egli
mi ringraziò, tornò al lavoro, e da quel giorno visse tranquillo. Io
ben comprendeva che questi poveri diavoli si atteggiavano a spavaldi,
solo per far piacere al prete; poichè infine non potevano odiarmi, dal
momento che nessun’offesa avevano da me ricevuto.

Fui parimenti accusato in quei giorni dell’assassinio d’un contadino,
che aveva rubate alcune pecore, e il cui cadavere fu rinvenuto in un
salto di _Giunchi_.

L’intenzione di complicarmi in nuovi processi si era manifestata ne’
miei nemici, anche prima ch’io attentassi alla vita di prete Pittui.

Il giorno di S. Francesco (in ottobre) mentre tra la folla assisteva ai
fuochi artificiali, veniva ucciso con un colpo di pistola certo Bartolo
Piras. L’uccisore finì per essere scoperto e condannato alla galera
in vita; eppure, non so ancora perchè, il fisco pretendeva di rendermi
complice di quella morte. Mi diedi ragione dell’accusa, quando appresi
che l’ucciso era fra i più intimi confidenti di prete Pittui: l’uomo,
cioè, di cui egli si serviva per consegnare in mano delle autorità di
Sassari i famosi _ricorsi_, a danno dei nemici che voleva ad ogni costo
perdere.

Era questo il prediletto sistema di quei tempi disgraziati. Si sapeva,
che una volta cacciato l’uomo in carcere, reo o innocente, esso
vi marciva per mesi ed anni, in espiazione delle molestie date ai
signorotti del paese, od ai ministri di Dio. Nel 1850 era questa la
bella giustizia di Sardegna!

Rassegnato al mio destino, io sopportavo pazientemente le calunnie
de’ miei avversari, ma non le dimenticavo. Il rettore di Dualchi aveva
sciolto le mie _legature_, ed io smaniavo di vendicarmi: non solo di
quanti erano stati causa della mia disgrazia, ma anche dei vigliacchi
che per lucro, per millanteria, o per malvagità, si prestavano a darmi
la caccia, o a farmi la spia.

Non potevo sperar tregua, finchè respiravano Francesco Rassu e il
sacerdote Pittui.

Nell’ardore de’ miei vent’otto anni mi tormentava la sete della
vendetta — ma avevo anche la pazienza di aspettare!




CAPITOLO V.

Chi nasce, e chi muore.


Alzatosi da letto, guarito dalle contusioni, il prete Pittui si mostrò
più feroce che mai contro di me. Da lungo tempo la sua casa era stata
il convegno de’ più tristi del paese. Fu là che i fratelli Rassu, i
fratelli Dore, il _commissario_ Serra, Giovanni Maria Piana avevano
congiurato la mia cattura. Ma non erano ancora riusciti nell’intento,
e parecchi di essi erano stati puniti per mano mia, o per mano del
destino.

Il sacrilegio da me commesso mi aveva attirato addosso le ire di molti
compaesani; il cui scopo, d’altra parte, non era stato che quello
d’ingraziarsi l’influente prete, intimo amico dei principali giudici ed
avvocati di Sassari

Si conoscevano da lungo tempo, in paese, le tresche, i raggiri, le
prepotenze, e sovratutto i _ricorsi_ che il buon ministro di Dio soleva
mandare alle autorità di Sassari, contro gli sconsigliati che cadevano
in sua disgrazia.

Dopo essere stato un mesetto in casa, il prete tornò a dir messa
all’Oratorio di Santa Croce; nè aveva voluto rinunziare alle sue gite
a Sassari, dove si recava ogni tanto, sempre scortato da tre o quattro
carabinieri, che richiedeva alle autorità per la propria sicurezza.

Trascorso qualche mese, e sbollite le ire, non mancarono in paese le
persone che deploravano la non riuscita del mio attentato; perocchè
il prete continuava ad inasprire gli animi colle prepotenze, creando i
malcontenti.

Certo Pietro Sanna, bosano, e certo Antonio Maria Deiana, vennero
un giorno da me, in campagna, offrendosi a facilitarmi il mezzo
d’introdurmi in casa di prete Pittui per ucciderlo. Costoro
appartenevano ad una combricola di ladruncoli, i quali si vantavano
possessori di grimaldelli, che aprivano qualunque porta. Li ringraziai,
ma non volli accettare la loro offerta, perchè diffidavo di essi:
temevo qualche perfidia da parte del sacerdote, capace di ogni
tranello, pur di avermi nelle mani.

Delle congiure che si facevano in casa del prete — come dissi altra
volta — io veniva informato da persona intima della famiglia; e posso
aggiungere (non lo rivelai finora a nessuno!) che la stessa serva del
prete, la zia di mia moglie, mi aveva più volte fatto avvertire, che
mi guardassi dai Rassu, dai Dore, e da altri. Non seppi mai spiegarmi
tanta tenerezza da sua parte. Temeva forse per suo marito? aveva paura
della disperazione di un bandito? sentiva forse rimorso e compassione
per la disgrazia toccatami? od era forse qualche recente rancore col
suo padrone che la spingeva a sventargli le trame? Non son riuscito a
spiegarmelo. Certo è, che dovetti alle sue avvertenze l’essere scampato
a molti agguati; e potei, mercè sua, conoscere la perfidia di certi
parenti ed amici, che mi tradivano in segreto. Non bisogna negare che
la paura di un bandito desta in tutti una viva apprensione, e tutti
fanno a gara per offrirgli protezione ed aiuto, per riceverne in cambio
aiuto e misericordia — salvo più tardi a tradirlo quando capita il
destro.

Una sera stavo seduto a ridosso d’un’alta roccia, a poca distanza dal
paese. Vidi ad un tratto sullo stradone due preti che venivano verso
Florinas dalla parte di Sassari. Mi parve di riconoscere in uno di
essi Giovanni Masala Pittui, e decisi di farla finita con una buona
fucilata.

Montai il grilletto, spianai l’arma, e aspettai che i due transitanti
mi venissero a tiro.

Come si avvicinarono, mi avvidi di aver preso abbaglio. Erano due preti
che venivano da Sassari con la solita provvista dell’olio santo per la
parrocchia di Florinas.

Rimisi il fucile in spalla, e mi allontanai dal paese, sperando
di essere più fortunato un’altra volta. L’assassino della mia pace
domestica, il perfido istigatore di mia moglie, non doveva morire che
per le mie mani. Lo avevo giurato!

                                   *
                                  * *

E Maria Francesca?

Posciachè erano riuscite vane le trattative di pace per mezzo dei
missionari, venuti nel settembre a Florinas, e più ancora dopo il
mio attentato, vi furono malumori e dissidi fra mia moglie e i suoi
genitori. Mio suocero aveva più volte cacciato da casa la figliuola,
ritenendo che il vivere insieme dopo la mia latitanza non era cosa
prudente, nè per l’una nè per gli altri. Si temevano gli eccessi di un
genero e di un marito datosi alla macchia.

Era stata da tutti respinta, la disgraziata; e il prete stesso, che tre
mesi prima l’aveva persino costretta a recarsi ai balli pubblici per
farmi dispetto, ora non la guardava in faccia. Anche nel cuore di quel
cane parlava forse la paura!

Si era giunti intanto ai primi di marzo, mese in cui si aspettava il
parto di Maria Francesca. I suoi parenti, con soddisfazione pietosa e
maligna, dicevano:

— Se Giovanni Tolu non potrà venire per assistere al battesimo della
sua creatura, poco male: — non mancherà gente in paese per accompagnare
il neonato, o la neonata in chiesa!

Ciò riferitomi da alcuni miei fidi, mandai un’ambasciata ai parenti
di mia moglie, assicurando loro che nessuno si sarebbe permesso di
accompagnare la mia creatura al fonte battesimale.

— Se a quel tempo sarò vivo — aggiunsi — nessuno potrà vantarsi di
questo accompagnamento, che costerebbe troppo caro. Il frutto di mia
moglie non sarà portato in chiesa che dalla sola levatrice... come si
pratica per i nati illegittimi!

Il minaccioso mio avvertimento sortì il suo effetto.

Il giorno 5 di marzo (1851) Maria Francesca partorì una bambina; e si
avverò in seguito il mio pronostico. Fu portata al fonte battesimale
senza che nessuno l’accompagnasse. I parenti di mia moglie, a cui
avevo dato qualche lezione, si erano ben guardati di contrariare il mio
desiderio. Sapevano che non scherzavo, e che avrei potuto mantenere la
parola.

La scelta del nome di battesimo, da imporsi alla neonata, creò impicci
ai parenti e provocò lunghe discussioni. Fu deciso infine, con molto
senno, che la piccina fosse chiamata _Maria Antonia_, in ricordo delle
due nonne: — della mia, Maria Antonia Scanu, e di quella di mia moglie.
Maria Gàmbula.

Avvenuto il parto, i genitori di Maria Francesca si mostrarono più
risoluti che mai a non volere in casa la figliuola, temendo fastidi
da parte mia. Ond’è, che la disgraziata, per maggior sua punizione,
fu costretta a rintanarsi in una catapecchia isolata, nel centro del
villaggio, dove campava stentatamente, facendo il mestiere di cucitrice
d’abiti da uomo e da donna. Da nessuno ebbe un soccorso, e cominciò a
risentire gli effetti della sua caparbietà e della sua disubbidienza.

Mi era stata comunicata la nascita della figliuola con tutte le
formalità più scrupolose. Poche settimane dopo, Maria Francesca mi
mandò un’ambasciata per mezzo di un fido amico:

— Tua moglie — ei mi disse — è richiesta come balia a Sassari, presso
una famiglia di signori ricchi ed influenti, i quali potrebbero
impegnarsi per la tua liberazione.

Io gli risposi:

— Dirai a Maria Francesca, che io non voglio accettare la libertà da
colei che mi ha reso schiavo. Dio le ha imposto la missione di allevare
la sua creatura: — faccia dunque il suo dovere!

Trascorsi alcuni giorni Maria Francesca tornò ad inviarmi lo stesso
ambasciatore, prevenendomi, che aveva deciso (col mio consenso, o
senza) di recarsi a Sassari come balia, affidando la propria bambina
alle cure d’altra balia, in Florinas.

Risposi minaccioso:

— Dirai a mia moglie, che si guardi bene dal mettere in azione il suo
proposito. Il giorno in cui ella andrà a Sassari per far la balia,
io le ucciderò il padre e la madre, perchè rei di non aver saputo
correggerla. In seguito penserò anche a lei!

Dietro questa minaccia, Maria Francesca desistette dal suo proposito, e
rimase a Florinas per allevare la sua creatura. Ella continuò a vivere
miseramente nel suo tugurio, lontana dai genitori, che la trascurarono.

                                   *
                                  * *

Mio suocero, come ho detto, era sempre malaticcio e non usciva di casa.
Dopo la morte di Pietro Rassu e del carabiniere Maronero egli temeva
la mia vendetta — poichè si era venuto a sapere, che l’agguato era
stato ordito dietro il suo falso rapporto a mio riguardo. Egli sperava
sempre che il prete e i suoi sicari fossero riusciti ad uccidermi, o a
mandarmi alla forca.

Prete Pittui, completamente ristabilito, continuava a stancare la
pazienza di tutti colle sue prepotenze, i suoi ricorsi, e i malumori
che suscitava dovunque. Il suo contegno bestiale, indegno di un
ministro del Signore, aveva chiamato l’attenzione dell’alto clero, nè
si tardò ad inoltrare reclami contro la sua condotta scandalosa.

A Cargeghe io aveva un cugino — certo Paolo Tolu — molto amico di
monsignor Varesini, allora arcivescovo di Sassari. Questo Tolu era
ammogliato con la nipote del canonico Scarpa rettore di Cargeghe, e più
tardi canonico turritano.

Quando nel maggio monsignor Varesini, nel suo giro per la Cresima,
si fermò a Cargeghe, il rettore Scarpa si affrettò ad informarlo di
quanto era avvenuto fra me e il prete Pittui. Mio cugino Tolu, per
le confidenze fattegli dall’amico rettore, fu in grado di fornirmi i
seguenti ragguagli:

Recatosi Monsignore da Cargeghe a Florinas, volle interessarsi della
mia causa. Anzitutto rampognò il prete Pittui di aver trasgredito
gli ordini suoi; poichè, interdetto a dir messa per il sangue versato
dietro le mie percosse, esso aveva continuato a consacrare. In seguito
chiese schiarimenti ai tre preti di Florinas sulla condotta del loro
compagno; ma le informazioni date non furono troppo lusinghiere.

Allora l’Arcivescovo mandò a lui il sagrestano maggiore per invitarlo a
venire in chiesa: ma n’ebbe in risposta, che non poteva muoversi perchè
ammalato.

Costretto finalmente a presentarsi dinanzi a Varesini, questi lo esortò
severamente a smettere la superbia e la prepotenza, e a dare il buon
esempio della mansuetudine cristiana, col non intromettersi nei fatti
altrui.

Prima di lasciar Florinas, monsignor Varesini impose a prete Pittui di
presentarsi entro la settimana alla Curia di Sassari, avendo urgente
bisogno di conferire con lui.

Il Pittui — colla solita scorta di carabinieri — venne a Sassari dopo
gli otto giorni. Presentatosi verso le nove all’Episcopio, monsignor
Varesini gli fece dire dal suo segretario che lo avrebbe ricevuto
alle dieci. Ritornato all’ora indicata, lo si pregò che tornasse alle
undici. E così di seguito, tre volte alla mattina e tre volte alla
sera, fu per otto giorni rimandato il ricevimento, costringendo il
povero prete a tante passeggiate inutili ed umilianti. Era questa una
delle punizioni ecclesiastiche, che s’infliggevano dall’Arcivescovo ai
sacerdoti colpevoli[27].

Trascorsi gli otto giorni, il prete Pittui si era dato a letto,
dicendosi ammalato. Egli aveva preso alloggio nella casa di una mia zia
— certa Catterina Angela Cugurra, moglie ad Antonio Alivesi — abitante
dietro la _Munizione vecchia_. La famiglia Alivesi era molto amica
del prete; il quale, durante la malattia, ebbe da essa cure assidue ed
affettuose.

La malattia fu piuttosto lunga. Per una diecina di giorni il prete fu
assalito da febbri violenti, e nel delirio non faceva che contorcersi
fra le coltri, gridando ogni tanto, rivolto a mia zia:

— Eccolo... È là!.... egli viene!... Giovanni Tolu mi uccide!

E col mio nome sulle labbra, in preda a fissazioni di percosse e di
ferimenti, egli morì a Sassari, nella casa in cui di consueto veniva
ospitato[28].

Ebbi ragguagli della sua fine dalla stessa mia zia Catterina.

Il prete Giovanni Masala Pittui scese nel sepolcro sette mesi dopo le
percosse da me ricevute — nè furono esse la causa della sua morte, come
alcuni osarono asserire. Forse fu Monsignore che l’uccise!

La sua scomparsa dal mondo mi allegerì di un gran peso. Avevo la
convinzione che le mie _legature_ fossero finalmente sciolte, e che
non tarderei a riacquistare l’intiera mia forza — quella forza, che il
rettore di Dualchi diceva in me diminuita!




CAPITOLO VI.

Duello a morte.


Morto il prete, i congiurati divennero più mansueti. Non avevano più
impegni da soddisfare, nè odî da sposare per conto di terzi. Diversi
avevano già ricevuto una buona lezione, come lo Zara ed il Piana, e non
volevano cimentarsi meco, poichè avevano bisogno di vivere dal lavoro.

Lo Zara, per mezzo di amici intermediari, era venuto a spiegazioni, e
gli promisi di non più molestarlo; e così parimenti avvenne di Giovanni
Antonio Piana, il marito della serva. Costui, dopo la rottura del
braccio, viveva in continua agitazione, e finì per raccomandarsi ad
amici comuni perchè io non l’offendessi.

Un giorno lo fecero abboccare con me. Io gli dissi:

— Io non ho più ragione di dolermi di te. Fa il fatto tuo, e non verrai
molestato. Ben so che sei lo zio di mia moglie; ma puoi vivere in pace,
senza immischiarti nelle nostre questioni coniugali. Siamo intesi!

Il Piana fu assai lieto della nostra conciliazione; tanto più che il
prete era nell’altro mondo, ed egli nulla aveva da guadagnare tenendomi
il broncio.

Da quel giorno visse tranquillo, e sembrò un altro uomo; tuttavia non
riebbe mai la mia intiera fiducia, poichè le riconciliazioni non mi
andarono mai a sangue. Perdono sì — ma confidenza col vecchio nemico,
mai!

Fatta la pace, un bel giorno Giovanni Antonio mi pregò di accettare un
regalo. Egli mi donò una vecchia pistola ed un lunghissimo pugnale, che
già appartenevano al prete Pittui. Accettai l’una e l’altro.

                                   *
                                  * *

Il solo congiurato inconciliabile, dopo la morte del prete, era stato
Francesco Rassu. Fra me e lui era un odio profondo, che ci celavamo a
vicenda, in attesa di un’occasione per manifestarcelo apertamente.

Francesco mi vinceva di otto anni; era un uomo robusto, coraggioso,
temerario, e fra i più forti del paese. Me ne guardavo, perchè
sapevo che mi avrebbe ucciso, se gli fossi venuto a tiro. La lontana
parentela, da cui eravamo vincolati, ci consigliava un po’ di ritegno;
ma era un’ipocrisia reciproca.

La prima volta che mi trovai solo con lui fu nelle aie di _Corona
maggiore_, territorio di Florinas. Era di settembre, ed egli dormiva
saporitamente sotto ad una pianta. Lo fissai per alcuni minuti,
indeciso se io dovessi cogliere l’occasione per ucciderlo. Due pensieri
me ne distolsero: la raccomandazione di mio zio, e la storia dei _Reali
di Francia_[29].

— Ucciderlo nel sonno — pensai — sarebbe una vigliaccheria. Ho impresse
le parole che il Duca Salardo rivolse a Fioravanti dormente: «— Se lo
uccido, diranno che l’ho riconosciuto più forte di me! —»

Mi chinai, e lo scossi.

— Dormi così, eh?

Francesco Rassu balzò sulle ginocchia e mi squadrò quasi atterrito.

— Sì... dormivo.

Gli porsi alcuni aranci, e mangiammo.

— Come vai? — mi disse con un certo interesse.

— Così: piano piano!

Stette un momento soprapensiero, indi soggiunse:

— Ho i saluti da darti per parte di Francesco Serra di Tiesi.

— Vieni di là?

— Sì.

Il Serra ere il famoso _commissario_ dei Carabinieri.

— Se fosse stato a Florinas — risposi con sarcasmo — non te li avrebbe
dati i saluti per me! Qui però non potrebbe trovarmi... a meno che tu
non mi facessi la spia!

Francesco mi guardò bieco:

— Io farti la spia... per lui?

— Guardati bene, veh? che tu non pianga i peccati di Francesco Serra!

Ci guardammo alcuni istanti in cagnesco, e lo piantai là, senz’altro
dire.

Passarono alcuni mesi da quel giorno; ma quantunque odiassi a morte
quell’uomo, volli rispettare la raccomandazione di mio zio, e aver
riguardo al vecchio Rassu, col quale ero in buoni rapporti.

Stanco infine delle continue minaccie di Francesco, che mi venivano
riferite, ero deciso di farla finita: o ammazzarlo, o farmi ammazzare.

Un giorno, che mi trovavo nell’ovile di mio zio, esclamai con amarezza:

— Io vivo da qualche tempo in angustie per il contegno di quel perfido;
non mi trattiene che il tuo consiglio. Temo, però, che qualche giorno
io debba pagar cara la mia ubbidienza!

Lo zio quel giorno si strinse nelle spalle, e mi rispose, senza
guardarmi:

— Fa come vuoi!

Non disse altro; e poco dopo mi allontanai dal suo ovile.

Mi diedi a girovagare per la campagna, pregando la mia buona stella
che mettesse Francesco a tiro del mio fucile. Ben sapevo che da qualche
tempo andava vantandosi, che non avrei potuto sfuggire all’odio suo.

Il giorno seguente — vera fatalità — mentre stavo sdraiato a ridosso
d’una roccia, vidi passare nella strada sottostante Francesco Rassu, a
cavallo.

Balzai in piedi di scatto, spianai il fucile, e feci fuoco, quasi senza
prenderlo di mira.

— Misericordia, son morto! — gridò Francesco, e precipitò di sella.

Una paesana, che veniva dietro a lui, m’impedì di constatare la sua
morte. Temendo d’essere riconosciuto, mi cacciai prestamente nelle
macchie, e presi il largo senz’essere avvertito.

Errai di qua e di là tutta la notte, contento del colpo fatto. Verso
l’alba capitai in un ovile, ed ivi appresi che Francesco era stato
trasportato a Florinas, ferito alla milza, e non mortalmente.

Mi morsi le dita per dispetto; e tanta fu la mia stizza per il colpo
mancato, che decisi di recarmi la stessa sera a Florinas, per uccidere
il mio nemico dentro casa.

E così feci. Approfittando delle tenebre, giunsi fin sulla soglia
dell’abitazione di Francesco Rassu, risoluto di fucilarlo sul suo
letto; ma, per mia sfortuna, il medico, il pretore, e il cancelliere
avevano fatto trasportare il ferito nella camera che dava al cortile,
nè mi fu possibile tradurre in atto il mio proposito. Rimandai il colpo
a un’altra volta, facendo voti che il mio nemico guarisse presto!

Un mese dopo, completamente guarito, Francesco si era alzato da letto
per accudire alle sue faccende.

Quantunque non mi avesse veduto, egli era certo che il colpo non poteva
essergli venuto che da me. Seppe però abilmente dissimulare, nè con
alcuno mosse lagnanza dell’accaduto. Era scaltro e sapeva il fatto suo!

Un giorno chiamò a sè i miei fratelli Peppe e Giomaria, e disse loro
che aveva bisogno di parlarmi.

Quando mi comunicarono il desiderio di Francesco, risposi a’ miei
fratelli:

— Datemi prima da mangiare, e poi conducetemelo. Mi troverete alla
_Serra_, vicino al villaggio.

In compagnia de’ miei fratelli e di un suo cognato, Francesco Rassu
venne sul tardi all’appuntamento.

— Buona notte! — disse con tono secco.

— Buona notte! — risposi — Come vai?

— Coi piedi! — esclamò bruscamente.

— Non ti chiedo notizie dei piedi, ma della tua ferita!

Francesco capì che bisognava cambiar tono.

— Non vedi — disse — che mi hanno bucato le costole? Sono qui venuto
per parlarti a quattr’occhi!

— Perchè a quattr’occhi? Qui non vedo che tuo cognato e i miei
fratelli. Siamo dunque in famiglia, e puoi parlare in faccia a tutti.
Nessuno dei presenti ti vuol male, poichè ci unisce un vincolo di
parentela.

Francesco, com’era venuto, si era messo al mio fianco; ed avevo
notato che teneva le mani sotto al cappotto, carezzando forse la sua
pistola. Io stava ad occhi aperti, colla destra sul pugnale, risoluto a
freddarlo al minimo movimento. Per fortuna non si mosse, perchè i miei
fratelli gli piantavano gli occhi addosso.

— Che vuoi dunque? — gli chiesi, vedendo che esitava a parlare.

— Mi hanno bucato le costole! — ripetè con amaro sorriso — ed io vengo
per chiederti aiuto nella vendetta. Sarai compensato con danaro, o con
pari aiuto se ne avrai bisogno.

Sogghignai amaramente, e gli risposi con calma glaciale:

— Te ne sei accorto troppo tardi! Tu ben lo sai, che non son buono a
nulla! — Quando hai tentato di uccidere Pietro Pintus, ti sei rivolto
ad altri, e non a me; e ciò sa tutto il mondo!

Quando hai ucciso Giomaria Ledda, fosti pagato dal signor Antonio
Luigi; ma non avesti bisogno del mio braccio. — Quando hai freddato
l’uccisore di tuo fratello Paolo (ch’era in tresca con una sua sorella)
non chiedesti il mio aiuto, nè compenso in danaro; e con ragione,
perchè la tua vendetta era santa. — Quando vilmente hai assassinato
l’eremitano di Santa Maria d’Ese per rubargli i porcellini, non è a
Giovanni Tolu che hai chiesto mano forte. — Quando a Tissi hai commesso
la grassazione in casa del signor Sercis e della sua signora, non hai
avuto bisogno dell’opera mia. — Quando, infine, dentro Florinas, hai
derubato la casa di Salvatore Piras, non è a me che ti sei rivolto per
tenerti il sacco. Te lo ripeto: io non son buono a nulla; e con ragione
non mi hai cercato!

— Hai finito?

— Non ancora. Devo dirti una sola cosa, che terrai a mente: — se tu
verrai ucciso facendo il fatto tuo, puoi star sicuro che ne proverò
dispiacere; ma se mai ti uccideranno facendo il fatto altrui, ti
prevengo che godrò della tua morte. Bada, dunque, a’ tuoi affari,
Francesco, se vuoi vivere tranquillo! Ricordati, che a Florinas non
sono pochi quelli ch’ebbero la disgrazia di essere, come te, feriti;
eppure, ravveduti dei loro errori, non hanno più ricevuto alcuna
molestia dai nemici. Così pure potrà avvenire di te... se metterai
giudizio.

Francesco, a capo chino, ascoltò fino in fondo la mia tirata, senza un
atto di dispetto nè d’impazienza.

— Ho capito, e sta bene! — borbottò; e senz’altro fece cenno a suo
cognato d’incamminarsi, e si mosse lentamente verso Florinas — seguito
dai due miei fratelli; i quali avevano il dovere di scortarlo fino alla
sua abitazione, come si usa in simili convegni.

                                   *
                                  * *

Una settimana dopo venni avvertito, che Francesco si era scatenato
contro di me senza alcun ritegno — non curandosi di celare la sua ferma
intenzione di uccidermi, dovunque mi avesse trovato. Egli si recava
sfacciatamente a far visita di casa in casa in Florinas, e d’ovile in
ovile in campagna, col proposito di farmi la spia.

I barracelli — quasi tutti in mio favore — mi tenevano informato d’ogni
sua mossa, e mi avvertivano di stare in guardia e di non fidarmi.

Infastidito di questi continui rapporti, capitai una sera nell’ovile
dello zio Rassu, col quale mi tenevo in buoni accordi. Lo trovai sulle
furie contro il suo nipote Francesco, col quale la mattina si era
bisticciato, a causa del passaggio di un branco di pecore sul fiume
vicino.

Approfittando del suo stato d’animo, gli dissi con risentimento:

— Zio Giovanni Andrea; devo dirvi che più non riesco ad aver pace per
colpa di Francesco. Non siete dunque più buono a correggere vostro
nipote?

— La sola palla riuscirà a correggerlo — lasciò scapparsi il vecchio,
ancora sdegnato per il diverbio avuto col nipote.

— Dunque...?

— Dunque, se hai conti da liquidare con Francesco, sei matto se non ti
aggiusti!

Il vecchio non disse altro, nè d’altro gli parlai, per paura di fargli
cambiar idea. Mi allontanai dicendogli:

— Buona sera... e a rivederci!

— Buona sera!

Per tre giorni consecutivi diedi a Francesco una caccia senza tregua.
Arrivai persino ad impostarlo, dopo l’imbrunire, a pochi passi dalla
sua abitazione, dentro Florinas; ma non mi venne fatto d’imbattermi
in lui. La gente era per le vie, lungo le viottole, ed io non volevo
troppo espormi.

Non è facile nei nostri villaggi tendere l’agguato ad un uomo; poichè
colui che crede di aver nemici non batte mai la stessa strada, sì
nell’uscire, come nell’entrare in paese.

Dopo la terza notte ch’io tentavo Francesco, mi venne l’idea di fargli
la posta in un punto non troppo lontano dal paese, per dove speravo
potesse ei passare per recarsi in campagna. Il mio nemico cambiava
cento volte di strada, ed io doveva affidarmi al solo caso.

L’inferno questa volta volle favorirmi.

Ero stato colà tutta la notte, intirizzito dal freddo. Mancavano ancora
due ore all’alba, ed eravamo ai primi di gennaio.

Mi ero dato a percorrere per lungo e per largo la regione di _Badu
ludrosu_, quando vidi un individuo a cavallo che percorreva una
viottola, seguito da un braco.

Non ne feci caso, perchè avevo notato che quell’uomo aveva le brache di
lino, e non i calzoni neri che soleva portar Francesco. Tuttavia volli
tenergli dietro per curiosità, perchè mi parve di riconoscere il suo
cane.

Rifeci un lungo giro per le tanche, fino a trovare una posta comoda e
sicura.

Era proprio lui: Francesco Rassu, armato, e a cavallo. Io era a piedi.

Mi fermai al punto di _Pedru majolu_; montai il grilletto del fucile,
e, quando Francesco mi venne a tiro, gli sparai.

Il colpo non partì; ed egli continuò la sua strada senz’alcun sospetto.

Gli tenni sempre dietro saltando siepi e scavalcando muri, e tornai a
montare il grilletto, dopo aver rinnovato il fulminante.

Mancatomi il colpo anche questa volta, mi venne in mente una
rivelazione fattami parecchie settimane addietro. Francesco Rassu, dopo
esser stato da me ferito, era andato a consultarsi da un suo zio frate;
il quale lo aveva esorcizzato, assicurandogli che di piombo non sarebbe
più morto.

Per alcuni sassi da me smossi saltando un muro, Francesco si accorse
finalmente d’essere pedinato; e allo sbocco d’una stretta gola smontò
da cavallo, con animo deliberato di affrontare l’avversario. Era un
uomo coraggioso ed audace, e faceva assegnamento sulla propria forza.

Senza più esitare gli andai arditamente incontro; spianai il fucile, e
feci scattare il grilletto.

Neanco questa volta l’arma prese fuoco.

Il Rassu, colto all’improvviso, fece un brusco movimento, come per
scansare il colpo; ma io, vedendomi ormai perduto, colla sveltezza di
un gatto selvatico, gettai a terra il fucile, spiccai un salto, e mi
riuscì di afferrare la canna della sua pistola, nel momento che egli me
la scaricava quasi a bruciapelo. Era un pistolone antico, a piastra; la
pietra focaia aveva acceso la polvere nella cassetta, ma il colpo non
era partito.

Io stringeva colla destra il suo pugno, e colla sinistra giunsi ad
afferrarlo per i lunghi capelli, che gli scendevano sulle spalle.
Francesco, alla sua volta, mi teneva per la barba, e cercava di
colpirmi alla testa colla canna della pistola.

Restammo alcuni minuti in piedi, lottando corpo a corpo con tutte le
forze, per disvincolarci. Era questione di vita o di morte: uno di noi
quel mattino doveva scomparire dal mondo.

I nostri due cani abbaiavano, ma non osavano avventarsi, poichè nessuno
di noi si curò di aizzarli.

Finalmente il mio avversario vacillò, perdette l’equilibrio, e
stramazzò supino, dando fortemente della testa sopra una grossa pietra,
ch’era in mezzo alla strada. Il sangue gli colava dalla nuca.

Continuammo la lotta disperata. Nel silenzio di quel mattino tenebroso
non si udivano che i latrati dei due cani, e il rantolo affannoso che
usciva dalle nostre strozze.

   [Illustrazione: Uccisione di Francesco Rassu]

Francesco riuscì a rizzarsi sulle ginocchia e continuava a percuotermi
colla canna del pistolone. Ricadde.

Finalmente mi venne fatto di portare la mano all’elsa del mio pugnale;
lo tolsi dal fodero, e glie lo immersi nel petto.

Egli allora gridò con quanto fiato aveva in gola:

— Perchè mi uccidi, Giovanni Tolu?!

— Oggi le paghi tutte! — gridai inferocito e ansante; e continuai a
ferirlo a più riprese, passandolo parte a parte, fino a che dal suo
labbro non uscì neppur l’alito[30].

Chi lo avrebbe mai detto? La lama di prete Pittui, lunga due palmi, mi
era servita a liberarmi dal più odiato de’ suoi sicari!

Ricacciato il pugnale nel fodero, continuai soddisfatto la mia strada,
seguito dal mio fido _Pensa pro te_.

L’altro cane era rimasto vicino al cadavere del suo padrone, poco
distante dal cavallo, il quale rosicchiava tranquillamente qualche ramo
verde che usciva da un cespuglio.




CAPITOLO VII.

Gli ultimi Rassu.


Quando più tardi giunsi a conoscere la perizia giudiziaria
sull’assassinio di Francesco Rassu, un sorriso di compassione mi venne
sulle labbra. Il medico ed i periti avevano dichiarato, che la vittima
era stata assalita da quattro uomini, e che la prima ferita alla nuca
era stata prodotta da un colpo di bastone. Fu parimenti dichiarato, che
Francesco era stato grassato, dopo aver ricevuto oltre trenta ferite.
Fidatevi ora delle perizie ordinate dall’autorità giudiziaria!

Appresi in seguito, che il primo che s’imbattè nel cadavere di
Francesco fu un suo zio, fratello della suocera, il quale si era
impossessato del pistolone, che tempo addietro aveva regalato al
nipote. Da ciò l’asserzione dei periti.

Il sole era appena spuntato, quando capitai in un podere, in cui
lavoravano alcuni miei amici. Fra essi era Giovanni Antonio Piana, col
quale mi ero riconciliato.

Come mi vide, costui mi venne incontro per dirmi ch’era mancato un bue,
e che si sospettava lo avesse rubato Francesco Rassu. Mi raccomandava
di fare indagini per rintracciarlo.

— Posso assicurarti — risposi — che il ladro non è Francesco. L’ho
lasciato or ora a _Pedru majolu_, e in condizioni tali, che non potrà
più rubar buoi... nè farmi la spia!

E così dicendo lanciai uno sguardo significante al marito della serva
del prete, per fargli capire che avrebbe fatto la stessa fine, se non
si fosse in tempo ravveduto.

La stessa mattina andai a trovare mio fratello Giomaria e un mio
cognato, che zappavano in un podere vicino. Confidai loro che avevo
ucciso Francesco Rassu.

Verso sera, passando dinanzi all’ovile di Giovanni Andrea (lo zio di
Francesco) volli entrarvi per salutare il vecchio.

Appena egli mi vide, mi si piantò di botto dinanzi; e dopo avermi
a lungo fissato cogli occhi spalancati, mandò dalla gola rantoli e
sbuffi. Uscì infine in queste parole:

— Non è la morte di Francesco che mi dispiace; ma lo scempio fatto
al suo cadavere! Crivellarlo con trenta pugnalate? è azione indegna,
vigliacca!

Il sangue mi montò alla testa; e facendo un passo verso il vecchio gli
mostrai il pugno, gridandogli minaccioso:

— Segno che tante glie ne abbisognavano!

E aspettai una seconda frase insultante, per freddare a’ miei piedi un
altro Rassu.

Per fortuna egli non fiatò, nè si mosse; ed io mi allontanai
voltandogli le spalle, senza neppur salutarlo.

                                   *
                                  * *

Per distrarmi alquanto mi recai alla Nurra, dove rimasi alcune
settimane.

Mi trovai colà più volte con Salvatore, il figlio di Giuseppe Rassu,
che da qualche tempo era al servizio di mio cognato Ignazio Piana.
Quantunque il giovane cercasse di avvicinarsi a me, io lo tenevo a
debita distanza, perchè nipote de’ miei nemici.

Intanto nell’estate (tempo in cui si sogliono condurre le pecore al
Fiume Santo per abbeverarle) Salvatore ebbe un diverbio con un suo
compagno; e dopo avergli spezzato il cranio con un grosso sasso,
si era dato alla macchia. Portatosi allora segretamente a Florinas,
per chiedere alla zia ed al prete parte del danaro lasciato loro in
custodia, gli fu risposto:

— I tuoi danari ci serviranno per toglierti alle mani della giustizia;
e così potrai goderteli!

Essendo figlioccio del prete, col quale la zia conviveva, Salvatore
si rassegnò ad aspettare; ma intanto, passando per Cargeghe, volle ivi
consultarsi col bandito Antonio Maria Derudas (che in quel tempo mi era
compagno, come dirò in seguito).

Poco dopo venni chiamato da zio Giovanni Antonio Rassu; il quale mi
confidò, che il pretore di Ploaghe desiderava abboccarsi col giovane
Salvatore, per giovargli nella causa. Egli chiedeva il mio parere.

— Se tuo nipote andrà dal pretore, te lo manderà in galera! — risposi.

Il vecchio allora mi disse con accento di preghiera:

— Perchè non lo prendi in tua compagnia per guidarlo?

— Perchè non lo voglio! — risposi recisamente — Egli si mostrò
disubbidiente col babbo, colla mamma, collo zio, e lo sarà parimenti
con me. Non assumo una simile responsabilità. Se Salvatore venisse
ucciso, si darebbe a me la colpa!

Così risposi, perchè non potevo fidarmi del vecchio nè del giovane
Rassu, dopo quanto mi era accaduto a _Pedru majolu_. Sarebbero stati
capaci di un tranello per vendicare il loro congiunto da me ucciso.

Quantunque nessuno mi avesse veduto, la voce pubblica mi accusava della
morte di Francesco; ed i parenti ne erano certi, perchè io non avevo
cercato di smentire la diceria. Nessuno di quelli a cui avevo confidato
l’omicidio poteva parlare; poichè in quei tempi l’esser chiamato a
testimonio era doppiamente pericoloso: verso la giustizia, e verso i
protettori dell’ucciso.

Il giovane Salvatore, a cui era nota l’intenzione di volerlo a me
affidare, aveva esclamato imprudentemente:

— Perdio! avrei vergogna di accompagnarmi coll’uccisore di mio zio
Francesco, ch’io devo vendicare. Toglierò dal mondo Giovanni Tolu!

— Bambino imbecille! — esclamai, quando mi vennero riferite le sue
parole.

                                   *
                                  * *

Annoiato della mia solitudine, durata per oltre un anno, mi ero unito
in quel tempo ai banditi Antonio Maria Derudas e Gio. Maria Puzzone, di
Cargeghe; i quali battevano la campagna dopo l’assassinio del capitano
de’ barracelli, da loro freddato nel piazzale della chiesa del paese,
mentre rincasava.

Un giorno il vecchio Giovanni Andrea Rassu ebbe l’imprudenza d’invitare
il Derudas ad unirsi a Salvatore per sbarazzarsi di me.

— Mio nipote è troppo giovane — gli aveva detto — e da solo non
potrebbe fare il colpo.

Il Derudas tenne il segreto per alcuni giorni; ma siccome in precedenza
mi aveva informato dell’abboccamento chiestogli dal vecchio Rassu, finì
per tutto confessarmi.

Da quel giorno Salvatore fece il gradasso, fidando forse nell’aiuto
del Derudas. Sulle prime presi le cose in scherzo; ma in seguito,
persistendo egli a darmi noia, decisi di dargli una lezione.

Non tardò anche lui a seguire lo zio. Egli venne ucciso da una fucilata
vicino alla _lacana_ d’Ossi, in territorio di Florinas. Il cadavere fu
trasportato sulle fascine al villaggio[31].

                                   *
                                  * *

Ed ecco quattro dei Rassu — Pietro, Paolo, Francesco e Salvatore —
tolti dal mondo per mano mia, o per mano d’altri!

Ne restavano ancora due; ma di essi volle occuparsi l’Eterno, poichè io
feci loro grazia.

Giuseppe Rassu, l’ultimo dei quattro fratelli, (come ho già detto) era
ammogliato con una mia zia, la quale mi voleva un bene dell’anima.

Un giorno andai a trovarla, e le dissi:

— Cara zia, bada! temo molto che non tarderai a diventar vedova!

— Che intendi dire? Mio marito è sano e robusto.

— Ma io l’ucciderò, se non farà da bravo. Egli ha sinistre intenzioni a
mio riguardo.

— Non temere, Giovanni. Tu sai ch’io ti voglio bene. Se io mi
accorgessi che Giuseppe avesse intenzione di farti male, sarei la prima
a renderti avvisato. Egli mi è marito, e tu mi sei nipote: vi ho cari
entrambi. Non potrei permettere che tu l’offenda, perchè c’è di mezzo
il giuramento del matrimonio; — ma parimenti vedrei di mal occhio che
egli torcesse un capello a mio nipote. Va tranquillo, figliuolo mio;
finchè io vivo non riceverai il minimo danno da lui!

E mantenne la parola. Donna energica e risoluta, ella seppe imporsi al
marito, che mi lasciò in pace, come in pace lasciai lui.

Risparmiai parimenti il vecchio zio Giovanni Andrea Rassu, che si
rassegnò alla perdita dei suoi quattro nipoti, puniti dalla giustizia
di un Dio, che odia i traditori e le spie.

L’uno e l’altro morirono tranquilli sul proprio letto — quantunque non
meritassero una simile fortuna!




CAPITOLO VIII.

Agostino Alvau.


Recatomi un giorno alla Nurra, capitai nell’ovile di _Campanedda_,
dov’era stato ucciso Agostino Alvau: il giovane algherese, che finì
la sua carriera di bandito, quasi nello stesso tempo in cui io la
cominciava. Ebbi dai pastori minuti ragguagli sulla morte di costui; ed
io ne tesserò brevemente la storia, quantunque essa non abbia relazione
con la mia vita.

Agostino Alvau era un giovane studente di Alghero. D’animo focoso,
audace, e coraggioso fino alla temerità, un giorno era andato a caccia
senza porto d’armi. Sorpreso dai carabinieri, e invitato a cedere
l’arma, egli rispose colla ribellione. Riuscito a fuggire, si diede
alla macchia, e iniziò la sua carriera di bandito, senza aver sparso
una goccia di sangue umano.

Quantunque giovanissimo, senza un pelo in faccia, e di fattezze
femminili, divenne in breve famoso per le sue gesta, tanto audaci
quanto feroci.

Mi era simpatico perchè lo avevo conosciuto di persona. Qualche tempo
prima ch’io prendessi moglie, mi trovavo a capo d’una compagnia di
mietitori, nelle aie di Florinas. Avevo sotto al mio comando molti
lavoratori. Tra i quali Rafaele Alvau — fratello di Agostino — uno
degli incaricati della trebbiatura. Una quantità di cavalli e di
cavalle, condotti dai paesi vicini, trottavano sulle aie per pestare i
covoni, com’è costume nei nostri villaggi.

Agostino Alvau (già famoso nell’isola) era venuto in quel tempo a
Florinas, per visitarvi il fratello Rafaele. Travestito da zappatore
sassarese, ma armato di fucile e di coltello, si presentò a noi come
acquisitore di grano, in compagnia del massaio Antonio Sanna e di certo
Vincenzo Paschino, padrone delle cavalle del signor marchese (?).

Siccome Rafaele era al mio servizio per la trebbiatura, i tre
visitatori vennero ad alloggiare in mia casa. Fu allora, che, in tutta
confidenza, Agostino mi si diede a conoscere. L’ospitai per un giorno,
e sul tardi tornò alla campagna.

Per pochi anni Agostino Alvau fece il bandito, ma bastarono per
renderlo celebre. Mentre un giorno attraversava un ponte sulla strada
che da Alghero conduce alla Murra, fu circondato da molti carabinieri,
che gli avevano teso un agguato; ma egli colla pistola alla mano, seppe
affrontare gli armati, e sfuggì loro audacemente tra il fischio delle
palle.

Poco dopo egli cercò di disfarsi di certo Antonio Maria Tanchis,
che la voce pubblica designava qual _commissario_ dei carabinieri. I
commissari saranno sempre i benemeriti della società, ma per i banditi
non sono altro che spie!

Fra gli amici più fedeli di Agostino Alvau erano i fratelli Paolo e
Antonio Sechi della Nurra — il primo dei quali fra i migliori tiratori
ch’io mi conobbi. Lo ricevevano con molta cordialità — come d’altronde
si ricevono tutti i banditi... per amore o per forza!

Abitava a Sassari in quel tempo un tal Antioco Agus, di Bonorva,
in fama di uomo faceto e di poeta estemporaneo. Poeta e faceto
era del pari il _commissario_ Tanchis, che pretendeva superarlo
nell’improvvisare i versi

Intimo dei pastori nurresi, ed uomo doppio, l’Agus cercava di strappare
qualche segreto al _commissario_, sapendo che costui congiurava contro
la libertà degli amici. Un giorno lo invitò ad entrare in una bettola,
col pretesto di una sfida poetica; ma il Tanchis lasciò sfuggirsi:

— Oggi non posso, perchè devo recarmi ad Osilo coi carabinieri, per un
bandito che dobbiamo tradurre a Sassari. Accetterò con piacere la gara
al mio ritorno!

Fu sollecito l’Agus d’informare del caso i due pastori Secchi e
l’Alvau; i quali vennero a Sassari, e in compagnia del poeta si
recarono sul tardi al _Molino a vento_, per preparare un agguato al
commissario Tanchis, che di là doveva passare coi carabinieri, diretti
ad Osilo.

Giunti a cavallo sul luogo designato, i quattro uomini si appiattarono
di fronte al predio del prete Ciboddo.

Finalmente, ad ora tarda, passarono di là dodici carabinieri, che
circondavano il commissario Tanchis, loro guida.

Fu primo Alvau a far fuoco sulla spia; ma il colpo gli andò fallito.
Sparò in seguito Paolo Secchi, e la sua palla attraversò il corpo del
Tanchis, che cadde fulminato da cavallo.

Sgomentati per gli spari nell’oscurità, i carabinieri tornarono
indietro a spron battuto. I due Secchi e l’Alvau ripresero la via della
Nurra; ma l’Agus, a cui era scappato il cavallo, si vide costretto a
rientrare a piedi in Sassari per la porta di Sant’Antonio. Volendo
allontanare il sospetto, il poeta ebbe l’accortezza di presentarsi
l’indomani al capitano dei barracelli, per denunziare la bestia che gli
era mancata.

Altra impresa ardita, a cui l’Alvau dovette la popolarità, fu
l’uccisione di Antonio, detto _Ammmazzacavalli_ — uno dei più famosi
cavallerizzi e domatori del tempo. _Commissario_ anch’esso dei
carabinieri, si era vantato bastargli l’animo di arrestare il forte
algherese, inseguendolo a cavallo.

Informato il giovane bandito della minaccia di quel millantatore,
giurò di ucciderlo. Temerario com’era, osò una sera vestirsi da prete
e presentarsi alla casa di _Ammazzacavalli_, posta nel rione di San
Donato. Ma il colpo gli andò a vuoto.

Immaginò allora un nuovo strattagemma, togliendo a pretesto il
carnevale.

Era usanza a Sassari di andar mascherati a cavallo, per trar sollazzo
dal getto dei confetti.

Abbisognando di un compagno per eseguire il suo disegno, l’Alvau si era
rivolto ad Antonio Sechi.

In un giorno festivo, in cui la piazza Castello rigurgitava di maschere
e di curiosi, i due amici salirono per il Corso, inforcando due superbi
cavalli. Avevano una gonnella al collo, la maschera al viso, e le
pistole nascoste sotto le vesti. Inoltravano al passo, distante l’uno
dall’altro, come se ciascuno si divertisse per proprio conto.

Antonio Sechi, che si spingeva avanti, aveva ricevuto la consegna
di gettare i confetti sulla folla, non appena avesse adocchiato
l’_Ammazzacavalli_. Al resto doveva pensare l’Alvau.

Erano giunti così fino al centro di piazza Castello, dove la folla
era immensa. Da per tutto si ballava, si gridava, si faceva getto di
coriandoli, per far disperare le signorine che ridevano come matte.

Finalmente l’Alvau, che aspettava con ansia il segnale convenuto, vide
il compagno lanciar con furia manate di confetti alla folla. Spinse
avanti il cavallo, e scorse a breve distanza lo _Ammazzacavalli_, che
se la rideva in mezzo ad un crocchio d’allegri amici.

Gli fe’ cenno colla mano di avvicinarsi, e quegli incautamente gli
obbedì:

— Che vuoi, maschera?

— Fammi un piacere. Accorciami di un punto la cinghia che regge la
staffa. Sto male in sella.

L’_Ammazzacavalli_, senza nulla sospettare, si fe’ presso al cavaliero,
e si chinò ad aggiustargli la staffa.

Colla rapidità del lampo, il giovane bandito gli puntò la pistola sulle
spalle, lasciò partire il colpo, die’ di sprone al cavallo, ed uscì
dalla porta Castello, facendosi largo tra la folla compatta.

L’_Ammazzacavalli_ era caduto bocconi, mortalmente ferito. Gli astanti,
atterriti, gridarono al soccorso, all’assassino, e si sbandarono di qua
e di là, come sfuggendo ad un pericolo immaginario.

Antonio Sechi, come nulla avesse veduto, continuava indifferente il
getto dei confetti, mentre l’Alvau, a precipizio, divorava la strada
che conduceva al _Pozzo d’Arena_. Montava un ottimo cavallo (fattosi
prestare da Gavino Spanedda di Nurra) e l’inseguirlo non era impresa
facile.

Alcuni carabinieri — che conducevano a mano i cavalli all’abbeveratoio
— udendo le grida della gente, cercarono fermare il fuggitivo; ma
questi, mostrando loro la pistola, seppe tenerli lontani.

Arrivato allo stabilimento Lombardi, Agostino rallentò la corsa,
mise il cavallo al passo, ed entrò tranquillamente in Porta d’Utzeri,
internandosi verso _turritana_, per riparare in casa di alcuni amici
nurresi.

Dicesi che la stessa sera Agostino Alvau, vestito da donna, avesse
osato presentarsi all’ospedale (dove il moribondo era stato ricoverato
d’urgenza) risoluto di finirlo a pugnalate. Egli dichiarò d’essere la
madre del ferito; ma non fu lasciato entrare, stante l’ora tarda.

                                   *
                                  * *

Questo giovane coraggioso, audace in modo straordinario venne ucciso a
tradimento nella Nurra; e dirò come.

Fra gli ovili che l’Alvau soleva visitare, era quello di Giovanni
Careddu, ammogliato con giovane e bella donna, e senza figli.
Spensierato e fidente nel proprio coraggio, il galante bandito si
era dato a corteggiare la moglie dell’amico. Costei conviveva con una
sorella belloccia, fidanzata a Giuseppe Sale, giovane sassarese, che
pur frequentava l’ovile.

Accortosi il Sale della tresca dell’Alvau, disse un giorno alle due
sorelle:

— Perchè accogliete quell’uomo in casa vostra? Mandatelo via, se non
volete aver danno!

La moglie del Careddu riferì segretamente al suo Agostino le parole del
Sale, facendogli quasi intendere che di lui fosse geloso.

Alvau, senz’altro, tolse di mezzo l’importuno con una fucilata.

Poco tempo dopo, trovandosi insieme i due banditi cugini, Antonio Santo
Careddu di Sorso e Paolo Careddu di Sennori, dissero ad Agostino Alvau:

— Senti, giovinotto. A noi pare che le tue visite all’ovile di
Campanedda siano troppo frequenti. Si direbbe che ti sei liberato
di Giuseppe Sale, per renderti padrone anche della sua fidanzata.
Intendiamoci bene! — noi siamo disposti a far giuramento di non
offenderci a vicenda; ma se tu non ti allontani dalla casa del nostro
congiunto Giovanni, ci terremo sciolti da ogni promessa. Lo sai!

Agostino Alvau — sdegnoso sempre d’ogni consiglio, e sempre più
invaghito della giovane moglie — non solo si astenne dalle visite
all’ovile di Careddu, ma vi andò con più frequenza, e rese più
scandalosa la tresca.

Era acciecato d’amore — e l’amore doveva perderlo!

Da qualche tempo il Governo aveva promessa l’impunità ed un premio in
danaro a qualunque bandito avesse ucciso, o fatto arrestare Agostino
Alvau. I due cugini Careddu pensarono di ottenere l’una e l’altro,
vendicando in pari tempo il loro congiunto tradito.

In un giorno piovoso si trovarono riuniti nell’ovile di _Campanedda_
Paolo Careddu, Antonio Santo, e Agostino Alvau. Si giuocava alle carte,
e Paolo si era seduto a fianco di Agostino. A un certo punto Antonio
Santo esclamò con stizza:

— Ma perdio! c’è un fumo d’inferno qua dentro!

E così dicendo si era alzato con impeto, fingendo correre alla porta
per aprirla; ma giunto vicino all’uscio, si voltò di scatto, e vedendo
Agostino intento alla partita, gli puntò il fucile addosso e fece
fuoco[32].

Quantunque mortalmente ferito in pieno petto, l’Alvau balzò in piedi,
e portata la mano all’elsa del suo lungo stocco, cercò snudarlo per
avventarsi sul traditore. Paolo, però, che stava attento, gli afferrò
le due braccia da tergo, in modo che l’arma non uscì che a metà dal
fodero.

L’Alvau, ad un tratto, si contorse, mandò un sordo rantolo, e stramazzò
come fulminato. Era morto.

Antonio Santo era uscito con furia all’aperto per correr dietro a
compare Maurizio; il quale venuto all’ovile in compagnia d’Alvau, era
rimasto in una stanza vicina. Prevedendo la catastrofe, costui si era
salvato saltando da una finestra e cacciandosi nel vicino bosco.

A poca distanza dall’ovile — nella _Valle del legname_ — trovavasi
certo Giovanni Manunta; il quale, saputo il caso, montò in sella
e a spron battuto si recò a Sassari per informare le autorità, che
Antonio Careddu e Antonio Santo erano degni di premio, avendo ucciso il
terribile bandito algherese.

Maurizio, alla sua volta, era corso a Portotorres per annunziare ai
carabinieri l’uccisione di Agostino Alvau.

Nel frattempo Antonio Santo, afferrato il cadavere d’Agostino per
i piedi, lo aveva trascinato all’aria aperta, fino al limite del
piazzale.

Accorsi primi i carabinieri di Portotorres, scaricarono i loro fucili
sul cadavere, fingendo aver ucciso il bandito algherese in uno scontro.

Il governatore di Sassari però, che in precedenza aveva ricevuto
l’avviso della morte di Alvau, non tardò a concedere la promessa
libertà ai due cugini uccisori, ed a punire i carabinieri per l’assalto
simulato che venne scoperto e facilmente provato[33].

Questa la versione veridica della fine di Agostino Alvau, da me attinta
a fonte non dubbia.




CAPITOLO IX.

Il bandito Derudas.


Ho già parlato dei due banditi Antonio Maria Derudas e Giovanni Maria
Puzzone, di Cargeghe, datisi alla campagna dopo aver ucciso il capitano
dei barracelli, che li disturbava nelle loro imprese rapaci. Questi
giovani vagabondi erano ladruncoli, che prendevano diletto a uccider
buoi e cavalli, a danno del barracellato.

Poco dopo l’uccisione del capitano, un altro giovine di Cargeghe —
Angelo Masala — uccise certo Manconi suo compaesano, e sfuggì alla
giustizia dandosi alla macchia. Si ebbero così, in breve tempo, tre
banditi di Cargeghe.

Il fratello dell’ucciso — Giovanni Manconi — volendo vendicarsi
dell’assassino, chiese l’aiuto dei due banditi Derudas e Puzzone; e
tutti e tre riuscirono a freddare con una fucilata Angelo Masala, che
sotterrarono in campagna, senza che alcuno li vedesse.

Il prete Luigi Tolu di Cargeghe, mio cugino, un giorno si rivolse a
me, pregandomi di proteggere il bandito Derudas, che voleva liberare ad
ogni costo, ritenendolo un disgraziato, più che un cattivo soggetto. E
fu dietro alle sue insistenti raccomandazioni, che mi decisi ad unirmi
col Derudas e col Puzzone, coi quali rimasi per circa un anno, sebbene
non di continuo.

Un giorno, insieme al Derudas, attraversavo il sito detto _Sa funtana
de sa piarosa_, di fronte alla cantoniera di Campomela, nel tenimento
di Don Battista Solinas di Cargeghe. A un certo punto il mio compagno
si fermò, e, indicandomi una zolla, mi disse sorridendo:

— Vedi? Io, Puzzone e Manconi abbiamo qui seppellito il cadavere di
Angelo Masala!

Trascorsi quattro o cinque mesi, il Puzzone fu arrestato; ed io
continuai a tener compagnia al Derudas, separandomene però di tanto in
tanto, poichè diffidavo di lui.

Due volte, in quel tempo, mi riuscì di sfuggire ad un agguato di
carabinieri.

La prima volta fu nel _salto_ di Banari. Mi ero cacciato in una
grotta della _Scala di Antonio Faedda_ (territorio di Florinas) dove
passai una notte ed un intiero giorno. Recatomi in seguito nell’ovile
_Panzano_ (a Giunchi) i nostri cani abbaiarono fermi — indizio che
vedevano gente ferma. In quei dintorni, infatti, erano appiattati
una ventina di carabinieri. Pensai di attraversare il campo deludendo
la loro vigilanza. Mi cacciai il cappuccio sugli occhi, chiesi a un
pastore le pecore, e mi diedi a guidarle, passando arditamente in mezzo
a’ miei nemici, che continuavano a tener d’occhio l’ovile. Fui salvo.

La seconda volta mi trovavo nello stesso ovile, dove avevo passato
la notte insieme a Derudas. Verso l’alba diedi ordine ad un mandriano
d’esplorare i dintorni, raccomandandogli, che, nel caso avesse visto
carabinieri, si fosse affacciato alla roccia de _sas coas de medallu_,
gridando: — I buoi non ci sono! — Quel semplicione, invece, gridò forte
al suo padrone:

— Zio Antonio Luigi, ci sono i carabinieri!

Ne avevo veduto sei a cavallo nella pianura; gli altri erano appostati
nel bosco, credendo che per di là noi si scappasse. Svegliai il Derudas
che dormiva; girammo la collina, salimmo la montagna, e di là scorgemmo
i carabinieri, che ci aspettavano al varco. Anche questa volta, con
un po’ di astuzia, ero riuscito a sfuggire a un agguato, preparato con
molta sagacia militare.

Lascio i carabinieri per narrare i miei casi col Derudas.

Nel territorio di Banari era il molino di proprietà della contessa
Musso. Il mugnaio, che lo aveva in affitto, viveva in continui
litigi colla propria moglie, poichè costei teneva seco una bambina
illegittima, che turbava la pace domestica.

Tanto io, quanto il mio compagno Derudas, capitavamo con frequenza nel
molino, e la moglie del mugnaio si sfogava con noi, mettendoci a parte
dei disaccordi coniugali.

Un giorno che mi trovai solo con essa, la moglie inasprita mi
raccomandò caldamente di liberarla dal peso del marito, uccidendolo.

Feci di tutto per smuoverla dal suo proposito: — Metti giudizio, e
sta savia! — le dicevo — Non dar retta ai tristi consigli della tua
coscienza. Fa la pace con tuo marito, e vivete tranquilli!

Il mugnaio era un buon uomo; ci dava ospitalità con piacere, e di
tanto in tanto mi regalava qualche scudo. M’irritavano, dunque, gli
eccitamenti di quella femmina, che ad ogni costo voleva diventar
vedova.

Ma la donna è tenace ne’ suoi proponimenti di vendetta; e la moglie del
mugnaio, vedendo la mia ripugnanza a compiacerla, mi lasciò in pace.
Ella si rivolse segretamente al mio compagno, a cui offrì sessanta
scudi per eseguire il colpo.

Il bandito Derudas si lasciò, convincere dal danaro e dalle tenerezze
della bella mugnaia; e un bel giorno, con una buona fucilata, le tolse
dal fianco l’importuno marito.

Quando appresi il fatto, rimproverai acerbamente il mio compagno:

— Che cosa hai fatto? Perchè uccidere l’uomo che ci dava a mangiare
e ci offriva asilo nei giorni del pericolo? Sei un tristo e un
miserabile!

Il Derudas si strinse nelle spalle e mi disse:

— Oh, sta a vedere che un bandito dovrà lasciarsi vincere da uno
scrupolo!

Avvenne intanto, che il mio compagno erasi pazzamente innamorato di
Maria Grazia, la bellissima vedovella di un altro mugnaio, il quale
conduceva il molino di _San Lorenzo_, nei dintorni di Florinas, da me
pure frequentato. Antonio Maria Derudas fece di tutto per celarmi la
sua fiamma; ma non tardai ad accorgermi che sospettava di una segreta
relazione fra me e la vedova.

Io rideva delle sue smanie gelose, poichè sapevo che la vedovella, una
bellissima donna, era realmente innamorata di un terzo: di un giovane,
col quale erano passati accordi di matrimonio.

Il giovane innamorato erasi con me aperto, svelandomi che le relazioni
colla vedova erano di natura molto intima. Egli chiedeva un mio
consiglio.

Io, che sapevo scaltra la vedova, poichè nelle assenze del giovane
cercava di tirare a sè anche il Derudas, gli dissi:

— Apri gli occhi, fratello! Tu devi fidare nella mia sola amicizia.
Quando ti avviserò di non andare più da lei, ubbidiscimi!

E il giovane, infatti, aveva cominciato a rendere più rare le visite
al molino, dopochè si era accorto che la vedovella aveva un cuore sì
largo, da poter dare ricovero a due.... ed anche a tre!

Nondimeno la scaltra mugnaia, accompagnata dal suo giovane amante, un
bel giorno fece una gita a Sassari, insieme ad altro mugnaio colla
rispettiva moglie. Le due coppie presero alloggio in un’osteria,
ordinando una camera separata, per ciascuna. Questo fatto fece
mormorare i maligni, e specialmente i coniugi mugnai, ch’erano stati
testimoni della scandalosa intimità dei due compagni di viaggio.
Tornata la vedovella al molino, non tardò a notare la freddezza del
giovane e la corte più assidua che le andava facendo Derudas, ignaro
del fatto dell’osteria. Temendo che il mugnaio e sua moglie, colle
chiacchiere, riuscissero a far aprir gli occhi a Derudas sull’episodio
di Sassari, la vedovella si strinse vieppiù a quest’ultimo, esortandolo
ad uccidere i due testimoni pericolosi, non so per quali torti, che
diceva aver ricevuto.

Il Derudas un bel giorno venne a confidami le apprensioni della vedova,
la quale gli consigliava ad uccidere il mugnaio e la moglie, perchè ci
facevano la spia.

Io, che tutto sapevo dal giovane amante, gli risposi infastidito:

— Ma non ti accorgi dunque, che sei menato per il naso? Da qualche
tempo a questa parte mi vai contando frottole, che mi rivelano la tua
poca lealtà. Fammi toccare con mano che i coniugi mugnai ci fanno la
spia, e mi prenderò io l’incarico di spararli, poichè nel tiro sono
di te più esperto. Cessa, però dallo spacciarmi tante fandonie. Apri
gli occhi da una buona volta, ed ascoltami! Il giorno che tu torcerai
un capello a quel buon uomo, od a sua moglie, avrai da farla con me! I
capricci e gli amori ti costeranno ben cari!

Il Derudas si offese, e mi tenne il broncio; ed io mi accorsi che
cercava vendicarsi. Legato alla vedova da relazione amorosa, si erano
entrambi proposti di farmi arrestare, colla speranza di conseguire
la loro felicità. La causa del Derudas era meno grave della mia, ed
egli sperava di ottenere dal Governo l’impunità, a prezzo della mia
cattura o della mia morte, ottenute col mezzodì una delazione o di un
tradimento.

Era questo il sogno di Maria Grazia, che voleva disfarsi di me,
per unirsi in matrimonio con un bandito graziato. Il giovane si era
stancato di lei, ed ella non voleva perdere il secondo partito.

Ricordando le mie minaccie, e temendo il mio furore, il Derudas tornò a
parlarmi della convenienza di uccidere i due mugnai, che ci facevano la
spia. La vedovella pareva preoccupata di quel certo caso dell’osteria
di Sassari, che poteva mandare a monte il suo matrimonio.

Ero sul punto di tutto svelare al mio compagno, ma mi contenni. Mi
limitai a rispondergli con malagrazia:

— Di nuovo colle supposte spie? Decisamente le donne t’empiono la testa
di vento. Te l’ho pur detto di non più parlarmene!

E così dicendo mi alzai con stizza, come per uscire dalla capanna, in
cui entrambi si era.

— Dove vai? — mi chiese Derudas con tono risentito.

Mi voltai, squadrandolo con disprezzo:

— Vado dove mi pare e piace! D’ora innanzi, se ti è cara la mia
compagnia, dovrai venirmi dietro come un cane. Io non ti comunicherò
più le mie intenzioni!

— Allora sarà meglio che ciascuno faccia la sua strada! — mi disse con
aria brusca.

— È precisamente quello che desidero! — risposi secco. — Ti predico,
però, che dentro l’anno cadrai nelle mani della giustizia..... e ti
arresteranno addormentato. Io conosco quanto vali!

Così dicendo piantai il mio compagno; e da quel giorno ci guardammo
in cagnesco. Io voleva solamente accertarmi del suo proposito di farmi
la spia, di concerto colla scaltra vedovella. Una volta avute in mani
le prove della loro perfidia, avrei io pensato al modo di fargli pagar
caro il tradimento.




CAPITOLO X.

Giusta pena e pena ingiusta.


Farò un passo indietro per narrare due casi avvenutimi, durante il
tempo ch’ebbi a compagno il bandito Derudas.

Antonio Maria Cosseddu, di Banari, da qualche tempo cercava di farmi
la spia. Era stato tre volte in carcere, ed uscitone, volle seco
in compagnia due pastori banaresi (certi fratelli Antonio Maria
e Salvatore Carta) perchè non venisse molestato dai nemici. I due
fratelli erano ricchi, onesti, e molto stimati nel paese.

Il Cosseddu aveva in custodia molti porci e capre, a lui affidati da un
agiato proprietario di Banari.

Incorsi in una contravvenzione, i fratelli Carta erano stati condannati
a un mese di carcere. Poco dopo pubblicata la sentenza, fui invitato
a pranzo nel loro ovile, dove mi trovai in compagnia di Derudas, di
Gio. Antonio Nuvoli, e del prete florinese Massidda. Appresa la recente
condanna, tutti d’accordo consigliammo i due fratelli a costituirsi in
carcere l’uno alla volta, perchè così potessero sorvegliare il proprio
bestiame. Promisi, da mia parte, che avrei tenuto d’occhio la loro
proprietà, durante il tempo della prigionia dell’uno e dell’altro.

E così, infatti, essi fecero.

Durante il tempo che Gio. Maria scontava il suo mese di carcere, la
spia Cosseddu ebbe un vivo diverbio coll’altro fratello Salvatore, e
fu sul punto di ucciderlo, facendo accorrere sul luogo i carabinieri.
Quest’intervento dell’arma benemerita era stato forse concertato con
la spia, allo scopo di farmi sorprendere nella capanna insieme al mio
compagno Derudas. Scampai al pericolo — ma giurai di vendicarmene.

Costituitosi in carcere Salvatore (dopo uscitone il fratello Gio.
Maria) quest’ultimo si mostrò molto risentito del perfido contegno del
Cosseddu, e mi pregò di ucciderlo.

Io gli risposi:

— La vendetta sarebbe giusta; ma che avverrà in seguito? Tutti
ormai sanno che siete nemici del Cosseddu; e se io l’uccidessi, voi
sareste arrestati come esecutori o mandanti. Anch’io avrei bisogno di
punirlo, ma questa volta la mia vendetta non tornerebbe che a danno
vostro.......

— Che fare, dunque?

— Cercare il mezzo di ottenere lo scopo senza compromettere la vostra
libertà.

— E questo mezzo? Consigliami tu!

— Rispondi. È egli vero che Antonio Maria Cosseddu è un volgare
sicario, che ha sulla coscienza molte pelli?

— È ben noto al paese!

— Tu e gli amici tuoi, siete in grado di conoscere i delitti da costui
commessi?

— Li conosciamo.

— Puoi tu mettere insieme otto testimoni delle scelleraggini di quel
cattivo soggetto?

— Anche venti!

— Mi bastano otto. Quando li avrai riuniti, dammene avviso, ed io ti
dirò quanto devono fare.

Radunate le otto persone in campagna, col pretesto d’una partita di
caccia, Gio. Maria Carta mi diede l’appuntamento.

Salutata la comitiva, presi la parola, e dissi loro:

— Siete voi tutti consapevoli degli assassinî commessi da Antonio Maria
Cosseddu?

— Sì.

— Proprio in coscienza?

— Ognuno di noi può asserirlo con prove di fatto.

— Or bene, allora fate così. Quattro di voi si presentino al
procuratore del re di Sassari, denunziandogli i fatti che si conoscono.
Ritornati questi, partiranno gli altri quattro, per fare altrettanto.
Raccolte dal fisco le denunzie in iscritto, egli ha il dovere di
spiccare il mandato di cattura, e istruirà il processo.

Il mio consiglio fu seguito scrupolosamente; e il Cosseddu venne
arrestato, processato, condannato a morte, e impiccato a Sassari.

Dopo la condanna, dissi al pastore Gio. Maria:

— Vedi tu come si fanno le cose? Tu non sei rovinato nella persona e
nella roba; io non ho la pelle di un sicario sulle spalle; il nostro
nemico è punito; e la giustizia può andar lieta di aver tolto dal mondo
un miserabile assassino!

Il Cosseddu aveva a Banari un cognato prete; e il paese diceva che
costui era riuscito a strapparlo tre volte alle carceri, per mezzo
delle fattucchierie. Dopo la condanna a morte, una mattina, il prete
fu trovato svenuto sul pavimento della sacristia; e fu detto che il
diavolo lo avesse abbandonato, perchè non era riuscito a strappare
il cognato al carnefice. Il povero prete, dopo l’impiccagione del
Cosseddu, si chiuse in casa per sei anni, e non volle più vedere anima
viva[34].

I fratelli Carta erano buona gente, ed io volevo, ad ogni costo,
toglierli alle seccature. Costava poco, a un bandito, uccidere un uomo
come Cosseddu; ma non volevo compromettere i due amici, dai quali avevo
sempre ricevuto gentilezze. Ero certo che su loro sarebbero caduti i
sospetti dell’uccisione della spia, per gli screzi e le minaccie che in
precedenza si erano verificati. La spia Cosseddu aveva scontato le sue
perfidie e i suoi delitti — e la mia coscienza era tranquilla.

                                   *
                                  * *

Mi trovavo ancora a Banali, quando, un giorno, m’imbattei nel
bandito Derudas, prima della nostra rottura. Egli mi confidò che
due ladri d’Ittiri avevano derubato un suo fratello, togliendogli
persino i sacchi, che teneva sotto il basto del cavallo che montava.
Quest’audacia lo inasprì talmente, che mi dichiarò di odiare tutti gli
ittiresi.

In compagnia di diversi amici ci trovammo l’indomani a _Badu Sinaghe_,
dove si mangiò allegramente, e si bevette non poco. In sul finire del
pranzo, mentre si chiacchierava col padrone del luogo, venne un pastore
ad avvertirlo, che quattro ittiresi erano entrati nel tenimento per
tagliar legna.

Il padrone, indignato, ordinò al servo di mandarli via.

— Perchè non andiamo noi a trovarli? — esclamò vivamente Derudas,
alzandosi. — Non posso dimenticare che hanno derubato mio fratello.

— Non saranno certo gli stessi! — osservai scherzando.

— Che importa? sono ittiresi, e basta!

Così dicendo il mio compagno si mosse, e noi gli tenemmo dietro.

Il padrone sgridò quei ladri sfacciati, ed io tolsi loro i picchi e le
ronche, dicendo che li avrebbero ripresi un’altra volta.

Uno dei ladruncoli — che certamente non ci conosceva — si fece innanzi
con baldanza, e venendomi incontro mi gridò con disprezzo:

— Tu fai il gradasso perchè sei armato di fucile!

Il sangue mi fe’ velo agli occhi, e gli saltai addosso, strappandogli
di mano la scure.

L’ittirese mi afferrò allora per la barba; ed io, cieco, lo percossi
colla scure, ferendolo gravemente al braccio.

Mi accorsi, lo confesso, d’essere stato troppo focoso, e di aver
commesso una brutta azione. Sebbene l’afferrare un sardo per la barba
sia l’insulto più atroce che si possa fare, pure riconobbi che il torto
era mio, ed ebbi vergogna di me stesso. Debbo dichiarare, che di questo
eccesso ebbi ad arrossire per tutta la vita. In quel momento non avevo
pensato che a vendicare il mio compagno Derudas, senza badare quanto
sia ingiusto e ridicolo bisticciarsi per conto di un terzo.

Pochi giorni dopo ricevetti una lettera dal cav. Suzzarello, colla
quale mi esortava a restituire i ferri ai quattro ittiresi, uno dei
quali era un suo servo. Meno male che il Suzzarello non mi tenne
rancore; egli, più tardi, mi raccomandò di procurargli un buon mastino
per caccia grossa, avendogli un robusto cinghiale sbranato nove cani,
in una partita di caccia a _Giunchi_. Lo compiacqui, e se ne mostrò
soddisfatto.

L’ittirese da me ferito non tardò a guarire, e ne fui lieto.

Racconto questi episodi per darvi un’idea della vita di noi banditi. Ne
taccio molti altri insignificanti, per non tediare chi leggerà la mia
storia.

                                   *
                                  * *

A Banari, come in tutti i paesi del circondario, destavo sempre una
curiosità singolare. Quando passavo in quella regione, il medico Peppe
Canu avvertiva i cavalieri, i quali colle loro famiglie si recavano a
far pranzo in campagna, per il solo gusto di conoscermi da vicino.

Quei cavalieri m’invitarono molte volte a prender parte ai loro
pranzi; e per consueto mi s’incaricava di fare le porzioni a tavola,
meravigliati, i commensali, della mia abilità nel tagliare le carni,
che distribuivo in un momento, con equa misura. Si era talvolta in
venticinque o trenta individui in campagna, e tutti si mostravano
avidi di conoscere qualche episodio della mia vita di bandito, ch’io
raccontavo loro con piacere.

Un giorno, nel salto di _Badu Sinaghe_, in Giunchi, dovendosi preparare
i soliti regali a Monsignore e a diversi signori di Sassari, venni
incaricato dell’uccisione del bestiame; e uccisi ben quattordici
porci e troie a palla, dando spettacolo di valentìa col colpirli tutti
nell’occhio, per non far loro perdere il sangue[35].

Ho antecipato un po’ gli avvenimenti; ed ora ritorno al mio compagno
Derudas, prima di abbandonarlo al suo triste destino.




CAPITOLO XI.

La penna vale il fucile.


Da poco tempo ero separato dal Derudas, quando egli uccise il bandito,
che aveva scelto a suo nuovo compagno. Dirò brevemente il fatto.

Un ricco possidente d’Ossi si era bisticciato vivamente con un suo
servo — certo Antonio Elias; e s’inasprì talmente, che lo percosse.
Il servo, più robusto di lui, si avventò al suo padrone, e dopo averlo
picchiato si salvò colla fuga.

Il ricco proprietario, volendo vendicarsi dell’atroce insulto,
mi chiese un abboccamento in campagna. Egli mi propose una larga
ricompensa, se avessi tolto dal mondo quel servo prepotente ed ingrato.
Gli risposi che si fosse ad altri rivolto, poichè io non solevo
uccidere chi non mi aveva offeso.

Appresi in seguito che il padrone si era rivolto a Derudas,
proponendogli la stessa uccisione. Il Derudas osservò che non osava
fare il colpo, perchè temeva la mia collera e la mia vendetta.

Allora il proprietario di Ossi, coll’intento d’incoraggiarlo, gli fece
credere avergli anch’io promesso di sbarazzarlo dal servo audace.

— Pensaci, dunque, se vuoi guadagnare ottanta scudi!

Anche questo colloquio era venuto a mia conoscenza, per la relazione di
confidenti, che a me non mancavano.

Avevo intanto saputo, che il bandito Elias, il servo prepotente, si
era dato a scorrazzare la campagna insieme al Derudas, che se lo aveva
associato come compagno di ribalderie.

Un giorno Derudas osò venirmi incontro. Avendolo poco prima veduto con
Elias, gli dissi seccamente:

— E perchè ti presenti solo? Non è forse degno il tuo compagno
d’essermi presentato? Chiamalo pure, se lo hai nascosto!

Derudas si accostò al ciglione, e lo chiamò con un lungo fischio.
Quando comparve l’altro bandito, lo apostrofai:

— Perche ti accompagni con Derudas? Non hai capito ancora che egli fu
pagato per ucciderti? Abbandonalo, se ti è cara la vita!

Il Derudas mi fulminò con un’occhiata, ma tacque. Senz’altro dire, fece
un brusco cenno al compagno, e si allontanarono.

Ero sul punto di fargli fuoco addosso, ma poi mi contenni. Due o
tre volte era venuto a tiro del mio fucile, ma sempre lo risparmiai,
non volendo si dicesse che io uccidevo i miei compagni. Uccidere il
proprio compagno è per i banditi la più grande delle vergogne e delle
vigliaccherie; poichè darebbe a sospettare che l’uccisione sia seguita
nel sonno. Aspettai un’occasione più propizia. Volevo d’altronde
accertarmi, che insieme all’amica mugnaia egli mi facesse realmente la
spia.

Non trascorse una settimana da quel nostro incontro, quando Derudas
uccise il giovane Elias, per la cui morte gli vennero sborsati ottanta
scudi dal ricco proprietario d’Ossi. Questa somma gli abbisognava
per la liberazione. In noi banditi era radicata la credenza, che la
giustizia avesse bisogno di soldi per chiudere gli occhi ed alleggerire
la mano — e la giustizia d’allora non era quella d’oggi! I giudici
erano anch’essi complicati nei partiti, e ciascuno aveva i suoi _bravi_
protetti e protettori, specialmente a Sassari.

Verso quel tempo Derudas aveva tentato di separarsi dalla vedovella; ma
questa gli disse:

— Bada, Antonio Maria, a quello che fai! Ricordati che per te ho
licenziato un giovane che mi voleva bene. Se persisti ad abbandonarmi
perchè stanco di me, ti prevengo che mi raccomanderò a Giovanni Tolu
per aggiustare la faccenda!

Questa minaccia sortì il suo effetto, poichè Derudas aveva paura di me.
Egli finì per sposare la vedovella in casa del rettore, a Banari. La
teneva in un molino, dove andava a trovarla di tanto in tanto, dandole
appuntamenti in questo o in quel punto, come usano tutti i banditi
ammogliati, che non possono avere una casa coniugale.

Non corse lungo tempo, che Derudas venne arrestato, avverandosi la mia
profezia. I carabinieri lo avevano colto mentre dormiva. L’imbecille si
era svegliato in carcere!

La mancanza di prove testimoniali favoriva la causa di Derudas. I
processi erano per la maggior parte indiziarî; e correva la voce
della probabile assoluzione del bandito mio compagno. Si accennava da
taluni a persone influenti, a qualche giudice a cui si erano dati gli
80 scudi di Elias per diventare più _giusto_. Non mancò chi mi pose
in avvertenza, dicendomi che la bella mugnaia era intesa col detenuto
marito per ottenere l’assolutoria, facilitandola colla mia cattura.

Quest’ultima diceria — che correva da qualche tempo — mi aveva messo
i brividi addosso. Sentivo di essere feroce. Ero pentito di non aver
ucciso Derudas; maledicevo gli scrupoli e i riguardi ridicoli, che
avevano trattenuto il mio braccio.

Quale umiliazione per me, se si fosse avverato il pronostico! Io in
carcere, e Derudas in libertà? questo pensiero mi torturava.

Avevo bisogno di convincermi, che realmente Maria Grazia mi tendesse
un’insidia. Non volevo prestar fede ai molti che mi assicuravano, che
fra il detenuto e la moglie (annuente la polizia) correvano segreti
rapporti.

Vivevo irrequieto; le mie notti erano turbate da sogni angosciosi.
Avrei voluto travestirmi da guardia carceraria per uccidere il mio
perfido compagno nella sua cella di San Leonardo.

S’ei fosse uscito dal carcere prima della mia cattura, sarei stato più
contento, poichè avrei potuto ucciderlo al fianco della propria moglie;
ma chi mi assicurava che la sua libertà non era subordinata alla mia
perdizione?

In preda a questi tormenti non pensai che a procurarmi le prove del
tradimento a mio danno.

Aggirandomi un giorno nelle vicinanze del molino della moglie di
Derudas, mi cacciai nel vicino bosco, dove vidi la sua bella servetta,
che andava in traccia d’un maiale sbandato. Siccome in altri tempi le
avevo fatto un po’ di corte, me le avvicinai sorridendo:

— Buon giorno, Catterina. Come stai?

— Oh! beato chi ti vede! È un bel pezzo che non vieni a trovarci nel
nostro molino!

— Dacchè hanno arrestato il tuo padrone ho sospeso le visite al molino
per non dar pasto alla maldicenza.

— Che scrupoli! E perciò hai avuto paura di rivedermi? Ben gentile!

— Riparerò al mio torto fra breve. Verrò a salutare Maria Grazia... e
te più di lei.

— Possibile! e quando? La mia padrona sarà tanto contenta di rivederti.
Mi parla sempre di te.

— Verrò... Tra due giorni; venerdì, o sabato... dopo l’imbrunire.

— Davvero?

— Bada di non dirlo a nessuno, Catterina! Addio, belloccia!...

— Tieni le mani a posto!

— Sei proprio adirata con me?

— Te lo dirò quando verrai al molino.

E la servetta, si allontanò, saltellando come una capriola.

Nè il venerdì, nè il sabato mi mossi per andare al molino; ma la sera
stessa pregai un mio parente, perchè si appiattasse per tre giorni in
un punto lontano, per sapermi riferire le persone che sarebbero andate
a far visita alla mugnaia.

— È questione forse di gelosia?

— No: è un mio capriccio. Bada di non farti vedere!

La domenica mattina il mio congiunto tornò a me. Era alquanto turbato.

— Ebbene? — gli chiesi — Hai scoperto il misterioso visitatore?

— Altro che visitatore! Venerdì sull’imbrunire mi sono imbattuto in
sei carabinieri sulla strada di Codrongianus. Erano diretti al molino,
e li ho visti sparire nel vicino boschetto. Certo si trattava di un
appiattamento, perchè vi sono rimasti due notti. Erano guidati dal
maresciallo, il quale entrò due volte nel molino, dopo le dieci.

La trama era scoperta, ed io non potevo più dubitare della perfidia di
Maria Grazia, che cercava di vendere la mia pelle per salvare quella di
suo marito.

Dovevo dunque pensare alla vendetta: punire il marito dentro carcere,
e strapparlo per sempre alla moglie; e tutto ciò senza far uso del mio
fucile.

Il tempo stringeva. Il dibattimento di Derudas era incominciato, ed
ogni ritardo poteva pregiudicare il mio disegno.

Mi ricordai della confidenza fattami un anno addietro da Derudas,
dinanzi alla cantoniera di Campomela.

Senza frapporre indugio mi recai al villaggio di Mores, per abboccarmi
con Antonio Masala di Cargeghe. Era costui il fratello di Angelo
— dell’uomo assassinato da Derudas e da Puzzone per incarico e col
concorso di Manconi.

Trovato il Masala gli dissi:

— È una vergogna, o Antonio! Com’è ch’hai fatto sì poco conto di tuo
fratello assassinato?

— E che doveva io fare, quando mi sono ignoti gli uccisori? o per dir
meglio, quando mi mancano le prove?

— Le prove si trovano sempre, quando si cercano!

— Così fosse! Che cosa mi consigli di fare?

— Fidarti di me. Hai tu avvocato a Sassari?

— Sì. Il dibattimento credo sia già incominciato.

— Chi è il tuo avvocato?

— Cossu, _il grande_.

— Ebbene, bisogna scrivere al tuo avvocato.

— Scrivere che cosa?

— Presso a poco nei termini che io ti suggerirò.

— Sentiamo.

Ed io dettai, accentuando le parole:

      _Illustrissimo Signor avvocato_,

  «Le do alcuni ragguagli, che Ella si affretterà a comunicare al
  procuratore del re. I testimoni Ignazio Tolu e Giovanni Manconi,
  già esaminati dal giudice istruttore subito dopo l’assassinio
  di Angelo Masala, tacquero quanto sapevano perchè i banditi
  Derudas e Puzzone battevano allora la campagna, e li avrebbero
  uccisi se avessero deposto il vero. Ora però, che l’uno è morto,
  e l’altro è in carcere, essi possono parlare. Oso sperare, che
  l’eccellentissimo Tribunale vorrà perdonare ai due disgraziati
  testimoni, i quali deposero il falso, solamente per timore di
  perdere la vita. Angelo Masala disparve, nè si ebbero le prove
  della sua morte per malefizio. Il suo cadavere fu sotterrato
  dagli assassini nel tenimento di Don Battista Solinas nel sito _sa
  funtana de sa piarosa_, in faccia alla cantoniera di Campomela.
  Si mandi a dissotterrare il cadavere, seguendo le traccia che a
  calce della presente verranno indicate.» (E qui diedi i più minuti
  schiarimenti sulla località da me conosciuta).

Questa lettera fu distesa e mandata all’avvocato Cossu.

Il dibattimento, che era in corso, venne sospeso e rinviato. Si esumò
il cadavere; si fece la perizia; furono uditi i testimoni indicati — e
il risultato del nuovo giudizio fu la condanna di Antonio Maria Derudas
ai lavori forzati a vita. Egli morì in galera dopo quattro anni di
pena.

Il mio procedimento ebbe il risultato propostomi. Mi ero vendicato di
un compagno traditore e di una moglie spia. La società venne liberata
da un malfattore volgare; ma ben pochi seppero che la giustizia era
stata illuminata dal bandito Giovanni Tolu![36]




CAPITOLO XII.

Cambilargiu, Spano, Fresu.


Darò alcuni ragguagli su tre banditi, ch’ebbi per qualche tempo a
compagni, e di cui mi occuperò nel corso della narrazione.

La prima volta che io vidi Pietro Cambilargiu fu a _Monte fenosu_,
verso _Scala di Ciogga_, nell’ovile di Pietro Migheli, suo cugino.

Pietro Cambilargiu fu ritenuto come il bandito più celebre del
Logudoro. Le sue gesta sanguinarie sono tuttora argomento dei racconti
del popolo. Tesserò brevemente la sua storia, quale l’ho udita tante
volte da lui stesso, durante i sei mesi che gli fui compagno. Riferirò
quanto egli narrò a me e ad altri banditi, senza rendermi garante delle
vicende riguardanti la sua vita in continente ed in Corsica.

Non devo tacere che Cambilargiu aveva la debolezza di menar vanto delle
sue scelleratezze: nessun altro bandito conobbi mai più millantatore
di lui, nè più crudele nel vendicarsi. Più che la morte, egli voleva lo
strazio della vittima.

Pietro Cambilargiu non era un uomo d’armi, nè di campagna, come noi lo
eravamo. Modesto e povero calzolaio, aveva trascorso in giovinezza nel
suo paesello d’Osilo, dando continue prove della sua irascibilità e
della sua impertinenza.

Contava appena 18 anni, quando Nicolò Cherchi, il suo mastro calzolaio,
gli diede uno schiaffo. Indispettito della punizione ricevuta, esplose
una pistola contro il suo principale, ferendolo leggermente. Venne
arrestato, e condannato a tre anni di lavori forzati. Mentre scontava
la pena nell’ergastolo di Cagliari, riuscì ad evadere, e battè le
campagne d’Osilo, come bandito. Uccise poco dopo certo Pietro Marongiu,
perchè dicevasi volesse fargli la spia. Vedutolo un giorno a cavallo,
gli mosse incontro, e gli diede una fucilata, dopo avergli detto: — ti
do quello che ti spetta!

Egli si era unito a due altri banditi — a Pietro Dore e a Giomaria
Ledda, suoi compaesani. Il Ledda per ottenere la libertà gli fece
la spia, e i barracelli un bel giorno, nel sobborgo di S. Vittoria,
riuscirono ad arrestarli tutti e tre.

Cambilargiu fu condannato alla galera in vita. Frustato prima dal
boia, (come voleva la giustizia d’allora) fu in seguito condotto ad
Osilo col remo in spalla e con la corda al collo, per fargli baciare
_il piede della forca_, piantata dinanzi alla fontana di _Rinnu_.
Dicesi che, attraversando così il paese, ad ogni sbocco di via gli si
presentasse sogghignando il Ledda, quasi per gioire del suo supplizio;
e Cambilargiu per due volte gli disse: — Prega Iddio che non abbiamo a
rivederci un giorno!

Cambilargiu fu mandato all’ergastolo di Villafranca, e il Ledda,
graziato per lo spionaggio fatto, si ritirò ad Osilo per esercitarvi il
mestiere di fabbro.

Nell’ergastolo di Villafranca il Cambilargiu lavorò da calzolaio, e
divenne abile nella professione. Uno dei superiori del Bagno penale
lo incaricò di provvedere di calzatura la famiglia, ed era tanta la
fiducia in lui riposta per la buona condotta, che lo si lasciava andare
a comprar le pelli e la suola nei negozi della città, accompagnato da
una sola _guardia ciurma_. I lavori di calzoleria inappuntabilmente
eseguiti, le belle maniere del giovane osilese, la sua condotta
esemplare, fecero sì che Cambilargiu si attirasse la benevolenza dei
superiori.

Intanto il galeotto era riuscito colla furberia ad informarsi
delle distanze e dell’accidentalità del terreno fra Villafranca e
la frontiera francese, nonchè del fiume che bisognava guadare per
raggiungere la terra straniera.

Un bel giorno, uscito come al solito in compagnia della guardia
per provvedersi di pelli in città, invitò a bere il suo compagno
in un’osteria, fino ad ubbriacarlo; e portatolo in un certo punto,
all’estremità del paese, gli propose di sedere alquanto per riposare.
Quando vide la guardia sonnolente per il vino bevuto, gli strappò di
mano la carabina, svoltò una viottola, e si diede a correre come un
capriolo per guadagnar la campagna.

La guardia balzò in piedi barcollando, credendo si trattasse di uno
scherzo; ma quando si avvide del brutto tiro fattogli, si diede a
gridare al soccorso con quanto fiato avea in corpo.

Cambilargiu, correndo, aveva raggiunto la montagna, e si era cacciato
in un folto cespuglio, dove rimase appiattato tre giorni e tre
notti. Ivi riuscì a liberarsi della catena per mezzo di una lima, e
cambiò la giubba e il berretto da galeotto con altri panni che aveva
seco portati. Non volte spingersi fino al ponte, poichè sapeva che
di qua e di là era guardato dalle sentinelle italiane e francesi.
Alla mezzanotte del terzo giorno uscì dal nascondiglio e si diresse
al fiume, che costeggiò per breve tratto, fino a trovare un guado
possibile. Cambilargiu si spogliò; assicurò le vesti e le scarpe alla
punta di una lunga pertica di cui si era munito, e giunse a toccare
l’opposta sponda, coll’acqua fino alla gola.

Il primo passo era fatto. Egli si trovava in terra francese.

Rivestitosi de’ suoi panni, l’evaso continuò a camminare con coraggio
e disinvoltura, finchè capitò fra gli agenti di polizia, che lo
tradussero dinanzi ad un Commissario. Egli dichiarò di essere un
soldato italiano disertore, il quale voleva servire la Francia.

— Come ti chiami?

— Michele Serra.

— A qual reggimento appartieni?

— Al reggimento della _Regina_.

— Il nome del tuo capitano?

— Cav. Luigi Bianchi.

— Vuoi servire come soldato, o ti piace lavorare?

— Preferisco il lavoro, perchè il mio mestiere era quello di calzolaio.

Dopo essere rimasto una ventina d’anni in Francia, per lo più a
Marsiglia, Cambilargiu passò in Corsica; e trovò occupazione presso una
calzoleria, in cui lavoravano una diecina di operai. Egli entrò nelle
grazie del principale e della moglie di costui, che presero a volergli
bene ed a proteggerlo.

Certo è, che quell’uomo singolare, evaso due volte da galera, non aveva
che un pensiero fisso: vendicarsi di colui che ad Osilo gli aveva fatto
la spia, per consegnarlo ai carabinieri.

Morì intanto il proprietario della calzoleria; e Pietro Cambilargiu,
giovane ancora, e audace quanto libertino, si die’ a fare la corte alla
vedova, riuscendo a mettersi in intima relazione con lei.

Questa vedova aveva quattro fratelli, di carattere violento ed
energico, come d’ordinario lo sono i corsi; e mal soffrendo la tresca
scandalosa, che faceva mormorare il paese, imposero a Michele Serra
(così Cambilargiu continuava a farsi chiamare anche in Corsica) di
sposare la sedotta loro sorella. Siccome gli affari della calzoleria
andavano maluccio, e Cambilargiu smaniava di far ritorno al suo
paesello natio per vendicarsi di Giomaria Ledda, egli finse di
accondiscendere all’invito dei futuri cognati — e chiese alcune
settimane di tempo per aggiustare le sue cose in Sardegna, e per
munirsi delle carte necessarie per il matrimonio.

Sbarcato sul litorale di Castelsardo egli riparò nelle campagne
d’Osilo, deciso di allontanarsi per sempre dalla Corsica.

Capitato nell’ovile di alcuni suoi parenti, vi fu ravvisato da una
vecchia zia, quantunque parlasse in francese e si fosse spacciato,
prima per un mendicante di Villasor, e poi per un negoziante di
bestiame. Veduto ch’era inutile mantenere l’incognito, si diede a
conoscere a suo cugino Pietro Migheli, e svelò addirittura la sua
intenzione di uccidere il maniscalco Giomaria Ledda, già suo compagno
bandito, e allora libero per il tradimento fattogli a Santa Vittoria.

Per mezzo di diverse persone, fra le quali l’arciprete, egli mandò a
salutare l’antico collega, facendogli dire che avrebbe avuto il piacere
di riabbracciarlo fra breve!

Il Ledda credette scherzo l’ambasciata, sicuro com’era che Cambilargiu
scontava la pena nell’ergastolo di Villafranca.

Il giorno di S. Vittoria, Cambilargiu, favorito da alcuni suoi parenti,
si appiattò in un cortile ch’era di contro all’officina di Giomaria
Ledda.

Certo Matteo Serra, volendo ferrare un suo cavallo, si era quel giorno
portato dal fabbro maniscalco.

Mentre il Ledda, sulla strada, era intento a ferrare il cavallo —
fra il servo che teneva sospesa la zampa della bestia, e il Serra
che assisteva all’operazione — quest’ultimo si accorse del bandito,
nascosto in una catasta di legna. Cambilargiu gli fe’ cenno colla
mano di scostarsi. Matteo Serra indietreggiò, balbettando: — Giomaria!
Giomaria! Ledda indovinò tutto, e fece alquanti passi per afferrare il
suo fucile, ch’era appoggiato allo stipite della porta. Non giunse a
toccarlo, perchè cadde fulminato dalle palle di Cambilargiu.

Da quel giorno Pietro Cambilargiu divenne celebre in tutta l’isola.
Le sue gesta sanguinarie, che si seguirono senza tregua, venivano in
mille modi esaltate dai parenti e da’ suoi compaesani; però, in fondo,
egli non aveva alcun valore, nè per destrezza, nè per abilità nel
tiro. Dovette la sua fama alle sue volgari astuzie, alla sua crudeltà,
all’impeto feroce con cui assaliva i nemici. La vendetta più assennata
fu per lui l’uccisione del maniscalco spia; in seguito lasciossi
trasportare a eccessi feroci, prestandosi anche a togliere per danaro
la vita ad altri per conto di terzi.

Si unì prima col bandito Antonio Spano di Ossi; poi con Francesco
Palmas e Salvatore Fresu, e in ultimo con me, come si vedrà più tardi.

Il paese d’Osilo era impressionato dalle continue scelleratezze di
quel ribaldo. Approfittando del terrore che Cambilargiu destava
nei dintorni, i suoi parenti commettevano ogni sorta di delitti.
Scorrazzando per le campagne, essi rubavano frutti, uccidevano
bestiame, chiedevano danaro; e nessuno fiatava, temendo che il bandito
prendesse le difese de’ suoi congiunti ladri.

Era giunta a tal segno l’esaltazione entusiastica, che un gran numero
di malviventi si spacciavano parenti di Cambilargiu, solo per poter
commettere impunemente le più audaci imprese.

Eppure, chi lo crederebbe? dinanzi al nemico, Pietro Cambilargiu non
dava mai prove di destrezza nè di coraggio. In faccia al pericolo
perdeva facilmente il suo sangue freddo, ed agiva per impeto, senza
riflessione.

Citerò un solo fatto. Un giorno quattro carabinieri avevano ordito
un appiattamento per dar l’assalto a Cambilargiu, che trovavasi in
compagnia del nulvese Peppe Luigi Santona, nel molino d’una sua cugina,
presso Nulvi. Furono entrambi bloccati dentro casa.

Come avvertirono il suono delle sciabole dei carabinieri, Peppe
Luigi uscì risoluto sul piazzale, e, messo il fucile in faccia, prese
di mira il maresciallo, che ferì mortalmente. Cambilargiu, invece,
sbigottito, non osando venir fuori all’aperto, perdette la testa; e,
veduta un’ombra attraversare il piazzale, fece fuoco su di essa, e
colpì in pieno petto il suo compagno Santona, che cadde fulminato. Per
fortuna egli riuscì a sfuggire ai carabinieri, gettandosi capofitto
sotto la cascata del molino, con pericolo della vita. Di quest’errore
Cambilargiu si dolse sempre; e con ragione, poichè non tornava ad onore
della sua perspicacia.

Fra gli omicidi più crudeli commessi dal bandito osilese, noterò quello
del giovinotto Leonardo Satta. Fui quasi testimonio, involontariamente,
del fatto.

Come dirò in seguito, da qualche tempo ero in relazione coi banditi
Cambilargiu, Spano e Fresu, coi quali mi accompagnavo con frequenza.

Un giorno, tornando insieme da Florinas, Pietro ci pregò di tenergli
compagnia fino ad Osilo, poichè aveva bisogno di abboccarsi colà con un
suo compare, al quale desiderava parlare in presenza di testimoni.

Movemmo insieme sull’imbrunire, e nella notte ci recammo in casa del
notaio Giovanni Satta. Dopo scambiati i saluti, Cambilargiu gli disse:

— Compare Giovanni; per la fede di battesimo che ci unisce, sono
in dovere di darvi un’avvertenza. Badate! io so che vostro nipote
Leonardo è in rapporti intimi col _commissario_ dei carabinieri, il
quale ha la consegna di farmi la spia. So pure che fra loro esiste
una corrispondenza epistolare. Se voi non lo persuaderete a mettere
giudizio, penserò io ad aggiustare le cose. Ve lo prevengo!

Il notaio, invece di prendere in buona parte le parole di Cambilargiu,
montò addirittura sulle furie, e gli rispose con tono minaccioso:

— Se oserete toccare un sol capello a mio nipote, l’avrete da fare con
me!

Conoscendo il carattere bestiale di Pietro, m’interposi fra l’amico e
il notaio, e dissi a quest’ultimo:

— Lei parla male, signor notaio! Le buone parole sono più persuadenti
delle minaccie, massime fra compari di battesimo. Lei non dovrebbe
ignorare, che suo fratello Gavino Satta, stabilito a Florinas, fa
il fatto suo, nè si occupa di me. Se egli se ne fosse occupato, a
quest’ora non sarebbe vivo. Ritiri dunque le minaccie, e si aggiusti
con compare Pietro!

Cambilargiu, vivamente piccato dal linguaggio del notaio, gli rispose
aspramente:

— Compare Giovanni; poichè la prendete così in alto, vi prometto di
dare a vostro nipote la lezione che merita. Lo ucciderò sotto ai vostri
occhi!

Ciò detto gli volse bruscamente le spalle, ed uscimmo tutti.

Pochi giorni dopo un amico riferì a Cambilargiu, che il giovane
Leonardo sarebbe andato a Sassari per conferire coi carabinieri.
Vedutolo da lontano a cavallo, insieme al prete Canalis, che se lo
aveva preso in groppa, il bandito spronò la cavalla e gli tenne dietro
per un buon tratto di strada. A un certo punto — verso la _fontana
del fico_ — il giovane smontò e si unì ad un gruppo di agricoltori che
lavoravano in un campo.

Comparso Cambilargiu, Leonardo saltò alcuni muri e si diede a correre.
Allora il bandito gli fece fuoco addosso, e lo ferì leggermente ad un
piede.

Smontato da cavallo, Cambilargiu saltò anch’esso i muri, e corse dietro
al giovane, gridando:

— Fermati, chè non ti farò alcun male!

Leonardo si fermò tremante.

— Dunque ti ostini a farmi la spia? — gli gridò il bandito.

— Non è vero.

— Dimmi la verità!

— Io sono innocente.

— Questa non è la verità! Inginocchiati e prega, perchè ti uccido!

Leonardo cadde in ginocchio, e congiunse le mani con aria
supplichevole, mentre Cambilargiu armava il grilletto.

Un vecchio agricoltore, che si trovava presente, cercò intenerire il
bandito:

— Perdonalo, Pietro! Non vedi che è un ragazzo?

Il bandito si rivolse a lui:

— Ebbene? e dai ragazzi mi lascerò dunque rovinare? Anch’io ho diritto
di vivere; e chi mi fa la spia deve pagarla cara!

Così dicendo mise il fucile in faccia; e dopo aver puntato il
giovinotto supplicante, lo fulminò con tre palle nel petto.

Il feroce bandito ebbe il coraggio di frugare nelle tasche del
cadavere, e dopo avervi tolto alcune lettere, alla presenza di tanti
agricoltori terrorizzati, rimontò a cavallo e si allontanò freddamente
com’era venuto.

Il bandito osilese commise quel giorno una vera vigliaccheria, che più
volte gli rinfacciai.

Tralasciando per ora le altre uccisioni fatte da Cambilargiu, dirò
poche parole sui due altri miei compagni di ventura.

                                   *
                                  * *

Ad Antonio Spano, di Ossi, era stata uccisa barbaramente la madre: una
donna ancor giovane, bellissima ed onesta. L’avevano freddata in un
oliveto, mentre raccoglieva le olive, perchè non aveva voluto cedere
alle disoneste proposte di alcuni giovinastri, a cui rispose con parole
di sdegno e di minaccia.

Il figliuolo Antonio, ferito nell’anima, si era proposto di vendicare
l’insulto fatto alla madre, e per diversi anni attese l’occasione per
mantenere il suo giuramento.

Trascorso un po’ di tempo, trovatosi Antonio in lieta comitiva in un
territorio fra Sassari e la Nurra, si bisticciò vivamente con uno dei
compagni, minacciandolo di punizione.

Costui, per canzonarlo, gli volse le spalle; e chinandosi gli disse,
tra il serio e il faceto:

— Sparami sotto la schiena, se è vero che sei così valoroso!

Cieco di sdegno, Antonio Spano spianò il fucile, e uccise l’amico.

Dopo quest’accidente, egli si diede alla macchia, e sentì più forte il
bisogno di vendicare l’oltraggio fatto alla madre.

Pietro Cambilargiu, a cui Antonio si era unito, era molto amico del
capo degli uccisori della bellissima donna; e tanto influì sull’animo
del giovane bandito, che lo indusse a risparmiargli la vita. Nondimeno
Antonio non volle rinunciare alla vendetta, e tolse dal mondo parecchi
dei giovani libertini, che gli avevano uccisa la madre.

Il capo degli infami uccisori della donna venne più tardi arrestato;
ma Cambilargiu, valendosi della sua influenza, subornò i testimoni, e
riuscì a farlo assolvere dai giudici di Sassari.

Avendo molti parenti ladri e sicari, Antonio Spano si era dato a
commettere non pochi furti e scelleratezze, e finì per fare anche il
sicario per danaro, prestando facile orecchio ai cattivi consigli dei
congiunti.

                                   *
                                  * *

Il terzo mio compagno — Salvatore Fresu d’Osilo — si era dato anche lui
alla macchia, dopo avere ucciso un ortolano in un campo di granone.
Unitosi poco dopo a Cambilargiu (suo cugino in secondo grado) gli fu
compagno fedele per due o tre anni. Il Fresu, che aveva moglie e molti
figliuoli, era un miserabile. Egli si mascherava con frequenza, e
scorrazzava di qua e di là per estorcere denari e bestiame a questo e a
quello, in nome sempre del cugino Cambilargiu, ed anche in nome mio.

Antonio Spano, mio coetaneo, era allora trentenne; Cambilargiu e Fresu
avevano oltrepassata la cinquantina.




CAPITOLO XIII.

I quattro banditi.


Di ritorno dalla Nurra per recarmi a Florinas, mi fermai un giorno
all’ovile di Pietro Migheli in _Scala di Ciogga_, dove trovai Pietro
Cambilargiu e Antonio Spano.

In quel tempo io avevo a compagno Leonardo Piga, giovane bandito, a me
raccomandato dai parenti.

Come mi presentai all’ovile, lo Spano mi disse:

— Se tu fossi qui venuto in compagnia di Leonardo Piga, lo avrei ucciso!

— Ed io avrei ucciso te! — gli risposi bruscamente. — Perchè tant’odio
contro di lui?

— Perchè Leonardo mi ha ucciso un amico la cui perdita mi addolora
l’anima!

— Se il tuo amico si fosse comportato bene non avrebbe forse perduto
la vita. Ma, purtroppo, certi uomini si fanno forti dell’amicizia di un
bandito per dar fastidio agli altri!

Cambilargiu mi diede ragione; e quando presi commiato da entrambi, mi
disse:

— Senti, figlio mio! — (soleva darmi questo nome) — tu ci farai un
favore. Dovendo attraversare il territorio di Florinas per recarci a
Torralba, abbiamo bisogno di una guida, pratica dei dintorni.

— Vi accompagnerò ben volontieri — risposi — Trovatevi a _Pedras
serradas_, nell’ovile di mio cognato, il luogo è sicuro. Di là
muoveremo insieme.

Fedeli all’appuntamento, vennero in tre: Cambilargiu, Antonio Spano e
Salvatore Fresu.

Nell’ovile di mio cognato si erano riuniti alcuni nostri amici,
smaniosi di conoscere i tre famigerati banditi. Quel giorno si fece
pranzo insieme, in aperta campagna, lontani dall’ovile — com’è costume
dei banditi, per evitare sgradite sorprese.

Insellati quindi i cavalli (cortesemente favoritici) movemmo, uniti,
per Torralba. Io guidavo i compagni.

Fatta un po’ di strada, i tre banditi mi esternarono il desiderio di
passare in Banari, dove avevano un amico.

— Chi è costui? — chiesi loro.

— Antonio Luigi Pischedda.

— Nè voi, nè io, andremo da lui!

— Perchè?

— Perchè gli hanno ucciso due nipoti.

— Eppure ha promesso di farci un regalo, se saremmo andati a visitarlo!

— Pischedda è in urto con tutto il paese, per l’uccisione dei due
nipoti; nè voi riuscireste ad uscire di là, senza aver le giacche
forate dalle palle dei banaresi. Siete sotto la mia custodia, e non
dovete andarci!

Li condussi invece in casa di Gio. Antonio Pais, che era assente dal
villaggio. Fummo ricevuti dalla moglie, che mandammo subito a comprar
vino. Ci fermammo tutti sulla pubblica piazza a mangiare ed a bere;
ed io mi divertiva a gettar noci e mandorle in mezzo alla folla, per
il gusto di vedere i ragazzi impigliati fra le gonnelle delle vezzose
forosette.

Riposati alquanto, ci rimettemmo in viaggio e visitammo Bessude, dove
Cambilargiu aveva un amico — certo Pietro Chessa, suo antico compagno
di galera.

Salendo poscia per il monte Pelau, arrivammo a Bonnanaro, e condussi
i compagni in casa di un mio zio, a cui li presentai come barracelli
d’Osilo in cerca del _mancamento_[37].

Lo zio mi scambiò con mio fratello Giomaria, ch’era barracello di
Florinas.

— Non sono Giomaria — mi affrettai a rispondere — sono Giovanni Tolu.

Lo zio sbarrò tanto d’occhi:

— Tu..... sei Giovanni?!

— Sì... e i miei compagni sono anch’essi banditi.

Il buon uomo pareva sulle spine, non riuscendo a celare la grande paura
che aveva in corpo.

Cenammo nondimeno allegramente, e poi si andò a riposare. Ci sdraiammo
vestiti su due letti, colle armi vicine.

Mio zio sembrava inquieto, e balzava ogni tanto in piedi, tendendo le
orecchie.

— I cani, stanotte, abbaiano troppo! — diceva.

Volendo tranquillarlo, lo pregai di mandar subito a chiamare il
capitano dei barracelli di Bonnanaro, ed altri amici.

Vennero in quattro, e si combinò di uscir tutti in campo aperto, per
essere più sicuri. Ci sdraiammo sull’erba, e allo zio tornò l’animò in
corpo. — Erano le due dopo mezzanotte.

Verso l’alba ci fu servito il caffè, fra le roccie, ed a mezzo giorno
divorammo allegramente il lauto pranzo, che lo zio aveva preparato agli
ospiti famigerati.

Sull’imbrunire mandammo un _espresso_ a don Ciccio Corda, di Torralba,
perchè venisse subito da noi. Egli venne con tre servi: uno ne spedì
per i cavalli, e due per la provvista dei viveri.

Sopraggiunta la notte, don Ciccio ci fece condurre in altra sua tanca,
tutta in campo aperto, per riposare più sicuri.

Di là, verso l’alba, passarono a cavallo don Francesco Corda di Clave,
don Giovanni Diez, e due loro servi.

Avendoci riconosciuti, don Francesco si accostò a noi.

— Perchè siete qui?! don Ciccio non è uomo che possa farvi male, ma
certo non sa custodire persone gelose, quali voi siete! Questo non è
luogo sicuro!

— Ci ha fatto fermare qui — risposi — perchè deve mandarci due
cavallini.

— Aspetterà forse che i cavalli nascano per regalarveli! — esclamò don
Francesco, sghignazzando. — Venite con noi, chè vi daremo cavalli nati.
Voi potrete stare nelle nostre terre sette od otto giorni, senza il
pericolo di venir molestati!

Ci alzammo in piedi e movemmo incontro ai quattro individui, ch’erano
intanto smontati da cavallo. Le quattro bestie dovevano servire per
otto uomini. Io presi in groppa uno dei due servi, e Salvatore Fresu
fece altrettanto con l’altro. Cambilargiu sedette in groppa al cavallo
di don Francesco Corda, e Antonio Spano in groppa a quello di don
Giovanni Diez.

Così accomodati, due uomini per cavallo ci mettemmo in cammino, a mezzo
trotto.

Curioso, invero, vedere i quattro più famosi banditi del Logudoro
trottare con tanta audacia e disinvoltura sulla strada maestra! Se ci
avessero quel giorno messo a cimento, Dio sa qual battaglia sanguinosa
ne sarebbe avvenuta!

A mezzogiorno in punto i quattro cavalli, carichi di otto uomini,
attraversavano allegramente il villaggio di Torralba, passando sotto
la caserma dei carabinieri. Noi guardammo alle finestre con aria di
trionfo. Chi lo sa? Forse a quell’ora, attraverso ai vetri, qualche
carabiniere assisteva al passaggio dell’allegra cavalcata, ben lontano
dall’immaginare che quattro uccelli grossi sfidavano la vigilanza dei
_benemeriti_ cacciatori!

Arrivati a un certo punto, al di là del paese, smontammo da cavallo; e
i due cavalieri coi rispettivi servi tornarono indietro, per riprendere
la via di Sassari.

La sera, per altro cammino, volgemmo di nuovo a Bonnanaro, e sostammo
in casa del cav. Delogu, il quale ci offrì buon vino e polvere
eccellente. Si chiacchierò a lungo; finchè sopraggiunta la notte,
uscimmo dal villaggio per salire alla punta di Monte Santo — uno dei
rifugi più sicuri in quel tempo, perchè tutto boscoso.

Fummo, lassù, ricoverati dall’amico bonorvese Baldassare Saba; il quale
volle uccidere due bestie, per mettere molta carne al fuoco.

Spuntata l’alba, uscimmo sulla spianata, per divertirci alquanto al
bersaglio.

                                   *
                                  * *

La mattina stessa scendemmo da Monte Santo per recarci ad Ardara.
Arrivati alle falde, Cambilargiu vide alcuni maialetti, e ne sparò uno
colla pistola.

Alla detonazione accorsero alcuni pastori.

— Figli miei! — esclamò Cambilargiu con aria compunta — badate: vi ho
ucciso un porcetto!

Uno dei pastori gli rispose umilmente, col riso sulle labbra:

— Se è vero che lo avete ucciso, lo metteremo al fuoco — se non lo
avete ucciso, lo uccideremo!

Fatta colazione in fretta e furia, uno dei miei compagni chiese ai
pastori un buon cagnetto di razza.

— Ve ne darò uno eccellente fra qualche mese. Lo sto allevando.

— Verrò io stesso a prenderlo! — dissi; e il pastore a me rivolto:

— Se verrà Giovanni Tolu, lo porterà via; ma se non venisse, prometto
che il cane morrà in mio potere, poichè non lo darò mai più a
nessuno![38]

A proposito di questo cane, narrerò per inciso un episodio.

Alcuni mesi dopo, ripassando in quell’ovile per ricordare l’adempimento
della promessa, trovai il pastore (Bastianu Zamburru) in urto
fortissimo col proprio cognato Gio. Maria Sanna. Le cose erano tese al
punto, da rendere inevitabile una catastrofe.

Volli fare un’opera buona. Valendomi dell’influenza che esercitavo
sulle due famiglie, mi recai in persona all’ovile di Sanna, e costrinsi
costui a recarsi dal cognato per far la pace. Io stesso invitai le
donne delle due famiglie a riunirsi ad un pranzo comune, a cui presi
parte. Si passò la giornata allegramente, e ricordo di aver fatto
un brindisi al cagnetto, a cui si doveva la riconciliazione dei due
cognati.

Non lo dico per millantarmi. Tutte le volte che io riusciva a fare
un’opera buona ed a pacificare fra di loro gli avversari, provavo
un’intima soddisfazione, pari a quella di una vendetta compiuta. Amavo
la pace degli altri; eppure non ero mai riuscito a pacificarmi coi miei
nemici!

                                   *
                                  * *

Riprendo la gita dei quattro banditi.

Arrivati ad Ardara ci presentammo a quel rettore, nativo di Nughedu.

Egli ci squadrò sospettoso. Cambilargiu gli disse:

— Non tema, signor rettore!

— Non ho paura! — rispose il prete. — Conosco agli occhi l’uomo dalle
sinistre intenzioni. Qui siamo in campagna, nè si può avere quello
che si vuole. Mangeremo alla buona qualche uovo e un po’ di pane.
Ho mandato a Sassari per la provvista del vino, nè può tardare ad
arrivarmi.

E infatti, il buon uomo, ci trattò bene, e fummo soddisfatti.

Appena pranzato, pregammo il rettore che facesse venire suo fratello,
il capitano dei barracelli, col quale volevamo conferire.

— Che volete da lui?

— Ci abbisognano quattro buoni cavalli per portarci fino a Florinas.

— Ve li provvederò io![39]

Arrivati, dopo un’ora, all’ovile di un comune amico, nelle vicinanze
di Ploaghe, rimandammo con un servo i cavalli al rettore di Ardara, e
passammo subito in altra capanna di Salvatore Casula. Ciò per abituale
precauzione, temendo che il servo potesse rivelare ad altri il luogo
del nostro rifugio.

Ci fermammo all’ovile tutta la giornata.

Venne intanto a trovarci un amico de’miei compagni — scaltro furbone
— che guardai subito con diffidenza. Non tardai a capire, che la
sosta dei tre banditi nelle vicinanze di Ploaghe aveva per scopo
quell’abboccamento, dato in precedenza a mia insaputa.

Ciò mi spiacque, ma feci l’indifferente. Non dovevo dimenticare che io
mi ero prestato come guida ai tre compagni nei territori del mio paese.

Il furbone disse ai tre banditi, senza preoccuparsi della mia presenza:

— Io ho una lite con Gio. Antonio X, e corro il serio pericolo di
venire ucciso da lui. Mi rivolgo dunque a voi perchè mi liberiate dal
mio avversario.

Cambilargiu, un po’ impacciato alla mia presenza, gli rispose:

— Giacchè la tua vita è minacciata, perchè non togli di mezzo Gio.
Antonio?

— Io?! Siete voi che dovete ucciderlo. A me spetta il compensare le
vostre fatiche.

I tre banditi si scambiarono un’occhiata e ammutolirono. Io pensai un
poco, e poi dissi, accentuando le parole:

— Se non mi fossi trovato qui, in vostra compagnia; se non avessi
sentito la proposta del vostro amico, non mi sarei certo occupato dei
fatti vostri. Avendo però assistito al vostro discorso, è duopo che le
cose prendano una piega diversa. Voi non ucciderete Gio. Antonio e se
lo ucciderete, ne farò tale uno scandalo da mettervi in impicci colla
giustizia, facendovi perdere molti buoni amici. Io non sono qui venuto
per servir di guida a sicari! Siamo nel territorio del mio paese!

Aspettavo che i miei compagni aprissero bocca, per piantarmeli là
bruscamente; ma in vece nessuno più parlò di uccisioni alla mia
presenza.

Venuta la sera ci mettemmo tutti in viaggio a piedi, prendendo
la montagna, per recarci ad Osilo. Fu appunto in quel giorno, che
Cambilargiu ci pregò vivamente di accompagnarlo in casa del notaio
Satta, lo zio di quel tal Leonardo, ucciso barbaramente verso la
_fontana del fico_.

All’indomani lasciai i miei tre compagni ad Osilo, e feci ritorno a
Florinas.

                                   *
                                  * *

Poco tempo dopo, Pietro Cambilargiu si era separato da Antonio Spano,
del quale diffidava.

Anche Salvatore Fresu finì per essere licenziato dal cugino, poichè
egli non faceva che scroccare danari a questo e a quello per poter
mantenere la moglie e i figliuoli poveri.

Non passò gran tempo dalla separazione quando Fresu cadde in potere
dei carabinieri. Egli venne arrestato colla maschera sul volto, e messo
in prigione. Fattogli il dibattimento, venne assolto. Solita giustizia
dei giudici, i quali condannano tanti innocenti, per dare la libertà a
tanti birbanti matricolati. Noi banditi vedevamo troppo spesso simili
spropositi, i quali certamente non facevano che raffreddare la nostra
fede verso i tribunali.

Continuai nonpertanto la mia relazione cogli altri due banditi, e
specialmente con Pietro Cambilargiu, ch’ebbi a compagno per altri sei
mesi, come vedremo in seguito.




CAPITOLO XIV.

In bocca al lupo.


Farò intanto un passo indietro.

Scorrazzava da qualche tempo nei territori di Florinas una compagnia
di ladruncoli, i quali svaligiavano le case, e vi uccidevano anche i
proprietari, se il bisogno lo richiedeva. Due volte avevo sorpreso e
conosciuto quei furfanti, ma non volli denunziarli. Siccome però ero
amico dei barracelli, e mi stava a cuore la tranquillità del mio paese,
provavo un vivo dispetto per quell’accolta di vagabondi, i quali, non
rispettando la roba d’altri, comprometteva gli interessi de’ miei
amici e compaesani. Deciso di dar loro una buona lezione, aspettai
l’occasione propizia.

Mi erano ben noti questi ladri. Due di essi mi avevano un giorno
proposto di unirmi a loro e ad un terzo (che nominarono) per andare a
Giave. Scopo della gita era quello di depredare una vecchia signora,
che possedeva oltre otto mila scudi, in contanti, e che viveva sola
in casa con una serva. Risposi loro sdegnosamente, che non intendevo
rendermi complice di simili ribalderie.

Nondimeno quei ladri, non volendo rinunziare all’impresa, si recarono
in tre a fare il colpo: Gio. Antonio Gasu, Pietro Sanga di Bosa, e
Antonio Maria Deia di Giave — incaricato quest’ultimo di indicare la
casa della ricca signora e di diriggere la spedizione.

Aperta la porta ed entrati in casa, i tre furfanti imposero alla serva,
con minaccie, di soffocare i latrati del cagnolino.

Penetrarono quindi nella camera della vecchia, che trovavasi a letto.

— O consegnaci la chiave dello scrigno in cui custodisci il danaro, o
rassegnati ad essere scannata.

La vecchia tentò gridare, ma uno dei ladri fu pronto a cacciarle
una mano in bocca; e siccome colei glie la stringeva fra i denti, il
morsicato le tagliò la gola col pugnale.

Sgozzata la donna, i tre assassini si diedero a frugare da per tutto,
finchè rinvennero una cassetta pesante, che portarono via. Quando
i ladri l’aprirono per dividersi il bottino, rimasero di sasso. La
cassetta non conteneva che i moccoli di cera, sopravanzati alla festa
delle _Anime dei purgatorio_, che ogni anno soleva farsi per cura e
spese della vecchia devota.

Un altro giorno gli stessi due ladri m’invitarono a fare il sesto in
una comitiva, organizzata per derubare la bottega di un negoziante
di Bosa. Questa volta, non solo rifiutai di prender parte alla
grassazione, ma osai arditamente rimproverarli per le azioni turpi che
commettevano.

I ladri si strinsero nelle spalle, e fecero a meno di me. Guidati
dall’orefice bosano Andrea Licheri, si recarono a Bosa. Facevano parte
della combricola, fra gli altri, Deia, i fratelli Pietro e Francesco
Rassu, e Giomaria Ghiu. Aperta coi grimaldelli la porta della casa del
negoziante, non vi rinvennero che gli attrezzi dei fuochi d’artifizio,
ch’erano serviti alla festa di Santa Filomena, ricorrente all’indomani.

Delusi anche questa volta, lasciarono Bosa; e usciti dal paese
scalarono un cortile per rubarvi una ventina di galline, che si
divisero — unico bottino di quella malaugurata spedizione.

Malgrado i miei sdegnosi rifiuti, quei malandrini mi tentarono una
terza volta. Secondo loro, un bandito non doveva rifiutarsi ad una
ribalderia.

Nelle vicinanze di Florinas, venne a me Sanga il bosinco, e mi invitò
ad unirmi ad una comitiva, formatasi per derubare Gavino Matteo Marche.

— Chi tutti siete? — gli chiesi con premura, fingendo aderire per
conoscere il nome dei complici.

— Me compreso siamo in dodici; — i fratelli Rassu con due loro amici,
Deia, Lichinu, Giomaria Ghiu, Gio. Antonio Giasu, e Don Ciccio bosinco.
(Quest’ultimo era un cavaliere di Nulvi, ammogliato a Florinas, molto
povero e ladro.)

Sdegnato del furto che si voleva commettere nel mio paese, cercai di
sventarlo senza inasprire i ladri.

— Badate: a Florinas c’è il barracellato, al quale appartengono due
miei fratelli. Chi va per rubare è disposto anche ad uccidere... non
si sa mai! Eppoi, ve lo dichiaro: c’entra di mezzo la mia riputazione,
e tengo alla tranquillità del mio paese, che mi sa bandito. Voglio che
queste cose non si facciano... e voi non le farete!

La mia dichiarazione ebbe il suo effetto. Sanna il bosinco riferì
le mie parole ai compagni, e fu sospesa la grassazione che doveva
consumarsi in casa di Marche, entro popolato.

Essendo dunque a me noti gli individui componenti la comitiva dei
ladri, mi adoperavo perchè il mio paese fosse da essi rispettato. Se a
Florinas avevo nemici, avevo pure molte persone di cui godevo la stima,
e che contavano sulla mia protezione.

                                   *
                                  * *

Narrerò ora, come quest’odio ai ladri e quest’amore al mio paese mi
tornarono quasi fatali. È un aneddoto ben noto all’arma benemerita, e
più volte lo rammentai al maggiore dei carabinieri Cav. Ferrè.

Una notte, dopo aver scorrazzato per la campagna, volli spingermi fin
dentro paese, e venni ricoverato in una fida casa, dove si fece cena
con diversi amici.

Volle il caso, che in quella stessa notte si fosse concertato un
segreto appianamento fra i carabinieri ed i barracelli di Tissi; i
quali avevano circondato le case di due dei ladri da me menzionati,
perchè in sospetto di aver preso parte a un furto audace commesso
in Tissi, a danno di un certo signor Selis. Questi due ladri avevano
domicilio a Florinas.

Finito ch’ebbi di cenare, abbandonai la casa ospitale, accompagnato
fino all’uscita del paese da un amico guardaboschi, col quale avevo
combinato di andar l’indomani a mangiar fichi in una campagna vicina.
Il guardaboschi aveva invano insistito perchè io rimanessi un altro
giorno a Florinas.

Essendo stato durante la giornata a caccia di pernici, avevo il fucile
carico a pallini — cosa rare volte avvenutami, dovendo il bandito
tenersi sempre pronto in caso di una sorpresa.

Uscimmo insieme all’aria aperta. Erano le due dopo mezzanotte, e faceva
un buio pesto.

Attraversando il largo in cui erano le case abitate dai ladri, scorsi
due individui seduti, addossati alla porta di Antonio Maria Deia di
Giave. Sospettai subito che qualche cosa di sinistro si tramasse a
danno di un mio compaesano.

Mi scostai risoluto dal mio compagno e mi diressi in punta di piedi
verso i due ladri, colla speranza di sventare qualche brutto tiro.

Uno di essi era appoggiato allo stipite e pareva dormisse.

— Non ti svegli, dunque? — Gli gridai con tono energico.

Desto di soprassalto, quell’uomo balzò di scatto in piedi, e vedendo a
sè dinanzi un armato, con movimento rapido spianò il fucile e mi fece
fuoco a bruciapelo.

La palla, fischiante, mi passò sotto l’ascella.

L’altro compagno fece anch’esso un brusco movimento, come per
assalirmi; ma io, pronto come il lampo, scaricai sull’uno e sull’altro
le canne del mio fucile, carico a pallini.

Chi lo avrebbe detto? Quei due uomini non erano altri che il
maresciallo dei carabinieri ed un barricello di Tissi — entrambi là
appostati per sorprendere i ladri, che dovevano rientrare in casa, di
ritorno dalla grassazione di Selis. Dalla parte opposta, nel cortile,
erano molti altri carabinieri e barracelli, parimenti appiattati per lo
stesso fine.

Avevo colpito il maresciallo in piena mammella, ma il colpo al
barracello mi era andato fallito, per l’oscurità della notte[40].

Come mi avvidi dell’errore, feci un salto indietro, mi diedi a correre
come un capriolo, e guadagnai la campagna.

Il maresciallo, ferito a pallini, non tardò a guarire.

Allo scoppio delle tre fucilate erano accorsi i barracelli ed i
carabinieri che si trovavano nel cortile; e, saputo il caso, e chi
io mi fossi, diedero in ismanie. Mi venne riferito, che uno dei
carabinieri (certo Ribichesu), quando accorse sul luogo dello scontro,
si millantò che non sarei riuscito a sfuggire alla sua palla, se invece
del collega fosse stato lui a sedere sulla soglia.

Si vedrà, nel corso della narrazione, come la fatalità trasse sui miei
passi questo carabiniere millantatore.

Quest’incidente fu uno dei più curiosi della mia vita. Per voler
sorprendere e punire i ladri del mio paese, ero andato a cadere fra
le braccia di un barracello e del maresciallo dei carabinieri. Io, che
da mattina a sera studiavo i mezzi per sfuggire ai lupi, ero andato a
cacciarmi come uno sciocco nella loro bocca.

Manco male che la lezione non andò perduta, poichè in avvenire fui più
cauto nel pedinare i malandrini. Non si sa mai: sotto alle vesti di un
ladro può nascondersi anche un carabiniere!

Il mio incidente fu risaputo, e destò rumore. Lo narrai, minutamente,
al maggiore Ferrè, quando mi chiamò in salvacondotto per interrogarmi
sull’uccisione del bandito Gianuario Murgia di Siligo. Io conchiusi:

— Ella vede, signor Maggiore, com’è facile ad un bandito uccidere un
carabiniere, anche senza volerlo!

                                   *
                                  * *

Eppure non fu quella la sola volta che caddi in bocca al lupo; i casi
furono molti, ma io mi fermerò sui più salienti, seguendo l’ordine
della narrazione.

Ripiglierò la storia, ritornando ai famosi banditi, ch’ebbi a compagni
nella mia vita avventurosa.

Antonio Spano, dopo un vivo diverbio, si era separato da Pietro
Cambilargiu; e siccome era ricercato dalla giustizia e mi aveva in
uggia, carezzò il pensiero di acquistare la sua libertà, con un agguato
a mio danno.

Di ciò informato per mezzo degli amici, mi misi in guardia.

Il fratello di lui, Salvatore Spano, introdottosi un giorno per far
erba nel predio di Dionisio Matti di Sassari, fu da questi sorpreso e
acerbamente rampognato. Inasprito dalle parole, Salvatore gli puntò la
pistola sul petto. Dionisio denunziò il fatto all’autorità giudiziaria,
e l’aggressore fu arrestato e condannato a sei mesi di carcere.

Questo fatto era capitato parecchi mesi dopo la morte del figlio
tredicenne di Dionisio, ucciso accidentalmente dentro la propria
bottega, nello scontro avvenuto fra i Saba ed i Macioccu.

Nel frattempo che Salvatore scontava in carcere la pena, Antonio Spano
volle vendicare il fratello; e travestitosi cogli abiti del muratore
Antonio Depalmas, riuscì ad uccidere Dionisio con una fucilata.

Poco dopo la mia gita ad Osilo coi tre banditi (dai quali mi ero
separato), Pietro Cambilargiu si recò all’ovile di mio cognato Gio.
Antonio Bazzone, nelle vicinanze di Florinas, e lo pregò di fargli
ottenere un abboccamento con me.

Due giorni dopo andai a trovarlo.

— Che volete, zio Pietro?

— Ascolta, figlio mio. Tu sei solo, e solo sono io. Perchè non unirci?
In due si sta meglio che soli: non ti pare?

— Uniamoci pure! — risposi.

E così, per oltre sei mesi, fummo compagni quasi indivisibili.

                                   *
                                  * *

Eravamo insieme da parecchi mesi, quando un giorno, in territorio
d’Osilo, venne a trovarci la moglie di Cambilargiu. — Era costei
la vedova di un suo cugino, da lui resa madre, e poi sposatala per
minaccia dei fratelli e dei parenti.

Si pranzò tutti insieme. Io ero serio e taciturno.

— Cosa hai, figlio mio? — Mi chiese il compagno, appena la moglie andò
via.

— Ho l’umor nero, nè so perchè.

— Ebbene, cercherò allora di divagarti. Andremo a passar la notte in
un molino di Nulvi; di là passeremo a cogliere un po’ di carciofi nella
vigna di un mio cugino prete, e li faremo cuocere per la cena.

Movemmo insieme verso Nulvi. Fermatici alquanto nella cardiera del
prete, per spiccarvi non più di due dozzine di carciofi, continuammo
la nostra strada, quando udimmo alcune fucilate nella vigna di Giorgio
Vacca, posta in regione di _Nuzzi_, a mezz’ora da Osilo.

— Hai sentito? — Dissi rivolto al compagno.

— Sarà il padrone della vigna: un medico di casa, che mi è amico.

Ci fermammo dinanzi al cancello. Io dissi a Pietro:

— Entra tu per il primo, poichè vi sei conosciuto.

Cambilargiu passò avanti; io mi fermai a rinchiudere il cancello, e gli
tenni dietro.

Fatti alcuni passi udimmo abbaiare un cane, che comparve sulla porta
della casa, distante una trentina di passi dal cancello. Quasi subito
venne fuori un zappatore, il quale, dopo aver imposto al cane di
tacere, guardò verso di noi e si fermò con senso di sgomento.

In un attimo sbucarono dalla casa sette carabinieri, che si schierarono
sul piazzale, come per meglio esaminarci. Il zappatore, certamente,
aveva pronunciato il nome di Cambilargiu.

Questi si volse a me dicendo:

— Coraggio, figlio mio, non temerli: sono carabinieri!

Io diedi un salto all’indietro e corsi ad aprire il cancello gridando:

— Vieni fuori subito! Ci sono io qui!

Cambilargiu mi raggiunse; e allo stesso tempo una scarica di quattro
o cinque fucili mandò in ischeggie parte del cancello. Il denso
fumo della polvere c’impedì di vedere i carabinieri; nondimeno, io
e Cambilargiu puntammo i fucili in direzione degli armati e facemmo
fuoco, dandoci poi alla fuga.

Eravamo illesi per vero miracolo. Una palla mi aveva spezzato la
bacchetta del fucile, ed un’altra era strisciata lungo la manica della
mia giacca, senza toccarmi la carne e senza farmi versare una stilla di
sangue.

Era il 10 giugno 1853, di venerdì.

L’indomani ci venne riferito, che un carabiniere era caduto morto, e ad
un altro la palla aveva spezzato il calcio della pistola. Se alla mia
palla, o a quella di Cambilargiu, si dovesse la morte del carabiniere,
nessuno di noi seppe mai: certo è che i carciofi del prete, anche
questa volta, mi avevano cacciato in bocca al lupo[41].

Avendo noi preso, nello scappare, due diverse direzioni, ci perdemmo
di vista, e non ci trovammo insieme che la domenica, due giorni dopo lo
scontro fatale.

Chi avrebbe mai detto, che anche in quel giorno io doveva essere messo
a più dura prova? Eppure così volle il destino, come dirò nel capitolo
seguente.




CAPITOLO XV.

A «Monte Fenosu».


Era la domenica. Trovato per caso Cambilargiu, mi pregò di tenergli
compagnia fino all’ovile de’ suoi cugini Migheli, posto sul _Monte
fenosu_, in faccia a _Scala di Ciogga_. Messici in cammino, mi
confidò di aver dato colà appuntamento ad una persona _distinta_, che
desiderava conferire con lui.

Arrivati alla capanna, chiesi a Cambilargiu il nome dell’uomo che
aspettava.

— È un sassarese: Carlo Tiragallo.

— Chi è costui?

— Un regio impiegato; un segretario dell’Intendenza; un signore ricco.

— Ben soventi questi signori ci fanno la spia!

— Non è di questi tali. Trattasi di persona ammodo, molto distinta.

— Caro zio Pietro; i signori si vendicano sempre, quando si presenta
loro l’occasione, ed è meglio non fidarsene.

I fratelli Migheli, punti dalle mie osservazioni, soggiunsero a me
rivolti:

— Tu sei un miserabile, un pusillanime, e non vali nulla!

— Basta — conchiusi con calma — ora qui siamo, e qui resteremo; però
vi dichiaro, che non pranzeremo insieme. Voi starete nell’ovile colla
famiglia, e noi all’aperto, in un punto vicino, dove ci porterete da
mangiare, ed accompagnerete l’uomo _distinto_, che verrà per conferire
con Cambilargiu.

— Si direbbe che tu hai paura!

— Amo la prudenza. Voi siete abituati a trattare coi signori di
Sassari, i quali vi danno i buoni bocconi, in cambio dei magri agnelli
che uccidete per loro. Ci avete il tornaconto, lo so; ma badate che i
bocconi della città non vi facciano nodo alla gola!

Quantunque io avessi insistito, Cambilargiu fu di parere di far pranzo
comune dentro la capanna, insieme al signore che sarebbe arrivato da
Sassari.

I fratelli Migheli, colle rispettive mogli, figli e servi, abitavano
in due distinte capanne vicinissime. D’ordinario le due famiglie
convivevano insieme.

Mezzogiorno era appena trascorso, quando comparve Carlo Tiragallo, in
compagnia del figliuolo ventenne Giuseppe. Le carni erano cotte, e ci
mettemmo quasi subito a tavola, apparecchiata nella capanna più grande.

Carlo Tiragallo (come in seguito appresi dallo stesso Cambilargiu) si
era recato a _Monte Fenosu_ per chiedere informazioni sull’individuo
che aveva sparato suo padre (il maggiore Agostino Tiragallo) mentre si
trovava in un suo predio di Sassari.

— Se lo hai sparato tu — gli aveva detto il signor Carlo — siamo
disposti a perdonarti; ma se il tiro gli venne dal bandito Antonio
Spano, io ne voglio vendetta, e mi affido a te per compierla.

Il maggiore Tiragallo aveva inseguito il suo aggressore, ma non potè
raggiungerlo, nè riconoscerlo. L’uomo che gli aveva dato la fucilata
(andata a vuoto) era realmente Antonio Spano.

Riprendo la narrazione.

Sedemmo a tavola, io, Cambilargiu, i due Tiragallo padre e figlio, e
i due fratelli Migheli colle rispettive mogli e figli; una ventina in
tutti, compresi i seni e le serve, e senza contare i quattro uomini
posti a vedetta fuori della capanna, com’è usanza fra banditi, quando
si riuniscono in un luogo chiuso.

Era la una dopo mezzogiorno.

Con sorpresa avevo notato, che Carlo Tiragallo, prima di sedere a
tavola, si era tolto dalle saccoccie due pistole nuovissime; una
ne aveva deposto sul letto delle donne, l’altra se l’era messa alla
cintola, dopo averne montato il grilletto.

Quest’operazione mi aveva messo in diffidenza; ond’è che io, per
precauzione, volli sedermi armato di pugnale e di fucile tra i due
Tiragallo — deciso di pugnalarli entrambi se si fossero rivolti contro
di noi, o se avessi avvertito la presenza dei carabinieri. Da questo
lato, lo confesso, io era il più intransigente dei banditi.

Si chiacchierò allegramente durante il pranzo; e Tiragallo, colle sue
barzellette, fece ridere le donne. Terminato di pranzare, Cambilargiu
disse a me rivolto:

— Figliuolo mio, tu devi scusarmi se ti lascio solo un momento, per
andare all’aperto a conferire col signor Tiragallo.

E i due commensali uscirono per recarsi sul promontorio ingombro
di macchie, che sovrastava la seconda capanna, distante da noi una
quarantina di passi. Ivi sedettero, per parlare non visti e senza
testimoni.

Pochi minuti dopo si alzò da tavola anche Giuseppe Tiragallo, e con lui
tutti i commensali, che uscirono all’aperto per ridere e chiacchierare.
Era un giorno di festa e si era tutti allegri.

Dentro la capanna non ero rimasto che io, ed una giovinetta
quindicenne, a cui avevano affidato una bambina che si teneva sulle
ginocchia. Non volli uscir fuori perchè temevo d’esser veduto dalla
punta di _Scala di Giocca_, dove non mancano sassaresi a passeggiare,
massime nei giorni di festa.

Mentre Cambilargiu e Tiragallo discorrevano sul promontorio boscoso,
e le donne e i bambini ridevano e scherzavano sul piazzale, Pietro
Migheli — uno dei due proprietari dell’ovile — era rientrato nella
capanna per scambiare qualche parola con me.

A un tratto si udirono abbaiare i cani, e il Migheli si fe’ all’uscio.

— Non è nulla — disse rientrando. — Lo schiamazzo dei bambini e il riso
delle donne rende inquiete le bestie.

Dopo alcuni minuti i cani tornarono ad abbaiare più forte; Migheli
tornò ad affacciarsi alla porta, e rientrò subito pronunciando una sola
parola:

— Carabinieri!

— Va fuori! — gli gridai balzando in piedi — e lasciami solo!

La giovinetta quindicenne, che conobbe il pericolo, si diede a
piangere; e volgendomi ad essa le gridai imperiosamente:

— Va fuori anche tu, e sta zitta!

Rimasi tutto solo dentro la capanna.

In un lampo, con mente serena, abbracciai la situazione. Guai al
bandito che nei momenti del pericolo perde il suo sangue freddo: egli è
morto!

Nove carabinieri a cavallo, guidati dal maresciallo, correvano
all’impazzata dall’una all’altra capanna dei fratelli Migheli. Erano
venuti dal versante di mezzogiorno, senz’essere avvertiti dalla
vedetta, che imprudentemente aveva abbandonato il suo posto.

Altri venti carabinieri a piedi (come appresi più tardi) si erano
appostati alle falde boscose di _Scala di Ciogga_, di fronte a _Monte
Fenosu_.

Come Cambilargiu avvertì dall’altura i soldati che salivano la collina,
aveva piantato Carlo Tiragallo, e se l’era svignata cacciandosi di
macchia in macchia, inosservato. Affettando indifferenza, Tiragallo
era venuto giù, passo passo, fino al piazzale della capanna, dov’io mi
trovavo.

Il momento era solenne; ma mi erano bastati pochi secondi per prendere
la decisione estrema. Assicurai con una cordicella la mia pistola al
polso destro; afferrai la pistola lasciata da Tiragallo sul letto, e
me la legai parimenti al polso sinistro. Mi accertai che la lama del
mio pugnale uscisse liberamente dal fodero; montai i grilletti del mio
fucile a due colpi, e mi cacciai in fondo alla vastissima capanna,
nell’angolo più oscuro, pronto all’assalto ed alla difesa. Avevo
di fronte la porta (esposta a levante) e vedevo chiaramente quanto
accadeva sul piazzale. Sentivo il pianto delle donne, gli strilli dei
bambini, e il rumore delle sciabole dei carabinieri, i quali correvano
di qua e di là come indemoniati.

Il maresciallo, a cavallo al par degli altri, si piantò dinanzi alla
porta, alla distanza di cinque o sei passi. Egli si rivolse a Carlo
Tiragallo, che gli era vicino, ma ch’io non vedevo:

— C’è nessuno dentro la capanna?

— Nessuno. La capanna è vuota! — rispose deciso Tiragallo, certamente
persuaso che anch’io fossi uscito all’aperto, riuscendo a mettermi in
salvo prima dell’arrivo dei carabinieri.

Il maresciallo si rivolse a’ suoi dipendenti:

— Qualcuno di voi smonti da cavallo e s’introduca nella capanna.

Un carabiniere smontò di sella, e cacciò più volte la testa dentro la
capanna, senza però varcarne la soglia. Era titubante ed aveva paura.

L’oscurità in cui mi trovavo gli impediva di vedermi.

La situazione diventava più critica. Se i carabinieri si fossero
assembrati dinanzi alla porta, la mia uscita sarebbe stata impossibile.

Feci due passi in avanti, risoluto di slanciarmi con impeto all’aperto,
dando uno spintone al carabiniere che stava sulla porta. La mia sorte
era decisa: o salvarmi per miracolo coll’audacia, o cader fulminato
dalle palle di venti carabine.

Il carabiniere che con titubanza cacciava la testa nella capanna, senza
decidersi ad entrare, si era alquanto scostato, lasciando libera la
porta.

Il maresciallo allora, o che avesse avvertito la mia presenza, o che
volesse sgomentare un bandito nascosto, puntò il fucile verso l’interno
della capanna e fece fuoco. La palla andò a conficcarsi nello stipite,
ed una scaglia colpì al labbro il carabiniere vicino.

Costui, sentendosi ferito, indietreggiò, dicendo che gli avevano fatto
fuoco dall’interno della capanna.

Gli altri carabinieri smontarono allora da cavallo, e si fecero alla
porta, gridando:

— Compagni, coraggio!

Colla furia di un gatto selvatico mi slanciai fuori all’aperto, col
fucile in faccia. Scaricai una delle canne a destra, e l’altra a
sinistra, e vidi un carabiniere stramazzare. I compagni, da una parte e
dall’altra, fecero un movimento istintivo, come per scansare il colpo
— ed io ne approffittai per saltare come un capriolo in mezzo ai miei
aggressori. Svoltai a sinistra, in faccia a _Scala di Ciogga_; gettato
a terra il fucile scarico, impugnai le due pistole, e giù a capofitto,
fra gli armati, a raggiungere il ciglione del monte.

Oltrepassata di una diecina di metri la capanna, dietro un piccolo
promontorio coperto di macchie, mi trovai a sinistra dinanzi a quattro
carabinieri in agguato. Con un coraggio disperato mossi loro incontro,
puntando le due pistole; essi abbassarono la testa per schivare il
colpo; ma io, colla rapidità del lampo, mi voltai di scatto, raggiunsi
il ciglione della roccia a picco, tesi in alto le braccia stringendo
in pugno le pistole, spiccai un leggero salto, e mi lasciai cadere nel
vuoto, per un’altezza di oltre venti metri.

La falda della montagna era tutta roccie e bosco, con piante altissime
di elci.

   [Illustrazione: Il salto dalla roccia di _Monte Fenosu_]

Caddi in piedi, senza urtare per miracolo in alcun ramo; battei
leggermente la schiena contro un sasso, ma arrivai a terra illeso. Ero
salvo. Non avevo perduto che il berretto ed il fucile. Pensai allora
che i carabinieri sovrastanti mi avrebbero fatto fuoco dal ciglione,
dandomi la caccia. Strisciai come un serpe fra macchie, roccie e grossi
sassi lungo il dorso del monte, fino a che giunsi ad un tratto nudo
e roccioso, che io non poteva attraversare senza sfuggire all’occhio
vigile de’ miei cacciatori. Camminai carponi, mi aggrappai alle roccie
e alle macchie, strisciai tra i lentischi e gli elci, mi lasciai
rotolare dove il passo era impossibile, e mi trovai alfine alla base
del monte. Lamentai allora la perdita del fucile, perchè sentivo di
essere un uomo nullo.

Continuai a camminar carponi, finchè m’internai nel bosco un’altra
volta, dove i carabinieri non mi potevano scorgere, nè inseguire.

Sedetti alcuni minuti, perchè avevo bisogno di riposo; indi mi diedi a
contemplare l’alto monte, compiacendomi dell’avventura toccatami.

Trenta carabinieri si erano recati lassù per arrestare il terribile
Cambilargiu, ed invece era stato io l’eroe della giornata. Circondare
un bandito dentro il suo covo, e lasciarselo scappare, non era certo
un’impresa degna di encomio per l’arma benemerita!

Ma perchè i carabinieri non mi fecero fuoco addosso? Ne suppongo la
ragione: — quelli che circondavano la capanna si erano disposti in modo
da impedire la mia fuga; ma non avevano pensato, che venendo io fuori,
essi non avrebbero potuto spararmi senza ferirsi a vicenda. I quattro,
che trovai in agguato a poca distanza dal ciglione, tacquero di avermi
veduto, forse per non esser puniti.

Il carabiniere da me colpito a _Monte Fenosu_ era Ribichesu:
precisamente colui che a Florinas si era vantato che mi avrebbe ucciso,
se si fosse trovato dinanzi alla porta di Antonio Maria Deia. Fu il
destino che me lo cacciò fra i piedi![42]

Camminai a grandi passi per una mezz’ora, finchè giunsi dinanzi
all’ovile di Giovanni Mangattia. Mi accorsi che vi erano donne, e per
non spaventarle finsi l’indifferente e mi accostai cantarellando.

— Non ci sono uomini, qui?

— Li abbiamo in giro. Che volete, Giovanni?

— Vorrei una cavalla. Ho saltato una roccia e mi son fatto male ad un
piede. Le precauzioni non sono mai troppe!

La donna andò a slegare una cavalla, che si diede a tirar calci.

— Che vuol dir ciò? è stata sempre docile, ed ora fa la matta!

La donna non si era accorta, che la cavalla aveva sentito l’odore della
polvere. Quando avviene uno scontro, c’è sempre uno spirito infernale
che si mette di mezzo; e questo spirito s’era impadronito della cavalla
di Mangattia. Non tutti ci credono, ma io l’affermo perchè ne ho avuto
l’esperienza. Infatti, quando una cavalla (che vede più d’un uomo)
adocchia sulla strada uno spirito, s’impunta; e se noi, smontando, non
facciamo il segno della croce, non c’è verso che essa vada innanzi[43].

Saltai sulla cavalla, dicendole:

— Ora che ti ho sotto, sbuffa, starnuta, calcitra, o crepa: l’hai da
fare con me!

E rivolto alle donne:

— Fra un’ora ve la rimanderò.

— Tienila quanto vuoi.

Attraversai a mezzo trotto _Badde Olia, Cannedda, Bunnari, Planu de
murtas_. Fatta un’ora di strada giunsi ad un’alta punta, nel sito
chiamato _Scala Ruja_, in territorio d’Osilo. Di là potevo scorgere
chiaramente la sommità di _Monte Fenosu_, dov’era avvenuto l’attacco.

Il sole era vicino al tramonto, ed io vidi il lucicchio di un gran
numero di fucili.

Seppi più tardi, che, poco prima della mia fuga dalla capanna, s’era
mandato un espresso a Sassari per chiamare un aumento di forza. Fu
spedita sul luogo una compagnia di soldati, guidata dallo stesso
colonnello. Ma era tardi. I due uccelli avevano preso il volo.

Arrivati dinanzi alla capanna, il colonnello esternò il sospetto
di qualche nascondiglio nell’interno, che servisse di rifugio a
Cambilargiu; e senz’altro diede ordine di appiccarvi il fuoco, dopo
averne fatto togliere le masserizie.

Si era dunque avverata la mia profezia ai fratelli Migheli: — badate
che i bocconi della città non vi facciano nodo alla gola!

Carlo Tiragallo e suo figlio Giuseppe furono sospesi dall’impiego per
ordine del Governo. Il primo, tradotto a Cagliari, fu condannato a
diversi mesi di carcere, sotto l’accusa di favoreggiare i banditi. La
presenza di Carlo Tiragallo a _Monte Fenosu_, e la sua affermazione che
nella capanna non c’era nessuno, lo avevano pregiudicato. Noi credemmo,
invece, ch’ei si fosse prestato a farci un po’ la spia. Quantunque
punito dal Governo per la menzogna e per l’insuccesso della spedizione,
ho sempre creduto che anche il suo arresto fosse una commedia, per
metterlo in salvo dalle nostre vendette. Non è neppure improbabile,
che lo scorno fatto subire alle armi regie nella giornata del 12
giugno 1853 avesse provocato lo sdegno del Governo. I Tiragallo erano
coraggiosi ed audaci, e la loro venuta a _Monte Fenosu_ per vendicare
l’insulto fatto al Maggiore Agostino, non era forse estranea al
complesso degli avvenimenti.




CAPITOLO XVI.

Questua per un fucile.


Dalla punta di _Scala Ruja_ mi recai all’ovile di mio cognato (in _su
Crastu mal’a servire_) nel territorio di Codrongianus e di Cargeghe.

Colà appresi, dal mio congiunto, essersi già divulgata la voce, ch’io
fossi rimasto ucciso, od arso vivo, nell’assalto di _Monte Fenosu_.

Arrivati insieme nelle vicinanze di Florinas, dissi a mio cognato:

— Dammi il fucile ed il berretto, e precedimi nel paese. Io resterò
qui, fino al tuo ritorno.

Mio cognato trovò molta gente che faceva ressa dinanzi alla porta della
nostra casa. La mamma, le sorelle, i miei fratelli piangevano la mia
morte. I signori di Florinas si fingevano addolorati per la disgrazia
toccatami, e cercavano di consolare i miei congiunti; ma in fondo erano
contenti di essersi liberati di me.

Mio cognato entrò in casa tutto allegro, e rivolto ai signori e a’ miei
parenti, esclamò:

— Cessate il pianto e consolatevi! Nulla di grave è avvenuto. È appena
una mezz’ora che ho lasciato Giovanni, sano e salvo come siamo noi!

La mamma e le mie sorelle, pazze dalla contentezza, ringraziarono Dio;
ma non so davvero se i signori florinesi abbiano fatto altrettanto!

Mi fu subito mandato da casa un berretto nuovo; e pregai mio cognato
che mi lasciasse per un po’ di tempo il suo fucile.

Una settimana dopo venne a trovarmi Pietro Cambilargiu, per informarsi
s’ero stato ferito, e se avessi riportata qualche contusione nella
caduta.

Narratogli il mio caso, lo esortai ad unirsi a me per raggranellare
dagli amici la somma necessaria per l’acquisto di un nuovo fucile.

Si andò insieme a trovare Salvatore Pinna, il capitano dei barracelli
di Florinas; il quale, a nome di tutta la compagnia barracellare, mi
sborsò dieci scudi, prelevati dalla cassa sociale. Si mandò in seguito
un’ambasciata anche a Gianuario Masia e a certo Marongiu, capitano e
tenente dei barracelli d’Ossi.

Essi risposero, di lasciarci vedere nell’ovile dello stesso Masia,
nella Nurra, dove si sarebbe stabilita la somma da consegnarsi.

Pietro Cambilargiu, sempre diffidente ed ombroso, mi disse con certo
risentimento:

— Mi avvedo oramai che gli abitanti d’Ossi sono tutti d’accordo
per farmi arrestare, collo scopo di procurare la impunità al loro
compaesano Antonio Spano. È un complotto fatto!

— Hai torto a parlare così! Essi pensano solamente a soccorrermi, non a
tendere un’insidia al mio compagno.

Pochi giorni dopo Cambilargiu volle farmi una confidenza:

— Senti, figlio mio. Ti avverto che, a tua insaputa, ho fatto scrivere
a mio nome una lettera a Monsignor Varesini. Gli ho chiesto cento lire,
dicendogli che ti abbisognavano per comprare un fucile, avendo perduto
il tuo nello scontro di _Monte Fenosu_. L’arcivescovo di Sassari mi
fece avere la somma... ed io me ne sono servito. Aggiusteremo i conti
un’altra volta[44].

A Cambilargiu erano abituali queste truffe, che io detestava. Un giorno
gli consegnai una somma, pregandolo di acquistare ad Osilo l’orbace
necessario, per farmi fare una giacca dalla moglie, molto abile in
simili lavori. Non vidi più denaro, nè giacca!

Una sera, finalmente, il capitano dei barracelli d’Osilo mi avvertì,
che un mercante di panno, certo Vigliano Altea, aveva un buon fucile
da vendere. L’arma mi piacque, e il capitano l’acquistò per cento lire,
che prelevò dalla cassa sociale del barracellato.

Quel giorno Cambilargiu mi disse:

— Ed ora siamo in pace; tu possiedi il fucile, ed io mi tengo le cento
lire dell’Arcivescovo di Sassari!

Non fiatai; ma il mio compagno non era contento. Parecchie settimane
dopo mi fece una nuova proposta:

— Senti, figlio mio. Giacchè il capitano dei barracelli d’Ossi non si
è ancora degnato di sborsarti la somma promessa per l’acquisto del
fucile, andiamo a rubargli un cavallo; e poi gli diremo che se vuol
riscattarlo ci dia qualche soldo.

Secondai questa volta l’amico per un doppio scopo. Ci recammo insieme
ad un’aia, dove sapevamo essere un buon cavallo, appartenente ad uno
zio di Antonio Spano, l’antico nostro compagno, col quale eravamo in
rottura, ed a cui volevamo fare un dispetto.

Il cavallo era stato ritirato dal padrone pochi giorni prima; ed allora
portammo via un’altra buona cavalla, del valore d’una trentina di
scudi. Allo stesso tempo mandammo a dire al capitano dei barracelli
d’Ossi, che la bestia era in nostro potere, e che lui poteva da noi
ritirarla mediante lo sborso di soli sei scudi.

Il capitano Masia ci mandò subito 35 lire, che Cambilargiu intascò
avidamente.

— No — diss’io — bisogna essere di parola. Ho detto sei scudi, e non
devono essere sette!

Ed imposi al mio compagno di rimandare al capitano uno scudo e la
cavalla.

Anche estorcendo l’altrui danaro, bisognava essere onesti e
galantuomini!




CAPITOLO XVII.

Ricettatori.


I fratelli Migheli, dopo lo scontro avvenuto nei loro ovili di _Monte
fenosu_, temendo giustamente d’essere presi di mira per aver dato
ricetto a due famosi banditi, si erano dati alla macchia. Non tardarono
a cadere nelle mani della giustizia, e furono chiusi in carcere.

Diversi signori di Sassari, amici loro, volendo mettere in libertà i
due innocenti, si rivolsero a me ed a Cambilargiu, per impaurire alcune
autorità colle minaccie.

Da qualche tempo, infatti, i giudici usavano un rigore eccessivo contro
i nostri ricettatori; e bastava che io o Cambilargiu fossimo accolti
in un ovile, perchè i poveri pastori venissero perseguitati e messi
in carcere. Ai ricorsi anonimi seguiva immantinenti il processo, e la
condanna.

Simile misura ingiusta ci amareggiava l’anima. Che colpa, infatti, ai
poveri pastori od ai contadini, se ci davano ricetto e vitto quando
ci presentavamo alle loro capanne? E come avrebbero osato negarci un
soccorso, quando la nostra vendetta poteva farli pentire del rifiuto
datoci?

L’ospitalità sarda è generosa, illimitata, cieca; nè vi ha capanna, nè
ovile, nè casolare di campagna che abbiano mai negato rifugio e pasto
ad uno straniero, che si presenta per chiederli! Non è solamente la
paura di un bandito che provoca la generosità di un pastore o di un
signore: nessuno nega un soccorso a chi lo chiede; ed è meglio cento
volte essere tacciato di ricettatore, che macchiarsi d’infamia vendendo
il proprio ospite.

L’ospitalità non si concede ai soli banditi. Cento volte io venni
rifugiato, sfamato, soccorso, senza sapere ch’io mi fossi. Il pastore,
infatti, si guarda bene dal chiedere il nome dell’ospite che capita nel
suo ovile, poichè ben sa che nessuno ha il dovere di declinarlo.

La giustizia ha dunque torto di perseguitare e punire i ricettatori
di un bandito. Quanti furti, quante grassazioni, quanti omicidi
risparmiati per quell’asilo concesso, per quel tozzo di pane dato, per
quel riposo consentito! Le compagnie barracellari dovevano all’amicizia
dei banditi la sicurezza delle campagne; poichè senza di essi non
avrebbero potuto conseguire benefizio alcuno. Il vero bandito sardo fu
il terrore dei ladri di campagna; una sua minaccia li atterriva. Io ben
so, che la giustizia fa il suo dovere — ma so ancora che molti giudici,
diventati liberi cittadini, non si rifiutarono mai a dar ricetto ai
latitanti. È rarissimo il caso di un tradimento. Quanti nomi di persone
ragguardevoli potrei io qui registrare, le quali mi hanno dato asilo
e soccorso, mantenendo il più scrupoloso silenzio sulla loro generosa
protezione in nome dell’ospitalità, ed anche colla coscienza di aver
contribuito a fare un bene e non un male alla società! — Avrei voluto
vederli i signori giudici al posto dei nostri ricettatori, che vivevano
solitari in aperta campagna!

La persecuzione crudele verso i ricettatori, lo ripeto, ha sempre
indisposto i banditi; ond’è che io e Cambilargiu non potevamo rimanere
insensibili alla dura sorte toccata ai fratelli Migheli; i quali in
ogni tempo ci avevano dato ospitalità, più per bontà del loro animo,
che per il vincolo di parentela che li legava a Cambilargiu.

Fra i più severi e inesorabili nemici dei ricettatori era il giudice
Satta, ploaghese, stabilito da molti anni a Sassari. Costui era un vero
cerbero; faceva arrestare a diritta ed a manca quanti concedevano un
giaciglio o un tozzo di pane ad un bandito.

Dissi un giorno a Cambilargiu:

— Senti: bisogna che da una buona volta ci decidiamo a fare qualche
cosa per giovare alla causa dei nostri amici e tuoi cugini fratelli
Migheli. Ho studiato il modo di rendere mansueto e tollerante il
giudice Satta.

— Che hai pensato?

— Ho una bella idea: mettere il giudice Satta nella critica condizione
dei ricettatori. Vieni con me, e secondami.

Il giudice Satta possedeva a Sassari, nella regione _Eba ciara_, una
piccola campagna, dove soleva passare una buona parte del maggio e
dell’ottobre, insieme alla famiglia. Sapendo che il giudice trovavasi
colà da qualche settimana, io mossi a quella volta in compagnia di
Cambilargiu.

Era mezzogiorno, quando arrivammo sotto al colle dei Cappuccini.

Aprimmo il cancello, attraversammo il viale, e ci spingemmo fino alla
modesta casetta. Dall’acciottolìo dei piatti e dal rumore delle posate
ci accorgemmo ch’era l’ora del pranzo.

Fattosi alla porta il vignataro, gli dissi risoluto:

— Di’ al tuo padrone, che abbiamo urgente bisogno di conferire con lui!

Fummo fatti entrare addirittura nella sala da pranzo. Erano a tavola
una diecina di persone, compresi i bambini.

— Il signor giudice Satta? — chiesi rispettosamente, ponendo la mano al
berretto.

Il giudice levò gli occhi su di noi, e ci fissò sbigottito, pallido
per la paura. Certamente, vedendoci armati di fucili, di pistola e di
pugnale, capì subito che aveva da fare con banditi.

— Sono io! — balbettò con voce fioca e tremante — E voi... chi siete?!

— Io sono Giovanni Tolu! — risposi umilmente.

— Ed io Pietro Cambilargiu! — soggiunse il mio compagno, con bontà
rispettosa.

Il giudice sbarrò tanto d’occhi. Alcuni giovanotti, udendo i nostri
nomi, si erano alzati vivamente da tavola ed avevano scavalcato la
bassa finestra della sala terrena.

Io mi affrettai a soggiungere:

— Non abbiano paura; non veniamo qui per far male a nessuno. Siamo
banditi, e abbiamo il diritto di vivere come tutti gli altri uomini.
Chiediamo ben poca cosa. Abbia la bontà, con suo comodo, di mandarci
una trentina di lire per mezzo del suo vignataro. Gli indicheremo il
sito, dove troverà la persona a cui consegnarle.

— Non mancherò di farlo! — rispose il giudice Satta, respirando più
liberamente. — Sono spiacente di non aver la somma presso di me...

— Non si disturbi. La manderà domani, con suo comodo.

Il giudice Satta e la famiglia ci fecero allora buon viso, e ci
offrirono da mangiare e da bere; ma Cambilargiu si affrettò a dire, col
suo solito fare brusco ed insolente:

— No: non vogliamo bere nè mangiare, poichè potreste darci il veleno!

Ciò detto, augurammo il _buon appettito_ ed uscimmo dalla sala.

Oltrepassato il cancello dissi al mio compagno:

— Hai capito? D’ora innanzi il giudice Satta sarà più clemente coi
ricettatori di banditi. Anche lui ci ha dato ricetto, ci ha offerto
da bere, e ci manderà denaro! Puoi star certo che farà silenzio sulla
nostra visita!

— Bravo! — mi disse Cambilargiu — hai dato prove di abilità e di
furberia!

                                   *
                                  * *

Sollecitati di nuovo ad adoperarci per la liberazione dei fratelli
Migheli, io dissi a Cambilargiu:

— Che pensiamo di fare per i tuoi cugini? Non bisogna dimenticare
che i due figli di Salvatore Spano, di Ploaghe, sono impiegati nella
magistratura di Sassari!

— Andiamo dunque a trovare Salvatore a Ploaghe!

— No. È più prudente farlo venire in campagna; e a questo penserò io.
Mettiamoci in viaggio.

Giunti nelle vicinanze di Florinas, mandai a chiamare Salvatore Pinna,
ex barracello, al quale diedi incarico di recarsi a Ploaghe per far
venire lo Spano al molino di _Badu-canu_, dove noi lo aspettavamo.

Raccomandai intanto a Pietro Cambilargiu che frenasse il suo carattere
irritabile, mostrandosi umile e sottomesso col proprietario Salvatore
Spano, uomo grave, di buon senso, e fra i più saggi del paese.

Un’ora dopo lo Spano ci stava dinanzi:

— Che si vuole di me?

— L’abbiamo qui chiamato per farci una carità.

— Dite pure.

— La preghiamo di raccomandare a’ suoi figliuoli, impiegati a Sassari,
di usare un po’ di misericordia ai fratelli Migheli, d’altro non rei
che di aver dato ricetto nella loro capanna a Pietro Cambilargiu ed a
Giovanni Tolu.

— Non mancherò di farlo. Ricordatevi però, che i figli miei non
rappresentano il governo di Sassari. Essi sono semplici impiegati, che
dipendono da un’autorità superiore. Procuratevi dunque altre ingerenze,
e così uniti potremo giovare alla causa dei vostri raccomandati.

Pietro Cambilargiu, con l’aria spavalda che gli era abituale, disse
rivolto allo Spano:

— Badi di fare qualche cosa, chè altrimenti quei signori l’avranno da
fare con noi!

Il vecchio Spano corrugò la fronte, e disse gravemente rivolto al mio
compagno:

— Pietro, tu parli male! Quando si domanda una grazia, non si ricorre
a minaccie nè ad insolenze, che con me sono inutili. I miei figli sono
signori, vivono a Sassari, nè possono temere alcun danno da te. Se vuoi
essere ascoltato, parla come uomo, non come un insensato!

Allontanatosi Salvatore Spano, ebbi un vivo diverbio col mio compagno
per le sue maniere ruvide e villane.

— Hai dimenticato che siamo nelle vicinanze del mio paese! — gli dissi
— Io tengo a non essere insolente, nè sgarbato colle persone dabbene!

Messici poi d’accordo, combinammo di rivolgerci ad uno studente,
per scrivere alcune lettere all’indirizzo di persone autorevoli, in
relazione con giudici.

Le pratiche nostre, unite a quelle dello Spano, ebbero un ottimo
risultato. Poche settimane dopo i due fratelli Migheli venivano rimessi
in libertà dal tribunale di Sassari.




CAPITOLO XVIII.

Barracellato di Florinas.


Faccio un passo indietro. Ho bisogno di dichiarare che io non posso
seguire scrupolosamente l’ordine cronologico dei fatti avvenuti.
Per essere più chiaro, intraprenderò, ramo per ramo, la storia della
mia vita. Non si deve dimenticare, che io narro gli avvenimenti di
quarant’anni, nè potrei interrompere un episodio per riprenderlo a
salti, secondo i diversi tempi in cui si svolse.

Erano appena iniziate le prime pratiche per la liberazione dei fratelli
Migheli, quando il comune di Florinas pensò alla riorganizzazione della
compagnia barracellare per l’esercizio 1853-54.

Il Consiglio comunale aveva deliberato di far cadere la nomina di
capitano dei barracelli su Peppe, il mio fratello gemello. Era evidente
che si voleva tutelare la sicurezza della proprietà col prestigio del
mio nome di bandito.

Peppe me ne aveva già parlato, e il Consiglio chiedeva il mio parere,
prima di accingersi alla nomina definitiva,

— Non voglio assolutamente che tu sia il capitano! — risposi a mio
fratello: — Tu devi rifiutare. Penserò io ad aggiustare le cose.

Partecipata la rinunzia al Consiglio, questo per tre volte confermò
la nomina di Peppe Tolu; e quando si seppe che mio fratello rifiutava
per mio suggerimento, alcuni consiglieri pregarono il sindaco di
consultarsi con me per formare la compagnia barracellare di Florinas.

Il sindaco uscì un giorno dal paese, come per diporto, e venne ad
abboccarsi con me in campagna.

— È egli vero che tu ti opponi perchè tuo fratello non accetti la
carica di capitano, che vuole affidargli il Consiglio?

— È verissimo!

— E perchè ciò?

— Perchè mio fratello non può, nè deve accettare la carica di capitano
dei barracelli!

— Lo credi forse incapace a coprirla?

— Lo credo capace, quanto abile ed onesto; ma è troppo povero, e gli
mancano i mezzi per disimpegnare convenientemente simile carica. Il
capitano ha bisogno di comoda stalla per custodirvi i cavalli, quando
capita la ronda dei barracelli d’altro comune; ha bisogno di essere
agiato per mettersi in grado di invitare a pranzo gli amici, quando
l’occasione si presenta; ha bisogno di spendere del proprio, perchè non
ha disponibile che la sola metà del salario anticipato dai vassalli.
Di questo salario non potrebbe servirsi, poichè dev’essere ripartito
alla fine della gestione fra i barracelli che rondano e lavorano
lungo l’anno: — se si verificano danni dovrà pagarli subito; se c’è
benefizio, dovrà fare il riparto equo. Mio fratello è troppo povero, nè
potrebbe senza sagrifizi ed umiliazioni disimpegnare una carica così
delicata. Credo in coscienza, che l’agiatezza e il benessere siano
indispensabili a chi è chiamato ad amministrare la roba d’altri; e
la miseria è sempre cattiva consigliera. Vi indicherò io la persona
da presciegliere per capitano dei barracelli. Intanto vi prego di far
venire qui don Ignazio Piras: ho bisogno di conferire con lui.

Venuto a me don Ignazio, prese a dirmi col sorriso bonario dei signori,
che vogliono canzonare i poveri diavoli:

— Ma perchè non vuoi permettere che tuo fratello faccia il capitano?
Tornerebbe ad onor tuo questa nomina; poichè quando si sapesse che il
capo della barracelleria è stretto congiunto ad un famoso bandito, i
ladri si guarderebbero dal recar danno all’altrui proprietà!

— Si persuada, don Ignazio; noi possiamo ancor vivere senza
quest’onore. Non insista più oltre, e mi risponda!

— Sentiamo.

— Quanti agricoltori può ella contare sotto la dipendenza della sua
casa?

— Una ventina; tu lo sai.

— E il dottor Andrea Serra?

— Altrettanti.

— Ciò vuol dire, che le vostre due case dispongono dell’intiera
popolazione. Invece, dunque, di un capitano, vi suggerisco di nominarne
due; e la scelta non dovrà ricadere che su don Ignazio Piras e sul
dottor Serra. In tal modo la popolazione di Florinas dipenderà dalle
vostre famiglie. Il numero dei barracelli, fissato in 15, e che
potreste raddoppiare, voi non lo porterete che a soli 25; e così il
barracellato, alla cui riorganizzazione è concorso tutto il paese, non
sarà inviso alla popolazione, la quale vivrà tranquilla nell’unione e
nella concordia. È questa la mia opinione!

Don Ignazio fece subito convocare il Consiglio comunale, e gli comunicò
la mia proposta, che venne accettata dalla maggioranza con viva
soddisfazione.

Formata la compagnia barracellare sulla base da me suggerita, venni
invitato a recarmi segretamente a Florinas[45].

Trovandomi in quel tempo insieme a Pietro Cambilargiu, lo pregai di
tenermi compagnia.

Ci presentammo in casa del capitano don Ignazio Piras, dove già
trovavasi il suo collega dottor Serra, nonchè i 25 barracelli, colà
attirati dalla curiosità di veder me e Cambilargiu, del quale avevo
preannunziato la visita.

Come ci presentammo nella sala, don Ignazio fece far silenzio, e
rivolgendosi a me, prese la parola solennemente:

— Giovanni Tolu; noi abbiamo seguìto il tuo suggerimento. Devo però
dirti, che il Consiglio ha deliberato di nominar te e Cambilargiu a
far parte della nostra barracelleria. Non pretendiamo che voi andiate
alla ronda (c’è abbastanza gente per farla!), ma desideriamo solo
che esercitiate una scrupolosa sorveglianza, massime verso i ladri
di bestiame. Dei guadagni della compagnia, voi sarete messi a parte
al pari degli altri; quanto alle perdite, non dovete preoccupacene:
pagheremo noi la vostra quota! Accettate?

Fatto un inchino rispettoso, io risposi:

— Don Ignazio, dottor Serra, amici tutti: io posso assicurarvi che la
capitaneria di questo anno avrà un esito soddisfacente, e apporterà
buoni frutti. Essa riuscirà più famosa di quella, che la tradizione ci
dice formata un’ottantina d’anni fa, sotto il comando di Baingio Canu.
Questo capitano (nominato quasi a dispetto del Consiglio comunale) non
volle seco che un solo barracello: il proprio nipote Pietro Canu. Vi
ricorderò il fatto, quale lo raccontano i nostri vecchi.

«Narrasi, che la notte susseguente alla costituzione della strana
compagnia di due individui, si verificò il furto di due cavalli,
eseguito coll’intenzione dispettosa di farli pagare al capitano ed al
nipote. Avuta la relazione della mancanza del bestiame, Baingio Canu
andò, sull’imbrunire, a trovare il nipote:

«— Pietro — gli disse — prendi il fucile e seguimi!

«Baingio Canu era un uomo energico e risoluto: buono o cattivo, a
seconda le circostanze.

«Si recarono entrambi, a notte tarda, dinanzi alla casa di colui, che
sapevano essere l’autore del furto.

«— Bada di far fuoco sul ladro, appena si presenterà alla porta! —
fece Baingio al nipote.

«— Sono agli ordini del capitano! — rispose Pietro, che rappresentava
l’intiera compagnia.

«Lo zio picchiò risoluto alla porta.

«— Apri Antonio, e vieni fuori: sono io!

«Il disgraziato si fece all’uscio, e cadde fulminato da una fucilata.»

— Così, o signori, finirà questa capitaneria — conchiusi, rivolto
all’adunanza. — Spero, però, che non avremo bisogno di spargere sangue
umano, poichè i ladri ci rispetteranno!

Gli astanti si congratularono con me, e la seduta fu levata[46].

Pietro Cambilargiu non disse una parola; egli ben sapeva, come mio
compagno, che non doveva opporsi a quanto avevo stabilito.

Terminata la discussione, don Ignazio Piras ordinò ai suoi servi di
andare in cantina a spillare il miglior vino. Fu dato a tutti da bere,
e si chiacchierò allegramente per una mezz’ora.

Uscimmo dalla casa di don Ignazio per recarci in quella del dottor
Serra, dove ci fu offerto lo stesso trattamento.

La moglie del dottore, colla quale ero in confidenza, m’abbracciò, e mi
baciò sulla guancia, alla presenza di tutti.

Cambilargiu, ch’era al mio fianco, mi disse con una certa amarezza:

— Vedo che sei proprio ben voluto nel tuo paese!

Uscimmo sulla via, seguiti dai nuovi barracelli e da molti amici.
Eravamo costretti a fermarci di casa in casa, poichè ognuno voleva
offrirci da bere. Una folla di curiosi ci veniva dietro, e tutti
parevano soddisfatti di vedere i due banditi, resi maggiormente celebri
dopo i recenti attacchi di _Nuzzi_ e di _Monte Fenosu_.

A Pietro Cambilargiu davano solo il _benvenuto_; ma io ero fatto segno
a dimostrazioni affettuose. Tutte le donne del mio paese, vecchie e
giovani, venivano sulla porta per stringermi la mano e per baciarmi,
compiangendo il mio triste destino. Ero vivamente commosso; mi pareva
di sognare, in mezzo a quella gente che mi aveva veduto nascere, o
colla quale avevo trascorso i più bei giorni della giovinezza.

Mi accorsi che quell’accoglienza affettuosa e spontanea era una spina
al cuore di Cambilargiu. Egli mi camminava al fianco imbronciato e
riflessivo. Io, che conosceva la sua natura diffidente e sospettosa,
gli leggevo in fondo all’anima. Egli certamente supponeva, che i tanti
amici miei non potevano essere che suoi nemici, poichè volentieri
avrebbero a lui teso un’insidia per concedere a me l’impunità a prezzo
della sua morte. Pensiero eterno del bandito, che lo spinge a diffidare
dell’amore, che altri nutre per un compagno d’infortunio!

Finalmente ci separammo, poichè non era prudenza rimanere più a lungo
in quel luogo — quantunque a Florinas non vi fossero carabinieri, e
don Ignazio avesse preso le debite precauzioni, prima di chiamarmi in
paese.




CAPITOLO XIX.

Ancora Cambilargiu.


Dopo la nostra nomina a barracelli di Florinas, non tardai ad
accorgermi che Cambilargiu mi guardava in cagnesco, e non era con me
leale, come prima. Egli forse pensava, ch’era impossibile un’illimitata
confidenza fra un giovane trentenne ed un uomo grave di mezzo secolo.
Era invidioso della benevolenza che mi dimostravano i Florinesi:
indizio questo, che il mio paese non mi considerava come un tristo,
ma bensì come un disgraziato; e se avevo nemici a cui la mia esistenza
dava cruccio, avevo pure amici che mi volevano bene.

Un solo fatto basterà a provare che la mia famiglia era ritenuta onesta
e di buon conto in paese. Io avevo imposto ai miei parenti di non mai
immischiarsi nelle mie vendette. Bastavo io solo per compierle: essi
non dovevano compromettersi. Con orgoglio posso dunque affermare, che
mentre i congiunti degli altri banditi vennero uccisi, molestati, o
tratti in prigione, a nessuno de’ miei parenti fu recato alcun danno,
nè da’ miei nemici, nè dalla giustizia. Io solo fui il disgraziato e il
perseguitato, e ciò torna ad onore della mia famiglia!

Continuai ad accompagnarmi con Cambilargiu, ma l’uno ormai era di
peso all’altro. In lui l’invidia e il rancore per l’affetto che mi
addimostravano i Florinesi; in me il disgusto delle sue triste azioni,
che mi ripugnavano.

Ogniqualvolta si andava insieme ad Osilo, fermandoci negli ovili,
Cambilargiu domandava con insistenza una pecora od un capretto ai
poveri pastori; i quali glieli davano subito, perchè avevano di lui
una paura maledetta. Ma non basta: egli portava quel capretto o quella
pecora nelle aie dei ricchi possidenti, e là si mangiava tutti insieme,
me compreso.

Eseguita diverse volte questa vergognosa estorsione, un bel giorno io
dissi a Cambilargiu in uno di questi pranzi:

— Zio Pietro, vuoi che ti parli chiaro? Non mi piace questo tuo
sistema. Tu strappi con violenza un agnello ai poveri pastori che hanno
i figli scalzi, per darlo a mangiare ai ricchi che possiedono pecore ed
agnelli in abbondanza. Non trovo troppo lodevole le azioni tue!

Queste mie parole, pronunciate a tavola, alla presenza di tutti,
inasprirono Cambilargiu e i benestanti commensali. Essi me ne mossero
acerba lagnanza, ma io feci il sordo e non risposi.

Un altro giorno ci trovammo insieme nelle vicinanze di Osilo, dove la
sua burbanza raggiungeva il colmo. Mentre si chiacchierava in un’aia,
scappò di là la famosa cavalla che avevano preso ad Ossi, per far
dispetto al capitano dei barracelli. Cambilargiu pretendeva che andassi
io a rintracciarla.

— No, zio Pietro. Qui siamo nel territorio del tuo paese, e spetta a
tuo cognato riportare la cavalla. Io non manco di dartela insellata,
quando ti accompagno nelle terre di Florinas. Se tuo cognato non farà
il dover suo, aggiusterò io la faccenda!

E qui un altro vivo diverbio, che per fortuna fu sedato dai parenti, i
quali mi diedero ragione. Il cognato di Cambilargiu riportò la cavalla,
e la cosa passò liscia.

Poco tempo dopo, vennero rubate due bellissime cavalle dal villaggio
di Santo Lussurgiu: l’una appartenente a Francesco Beccu, l’altra di
proprietà di Andrea Sanna. Si sparse la voce che fossero in potere di
Cambilargiu e di Antonio Spano — ed era vero.

La cavalla del Sanna, posseduta dallo Spano, era morta; l’altra del
Beccu era quella che montava Cambilargiu, quando l’ebbi a compagno.

Non c’era verso ch’ei volesse restituirla; ed un bel giorno gli dissi a
denti stretti:

— Senti: qui si tratta della roba d’altri, nè io voglio essere complice
di furti, che detesto. Se tu non restituirai la cavalla al padrone, io
rinunzio al piacere d’esserti compagno. Separiamoci!

Cambilargiu si rassegnò a restituire la cavalla a Francesco Beccu,
ma pretese da lui dodici scudi, dicendo che ugual somma aveva egli
sborsato a chi gliela cedette.

Non era ancora trascorso un mese dalle dimostrazioni popolari ricevute
a Florinas, quando Cambilargiu, sempre diffidente perchè si sentiva
meno agile per l’età avanzata, prese a dirmi con bontà affettata:

— Con te, che mi sei figlio, non posso aver riguardi. Devo avvicinarmi
ad Osilo per affari urgenti. Quando avrai bisogno di me, fammi sapere
il luogo dell’appuntamento, e sarò sempre il tuo fido compagno.

Così dicendo, ci separammo. Parecchie volte lo invitai a venirmi a
trovare nell’ovile di mio cognato, ma con mia sorpresa egli non si
lasciò mai vedere. Era chiaro che la diffidenza lo aveva allontanato
dal territorio di Florinas, temendo che i miei compaesani gli
tendessero un’insidia.

Ma neppur io mi mossi per andarlo a trovare ad Osilo — nè più lo rividi.

Intanto, scaduto l’anno del barracellato di Florinas, venne fatto il
riparto della _raccolta_, e toccarono a ciascun barracello settanta
scudi di benefizio.

Quando ciò seppe Cambilargiu — quantunque neanche una volta avesse
prestato l’opera sua — mandò una lettera da Osilo a Don Ignazio Piras,
ricordandogli che anche lui era un barracello di Florinas, e pretendeva
la sua porzione. «Se non l’_intiero_ (egli scriveva). voglio almeno
_una parte_, perchè sono povero.»

Erano rimasti a fondo del Bilancio sei scudi, ed io consigliai di non
darglieli; ma Don Ignazio, temendo la ferocia di quell’uomo, glie li
mandò fino ad Osilo.

Continuai pertanto a interessarmi della barracelleria di Florinas,
sempre fiero di venir consultato dai barracelli, che in me riponevano
la loro fiducia.

Il capitano non dura in carica che un solo anno, e a Don Ignazio Piras
era succeduto Gavino Pintus, il padre di Maddalena Bua.

Nominato capitano dal consiglio comunale, quest’ultimo non aveva voluto
accettare; ed allora fu chiamato a Sassari dall’Intendente generale per
conoscere le ragioni del rifiuto.

— Non accetto la carica di capitano — rispose il Pintus — perchè per
contentare il paese dovrei ricorrere ai congiunti del bandito Giovanni
Tolu — e non so se vostra eccellenza vorrà autorizzarmi a simile
scelta!

L’Intendente gli disse:

— Va pure in paese, e nomina i barracelli che vuoi, purchè tu faccia il
capitano.

Tornato Pintus a Florinas, si affrettò a comunicarmi la risposta
dell’Intendente. Io lo persuasi a fare il capitano; ed egli chiamò a
far parte della compagnia i miei fratelli Peppe e Gio. Maria, nonchè
Giuseppe Rassu, il più savio di quella famiglia malnata.

Quantunque io più non appartenessi alla compagnia barracellare, si
volle ch’io fossi compreso nel riparto degli utili annuali. Mi si dava
la porzione, senza ch’io la chiedessi.

Durante questa barracelleria erasi verificata la mancanza di due
cavalle, per una delle quali fu inutile ogni ricerca. Trascorso
quasi l’anno, ricevetti una lettera da un amico, il quale m’informava
segretamente che la cavalla trovavasi a Mores. Egli mi sollecitava ad
adoperarmi per farla restituire ai barracelli, che l’avevano già pagata
al padrone.

Parlatone coll’ex capitano Pintus, questi mi consigliò di non
occuparmene.

— No — gli dissi — ci va dell’onore della compagnia, e farò il mio
dovere.

— Ebbene, se tu riescirai a ricuperarla, tienila per te!

Volli consultare i barracelli, i parenti e gli amici, e tutti si
dichiararono contenti che la cavalla fosse mia. Ritiratala facilmente
per mezzo di mio fratello, la tenni in stalla dall’ottobre al marzo,
senza servirmene.

Avendo veduto la cavalla, alcuni malevoli misero in giro la voce che
non era quella di Florinas, ma bensì un’altra rubata in Campidano dalla
combricola del bandito Bìcchiri.

La cavalla, infatti, non era quella di Florinas; ma io feci rispondere
ai maldicenti, ch’ero pronto a restituirla al padrone, se me lo
avessero indicato.

Un assessore comunale osò avvertirmi:

— Bada, Giovanni; non lasciar montare la cavalla da’ tuoi fratelli,
poichè verrebbero arrestati e messi in carcere.

Io risposi di mala grazia:

— Senta: la cavalla che ho in istalla non è quella di Florinas.
Se conoscessi il padrone vorrei intendermela con lui, poichè l’ho
ingrassata a mie spese. Io però la prevengo, che chiunque osasse
toccarmela — sia sindaco, brigadiere, o demonio — ci rimetterà la vita!

Nessuno mai venne a reclamare la cavalla. La tenni per un po’ di tempo,
finchè la vendetti nella Nurra, dichiarando che avrei risarcito il
padrone, se si fosse a me presentato[47].

                                   *
                                  * *

Non avevo più riveduto Pietro Cambilargiu. Un giorno Don Ignazio Piras
mi disse in confidenza, che il bandito osilese gli aveva mandato una
lettera, chiedendogli con minaccie danaro.

— Che debbo fare?

— Non gli dia nulla.

— Uno è dirlo, l’altro è farlo. Tu sai ch’io vado spesso in campagna...

— Si affidi a me. Ci penserò io!

E infatti mandai a dire al mio antico compagno, che si guardasse bene
dall’avvicinarsi al mio paese; poichè era un’azione indegna quella di
estorcere danaro a persone, che aveva conosciuto per mio mezzo. Lui era
stato educato nell’ergastolo di Villafranca, e voleva fare il brigante
alla continentale — io invece preferiva fare il bandito alla sarda!

Non ebbi più notizia di lui, fino al giorno della sua morte, che
narrerò brevemente.

Separatosi da me, Pietro Cambilargiu sentì il bisogno di aver nuovi
compagni. Egli si accorgeva di essere diventato un po’ sordo e di vista
debole.

Si era prima provato ad andar solo; in seguito ebbe a compagni
i banditi Depalmas e Salvatore Fresu, dai quali si separava con
frequenza, essendo anch’essi di età matura e poco agili. A quel tempo
Cambilargiu, quando a notte oscura usciva da un ovile, aveva bisogno
di venir accompagnato fino a un luogo di rifugio da persona fida, e
così pure i suoi nuovi amici Depalmas e Fresu. Condizione miseranda dei
banditi, quando diventano vecchi!

Intanto il Governo, per potersi impadronire del famoso bandito osilese,
aveva ricorso al maresciallo Scaniglia, il quale si era assunto
l’impegno di consegnarlo, vivo o morto, e con qualunque mezzo, nelle
mani della giustizia.

Lo Scaniglia, alla sua volta, aveva ricorso ad alcune spie; e, fra
gli altri, era riuscito a raggirare Luigi Marceddu, lontano nipote
di Cambilargiu. Costui, già proprietario pastore, era allora sotto
una penale di 70 rasieri di grano, dovuto per contravvenzione nella
_viddazzone_ di Sennori.

Il maresciallo Scaniglia, non solo lo fece assolvere dalla penale, ma
gli donò ottanta marenghi, a condizione che si adoperasse per dargli in
mano, vivo o morto, lo zio Pietro Cambilargiu.

Trovandosi Luigi Marceddu nella vallata di _Logulentu_, in compagnia
di Cambilargiu (che si fidava del nipote) riuscì ad ucciderlo.
Datone subito avviso al maresciallo, questi accorse sul luogo con
altri cinque carabinieri — e crivellarono di palle il cadavere del
bandito..... forse per allontanare i sospetti da una spia, sì abilmente
guadagnata[48].

In tutta la provincia, e specialmente a Sassari, la notizia della morte
di Pietro Cambilargiu fu accolta con vera gioia, e quasi con feste.

Non tardò il congiunto Marceddu a ricevere la paga del suo nero
tradimento. Egli venne ucciso da un mugnaio — da certo Giomaria Ibba —
ch’ebbi più tardi a compagno, e di cui parlerò a suo luogo.




CAPITOLO XX.

Ancora Antonio Spano.


Appena ucciso il negoziante sassarese Dionisio, il bandito Antonio
Spano e i suoi amici si erano dati a spargere la voce che l’uccisore
ero stato io.

A Sassari si trovava in quel tempo l’avvocato Todde, cagliaritano,
professore all’università. Spinto dalla curiosità di vedermi da
vicino, gli fui presentato in campagna, col pretesto d’una partita di
caccia; ed egli si mosse a pietà delle mie sventure. Volle conferire
con alcuni magistrati, e fu riconosciuta la necessità di chiamarmi con
salvacondotto, per interrogarmi sull’uccisione di Dionisio, sperando di
attingere nuovi schiarimenti.

Il prof. Todde, d’animo nobile e generoso, aveva preso impegno di
farmi abboccare coi giudici, unicamente per mettere in chiaro la mia
innocenza, smentendo le dicerie che correvano sul mio conto.

Consultatomi coll’avv. Piras, accettai il salvacondotto.

Il convegno mi fu dato in casa di Don Ignazio Piras, a Florinas,
dove si recarono colla _diligenza_ il giudice istruttore Murgia, il
procuratore del re Costa ed un segretario. Furono tutti trattati con
vero sfarzo in casa Piras; basti il dire, che nel pranzo offerto agli
ospiti vennero presentati a tavola venti _piatti caldi_.

Comparso dinanzi a questi signori, il giudice Murgia chiese a Don
Ignazio un libro di Evangeli per sottopormi al giuramento.

— Non importa — dissi — ho in tasca l’ufficio della Beata Vergine, che
pur contiene alcuni brani del Vangelo. D’altra parte credo inutile ogni
giuramento, perchè io deporrò il vero, secondo coscienza.

— Che cosa sai dell’uccisione di Giovanni Antonio Matti, detto Dionisio?

— So abbastanza. Mi trovavo di passaggio in un ovile della Nurra,
dov’era una serva sassarese. Costei, giorni prima, era stata citata a
Sassari come teste nella causa Dionisio. Ritornata all’ovile, le chiesi
per curiosità notizie del processo; ed ella mi disse, che le avevano
imprigionato il genero, per aver prestato ad Antonio Spano le sue vesti
da muratore, colle quali si era mascherato per uccidere più facilmente
Gio. Antonio Dionisio...

— Ed altro non sai? — mi chiese il giudice Murgia, alquanto sorpreso.

— Non c’è da saper altro. Il bandito Spano ha ucciso il signor
Dionisio, per vendicare l’insulto fatto al proprio fratello!

Mi furono fatte diverse altre domande, che forse avevano rapporto con
qualche processo in corso od in vista. I giudici vanno sempre in cerca
di nuovi fili, ma non sempre la loro tela è ben tessuta. Ond’è che
questa (come lessi in un libro) rassomiglia ben sovente a quella dei
ragni: prende i moscerini, ma lascia scappare i mosconi!

Prima di licenziarmi, il procuratore del re Costa mi chiese scherzando:

— Hai tu fiducia nei salvacondotti?

— E perchè no? Io credo che il Governo abbia il dovere di essere leale!

Confesso, nondimeno, che, prima di mettermi in viaggio per Florinas,
avevo fatto vedere il salvacondotto ad una persona di fiducia — a don
Luigi Nurra, fisco a Cagliari, e genero del generale Grondona di Tiesi,
che si era ritirato a Cargeghe. Le precauzioni non sono mai troppe!

Fu questo il mio primo salvacondotto; in seguito n’ebbi altri, come
dirò a suo tempo.

                                   *
                                  * *

Ho già parlato di uno zio di Antonio Spano, a cui io e Cambilargiu
tentammo un giorno di rubare una cavalla, in odio al nipote. Parlerò
ora di un altro suo zio, Luigi Mudadu, già laborioso ed onesto, ma
divenuto in seguito sicario, perchè unitosi al nipote.

Un giorno, a Tissi, era avvenuta una grassazione a danno di un certo
Sebastiano Selis e di sua moglie Rosalia Figos; i quali erano stati
assaliti nella propria casa, e derubati di molto danaro e di molta
biancheria. Denunziati i malandrini al tribunale, nessuno venne
molestato, per mancanza di prove. Non mancò tuttavia chi risentì
danno da questa denunzia, e pensò alla vendetta. Il mandato di sangue
fu affidato a Luigi Mudadu, il quale, per danaro, tolse dal mondo
Sebastiano Selis.

Un altro giorno Antonio Spano, insieme a Cambilargiu e ad altri quattro
compagni, si recarono alla _Nurra_ per dar l’assalto al noto sicario
Francesco S*, nell’ovile di _Rumanedda_. Quantunque colpito da molte
palle, il Francesco fu trasportato ad Ossi, e non tardò a guarire.

Non passò gran tempo, che Antonio Spano, col concorso di altri
sei complici, ritentò il colpo su Francesco S*, assalendolo nella
propria abitazione, ad Ossi. Le grida della sorella di costui diedero
l’allarme, e gli assalitori dovettero rinunziare all’impresa.

Ai menzionati delitti, col braccio o col consiglio, non fu estraneo
Luigi Mudadu.

I due ribaldi, zio e nipote, continuarono senza tregua nella via del
misfatto, eccitati più dall’ingordigia del danaro, che dalla voce
dell’odio e della vendetta. Non li seguirò nelle loro scorrerie. Dirò
solo, che l’ora della condanna era suonata per entrambi.

Antonio Spano, imprudentemente, aveva minacciato un giovane d’Ossi,
prevenendolo che lo avrebbe ucciso. Costui andò a consultarsi con altro
bandito compaesano, certo Andrea Sanna, che gli era amico.

Fu concertato, che entrambi si sarebbero appostati sotto una roccia,
per spiare lo Spano, che con frequenza soleva recarsi a Muros.

— Se ci verrà incontro in campagna, noi lo uccideremo — aveva detto
Sanna — se invece entrerà nel villaggio, lo faremo arrestare, perchè ci
è nota la casa del suo rifugio.

Sull’imbrunire, non visti, essi scorsero Antonio Spano che prendeva il
cammino di Muros.

Il bandito Sanna si fermò in campagna per assicurarsi che lo Spano non
uscisse dal paese; il giovane invece andò di corsa a Sassari per dare
avviso all’arma dei carabinieri.

Verso l’alba alcuni carabinieri giunsero a Muros travestiti da
_stacciai_, e si aggirarono per il paese, fingendo vendere la loro
mercanzia.

Si presentarono alla casa, in cui si supponeva fosse nascosto il
bandito Antonio Spano, e si trattennero a lungo dinanzi alla porta,
contrattando colle donne la vendita degli stacci, in attesa di altri
sei carabinieri a cavallo, partiti da Sassari un’ora dopo, come
d’intelligenza.

Come si accorsero che i compagni entravano in paese, i due stacciai si
slanciarono di scatto nella stanza vicina, puntando le pistole al petto
del bandito, che non ebbe il tempo di mettersi in guardia.

— Siamo carabinieri! Ti arrendi, o Antonio Spano?

Colto all’improvviso, quell’imbecille fissò come istupidito i due
armati, e non ebbe il coraggio di far resistenza. Le due bocche delle
pistole, rivolte contro al suo petto, lo impressionarono. Ebbe paura...
e fu vile! Al suo posto io avrei lottato fino a farmi uccidere. Una
palla di piombo è sempre la benvenuta, quando ci salva dalla forca!

Antonio Spano cedette le armi ai due stacciai, ed abbassò il capo con
rassegnazione, mormorando a fior di labbro:

— Mi arrendo!

Fu ammanettato e tradotto alle carceri di Sassari.

Poco tempo dopo venne pur tratto in arresto lo zio, Luigi Mudadu,
l’uccisore di Sebastiano Selis.

Il dibattimento dei due banditi ebbe luogo a Cagliari, e furono
entrambi condannati alla morte.

Ordinata la traduzione a Sassari per esservi impiccati, i due
prigionieri si posero in cammino a piedi, scortati da molti carabinieri
a cavallo.

Strada facendo essi si misero d’accordo; e riuscirono a comprare alcune
scatole di zolfanelli, che tennero per più ore in infusione in un
fiaschetto d’acqua. Approfittando di una sosta lungo il cammino, i due
congiunti trangugiarono arditamente la bevanda, e si avvelenarono. Il
nipote, di complessione piuttosto delicata, morì lo stesso giorno; lo
zio, più robusto, sorvisse ancora tre giorni.

Ed ecco la fine di Pietro Cambilargiu e di Antonio Spano, i due più
efferati banditi del Logudoro, ch’ebbi a compagni per un po’ di tempo.
Il primo morì assassinato da un parente traditore; il secondo si salvò
dalla forca col veleno!


  FINE DEL PRIMO VOLUME




INDICE

DEL PRIMO VOLUME


  AI LETTORI (_Storia della Storia_)             Pag.  5
  Sui banditi del Logudoro (_Pagine storiche_)    »   11

  PARTE PRIMA

  PRIMA DELLA COLPA.

  CAP. I. Infanzia e prima giovinezza             »   59
   »   II. In cerca d’una moglie                  »   71
   »   III. Alla festa di Mara                    »   78
   »   IV. Ritorno dalla festa                    »   89
   »   V. Fattucchierie                           »   96
   »   VI. Convegni amorosi                       »  101
   »   VII. Sponsali e luna di miele              »  108
   »   VIII. Prime nubi                           »  116
   »   IX. Tentativi di pace                      »  127
   »   X. L’attentato                             »  138

  PARTE SECONDA

  IL BANDITO DI FLORINAS.

  Cap. I. Si torna agli esorcismi                 »  147
   »   II. In casa di prete Pittui                »  158
   »   III. La famiglia Rassu                     »  167
   »   IV. Si apre la campagna                    »  179
   »   V. Chi nasce e chi muore                   »  193
   »   VI. Duello a morte                         »  203
   »   VII. Gli ultimi Rassu                      »  217
   »   VIII. Agostino Alvau                       »  224
   »   IX. Il bandito Derudas                     »  235
   »   X. Giusta pena e pena ingiusta             »  243
   »   XI. La penna vale il fucile                »  251
   »   XII. Cambilargiu, Spano, Fresu             »  260
   »   XIII. I quattro banditi                    »  274
   »   XIV. In bocca al lupo                      »  286
   »   XV. A Monte Fenosu                         »  299
   »   XVI. Questua per un fucile                 »  312
   »   XVII. Ricettatori                          »  317
   »   XVIII. Barracellato di Florinas            »  323
   »   XIX. Ancora Cambilargiu                    »  334
   »   XX. Ancora Antonio Spano                   »  344




INDICE DELLE VIGNETTE


  VOLUME PRIMO

  RITRATTO DI GIOVANNI TOLU (frontispizio).
  Lettera iniziale allegorica _al banditismo_     Pag.     13
  Testata allegorica sui personaggi della storia   »   59 147
  Moglie tentatrice, e il villaggio di Florinas    »       69
  Gli sposi uscenti dalla chiesa                   »      109
  Attentato contro il prete Pittui                 »      140
  Il bandito dal Rettore di Dualchi                »      155
  Uccisione di Francesco Rassu                     »      215
  Il salto dalla roccia di _Monte Fenosu_          »      307




NOTE:


[1] Giovanni Tolu, fatalmente, morì a Portotorres, di carbonchio, nel
pomeriggio dei 4 luglio 1896 — circa un mese dopo che avevo consegnato
il mio manoscritto all’Editore Dessì. A proposito della sua morte il
lettore troverà un’appendice in fondo a questo libro.

[2] È ancor viva nel popolo la famosa carestia nel 1780, che provocò da
per tutto disordini, specialmente a Sassari.

[3] Nella famiglia di Giovanni Tolu furono comunissimi i parti doppi.
Anche la figlia del bandito n’ebbe parecchi.

[4] Florinas, a 15 Chilometri da Sassari, è un ameno paesello di circa
2200 abitanti. Dicesi costrutto sulle rovine di _Figulina_, oppido
romano. Posto in altura, sopra un gruppo di pittoresche colline, vi
si gode di un orizzonte vastissimo. Gli abitanti, industriosi, attivi,
intelligenti, sono per la maggior parte dediti all’agricoltura. Questo
comune, uno dei più lindi dell’isola, ha fatto notevoli progressi
in questi ultimi tempi. Dal 1849 ed oggi il suo piano topografico
si è quasi trasformato, poichè molte case furono demolite per la
sistemazione delle vie e delle piazzette, che vi sono spaziose,
arieggiate, pulitissime.

[5] Non so a quali malifizî qui accenni il Tolu. Certo è, che prima del
1848 (ed anche dopo!) il volgo si lasciava trascinare a superstiziose
credenze, alimentate dall’ignoranza o dalla furberia di chi aveva il
dovere di combatterle.

[6] Giovanni Tolu mi citava assai spesso i personaggi della Storia
sacra e quelli dei _Reali di Francia_ — letture sue predilette, dopo
che fu bandito, come vedremo in seguito.

[7] Era questa l’abituale espressione dell’ex bandito. Per _mia
opinione_ egli intendeva dir tutto: il _mio parere_, il _mio
desiderio_, la _mia volontà_, il _mio intendimento_, la _mia
decisione_, ecc. ecc.

[8] La chiesa di _Bonuighinu_ (Buon vicino) è sacra alla Vergine
addolorata. Ha un bell’atrio quadrato, ed è costrutta su di un monte
conico di difficile accesso, circondato da foreste, con ruderi di
mura antiche, di una torre, e di due cisterne appartenenti al famoso
castello omonimo, pur detto di _Bonvhei_. Questo castello, eretto dai
Doria, fu da questi venduto a Mariano di Arborea; il quale, dopo averlo
ceduto nel 1355 al re di Aragona, lo riebbe nel 1364. Tornò in seguito,
nel 1388, agli aragonesi, e poi di nuovo ai Doria nel 1436.

La festa di N. S. di _Bonuighinu_, con fiera, ha luogo nella terza
domenica di settembre, e vi accorre molta gente da ogni parte
dell’isola, sebbene in minor numero e con minor entusiasmo di quella
che vi accorreva prima del 1850.

[9] Noti il lettore questo curioso amor proprio rusticano. La povertà
era ritenuta un’umiliazione, anche dalla classe dei contadini!

Ha dell’incredibile la felice memoria di Giovanni Tolu sui fatti
accaduti da oltre quarant’anni! Egli mi narrò molti altri particolari,
che ho taciuto perchè insignificanti. Ripeto che l’ex bandito fu
scrupolosissimo nella sua narrazione, nè accennò mai a fatti, senza
declinare nomi di persone e di località.

[10] Ricordi il lettore, che io riporto fedelmente, quasi parola per
parola, la narrazione dell’ex bandito. Parrà certamente incredibile,
che un uomo come Giovanni Tolu, assennato, pieno di buon senso, e d’una
istruzione non comune, potesse prestar fede alle _legature_ e ad altre
simili fandonie. Eppure è così! Era una sua debolezza a molti ignota,
e appena sfiorata nel processo svolto nelle Assise di Frosinone. Il
Tolu mi parlava delle _fattucchierie_ con profonda convinzione, e si
mostrava offeso ogni qualvolta io le metteva in dubbio od in ridicolo.
Rileverà il lettore, andando innanzi nella narrazione, altre stranezze
dello stesso genere, ch’io riporterò fedelmente, senza commenti.

[11] Non dovremo noi scusare la superstizione di Giovanni Tolu, quando
la vediamo condivisa, o alimentata da sacerdoti così credenzoni? Poveri
paesi, e poveri tempi!

[12] Una volta per sempre devo dichiarare, che io riporto fedelmente la
narrazione dell’ex bandito, e che non aggiungo una parola ai dialoghi,
che sono tutti tuoi. Ripeto che non volli alterare l’originalità delle
scene rusticane con slanci di rettorica convenzionale.

[13] Forse l’avv. Racca, reggente allora l’intendenza Generale, dopo
la partenza di De Monale. Il Racca fu Intendente di Alghero nel 1855, e
Vice Governatore di Sassari dal 1859 al 1862.

Erano tempi d’inimicizie e di fucilate, e le Autorità cercavano
ogni mezzo per togliere il pretesto ai sanguinosi conflitti, allora
frequentissimi.

[14] Specie di guardaboschi. Si era da un solo anno sotto la
Costituzione, ma pare si continuasse a governare coll’autoritarismo del
regime assoluto!

[15] Lungo questa scarpa fu di recente costruito un parapetto.

[16] Recipiente di forma cilindrica, intessuta di canne, per custodirvi
il grano quando si ritira dall’aia.

[17] Era allora Luogotenente, non Maggiore di piazza.

[18] Pare che i preti e i frati d’allora attingessero la potenza
dell’esorcismo alle illecite relazioni. È cosa che io ignoravo fino ad
oggi!

[19] Giovanni Tolu chiamava _Perpetue_ tutte le serve dei preti.

[20] Lo ripeto. Dovremo noi ridere della superstizione di Tolu, quando
la vediamo incoraggiata in siffatta guisa da preti così ignoranti, o
così furbi? Rimando il lettore alla nota apposta appiè della pagina 99.

[21] Lascio a Giovanni Tolu tutta la responsabilità delle _biografie_
contenute nella presente storia. Per quanto scrupoloso e veritiero egli
fosse, noi dobbiamo pure ammettere che qualche volta l’ex bandito avrà
giudicato gli uomini attraverso la lente del propri odî o delle proprie
simpatie. D’altra parte il lettore non deve mai dimenticare il tempo in
cui i nostri fatti accadono!

[22] Badi il lettore che io riporto fedelmente, senza rispondere dei
giudizi e delle asserzioni di Giovanni Tolu.

[23] Fra Tolu e i Dore pare vi fosse ruggine antica. Vi ha un processo
contro Tolu per _insulti_ fatti a Giuseppe Dore mediante arma da fuoco,
il 1. Giugno 1850 (era ammogliato da un mese e mezzo). — Gio. Tolu non
me ne parlò; e forse l’accusa gli venne dal prete, indispettito per il
matrimonio della sua servetta.

[24] Narro il fatto colle precise parole del bandito, che non aggiunse
altro. Era facile intendere, com’egli avesse preso di mira il suo
nemico, fingendo far fuoco al par degli altri in direzione della
costiera. Fu questo il primo uomo ucciso da Giovanni Tolu.

Quest’omicidio fu commesso il 19 maggio 1851, come risulta dal processo
indiziario, che fu istruito a carico di Tolu.

[25] La fede nei sogni era un’altra superstizione del Tolu.

[26] Il ferimento avvenne il 19 aprile 1851. I sospetti caddero su
Tolu, come mi risulta da un processo; però, con ordinanza del 17
dicembre 1852 fu dichiarato _non farsi luogo a procedere_. Sapremo più
tardi la verità!

[27] Pare che questa punizione fosse adottata nella sola Diocesi di
Sassari.

[28] Morì a Sassari il 21 agosto 1851, in età di 56 anni.

[29] Il Tolu leggeva spesso i _Reali di Francia_, come vedremo in
seguito.

[30] Francesco Rassu fu ucciso il 4 gennaio 1853. Aveva 39 anni, come
rilevai dai registri parrocchiali di Florinas.

[31] Salvatore Rassu venne ucciso il 23 settembre 1854. Tolu mi fece
comprendere di averlo ucciso lui, quantunque non si fosse istruito
alcun processo, e molti ne dubitassero.

[32] Altri disse, che una donna, complice del progettato assassinio,
a un certo punto si era alzata dal tavolo per aggiustare il lucignolo
di una lucerna, impedendo così all’Alvau di vedere Antonio Sento che
armava il grilletto. Credo più veridica la versione del Tolu, che
l’apprese della bocca degli stessi aggressori.

[33] Il cadavere di Alvau fu portato sulle fascine a Sassari; venne
subito esposto fuori Porta Sant’Antonio, e l’indomani in Piazza
Castello.

[34] Non era certamente il diavolo, ma era il dolore e l’onta per la
condanna infamante, che avevano fulminato quel poveretto. Valga anche
questo fatto per farci deplorare le pratiche edificanti di quei tempi!

[35] Questa raffinatezza di ghiottoneria, inferocendo sulle povere
bestie, farà arricciare il naso alla società protettrice degli animali,
per i quali i pastori non nutrono certo la tenerezza dei cittadini
civili. Questi, nondimeno, non cessano dal lagnarsi quando le carni non
sono saporite!

[36] Siamo giusti. Se la denuncia all’autorità giudiziaria fosse stata
fatta da altri in odio a Tolu, non so se costui l’avrebbe trovata
encomiabile!

[37] _Mancamento_ dicesi in sardo il bestiame mancante, denunziato ai
barracelli dai proprietari.

[38] Noti il lettore il prestigio che esercitavano i banditi sui
pastori, e lo studio di questi per ingraziarseli.

[39] Avrà notato il lettore i buoni accordi che correvano fra banditi e
barracelli. Gli uni servivano gli altri.

[40] Il fatto avvenne il 16 Settembre 1852. Fu ferito con arma da fuoco
il brigadiere del cavalleggieri Giuseppe Andorno. Vi ha processo;
ma con ordinanza del 30 dicembre si dichiarò _non farsi luogo a
procedimento_.

[41] Riassumo dagli atti del processo i fatti, secondo la relazione dei
carabinieri e dei due contadini presenti.

«Il maresciallo dei cavalleggieri Teodoro Prelato, della stazione di
Osilo, informato che Cambilargiu vagava nei dintorni, e specialmente a
Nuzzi, il 10 giugno 1853 capitò nella vigna del medico Giorgio Vacca
(figlio della vedova Chessa) insieme al brigadiere Gio. Leoni ed ai
cavalleggieri Angelo Coas, Paolo Achenza, Giuseppe Dasara e Giuseppe
Sassu. Entrarono nella casa rustica, dove subito accorsero i contadini
Antonio e Francesco Vacca (fratelli del medico) che lavoravano nella
vigna.

Il cavalleggiero Dasara aveva scaricato poco prima la canna del fucile,
che teneva per dubbia. (Era questo lo sparo avvertito in precedenza dai
due banditi).

Il maresciallo, udendo abbaiare il cane ed aprirsi il cancello,
(distante dalla casa un 27 passi) era uscito fuori, seguito da
Francesco Vacca, ed aveva riconosciuto, in uno dei due che entravano,
Pietro Cambilargiu.

— Sei barracello, forse? — gli gridò.

— E tu sei maresciallo?

— Sì, lo sono!

— Vieni, cane, che ti metto la medaglia d’oro!

La lotta si era impegnata fra i due, che si fecero fuoco a vicenda.
Il maresciallo ebbe spezzato da una palla il calcio della pistola.
(Nessuno conosceva Tolu di persona.)

Corso il maresciallo dietro la casa per ricaricare l’arma, aveva
gridato ai compagni: — Coraggio, c’è Cambilargiu!

Fu allora che i banditi uscirono prestamente dal cancello, lo
rinchiusero, e vi appoggiarono un grosso sasso. Di là fecero due spari
ed uccisero il cavalleggiere Sassu (con cinque ferite).

Fatti gli spari, i cavalleggieri corsero al cancello, ma non potendolo
aprire, saltarono dall’alta siepe. I banditi si erano dileguati nè
poterono inseguirli, poichè dinanzi alla vigna vi erano tre viottole,
nè sapevano quale avessero presa.

Uno dei contadini disse, che Tolu fu ferito ad un dito ed ebbe spezzata
la bacchetta del fucile.

Tolu niega che avessero messo il sasso dinanzi al cancello.

[42] Vi ha processo per l’omicidio del carabiniere Antonio Rebichesu di
Sassari, in atto di ribellione e resistenza; più per ferimento di altri
due carabinieri, Antonio Contu e Francesco Sperone, mediante sparo.
Si allude forse al carabiniere ferito accidentalmente al labbro dal
maresciallo, ed a qualche altro colpito dal Tolu coi due spari fatti.
Come mai costui, scaricando le due canne del fucile, poteva colpire
tre persone in tre tempi diversi? C’è imbroglio nel processo; ed è
forse perciò che si tacque di esso, mentre si portò alle Assise il
solo scontro di _Nuzzi_, avvenuto due giorni prima di quello di _Monte
Fenosu_.

[43] Riporto le credenze di Tolu, senza commenti.

[44] Anche gli Arcivescovi avevano paura dei banditi e cercavano di
amicarseli!

[45] L’anno del barracellato comincia coll’agosto, e termina collo
stesso mese dell’anno susseguente.

[46] La narrazione di Tolu, a proposito dei barracelli non deve
sorprendere il lettore, poichè è un fatto che si verifica con molta
frequenza. Certi latitanti (parrà strano!) erano, e sono tuttora
ritenuti come una garanzia per le compagnie barracellari.

E fu così in ogni tempo. Il 6 dicembre 1730 (per citare un esempio)
il Vicerè scriveva al Governatore di Sassari, autorizzandolo alla
nomina di Francesco Farru a capitano della Compagnia, colla condizione
imposta, di accettare i barracelli scelti da costui. Il Vicerè notava
solo, che essendovi fra essi alcuni _reos de delictos_, non era bene
accoglierli in un Corpo incaricato dell’estirpazione dei malandrini.
— Eppure si doveva chiudere un occhio, e accettare i ladri per
scongiurare i furti!

Della compagnie barracellarie si hanno nozioni fin dal tempo dei
Giudici (nei secoli XII e XIII). Esse vennero stabilite in ciascun
villaggio coll’obbligo di ricompensare, mediante retribuzione,
qualunque danno sopportato nelle proprietà. Fu questa una delle ottime
istituzioni sarde, conservate fino ad oggi, con qualche modificazione.
Dopo il 1848 divennero _volontarie_, ed oggi sono rette dalla legge 22
maggio 1853.

[47] Lo scambio delle due cavalle è un fatto misterioso; ma non
posso fornire maggiori schiarimenti, poichè Tolu non me ne diede.
Valga questa nota per altri punti un po’ oscuri della narrazione.
L’ex bandito s’imbronciava quando io l’interrompevo per chiedere
spiegazioni. Egli mi diceva secco:

— Scriva quanto le dico. Gli _interessati_ mi comprenderanno!

Era un uomo singolare, un po’ testardo, e non bisognava insistere.

[48] Fu ucciso nel pomeriggio del 23 giugno 1856 (vigilia di San
Giovanni). L’indomani il municipio di Sassari fece un rapporto al
Ministero, annunciando la morte di Cambilargiu, (_pernicioso anche
col solo prestigio del nome_) ucciso da pochi carabinieri dopo _viva
resistenza_. I cinque carabinieri, oltre lo Scaniglia, furono: Usai,
Vargiu, Porqueddu, Pugioni e Catte.





Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.