Skip to content
Project Gutenberg

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8 : $b dal secolo V al XVI

Gregorovius, Ferdinand

2025itGutenberg #76473Original source
STORIA
                          DELLA CITTÀ DI ROMA
                             NEL MEDIO EVO

                          DAL SECOLO V AL XVI


                       DI FERDINANDO GREGOROVIUS.

                                VOL. I.



                           VENEZIA E TORINO,
                   G. ANTONELLI E L. BASADONNA EDIT.
                              M DCCC LXVI.




                        PRIMA VERSIONE ITALIANA

                           DI RENATO MANZATO.

                        (PROPRIETÀ LETTERARIA.)




AL LETTORE.


Esce finalmente alla luce questo volume, al quale intendiamo che
debbano seguire gli altri quanto più presto ci possano consentire
l’accuratezza della versione e la diligenza della stampa. Le cure in
fatti che il traduttore e noi stessi abbiamo spese intorno a questo
lavoro, erano domandate e dal pregio del libro e dalla generosità
dell’autore, il quale non solamente ci accordò l’esclusivo diritto
di publicare nella nostra lingua l’opera sua, ma ci fornì tutte
quelle correzioni ed aggiunte ch’egli aveva già apparecchiate per
una nuova edizione della sua storia; autorizzandoci eziandio a
dichiararlo, affinchè per parte sua nulla manchi al merito di questa
nostra publicazione. Noi gliene siamo riconoscenti; ma ci sentiamo in
dovere di attendere con ogni studio perchè e la versione e la stampa
corrispondano quanto più e quanto meglio per noi si possa al valore
dell’opera originale.

                                                           L’EDITORE.




AVVERTIMENTO DELL’AUTORE PER QUESTA EDIZIONE.


La storia civile dell’alma Città di Roma nel medio evo, è rimasta,
come san tutti, oscura e trascurata di molto; eppure, per la sua
importanza, dovrebbe essere oggetto delle più sollecite investigazioni
della scienza storica. L’immenso lavoro, mediante il quale l’antica
civiltà trasformossi e sorse la nuova, non potrebbe intendersi appieno
senza conoscere parimente la storia della caduta e del risorgimento di
Roma, metropoli del Cristianesimo e primo centro della nuova civiltà
latino-germanica.

Ben si comprende che la storia di Roma in questo lungo periodo non può
essere circoscritta al municipio solo, cioè al solo cerchio delle mura
Aureliane; giacchè, sotto qualanque rispetto si voglia considerare,
la storia di Roma collegasi a quella di tutta l’umanità. Tre diritti
meravigliosamente tenaci la governarono nel medio evo: l’antichissimo
diritto municipale, ossia della romana republica, che i Romani anche
nel medio evo mantennero con orgoglio e con fermezza, protestando
ch’era l’eredità dei loro grandi avi; la monarchia romana, diritto
d’origine posteriore, che i re di stirpe germanica sostennero devoluto
loro dai Cesari antichi loro predecessori; finalmente il supremo
dominio della Chiesa romana, diritto che si stabilì dopo il tempo di
Carlo Magno e derivò da ragioni teocratiche e da libere donazioni,
per mezzo del quale i pontefici combatterono e vinsero infine i loro
competitori, trasformando Roma divenuta col progresso dei secoli loro
pacifica sede, e facendole subire un’altra e splendida metamorfosi
monumentale.

Ora codesti diritti, nati nella stessa Città, collidendosi tra loro
in lunghe e tremende contese, produssero effetti di gran momento
nella storia d’Europa. Nella Città eterna questi diritti perdurarono
quasi dogmi di modo che, per iscoprire le cause profonde delle più
importanti quistioni del nostro tempo, è necessario ricorrere al medio
evo di Roma, il quale nei suoi diversi periodi spiega lucidamente
la non interrotta legge della causalità, irresistibile forza nella
storia dei popoli. E veramente nei bassi tempi la vita dell’alma Città
è un aggirarsi continuo intorno ai tre principî medesimi: spettacolo
stupendo, nè altrove mai più veduto, e che rende la storia di Roma la
più sublime tragedia dell’umanità.

Son queste le norme delle quali mi valsi come d’un filo, che nel vasto
labirinto assicurasse i passi dubbiosi. Il resto, ed è quanto! rimane
enimma inscrutabile e mistero profondo! Chi mai potrebbe togliere il
velo alla venerabile fronte del genio di Roma, che sui marmi rovesciati
della monarchia romana si asside, e per forza ideale impera di
nuovo dalle squallenti ruine, con uno splendore forse più vivo ancor
dell’antico?

L’impresa a cui m’accinsi è arditissima, nè deve parerlo meno a chi
sappia ch’io da molti anni dimoro in Roma, e che non v’è pagina in
questa storia che non sia scritta dinanzi ai monumenti, sopra le
pergamene e nelle biblioteche di Roma. Nulla dirò del materiale
storico: inesauribile per l’una parte, lascia per l’altra interi
periodi oscurissimi, a causa d’una mancanza quasi assoluta di documenti
contemporanei; sicchè lo stendere una storia civile del medio evo di
Roma, compiuta in ogni sua parte, non sarà possibile mai.

Però, senza darmi vanto delle tante difficoltà che ingombravano il
mio cammino, scrissi gli annali di Roma nel medio evo; con lunghi
studî e con indagini faticose apparecchiando un’opera molto difettosa
a dir vero, ma che, in seguito ai pochi e ristretti saggi di cui si
parlerà nelle note, è almeno il primo tentativo d’una accurata storia
civile di quei secoli importantissimi, attinta, per quanto mi fu
lecito, alle fonti originali e illustrata a lume di critica. L’amore
di Roma mi spinse a scrivere, mi confortò l’amor della patria; poichè
queste istorie hanno un nazionale interesse anche per la mia patria.
Il nome di Roma gloriosamente risuona negli annali germanici, in ogni
pagina dei quali si trova scritto, durante l’êra di mezzo, a cagione
dell’impero romano-germanico: e parimenti, per altrettanti secoli, il
nome della Germania risuona in tutte le pagine delle storie italiane.
Roma e l’Italia son sacre adunque a quanti Alemanni ricordano quel
grande legame storico che strinse nel medio evo le due nazioni. Legame
fu questo d’intellettuale necessità, per guerre ed odî, per rovine
ed errori sovente assai doloroso, ma nondimeno fecondo di civiltà:
opera imperitura dei secoli, che non può rinnegarsi per contrarietà
di fortuna, e che oggidì viene disconosciuta solamente da quelli che,
preoccupati lo spirito, si scordano che il passato si regolò con leggi
sue proprie, ed ebbe concetti e bisogni diversi da quelli della nostra
più avanzata e più libera età. Certamente, se fosse degna di qualche
lode quest’opera, non potrei desiderarne altra più bella che questa:
d’aver saputo, cioè, per quanto poco valga il mio stile, rendermi in
qualche modo l’interprete del genio civilizzatore ch’ebbe sì grande
influenza nella storia dei due paesi, che sono le più illustri province
nell’impero della civiltà umana.

Io mi professo poi sommamente obbligato dei solleciti ajuti che tanti
dotti italiani mi porsero dovunque ho fatto alcuna ricerca a vantaggio
di questa storia. Scorrendo da molti anni le città dell’Italia,
incontrai dappertutto le più squisite accoglienze. E sarei già troppo
lungo se volessi nominar soltanto coloro che a Roma, nelle private
o publiche biblioteche e in molti insigni archivi, concorsero con
liberalità somma a fornirmi materiali preziosi: le mie lodi non
potrebbero mai eguagliare tanto favore. Ma essendo oggi in grado di
offrir questi libri alla lettura degl’Italiani fra cui da tanto tempo,
ospite felice, dimoro, desidero vivamente che li aggradiscano almeno
come segno di riconoscenza sincera e attestato di verace simpatia,
e che allo studio della patria istoria non li ritrovino interamente
disutili.

  Roma, 17 Marzo 1866.




STORIA

DELLA CITTÀ DI ROMA

NEL MEDIO EVO.




LIBRO PRIMO.

DALL’INCOMINCIAMENTO DEL SECOLO QUINTO ALLA CADUTA DELL’IMPERO
OCCIDENTALE NELL’ANNO 476.




CAPITOLO PRIMO.


§ 1.

Disegno generale dell’Opera. — Città illustri nell’antichità. —
Gerusalemme, Atene, Roma. — La città di Roma nell’antichità e nel medio
evo.

È mio intendimento narrare in questi volumi la storia della città di
Roma durante il medio evo, che ancora non ebbe chi ne scrivesse in
ordinato racconto. Imperocchè, quantunque possediamo un gran numero
di lavori storici intorno le gesta dei Pontefici e sulle relazioni di
Roma coi popoli dell’orbe, e quantunque storie sieno state scritte le
quali trattano di avvenimenti che colla grande città durante l’età
media hanno particolare riferimento, manca tuttavia una storia di
lei speciale e in sè compiuta. Gli eruditi romani, meglio che quelli
di ogni altra nazione, bene avrebbero potuto scriverne, ma poichè ne
gl’impedirono ostacoli di cui qui non conviene fare parola, mossi
da carità di patria, diedero opera con laudabile diligenza a studî
pregevolissimi, i quali servissero alla compilazione di una storia
prammatica della loro città nei tempi di mezzo, ch’essi non vollero
scrivere. Dopo i Romani e dopo gli Italiani nessun altro popolo,
all’infuori del tedesco, ha diritto maggiore a trattarne: e ciò perchè
coi popoli germanici ebbe Roma relazioni assai più antiche che non
con altre nazioni: chè già i Goti sottomisero la Città colla forza e
dipoi la riposero in onoranza; ed i Franchi, al tempo di Pipino e di
Carlo, la strapparono alla dominazione dei Longobardi e dei Bizantini
e la resero independente; e poi specialmente perchè il sacro romano
Impero tenne Germania per lunga serie di secoli in gloriosa relazione
con Roma. Non già che la Scienza, bene sommo ed egualmente ripartito
tra gli uomini, conosca legami di nazione, ma questo dico perchè
sono di patria Tedesco e vivo lontano dal mio paese natale e scrivo
in terra straniera. Imperocchè l’ansioso desiderio, proprio ai miei
connazionali, di vedere la grande città, a Roma mi trasse, dove da anni
siedo e medito la sua storia e ne contemplo i monumenti.

Allorchè la prima volta concepii in mente il disegno di un’opera sì
difficile, accolsi speranza ch’essa presterebbe servigio non lieve alla
Scienza e nello stesso tempo a me sarebbe cagione di compiacimento.
Deliberai quindi scrivere la storia di Roma durante il medio evo,
traendola dai documenti storici già esistenti, per quanto a me fosse
dato di sottoporli ai miei studî, e illustrandola colle notizie
che porgono la contemplazione dei luoghi che furono teatro degli
avvenimenti e lo studio dei monumenti eretti in quegli antichi tempi.
Per medio evo della città di Roma io intendo quel periodo che comincia
dalla conquista della Città fatta dai Visigoti nell’anno 410, e si
stende fino ai tempi di papa Clemente VII, ossia all’ultimo saccheggio
di Roma operato dalle soldatesche del Borbone e del Frundsberg
nell’anno 1527. Io non voglio narrare unicamente gli avvenimenti
politici che succedettero entro alla cerchia delle mura di Roma, ma è
mio intendimento dare un quadro completo delle condizioni della città
e del popolo, narrare tutto quanto successe di memorando dentro alla
Città durante questo lungo periodo di più che undici secoli, tutto
legando in un compiuto racconto. Egli è certo uno dei cómpiti più
difficili per lo Storico congiungere insieme ordinatamente materie
sì varie fra loro; ma ciò che io non farò bene, uomini migliori di
me potranno imprendere nell’avvenire. Il graduale ordinamento della
Chiesa entro alle mura di Roma; la forma che il culto cristiano e lo
spirito stesso dell’età di mezzo ebbero ad assumere entro alla Città;
le relazioni dei Pontefici coi Romani, le lotte di questi contro i
Papi, contro gl’Imperatori di Germania, e le loro discordie intestine;
gli sforzi ripetuti per ottenere libertà di republica sull’esemplare
di quella dei loro grandi antenati; la costituzione cittadina ai
differenti periodi; le costumanze del popolo, la forma tradizionale
della vita di Roma antica, la poesia delle leggende romane; le
condizioni della Scienza e dell’Arte durante i secoli della barbarie
e sotto il reggimento dei Pontefici che la Città a sè sottomisero;
l’influenza che Roma esercitò sulla civiltà di Occidente; tutto
questo ci è mestieri considerare e raccogliere in ordinata narrazione.
Oltracciò ne tornerà spesso necessario in quest’opera considerare le
relazioni tra Roma cristiana e la pagana, imperocchè la novella Roma
sorse dall’antica come la civiltà cristiana ebbe suo svolgimento dalla
pagana. Edificata sulle rovine e con rovine dell’antica, Roma novella
mostra nella sua natura organica la più perfetta affinità di cultura
colla prima, ed è aperto e luminoso esempio delle metamorfosi che
subisce la storia del mondo, le quali farebbero credere a portento di
occulta magia. Chi scrive dunque la storia di Roma nel medio evo, deve
tessere anche la storia delle rovine della Città e del decadimento
del popolo e delle trasformazioni esterne ed interne che subì quella
illustre tra tutte le città dell’orbe. Imperocchè due fiate a capo del
mondo civile, ch’essa la prima volta dominò colla violenza dello Impero
assoluto e la seconda volta guidò colla possanza della Chiesa assoluta,
Roma sola può intitolarsi col superbo nome di «Città eterna», laddove
tutte le altre città della terra, fornito il cómpito temporaneo a cui
erano state per un certo periodo appellate, storicamente muoiono e
spariscono per sempre.

Tra le città dell’Asia v’ebbero nell’antichità alcune illustri che
durarono potenti lunga pezza di tempo: tali furono Babilonia e Ninive,
Tiro e Persepoli, ma la loro influenza si ristrinse a formarne centri
di civiltà dei popoli indigeni. Gerusalemme sola esercitò un’opera
universale su tutta l’umanità. Capitale del piccolo territorio ove
aveva stanza il popolo d’Israello poco numeroso, fu sede alla credenza
in quel Dio da cui procedette il Cristianesimo; laonde quella città,
duplice monumento della religione più perfetta d’Asia e d’Europa, andò
debitrice al suo principio religioso di novella vita, ch’ebbe tanta
parte nella storia del mondo durante il medio evo, a lato di Roma ed
in relazione con essa. I Romani nei tempi antichi aveanla distrutta,
il popolo suo errava disperso pel mondo, la sua missione sacra era
stata trasfusa nella Roma cristiana, nella Gerusalemme novella; eppure
nel secolo undecimo, dalla profondità ov’era caduta rialzò il suo
capo venerando, e dalla tomba di san Pietro volgendo al sepolcro di
Cristo gli animi commossi dei popoli di Occidente, ridivenne durante
il lungo periodo delle Crociate la città santa dei popoli cristiani,
fu l’oggetto della gran pugna tra Asia ed Europa, fu il centro di
rivolgimenti che scossero il mondo, finchè nel secolo decimoterzo
ricadde con quelle idee di cui essa era stata l’espressione simbolica.

Non parlo delle città che fiorirono nell’Egitto antico, quali Memfi,
Tebe, Sais, Cartagine ed Alessandria. In Europa però fu Atene che
l’umanità compresa di ammirazione, la quale non sarà mai per venir
meno, celebra gemma della terra e santuario di civiltà. Vincoli
indissolubili uniscono Atene e Roma, e chi rammenta l’una è condotto
di conseguente alla ricordanza dell’altra città. Perocchè esse
rappresentano quell’antichità così detta classica, e l’una all’altra
è complemento, e si rispondono fra loro come il concetto all’azione,
come il conoscere al volere, come l’idea all’opera pratica, in
maniera che in quelle due altissime creazioni della civiltà la forza
operosa dell’uomo si mostrò in tutto il nerbo della sua vigoria. Esse
rappresentano dunque le forme della cultura del mondo, ed hanno perciò
sì alta importanza da non essere alcun’altra città che possa farsi
loro emulatrice. Atene commuove ad amore, Roma incute ammirazione
e rispetto. La felicità, ossia la perfezione di natura cui tutti,
individui e nazioni, si sforzano di pervenire, in Atene toccò il
massimo grado. Tutte le più nobili produzioni dell’intelletto e della
fantasia si raccolgono ivi in un foco centrico della cultura, il
cui calore feconda, la cui luce abbellisce la terra in tutta la sua
estensione: le leggi fondamentali della libertà (bene massimo in cui
tutti i beni si accolgono) ricevono pratica applicazione nella vita
publica operosissima. Per la qual cosa questa Republica resse tutto il
mondo nell’ordine delle idee con pacifica signoria, la cui potenza è
inapprezzabile perchè dura oggidì ancora nella cultura dei popoli, e
durerà eterna.

Non così Roma. Chi si fa a considerare anche superficialmente la
sua storia, vede energia, valore, senno politico senza pari rendere
soggetto mezzo il mondo e correre alla distruzione o alla rovina di
nazioni fiorenti, compresa pure quella Grecia sì splendida, di maniera
che chi contempla tanto rovinio e tanta opera di disfacimento e ne
fa il paragone coll’operosità pacifica di Atene, sente orrore di quel
popolo despota che compieva quella riprovevole opera di soggiogamento.
Laddove da una parte si considerano i rigogliosi frutti che dava la
splendida cultura di Atene, si vede di rincontro Roma difettare dei
principî fondamentali della civiltà. In essa, potente soltanto la
tendenza politica alla conquista e alla signoria universale; in essa
l’intelletto non intende che alle grandi necessità della vita pratica,
e quindi alza un edificio gigantesco di legislazione, perfetto sino
nelle particolarità più minute: i vasti e liberi campi della scienza
sono invece deserti, e tutto quello che vi fiorisce è trapiantato da
straniere regioni. Le creazioni stesse dell’arte onde Roma nel corso
dei tempi si abbella, sono un’altra forma sotto cui si palesano le
vittorie della tirannide, che dietro al suo carro trionfale tragge
in ceppi le arti costrette ad ornare delle loro opere quella crudele
conquistatrice. Nè tutto si comprende in questa incontestabile
verità. Roma sorse da un germe, da un principio che si asconde nelle
tenebre fitte del mito: cresciuta poco a poco, giunse a tale apogeo
di grandezza da sottomettere essa sola tutto il mondo: fenomeno che
nel corso della storia è il più meraviglioso, se ne togli il fatto
dell’origine e della diffusione del Cristianesimo, il quale poi doveva
porre sua sede nella capitale del mondo che il corso degli eventi
andavagli preparando, quasi soglio sublime su cui si sarebbe eretta
la figura colossale della Chiesa che, durante il medio evo, doveva
tenere la signoria morale del mondo. Chi volesse indagare in che
stesse il principio di forza di Roma antica, che rendeva questa città
signora dispotica di tutte le nazioni, e quali fossero gli elementi di
una natura così accentratrice, avrebbe opera di una difficoltà senza
pari. Era una forza assoluta che, raggiando da un centro, esercitava
un’influenza di attrazione e di assorbimento simile a quella che regge
il sistema planetario: che se per conoscere questa forza fatale della
nazione intera, tu ti faccia a considerare l’indole dell’uomo romano,
tu non vedi che valore in guerra e disciplina severa, natura ardita e
vaga d’imprese, fermezza, prudenza, intelligenza somma nell’ordinare
Stato e colonie, indole facile ad accogliere le costumanze di strani
paesi e capace di porre sua stanza in qualunque regione e sotto
qualunque clima, ingegno versatile che abbraccia in sè la natura di
tutti i popoli del mondo, popolo infine che nel tempo stesso in cui
accoglie in sè poco a poco lingua, costume, arte, religione degli
altri popoli stranieri, non ne perde per questo il suo proprio genio
nazionale dotato di sì potente energia. Le vittorie di Roma sopra
popoli liberi e illustri che eranle di gran lunga superiori nella
cultura intellettuale, quali ad esempio i Greci, appariscono a prima
giunta trionfi della forza materiale che vince ed opprime la civiltà
dell’ingegno: tuttavia dobbiamo riconoscere ch’elle erano le vittorie
dell’intelletto che volgeva sua operosità ai fini pratici della vita,
e la cui vivissima energia si esplicava nella formazione del diritto
privato e publico donde traeva le idee perfette intorno l’essenza
della persona e intorno la costituzione della famiglia e dello Stato;
era l’operosità di un intelletto prosaico quanto si voglia, ma i
cui risultamenti nella vita pratica erano di gran lunga superiori a
quelli dell’intelletto che spazia nei campi ideali. Tutti gli eventi
convennero con rara felicità a trarre i popoli ai piedi di Roma, e
l’uomo in cui il cuore batte forte di amore per l’umanità, si cruccia
pensando alla sorte del mondo retto per un tempo troppo breve dal
genio benigno e incivilitore della libertà e della scienza, perocchè
il monarcato dei Cesari e la barbarie sopravvenuta al cadere di quello
involgessero in lutti lunghi e dolorosi la terra. Ei lamenta che il
genio della civiltà non ispiccasse il suo volo dall’Acropoli, che
Atene aveva sacrata a Minerva, per conquistare con pacifiche lotte il
mondo, per riunirlo e per reggerlo; e che invece il Giove feroce del
Campidoglio abbia soggiogato le nazioni in mezzo a torrenti di sangue.
E Roma diventava grande, e l’Ellade bella, e Asia e Africa cadevano
prive di vita fra le braccia di ferro di quella città che s’impadroniva
dei tesori della civiltà e si ornava delle spoglie gloriose di tre
parti del mondo, in mezzo alle quali, nella contrada più bella della
terra, essa sorgeva sublime. Incapace di creare col proprio suo genio
l’Arte e la Scienza, era però in altissimo grado valente a far suoi
gli studî degli stranieri, i quali poi insieme colla sua grande civiltà
pratica diffondeva nel mondo.

Le spedizioni di guerra, le grandi strade edificate, le colonie
militari e civili dei Romani, erano innumerevoli vie per le quali
si diffondeva la cultura fino alle più remote regioni della terra. I
Romani facevano il mercato universale dei prodotti dell’agricoltura
e delle industrie del mondo, e la letteratura classica e l’arte
lasciavano splendide tracce di sè sulle rive del Reno e del Tamigi,
dell’Eufrate e dell’Istro. Ed oggi ancora l’ardito viaggiatore che
penetra nel deserto africano di Fessan, in mezzo a quella selvaggia
regione ove è muta l’armonia della voce dell’uomo e a cui crescono
orrore le urla dello sciacallo, mira ruderi di splendidi monumenti di
architettura romana e resta attonito di meraviglia al pensiero della
grandezza di quegli antichi i quali portavano la loro civiltà in quelle
regioni remote, ove ora regna squallore di morte[1]. Se fosse stato
concesso alle nazioni di vivere continuamente sotto la mite signoria
di Trajano o di Marco Aurelio, egli è probabile che non avrebbero mai
mosso lamento di essere cadute sotto la soggezione di Roma, e quel
sistema di accentramento, che in certe condizioni è tanto dannoso, e
che per la prima volta, rompendo i legami di nazione, ordinava i popoli
soggetti in un impero in cui parlavasi una sola lingua, che era retto
da una uniforme legislazione e da un mite governo, quel sistema sarebbe
stato anzi celebrato come opera sapiente di Roma che avrebbe superato
il senno di Grecia. Imperocchè tutti gli avvenimenti onde si tesse
la storia tendano evidentemente a condurre i popoli al pareggiamento
ed all’unità; laonde fino dalle origini del mondo v’è nel corso degli
eventi uno sforzo a trovare quel centro ideale di gravità in cui può
aversi equilibrio. Tuttavia la vita dell’umanità è soltanto un prodotto
di leggi composte svariatissime, e quella società in cui sono annullati
i contrasti, ha in sè il germe che trarralla a morte inevitabile. La
monarchia dispotica dei Cesari colla prepotenza di un fato doveva
inaridire le rigogliose oasi di cultura greca; e le sorgenti di
libertà, di amore nazionale, di carità del natio loco, di scienza, di
ogni virtù civile, poco a poco venivano disseccate da turbini di arena
uniforme; decadevano sempre più le città; le nazioni simili a stupide
greggi erano amministrate da turbe di uffiziali publici, privi di amore
del bene dello Stato. Quantunque l’organamento e le leggi dell’Impero,
rette da una certa tolleranza tradizionale, non permettessero che
la monarchia degenerasse fino agli ultimi eccessi del despotismo
orientale, tuttavolta le nazioni soggette all’Impero, perduto ogni
interno vigore, miseramente agonizzanti, traevano la catena della
schiavitù. Così quello Stato, onde si era diffusa la civiltà a tutto
il mondo, era mutato in un vasto deserto, in cui la forza vitale si
fiaccava, ogni movimento s’intorpidiva, il genio speciale di tutte
le nazioni periva, finchè sopra quello squallido e morto Impero
si lanciavano le torme dei Barbari, la cui missione era di salvare
l’umanità dal morire affranta sotto il despotismo romano. Gli è vero
però che, prezzo di questa redenzione, era la distruzione della civiltà
universale; chè i funerali di Roma celebravano i Barbari con loro
tremende danze di guerra, e coi loro orribili banchetti di morte onde
funestavasi il mondo tutto. Ma è vero puranco che, duranti quei secoli,
si ristoravano tante perdite coi nuovi elementi di civiltà che andavano
lentamente elaborandosi, perocchè i Germani, nei quali era fervidissimo
il sentimento dell’independenza, facessero rivivere quell’amor di
nazione che Roma aveva soffocato, e ne dessero ripetute prove lottando
contro il novello sistema di accentramento che da Roma, ove aveva posta
sua sede la Chiesa assoluta, ebbe origine anche la seconda volta.

La grandezza, la decadenza, la fine dell’Impero romano, lasciarono
scolpite tracce di sè anche nella città di Roma. Imagine della
monarchia e della civiltà universale, edificata colle spoglie e coi
tributi, col sudore e col sangue dei popoli depredati, Roma era il
Panteon delle favelle e delle religioni, l’accademia delle arti e
delle scienze, il mercato dei prodotti, il ridotto dei piaceri e
dei vizî della umanità. Quantunque Atene la superasse di gran tratto
per bellezza artistica, non è città nè potrà essere mai, che sia a
paragonare alla maestà sublime di quella metropoli, ch’era creazione e
monumento della storia del mondo. Al tempo degli Antonini, Roma, sacra
donna delle nazioni, città splendida ed eterna, si ergeva meraviglia
del mondo, cui ogni uomo contemplava con venerazione. Ma quell’albero
gigante della civiltà andava appassendo via via che il tarlo del
despotismo rodevagli i germi della vita, finchè cadeva estinto. La
lenta decadenza di Roma è un fenomeno sì meraviglioso come già fu il
suo grandeggiare, e per iscrollare ed abbattere quel colosso di leggi,
d’istituti, di monumenti, faceva al tempo mestieri di uno sforzo non
minore di quello che già eragli stato necessario a innalzarlo.

E qui incomincia la storia di Roma in linea discendente; laonde sarà
una parte del mio cómpito descrivere la successiva decadenza e la
fine di lei: argomento elevato ed in un pietoso, che impone severa
meditazione a qualunque pensatore anche di animo leggiero, e che
indirizza la mente dello Storico a investigare le ragioni per cui di
quella città eccelsa non doveva rimanere che qualche cumulo di rovine.
Sette anni avanti che i Barbari del settentrione irrompessero per la
prima volta in Roma, Claudiano, l’ultimo poeta dei Romani, dall’alto
del Palatino ove aveva accompagnato l’imperatore Onorio, mirava a
Roma ancora indomata che stava a’ suoi piedi; e commosso dal sublime
spettacolo, scioglieva il canto a celebrare le bellezze indicibili
della canuta imperadrice dei popoli, a descrivere i numerosi templi dai
tetti sfavillanti d’oro, e gli archi di trionfo ornati di trofei, e le
colonne e le statue torreggianti sublimi, e gli edificî smisurati nelle
cui basi colossali l’arte umana rivaleggiava colla natura: ma i suoi
versi non erano che un debile eco di quel commovimento che voce umana
non vale ad esprimere[2]. Duecento anni circa dopo di lui, il vescovo
Gregorio, che sedeva allora sulla cattedra di san Pietro, in un suo
sermone ai congregati Romani, paragonava quella città, che era stata un
tempo sì grande, ad un vase spezzato, e quel popolo, che anticamente
aveva dominata la terra, paragonava ad un’aquila che, spennacchiata
e decrepita, giacesse morente sulle sponde del Tevere. Ottocento anni
dopo Gregorio, al tempo di papa Martino V, dai ruderi del Campidoglio,
Poggio Bracciolini volgeva il triste pensiero all’antica Roma di
cui rimanevano poche rovine gigantesche, avanzi di templi atterrati,
infranti architravi, archi sconnessi e crollati; e lo spettacolo degli
armenti che pasceano tra i ruderi ond’era coperto il sacro terreno del
foro, muoveva l’animo di lui a meditare sulla _varietà della fortuna_,
che fu sempre oggetto agli studî del filosofo e dello storico[3].
Trecento anni dopo di Poggio, l’inglese Gibbon sedeva nel Campidoglio,
nel cui recinto allora andavano sorgendo palazzini pigmei di stile
moderno, e mentre anch’egli, come quel Fiorentino, contemplava le
rovine di Roma, pensava con ammirazione non minore alla varietà delle
sorti della città e deliberava farne tema a una storia, ch’egli poi
allargò nel concetto più vasto onde ebbe origine l’immortale sua opera
del decadimento e della fine dell’Impero romano. Quantunque grande
possa sembrare l’audacia di porre me, perchè scrivo questa Storia, dopo
quegli uomini illustri, coi quali non ho di comune che la venerazione
per Roma e il desiderio di meditare la varietà dei casi dei popoli, io
voglio pur dire ch’io mi trovai nella medesima condizione di quelli.
Imperocchè allorquando, or fanno sei anni[4], vidi per la prima
volta questa Roma due fiate illustre, fu tanta la meraviglia ond’ebbi
commosso lo spirito, che determinai di scrivere la storia della caduta
di essa, argomento che agli occhi miei sembrò il più elevato fra tutti
quelli che sono offerti alla investigazione dello Storico.

Ma non già soltanto la storia della caduta; imperocchè se si
studiassero le sole rovine di Roma, se ne avrebbe quel senso di
tristezza e di disgusto che ci prende alla contemplazione di un
cadavere che si putrefà. Nel tempo medesimo in cui Roma declinava alla
sua fine, essa cominciava già a rinnovellarsi, ond’è che alla storia
della caduta di lei succede, in una maniera di cui non abbiamo altro
esempio, la storia del risorgimento. Il Cristianesimo, per opera del
quale periva l’antico Impero e la città antica dei Romani, faceva
sorgere dalle catacombe, sua armeria sotterranea, una Roma novella. Ed
anche questa, come già l’antica, ravvolgeva l’origine sua nei misteri
del mito, perocchè se Romolo e Remo furono fondatori della antica, due
santi Apostoli, Pietro e Paolo, erano gli edificatori della Città del
medio evo. Ed essa pure crebbe lentamente in mezzo a molte e terribili
mutazioni di fortuna, finchè giunse a quell’altezza da cui doveva
avere impero su tutto Occidente e venerazione di Città santa del tempo
di mezzo. Indagare la causa per cui Roma, durante quel lungo periodo
della storia dell’umanità che ha nome di medio evo, ne diventasse la
forma generale, come già un tempo era stata la forma dell’antichità,
è impresa a cui lo storico deve volgere tutte le forze del suo
ingegno, per iscoprire gli elementi che in quella città nuovamente si
accoglievano, e che dovevano porre per la seconda volta in sua balia lo
scettro del mondo. Da questa città che, dopo la caduta dell’Impero si
alza, Ararat della civiltà, sopra i flutti del diluvio della barbarie,
ebbe vita l’umanità durante il medio evo, librandosi intorno a Roma
come intorno ad un centro della cultura; cosicchè i varî gruppi di
popoli latini e germanici, come i pianeti che camminano in loro orbita
intorno al sole che in essi infonde la vita, sembravano muovere in
continua attrazione intorno alla Città eterna. Ed è soverchio ai limiti
del discorso poter dire in poco che fosse Roma durante il medio evo,
e quali forze partissero dalle mura di lei per diffondersi in mille
torrenti su tutta intera l’Europa.

Il medio evo alcuni chiamarono età di barbarie, altri di romanzo:
di barbarie, perchè sulle rovine della civiltà antica avevano posto
loro sede ignoranza, superstizione, fanatismo, violenza brutale che
non conosceva ritegno di legge: di romanzo, perchè una forza energica
ispirava negli uomini di quel tempo il genio ad imprese ardite e
avventurose, e gli agitava una tendenza mistica al soprannaturale,
trasportandoli dai campi della realità nel regno incantevole della
fantasia. Nel medio evo troviamo lotta di elementi disparati e contrarî
che l’antichità non aveva conosciuto. Sotto l’impero despotico di
Roma il mondo stava intorpidito nelle sue forze vitali: sopravvenne il
turbine delle migrazioni dei popoli che nel suo rivolgimento ruppegli
il sonno profondo, e infranto quel grande ordinamento che aveva nome
d’Impero romano, una esaltazione febbrile s’impadronì dello spirito
umano. Il Cristianesimo, il più potente dei rivolgimenti morali,
colle sue grandi dottrine e col principio della libertà, infondeva
un’anima novella nel mondo; ond’è che il medio evo è quel periodo
in cui si ammirano gli sforzi ardenti per porre in atto l’idea della
religione cristiana. Animata da sentimento profondo di religione, fu
quella l’età in cui ebbe signoria assoluta la Chiesa: e laddove tutte
le altre istituzioni umane vacillavano e perivano, essa sola rimaneva
inconcussa ed educava le nazioni colla legge religiosa; e promuovendo
la fede, suscitando la speranza, giovandosi della coscienza timorata,
lentamente e spesso anche a fatica elevava lo spirito di quegli uomini.
La Chiesa aveva suo seggio in Roma. Nel tempo in cui il Cristianesimo
si diffondeva nell’Impero romano, gravi discordie facevano temere che
andasse scisso in parecchie sette e in chiese nemiche. Le passioni
dell’umana natura, la superbia, il desiderio d’impero, la vanità,
movevano guerra al principio fondamentale dell’eguaglianza democratica
dei fedeli e dei sacerdoti. Se nei tempi in cui la Chiesa era
oppressa dalle persecuzioni, i Vescovi di Gerusalemme, di Antiochia,
di Cartagine, di Alessandria, di Milano e di Roma, alzavano il capo
timidamente, vinta finalmente la pugna dal Cristianesimo, egli fu duopo
che uno di essi ottenesse la dittatura della Republica cristiana. E
quest’uno non poteva essere che il Vescovo romano. La Chiesa di Roma,
la ricca e la potente fra tutte, era stata fondata dall’apostolo
Pietro, che aveva ricevuto sua missione sacra direttamente da Cristo;
onde essa sosteneva che i suoi Vescovi, quali succeditori di Pietro
vicario di Cristo, avevano soli diritto ad essere i capi apostolici di
tutta la Chiesa. E le sue pretensioni trovavano fondamento nell’avere
suo seggio in quell’antica metropoli del mondo che le acquistava il
rispetto e l’obbedienza dei popoli; nell’essere erede del genio, della
disciplina, delle virtù, dell’indole conquistatrice dei Romani antichi,
dei quali se era caduto l’Impero, ne rimaneva il congegno, grande
ancora benchè inanimato. Le province conservavano ancora i solchi
profondi lungo i quali Roma aveva spinto il suo carro trionfatore,
ond’è che la Città della Chiesa diffuse di bel nuovo la sua signoria
nel mondo per quegli stessi solchi che Roma pagana aveva già impressi.

La trasformazione della Città profana nella Città santa, del Monarcato
imperiale nel Papato, dello Stato romano nella Chiesa romana, è il
fenomeno forse più meraviglioso che si riscontri nella storia. Dopo
la caduta dell’Impero, mentre ancora durava la tradizione del suo
organamento universale, quel sistema che era stato puramente politico
si tramutò lentamente in ordinamento ecclesiastico di cui era centro
il Pontefice. L’antico Senato circondava questo monarca spirituale
elettivo sotto forma di consiglio di Cardinali e di Vescovi; il
principio di governo costituzionale, che i Cesari non avevano adottato,
era introdotto nei concilî e nei sinodi; e le province inviavano
loro rappresentanti al Laterano di Roma, ove risiedeva l’universale
Senato. I governatori di quelle province ecclesiastiche erano i Vescovi
consecrati da Roma, che li teneva sotto la sua sorveglianza: i chiostri
fondati in ogni parte rassomigliavano alle antiche colonie romane, ed
erano altrettante piazze forti e stazioni della dominazione spirituale
di Roma e della civiltà; e dopochè i Barbari pagani od eretici di
Britannia, di Germania, delle Gallie e delle Spagne furono soggiogati
dalle armi incruente di Roma e ne furono inciviliti, la Città eterna
imperava di bel nuovo alla parte più bella del mondo e le indiceva
leggi morali. In qualunque guisa si voglia pur considerare il sistema
di accentramento che per la seconda volta diffondevasi da Roma, esso
trovava il suo fondamento nella debolezza e nei bisogni degli uomini
di quella età: per la qual cosa il primato cattolico di Roma può dirsi
quasi essere stato una necessità di quei secoli rozzi e sferrati da
ogni legge, ed aver conservato l’unità del Cristianesimo. Perocchè,
se la Chiesa assoluta non fosse stata, se stato non fosse il senso di
soggezione dei Vescovi verso di Roma, per il quale, con energia degna
di Scipione e di Mario, reprimevano nelle province ogni tendenza a
discostarsi dagli insegnamenti ortodossi, il Cristianesimo si sarebbe
facilmente scisso in cento religioni create dalla fantasia dei popoli
secondo i loro antichi miti nazionali. Tuttavia la storia di Roma e
del mondo doveva due fiate ripetersi, ed era finalmente ai Germani che
toccava d’infrangere per la seconda volta il giogo assoluto di Roma
novella, e di conquistare con un ardito rivolgimento la libertà del
pensiero e della coscienza.

La reverenza figliale dei popoli del medio evo per la città di Roma
non aveva confini. In Roma, come nella grande arca dell’alleanza della
civiltà cristiana, vedevano riunirsi le leggi, gli ammaestramenti,
i simboli del Cristianesimo; nella Città dei Martiri e dei Principi
degli Apostoli veneravano il tesoro donde emanavano tutte le grazie
soprannaturali. Ivi era la novella Delfo, la Gerusalemme novella,
il terreno sacro da cui Dio reggeva l’umanità; ivi il centro della
Chiesa universale; ivi sedeva il grande Sacerdote del novello patto
che rappresentava Cristo sulla terra. Ogni opera spirituale e mondana
innanzi a quell’altare riceveva consecrazione divina, ogni malvagità
riceveva innanzi a quel tribunale sentenza. Le fonti del potere
che rimetteva le colpe, della gerarchia ecclesiastica, della maestà
imperiale e di ogni potestà suprema, le fonti tutte, a dir breve,
della civiltà, sembravano scaturire dai colli sacri di Roma, simili ai
quattro fiumi del Paradiso che si riversavano ai quattro lati della
terra a recarvi fecondità. Da questa mistica Città era partita la
luce che aveva illuminate tutte le nazioni; i vescovati, i conventi,
le missioni, le scuole, le biblioteche erano tante colonie fondate da
Roma. Monaci e sacerdoti, come altra volta consoli e pretori, erano
stati spediti nelle province che avevano convertite alla soggezione
di Roma. Di Roma trasportavansi al di là dei mari e dei monti quelle
reliquie sacre che avevano onore di sepoltura sotto gli altari nelle
più remote contrade di Britannia e di Germania. La lingua usata
nei riti e nelle scuole tra i Barbari era quella che Roma parlava:
la letteratura sacra e la profana, la musica, le matematiche, la
grammatica, l’architettura e la pittura avevano in Roma loro seggio e
di qui diffondevansi. E quegli uomini che traevano loro vita oscura
là nei più remoti confini dell’occidente e del settentrione, e che
avevano appena contezza delle città vicine al luogo ove avevano
stanza, tutti pur sapevano di Roma; e quando loro feriva l’orecchio
quel nome «Roma», tremendo comeo il fragore del tuono, e che da secoli
innumerevoli riempieva il mondo di sua grandezza, prendevali un senso
di venerazione tremebonda come dinanzi ad un mistero ineffabile;
e Roma alla loro fantasia scossa vivamente si pingeva come un Eden
splendido di bellezze, nel quale si aprivano o si chiudevano le porte
dorate del cielo. Nel medio evo furono lunghi secoli nei quali Roma
era legislatrice, maestra, madre dei popoli, e questi, figli suoi,
accoglieva ad unità con triplice abbracciamento: perocchè in essa aveva
sede l’autorità spirituale col Papato, la temporale coll’Impero, di cui
i re di Germania cingevano la corona in san Pietro, in essa finalmente
era la fonte della civiltà universale, retaggio che i Romani antichi
avevano lasciato al mondo.

E basti questo a dimostrare l’altezza a cui durante il medio evo era
pervenuta Roma qual centro di civiltà, in cui si accoglieva la forza
che dominava la società cristiana tutta quanta. Ma di rincontro a
questa azione benefica ci avverrà pur troppo di dover parlare dei mali
che uscirono più tardi di Roma, delle intemperanze del potere papale,
della inquisizione e dei roghi, delle superstizioni e della tirannia
nelle credenze. Tuttavolta chi sappia cogliere il concetto storico
in tutta la sua ampiezza, tempera nella sua mente anche le brutture
dei tempi più oscuri, pensando che le peccata dell’antica tiranna
dei popoli meritano qualche venia, allorchè si guardi alla potenza
dell’idea religiosa diffusa ed al grande concetto dell’unità armonica
del mondo, concepimento che Roma mandò ad effetto liberando l’Europa
dalle tenebre della barbarie e salvandola dall’abbrutimento.


§ 2.

Condizioni della città di Roma durante gli ultimi tempi
dell’Impero.

Mio intendimento si fu di porgere un’idea delle condizioni di Roma
durante l’antichità e il medio evo. Il leggitore potrà chiedere però,
innanzi che io lo introduca a considerare la storia della Città nei
tempi di mezzo, che io abbozzi l’imagine di Roma imperiale, qual
era ai tempi che precedettero la sua caduta sotto la dominazione dei
Visigoti. Tale ricerca potrebbe appena ottenere compiuta soluzione da
chi fosse vissuto in quel tempo; poichè una dipintura imperfetta deve
dare chi non ha altre fonti di scienza che libri e ruine, e a guida
mal sicura la propria fantasia. La grandezza di Roma si eleva sopra il
concepimento di ogni imaginativa feconda, ed io mi proverò di dare la
descrizione di alcune sue parti, indugiando su quelle più importanti;
imperocchè l’occhio abbarbagliato di quella ricchezza indescrivibile,
non possa cogliere che i punti culminanti, simili alle cime elevate di
una pittoresca regione montana che si distende innanzi allo sguardo.

Durante i tempi republicani, ornavano Roma pochi monumenti di stile
semplice e maestoso, sacri alla religione ed alla patria, chè suo
massimo decoro erano le grandi virtù cittadine. Ma, spenta la libertà,
mentre rovinava all’interno, cominciava Roma ad ornarsi splendidamente
all’esterno. Quando Augusto si rese signore della Città, era questa
un ammasso informe di case strettamente addossate le une alle altre e
di vie edificate sopra alcuni colli e nelle valli formate da questi.
Augusto partilla in quattordici Regioni, ed in unione con Agrippa la
ornò di tali edificî da poter ben dire, aver trovata una città di
argilla e lasciarne una di marmo. Durante i primi tre secoli della
dominazione imperiale, Roma crebbe gigante e si riempì di templi,
di portici, di terme, di palazzi, di delizie di ogni genere, in cui
era tanta profusione di statue da sembrare che in sè accogliesse
un’altra popolazione di marmo. Ai tempi di Onorio, Roma raggiunse
l’estensione stessa che ha oggidì, racchiusa tra mura quasi eguali
alle odierne. La attraversava il Tevere con duplice curva dolcissima,
in modo che sul lato sinistro e dalla parte del Lazio stavano tredici
Regioni della città, e sulla sponda tusca a diritta si stendeva la
decimaquarta Regione che comprendeva il Vaticano, il Gianicolo ed il
Transtevere. Dai lati di settentrione, di mezzogiorno e di oriente
la città si alzava sopra otto colli, che presentavano una splendida
scena allo sguardo dell’osservatore con loro templi di marmo, con
loro castella, con palazzi, con giardini, con ville. Il poggio dei
giardini, il Quirinale, il Viminale, l’Esquilino, il Celio si alzavano
da una vasta radice che insieme li congiungeva alla base, e scendevano
fino al centro della città formando alcune vallate: gli altri tre
colli, l’Aventino, il Palatino, il Campidoglio, abitati già fino dalla
antichità, si ergevano isolati. Lungo il corso del Tevere si stendeva
una bassa pianura assai vasta, ch’era attraversata dalla Via Flaminia e
dall’altra Via Lata edificata in successione alla prima, ambedue adorne
di archi trionfali. Molti magnifici edificî avevano innalzato gli
Imperatori in quella pianura che al popolo non giovava, perchè il campo
di Marte, che ivi era situato, in quel tempo serviva più a sollazzo
che a dimora; laddove ai tempi posteriori, sotto il Papato, abbandonati
alcuni degli antichi quartieri collocati sui colli, in esso addensossi
la popolazione.

La Città si era formata diffondendosi tutta all’intorno di un centro,
che al tempo della Republica era il Foro, ed il Campidoglio che sopra
di quello sorgeva. Se intorno al Foro ed al Campidoglio si conduca una
linea irregolare che, comprendendo il monte Palatino, vada radendo il
Celio, l’Esquilino e il Quirinale, si vede formarsi un territorio non
troppo esteso sulla sponda sinistra del Tevere. Era quello, così ai
tempi della Republica come a quei dell’Impero, il vero cuore di Roma,
perchè quelle colline da varie direzioni convengono tutte verso il
Foro. Quivi era l’antica residenza del popolo libero, la sede della
vita politica republicana: sopra di esso il Campidoglio, rocca sacra
ove avevano posto dimora gli Dei, ove si conservavano le leggi e le
spoglie trionfali di Roma. E lì vicini erano i luoghi destinati ai
publici sollazzi dei Romani, perchè il Circo massimo, ove tenevansi
giuochi solenni, era situato sotto il monte Palatino, cosicchè erano
uniti in vicinanza il Foro del popolo, il Campidoglio di Giove,
l’Ippodromo, i tre grandi indici della vita della Città durante i tempi
republicani.

Gl’Imperatori che trassero Roma in ischiavitù, aggiunsero a quelli
un quarto monumento, il loro proprio palazzo, il castello palatino.
Benchè Augusto ed i suoi succeditori accuratamente conservassero ed
abbellissero gli antichi monumenti sacri del Campidoglio, vi fondarono
tuttavolta pochi edificî novelli, ma lo ornarono di statue, e alla
base di esso dalla parte del Foro, eressero statue e colonne ed archi
di trionfo. Circondarono il Foro del popolo di bei monumenti, e se
allora, sotto la monarchia dei Cesari, aveva propriamente perduto la
sua importanza politica, di esso restarono le gloriose rimembranze,
e fu sempre la gran piazza publica a lato della quale gl’Imperatori
ne edificarono altre magnifiche a monumento di loro superba signoria.
Così furono costruiti i Fori imperiali di Cesare, di Augusto, di
Nerva e di Domiziano e quello bellissimo di Trajano. Coll’architettura
sublime di questo Foro la città imperiale raggiunse l’apogeo di suo
splendore artistico, perocchè Roma non avesse ancora veduto sorgere
nulla di più perfetto, ed è ancora dubbio se quell’opera meravigliosa
sia stata superata dalla stessa basilica di san Pietro che in Roma
sorse più tardi. Trajano, sotto del quale principalmente la potenza
imperiale giunse al più alto grado, condusse a compimento anche il
Circo massimo, e prima di lui, Vespasiano e Tito avevano innalzato
l’anfiteatro gigantesco, palestra di ludi cruenti, il celebre Colosseo,
che sorge ancora monumento dei trastulli dei despoti e del popolo
schiavo. Chi, partendo dal Colosseo, avesse percorsa la Via Sacra,
e, passato l’Arco di Tito, varcati il Palatino e il Foro del popolo,
attraversati il Campidoglio e la serie delle piazze imperiali, fosse
pervenuto al Foro di Trajano, avrebbe veduto i monumenti giganteschi di
Roma imperiale succedersi dappresso in modo che l’occhio sarebbe stato
stanco e confuso all’aspetto di tante meraviglie. E dopochè Adriano
ebbe innalzato nelle vicinanze della Via Sacra il tempio maggiore della
Città, sacro a Venere e a Roma, non rimase nel centro di Roma antica un
solo palmo di terra ove si potesse edificare; ella era come una spessa
selva di belli e sontuosi templi, di basiliche, di portici, di archi
trionfali, di monumenti; e al di sopra di quel mondo di meraviglie
qui si alzava lo smisurato anfiteatro Flaviano, ivi il torreggiante
castello imperiale, più discosto il Campidoglio dallo sfavillante tetto
dorato, ed a grande distanza sul Quirinale, secondo Campidoglio, il bel
tempio di Quirino.

Al di là di questo recinto, che formava il nucleo della Città, si
stendeva Roma imperiale da ogni lato, verso nord-est e a mezzogiorno
sui poggi, a nord-ovest lungo la pianura formata dalla valle del Tevere
e nelle regioni del Vaticano e del Transtevere dall’altra sponda
del fiume. Le colline su cui, come sull’Aventino, nei tempi della
Republica eransi innalzati di begli edificî, offrivano ampio spazio
al genio edificatore che si era diffuso dopo il tempo di Augusto.
Sull’Esquilino, sul Viminale, sul Quirinale furono condotte di belle
vie fiancheggiate da palazzi; e giardini magnifici, e piazze pei
mercati e terme si andarono costruendo fino ai tempi di Costantino, e
qua e là acquedotti dagli alti ed arditi archi rendevano lieta la città
delle acque che si diffondevano con corso maestoso. Più in là, nella
valle che dal Campidoglio si stendeva lungo il fiume, si elevavano
monumenti sì spessi, che l’occhio non poteva numerarli, nè la parola
descriverli, fra i quali il teatro di Marcello, il circo Flaminio, lo
splendido teatro di Pompeo cogli edificî annessi, che formavano un vero
mondo di delizie, il Panteon di Agrippa colle sue terme, i monumenti
degli Antonini colla colonna di Marco Aurelio (bel riscontro di quella
di Trajano), il grande stadio di Domiziano e finalmente, torreggiante
a somiglianza di monte ed ombreggiato da belle piante, il mausoleo
di Augusto dove dormivano le ceneri degli Imperatori. Ad esso faceva
riscontro dall’opposto lato del Tevere l’altra mole, ove avevano pur
sepoltura i Cesari defunti, il sepolcro meraviglioso di Adriano, che
respiceva sui giardini vaticani dai quali si passava alla regione del
Transtevere men bella di tutte, situata sotto l’antica cittadella del
Gianicolo.

Simili a splendida cintura, magnifiche muraglie degne della maestosa
città erano state edificate dall’imperatore Aureliano ad abbracciare
quell’ammasso di monumenti di marmo e di metallo, sui quali era
scolpita la storia del mondo. Quel vasto mare di edificî della Città
crescente di grandezza si era spinto al di là della linea segnata
dalle antiche fortificazioni di Servio, laonde Aureliano al dilatarsi
della città prefisse un confine con quelle mura, che furono in pari
tempo baluardo contro i Barbari che andavano sempre più avvicinandosi.
Soltanto una parte della regione Transteverina e della Vaticana
non aveva Aureliano compresa entro le mura, le quali circondavano
tutto il resto della città da ogni lato con numerose torri rotonde o
quadrangolari, forti arnesi di guerra che le davano aspetto imponente,
e, come il poeta Claudiano si esprime, ne rendevano veneranda la
fronte. Quelle tristi muraglie di colore oscuro, che nel corso dei
secoli videro tante tempeste frangersi contro, in parte crollate e
poi riedificate, ma che si mantennero sempre nella medesima linea
del vallo, riempiono anche oggidì chi le contempla di stupore e di
ammirazione; quasi che formassero una cornice di pietra su cui si
leggono nomi di Consoli, d’Imperatori, di Papi, e si mirano imprese
cavalleresche del medio evo e mille ricordanze che vi inscrissero i
secoli. Gl’imperatori Arcadio ed Onorio, per munirsi contro gli assalti
dei Goti, restaurarono nell’anno 402 le mura di Aureliano, come ne
porge notizia l’antica iscrizione che leggesi sopra la porta di san
Lorenzo. Se si badi al computo fatto da un geometra sette anni più
tardi, il circuito di Roma sarebbe stato di ventun miglia romane[5].

Per sedici porte uscivasi di Roma alla campagna[6]. Ventotto grandi vie
militari (oltre alle piccole strade intermedie) selciate di mattoni
poligonali di basalto, da Roma conducevano alle province, e, simili
a rete lanciata dal centro dell’Impero, partivano dal _milliarium
aureum_, ossia dalla pietra migliare dorata che Augusto aveva innalzata
ai piedi del Campidoglio. Esse attraversavano la Campagna di Roma,
fiancheggiate da monumenti sepolcrali, che in forma quale di tempietto,
quale di torre circolare o di piramide o di elevato sarcofago o di
urna, si elevavano innumerevoli, quasi a narrare i fasti della morte
che Roma lungo quelle strade aveva portata al mondo. La Campagna, vasto
territorio di genere sublime, or pianura verdeggiante ed ora deserto
arso dal sole, circondava la città. La tristezza di quel sepolcreto era
ivi interrotta da templi e da cappelle e confortata dalla vista delle
ville di Imperatori e di Senatori. La solcavano quattordici acquedotti,
monumento mirabile dell’arte, di cui ci scuote la grandezza onde ci
sono saggio i ruderi oggi esistenti. Trasportavano essi le acque verso
la città in linea retta per il corso di lunghe miglia, simili alle
schiere distese delle legioni trionfanti ch’entravano in patria. Per
loro arcate gigantesche versavano entro le mura di Roma con cataratte
di dolce declivio le acque accolte da ogni parte, e spandendole alle
innumerevoli fontane erette da Agrippa e dagli Imperatori, splendide di
bronzi e di marmi, dissetavano il popolo colle terse loro onde, e dopo
di aver provveduto alle delizie dei giardini, delle ville, dei laghi,
dei giuochi sulle acque, si diffondevano alle terme senza numero, fonti
di sanità e di voluttuosi piaceri[7].

Così Roma al principio del secolo quarto era pervenuta all’apogeo
dello splendore esterno. Ma allorquando ebbe raggiunto quel limite di
maturanza al di là del quale comincia uno stadio di sosta che precorre
la vecchiaja, essa rimase per un periodo di due secoli nelle condizioni
di una decadenza lenta e quasi insensibile in causa della sua stessa
grandezza. E a decadere incominciò sotto Costantino, e, se si voglia
determinare con esattezza, fu al tempo in cui quell’imperatore edificò
Bisanzio, novella Roma, ch’egli rese splendida e popolata, mentre
l’antica Città rapiva di molti capolavori dell’arte e rendeva deserta
di molte famiglie patrizie. Il Cristianesimo, allora onorato quale
religione dello Stato, recò alla canuta Città l’ultimo colpo, e come
la storia dei monumenti di Roma si chiude coll’erezione del grande
arco trionfale di Costantino, così s’inizia la storia delle sue rovine
coll’incominciamento del san Pietro, che si eresse coi materiali tratti
dal distrutto circo di Caligola e probabilmente anche colle rovine di
altri edifizî. Tuttavia era ancora sì splendida questa Roma deserta
dagl’Imperatori, in cui il Cristianesimo cominciava qua e colà una
opera di disfacimento, che ai tempi dell’imperatore Graziano, in sul
torno dell’anno 384, il retore Temistio sclamava: «Immensa è Roma,
Città celebre e illustre, mare di bellezze, che parola non vale ad
esprimere»[8]. E Ammiano Marcellino, Claudiano, Rutilio ed Olimpiodoro
celebrano con fervidissima ammirazione gli splendidi e numerosi suoi
monumenti.

La storia di Roma nel medio evo prende le mosse dai tempi imperiali:
laonde è forza che il leggitore conosca quali fossero i monumenti
principali della Città in quei tempi, quale il loro pregio, in
quali quartieri fossero situati. Lo scompartimento della Città in
quattordici Regioni fatto da Augusto, era rimasto sempre invariato,
colle istesse vie per ogni quartiere dette _Vici_, cogli stessi
magistrati del quartiere, colle medesime coorti di guardia. Ed i nomi
delle Regioni erano questi: _I. Porta Capena, II. Coelimontium, III.
Isis et Serapis, IV. Templum Pacis, V. Esquiliae, VI. Alta Semita,
VII. Via Lata, VIII. Forum Romanum Magnum, IX. Circus Flaminius, X.
Palatium, XI. Circus Maximus, XII. Piscina Publica, XIII. Aventinus,
XIV. Transtiberim_. Queste denominazioni, se non furono date alle
Regioni nello scompartimento ufficiale, furono consecrate dall’usanza
popolare e ne è conservata ricordanza in due Descrizioni topografiche
della città compilate al tempo di Costantino ed a quello posteriore di
Onorio o di Teodosio il giovane, Descrizioni conosciute sotto il nome
di _Curiosum Urbis_ e di _Notitia_. Sono una specie di catalogo ove
con narrazione regolare si descrivono i monumenti compresi in ciascuna
delle quattordici Regioni. In sulla fine v’è aggiunta l’enumerazione
delle biblioteche, degli obelischi, dei ponti, dei colli, degli
orti, dei fori, delle basiliche, delle terme, degli acquedotti, delle
vie di Roma, e da ultimo una breve statistica. Le notizie che se ne
ricavano, benchè sieno talvolta oscure e dubbie, hanno tuttavia valore
inestimabile, perchè sono uniche fonti autentiche a cui possiamo
attingere per formarci un’idea delle condizioni di Roma al secolo
quarto ed al quinto. E dietro la loro guida condurremo il leggitore
ad avere contezza dei luoghi e dei monumenti che furono teatro agli
avvenimenti succeduti durante l’età di mezzo[9].


§ 3.

Le prime sette Regioni di Roma.

La prima Regione di Roma, detta _Porta Capena_, si spingeva al di là
dell’antica porta aperta nel vallo di Servio fino alle mura Aureliane,
oppure ancor più in là oltre la porta Appia, oggidì detta di san
Sebastiano. Attraversata dalla Via Appia e dalla Via Latina, si
stendeva verso la città fino alle falde del monte Celio. Comprendeva
la celebre valle della ninfa Egeria col suo bosco sacro, un santuario
eretto ad onore delle Muse ed il tempio famoso di Marte in prossimità
del quale scorreva il rivo dell’Almo celebrato nelle due Descrizioni
che ci sono guida, e da cui era conservata viva la ricordanza del culto
della dea Cibele. Non molto lungi, sulla Via Appia ed entro la cerchia
delle mura, s’elevavano tre archi trionfali ad onoranza di Druso, di
Vero e di Trajano: e di essi, uno che si reputa esser l’arco di Druso
sta ritto anche al dì d’oggi, di fronte alla porta odierna, benchè
l’invidia del tempo gli abbia recato guasto non lieve. La popolazione
in questo quartiere deve essere stata assai densa, perchè esso formava
un sobborgo che metteva capo al circo di Massenzio ed al sepolcro
di Cecilia Metella. Questi due monumenti ai tempi di Onorio erano
ancora in perfetta condizione: il circo era il più recente ed ultimo
edificio di quel genere che privata persona avesse eretto in Roma
e probabilmente non era allora più in uso: il sepolcro già antico e
coperto di musco era tuttavia rivestito perfettamente del suo intonaco
esterno di marmi e adorno di suoi fregi, chè ancora erano lontani
i tempi barbarici nei quali doveva essere tramutato in fortezza. In
questo quartiere avevano sepoltura le salme dei Pagani e dei Cristiani
di Roma, perocchè al di sotto delle tombe della via Appia fosse e sia
ancora l’ingresso al cimitero di san Calisto, dove con lunghi e stretti
corridoi e con celle che scendevano a tre ed a cinque ripiani sotto
terra, i Cristiani da lunghi anni andavano costruendo una necropoli,
fino al tempo in cui l’Editto di Costantino poneva in onoranza alla
luce del giorno la figura della Chiesa, che involta nel secreto era
cresciuta nelle cripte dei Martiri. E già nel secolo sesto un luogo
della via Appia i Romani denominavano: _ad Catacumbas_[10]. Oltre
ad altri edificî di niuna importanza esistenti in quella Regione,
la _Notitia_ parla anche delle terme di Severo e di Commodo e del
misterioso _Mutatorium Caesaris_, di cui non ci curiamo come di quello
che non ha importanza nella storia del medio evo[11].

_Coelimontium_ era la seconda Regione. Nel suo territorio non molto
esteso comprendeva il monte Celio, da cui si estendeva dietro il
Colosseo. La _Notitia_ ci narra che qui erano situati il tempio di
Claudio, il _Macellum Magnum_ ossia la grande piazza del mercato,
la stazione della quinta coorte della guardia, i _Castra peregrina_
ossia l’accampamento ove in tempo posteriore ebbero stanza le legioni
straniere, il _Caput Africae_ ch’era una via di cui occorre menzione
soventi volte nella storia di Roma dei tempi di mezzo[12], ed edificî
eretti presso l’anfiteatro di Vespasiano nei quali avevano loro dimora
i gladiatori.

Di quell’edificio mirabile che non era ancora chiamato Coliseo,
come ebbe nome nel secolo ottavo, fanno menzione le due Descrizioni
antiche allorchè parlano della terza Regione, _Isis et Serapis_. Cento
sessant’anni prima che Onorio ivi desse i suoi giuochi, Filippo, a
render solenne il millesimo anniversario della fondazione di Roma,
aveva celebrate feste secolari splendidissime in quell’anfiteatro,
che poco tempo innanzi Alessandro Severo aveva restaurato dal
danneggiamento che in parecchi luoghi vi aveva recato una folgore
scoppiata nell’anno 217. Ai tempi di Onorio questo edificio magnifico
era in condizione perfetta, con tutte le arcate che sostenevano i
suoi quattro ripiani, con tutti i suoi pilastri; nè una mancava di
tutte le sue statue, nè uno dei suoi seggi che, stando alle notizie
tramandateci nelle descrizioni più volte citate, ascendevano a ben
87,000. La Regione in cui era situato l’anfiteatro conservava ancora il
nome originale _Isis et Serapis_ che le era derivato da santuarî eretti
ad onore delle due divinità d’Egitto e dei quali più non si conserva
vestigio. E in simil modo niuna traccia è rimasta della _Moneta_,
onde aveva nome la Zecca imperiale situata in questo quartiere, niuna
traccia del _Ludus magnus_ e del _Ludus Dacicus_ ch’erano bellissimi
ginnasî di gladiatori; nè pietra rimaneva dell’accampamento dei marinai
del Miseno (_Castra Misenatium_) e del portico di Livia. Il luogo
ov’erano situate le terme di Tito e di Trajano, che le Descrizioni qui
pongono, conosciamo dai ruderi che ne rimangono. Egli è incerto però
se quegli splendidi bagni di cui Tito aveva gettate le fondamenta là
dove sorgeva l’aurea casa di Nerone e che erano stati poi compiuti da
Trajano, fossero ancora ai tempi di Onorio il convegno degli uomini
eleganti di Roma, posto che le terme di Diocleziano, di Costantino
e di Caracalla avessero innumerevoli visitatori. Tuttavia in quel
tempo il Romano poteva ancora deliziarsi in quella sontuosa casa di
piaceri, poteva mirare il gruppo del Laocoonte nel luogo ove in origine
era stato innalzato, e ricreare l’animo colla vista degli splendidi
dipinti, che coi vaghi concepimenti dell’arte mitigavano la tetra
severità di quei corridoi e di quelle sale dalle vôlte elevate[13].

L’anfiteatro segnava il confine tra la terza e la quarta Regione.
S’alzava quest’ultima di fronte al Foro romano e si stendeva fino ai
Fori imperiali ed oltre alla Via Subura fino alle Carine. Aveva avuto
il suo nome prima dalla Via Sacra, indi dal tempio della Pace. Nelle
due Descrizioni non troviamo però più alcun cenno di questo illustre
monumento eretto da Vespasiano, perocchè già nell’anno 240 il folgore
l’avesse ridotto a un cumulo di macerie. Prossima all’anfiteatro
s’alzava allora la fontana di Domiziano, la _Meta sudans_, i cui ruderi
elevantisi in figura conica eccitano tristezza in chi li mira. In
quel tempo esisteva ancora il celebre colosso di Zenodoro, che eretto
prima ad onoranza di Nerone, era poi stato da Adriano trasportato
sotto il gran tempio da lui innalzato al duplice culto di Roma e di
Venere. Questo tempio, monumento sublime eretto da Adriano, colle
smisurate colonne d’ordine corinzio e col suo tetto dorato, era ancora
la più splendida creazione dell’arte in Roma. La quarta Regione era
illustre fra tutte per la bellezza degli edifizî che s’alzavano entro
i suoi confini presso l’arco di Tito e lungo la Via Sacra, tra i quali
s’ergeva, bellissimo fra tutti, la _Basilica nova_, che, edificata
da Massenzio, era stata inaugurata nei tempi di Costantino, e le cui
grandiose ruine furono in Roma per lungo tratto di tempo reputate
erroneamente ruderi del tempio della Pace. Nelle Descrizioni è fatto
cenno del tempio di Giove Statore, del tempio di Faustina, della
basilica di Paolo, del _Foro Transitorium_, del quale ammiransi ancora
i magnifici ruderi d’un portico dedicato a Minerva[14]. Vi è fatta
menzione del tempio della Terra, della celebre Via Subura, e parlano
del _Tigillum Sororium_, monumento che esisteva nel _Vicus Cyprius_
a ricordanza di Orazio e della sorella da lui uccisa, e che i Romani
conservavano con cura gelosa, come già diligente opera davano alla
conservazione della sacra casa di Romolo sul Palatino e della favolosa
nave di Enea sulla sponda aventina del fiume.

Nella descrizione della quinta Regione la _Notitia_ ci tragge sul monte
Esquilino e su una parte del Viminale. Ci parla dal _Lacus Orphaei_,
ch’era un serbatojo di acque adorno della statua di quell’antico; ci
descrive il _Macellum Liviani_ o _Livianum_, grande piazza del mercato
delle grasce edificata da Augusto, ed i portici sotto i quali erano
i venditori del mercato; ci descrive il _Nymphaeum_ di Alessandro,
bel monumento eretto da Alessandro Severo a ornamento d’una grande
fontana[15]. Sappiamo che più lungi erano l’accampamento della seconda
coorte della guardia, i giardini di Pallante, famoso liberto di
Claudio, il tempio eretto da Silla ad onore di Ercole, l’_Amphitheatrum
Castrense_, il _Campus Viminalis_, il tempio di Minerva Medica ed il
santuario di Iside Patricia. E quest’ultimo dev’essere stato situato
nella via più bella del quartiere, nel _Vicus Patricius_, dove fra
le altre terme erano quei bagni di Novato, di cui è ricordanza nella
storia dei primi secoli di Roma cristiana. Al tempo della decadenza
della Città, in tutto il territorio dell’Esquilino, del Viminale ed in
una parte del Quirinale avevano dimora le classi più povere del popolo,
alle quali davano sovvenzioni negli ultimi secoli gl’Imperatori colle
imposizioni onde gravavano le terme. Le descrizioni non collocano in
questa Regione, come fanno il falso Vittore e Rufo, le terme di Olimpia
poste sul Viminale al di là della Subura e neppur ne fanno menzione.
I Martirologî narrano che in questo quartiere morisse santo Lorenzo
e la tradizione ricorda che qui si innalzasse la chiesa antica di san
Lorenzo in Panisperna.

Le rimanenti terme di Roma erano situate nella sesta Regione, _Alta
Semita_. Riceveva il nome da una via, la quale credesi che dal
Quirinale si volgesse alla porta Nomentana. Ivi sul Quirinale le due
Descrizioni che ci sono guida collocano il tempio antico e bello della
Salute ed il tempio di Flora, che s’ergeva in vicinanza del _Capitolium
antiquum_. Era questo l’antico Campidoglio di Roma posto sul vertice
del colle ed opera di Numa, col celebre tempio ove in triplice cella
erano collocate le statue di Giove, di Giunone e di Minerva. Ed uno dei
più mirabili fatti di cui ci conservi ricordanza la _Notitia_ è che
questo modello antichissimo del Campidoglio, che in tempi posteriori
sorse sul Tarpeo, ergevasi ancora in piedi nel secolo quinto. E
sappiamo dall’istessa fonte che esisteva pure il tempio di Quirino, uno
dei più celebri e belli monumenti sacri della Città, il quale ad opera
di Augusto era stato con magnificenza restaurato. Non havvi dubbio che
esistesse ancora il bel portico di Quirino sostenuto da colonne che
Marziale celebra in un epigramma, e sembra che ancora durasse in piedi
non lungi dal tempio quella statua di piombo di cui era stato autore
quell’antico Mamuro Veturio che aveva gettato in metallo lo scudo
ancilio. Ed infatti le Descrizioni la dicono situata fra il tempio di
Quirino e le terme di Costantino. Questo gigantesco edifizio destinato
al bagno fu l’ultimo che vedesse sorgere Roma pagana, fu l’ultimo
grande monumento costruito nello stile artistico dell’antichità, e
con esso si chiuse la lunga serie delle opere imperiali destinate ad
utilità del popolo. Al tempo di Onorio, e molto dopo ancora, s’ergevano
dinanzi a quelle terme i due celebri colossi dei domatori di cavalli.
Quell’edificio però deve essere stato in cattiva condizione, forse a
causa di un incendio o di qualche altro danneggiamento che lo scrollò
nell’anno 367, quando il popolo si sollevò contro il prefetto Lampadio
il cui palazzo sorgeva nelle vicinanze, e nel 443 ad opera di Perpenna
dev’essere stato racconcio.

Ancor più grandiose e magnifiche erano le terme che Diocleziano aveva
edificate in questa Regione sul Viminale. Erano le più estese di Roma,
ed esse e le terme di Caracalla erano il ridotto più gradito a cui
accorreva tutta la Città. Testimonî vivi di loro grandezza rimangono
anche al dì d’oggi ruderi giganteschi. Al tempo d’Onorio erano
ancora nel loro splendore primiero, ed i Cristiani di Roma dovevano
mirare ad esse con orrore e con disdegno pio, perocchè Diocleziano
a fabbricarle avesse usato dell’opera di parecchie migliaja di
schiavi cristiani. Ma la bellezza dei marmi e dei dipinti, e le sale
suntuose, e le stanze adorne di splendidi musaici, e la raffinatezza
d’ogni voluttà le rendevano grato convegno degli uomini eleganti.
Se si creda ad Olimpiodoro, nelle stanze di quei bagni contenevansi
duemillequattrocento vasche[16].

Non meno celebri erano gli orti di Sallustio che dal Quirinale si
stendevano nelle vicinanze di monte Pincio ed in direzione della porta
Salara. Erano soggiorno favorito degl’imperatori Nerva ed Aureliano,
splendide dimore in cui si riunivano le delizie dei giardini, dei
bagni, dei templi, del circo, dei bei viali fiancheggiati da alte
colonne. Ne fa menzione la _Notitia_ senza dire però che queste case
sallustiane fossero già cadute in rovina. Imperocchè fossero i primi
edificî di Roma che cinque anni dopo il trionfo di Onorio rovinassero.
Sembra che presso questi giardini fosse situato il _Malum Punicum_
e la così detta _Gens Flavia_. Era il primo un quartiere il cui nome
«Melogranato» dev’essere derivato da qualche monumento colà esistente
o da qualche albero che in quello spazio avesse fiorito. Ivi Domiziano
aveva trasformato le sue case in un tempio destinato ad accogliere dopo
morte la sua salma ed a sepolcro della gente Flavia.

Gli orti di Sallustio erano situati all’estremo confine della sesta
Regione, di fronte a monte Pincio, verso porta Pinciana: l’ultimo
confine di quella Regione nella direzione della porta Salara e
della porta Nomentana tenevano i _Castra Praetoria_. Non fa cenno il
_Curiosum_ di questo accampamento dei Pretoriani sulle rive del Tevere,
ma ne parla abbastanza chiaramente la _Notitia_, quantunque Costantino
lo avesse distrutto e Aureliano prima vi avesse condotto sue mura.

Per passare alla settima Regione, dai tre colli volti a nord-est si
discendeva nella bassa pianura situata sotto il monte Quirinale ed il
Capitolino, verso il campo di Marte. La denominazione _Via Lata_ aveva
ricevuta dalla via che corrisponde precisamente alla parte inferiore
del Corso odierno. La _Notitia_ conserva ricordanza di un arco di
trionfo ivi eretto detto _Arcus Novus_, ma senza darne illustrazione:
sembra che fosse eretto là dove la Via Lata si congiungeva alla strada
Flaminia. Il più splendido edificio di questa Regione era il celebre
tempio da Aureliano innalzato ad onore del Sole sul pendio del monte
Quirinale, edificio gigantesco di magnificenza orientale, che nel
secolo quinto doveva reggersi ancora in piedi ma che nel secolo sesto
già rovinava[17]. Al di sotto di quello era situato probabilmente il
campo di Agrippa, piazza magnifica ornata di bei portici e ridente
di giardini che servivano ai sollazzi del popolo. Il grande numero di
portici come i _Gypsiani_ ed i _Constantini_, l’ampio _Forum Suarium_
ove tenevasi il mercato dei majali, e i vasti giardini (_Horti
Largiani_) dimostrano che questo quartiere della Città situato in
quel basso territorio dev’essere stato un centro animatissimo di vita
popolare, collocato com’era tra il campo di Marte e quella Regione che
comprendeva il Foro romano, le piazze imperiali ed il Campidoglio.


§ 4.

L’ottava Regione di Roma.

Nella Regione più illustre, nella ottava, che aveva nome di _Forum
Romanum Magnum_ e che poteva dirsi il centro in cui doveva svolgersi la
storia di Roma, specchiavasi la grandezza dell’Impero del mondo: perchè
ivi monumenti sublimi d’ogni genere e innumerevoli, ivi splendide
ricordanze che la vista dei templi, delle colonne commemorative, degli
archi di trionfo, dei rostri, delle basiliche rendeva più vivaci. Egli
è prezzo dell’opera indugiarvici sopra alcun tempo, tanto grande era
ancora lo splendore di quelle opere magnifiche, delle quali non era
spenta la maestà se anche interrotta l’operosità d’un tempo, riunione
di monumenti giganteschi che i secoli posteriori non vedranno più e che
ad imaginare è impotente la fantasia più vivida e calda.

Cominciando dal Campidoglio, dei cui edifizî la _Notitia_ non dà
particolare descrizione, tutti comprendendo nel concetto generale di
_Capitolium_, ciò che a prima vista ne colpisce lo sguardo è il tempio
di Giove Capitolino. Da quel tempio riceveva il Campidoglio nome di
aureo, e probabilmente ne deriva la dizione di _Aurea urbs_ onde Roma
durante il medio evo era appellata. Perocchè il tetto fosse ricoperto
di lamine di bronzo dorato, e le colonne avessero dorate le basi ed
i capitelli, e riccamente dorati fossero bassi rilievi e statue. E le
porte erano di bronzo dorato, e lamine d’oro ne coprivano i battenti.
Ricchezza sì grande di prezioso metallo doveva eccitare l’avidità dei
conquistatori: eppure nè i Goti, nè i Vandali toccarono a quei sontuosi
ornamenti del tempio; chè uno Storico pagano ci narra: primo Stilicone
aver messe le ingorde mani sulle lamine ond’erano ricche le porte. Che
il tempio, quantunque spogliato, si conservasse in perfetta condizione
ancora ai tempi di Onorio, sembra potersi ricavare da Claudiano; e
Procopio in termini positivi cel dice[18]. Quale fosse in quel tempo
l’aspetto del Campidoglio, in quale stato fossero i suoi templi
antichi, il suo _Asylum_, il suo _Tabularium_ di cui ammiriamo ancora
gli avanzi, se ancora avesse l’ornamento di un numero infinito di
statue, non vogliamo indagare. Mesto alla vista e crollante sarà stato
quel delubro antico ed illustre dopochè la Religione cristiana ebbe
posto in bando quel culto che ne rendeva venerate le sacre mura.

Se discendiamo il _Clivus Capitolinus_ e lungo la via dei Trionfatori
procediamo verso il Foro (siamo al tempo di Onorio), troviamo sotto
il _Tabularium_ parecchi templi che allora s’ergevano in tutto lo
splendore primiero e di cui oggidì vediamo cumuli di rovine: sono il
tempio della Concordia situato dietro l’arco di Severo, il tempio di
Saturno, e quello di Vespasiano e di Tito. Di tutti conserva ricordanza
quell’antico catalogo e fa menzione dell’aureo Genio del popolo romano
ossia del tempio a quello eretto, e parla della statua equestre di
Costantino che deve essersi conservata lungo tempo ancora presso l’arco
di Severo e che non può certo andare confusa con quella celebre di
Marco Aurelio[19]. In vicinanza altre statue s’ergevano, ed una era
stata innalzata ad onore del grande Stilicone. Ricorda la Descrizione
il _Milliarium aureum_ ossia la pietra migliare dorata che Augusto
aveva eretta presso l’arco di Severo, e la distingue con precisione
dall’_Umbilicus Romae_. I rostri erano situati in tre luoghi:
gl’imperiali in vicinanza dell’arco di Severo, i rostri giulî di fronte
al tempio del _Divus Julius_, i rostri del popolo dirimpetto al tempio
di Castore. Le Descrizioni citate non parlano dell’arco di Severo nè di
quello di Tiberio, eppure al quinto secolo dovevano elevarsi di fronte
al tempio di Saturno. Ed ambidue ornavano la fronte del Foro ove il
Campidoglio scende in pendio.

L’enumerazione dei rimanenti edificî che fa la _Notitia_ nel descrivere
il Foro, non è completa; vi si ricordano soltanto i più illustri. Prima
d’ogni altro parla del Senato, e sembra che ne descriva il novello
palazzo eretto da Domiziano là dove sorge oggidì la chiesa di santa
Martina e quindi situato poco lungi del luogo ov’era l’arco di Severo,
nel lato del Foro che per lungo tempo fu il più cospicuo per bellezza
di monumenti. In quel tempo conservavasi forse ancora la _Curia Julia_
più antica, situata sul declivio del Palatino. Non ne fa cenno la
_Notitia_; ma siccome essa parla di una _Curia vetus_ posta nella
decima Regione, Palatina, così può cogliere nel vero chi sostenga che
desse quel nome alla Curia di Giulio Cesare, per distinguerla dalla
novella Curia ossia dal Senato. Un’iscrizione trovata nella chiesa di
san Martino parla di un _Secretarium_ del Senato edificato nell’anno
399, che ad opera di un prefetto fu nel 407 racconcio[20]. Sembra
dunque che non più nella Curia antica, ma in questo novello palazzo si
congregasse il Senato ai tempi di Onorio, per iscansare forse litigi
coi senatori cristiani.

Nell’istesso quartiere era anche il tempio illustre di Giano
Gemino. Non ne è fatto cenno dalla _Notitia_, ma Procopio ne parla
diffusamente, ed a noi toccherà spesso di tenere discorso di questo
tempio che il popolo nel medio evo reputava fatato. La _Notitia_
ricorda che da questo lato del Foro s’ergeva la _Basilica Argentaria_
situata presso il _Clivus Argentarius_ (detto oggi Salita di Marforio);
non fa cenno però nella descrizione di questa Regione, della basilica
di Emilio Paolo, di cui parla ove discorre della Regione quarta,
limitrofa alla ottava. Il sontuoso monumento della famiglia Emilia,
adorno di belle colonne di marmo di Frigia, era situato presso al
luogo dove sorge oggidì la chiesa di santo Adriano, e ad esso faceva
riscontro dall’altro lato del Foro la basilica Giulia, di cui gli scavi
praticati hanno fatto conoscere la posizione precisa. La Descrizione
ci fa sapere che alla parte del Foro volta a mezzogiorno era il _Vicus
Jugarius_, lo stadio greco, la basilica Giulia, il tempio di Castore,
e finalmente il santuario di Vesta. Per la qual cosa vediamo che ai
tempi ancora di Onorio, il Foro splendeva in tutta la sua pompa; e nel
terreno che stava intorno all’arco di Severo, era movimento di vita
politica, miserando avanzo dell’antica vita operosa.

Di qui si passava alle piazze imperiali. Secondo la narrazione della
_Notitia_ erano quattro, tutte limitrofe, il foro di Cesare e quelli
di Augusto, di Nerva e di Trajano. Al tempo in cui furono compilate le
due Descrizioni, duravano ancora in tutta la pompa di loro bellezza
antica; il primo col tempio di Venere e colla statua equestre di
Cesare; il secondo col grande tempio di Marte Ultore, di cui oggi
stanno ancora ritte in piedi tre magnifiche colonne corinzie maestre
dell’arte antica; il terzo col tempio di Pallade; il quarto finalmente
doveva accrescere per lungo tempo splendore alla Città colla colonna
celebre di Trajano, monumento sacro di Roma, che, dal barbarico medio
evo rispettato, pugnando cogli anni dura meraviglia del mondo. Ed in
quel tempo l’osservatore era commosso ad ammirazione alla vista delle
due Biblioteche, della statua equestre del grande Imperatore e del
suo arco trionfale che probabilmente colà ergevasi ancora in piedi:
imperocchè, siccome ad onoranza di Trajano erano stati innalzati
in Roma parecchi archi di trionfo, sia opinione tra gli Archeologi
quasi universale, che quell’arco sorgesse nel suo Foro e che poi si
rubasse delle sculture e dei fregi per ornarne l’arco di Costantino.
Quanta fosse la meraviglia a cui era commosso l’animo di colui che
contemplasse questo Foro stupendo, cel dice Ammiano Marcellino in un
bel passo in cui è celebrata la splendida magnificenza della grande
Città. Quarantotto anni innanzi che Onorio facesse il suo ingresso
in Roma, vi veniva l’imperatore Costanzo accompagnato dal principe
persiano Ormisda. «Visitava egli», dice Ammiano, «i quartieri tutti
della Città posti sul vertice e sul pendio dei sette colli e nelle
vallate sottoposte; e via via che la percorreva, credeva che le
bellezze vedute da altre non potessero essere superate: ammirava il
tempio di Giove tarpeo, splendido come opera divina l’umana antecede;
vedeva le terme vaste come borgate, la mole dell’anfiteatro, che
costruita dei massi di marmo di Tivoli s’ergeva eccelsa sì che occhio
umano poteva a fatica osservarne le cime; e mirava attonito il Panteon
colle sue vôlte sublimi simile a rotonda sfera celeste, e le altissime
colonne a cui si ascendeva per dolcissime scalee adorne delle statue
degli antichi Imperatori; e lo empievano di stupore il tempio della
Città e il foro della Pace e il teatro di Pompeo e lo stadio e i
monumenti tutti onde l’eterna Roma va illustre e superba. Or com’egli
fu venuto al foro di Trajano, a quel miracolo d’arte, che male non
ci apponiamo se diciamo unico in suo genere sotto il sole, e cui non
potrebbero mancare gli Dei stessi di tributare ammirazione, restò
simile ad uno scosso dal folgore, quasi trasognato fissando lo sguardo
su quei monumenti titanici che lingua non può descrivere, nè artefice
mortale può presumere di eguagliare. E cadutogli l’animo di provarsi in
qualche opera simile, disse: Il solo cavallo di Trajano, che portava
la statua di questo Principe collocata nel mezzo dell’atrio, volere e
poter imitare. Ma il principe Ormisda che stavagli accanto, acutamente
gli diceva: Concedi però, o Imperatore, che a simil cavallo simile
scuderia devi prima preparare, se tu il possa; il destriero che tu
ti proponi di costruire non può che in uno spazio splendido sì come è
questo essere collocato. E chiesto quel Principe che pensasse di Roma,
rispose: Esser lieto di ciò solo, che aveva saputo, anche a Roma gli
uomini essere mortali[21]. E dopochè l’Imperatore ebbe tutto veduto
con meraviglia profonda, accusò la Fama di impotente o di maligna,
perocchè essa, che sempre e tutto esagera, fosse tuttavia insufficiente
a narrare lo splendore di Roma. E consigliato a lungo seco stesso che
far dovesse, deliberò voler aggiungere alle bellezze di Roma altre
di genere simile, ed innalzò nel Circo massimo un obelisco di cui a
luogo opportuno parlerò.» Nel foro di Trajano erano erette statue ai
grandi filosofi, ai poeti ed agli oratori dell’antichità, ed altre in
seguito furono aggiunte. Così una fu innalzata a Claudiano più tardi,
sotto il reggimento di Avito, ed una fu collocata ad onore del poeta
Sidonio Apollinare. E ai tempi ancora del poeta Venanzio Fortunato,
sul principio del secolo settimo, nelle sale della biblioteca Trajana
leggevansi i poemi di Virgilio, e recitavansi i versi ampollosi o
aspramente sonanti dei poeti viventi in quella età[22].

La dipintura che Ammiano Marcellino dà di Roma ai tempi di Costanzo,
possiamo confortare della testimonianza di uno scrittore contemporaneo.
Ai tempi di quell’Imperatore, uno Scolastico, di cui non ci pervenne
il nome, compilava un’opera in cui proponevasi di dare la descrizione
del mondo e delle province del romano Impero e singolarmente d’Italia,
sotto il cui nome egli voleva significare propriamente l’Italia
centrale. Dopo di averne celebrate le città e di aver lodati i vigneti
del Piceno, del Sabino, di Tivoli, del paese tosco, soggiungeva:
«Oltrecciò quel paese possiede, bene massimo, Roma splendida di edificî
divini. Perocchè tutti gl’Imperatori ivi innalzassero opere superbe
che ne eternassero la ricordanza. E chi può numerare i monumenti di
Antonino? Chi può descrivere le bellezze delle opere di Trajano? Ivi si
trova il circo, edificio superbo, illustre per le statue di bronzo che
ne sono decoro sontuoso[23].»


§ 5.

Le ultime sei Regioni di Roma.

Il _Circus Flaminius_, nona Regione, era situato là dove è oggi la
parte più popolata della Città. È quella vasta e bassa pianura che dal
Campidoglio si stende fino alla odierna piazza del Popolo dirimpetto
al ponte di Adriano. Comprendeva dunque quel celebre campo di Marte,
il quale, al tempo di Augusto, era splendido e bello da strappare a
Strabone una descrizione animatissima in cui esprimeva l’ammirazione
più viva. Ma un incendio scoppiato ai tempi di Nerone, e le innovazioni
operate da quegl’Imperatori che gli succedettero e che fecero a gara
nell’erigere monumenti, mutarono l’aspetto di questa estesissima
Regione. Splendidissimi edifizî di ogni maniera sorsero d’ogni dove
ricoprendola intieramente in modo da poter essere chiamata novella Roma
imperiale e brillante di tanto splendore, che allo stesso Strabone
sarebbe venuta meno la potenza di divisarne le bellezze a parole. La
_Notitia_, senza accennare al circo Flaminio che negli ultimi tempi
del Medio evo stava ancora nella massima parte in piedi, parla delle
scuderie, che erano vicine, per i cavalli del circo. Ommettendo di
discorrere dell’anfiteatro di Statilio Tauro, parla subito dopo di
tre teatri, di quello cioè di Balbo che comprendeva 11510 stalli per
gli spettatori, di quello di Marcello la cui negra e gigantesca mole
tuttora oggi lascia in parte riconoscere l’antico splendore e che aveva
17580 seggi, del teatro di Pompeo che ne capiva ben 22888. La _Notitia_
tace dello Ecatostilo, ossia portico di Pompeo, e ci abbandona alle
forze della fantasia nel pensare ai bei viali di platani e alle piazze
che rendevano incantevole quel luogo. Degli altri portici che sappiamo
essere ivi esistiti, fa cenno soltanto di quello di Filippo avo di
Augusto; nè parla dell’altro prossimo di Ottavia, che Augusto aveva
formato allargando quello antico di Metello e che, al tempo in cui fu
compilata la Descrizione, doveva conservarsi perfetto. I suoi ruderi
grandiosi vediamo ancora nelle vicinanze del Ghetto odierno.

Non lungi di lì era il portico a due navate di Minucio, _Minucias
duas_, come lo intitola la _Notitia_, ossia _Minucia vetus_ e
_frumentaria_; e sotto quest’ultimo portico facevansi negli ultimi
tempi dell’Impero le distribuzioni di grano agli operai bisognosi
e scioperati. Trovavasi lì presso la cripta di Balbo, ch’era
probabilmente un portico coperto che conduceva al teatro di lui. Se a
tutti questi portici si aggiunga l’altro sostenuto da colonne ed eretto
da Gneo Ottavio, che dal circo Flaminio conduceva il passeggiero al
teatro di Pompeo, si può avere una idea della moltitudine di edificî
mirabili che coprivano quel territorio, il quale viene a corrispondere
presso a poco allo spazio che dal palazzo Mattei si stende oggidì al
palazzo Farnese. Più in là, in direzione del fiume, Teodosio, Graziano
e Valentiniano, ventitre anni circa prima che Onorio entrasse in Roma,
avevano edificati di bei portici (_porticus maximae_), ed un arco
trionfale dirimpetto al ponte di Adriano, che si conservò fino alla più
tarda età del medio evo e la cui iscrizione copiata dal pellegrino di
Einsiedeln fu a noi tramandata.

A dritta dell’arco, era il portico di Europa di cui tace la _Notitia_;
come tace di quello di Ottavio, laddove fa menzione del portico degli
Argonauti e di quello di Meleagro, i quali, mettendo capo alla basilica
di Nettuno, devono essere stati situati nei dintorni della Septa Julia.
E questo recinto, ove i Comizi centuriati anticamente radunavansi, e la
Villa Publica adiacente, in cui gli ambasciatori dei popoli stranieri
ricevevansi, la _Notitia_ oltrepassa in assoluto silenzio.

Se di qui ci volgiamo nella direzione ov’è oggidì piazza Navona,
veniamo in luogo ov’era situato il campo Marzio, in quella parte più
ristretta della bassa pianura ch’è esterna al campo Flaminio ed al
Tiberino. L’antico campo Marzio, dall’altare di Marte eretto al di là
del Mausoleo di Augusto, si stendeva forse fino al ponte Milvio, in
maniera che la parte maggiore del sobborgo rimaneva fuori delle mura
erette da Aureliano. Perocchè la porta Flaminia che si apriva vicino al
punto ov’è l’odierna porta del Popolo, desse sulla parte centrale del
campo Marzio, e la muraglia della Città guernita di torri, stendendosi
lungo il corso del fiume, si spingesse fino al ponte del Gianicolo (S.
Sisto). Nel terreno del campo di Marte, compreso tra le mura dall’un
lato, e la Via Lata e la Via Flaminia dall’altro, si ergevano gli
edificî di cui la _Notitia_ fa cenno, benchè nella sua descrizione non
si spinga fino alle vicinanze del Mausoleo di Augusto.

Qui era il grande stadio di Domiziano capace di 33088 seggi, edificio
mirabile sul cui terreno è costruita la bella piazza Navona. Più in là,
il _Trigarium_, circo di dimensioni minori, e l’_Odeum_ destinato alle
prove musicali, che va rinomato tra le opere celebri di Costanzio e che
quindi dev’essere stato mirabilmente bello. Sul Panteon di Agrippa non
occorre fermarci di troppo, perchè questo monumento splendidissimo,
eretto dal grande benefattore di Roma, è ancora una delle gemme
dell’arte onde la grande Città va altera, conservatosi perfetto anche
dopo che caddero in rovine i bagni ai quali in origine era congiunto,
insieme a quelli di Nerone situati a piccola distanza da esso, e che
da Alessandro Severo furono ampliati. Degli uni e degli altri, che
esistevano ancora, fa cenno quella Descrizione antica.

Dall’altro lato del Panteon era il tempio di Minerva, sul cui terreno
si alza oggidì la chiesa di _S. Maria sopra Minerva_. Poco distante
era un tempio dedicato ad Iside e a Serapide. In direzione della
Via Lata altri edificî avevano eretto gli Antonini, ad imitazione di
quelli fatti costruire da Trajano e da Adriano; perocchè ivi fossero
la basilica di Marciana e quella di Matidia, un tempio innalzato ad
onoranza di Adriano, una colonna alla memoria di Antonino, ed ivi il
Senato avesse edificato un tempio a Marco Aurelio, e a ricordanza di
quel Principe avesse elevata la grande colonna che, insieme a quella
di Trajano, doveva sopravvivere alla caduta di Roma. Di due illustri
monumenti che avevano avuto origine sotto l’impero di Augusto, il
secondo dei quali esisteva certo nel secolo quinto e lungo tempo dipoi,
tace la _Notitia_: vogliamo dire del gnomone od orologio solare, il
cui obelisco vedesi oggi sul monte Citorio, e del bel mausoleo che
quell’Imperatore aveva eretto a sè ed alla sua famiglia. E la _Notitia_
ommette di descrivere la parte esterna del campo Marzio verso le mura
di Aureliano, ove molti cittadini ragguardevoli e parecchie famiglie
illustri avevano sepoltura. Ivi erano la tomba di Agrippa, collocata
presso a poco ov’è l’odierna piazza del Popolo, e i sepolcri della
famiglia Domiziana eretti su quel terreno in cui era stata più in
antico deposta la salma di Nerone, e situato al di sotto dei giardini
Domiziani e Luculliani che stavano sul monte Pincio. Ed ancora ai
tempi di Belisario, il palazzo dei Pinci su quel colle ridente di bei
giardini si ergeva, abitazione sontuosa.

La decima Regione comprendeva il monte Palatino, che, dai palazzi
degl’Imperatori ivi esistenti, ebbe nome di _Palatium_. Queste
splendide case dei Cesari che coprono oggidì il colle di rovine
colossali, quali sparse in tortuoso labirinto, quali in tristi cumuli
ammonticchiate, ai tempi di Onorio ed a quelli posteriori degli
Esarchi erano abitate, quantunque in più parti cadute e dell’antica
magnificenza di ornamenti deserte. Molti Imperatori da Augusto ad
Alessandro Severo avevano dato opera ad edificarvi: Augusto e Tiberio
ne avevano gettate le fondamenta, ed avevano edificate le parti
principali del palazzo alle quali la _Notitia_ dà nome di _Domus
Augustiana_ e di _Tiberiana_. Settimio Severo vi aveva aggiunto il
_Septizonium_, grande e bel portico che si volge in direzione del monte
Celio e del Circo massimo, che durò in piedi lunghi anni, e di cui
vedevansi le rovine ai tempi ancora di Sisto V e di cui ci accadrà di
parlare soventi volte nella storia della Città durante l’età media.
La _Notitia_ lo ricorda sotto il nome di _Septizonium Divi Severi_.
Di altri edificî illustri del _Palatium_ è fatto cenno in quella
Descrizione: del tempio di Giove Vincitore, del tempio di Apollo eretto
da Augusto, in vicinanza del quale era la biblioteca Palatina. E nel
tempo stesso in cui narra che ancora conservavansi avanzi della casa di
Romolo e del mitico Lupercale, ci fa conoscere che i Romani guardavano
con gelosa cura ogni cosa che richiamasse la sacra ricordanza delle
origini di loro Città.

Il Circo massimo situato ai piedi del monte Palatino e sotto
l’Aventino, con tutto il territorio vicino che da questo colle si
stendeva al _Velabrum_ ed al _Janus Quadrifrons_, formava la undecima
Regione che ne riceveva il nome. Era il circo maggiore di Roma, capace,
se si stia alla _Notitia_, di 385000 persone. Costanzo avealo adorno di
un obelisco, emulando Augusto, che pel primo uno ne aveva ivi eretto.
Era l’arena frequentatissima ove facevansi le corse dei cavalli ed i
grandi giuochi, e che durò nel suo splendore perfetto fino al tempo
in cui cadde la dominazione dei Goti. Nelle sue vicinanze erano gli
antichi santuarî del Sole e della Luna, della _Magna Mater_, di Cerere
e del _Diespater_: la _Porta Trigemina_ conduceva su pel Clivo Publicio
all’Aventino. Il territorio di questa Regione si stendeva al di sotto
del Palatino fino al _Velabrum_ ed al Foro boario[24].

Le due Regioni che seguivano, ed erano le estreme della Città al di
qua del Tevere, formano oggidì la parte più deserta e più squallida
di Roma; si spopolarono durante il medio evo, prima di ogni altro
quartiere della Città antica. La duodecima Regione aveva nome di
_Piscina publica_ da publici bagni ivi esistenti, di cui oggi non
è conservata alcuna traccia. Erano le terme di Antonino od i bagni
di Caracalla, ove al secolo quinto ancora accorrevano frequenti
visitatori allettati allo splendore di quel ritrovo; solo monumento
dell’arte antica onde fosse illustre quel quartiere. I ruderi che ne
coprono il terreno, tra i quali furono rinvenuti tanti capolavori di
scultura, come la Flora di Napoli, l’Ercole Farnese, il toro Farnese,
e che dir si possono miniera sotto cui stanno sepolti tanti tesori
artistici, muovono ad ammirazione chi li contempli, e, più che altre
rovine di simil genere, ci sono maestri della pompa orientale, della
magnificenza, della estensione gigantesca degli edificî che sorgono
monumenti della possanza imperiale.

La decimaterza Regione comprendeva il monte Aventino e la valle bagnata
dal fiume. Eravi ancora il tempio antico di Diana che in tempi remoti
Servio aveva innalzato a santuario della confederazione latina, il
tempio di Minerva; e, quantunque la Descrizione non ne faccia menzione,
doveva esister ancora il tempio di Giunone Regina e della dea Bona. Più
lungi stavano i bagni di Sura e di Decio. Vicino alle sponde del fiume
era l’_Emporium_ ove i navigli del Tevere scaricavano loro mercanzie,
e lì presso, ove sono oggi i _Marmorata_, stavano gli _Horrea_, ossia
granai, ed altri edificî destinati al commercio ed al movimento del
porto[25].

Or non ci rimane che a dire brevemente della decimaquarta ed ultima
Regione di Roma. Chiamata _Transtiberim_, abbracciava tutto il
territorio posto al di là del fiume, il Gianicolo, che Aureliano aveva
compreso entro le mura, e il colle Vaticano, che soltanto nel secolo
nono fu cinto di mura, coi campi vicini. A questa parte di Roma situata
di là del Tevere mettevano i ponti che qui sotto enumeriamo.

1) Il _Pons Sublicius_, l’antichissimo di Roma edificato in legno. Egli
è incerto quando sia perito; nè è probabile che sia da considerarsi per
l’antico Sublicio il ponte che cadde distrutto al tempo di Sisto IV,
nell’anno 1484, ed i cui avanzi oggidì ancora sorgono fuor d’acqua in
vicinanza di S. Michele.

2) Il _Pons Aemilius_, oggi conosciuto sotto il nome di ponte Rotto,
che gli fu dato dopo l’anno 1598. Era detto anche _Pons Lepidi_ dal
nome forse di M. Emilio Lepido che probabilmente lo avrà restituito a
buono stato. Il popolo lo chiamava _Lapideus_ ed anche _Palatinus_.
Nel secolo decimoterzo era detto ponte di S. Maria ed anche _Pons
Senatorius_.

3 e 4) Il _Pons Fabricius_ ed il _Pons Cestius_, che esistono ancora,
mettono ad un’isola sul Tevere. Il primo, oggi da un’erma quadrifronte
chiamato _de’ quattro capi_, conduce alla Città; il secondo, che dal
nome di uno dei suoi riedificatori Valentiniano, Valente e Graziano fu
detto anche _Pons Gratiani_ ed oggi ha nome di S. Bartolomeo, congiunge
l’isola col Trastevere.

5) Il _Pons Janiculensis_, che restaurato sotto Sisto IV nell’anno
1475 ne fu chiamato ponte Sisto, nella _Notitia_ è detto _Aurelius_ e
negli Atti dei Martiri ha nome di _Antoninus_, probabilmente perchè fu
anticamente edificato da Caracalla o da M. Aurelio Antonino. Nel medio
evo, fino al tempo di Sisto IV, fu chiamato ponte Rotto.

6) Vi seguiva tosto il _Pons Vaticanus_. Lo edificava Caligola per
averne una via pronta ai suoi giardini Domiziani. Questo ponte, detto
anche _Pons Neronianus_ e _Triumphalis_, cadeva già prima dell’anno
403, perocchè la _Notitia_ lo oltrepassi in silenzio assoluto. Ne
vediamo ancora i ruderi in vicinanza di Santo Spirito.

7) Il ponte Elio, opera magnifica di Adriano, suppliva al ponte
Vaticano caduto in rovina. Già al secolo ottavo ebbe titolo di ponte
di S. Pietro, perocchè i viandanti che si dirigevano alla volta della
Basilica vaticana, sopra di esso traghettassero il Tevere[26].

Gl’Imperatori avevano adorna la Regione trasteverina di belle opere
d’arte. Ivi erano magnifici giardini, come, ad esempio, quelli di
Agrippina, quelli di Nerone, sorti più tardi, ed i celebri parchi
Domiziani, onde il territorio del Gianicolo e del Vaticano era reso
incantevole soggiorno e preferito a qualunque altro dai Cesari, che
ivi avevano ville. La _Notitia_ dà un cenno degli _Hortos Domities_, ma
troppo vago e indeterminato. Sotto nome di _Vaticanum_ essa comprende
il territorio tutto aderente, e sembra intendere sotto il nome di circo
di Cajo (_Gaianum_), per quello celebre di Nerone, che, sorgendo nei
giardini Neroniani, era reso illustre dall’obelisco di Caligola, il
quale oggi si alza, splendido ornamento, nella piazza del san Pietro.
Nel tempo di cui parliamo e durante tutto il medio evo, fu il solo
degli obelischi di Roma che non crollasse ed ergevasi sulla spina
del circo, entro il quale, fin dai tempi di Onorio, era edificata la
basilica del Principe degli Apostoli. La _Notitia_ fa menzione di
recinti destinati alle naumachie che erano in questa Regione: tace
però della tomba di Adriano, che oggidì ancora esiste trasformata in
castello, e ai tempi di Onorio sorger doveva nel suo splendore antico,
perchè non ancora i Visigoti di Alarico, nè i Greci di Belisario vi
avevano dato saccheggio, nè l’avevano per sempre rapita dell’ornamento
delle sue statue.

La _Notitia_, come del Vaticano, dà la descrizione del Gianicolo.
Non sappiamo però in quale condizione si trovasse l’antica rocca che
coronava il vertice di quel monte. Più densa che nelle altre Regioni
era la popolazione che aveva stanza nel _Transtiberim_ sulle pendici
del Gianicolo, e nel corso dei tempi si conservò. Fa cenno la _Notitia_
di molini, di bagni, di vie, di orti, di templi ivi esistenti, e lì
esser dovevano i giardini di Geta i quali, edificati probabilmente
da Settimio Severo, si stendevano forse fino a porta Septimiana. Di
questa porta o piuttosto del territorio adiacente la _Notitia_ fa cenno
speciale; e poichè essa in origine aprivasi in quelle fortificazioni
di Aureliano che comprendevano il Gianicolo entro due lunghe braccia di
mura che si spingevano alla riva del fiume, sembra che derivasse il suo
nome da Settimio, il quale aveva eretti in vicinanza suoi edificî.

Egli è incerto se anche l’isola del Tevere fosse compresa nella
decimaquarta Regione. La opinione concorde dei Topografi ve la pone
a ragione, quantunque la _Notitia_ non ne faccia cenno, come pur
taccia del tempio di Esculapio, del tempio di Giove e di quello di
Fauno. Sembra che ai tempi di Onorio la possente famiglia degli Anicî
ivi avesse un palazzo. Durante l’età media quell’isola avea nome di
Licaonia; donde lo ricevesse non si sa[27].

Alcune tavole statistiche compilate nell’ultimo periodo dell’Impero,
ci forniscono di notizie intorno al numero delle case, degli edificî
publici e persino delle statue esistenti in Roma. Vi sono numerati 2
Campidogli, 2 grandi ippodromi (oltre ai minori), 2 grandi piazze pel
mercato delle grasce (_macella_), 3 teatri, 2 anfiteatri, 4 splendidi
ginnasî per gladiatori (_Ludi_), 5 naumachie per giuochi sulle acque,
15 ninfei ossia bei monumenti che ornavano i gettiti d’acqua, 856 bagni
publici, 11 grandi terme, 1352 bacini delle acque e fontane. Di publici
edificî di altro genere sono ricordati: 2 grandi colonne spirali, 36
archi trionfali, 6 obelischi, 423 templi, 28 biblioteche, 11 fori, 10
grandi basiliche, 423 quartieri della città, 1797 palazzi o _Domus_, e
46602 case o _Insulae_[28].




CAPITOLO SECONDO.


§ 1.

Esagerazioni dei Padri della Chiesa sulla rovina dei monumenti di Roma.
— Descrizione di Roma data da Claudiano. — Editti di preservazione
degl’imperatori. — Tentativi di Giuliano a restaurare il culto antico.
— Conseguenze.

Le due Descrizioni antiche di Roma ci danno un’idea della figura della
città in sul principio del secolo quinto, ma non ci parlano della
condizione in cui allora si trovavano tutti quei monumenti sontuosi,
che durante tanto tempo erano stati albergo al culto pagano. Erano
allora i templi deserti, e, chiusene le porte, le loro divinità
erano forse cacciate in bando nel silenzio dei loro altari? Oppure
i Cristiani or che alla fine trionfavano dopo persecuzione sì lunga,
dando sfogo all’odio, abbattuti i simulacri, i templi avevano forse
demoliti? Oppure finalmente la Religione novella, guidata dalla
prudenza, piegando a necessità di tempi, era forse entrata nei delubri
pagani, e resili puri colle aspersioni dell’acqua consecrata e colle
invocazioni della preghiera, gli aveva fatti suo albergo e vi aveva
alzata la Croce?

Se si leggano alcuni brani degli scritti dei Padri della Chiesa, nei
quali sembra ch’eglino abbiano ereditato l’odio antico degli Ebrei
contro Roma, cui danno nome di Babilonia e di Sodoma; se si voglia
prendere alla lettera tutto ciò ch’essi dicono quando parlano dei
Pagani della Città, che da loro vien posta a paragone con Gerusalemme,
e del numero delle monache e dei frati ch’erano in Roma, siamo indotti
a credere che, già prima dell’invasione di Alarico, i templi e i
simulacri degli Dei fossero stati atterrati. Dopo la invasione della
Città scriveva santo Agostino, che tutti gli Dei di Roma erano stati
rovesciati, e già da qualche tempo, dai loro troni. Egli tenne un
sermone sull’Evangelio di san Luca, in cui ritorceva ai Pagani il
rimprovero che questi scagliavano contro il Cristianesimo dicendo,
non già l’oste barbarica ma il Cristo aver distrutta Roma, perchè
gli Dei antichi e venerandi aveva cacciati e distrutti. «Non è vero»,
sclamava, «che subito dopo la caduta degli Dei, Roma sia stata presa
e nel fondo della miseria cacciata; perocchè già prima fossero stati
distrutti gl’idoli: eppure i Goti condotti da Radagaiso erano vinti.
Ricordatevene, o fratelli, ricordatevene; non è gran tempo, son pochi
anni. Erano in Roma rovesciati gl’idoli tutti, allorchè Radagaiso re
dei Goti venne con un’oste più possente di quella che Alarico guidava;
eppure, quantunque offerisse sacrificî al suo Giove, ei fu battuto e
disfatto»[29].

Verso quel tempo san Girolamo esprimeva la gioia ond’era commosso
l’animo suo volgendo un’apostrofe a Roma. «Città possente, città cui
il mondo s’inchina come a signora, città cui la voce dell’apostolo
lodò: il tuo nome traduce il Greco in sua favella per _forza_:
te l’Ebreo chiama _altezza_ in suo linguaggio. Se ti opprima la
schiavitù, te deve elevare la virtù, non l’impurità contaminare.
L’anatema che il Redentore ti minacciava nell’Apocalisse, puoi
disarmare con penitenza, memore dell’esempio di Ninive. Guardati da
Gioviniano il cui nome deriva da quello del nume bugiardo. Squallido
è il Campidoglio, i templi di Giove e il suo rito caddero»[30]. In un
altro scritto dell’anno 403 lo stesso Padre esclama: «Immerso nello
squallore è l’aureo Campidoglio. Tutti i templi di Roma sono anneriti
dalla fuligine, e la ragna tesse sue tele sotto le loro vôlte. Tutta
la Città è in movimento, e il popolo passando frettoloso davanti
i templi crollati a metà, si avvia ai sepolcri dei Martiri. Colui
che l’intelletto non induce alla fede, vi è spinto da una specie di
vergogna». Poco dopo ei fa menzione con orgoglio di Gracco, cugino
della pia Leta; alla quale scrive che quel suo parente, essendo
prefetto della Città, aveva fatto atterrare la grotta di Mitra e
aveva distrutti tutti gl’idoli sotto le cui forme adoravasi l’astro
Corax, Nymphe, Miles, Leo, Perses, Elio, Dromo e Pater, per farsi poi
battezzare sulle loro rovine. Ed esclama pieno di gioia: «Nella Città
il Paganesimo è cacciato in solitudine e in silenzio: quelli che un
tempo erano Dei delle nazioni, rimangono ora coi gufi e colle civette
sulle deserte cornici degli edificî. Sui vessilli dei soldati splende
la croce; e la porpora dei Re ed i gemmati diademi adorna il segno di
quel tormento ond’ebbe salvezza il mondo»[31].

Per conoscere che tali dipinture del disfacimento di Roma contenevano
molto di esagerato, basta leggere un solo squarcio di Claudiano. Ed è
quello in cui il Poeta, nell’anno 403, dall’alto del palazzo imperiale
mostra ad Onorio, entrato allora in Città, gli stessi templi e i
simulacri degli Dei, suoi penati, che già al Poeta ancor fanciullo
aveva fatti mirare per la prima volta Teodosio padre dell’Imperatore:

    _Attollens amicem subjectis regia rostris_
    _Tot circum delubra videt tantisque Deorum_
    _Cingitur excubiis. Juvat infra tecta Tonantis_
    _Cernere Tarpeia pendentes rupe Gigantas,_
    _Caelatasque fores, mediisque volantia signa,_
    _Nubibus et densum stipantibus aethera templis,_
    _Aeraque vestitis numerosa puppe columnis_
    _Consita, subnixasque jugis immanibus aedes,_
    _Naturam cumulante manu; spoliisque micantes_
    _Innumeros arcus. Acies stupet igne metalli,_
    _Et circumfuso trepidans obtunditur auro_[32].

Ma la guerra che da lungo tempo il Cristianesimo moveva contro la
figura pagana di Roma, vi aveva già indotti molti mutamenti. Durava
oramai da ottanta anni dacchè Costantino aveva promulgato il suo
Editto sulla religione cristiana; e molti templi nelle province
orientali erano stati distrutti e parecchi in Roma stessa dalla furia
del popolo erano stati devastati. E i Cristiani nel loro odio devono
avere gettate in pezzi e mutilate centinaia di statue. Ma la completa
distruzione dei monumenti dell’arte in Roma impedivano le leggi degli
Imperatori, e la veneranda grandezza della città, ed il prestigio delle
sue memorie, e la potenza considerevole di una aristocrazia pagana che
ancora numerosa sedeva in senato. Alla conservazione dei loro monumenti
attendevano i Romani con cura gelosa e con tale amore, che n’ebbero
lode e ammirazione dallo Storico greco Procopio, che scriveva cento
e cinquant’anni dopo lo impero di Onorio: «Quantunque la dominazione
barbarica pesi sui Romani da lunghi anni, pure eglino hanno conservato
gli edificî della Città e la massima parte dei monumenti che le sono
ornamento, per quanto era loro possibile; e malgrado dell’ingiuria
del tempo e della incuria, quelle opere dell’arte resistono incolumi,
tant’è la grandezza loro, e la solidità di costruzione»[33]. Nè in
alcuna maniera potevano i Cristiani di Roma esser compresi della mania
di devastazione che accoglievano stranieri quali erano santo Agostino
e san Gerolamo: ed anzi, ad onore della loro carità per il loco natio,
dobbiamo credere che in pochissimi fosse fervente l’abbominio contro il
culto degl’idoli a modo tale da voler rapire Roma di quello splendore
onde l’avevano adorna i loro grandi avi, e che tanto secolo che vi
corse sopra, aveva reso venerando.

Era carico del prefetto della Città la conservazione degli edificî
publici, delle statue, degli archi di trionfo, di tutti i monumenti in
somma della Città. Collo stipendio a lui assegnato doveva provvedere
alla riparazione degli edificî cadenti, ed ancora nell’anno 331 e
nel 332 il Senato romano faceva restaurare il tempio della Concordia
situato nel Campidoglio[34]. Nè l’imperatore Costantino, nè i figli
di lui erano mossi da acerbità di odio contro le Divinità dell’antica
religione; chè ragione politica più che altro motivo gli aveva
spinti a rinnegarla: e dalla serie di Editti dei loro succeditori si
pare, ch’essi prendessero cura di tutti gli edificî di Roma senza
fare distinzioni, servissero quelli al culto pagano oppure a scopi
civili o ad utilità del popolo. Era vietato da leggi ai prefetti
e agli altri magistrati di costruire in Roma novelli edificî, per
tema che rimettessero della loro diligenza nella conservazione degli
antichi. Era proibito di rapire i vecchi monumenti dei loro marmi, di
danneggiarne le fondamenta e di togliere gl’intonachi esterni di pietra
per giovarsi di quei materiali a nuove costruzioni[35]. Per quello poi
che riguardava ai templi in particolare, non era mai stato pensiero,
neppure remoto, degl’Imperatori di comandarne la distruzione in Roma;
chè anzi, mentre davano opera a sradicare le antiche consuetudini,
le quali nella vita popolare avevano messe radici profonde, si
restringevano a comandare che si chiudessero i templi, e minacciavano
severe pene a chi vi frequentasse ed a chi sacrificasse secondo il
rito pagano. E ogni qualvolta i Cristiani dessero saccheggio ai templi
o profanassero tombe di Pagani, che, situate fuor delle mura della
Città e in luoghi remoti nella Campagna, prestavano facilità ai loro
assalti, si promulgavano tosto Editti a vietare che simili avvenimenti
si ripetessero. «Quantunque,» scriveva l’imperatore Costantino
nell’anno 343, «quantunque ogni superstizione deva essere posta in
bando, tuttavia vogliamo che i monumenti dell’antica religione situati
fuor delle mura devano rimanere illesi, e che nessuno vi porti guasto.
Imperocchè, da alcuno di quelli essendo derivate le costumanze dei
giuochi e degli spettacoli del circo, ella sia cosa non convenevole,
che si distrugga quello da cui ebbero origine le solennità degli
antichi sollazzi del popolo romano»[36].

Giuliano, l’eroe filosofo, baldo del fuoco energico della giovinezza,
accesa la mente del desiderio d’imitare i grandi uomini dell’antichità,
preso ad abborrimento il sacerdozio che con giogo pedantesco gli
aveva tenuto nascoste le grandi verità del Cristianesimo, allettato
da vaghezza di ripristinare quella civiltà greca che tramontava,
tentò di restaurare il culto delle Divinità antiche. Egli previde che
sarebbe venuta la caduta dell’Impero dalla religione cristiana, la
quale in nome dell’individuo dichiarava guerra allo Stato e minacciava
di distruggere l’antico ordinamento civile. Dagl’insegnamenti dei
filosofi illustri di Atene e di Asia egli aveva succhiate le dottrine
aristocratiche della sapienza antica in modo ancor più profondo
che Marco Aurelio: ed egli cadde, ultimo degli eroi operosi del
mondo romano, e a lui dobbiamo tributare un pensiero di simpatia
e d’ammirazione, se pur l’opera sua non reputassimo degna di
approvazione. La breve e isolata guerra ch’egli fece contro il grande
rivolgimento spirituale dell’umanità è l’ultimo anelito della vita del
mondo antico, che scese nella tomba con quel giovane eroe della Stoa.
Vittima infelice, la quale nella sua figura presentava la grandezza
dell’Antichità, che alla sua partita dava al mondo l’estremo addio! E
i suoi disegni di restaurazione caddero con lui come quelli ch’erano
privi di fondamento nella condizione dei tempi; e l’idea civile del
Cristianesimo, energica della sua giovinezza, trionfava più balda e più
pronta. In tutto il mondo s’alzarono allora i Cristiani minacciando
distruzione completa a tutti i templi ed a tutti i monumenti antichi
che ancora stavano in piedi. A schiere numerose, quasi accorrenti ad
una crociata, eglino s’affrettavano nelle province a recar guerra
contro i monumenti; e nelle province e in Roma stessa insorgevano
contro le costumanze dei giuochi già usati sin dall’antichità, mettendo
a disperazione i Pagani. E i magistrati, ancor pagani in parte,
ricorrevano allo strano espediente di porre soldati cristiani a guardia
dei templi ai quali era minacciata rovina. Però Valentiniano proibiva
questi eccessi ch’egli considerava abusi di religione, e promulgava
un Editto dato da Milano nell’anno 365 e indiritto a Simmaco prefetto
della Città: nè già nutriva sentimenti ostili contro il Paganesimo,
ma buoni officî usava ai Vescovi cristiani: chè sì egli quanto
Valente tenevano ancor fermi i principî romani antichi di tolleranza
religiosa[37].


§ 2.

Contegno di Graziano verso il Paganesimo. — Contese per la statua e per
l’altare della Vittoria. — Fervore dell’imperatore Teodosio contro il
culto pagano di Roma. — Elemento pagano ancora esistente nella Città. —
Caduta della religione antica ai tempi di Onorio. — Templi e monumenti
di Roma. — Notizie del loro numero.

Graziano, figlio di Valentiniano, fu il primo imperatore romano
il quale sdegnasse di prendere il titolo e la dignità di pontefice
massimo, che tutti senza interruzione i Cesari precedenti avevano
assunto. Egli entrò decisamente in campo contro il Paganesimo.
L’antica religione degli avi era stata prestamente abbandonata
dalle classi infime e dal medio ceto del popolo romano: e facilmente
dovevano abbracciare la novella dottrina, ch’era anche la religione
dell’oppresso e dello sventurato. Ma l’aristocrazia romana stava
attaccata con caparbietà al culto tradizionale dei suoi padri: chè
l’orgoglio dell’ordine senatorio offendevasi all’idea di aver colla
plebaglia comune Iddio; ed i principî democratici del Cristianesimo,
e le idee di eguaglianza, di libertà, di amore, di fratellanza che
toglievano le distanze tra padrone e servo, mal suonavano all’animo
del patriziato educato nelle superbe sue istituzioni. L’aristocrazia
vedeva, ed a ragione, nel Cristianesimo un rivolgimento sociale;
prevedeva che ne verrebbe la caduta della nobiltà, anzi la ruina
dell’antico organamento dello Stato di cui il Cristianesimo scrollava
le leggi fondamentali. Quei Senatori romani in cui vivevano ancora le
idee dell’antichità, in molti dei quali erano caldo amore di patria e
indole nobilissima ed alta, nutriti agl’insegnamenti della filosofia
stoica, ricchi, discesi di illustre progenie, si sforzavano pertanto
di mantenere in onoranza il culto di quelle Divinità, colle quali,
pensavano, l’antico genio politico romano doveva vivere e morire. Or
nell’anno 382, avendo l’imperatore Graziano statuito che la statua
illustre della Vittoria, ch’era nell’aula del Palazzo senatorio,
fosse rimossa, ne venne che, intorno a quel simbolo religioso e
politico della grandezza di Roma, si accendesse quella memorabile
lotta ch’è uno degli episodi di maggior momento nella tragedia del
Paganesimo spirante. Era una statua di bronzo che rappresentava la
Vittoria sotto figura di donzella alata, d’alta beltà e divina, che
tenendo nella destra una corona di alloro, poggiava trionfatrice sul
globo. Questo capolavoro dell’arte tarentina, Cesare aveva collocato
sopra un altare nella sua Curia. Augusto aveva adorno quell’altare
delle spoglie conquistate in Egitto, e dopo quel tempo il Senato
non riunivasi mai senza che sacrificasse a quel palladio nazionale.
La statua, tolta ai tempi di Costantino, era stata restituita da
Giuliano. Allorchè Graziano diede comando che di nuovo si rimovesse, da
dolore profondo furono colpiti i Senatori pagani, come se minacciasse
sventura alla patria. Simmaco, prefetto e pontefice di Roma, uomo
di nobili sentimenti e fervido ammiratore dell’antichità, capo del
partito pagano di cui aveva sostenuto più volte la causa alla testa di
ambasciate alla corte di Milano, ebbe il carico dal Senato d’implorare
che venisse restituito il simulacro di quella patrona dell’Impero
romano. L’orazione animosa che Simmaco tenne nella sua seconda
legazione, avvenuta nell’anno 384, è l’ultima protesta formale del
Paganesimo cadente: nella quale facendo che Roma deserta parli con
sensi altissimi, la presenta sotto la triste figura d’una Cassandra.
«Egli mi sembra,» diceva Simmaco in quel discorso agl’imperatori
Graziano e Valentiniano II, «egli mi sembra che Roma vi stia innanzi
e di tal guisa a voi favelli: Eccellentissimi principi, padri della
patria, vi prenda rispetto della mia vecchiezza a cui sacra religione
mi trasse. Deh mi sia concesso di seguire il culto degli avi, e voi
non avrete cagioni di cordoglio. Lasciate che io viva in mio tenore
di vita, perchè libera sono. Questo culto fè cadere il mondo sotto
il mio impero, questi riti hanno respinto Annibale dalle mura, e i
Sennoni dal Campidoglio cacciarono. Sarò io tanto tempo vissuta, perchè
nella mia età canuta deva essere raddrizzata su via novella? Vorrò pur
vedere quali dottrine si pretenda di impormi, chè tardo e obbrobrioso è
l’insegnamento dato alla vecchiaia»[38].

Ma il discorso del sacerdote di Giove, splendido ma manchevole di
sodo fondamento, soggiacque alla ragione dell’idea vittoriosa ed
all’eloquenza di santo Ambrogio vescovo di Milano. Un nuovo tentativo
fatto più tardi dal partito retrivo di Roma presso l’imperatore
Teodosio, cadde con simile risultamento. Il Senato aveva spedito
sette ambascerie a quattro imperatori inutilmente, finchè, caduto
Valentiniano sotto il pugnale del franco Arbogasto, i Pagani poterono
festeggiare la restaurazione della Vittoria. Il retore Eugenio, che
la mano di colui ch’era ministro e generale possente aveva innalzato
al trono, cercava un appoggio fra i partigiani del Paganesimo.
L’antico culto potè aver nuovi onori nei templi, si rialzarono le
statue abbattute di Giove, e l’altare della Vittoria fu restituito
nella Curia. Ma breve regno aveva Eugenio, e già nell’anno 394
cadeva. Al pio ed ortodosso Teodosio, cui animava vendetta del
cognato assassinato, sorrise fausta la Divinità vera sopra gli Dei
bugiardi. Gli aristocratici e gli usurpatori godevano di loro vittoria,
allorquando un eunuco venuto d’Egitto, terra di fanatismo, si fè nuncio
a Teodosio di un oracolo di Giovanni di Licopoli, in cui l’anacoreta
prediceva che dopo grande spargimento di sangue vincerebbe. Affidato
a quell’esortazione entrò in campo e prestamente sconfisse Eugenio
ed Arbogasto. Trionfatore entrò in Roma, ne cacciò i sacerdoti del
culto antico e rapì i templi delle ultime offerte. E tant’oltre,
narra Zosimo storico pagano, tant’oltre si spinse allora l’audacia,
che Serena, moglie di Stilicone, entrata nel tempio di Rea, dal collo
della potente Dea staccando il monile prezioso ond’era ornata, sè
stessa ne cinse[39]. I simulacri ed i Pagani soffrivano in silenzio, nè
alcun retore era più oso di far publica difesa del culto proscritto.
Avrà lo zelante Teodosio lasciata nella Curia l’altare e la statua
della Vittoria? Non siamo indotti a credere sì di leggieri ch’egli
risparmiasse quel monumento antico della nazione, quantunque or fosse
divenuto innocuo, e quantunque Claudiano nei suoi poemi parli della
Vittoria come di una Divinità che rendeva onorato di sua presenza il
trionfo di Stilicone e di Onorio: egli è dubbio però se il Poeta la
scorgesse realmente cogli occhi, o se la vedesse piuttosto trasportato
sulle ali della fantasia[40].

Quello che havvi di certo si è, che al tempo di Teodosio, malgrado di
tutti gli Editti, e quantunque serrati fossero i templi, Roma nella
sua vita publica era pur sempre pagana. Verso l’anno 341, traevano a
Roma alcuni monaci, discepoli dell’egiziano anacoreta Antonio; e, a
piè scalzi, involto il capo nelle ruvide lane del cappuccio, passavano
dinanzi ai templi superbi e splendidi di Roma per girsene a compiere
il loro pellegrinaggio nella basilica di san Pietro di fresco fondata
e per prostrarsi ad orare sulle tombe dei Martiri, nel tempo stesso
in cui i Pagani celebravano ancora loro sacrificî proscritti e loro
antiche festività. Nei crocicchi delle vie sorgevano ancora illese le
cappelle dedicate ai Lari compitali; e Prudenzio, poeta cristiano,
lamenta che non a un solo ma a parecchie migliaja di Genî Roma
tributasse onoranza, e che le imagini e gli emblemi di quelli, sulle
porte, sulle muraglie delle case e delle terme, e in ogni parte di Roma
potessero vedersi. E santo Gerolamo volge amare parole contro l’astuzia
dei Romani, perocchè questi, sotto pretesto di farlo per sicurezza
delle loro case, accendessero torce e lanterne dinanzi le imagini delle
Divinità tutelari della famiglia, affinchè in coloro ch’entravano
e che uscivano della casa sempre si rinnovasse la ricordanza della
superstizione antica[41].

Per la qual cosa si pare, che neppure le leggi energiche di Teodosio
avessero avuto possanza di distruggere il partito pagano di Roma
guidato da Simmaco e da Pretestato nobile amico di lui; e che non
fossero state potenti a bandire del tutto il culto delle antiche
Divinità. Chè già gli Editti, i quali del continuo si succedevano con
comando di chiudere i templi, di rimuovere altari e statue, dimostrano
chiaro abbastanza che anche nelle province caparbiamente tenevansi
aperti templi, e che in quelli tributavasi alle Divinità onore di
culto. Onorio ed Arcadio, figli di Teodosio, continuarono a promulgare
di tali Editti; e non fu che sul cominciamento del secolo quinto che la
Religione pagana, simile ad un manto regale lacero e scolorato, cadde
finalmente dagli omeri di Roma antica. Le rendite (_annonae_), che
i templi, fino dalla più remota antichità, ricavavano da imposte, da
tributi e da proprietà di varia maniera, affinchè provvedessero alle
spese del culto ed alle festività publiche, furono tolte loro da una
legge di Onorio dell’anno 408: e questo Editto memorando, che privava
la Religione pagana dei mezzi di mantenersi in vita, ordinava che si
abbattessero altari e simulacri; e, deliberando che i templi stessi
cadessero in proprietà dello Stato, li sottraeva di tal guisa, quali
edificî publici, alla distruzione[42]. Diciasette anni più tardi un
Editto degl’imperatori Teodosio e Valentiniano, dato da Costantinopoli,
statuiva: «tutte le cappelle, ed i templi ed i santuarî, i quali
rimanessero ancora illesi da rovina, dovere per comando sovrano
distruggersi, e dover piantarvisi il segno della santa Religione
cristiana affinchè fossero resi puri.» Che però quella espressione
«distruzione» (_destrui_), non deva venir presa alla lettera, dimostra
la parte susseguente dell’Editto, la quale prescrive che i templi
pagani si trasformino in santuarî del Cristianesimo[43].

Or dunque ben poteva cantare Prudenzio:

    _Gaudete, quidquid gentium est,_
    _Judaea, Roma et Graecia,_
    _Aegypte, Thrax, Persa, Scytha,_
    _Rex unus omnes possidet_[44].

Il Paganesimo, quale religione publica, sparve; e gli ultimi adoratori
di Giove antico e di Apollo alimentavano le fiamme delle are dei loro
riti proscritti in adunate secrete che tenevansi in luoghi selvaggi
e deserti della Campania, o nelle gole di montagne remote. In Roma
però, s’ergevano ancora quasi tutti i templi; e la loro grandezza e la
maestà, allettando l’orgoglio nazionale dei cittadini e commuovendo
il senso della bellezza artistica, li proteggevano da insulto: e, se
anche non pochi dei santuarî minori possano essere stati atterrati,
uno sguardo che si dia oggidì ai monumenti romani ci fa conoscere, che
anche di quelli la massima parte nel secolo quinto doveva conservarsi
incolume. Chi contempli le rovine di Roma è scosso d’ammirazione alla
vista del tempietto rotondo di Vesta ancora ben conservato, e del
tempio della Fortuna Virile che si eleva in prossimità di quello: e si
cruccia pensando al capriccio fatale del tempo, che, quasi a derisione,
rispettò questi piccoli templi di Roma antica; laddove del Campidoglio,
del tempio sacro a Roma ed a Venere, e di mille altri miracoli
dell’arte romana, o cancellò i vestigî dal terreno, oppure ne conservò
miserande reliquie somiglianti a larve enigmatiche del passato, sulle
quali l’ignoranza, la tradizione e la scienza cercano di aprirsi un
sentiero, arrampicandosi come il musco che ne copre i sacri marmi.
Chiusi erano i templi; e nella Città, che vergeva alla massima povertà,
andava sempre più cessando il desiderio della restaurazione del culto
antico, altra volta sì fervido nel popolo, il quale ne attendeva la
riapertura dei teatri e delle terme: per la qual cosa i templi erano
esposti senza riparo alle influenze distruggitrici degli elementi
della natura e degli avvenimenti sociali. Ond’è che alla fantasia d’un
Padre della Chiesa vivente in Gerusalemme, Roma (Babilonia novella) si
dipingeva cadente, con suoi templi maestosi che la fuligine anneriva,
e dentro dei quali la ragna, simile a parca fatale, tesseva sue fila
attorno alle splendide teste delle Divinità deserte, miracoli dell’arte
greca[45].

Ancor più dei templi di Roma, erano esposti a grave pericolo di
distruzione o di mutilazione i bei capolavori di scultura greca
e romana. In copia innumerevole erano erette statue, a splendido
ornamento dei templi, delle piazze, dei portici, dei bagni, delle vie
e dei ponti; di modo che, lungo la immensa Città, apparivano schierate
vere popolazioni di statue di Dei e di eroi, in metallo ed in marmo,
offerendo all’ammirazione di chi s’aggirava per le vie, le splendide
creazioni del genio, le opere belle degli studî di molti secoli, in
tutta la varietà che lingua non vale a descrivere. Sotto Costantino
(che le città tutte d’Europa e d’Asia rapì di loro più bei monumenti
per ornarne Bisanzio, Roma novella) la Città eterna vide per la prima
volta molti dei suoi monumenti partire per ornare una terra straniera.
Nel solo ippodromo della sua nuova città, Costantino innalzò sessanta
statue, mirabili certo per la bellezza d’arte, tra le quali era anche
la Statua di Augusto[46]. Ma sì grande ne era il numero in Roma,
che, fossero anche state tolte a centinaja, occhio non si sarebbe
avveduto di vacui. Allorquando poi sotto i succeditori di lui, lo zelo
religioso cominciò a mostrarsi avverso ai monumenti pagani, i Cristiani
avrebbero volentieri portata la distruzione contro i simulacri delle
false Divinità, chè tali consideravano in loro mente i capolavori
dell’arte, se non gli avesse rattenuti l’autorità del prefetto e delle
magistrature che vegliavano all’ordine publico: ed altrimenti, nel loro
cieco fervore, avrebbero messe in pezzi le fantastiche figure delle
Divinità d’Asia e i simulacri di nero basalto degli Dei di Egitto; e in
parecchi templi insieme coll’altare anche l’imagine del dio avrebbero
atterrata. Colle loro leggi però gl’Imperatori facevano rispettare
i templi e i monumenti publici, e già primo ne aveva avuto cura
Costantino, cui Prudenzio fa dire innanzi al Senato pagano:

    _Marmora tabenti respergine tincta lavate_
    _O Proceres; liceat statuas consistere puras,_
    _Artificum magnorum opera. Hae pulcherrima nostrae_
    _Ornamenta cluant patriae, nec decolor usus_
    _In vitium versae monumenta coinquinet artis_[47].

Da scritti del quarto e del quinto secolo ricaviamo, che le piazze
e i bagni ed i portici di Roma erano popolati di statue: e soltanto
santo Agostino credeva che, già prima dell’invasione di Radagaiso,
i monumenti tutti fossero stati atterrati. Ed inoltre le case delle
famiglie illustri di Roma erano splendide di pitture e di sculture
bellissime; nè possiamo accogliere il dubbio che gli stessi palazzi
di Basso, di Probo, di Olibrio, di Gracco e di Paolino, convertiti
al Cristianesimo, non mettessero ancora diletto od orrore in chi vi
entrava collo spettacolo di dipinture licenziose rappresentanti le
Divinità della antica mitologia. S’avvicinava tempo però in cui molti
Romani, o fosse coscienza timorata, o tema dell’invasione di Alarico
che li premesse, possono avere seppellite molte statue di bronzo o
di marmo rappresentanti Divinità, le quali, dal terreno ove furono
deposte, dopo lunghi secoli si trassero, tesori d’arte preziosissimi.

Se ci prenda vaghezza di esaminare le brevi notizie statistiche colle
quali conchiude la _Notitia_, per conoscere il numero dei monumenti
publici che sorgevano in Roma al tempo di Onorio, ricaviamo che nella
Città miravansi 2 colossi, 22 grandi statue equestri, 80 statue di Dei
coperte d’oro e 74 di avorio. Non vi si fa cenno del numero di statue
che ornavano a quel tempo i 36 archi trionfali, le fontane, i teatri,
i portici, le terme di Roma: sennonchè, da una statistica posteriore,
redata al tempo di Giustiniano, sappiamo, che, se non all’epoca in cui
compilavasi, tuttavia al secolo quinto, contavansi nella Città 3785
statue di bronzo rappresentanti l’effigie d’Imperatori e d’illustri
cittadini[48]. Ed abbiamo argomento da persuaderci, che Roma, ai tempi
di Gregorio il grande, benchè coperta dei ruderi dei molti monumenti
onde Augusto ed Agrippa, Claudio, Domiziano, Adriano ed Alessandro
Severo l’avevano resa illustre; benchè devastata dai saccheggi dei
Goti e dei Vandali, possedeva tuttavia tanta ricchezza di capolavori
artistici, tanta copia di monumenti publici splendidi, che oggidì
Londra, Parigi e la Metropoli pontificia non basterebbero ad emulare.


§ 3.

Cangiamenti operati in Roma dal Cristianesimo. — Le sette Regioni
ecclesiastiche della Città. — Chiese antiche anteriori a Costantino. —
Estinzione dell’arte antica. — Architettura delle chiese.

Il Cristianesimo metteva radici sempre più profonde in Roma imperiale,
e la Città ravvolgeva nei suoi misteri per compiervi quella
trasformazione, che è uno degli avvenimenti più straordinarî che
s’incontrino nella Storia del mondo. Ed operava con triplice forza
sulla faccia esterna della Città: distruggeva, creava e riformava; e
questa sua triplice operosità può dirsi che fosse quasi contemporanea.
Allorquando nel seno d’un antico e generale organamento sociale, si
gettano semi d’un organamento novello di civiltà, è forza di natura
che nel primo svolgimento i germogli novelli assumano delle forme
degli anteriori, innanzi che distruggano o trasformino gli elementi
del sistema sociale antico. Egli è un avvenimento importante e degno di
nota, che la Chiesa cristiana, fin dal primo periodo di sua esistenza,
prendesse rapidamente possesso della città di Roma, formando un
proprio sistema amministrativo independente dalla partizione della
Città fatta da Augusto in quattordici Regioni, e che la dividesse in
sette Regioni, una affidandone a ciascuno dei sette Notari ossiano
scrittori delle storie dei Martiri, ed a ciascuno dei sette Diaconi
ai quali era affidato l’officio di vegliare all’insegnamento delle
dottrine religiose ed alla disciplina ecclesiastica. Vuolsi che autore
di quest’ordinamento fosse già stato Clemente, quarto vescovo di Roma,
che viveva ai tempi di Domiziano. E credesi che Evaristo, sesto vescovo
di Roma, vivente ai tempi di Trajano, affidasse alla cura di preti i
Titoli ossiano le Chiese parrocchiali della Città[49].

Il numero di queste Regioni ecclesiastiche, che saliva alla metà del
numero delle Regioni imperiali, fu creduto essersi formato dall’unione
di queste ultime due a due, o fu messo in corrispondenza alle stazioni
delle coorti della guardia. Infruttuosi sforzi furono tentati per
determinare i confini entro cui quelle Regioni erano racchiuse. Solo
da alcune notizie ricavate dalla più antica Cronica, ossia dalla
Storia delle geste dei Papi, si sa, che la prima Regione era detta
Aventina e che a lei apparteneva anche la basilica di san Paolo situata
fuor delle mura; che la seconda comprendeva il _Velum Aureum_ ossia
l’antico _Velabrum_ e la Via Mamertina; che entro i limiti della terza
era situato il monte Celio ed anche la basilica di san Lorenzo posta
fuor della porta; che più in là, nella quarta Regione, era il titolo
di Vestina ossia la chiesa che in tempi posteriori ebbe nome di san
Vitale[50]: la quinta, chiamata _Caput Tauri_ o _Tauma_, si suppose che
fosse identica all’antica Regione chiamata _Palatium_, quantunque forse
comprendesse il territorio in cui s’alza la chiesa di santa Pudenziana.
Da un passo di quella Storia dei Papi ci è dato conoscere, che sotto la
cura dei Preti della sesta e della settima Regione stava la basilica di
san Pietro, per la qual cosa sia probabile che vi si comprendesse anche
il territorio del Transtevere ed il campo di Marte[51].

Nè più chiare notizie possediamo intorno alle antichissime chiese di
Roma preposte a quelle Regioni ecclesiastiche dal vescovo Clemente.
La curiosità dello studioso dell’antichità e di chi reverente cerca
di conoscere la storia dei primi tempi del Cristianesimo, deve restar
contenta al pensiero che i primi oratorî occulti dei Cristiani devono
essere stati entro le abitazioni di cittadini privati, e là nei
quartieri di Roma appartati, dove viveva la classe più povera della
popolazione e dove avevano loro dimora gl’Israeliti immigrati ai tempi
di Pompeo: quegli oratorî dunque devono cercarsi nel territorio del
Transtevere, sull’Aventino e sui tre colli situati verso nord-est;
e finalmente a trovarli conviene discendere in quelle meravigliose
catacombe di pozzolana, poste lungo le Vie Appia, Ostiense, Aurelia,
Salarica ed altre della Città. Quello che per noi ha importanza, è di
conoscere quali fossero le basiliche cristiane di Roma ai tempi di
Onorio, che un nuovo aspetto davano alla figura esterna di Roma. Di
tali chiese, a quell’epoca, erano molte; alcune già edificate prima
dei tempi di Costantino, altre fondate durante il suo regno e non poche
finalmente innalzate sotto i succeditori di lui in quei quartieri ove
ai Vescovi meglio talentava. Imperocchè, se si faccia osservazione ai
luoghi ov’erano eretti questi antichissimi templi cristiani di Roma,
troviamo che dapprincipio, ed ancora ai tempi di Costantino, erano
edificati nei punti estremi della Città, quasi tutti nei cimiteri e
nelle catacombe; e che in seguito, via via che la Religione cristiana
guadagnava del campo, scossa ogni tema di persecuzione, alzarono le
loro fronti anche nel centro della Città e in vicinanza ai templi delle
Divinità antiche, giungendo finalmente a prender seggio entro le mura
di alcuni di quegli antichi delubri pagani.

Stando alla tradizione, prima vera chiesa di Roma sarebbe stata quella
di santa Pudenziana, che esiste ancora in prossimità di santa Maria
Maggiore. La Storia ignora ove l’apostolo Pietro ponesse sua stanza,
ma la tradizione e le leggende narrano ch’egli avesse posto dimora sul
poggio esquilino, nel Vico Patrizio e nella casa del senatore Pudente
e di Priscilla moglie di lui, e che ivi egli edificasse un oratorio.
In vicinanza a quel luogo, Novato e Timoteo, due figli di Pudente,
possedevano alcuni bagni, dei quali, col loro nome, è fatta menzione
negli Atti dei Martiri: ed in un manuale di storie dei Papi sta
scritto alla biografia di Pio I (il quale viveva intorno all’anno 143),
che questo Vescovo, secondando le preghiere della giovane Prassede,
edificasse una chiesa in quelle terme, dedicandola ad onoranza di
santa Pudenziana ch’era stata sorella di lei e dei due giovani[52]. È
la prima delle chiese di Roma, di cui parli il _Liber Pontificalis_; e
nel Concilio di Simmaco dell’anno 499 comparisce sotto nome di _Titulus
Pudentis_. Nella tribuna conservansi ancora antichi musaici e mirabili,
che sono da collocarsi tra i più belli di Roma. Vi è rappresentato
il Cristo fra gli Apostoli e le due sante sorelle che gli presentano
le corone dei martiri. Il corretto e bello stile fa credere che
appartengano al quarto ed anche al terzo secolo, ma parecchi ritocchi
condotti sopra la dipintura, furono causa che molto perdessero della
loro originalità.

A questa chiesa si congiungeva l’altra detta _di santo Pastore_
(_Titulus Pastoris_), ch’ebbe nome da un fratello del vescovo Pio I
che l’edificò e ne fu primo investito. Sembra che a questo tempio,
il quale anche oggidì comprende due chiese, venissero date le due
denominazioni[53].

Credesi che il vescovo Calisto I (217-222), da cui ebbero nome
le celebri catacombe, ponesse le prime fondamenta della chiesa di
santa Maria in Transtevere: ed al succeditore di lui è attribuita
la costruzione della chiesa di santa Cecilia nell’istesso quartiere
di Roma. Vuole tradizione, che qualche tempo dopo, sul principio
del secolo quarto, venissero fondate le chiese antichissime di santo
Alessio e di santa Prisca sull’Aventino. Però tutto quello che riguarda
la storia di queste basiliche è cacciato nella fitta e impenetrabile
tenebra delle leggende; nè di esse, nè di tutte le altre chiese erette
ai tempi anteriori a Costantino, è possibile avere notizie certe e bene
determinate[54].

Allora soltanto che Costantino chiamò la Religione cristiana a pienezza
di libertà, grandi e magnifiche basiliche s’elevarono in Roma. La loro
architettura, che gran tempo prima s’era modellata nelle catacombe e
che, come il culto della Chiesa, nella loro solitudine s’era svolta,
apparve al mondo già perfetta, nè molta cosa in generale lasciava ai
secoli venturi d’aggiungere. Il Romano che nei suoi templi sontuosi,
di splendido stile, ancora sacrificava alle Divinità, avrà gettato
uno sguardo di sprezzo ai templi del Cristo, simili nella forma ai
tribunali romani, con loro colonne che toglievano alla veduta del
fedele la parte interna del santuario, e con loro fronte di prospetto
che s’alzava in un cortile circondato da elevate muraglie, e nel mezzo
del quale era un pozzo detto _Cantharus_. In quel tempo il genio
dell’arte antica era per ispiccare il suo volo dalla terra, la cui
faccia per il corso di lunghi secoli aveva abbellito. Del tramonto
dell’arte antica è monumento l’arco trionfale di Costantino, il quale
s’erge a tracciare il limite di due epoche di civiltà. Allorchè il
Senato volle innalzare quell’arco di trionfo, fu duopo distruggerne uno
dedicato a onoranza di Trajano, per ornare quello di Costantino delle
sue sculture. E poichè di un numero maggiore di esse faceva bisogno,
furono chiamati artisti viventi a fornire alcuni bassi rilievi: ed
eglino ebbero l’onta, che la sentenza universale affermasse, che
del genio artistico degli avi perduta s’era l’idea e la possa. E
oggi ancora il pellegrino che mira le rovine della Città, s’arresta
meditabondo dinanzi a quel cadavere delle arti di Grecia e di Roma.

La pittura, benchè in generale dividesse le sorti della scultura,
era tuttavia a condizione migliore. Esauriti i temi fecondi della
mitologia, sembrò che la pittura seguisse Costantino a Bisanzio ed
attingesse ispirazioni alle idee del Cristianesimo: ed ivi, in quella
corte orientale sontuosa, si fè imitatrice della pompa brillante di
pietre preziose e di perle col mettere in voga i disegni di musaico.
Anche in Roma, dopo il secolo quinto, la pittura non si fè più
imitatrice degli esemplari antichi che ancora s’erano conservati,
ornamento bellissimo, nelle catacombe; e il disegno di musaico,
appoggiato alle arti tecniche che avevano avuto perfezione nei tempi
imperiali, usurpò l’onore della pittura. Il musaico è l’arte del
decadimento, l’aureo fiore artistico della barbarie, e per sua natura
s’acconcia ai tempi in cui la società è oppressa da rozzo despotismo
e da una costituzione aristocratica; e se ne trova vestigio persino
nei dipinti sacri di quell’epoca, in cui, disperse totalmente le
istituzioni di libertà, una gerarchia di officiali publici, splendidi
di toghe di broccato d’oro, invadeva lo Stato e la Chiesa. E il musaico
possiede mirabile energia nel dipingere la severità profonda e mistica,
il raccoglimento solitario dei sentimenti religiosi, e la truce e
fanatica prepotenza delle passioni che ne scaturiscono nei secoli in
cui il lume santo della scienza e della filosofia s’estinse.

In simil guisa anche l’architettura era caduta dalla altezza cui era
giunta nell’antichità. In quest’arte i Romani avevano potuto spiegare
tutta la possanza originale del loro genio, fino a che, spenta la
loro vita politica, cessare doveva anche la loro operosità. Fra le
ultime opere grandi d’architettura in Roma, è da farsi menzione del
tempio del Sole e delle mura di Aureliano, dei bagni di Diocleziano,
e finalmente della _Basilica Nova_ e delle terme di Costantino. Dopo
di lui la Città non vide più sorgere alcuna opera improntata del vero
genio romano; ed è cosa degna di nota, che, insieme al decadimento
dei concepimenti artistici, andasse perdendo di solidità l’esecuzione
tecnica dei lavori. Imperocchè grandi differenze appariscano tra
gli edificî costruiti sotto i primi Imperatori e quelli innalzati
ai tempi di Adriano, e inferiori di tutti sieno quelli fabbricati
all’epoca di Costantino, di costruzione leggiera e meschina. Ora
che invece di templi elevavansi chiese, conveniva che l’architettura
scendesse da quell’apogeo di perfezione artistica, cui da gran tempo
era già pervenuta. E da gravi difficoltà essa era circondata; perocchè
ogni cosa che di paganesimo ricordasse, dovesse fuggire, lo stile
perfetto dell’antichità dovesse rigettare; di maniera che per la
configurazione delle chiese togliesse a tipo le aule dei tribunali,
ossia le basiliche, che bene acconciavansi ai riti ed alle ceremonie
del Cristianesimo. Le chiese cristiane ricevevano continuamente
ampliamenti e mutazioni; locchè il puro stile, la forma semplice e la
figura matematica dei templi antichi non permetteva. Vi si aggiungevano
edificî destinati all’insegnamento ed al culto, e ampliavansi
irregolarmente con cappelle, con oratorî e con grande numero di altari
che ne alteravano la forma in siffatta guisa da darvi apparenza di
altrettante catacombe. E nel corso di questa Storia non ci verrà mai
fatto di parlare d’una basilica di Roma che non abbia subite parecchie
alterazioni nella sua forma. Molti potranno dare onore al culto ed al
Sacerdozio perchè così l’architettura ne venisse in fiore: ma egli è
peraltro dubbio se l’arte ne guadagnasse.


§ 4.

Chiese erette da Costantino. — Basilica Lateranense. — Chiesa
antichissima di san Pietro.

Narra la tradizione che l’imperator Costantino edificasse in Roma
la basilica Lateranense, la basilica Vaticana, e quelle di san Paolo
fuor delle mura, di santa Croce in Gerusalemme, di santa Agnese fuori
di porta Nomentana, di san Lorenzo fuor delle mura e la chiesa dei
santi Marcellino e Pietro fuori di porta Maggiore. Ma la Storia non ne
possiede prova alcuna; e forse la chiesa di san Giovanni in Laterano è
la sola che egli fondasse.

Fausta, moglie di lui, possedeva ivi le case della famiglia laterana
d’antico lignaggio romano, il cui nome, reso illustre non da geste
gloriose ma dal possedimento di quell’immenso palazzo, in tutto il
corso dei tempi non si disgiunse mai da quegli edifici e dal luogo
ove sono situati[55]. Credesi che l’Imperatore costituisse a dimora
del Vescovo romano quella parte del Laterano che aveva nome speciale
di _Domus Faustae_: ed i succeditori di Silvestro tennero colà loro
residenza per il corso di quasi mille anni, fino alla traslazione della
sede in Avignone; e, durante il corso dei tempi, molti cangiamenti
operarono in quell’antico palazzo, ampliandolo coll’aggiunta
di cappelle, di triclinî e di basiliche. Nel mezzo dei palazzi
lateranensi sorgeva la basilica edificata da Costantino, che sarà stata
probabilmente di estensione non grande, di stile severo e pesante, a
tre oppure a cinque navate. E nessuna notizia possediamo sulla forma
di lei originaria, e soltanto ci pervenne una descrizione alquanto
diffusa sui mutamenti che vi si effettuarono quando fu rifabbricata
al principio del secolo decimo sotto Sergio III[56]. La basilica era
dapprima dedicata al Cristo sotto il titolo di Salvatore, e dopo il
secolo sesto per la prima volta ebbe nome di san Giovanni Battista,
ad onoranza del quale Santo in comunione con san Giovanni evangelista
era stato edificato un convento di Benedettini in prossimità della
chiesa. Essa però, dal nome del fondatore, era appellata basilica
di Costantino, ed era detta anche _basilica aurea_, a cagione degli
abbondanti e ricchi fregi d’oro che la ornavano. Nel libro pontificale
si parla dei donativi onde Costantino l’aveva resa ricca: vi si
annovera una immensa quantità di quadri d’oro e d’argento di gran peso,
di arredi d’altare, di statue di Apostoli e di Angeli, di patere, di
calici, di vasi, di doppieri, di ornamenti d’ogni maniera, splendidi
di pietre preziose. Tuttavia possiamo accogliere l’opinione che il
biografo di san Silvestro attribuisse a liberalità di Costantino tutti
i ricchi doni che nel corso dei secoli posteriori si ammassarono nel
tesoro di quella chiesa. La basilica di Costantino prendendo il titolo
di madre chiesa della Cristianità, _Omnium Urbis et Orbis Ecclesiarum
Mater et Caput_, pretendeva al primato sopra le chiese tutte, ed anzi
affermava: la santità del tempio di Gerusalemme in lei essere stata
trasfusa, poichè l’arca dell’alleanza degli Israeliti sotto il maggiore
suo altare era conservata. Ma questa chiesa vescovile di Roma, della
quale ogni Pontefice prende possesso ad esordire nel suo governo
spirituale, cadde nell’ombra di rincontro allo splendore onde doveva
brillare il san Pietro; e già vedremo che nel medio evo quella basilica
di Costantino in cui veneravansi il pannolino della santa Veronica e
le teste dei due Principi degli Apostoli, conservate entro custodie
seminate di pietre preziose, e la istessa imagine del Salvatore, il
cui artefice non vestì umana spoglia, e tante altre reliquie sacre,
perdette del suo lustro allorchè sorse il san Pietro.

Non si sà in quale anno e sotto quale pontefice e al tempo di quale
imperatore, venissero gettate le fondamenta della chiesa di san Pietro:
tuttavia, tradizioni concordi e tutte le notizie conservateci negli
Atti della Chiesa e da scrittori antichissimi, c’inducono a credere
che venisse edificata ai tempi di Costantino il grande. Il libro
pontificale narra che l’Imperatore, dietro preghiera del vescovo san
Silvestro, ergesse una basilica ad onore del santo apostolo Pietro in
quel terreno ove anticamente sorgeva un tempio di Apollo, e ch’egli
racchiudesse il cadavere del Santo in un’arca di bronzo ciprio fitta
nel terreno. Quel tempio di Apollo non esiste certamente se non nella
leggenda; chè da scavi fatti in tempi recenti si conobbe, che la chiesa
di san Pietro fu fondata nel territorio vaticano in prossimità d’un
tempio dedicato a Cibele, il cui culto abbominevole si conservò in Roma
per tempo lunghissimo; perocchè già durasse anche dopo che Teodosio
aveva orato presso la tomba dell’Apostolo[57]. La leggenda ci narra che
Costantino col badile cavasse la prima palata della fossa ove ne furono
gettate le fondamenta, e che trasportasse egli stesso dodici panieri
pieni di terra per dare onore con quell’atto di umiltà ai dodici
Apostoli. Se allora il circo di Nerone fosse già distrutto, oppure se
durante la fabbrica del san Pietro rovinasse, non sappiamo: ma ci è
noto, che quel recinto cruento di stragi inumane e bagnato del sangue
di tanti Cristiani dei primi tempi, fu eletto a fondarvi la basilica, e
ch’essa in fatti in un angolo del circo fu innalzata.

L’architettura di quella chiesa, quale sarà stata ai tempi posteriori
a Costantino ed a quelli di Onorio, possiamo di leggieri imaginare
somigliante a quella originaria della basilica lateranense; imperocchè
durante i tempi di mezzo il san Pietro fosse bensì abbellito ed
ampliato, ma non riedificato dalle fondamenta: chè, primo, Giulio II ne
incominciò la ricostruzione nei primi anni del secolo sestodecimo[58].
La chiesa, lunga più di cinquecento palmi, alta censettanta, aveva
cinque navate ed una navata trasversale e terminava ad una tribuna o
abside formata a emiciclo[59]. Prima di entrare nella chiesa trovavasi
un atrio, detto Paradiso, lungo duecencinquantacinque palmi e largo
duecencinquanta, circondato internamente da portici sostenuti da
colonne. Per una vasta scalea di marmo si saliva all’atrio; ed era
sullo spazzo superiore della gradinata che i succeditori di san Pietro
accoglievano i succeditori di Augusto allorchè venivano ad orare sulla
tomba dell’Apostolo, oppure, nei tempi più tardi del medio evo, a
ricevere dalle mani del Pontefice la corona imperiale.

La grande chiesa dev’essere stata costruita in fretta, oppure l’arte
di edificare doveva vergere al massimo decadimento, perocchè le
muraglie di quell’edificio facessero pessimo riscontro alla solida
e bella costruzione delle mura del vicino circo di Nerone. La faccia
di prospetto, l’abside, le muraglie esterne erano rozzamente formate
con materiali di costruzione di vario genere accozzati insieme;
gli architravi, che internamente poggiavano sulle colonne, erano
bruttamente composti di frammenti antichi; le colonne stesse ch’erano
in numero di novantasei, quali di marmo, quali di granito, avevano
basi e capitelli gli uni dagli altri differenti. Alla formazione delle
soglie delle porte erano stati adoperati i marmi lavorati del circo,
sui quali leggevansi ancora frammenti d’iscrizioni antiche e vedevansi
bassi rilievi rappresentanti emblemi e fatti del Paganesimo[60]. Ed è
cosa degna di osservazione, che già nella basilica antichissima del
san Pietro si trovasse impressa quella ch’è nota particolare, anche
al giorno d’oggi, di parecchie chiese di Roma; nelle quali, in molti
frammenti di antichi marmi raccozzati insieme per gli edifici novelli,
appariscono emblemi e vestigi pagani, quasi spoglie trionfali della
Religione cristiana. La parte interna della chiesa, in cui s’entrava
per cinque porte, ognuna delle quali metteva ad una delle cinque
navate, era di proporzioni imponenti. Da finestre arcuate non molto
grandi penetrava la luce nell’ampia navata del centro, il cui tetto
con rozzi modiglioni poggiava su un grande numero di colonne: e la
luce che penetrava dalle finestre, illuminava il pavimento, formato di
frammenti di antichi marmi, e le elevate muraglie le quali non avevano
ancora alcun ornamento di musaici. Un arco di mole poderosa serrava
la navata maggiore; e i musaici onde sarà stato ornato, insegnavano
a chi penetrava entro la chiesa, che, in luogo degli archi trionfali
degl’Imperatori di Roma, sorgevano allora gli archi di trionfo dei
Santi i quali del loro sangue avevano imporporate le zolle dei campi
sui quali erano state combattute le battaglie della Religione. Ed i
pii Cristiani saranno stati commossi a senso altissimo di venerazione
allorchè avranno innalzato il loro sguardo all’altare situato dietro
alla Confessione, ove era la tomba di san Pietro entro una specie
di piccolo tempio sostenuto da sei colonne di porfido. È tradizione
che la salma fosse collocata sotterra, in una stanza dalle pareti
coperte d’oro, entro l’arca di bronzo dorato in cui Costantino l’aveva
deposta, e che vi ardessero intorno lampade d’oro. E il biografo di
santo Silvestro dà la notizia, assai importante per la storia della
costruzione della chiesa, che sovra l’arca e lunga quant’essa, si
alzasse una croce d’oro massiccio su cui era scritto in lettere
d’argento:

    _Constantinus Augustus et Helena Augusta._
    _Hanc domum regalis simili fulgure coruscans aula circumdat_[61].

La navata maggiore terminava nell’abside, ossia tribuna semicircolare,
la cui figura era costruita ad imitazione della tribuna delle basiliche
civili di Roma, dove erano il tribunale, la cattedra del pretore ed i
seggi dei giudici. Non è probabile che la tribuna dell’antica chiesa
di san Pietro andasse priva di fregi: egli è certo che la ornavano
musaici simbolici condotti in campo d’oro, dei quali a noi non pervenne
descrizione: e sotto di essi dovevano leggersi allora questi versi, che
ancora esistevano fino agli ultimi tempi del medio evo:

    _Quod duce te mundus surrexit in astra triumphans_
    _Hanc Constantinus Victor tibi condidit aulam_[62].

Forse ai tempi di Onorio vedevasi già nella nicchia dorata
dell’emiciclo l’imagine del busto del Salvatore in mezzo alle figure
dei santi Pietro e Paolo. Alla parete dell’abside era appoggiata la
cattedra vescovile sulla quale il Papa sedeva. Egli è incerto, se
questa, come le cattedre vescovili di tante altre chiese cristiane di
Roma, fosse un antico sedile di legno, tolto alle terme: e forse era
lo stesso seggio antico di legno adorno d’intarsi d’oro e di avorio che
oggidì è nella tribuna, racchiuso entro la cattedra di bronzo, e su cui
sono condotti, con mirabile ed elevato concepimento, i disegni dello
Zodiaco e delle dodici fatiche d’Ercole.

Decoro bellissimo del tempio di san Pietro fu il battistero edificato
dal vescovo Damaso dopo l’anno 366, che, splendido d’oro e di porpora,
fu celebrato da Prudenzio nelle sue poesie[63]. Quei versi ed una breve
descrizione lasciatane da san Paolino, sono le uniche memorie di ciò
che fosse il san Pietro ai tempi di Onorio. L’illustre vescovo di Nola,
poeta al pari di Prudenzio, acceso di profondo fervore cristiano, aveva
soffocato in sè il genio delle arti del Paganesimo fra il cui splendore
egli era pure cresciuto. Essendo stato presente al banchetto che il
ricco senatore Alessio, secondo la costumanza di quel tempo, aveva
dato ai poverelli nel Paradiso della basilica, per rendere solenni
funerali a Rufina pia moglie sua, san Paolino descrive la sensazione
che in quella occasione aveva destato in lui l’aspetto della chiesa,
colle seguenti parole: «Lo stesso Apostolo deve essere stato commosso
a gioja, allorchè per opera tua d’ogni parte s’empì di spesse turbe di
poverelli la sua basilica: là sotto l’elevate vôlte dell’ampia e lunga
navata centrale fino al punto remoto dove sorge la cattedra apostolica
che gli occhi abbarbaglia ed i cuori di chi entra nella chiesa agita a
gioia: e là dove da un lato e dall’altro con duplice ordine di portici
la basilica stende sue braccia: e là dove dal primo atrio si penetra
nel secondo splendidissimo ove è il pozzo in cui si conserva l’acqua
della salute, onde intingiamo la mano e la bocca, e sul quale si eleva
a vôlta arcuata una cupola di bronzo massiccio, cui circondano con
mistico senso quattro colonne. Imperocchè l’ingresso alla chiesa sia
adorno di tanta bellezza, affinchè il sentimento del bello che fuor
delle porte si bee per gli occhi, prepari l’animo ai santi misteri
ch’entro si compiono[64].»

Durante il medio evo, intorno al san Pietro sorse a circondarlo, quasi
corona, un grande numero di cappelle, di chiese, di chiostri, di case
pei chierici, di ospizî di ricovero pei pellegrini, di maniera che
il Vaticano crebbe città santa della Cristianità. Ai tempi di Onorio
vedevansi soltanto pochi edificî costruiti in vicinanza alla basilica.
L’antichissimo di tutti, eretto presso la tribuna, era il _Templum
Probi_, ossia cappella funeraria dell’illustre famiglia senatoria
degli Anici, che in Roma prima d’ogni altra aveva abbracciato il
Cristianesimo. Anicio Petronio Probo possedeva immense ricchezze, aveva
tenute le più alte magistrature; ed infatti aveva diviso il consolato
coll’imperatore Graziano, e quattro volte era stato prefetto della
Città: egli elevò quella cappella in cui fu deposta la sua salma entro
un sarcofago che ancor si conserva. E conservasi oggidì ancora quello
più antico e più bello di Giunio Basso, dell’anno 358, che non fu però
deposto nella cappella, quantunque egli fosse di quella stirpe[65]. La
famiglia imperiale stessa aveva il suo mausoleo in prossimità del san
Pietro, poichè nell’anno 404 Onorio aveva scelto quel recinto perchè
vi fosse deposta la sua salma: e colà egli diede sepoltura alle sue due
mogli Maria e Termanzia, figlie del grande Stilicone. Di quel mausoleo
non rimase vestigio, e soltanto nei tempi recenti fu dato di rinvenire
il sarcofago che conteneva le ceneri della imperatrice Maria.

Questi pochi cenni valgano a dare un’idea generale di ciò che fosse
l’antica basilica di san Pietro al tempo di Onorio. Era un vasto
edifizio di forma allungata, costruito in mattoni: il suo duplice
tetto (il più alto, e il più basso) non era ancora ornato delle lamine
di bronzo dorato di cui in seguito spogliavasi il tempio sacro a
Roma ed a Venere. La fronte di prospetto adorna di croce, si elevava
con forma severa sopra un vasto atrio, che, simile ad un chiostro,
era racchiuso tra colonne. Con quale animo i Pagani di Roma avranno
contemplato taciti quel nuovo edificio pensando che là, entro una cella
dorata, veneravasi il corpo d’un pescatore ebreo! Quali idee saranno
sôrte nella loro mente se avranno alzati gli occhi al vicino mausoleo
dell’imperatore Adriano, la cui magnifica rotonda, sostenuta da due
ordini di colonne, poggiava sopra un immenso cubo di marmo adorno
di statue e sembrava guatare con disprezzo quella chiesa di forma
strana! E in vicinanza, il circo dove Pietro era stato crocefisso,
cadeva in rovina; ed i suoi ruderi, dai quali erano stati tratti i
materiali per la costruzione della basilica, presentavano il selvaggio
e triste aspetto di un labirinto oppure delle Latomie di Siracusa; e
dalla spina infranta del circo, in prossimità della chiesa cristiana,
s’elevava ancora il grande obelisco di Caligola. La chiesa di san
Pietro che s’ergeva sulle rovine del circo, era certo dimostrazione
di un avvenimento sorprendente; ed i Cristiani avranno mirato ad esso
quasi a simbolo di loro Religione trionfante che aveva posto suo seggio
sulle rovine del Paganesimo abbattuto. E già, ai tempi di Teodosio il
vecchio, accorrevano da ogni parte al s. Pietro numerose schiere di
pellegrini per celebrarne la festività, che, insieme a quella di s.
Paolo, solennizzavasi in Giugno. Ed anche allora come oggidì, vi si
recavano traghettando il Tevere sul ponte di Adriano, il quale, sovra
ogni altro ponte del mondo, ebbe la sorte di essere calcato da immense
turbe di genti che muovevano a sciogliere loro voti di pietà[66]. Era
scorso un secolo appena, e già gli edificî sontuosi di Roma pagana
cadevano in oblio; ed i figli ed i nepoti di quei Romani che avevano
contemplato con corruccio e con dispetto sorgere la basilica, vi
accorrevano con animo commosso di fervore religioso, e a ginocchi
ne ascendevano i gradini. E i loro sguardi miravano con istupore la
bellezza del novello Campidoglio che, ad opera dei succeditori di san
Pietro, ergevasi splendido d’oro e di argento, di gemme e di perle,
ricco di musaici e dei prodotti dell’arte bizantina.


§ 5.

Basilica antica di san Paolo. — Antico culto dei Santi. — San Lorenzo e
le sue due chiese: _S. Lorenzo fuori le mura_ e _S. Lorenzo in Lucina_.
— S. Agnese. — _S. Crux in Hierusalem._ — S. Pietro e s. Marcellino.
— S. Marco. — S. Maria (Maggiore). — S. Maria in Transtevere. — S.
Clemente. — Aspetto di Roma nel secolo quinto. — Contrasti nella Città.

La stessa onoranza ch’era resa a san Pietro, era tributata all’apostolo
Paolo. È probabile che Costantino, mosso dalle istanze di santo
Silvestro, gli abbia eretto la basilica situata ad un miglio di
distanza dalla Città, lungo la via Ostiense, remota da templi pagani,
in quel luogo medesimo dove la leggenda narrava che l’Apostolo fosse
stato ucciso, oppure dove gli fu data sepoltura dalla pia matrona
Lucina. Ma la forma dell’antico san Paolo riusciva troppo umile al
gusto ingentilito dei Cristiani; e la sua area diveniva insufficiente a
capire la moltitudine dei fedeli e dei pellegrini che vi accorrevano in
numero sempre crescente. Per la qual cosa, nell’anno 383, gl’imperatori
Valentiniano, Teodosio ed Arcadio ordinarono con loro rescritto a
Sallustio, prefetto della Città, di edificare una novella basilica,
più grande e più bella là dove sorgeva l’antica[67]. Sotto Teodosio
se ne gettarono le fondamenta, ed Onorio la trasse a compimento; ma
non si sa precisamente in quale anno. Siccome però i Goti condotti da
Alarico, nel saccheggio di Roma risparmiarono rispettosi la basilica di
san Paolo, che a quel tempo già sorgeva bellissima, possiamo ammettere
che, quando Onorio nell’anno 404 entrò in Roma, quel tempio fosse già
completo e che l’Imperatore vi orasse[68].

La forma di questo celebre tempio, che in bellezza superava la basilica
di san Pietro, nell’essenza era a quella somigliante. Situato tra la
via Ostiense ed il Tevere, verso il quale esso volgeva la sua elevata
fronte di prospetto in cui erano aperte alcune finestre, aveva un atrio
circondato da quattro portici sostenuti da colonne, in mezzo al quale
era il pozzo. Superava l’antica basilica di san Pietro in grandezza,
imperocchè le si attribuisca una lunghezza di quattrocentosettantasette
piedi, e la larghezza di duecencinquantotto[69]. L’occhio di chi
entrava per una delle sue porte, si smarriva nelle vôlte elevate di
cinque maestose navate, che posavano sopra quattro serie di colonne.
Ogni serie ne conteneva ben venti, ed erano tutte antiche; nè si
conosce da qual monumento romano fossero state tolte, imperocchè
l’antica supposizione che le più belle di esse sieno state rapite al
mausoleo di Adriano, non sia convalidata da alcuna prova. Quantunque
mancassero di uniformità nella materia e nel disegno, e quantunque
alcuni dei loro grandi capitelli d’ordine corintio lavorati in
istucco fossero di forma rozza e goffa, tuttavia il grande numero,
la loro mole, la bellezza dei marmi le rendeva altamente pregevoli.
Nella sola navata di mezzo ve n’avevano ventiquattro di sceltissimo
marmo frigio, oggi chiamato pavonazzetto, tutte di un sol pezzo,
ed alte più di quaranta palmi. A differenza del san Pietro, invece
che l’architrave posasse rettilineo sulle colonne, l’architetto di
cattivo gusto aveva condotte fra esse alcune arcate, al di sopra
delle quali s’elevava rigidamente la parete in linea perpendicolare.
I soli segmenti della muraglia ch’erano immediatamente superiori ai
capitelli delle colonne, erano adorni di musaici: allora però non
vi si vedevano ancora i ritratti dei succeditori di san Pietro, che
vi furono collocati in tempi posteriori. Il tetto delle navate era
splendido di bronzo dorato, ed il pavimento e le pareti erano coperti
di lamine di marmo. A somiglianza della chiesa di san Pietro, un
arco trionfale gigantesco, che posava su due imponenti colonne jonie,
serrava la navata del centro. Ma la sorella di Onorio, Galla Placidia,
ai tempi di papa Leone I, adornò per la prima volta quell’arco del suo
mirabile musaico[70]. Nel mezzo di quel disegno torreggia una mezza
figura gigantesca del Cristo, il quale, tenendo in mano una verga, è in
atto di mirare sopra i fedeli con isguardi che mettono terrore, quasi
voglia far cadere il popolo dinanzi a sè nella polve; chè nessun altra
significazione può darsi all’espressione di quel volto simile ad una
testa di Medusa. Ai due lati sono i quattro simboli degli Evangelisti
descritti nell’Apocalisse, più sotto i ventiquattro Seniori, ed alle
estremità dell’arco sono le imagini di san Pietro e di san Paolo.
Quei musaici furono in Roma i primi saggi di quello stile che si
suole chiamare bizantino. Ella è però un errore la credenza, che di
Bisanzio s’importasse quell’arte la quale era invece tradizionalmente
romana: chè si aveano nelle terme e nei palazzi di Roma i modelli per
la trattazione tecnica di grandi figure; e quanto all’ispirazione
dell’arte cristiana, vi suppliva la fantasia del tempo. E per lo
meno non possiamo determinare con sicurezza, quanta influenza abbia
esercitato l’Oriente sul genio artistico di Roma cristiana.

L’arco trionfale del san Paolo si apriva al di sopra del maggior altare
e della Confessione, sotto la quale era deposto il corpo dell’Apostolo
entro un sarcofago di bronzo, e lasciava scorgere la tribuna adorna di
musaici che la navata trasversale separava per lungo tratto.

La chiesa di san Paolo era quasi altrettanto ricca che il san Pietro,
imperocchè il libro pontificale si restringa alla semplice notizia che
Costantino la onorò degli stessi donativi che aveva tributati al san
Pietro. E le due basiliche avevano redditi costituiti sopra latifondi
situati in Europa ed in Asia. L’oro, l’argento, le gemme ond’erano
formati con sontuosa magnificenza i vasi e gli arredi sacri del san
Paolo, commuovevano la fantasia dei devoti Cristiani, ed erano più
tardi di eccitamento alla cupidigia dei Barbari orientali. Il poeta
Prudenzio vide la basilica ai tempi di Onorio in tutto il suo splendore
primitivo, e ne cantò in alcuni versi più belli di quelli con cui aveva
celebrato il battistero di Damaso. E sono questi:

    _Parte alia titulum Pauli via servat Ostiensis,_
      _Qua stringit amnis caespitem sinistrum._
    _Regia pompa loci est: princeps bonus has sacravit arces_
      _Lusitque magnis ambitum talentis._
    _Bracteolas trabibus sublevit, ut omnis auralenta_
      _Lux esset intus, ceu iubar sub ortu._
    _Subdidit et parias fulvis laquearibus columnas_
      _Distinguit illic quas quaternus ordo._
    _Tum camuros hyalo insigni varie cucurrit arcus:_
      _Sic prata vernis floribus renident[71]._

Queste erano dunque le tre basiliche maggiori ed antichissime di Roma,
la cui origine fu storicamente anteriore alle altre tutte. Egli è poi
importante per la storia dello svolgimento del culto cristiano in Roma,
por mente a chi fossero state dedicate quelle chiese. Al Cristo ed ai
due Principi degli Apostoli, a san Pietro ed a san Paolo, i Romani,
verso la metà del secolo quarto, tributavano massima onoranza. E i due
Apostoli erano i Santi nazionali di Roma: il primo veneravasi quale
fondatore e primo vescovo della Chiesa, il secondo era riverito quale
maestro dei Pagani. Nel secolo quarto non s’era ancora diffuso in Roma
il culto della Vergine Maria; e molti Martiri, che più tardi dovevano
salire in tanta venerazione nella Città, onoravansi in quel tempo
soltanto nei racconti della leggenda, di maniera che ignoriamo quando
sieno state loro innalzate per la prima volta publiche chiese in Roma.
Però la venerazione che si tributava alle tombe dei Martiri situate
fuori delle mura di Roma, crebbe di guisa, che il loro culto, uscendo
delle catacombe, ebbe onore di riti nelle chiese stesse della Città.
Dalla campagna traeva la moltitudine di quei defunti entro le mura
di Roma chiedenti loro seggio sugli altari. Ed era pur necessario di
combattere le vive e numerose ricordanze del Paganesimo coll’erigere un
numero non minore di chiese in ogni parte della grande Roma.

San Lorenzo è uno dei primi Martiri che, allato a san Pietro ed a san
Paolo, avesse onore di una basilica. Fu arcidiacono e amministratore
delle ricchezze della Chiesa; e, quantunque spagnuolo di nascita,
fu tuttavia Santo prediletto dei Romani, forse perchè l’eroica morte
ch’egli sofferse ai tempi di Decio nelle terme di Olimpia, abbruciato
sulla graticola secondo la narrazione della leggenda, commuoveva la
fantasia del popolo ad ammirazione venerabonda. Se ne mostrava la tomba
lungo la via di Tivoli, nelle catacombe di pozzolana dell’agro Verano,
in mezzo a molte cripte di Martiri. Ivi traevano immensi stuoli di
pellegrini di Toscana e della Campania, e lo spagnuolo Prudenzio ne
ricavava inspirazioni al suo canto[72]. Di queste celebri catacombe,
dove aveva avuto pure sua sepoltura il venerato santo Ippolito, la
cripta di santo Lorenzo formava il vero punto centrico. Cessate le
persecuzioni, si eresse colà al grande Martire una basilica, ch’era
la terza elevata fuori delle mura di Roma, imperocchè allora anche il
s. Pietro fosse esterno alla Città. Nella biografia di papa Silvestro
si attribuisce ad opera dell’imperatore Costantino anche l’erezione di
questa chiesa: ma dapprima fu una semplice cappella eretta sulla tomba
del Martire, che più tardi, a’ tempi di Sisto III e di Leone I, fu per
liberalità di Galla Placidia ampliata ed abbellita. Papa Pelagio II la
edificò di nuovo nel secolo sesto.

Quanto grande fosse l’amore che i Romani nutrivano a san Lorenzo,
dimostra il fatto che negli ultimi anni del secolo quarto due altre
chiese furono erette nel campo di Marte della Città ad onoranza
di lui. L’illustre vescovo Damaso, portoghese di nascita e perciò
connazionale del Santo, dedicò a lui, tra l’anno 366 ed il 384, una
chiesa edificata presso il teatro di Pompeo, che fu appellata _S.
Laurentius in Damaso_. Se Damaso la edificasse dalle fondamenta,
oppure se soltanto rinnovasse, non si sa: ciò solo conosciamo ch’egli
a lui dedicolla e la innalzò a titolo di presbiterio. Il fatto ch’essa
venne edificata presso il teatro di Pompeo, trae alla supposizione che
questo ancora esistesse; ed è probabile che la basilica s’ergesse in
vicinanza della Curia e dell’atrio di Pompeo in cui Cesare fu ucciso.
E ciò è confermato dall’altro fatto che la celebre statua di Pompeo,
la quale è oggidì bello ornamento del palazzo Spada, fu trovata in
quelle vicinanze. Sciaguratamente l’antica chiesa di Damaso, verso
la fine del secolo decimoquinto, cadeva in totale ruina, e vi si
sostituiva il novello edificio, che sorge nell’interno del palazzo del
vice-cancelliere[73].

La seconda chiesa di san Lorenzo, già edificata prima dei tempi di
Onorio, è quella del titolo ancor più celebre: _S. Laurentius in
Lucina_. Poichè colle dizioni _in Lucina, in Damaso_ ec., solevasi
denotare il nome del fondatore o di chi aveva edificata la chiesa,
così se ne attribuì l’erezione ad una matrona romana di nome Lucina. Ma
un’altra opinione trova suo fondamento nel Libro Pontificale, il quale,
alla vita di Sisto III, narra che questo Pontefice edificasse una
basilica ad onore di san Lorenzo dopo di averne ottenuta permissione
dall’imperatore Valentiniano[74], e che quella chiesa ricevesse il
nome da un tempio di Giunone Lucina: imperocchè, essendo i monumenti
di Roma proprietà dello Stato, quel Papa, avesse ottenuto in dono
dall’Imperatore le fondamenta e la superficie ove quel tempio sorgeva,
per edificarvi la basilica. Infatti egli è vero che sotto gl’Imperatori
non si potesse costruire alcuna chiesa senza averne ottenuta licenza,
ma non conservasi memoria che sorgesse nel campo di Marte un tempio di
Giunone Lucina. La basilica s’alzava in prossimità dell’orologio solare
il cui obelisco era stato già eretto da Augusto.

Anche la prima chiesa di santa Agnese fuori di porta Nomentana sorgeva
già ai tempi di Onorio sopra la tomba di quella Martire che in Roma
aveva culto assai esteso. E in vicinanza, era l’antico battistero di
forma rotonda, che ancor si conserva, e che, a cagione dei suoi musaici
di stile antiquato rappresentanti le operazioni della vendemmia,
fu per lungo tempo reputato antico tempio di Bacco. Ed invece, la
costruzione di questa rotonda appartiene a quel tempo; e nella cappella
avevano avuto sepoltura due figlie di Costantino, Elena e Costantina.
E la seconda, che fu donna di sfrenato libertinaggio, fu per errore
santificata dalla Chiesa, che scambiolla con una pia femmina Romana
dell’istesso nome[75]. Un sarcofago di porfido trovato in quella
Rotonda, nel quale credesi che fosse stato deposto il corpo di lei,
sta oggidì nel Museo del Vaticano, e fa riscontro all’arca di forma
simigliante della madre di Costantino. Imperocchè alla pia imperatrice
Elena, che tanto bene meritò del Cristianesimo, Costantino avesse dato
sepoltura a due miglia di distanza fuori di porta Prenestina (Porta
Maggiore), in una cappella rotonda, i cui ruderi, che conservansi
ancora, ebbero nome di Torre dai vasi d’argilla, ossia di _Torre
Pignatarra_.

Alla santa madre di Costantino la tradizione attribuisce la prima
erezione della illustre basilica di _Santa Croce in Gerusalemme_. Narra
infatti la leggenda ch’ella edificasse una cappella ove si conservasse
il legno della Croce ch’ella stessa avrebbe trovato in Gerusalemme. E
racconta la leggenda, che una parte della Croce affidasse al vescovo
di Gerusalemme, e l’altra a Bisanzio portasse, donde poi un frammento
sarebbe stato recato a Roma, e conservato nella chiesa della Croce da
lei fondata. Costantino avrebbe ricevuto in dono i chiodi che servirono
alla crocifissione di Cristo, i quali, dice la tradizione con ingenuo
racconto, egli adoperò con uso profano quasi d’altrettanti talismani:
chè uno fè incastonare nel suo cimiero, dell’altro fè un freno al suo
cavallo. Ed il terzo poi perdutosi in mare, ne lo ripescava più tardi
Venezia. Roma però affermò che Cristo fosse crocifisso con quattro
chiodi, non con tre; che il quarto chiodo si mostra anche oggidì in
quella chiesa di santa Croce in Gerusalemme. Già per tempissimo la
Croce di Cristo, quale altissimo simbolo della Religione, poteva essere
titolo ad una propria basilica: ma la Storia ignora il tempo preciso
in cui venne fabbricata. Fondata in un quartiere deserto e bello
di Roma, era assai prossima a quell’angolo delle mura di Aureliano
che si volge a nord-est, presso l’anfiteatro _Castrense_, e nelle
vicinanze dei bagni di Elena e del ninfeo di Alessandro Severo, che
fu per qualche tempo reputato tempio di Venere e di Cupido. I ruderi
coprono quel terreno estesamente, nè ancora se ne conosce la storia;
e le indagini che si spingono con operosità indefessa riconoscono che
quella parte di Roma antica, attraverso la quale scorreva il gigantesco
acquedotto Claudiano, è involta nella tenebra del mistero. Il Libro
Pontificale narra, che la basilica di santa Croce fosse innalzata in un
palazzo Sessoriano, la cui esistenza non è che una fola, e dal quale
la magnifica porta Maggiore ebbe nel medio evo nome di Sessoriana.
E simile appellazione riceveva la chiesa, che in origine era però
chiamata _Basilica Heleniana_: e poichè, già nell’anno 433, è citata
sotto questo titolo nel Concilio di Sisto III, egli è evidente che ai
tempi di Onorio essa dovesse esistere[76].

Di tutte le chiese che il Libro Pontificale annovera erette da
Costantino, non ci rimane a parlare che di quella dedicata a due
santi sacerdoti, a Pietro esorcista ed a Marcellino. Essa alzavasi
in Via Labicana presso il terzo stadio migliare; ed Anastasio denota
quel luogo col nome _inter duas Lauros_, e dice che, non lungi di
quello, Costantino avesse eretto un mausoleo ad Elena madre sua. Ma la
storia di questa basilica antica, che sembra averne formata una sola
con quella di san Tiburzio, è tutta involta di dubbî e d’incertezze
riguardo al tempo in cui fu fondata, ond’è che reputiamo utile passarvi
oltre in silenzio[77].

Noi vediamo che tutte queste chiese antiche di Roma, le quali per
la maggior parte ergevansi sopra catacombe, erano state innalzate o
fuori delle mura od ai punti estremi e più remoti della Città, dove
fuggivano alla vicinanza dei templi del Paganesimo, che ancora era in
vita. Tuttavolta il Cristianesimo andava serrando in una cerchia sempre
più stretta la Città; e già, nell’ultimo anno del regno di Costantino,
poneva suo seggio nel Campidoglio, se vero è il fatto che il vescovo
Marco vi dedicasse una basilica all’Evangelista del suo nome[78].
Nel Concilio di Simmaco dell’anno 499, apparisce il titolo di questa
chiesa.

Senza dubbio rimonta a questi antichi tempi la costruzione di una delle
più belle basiliche di Roma, di santa Maria Maggiore posta sul monte
Esquilino. Il vescovo Liberio, tra l’anno 352 ed il 366, ivi edificò,
in vicinanza del _Macellum_ di Livia, ossia del mercato delle grasce,
una chiesa che da lui ebbe nome di Liberiana.

Una strana leggenda del secolo duodecimo o del secolo decimoterzo,
racconta di una visione da cui ebbe origine la fondazione di quel
tempio. Giovanni, ricco patrizio di Roma, nella notte del quattro
di Agosto, vide in sogno la Madre di Dio, la quale gli impose di
edificarle una basilica in quel luogo in cui al mattino sarebbe
di fresco caduta neve. Allo svegliarsi, fu prima cura di Giovanni
di correre al vescovo Liberio e di narrargli del suo sogno: ed il
Vescovo stupito gli confessò, ch’egli pure nella notte aveva avuto
una simile visione. E mentre ancora ne parlavano, vennero alcuni
messaggieri a recare notizia di un fenomeno strano, che nel mattino
fosse caduta della neve sul monte Esquilino, in vicinanza del Macello
di Livia. Eglino affrettaronsi a correre in quel luogo, e mirarono
il portento, e Liberio fece tracciare su quello strato di neve il
disegno di una basilica, alla cui costruzione provvide il patrizio
colle sue liberalità. La Storia può in qualche modo svelare ciò che
si nasconda sotto il velame allegorico della leggenda. La costruzione
della novella basilica era un monumento del simbolo di fede di Nicea
e degl’insegnamenti ortodossi di Atanasio; e lo stesso Liberio per
essersene fatto seguace aveva dovuto soffrire due anni di esilio. Ma
nel secolo quarto tributavasi in Roma alla Vergine Maria culto povero e
poco esteso; chè soltanto dopo l’anno 432 ebbe onori divini, allorchè
Sisto III riedificò la basilica di Liberio, e resela splendida di bei
musaici e dedicolla alla «Vergine Deipara»[79].

Molte chiese in poco tempo s’edificarono dipoi fino al secolo quinto. I
nomi e l’antica posizione della massima parte di esse furono conservati
dalla pietà dei Romani, quantunque molte aggiunte e molti mutamenti
si inducessero nella loro forma durante il corso dei tempi. E già in
epoca antica sorgeva la bella basilica di santa Maria in Transtevere.
Se ne vuole attribuire, ma senza fondamento, la costruzione primitiva
al vescovo Calisto I (217-222), donde la chiesa avrebbe avuto titolo
da Calisto oltre a quello di Giulio. Imperocchè Giulio I vescovo,
la ebbe riedificata tra l’anno 337 ed il 354, o, con più accettabile
opinione, la eresse dalle fondamenta. In qual tempo fosse poi dedicata
alla Vergine, è incerto, e sua forma odierna ricevette per opera di
Innocenzo II[80].

Ancor più illustre è la chiesa di san Clemente. Questa basilica antica,
situata tra il Laterano ed il Colosseo, di cui già parla Gerolamo verso
la fine del secolo quarto, era dedicata a san Clemente martire, secondo
succeditore dell’apostolo Pietro. La sua conformazione interna è ancora
oggidì l’esatto esemplare delle basiliche antiche di Roma[81].

Il secolo quinto vide sorgere un numero ancor maggiore di basiliche:
e se fino a quel tempo non ci vien fatto di scoprirne alcuna che si
alzasse sui ruderi dei templi antichi, o che ponesse sua sede in essi
stessi, dopo la metà di quel secolo ne potremo additare parecchie.
Ed invero il Paganesimo era bensì spento in Roma, la Città era bensì
cristiana e tutto devota al culto della Religione novella, e dominata
dal sistema di amministrazione ecclesiastica già svoltosi pienamente
e perfezionatosi, con alla testa il Vescovo altamente riverito: ma
tuttavia l’aspetto esterno di Roma era ancora tutto pagano. Durava la
magnificenza pomposa della architettura antica; i monumenti pagani
senza numero ergevano ancora loro vertici sublimi: e le basiliche
cristiane, le maggiori situate fuori delle mura od ai punti estremi
della Città, le minori sparse qua e là, sparivano quasi tra la copia
dei grandi monumenti dell’antichità, nè avevano ancora tanta potenza
che valesse a dare una figura novella alla Città.

Chi avesse mosso per Roma in sull’incominciamento del secolo quinto,
si sarebbe sentito commuovere da un senso di tristezza profonda. Se
l’apostata Giuliano, invece di Onorio, avesse fatto suo ingresso in
Roma, avrebbe chiesto a sè stesso con grave cordoglio se fosse venuto
in una città fatata ove morte avesse posto sua sede. Tutti quegli
splendidi edificî dei Romani che sembravano sfidare il cielo con
loro moli eccelse, non erano che morti marmi ostentanti una pompa già
estinta. Il Cristianesimo padrone della immensa Città, era impossente
a ispirare novella vita in quel retaggio del genio degli avi; perocchè
i principî che lo animavano avessero in dispetto, in abborrimento
tutto che ritenesse ancora di forma pagana. I grandi monumenti della
civiltà antica, la bellezza e lo splendore dell’arte dell’antichità,
frutto del genio e degli studî raccolti di tanti secoli, lasciava
cadere in rovine; e di essi non sapeva che usufruire qua e colà di un
tempio, di qualche colonna, di frammenti di marmo caduti. Non mai la
Storia scrisse nei suoi annali uno spettacolo simile di una generazione
la quale disdegna da sè le creazioni di una splendida civiltà che
sono ancora in condizioni perfette. Mezza Roma era ombra, era lo
spettro dell’antica; e la meraviglia del mondo era condannata alla
lunga agonia che precedeva ad una caduta inevitabile. I quattrocento
templi, abbominio allo sguardo dei Cristiani, erano vuoti e deserti;
e dietro la loro rovina trascinavano anche il decadimento della vita
sociale, che abbandonava per sempre i ritrovi dei portici sontuosi e
delle terme, e che lasciava nel silenzio e nello squallore i teatri e
gl’ippodromi, altre fiate animati da tante feste, da tanta gioja. Roma
diventava cadavere senza moto in una parte del suo corpo, nel tempo
stesso che l’altra suscitavasi a giovinezza novella: ente singolare in
cui due anime allignavano, fenomeno unico nella Storia della umanità,
di cui era chiamata due volte alla testa. E questo alto contrasto
della vita e della morte ebbe origine dal tempo di Costantino il
grande, nè ai giorni nostri ancora disparve. Le rovine hanno pure la
loro storia quanto la Chiesa ed il Pontificato, il quale accoglieva
in sè lo spirito politico della dominazione di Roma sul mondo intero,
suscitandolo dalle rovine del Monarcato romano: e le grandi ombre di
Roma antica vedremo pure negli ultimi tempi del medio evo apparire, e
mescersi tra i cittadini di quell’età, ed inspirarli.

Abbiamo descritto sin qui la duplice figura esterna della Città in
sull’incominciamento del secolo quinto. Ed ora entriamo a narrare la
storia di Roma nei secoli lunghi e in parte oscuri che vi succedettero:
argomento vasto, elevato, tremendo quasi, e grave troppo alle scarse
forze nostre. Sennonchè, dicevano gli antichi ch’egli è bello volgere
l’animo alle grandi cose, ed io mi propongo di non badare a fatiche, nè
di lasciarmi atterrire da difficoltà che mi tolgano speranza della via.




CAPITOLO TERZO.


§ 1.

Ingresso dell’imperatore Onorio in Roma, verso la fine dell’anno 403.
— Egli pone residenza nel palazzo dei Cesari. — Ultimi giuochi di
gladiatori nell’anfiteatro. — Onorio ritorna a Ravenna. — Invasione dei
Barbari condotti da Radagaiso e loro disfatta. — Caduta di Stilicone.

Chi legge questa storia della città di Roma nel medio evo, ben conosce
le condizioni in cui trovavasi nel secolo quarto l’Impero romano.
Cadeva esso dell’estrema fiacchezza dopo la divisione delle province
d’Oriente e di Occidente, e dopo che il torrente impetuoso dei popoli
emigranti aveva incominciato a spezzare gli argini frali delle legioni
romane. Il leggitore sa che Roma non era più sede degl’Imperatori
d’Occidente, i quali avevano posta loro residenza in Ravenna, che,
situata sulla marina e protetta dalle paludi, offeriva maggior
sicurezza entro sue mura. Ed i Romani timorosi delle invasioni dei
Barbari di Sarmazia e di Germania, stancavano con preghiere i loro
deboli regnatori affinchè, abbandonata Ravenna, ritornassero alla Città
deserta: alla maniera stessa che, quasi mille anni più tardi, i loro
nepoti supplicavano ai Papi di lasciare Avignone, e di riprendere loro
seggio in Roma decaduta.

Il giovane Onorio s’arrese alla chiamata universale, e sullo scorcio
dell’anno 403 Roma celebrava con grandi feste il suo ingredire nella
Città, che per l’ultima volta mirava la pompa di un trionfo imperiale.
Dopochè Stilicone colle sue vittorie segnalate di Verona e di Pollenza
aveva reso sicuro l’imbelle Imperatore ed aveva salva Roma tremante
dall’invasione che le minacciavano gli Ostrogoti irrompenti in Italia,
veniva Onorio finalmente di Ravenna per la via Flaminia a festeggiare i
suoi decennali e il suo sesto consolato, ed a ricevere gli omaggi delle
vittorie che egli, o a miglior diritto Stilicone, aveva riportato sopra
i Barbari.

Dopo il trionfo di Diocleziano e di Massimiano dell’anno 303, la
Città non era mai stata animata da tanta gioja di feste. In quel tempo
antico, Roma, orgogliosa di sua signoria universale, aveva festeggiato
le vittorie riportate sui popoli di regioni remote, di Persia,
d’Africa, di Bretagna e di Germania: ora invece, con minore alterezza
ma con gioja più grande, celebrava la sua liberazione dal pericolo
sovrastante della invasione nemica. Il poeta Claudiano ha una bella
descrizione del viaggio di Onorio, della sua entrata in città e delle
festività che furono date a sua onoranza[82]. La cadente Roma aveva
l’apparenza di una fidanzata che si abbiglia per correre incontro allo
sposo cui attende da gran tempo: ma la fidanzata era antica d’anni e lo
sposo era un uomo imbelle.

Passava Onorio dal ponte Milvio e muoveva lentamente sotto gli archi
di trionfo eretti per la sua venuta. Sedeva sul carro trionfale, ed
aveva al suo fianco Stilicone suocero suo, ch’era ad un tempo ministro
ed eroico guerriero. Il popolo effeminato applaudiva a un capitano che
ben meritava l’alto onore di entrare trionfante in quella Città che
Mario, Cesare e Trajano avevano ornata delle spoglie di tanti popoli
vinti. Tutto il territorio che si stende dal ponte Milvio sino al
Campidoglio ed al Palatino era gremito di popolo. Persino sui tetti
delle case affollavasi gente d’ogni sesso e di ogni età, la quale
con gioja fervidissima mirava il corteo ed acclamava ora al giovine
Augusto ed ora al pro’ guerriero, e con plauso infantile accennava
alle schiere che seguivano l’Imperatore. La milizia era per la maggior
parte formata di Barbari; ed i vessilli che s’agitavano al vento, gli
arnesi guerreschi di acciaio, i cimieri scintillanti e ornati di penne
di pavone, i manti su cui erano profusi ricami d’oro, ed i cavalli
coperti di ferrea maglia eccitavano la meraviglia della moltitudine. Le
corporazioni della Città s’erano raccolte per ricevere l’Imperatore,
il quale non permise che il Senato precedesse a piedi il suo carro
in atto servile, come era consuetudine. Non pochi Senatori erano
ancora ostinati seguaci del Paganesimo; e ben di leggieri possiamo
imaginare con quanta tristezza rimembrassero il tempo passato in cui
gl’Imperatori muovevano al Campidoglio lungo la via trionfale, e con
quale rabbia mirassero il clero che, col vescovo Innocenzo alla testa,
s’era recato al ponte Milvio ad incontrarvi l’Imperatore.

Onorio mosse al palazzo dei Cesari, ove pose dimora; e gli stuoli degli
eunuchi di vario colore e le turbe di officiali della casa imperiale
empirono nuovamente di moto le marmoree sale del Palazzo già rimaste
deserte e mute. Imperocchè da cento anni il Palazzo fosse abbandonato,
e due sole volte durante questo periodo avesse servito di albergo
agl’Imperatori, venuti della loro sede a visitare Roma. Costantino
il grande avevalo rapito dei suoi ornamenti preziosi ch’egli aveva
trasportato a Bisanzio, laonde quell’immenso Palazzo sembrava una
magione signorile, di cui, morti gli abitatori, comincia a decadere
lo splendore. «Ma ora,» diceva con esagerata adulazione il poeta
Claudiano, «il patrio palazzo dei Cesari riacquistò sua pompa antica;
il monte Palatino sali ancora nell’onore d’un tempo; e, lieto che il
Nume vi abbia posto novellamente sua dimora, ai popoli che imploravano
prostrati, rese oracoli più sapienti di quelli che un giorno parlava
la divinità di Delfo; e intorno alle statue rinverdirono i lauri
rinnovellati di fronde novelle».

Durante il suo soggiorno in Roma nell’anno 404, Onorio diede al popolo
romano nel Circo massimo splendidi spettacoli di corse di carri, di
cacce di animali, di danze pirriche, che Claudiano descrisse con suoi
versi.

I Pagani però furono delusi nella loro aspettazione di vedere
restituiti i giuochi secolari nella loro forma antica: ed anzi ebbero
il dolore di veder soppressi i combattimenti di gladiatori. Questi
antichissimi e brutali spettacoli di sangue aveva già condannato
Costantino con suo Editto dell’anno 325, ma non aveva potuto che
imporre alcuni limiti a quella costumanza; imperocchè sotto i
succeditori di lui fossero sempre dati di quei ludi cruenti[83].
Secondo la testimonianza d’un antico Padre della Chiesa, riuscì
soltanto ad un monaco di ottenere col sacrificio di sè stesso che,
se pure non se ne togliesse il barbaro gusto dall’animo dei Romani,
quei giuochi fossero almeno aboliti per sempre. Fu un Telemaco il
quale lanciossi nell’arena dell’anfiteatro in mezzo dei gladiatori
che ferocemente stringevansi nel bollor della lotta: animato da nobile
fanatismo tentò di separarli e di impedire la pugna, ma pagò la pena
del suo tentativo colla vita, chè i Romani irritati a colpi di pietra
uccisero lo sciagurato. Ma il pio Onorio pacificò l’anima di quel
defunto, ordinando che si venerasse tra i santi Martiri, e vietando
per sempre i giuochi di gladiatori. La leggenda è bella e meriterebbe
di essere vera, imperocchè, di tutti i giuochi antichi ai quali il
Cristianesimo impose un fine, nessuno sia la cui abolizione torni a
maggior onore della umanità. Mancano tuttavolta notizie certe del tempo
in cui cessarono del tutto quei giuochi; ciò solo sappiamo, che la
lotta e i combattimenti d’uomini contro le belve continuavano ancora ai
tempi di Teodorico re dei Goti, il quale, benchè gli avesse ad orrore,
non fu potente ad abolirli: per la qual cosa ancora a quei tempi deve
aver suonato gradevolmente all’orecchio dei meschini Romani il ruggito
dei leoni e l’urlo delle tigri nell’anfiteatro di Tito[84].

Ma il soggiorno di Roma ad Onorio non riusciva gradito. La muta
pompa della Città gli era di noja; la grandezza dei monumenti di lei
opprimeva la sua anima gretta e meschina, e gli pesava l’influenza
che esercitava il Vescovo di Roma troppo vicino. E già, verso la fine
dell’anno 404, il terrore che lo prese alla notizia dell’appressarsi
di una nuova orda di Barbari, lo costrinse a partirsi e a ricoverarsi
a Ravenna, che sorge tra paludi, bello e forte arnese di guerra. Grave
corruccio si impossessava dell’animo dei Romani alla sua partita,
e bentosto, com’ebbero saputo del nemico irrompente, si mutava in
terrore febbrile e ancor più grande di quello che in essi si fosse
destato all’avvicinarsi del terribile Alarico. In sull’incominciamento
dell’anno 405 un torrente di Barbari si riversava dalle Alpi, ed erano
orde di Celti e di Germani in numero maggiore di 200,000 condotte da
Radagaiso che le traeva dietro ai suoi passi colla speranza del ricco
bottino dei palazzi dorati di Roma. Mentre que’ Barbari desolavano i
fiorenti paesi d’Italia superiore, Onorio tremante si nascondeva in
Ravenna, ed i patrizî romani intimoriti all’annunzio che i Barbari
erano già sopra Firenze, s’apparecchiavano alla fuga. Ma Stilicone ivi
sorprendeva il nemico, e lo sconfiggeva completamente e in tempo tanto
breve, da potersene fare il paragone con uno sciame di locuste, che un
turbine improvviso travolge e caccia nel mare.

Per la seconda volta Stilicone salvava l’Impero occidentale; e i
Romani riconoscenti gli erigevano appiè del Campidoglio una statua
di bronzo e di argento; nè mai alcun capitano aveva avuto maggior
diritto a un tale onore. Agl’imperatori Arcadio, Onorio e Teodosio
alzavano un arco trionfale di brutta forma, l’ultimo che Roma vedesse
sorgere[85]. E quella statua era l’estrema dimostrazione di onoranza
cui Stilicone doveva ricevere nel corso di sua vita gloriosa; chè
già nell’Agosto del 408 egli cadeva vittima degli intrighi di corte
e dei suoi propri maneggi con Alarico re dei Visigoti, intorno alla
natura dei quali la Storia non ci dà che cenni dubbiosi. Alarico,
sceso di illustre lignaggio, era stato acclamato re dall’irrequieto
suo popolo poco prima della morte di Teodosio. Egli si spingeva poco
a poco in tutte le province orientali dell’Impero al di sotto del
Danubio, portandovi guasto e distruzione; e penetrava fino nell’Ellade
e nel Peloponneso; e la bella e sventurata Grecia tramutava in deserto
squallido. Sorpreso da Stilicone negli angusti passi d’Arcadia, poco
mancò che non vi fosse distrutto, ma il suo genio militare lo trasse
del pericolo. Poco dopo, la cabala dei nemici di Stilicone, potenti
alla corte di Bisanzio, fecero che questa lo richiedesse di alleanza e
lo creasse generale delle province d’Illiria. Finalmente egli guidava
il suo popolo contro Italia, ma, disfatto negli anni 402 e 403 presso
Pollenza e presso Verona, era ricacciato sulle sponde del Danubio.
Stilicone con secreti maneggi e con promesse aveva saputo staccarlo
dalla alleanza coll’Impero orientale e indurlo a entrare negli stipendî
di Roma. Il trattato era già stato conchiuso; e mentre sembrava intento
a preparativi di guerra in Illiria, che Stilicone voleva togliere
all’impero d’Oriente, egli entrò di repente in Italia. E fermatosi in
Emona, richiese alteramente Onorio che gli desse una remunerazione, e
che lo indennizzasse di quanto aveva perduto desistendo dalla guerra
d’Epiro. L’Imperatore era allora tornato a Roma, e Stilicone vi accorse
in fretta di Ravenna, per poter interporsi colla propria influenza in
quel difficile negozio. Il Senato, ch’egli aveva restituito ancora
in qualche autorità[86], forse per farne un valido sostegno a sè ed
ai suoi disegni, fu congregato nel Palazzo. Ad esso il generale fece
aperte le pretese del nemico, ed espose ragioni per cui egli reputava
che si dovessero accogliere: però soltanto dopo molti sforzi egli
potè ottenere che i venerandi Padri dessero ad Alarico la somma di
quattromila libbre d’oro. Ma Lampadio, l’uomo più illustre di quelli
che sedevano in senato, s’alzò; ed in nome delle anime dei Grandi di
Roma antica, che avrebbero velata la fronte per vergogna udendo quella
deliberazione, esclamò con ira generosa: «Non è pace questa, bensì
pattuizione di servitù!»[87] Appena ebbe detto, che, sbigottito del
suo ardire, corse nella chiesa cristiana più vicina a cercarvi asilo.
Fu scintilla che infiammava il sentimento patrio dei Romani; ed i
nemici di Stilicone ne trassero giovamento ai loro mali pensieri. Si
alzarono alte grida di tradimento; al debole Imperatore si fè credere
che Stilicone congiurasse con Alarico, suo alleato secreto, per
gettarlo del trono, e che meditasse di disfarsi di lui per cingere la
corona egli stesso o per darla al proprio suo figlio. La perdita del
grand’uomo fu giurata. Gli avvenimenti succeduti durante il viaggio
di Onorio al campo di Pavia, e che presentano uno spettacolo simile
alle condizioni dei paesi di Persia o d’India, oltrepassiamo qui in
silenzio, e solo arrestiamo con cordoglio lo sguardo nostro sull’ultimo
eroe di Roma, il quale, fuggendo in cerca d’un asilo, abbraccia
l’altare di una chiesa di Ravenna donde è fellonescamente strappato, e
che, calmo ed altiero, offre il suo collo alla scure del carnefice.

Ritorniamo alla città di Roma. Nello stesso anno 408, dopo la uccisione
di Stilicone, funestolla un terremoto di sette giorni[88]. La notizia
della morte dell’eroe fu accolta da alcuni coll’attonitaggine dello
stupore, da altri con letizia. I Pagani odiavano in lui il Cristiano
che aveva fatto ardere i libri sibillini, ed i Cristiani scagliavano
contro di lui e contro del figlio suo Eucherio la accusa di propensione
all’idolatria[89]. Le statue di Stilicone furono abbattute, e mentre
i Romani miravano il teschio sanguinoso del giovane Eucherio, loro
mostrato dagli eunuchi, scuoteva i loro petti un senso di angoscia
ch’era presagio di loro tristi destini.


§ 2.

Alarico s’avanza contro Roma nell’anno 408. — Suo demone. —
Presentimento della caduta di Roma. — Primo assedio. — Ambasceria
dei Romani. — Paganesimo tusco in Roma. — I Romani ricomprano la loro
liberazione dall’assedio.

Alla notizia della fine ignominiosa del suo antico emulo ch’egli
sperava amicarsi per dividere seco lui l’impero del mondo, Alarico
fu commosso di nobile dolore nel tempo stesso in cui s’allietava di
un avvenimento che, mettendo in aperto la debole mente di Onorio e la
viltà dei consiglieri di lui, poneva Roma in sua balìa. Ed egli scese
a vendetta e a conquista. Di quell’uomo straordinario narrasi che la
voce di un Genio incessantemente gli parlasse all’orecchio comando di
muovere su Roma. E raccontasi di un monaco che, angosciato delle sorti
della Città, si presentasse ad Alarico e lo scongiurasse a desistere
dall’impresa orrenda, a cui il Re rispondesse: non è mia volontà che mi
guida, ma havvi alcuno, che sempre mi cruccia, e mi caccia, e mi grida:
«Innanzi! innanzi! distruggi Roma!»[90] San Gerolamo, santo Agostino
ed il cardinale Baronio spiegano la natura del Genio di Alarico per un
impulso della Divinità, la quale voleva colpire di sua vendetta Roma
degenere, nella pienezza delle sue colpe. E già può vedersi che l’animo
del Re goto era dominato da una di quelle tendenze irresistibili
e quasi fatali, che spingono l’uomo a cercare impresa infinita.
Imperocchè il pensiero di vincere Roma apparisse alla mente umana come
qualche cosa d’infinito e quasi trascendente le forze dell’uomo, e
l’idea orgogliosa di porre il giogo alla capitale del mondo, dovesse
esercitare un’attrattiva irresistibile sullo spirito di un Barbaro.
Ed Alarico dalla conquista di Roma poteva sperare solo di porre in
maggior disordine le condizioni politiche d’Italia, non già di potersi
mantenere nella sua signoria; perocchè egli, il potente dell’oggi,
fosse senza alleati, nè lo favorissero quelle opportunità politiche che
altra volta erano state di giovamento ad Annibale ed a Pirro.

E già da cento anni s’addensavano su Roma quelle oscure nubi ch’erano
nuncio di sua rovina. La Città era il monumento di ogni cultura,
di ogni civiltà, il palladio della umanità. Quantunque poco a poco
con guerre ardite di cui non ha altri esempî la Storia, avesse
reso soggette le nazioni di mezzo mondo, e ne avesse distrutta
l’independenza, Roma non ne aveva eccitato l’odio; chè anzi era
venerata quale centro sacro della terra. I soli Cristiani potevano
avere Roma in abborrimento, come quella ch’era stata sede al culto
degl’idoli; e già quei libri sibillini ch’erano stati composti
in Alessandria al tempo degli Antonini, avevano predetto che la
Città sarebbe distrutta dopo la venuta dell’Anticristo, ch’era da
attendersi fra non molto tempo, e che dipingevasi nella figura del
matricida Nerone il quale farebbe ritorno dallo estremo confine della
terra. Le orde di popoli sarmati e germanici, che nel secolo quarto
s’avvicinavano alle frontiere dello Impero, sembravano confermare
quelle predizioni; e un terribile sbigottimento si spargeva tra il
popolo la cui mente paurosa già scorgeva l’antica Città caduta sotto
il ferro dei Barbari. E tra i Cristiani s’era sparsa la credenza
che i popoli conquistatori metterebbero Roma a ferro e a fuoco, non
lasciandone pietra, come anticamente era avvenuto di Ninive e di
Gerusalemme. Non è da stupire se già ai tempi di Costantino s’elevasse
una voce che, simile a quella che s’alzava dipoi nel secolo ottavo ai
tempi del monaco Beda, dichiarava che la caduta di Roma sarebbe indizio
e cagione della fine del mondo. «Allorchè questa dominatrice della
terra», diceva l’oratore Lattanzio, «sarà stata atterrata ed il fuoco
l’avrà distrutta, non c’è niuno il quale dubiti, che ogni cosa deva
perire, e che del mondo sia venuta la fine; imperocchè questa Città
sia ancora sostegno del mondo. Perlocchè fervide preci innalziamo al
Dio del cielo, affinchè, se il compimento dei suoi decreti possa essere
differito, egli voglia ritardare il tempo in cui apparirà l’abborrito
tiranno che funesterà la terra dell’empie sue opere, e che spegnerà
quella luce al cui estinguersi il mondo tutto cadrà nel nulla»[91].

Quelle ombre di terrore ricevettero una sostanza ed un ragionevole
motivo allo scendere dei primi Goti in Italia. E già i poemi di
Claudiano della guerra gotica, sono improntati di quel senso di
tristezza profonda, che il presentimento della caduta inevitabile
del colosso romano induceva nel cuore dell’uomo. «Alzati», sclama
il Poeta, «o madre venerabile: scuoti da te la tema vergognosa della
vecchiezza, o città coeva del mondo. Imperocchè la Parca porrà sopra
di te la ferrea mano allora soltanto che le acque del Don irrigheranno
Egitto, e allora che il Nilo si getterà nella palude Meotide». Ma sotto
queste apostrofi ardite si nascondevano gemiti di paura repressa. E
alla notizia che Alarico s’avanzava, un terrore febbrile s’impadroniva
dell’animo dei Romani, che lo stesso Claudiano ci descrive con tanta
evidenza di stile. Nell’anno 402 il Re dei Goti guadava il Po, e
già agli imbelli Romani pareva di udire il nitrito dei corridori dei
Barbari. E molti s’apprestavano alla fuga in Corsica, in Sardegna e
nelle isole di Grecia: e s’accresceva lo sbigottimento universale
con racconti della luna che s’era oscurata, e di apparizioni di
tetre comete, e di fantasimi vagolanti, e di portenti spaventosi: e
spargevasi tra il popolo la credenza che i dodici avoltoi apparsi in
antico a Romolo fossero presagio che la Città dovesse durare dodici
secoli e che ora si compiesse[92]. Altra volta Roma era salva da
Stilicone, ma ora egli non era più; ed i generali Turpilio, Varane e
Vigilanzio, ch’erano chiamati a surrogarlo, non ne avevano ereditato il
genio, nè potevano mettere riparo alla cecità profonda della corte di
Ravenna, la quale con caparbietà fanciullesca aveva rigettata la pace
offerta da Alarico e le sue requisizioni moderatissime.

Sprezzatore dei suoi nemici il Re goto non sostò lungo tempo: guadato
il Po presso Cremona, mettendo a ruba tutto il paese, e lasciando
dietro le sue orme incendio e strage, in breve era sopra Bologna e
Rimini; e, accelerando il suo cammino lungo la via Flaminia, giungeva
d’improvviso alle mura di Roma ch’egli faceva circondare dai densi
stuoli dei suoi agili cavalieri, che abbeveravano i loro corridori
nelle onde dell’Anio e del Tevere, e dalla moltitudine dei suoi
pedoni, che, avanzandosi fin sotto le mura gettando grida selvagge,
percuotevano colle loro lance le porte d’Aureliano.

Alarico non diede alcun assalto; egli cinse la Città ordinando le
sue soldatesche dinanzi le porte, e intercettando ogni via di terra
e del fiume alle vettovaglie, e attese la riuscita infallibile dei
suoi provvedimenti. Roma era immobile, quasi immersa in letargo;
e, tremanti dietro il riparo delle loro mura fortificate, i Romani
cercavano di atterrire il nemico collo spettacolo sanguinoso della
testa recisa della illustre Serena. Quell’altera e sciagurata sposa
di Stilicone viveva entro il suo palazzo di Roma immersa in amaro
cordoglio, divenuto ancor più grave allorchè gli eunuchi le ebbero
condotta la figlia Termanzia, che Onorio aveva cacciato del suo talamo;
imperocchè, morta la sorella di lei, Maria, l’Imperatore la avesse
disposata in secondo maritaggio, giovinetta ancora, appena uscita di
puerizia. Il Senato aveva accolto sospetto che Serena, per trarre
vendetta, avesse chiamati i Goti su Roma, e che con loro tenesse
segreti accordi; laonde precipitava al vile consiglio di darla in mano
al carnefice. La principessa Placidia, giovine di ventun anno, sorella
di Onorio e cugina di Serena per via di Teodosio, non ebbe ribrezzo
di acconsentire a quell’assassinio vituperevole. Ella aveva stanza
allora nel _Palatium_; ed in quel tempo passavano in Roma gli anni di
loro vedovanza altre donne regali: Leta, già moglie dello imperatore
Graziano, e la vecchia madre di lei, Pissamena. Ma il Senato s’ingannò
nella credenza che i Goti, perduta la speranza di penetrare in Roma
per tradimento, dopo la morte di Serena cedessero e ne partissero: chè
invece mossero il campo soltanto per istringere più vicino l’assedio.
Allora la Città incominciò ad affamare; e la carestia ed un feroce
morbo coprivano le vie di cadaveri: nè molto giovava che quelle nobili
donne tramutassero i loro monili in iscarso pane per alleviare i
bisogni del popolo.

Ridotti finalmente agli estremi, i Romani diedero incarico allo
spagnuolo Basilio, ed a Giovanni tribuno dei notai imperiali,
d’un’ambascieria, perchè trattassero della pace. E durante l’assedio,
avevano sì poco mirato in faccia il nemico, che accoglievano quasi
speranza che non il temuto Alarico, ma bensì un altro condottiero
avesse posto campo dinanzi alle loro mura. Condotti i legati innanzi al
Re, assunsero la dignitosa baldanza di cittadini romani, e parlarono
quei sensi arditi di cui il Senato gli aveva fatti messaggieri:
dissero, il popolo, destro nelle armi, approntarsi alla pugna se il Re
volesse spingerlo agli estremi colla durezza delle sue esigenze. Ai
quai detti il Re rispondeva con ischernevole sprezzo: «Il falciatore
sega le erbe del prato tanto più facilmente quanto più sono fitte»,
e con alto riso applaudivano tutti quelli che lo circondavano. Poi
chiedeva colla baldanza del vincitore a prezzo della sua partita che
gli si consegnasse tutto quanto la Città possedeva di oggetti preziosi
in oro ed in arredi, e che gli si dessero tutti gli schiavi di origine
barbarica. E avendo domandato uno degli ambasciatori atterriti, che
pensasse di lasciare a Roma: «le vite!», rispondeva. E accomiatatili, i
legati tornavano al Senato.

Mentre la Città stava in tanta trepidanza, un avvenimento strano
succedeva entro le sue mura. Uomini venuti di Toscana e dotti negli
antichi misteri degli auguri (arti coltivate nella loro patria), che
forse il pagano Pompejano, prefetto della Città, vi aveva chiamati,
promettevano di liberare Roma dal nemico incalzante con loro incanti,
se il Senato volesse offrire sacrificî solenni alle Divinità della
Religione antica. Zosimo storico pagano, che narra quest’avvenimento,
afferma che lo stesso vescovo Innocenzo, avrebbe permesso di operare
agli auguri, quantunque non approvasse. Egli è duopo però confessare
che il Paganesimo fosse affatto spento in Roma, imperocchè nessuno
volesse sacrificare. I Toscani furono cacciati e si pensò a mezzi più
efficaci per liberare da Alarico la Città[93].

Dopo una seconda ambasceria, più pressante della prima, il Re si
dichiarò soddisfatto ad una taglia di cinquemila libbre d’oro, e di
trentamila libbre d’argento. Egli voleva inoltre tremila pelli colorate
in porpora, quattromila tessuti di seta, tremila libbre di pepe, e
questa requisizione dimostra la raffinatezza del gusto e dei bisogni
dei Barbari al paro dei Romani. Per raccogliere la somma di denaro
contante del riscatto, non bastò un’imposizione forzata su tutti i
cittadini agiati; chè si dovette ricorrere agli ornamenti dei templi
chiusi, e si fusero statue d’oro e d’argento: e questa è dimostrazione
che in Roma ancora s’ergevano in piedi simulacri preziosi degli Dei
antichi. E fra quelle statue che perdettero le loro forme squisite
entro il crogiuolo, Zosimo deplora con isdegno la perdita del simulacro
nazionale della dea Virtù, col quale, dic’egli, perì in Roma anche
l’ultimo avanzo di valore e di virtù.


§ 3.

Alarico s’allontana da Roma. — Onorio rifiuta la pace. — Alarico
ritorna una seconda volta su Roma, prende il Porto nell’anno 409 e
acclama imperatore Attalo. — Questi muove contro Ravenna con Alarico. —
È deposto. — Alarico pone campo la terza volta contro Roma.

Dopochè furono numerate le somme imposte per il riscatto, il Re dei
Goti allentò la rigidezza dell’assedio lasciando libertà di uscita
per alcune porte, concedendo tre giorni di mercato e adito alle
vettovaglie per la via del fiume. Egli partiva finalmente di Roma
colle sue soldatesche, e poneva suo campo nel territorio di Toscana,
ove raccoglievansi ben quarantamila schiavi di origine barbarica, che
pochi a pochi fuggendo di Roma, erano corsi dietro alle orme di lui.
Ivi egli attendeva risposta dalla corte di Ravenna sulle proposizioni
di pace che in suo nome le offerivano i legati spediti dal Senato e
chiedenti che con Alarico si stringesse alleanza, resa sicura dalla
tradizione di nobili ostaggi. Ma Onorio, o piuttosto Olimpio ministro
di lui, respinse quelle proposte con orgoglio tanto più condannevole
che l’Impero era debole e Roma sguernita, e che le richieste di
Alarico erano moderate. Imperocchè egli si dichiarasse pago ad una
contribuzione annua d’oro e di grano, alla cessione del Norico, della
Dalmazia e delle due Venezie, ed al titolo di generale dell’esercito
imperiale.

Fra i legati che Roma mandò parecchie volte all’irresoluto Imperatore,
fu anche il vescovo Innocenzo: ma nè le sue esortazioni, nè le
energiche istanze degli altri ambasciadori che dipinsero con foschi
colori le calamità sofferte e i nuovi pericoli che minacciavano
Roma, valsero a smuoverlo; ed Alarico ebbe l’onta che Giovio, novello
ministro, gli desse convegno in Rimini per dichiarargli sprezzantemente
che Onorio gli rifiutava il titolo di generale imperiale. Rodendosi
del dispetto, il Re goto partiva di Rimini e muoveva la seconda
volta contro Roma; eppure faceva cheta ancora una fiata la voce del
suo Genio, sia che lo ritenesse venerazione della Città, oppure lo
muovesse ragione politica. Raccolti i Vescovi di molte città d’Italia,
mandavali ad Onorio, affinchè lo esortassero, che non volesse caricarsi
dell’orrenda colpa di abbandonare all’avidità dei Barbari quella
Città la quale da più che mille anni dominava il mondo e di darne gli
splendidi monumenti in preda alle fiamme. Anzi egli recedeva dalle
sue pretensioni; chè gli bastava una carica qualunque dell’Impero, il
solo Norico, qual si fosse quantità di grano, un trattato di alleanza
che gli permettesse di muover guerra ai nemici dell’Impero. Stupiva il
mondo alla moderazione di quel Re, eppure i ministri rispondevano aver
giurato pel sacro capo di Onorio, che non stringerebbero mai la pace
con Alarico; ed essere lecito mancare a Dio con uno spergiuro prima che
all’Imperatore[94].

Le temperate domande del Re dei Goti devono, a dir vero, sembrare
misteriose, e sarebbe male avvisato chi volesse darne ragioni morali.
Imperocchè un conquistatore sia rade volte rattenuto da senso di
venerazione verso un santuario dell’umanità, se non siano piuttosto
altri motivi di prudenza. Il valente Goto ben vedeva che, affidato al
solo suo esercito privo d’alleati e mal nutrito, non avrebbe potuto
tenere la Città in sua signoria per lungo tempo; laonde pensava ch’era
da prescegliersi il possedimento di una provincia dell’Impero più
ristretta, ma reso sicuro da un trattato publico. Giunto di nuovo
innanzi all’atterrita Roma, raffrenò l’ardore guerriero delle sue
soldatesche che si sarebbero altrimenti spinte alle mura, e spedito
ai Romani un messaggio di brevi ma superbe minacce, continuò con
mossa affrettata il suo cammino sino al porto della foce destra
del Tevere. Ivi gl’Imperatori avevano eretto come per incanto opere
gigantesche sulle paludi che stanno presso l’imboccatura: in questo
tempo s’alzavano splendidi ancora e animati di vita quegli edificî, che
oggidì invece, profondati nelle salse gore, mostrano soltanto poche
ruine tra le quali s’appiattano stuoli di uccelli palustri. Giunto,
superò la resistenza del presidio romano e prese il Porto. Padrone di
tutte le vie onde Roma poteva trarre vettovaglie, minacciò di nuovo la
Città degli orrori della fame e della peste se non fosse obbediente al
suo impero e se non disdicesse ossequio all’imbelle Onorio.

Il Senato, forse astrettovi dal popolo tumultuante, cedeva, e
chinavasi all’obbrobrio di ricevere dalle mani del Re goto una scimmia
d’Imperatori, e d’insediarlo nel palazzo dei Cesari. Quel fantoccio
fu Attalo, che Onorio aveva in tempi anteriori eletto prefetto della
Città. Involto nella porpora e cinto del diadema, circondato da un
corteggio di dignitarî fabbricato all’improvviso, fu condotto al
_Palatium_ ove, seduto sul trono imperiale, diede ordinamenti al suo
Stato che non aveva delimitazione, elesse Alarico a generale supremo
degli eserciti dell’Impero, Ataulfo cognato di lui a prefetto della
cavalleria, ed altri ad altre magistrature. Il giorno dopo congregò il
Senato, e con un discorso ampolloso promise che renderebbe l’universo
suddito a Roma.

Tuttavia i Romani erano lieti del mutamento, chè ormai li rallegrava
ogni novello spettacolo che interrompesse la loro quiete letargica.
E l’elezione del loro concittadino Tertullo a console faceva loro
accogliere grata speranza che sarebbero restituiti i giuochi del
circo e le altre gioie della vita cittadina di un tempo. La sola
famiglia ricchissima degli Anicî, chiusa nelle sue case, si teneva
orgogliosamente in disparte con grave dispetto del popolo. Gli Anicî
erano alla testa dell’aristocrazia cristiana di Roma; e nell’istesso
tempo in cui, rimembrando le geste dei loro maggiori, che avevano avuta
tanta potenza nel reggimento dello Stato, sentivano profonda vergogna
della Città avvilita, avevano gravi motivi di temere delle conseguenze
di quell’avvenimento. Attalo era pagano, e benchè, per amicarsi
l’animo dei Goti, si fosse fatto battezzare da uno dei loro Vescovi
ariani, tuttavia favoriva publicamente il Paganesimo; nè soltanto
dava licenza che i templi si riaprissero, ma faceva cancellare dalle
monete l’imagine del Labaro col monogramma di Cristo, e, invece del
segno di croce, vi faceva incidere la lancia e la figura della Vittoria
romana[95].

Il nuovo Imperatore partiva di Roma con Alarico e muoveva alla volta di
Ravenna per cacciare, come avevane espresso il vanto, Onorio di quella
fortezza. Alla vile proposta di quest’ultimo di associarlo al trono,
rispondeva: non soltanto il titolo volere strappargli, ma neppure
volere lasciargli integro il sacro corpo; chè, dopo di averlo mutilato,
lo condannerebbe a relegazione in qualche isola. Più di queste meschine
e ridicole minacce, la codardia del ministro Giovio metteva tale
paura in Onorio, che s’apprestava a fuggire a Costantinopoli, allorchè
l’ingredire improvviso di sei coorti nel porto di Ravenna rialzò il suo
animo. Poco tempo scorreva, ed Alarico, che si maneggiava continuamente
con Onorio per la pace, toglieva il favore alla sua creatura. Irritato
per gli stolti provvedimenti che Attalo aveva dati in Africa contro il
conte Eracliano governatore di quella provincia, trattolo un giorno
fuori delle mura di Rimini, gli fè strappare la porpora dalle spalle
e il diadema regale dalla fronte; e, spedite quelle insegne ad Onorio,
tenne Attalo e il figlio di lui Ampelio in condizione privata, sebbene
onorevole, presso di sè, affine di avere sempre pronta un’arma con cui
atterrire la corte di Ravenna quando gli talentasse.

Ma fallirono le speranze di uno scioglimento pacifico. L’arrivo di
Saro, valoroso condottiero goto che nutriva sanguinosa inimicizia
contro Alarico, l’attacco repentino con cui egli sorprese con
trecento scelti soldati le truppe di Ataulfo, finalmente il festevole
accoglimento ch’egli ebbe entro le mura di Ravenna, persuasero ad
Alarico che i negoziati della corte imperiale non erano che scaltre
finzioni diplomatiche; laonde, ardente di rabbia, levò il campo dalle
mura di Ravenna, ed a mossa forzata spinse l’esercito contro di Roma.

Dalle alture circostanti gli Unni ed i Goti gettavano gli avidi sguardi
su Roma; e alla loro impazienza febbrile il Re non poneva più freno,
ma anzi stimolava. Dinanzi ad essi la Città immensa si stendeva nella
triste Campagna, cui da lunge facevano splendido contorno le giogaie
del Sabino e di Preneste e i bei poggi d’Alba, dai quali in antichi
tempi Annibale aveva gettato il suo sguardo feroce sulla terra romana,
e donde l’occhio scorreva sulla linea retta formata dalla Via Appia,
fiancheggiata da sepolcri, in mezzo ai quali torreggiava sublime il
mausoleo di Cecilia Metella. Nel territorio vaticano, che si stendeva
ai loro piedi, quei guerrieri feroci vedevano la basilica del san
Pietro, e più in su, presso la sponda del Tevere, miravano la basilica
di san Paolo che sorgeva isolata. E i loro condottieri dicevano che
dovessero staccare gli avidi occhi da quei santuari degli Apostoli,
ricchissimi d’oro e d’argento; ma che le rimanenti ricchezze che si
accoglievano entro le mura di Aureliano, sarebbero loro, tostochè
avessero superati quei baluardi altissimi. Animati dal disio di
rapina già sembrava loro di toccare i monti d’oro che numeravano nella
fantasia. Dinanzi ai loro occhi si apriva lo spettacolo di monumenti
ch’erano veri miracoli d’arte: un mondo di case antiche di secoli,
al di sopra delle quali si ergevano qua e colà obelischi, e colonne
coronate di statue dorate, e templi che si alzavano maestosi in lunghe
serie sulle piazze, e teatri, e il circo che si lanciava al cielo con
ardite curve, e terme dagli ombrosi portici e dalle ampie cupole che
splendevano percosse dai raggi del sole, e giganteschi palazzi dei
cittadini ragguardevoli che avevano l’aspetto di tante ricche città nel
mezzo della Città, e che alla mente dei Barbari si dipingevano pieni
di tesori e abitati da belle Romane, cui nessuna difesa proteggeva.
E la loro imaginativa era alimentata dalle favolose narrazioni delle
ricchezze della Città, che da fanciulli avevano udite dalla bocca
dei loro padri sulle sponde dell’Istro o presso la palude Meotide.
Ignoravano che quella fosse la città degli Scipioni, di Catone, di
Cesare, di Trajano, che aveva diffuse tra gli uomini le leggi della
civiltà; e, se anche lo avessero saputo, mossi da impulso bestiale non
ne avrebbero ricavato alcuna idea elevata: ma ciò soltanto sapevano che
Roma aveva soggiogato il mondo colla forza dell’arme, e che accoglieva
in sè le ricchezze del mondo tutto, le quali nessun nemico aveva mai
tocche e che loro appartenevano come preda di guerra. E tra loro erano
molti i quali speravano d’impadronirsi di tanta quantità di perle
e di gemme, da contarle come il grano si misura, e di trasportare
a colme carra i vasi d’oro e gli arredi preziosi. Gl’irsuti Sarmati
dell’esercito d’Alarico, coperti di rozze pelli di animale, armati
di archi e di frecce, ed i robusti Goti coperti di corazze di rame,
rozzi figli della natura e della vita nomade guerriera, non potevano
avere cognizione delle lautezze del gusto e della perfezione delle
arti romane, chè la loro indole selvaggia racchiudeva entro angusta
cerchia i concepimenti della loro mente: sentivano soltanto oscuramente
che in Roma eglino s’immergerebbero entro un bagno di voluttà e ne
inebbrierebbero tutti i sensi, e già sapevano che i Romani erano
spregevoli crapuloni, oppure imbelli asceti.


§ 4.

Dipintura della nobiltà e del popolo di Roma di quel tempo, secondo
le testimonianze di Ammiano Marcellino e di san Gerolamo. — Pagani e
Cristiani di Roma. — Statistica della popolazione della Città.

A dare la descrizione della città e del popolo di Roma, su cui
già pendeva la spada dei Goti, non abbiamo altri colori da quelli
che lo storico Ammiano Marcellino usava a dipingere i costumi del
popolo romano del tempo suo. Il quadro offertone da lui appartiene,
per vero dire, all’epoca di Costantino e di Graziano; tuttavolta
rappresenta le condizioni della società romana nell’anno 410, perocchè
durante il periodo di trenta o di cinquanta anni, quelle tinte non
potessero impallidire, ma dovessero anzi farsi sempre più oscure[96].
Ammiano dà la dipintura del ceto patrizio e della plebe di Roma: e
nel suo quadro mette in risalto con colori luminosi le condizioni
sociali dell’aristocrazia, involgendo in una massa di ombre la vita
delle classi inferiori. Molti tocchi del suo pennello ricordano le
descrizioni dei satirici antichi: del resto la figura del patrizio
romano ci appare simile a quella ch’era ai tempi di Nerone e di
Domiziano, e soltanto ravvolta entro un paludamento di foggia bizantina
orientale. Ammiano ci dipinge i costumi del nobile romano quale era in
casa, al bagno, in cammino per la Città, oppure in viaggio per le sue
possessioni della Campania. Lo vediamo in sale splendide di sculture
e di preziosi musaici, sedere a mensa circondato da parassiti e da
giuocatori di professione, e pompeggiare in mezzo alle loro adulazioni
servili, lodando la magnificenza del palazzo e la bellezza dei suoi
quadri, e facendo ammirare la mole dei fagiani, dei pesci, dei ghiri
che comparivano sul desco, e del cui peso alcuni scrivani dall’aria
importante tenevano nota. Ammiano lo dipinge, come il Parini descrive
il gentiluomo milanese, sedente su molli cuscini di seta mentre sta
leggicchiando le satire di Giovenale, che col racconto delle avventure
galanti dei suoi avi ne solleticano i gusti pravi, oppure gli scritti
di Mario Massimo: imperocchè le biblioteche sieno come le tombe sempre
spalancate ove si depongono cadaveri l’uno appresso dell’altro, chè il
filosofo è cacciato dallo scribacchino di scurrili facezie e l’oratore
è messo in bando dal maestro di arti oscene. Allorchè il nobile
signore, che si è imposto i nomi bizzarri di Reburro o di Tarrasio
od altri simili, è sorpreso da noja, egli chiude gli occhi al sonno,
cullato da melodie di flauti oppure dal canto delizioso dei suoi
musici; e allorchè si risveglia, l’armonia di organi e di cetre (della
grandezza di un cocchio a due ruote), rianima gli spiriti di lui. Se
lo prende vaghezza di gire al teatro, sono pronte a rallegrare i suoi
sensi tremila cantatrici ed altrettante ballerine che rappresentano
le favole antiche, facendo mostra di tutte le grazie e delle pose più
voluttuose del loro corpo. Al teatro oppure alle terme egli va colla
pompa superba di un pascià facendosi trasportare in lettiga, oppure
facendosi trascinare in un cocchio sontuoso. Lo precede uno stuolo di
schiavi ordinati in ischiere, innanzi alle quali cammina l’ispettore
che tiene la verga: poi vengono i camerieri, indi i cuochi, ed ultima
una turba di schiavi e di oziosi plebei dimoranti nel quartiere ove ha
stanza il patrizio: chiude finalmente il corteggio una folla di eunuchi
d’ogni età, che, al colore terreo ed al contorcimento abituale del
volto, mettono schifo. Così Fabunio o Reburro, eccitando la meraviglia
di chi lo incontra, attraversa le vie di Roma, s’egli ha talento di
girsene alle terme di Caracalla, ov’egli tragge non già perchè il
bagno publico offra maggiore splendidezza di quello del suo palazzo, ma
perchè il magnifico signore vuole ivi far pompa della sua ricchezza, e
farsi baciare il ginocchio e la mano da coloro cui dona il suo favore.
E se colà gli viene presentato qualche straniero, egli lo alza al sommo
grado di felicità se degna di chiedergli ove prenda il suo bagno, di
quali acque medicinali faccia uso, in quale palazzo dimori.

Allorchè poi, dice Ammiano, quegli uomini ragguardevoli di Roma se ne
vanno alle loro possessioni, credono di andare a spedizioni simili
a quelle di Alessandro Magno e di Cesare; e nel cammino fanno pompa
di cacciagioni raccolte da altri, oppure varcano il lago di Averno
per girsene a Puteoli ed a Gaeta sopra gondole variopinte, entro le
quali hanno riparo dagli ardori del sole. E se una mosca entra sotto i
lembi di seta delle cortine dorate, o se il più sottile raggio di sole
penetra da una fessura dell’ampio baldacchino, si dolgono del destino
che non gli abbia fatti nascere fra i Cimmerî.

Non c’indugiamo a dare altre dipinture della vita corrotta di quei
patrizi di Roma, pagani o cristiani. Affine soltanto di dare un’idea
delle immense ricchezze dei Grandi romani riferiremo alcune notizie
che ne dà Olimpiodoro. A descrivere la magnificenza dei palazzi
romani, quello Storico, che ne parlava di veduta, dice ch’essi
potevano contenere entro le loro mura tutto ciò che una città di media
estensione in sè comprende, un ippodromo, piazze, templi, fontane e
terme, per la qual cosa poteva ben dirsi: «Una sola casa è una città, e
innumerevoli città la Città entro di sè contiene»[97].

Molte famiglie romane, dietro sua testimonianza, cavavano dai loro
possedimenti una rendita annua di quattromila libbre d’oro, senza
comprendervi i prodotti in natura che formavano la terza parte di
quella somma, se cambiavansi in denaro. Lo Storico narra che Probo,
figlio di Alipio, per celebrare la sua elezione a pretore spese
milleduecento libbre d’oro soltanto: e l’oratore Simmaco, ch’era un
senatore che possedeva mediocre ricchezza, nei tempi anteriori alla
caduta della Città consumò duemila libbre d’oro nelle feste date per
solennizzare la elezione di suo figlio alla pretura, e Massimo vi spese
l’enorme somma di quattromila libbre dando giuochi che durarono sette
giorni.

I giuochi del teatro e del circo, e il piacere del bagno erano
ancora di sollievo alla miseria della plebe, la quale godeva delle
distribuzioni che continuavano ad esserle fatte di pane, di grasce,
di olio, di vino[98]. Ammiano cita i nomi dei plebei più famosi
della Città al suo tempo, come quelli di Cimessore, di Statario, di
Semicupe, di Serapino, di Pordaca e di altri; e dice che loro vita
passavano tra il vino ed i dadi, nei bordelli e nelle taverne, e che
il Circo massimo era loro tempio, loro dimora, loro curia, luogo cui
rivolgevasi ogni loro speranza ed ogni loro desio. E ce li descrive che
formano capannelli nelle piazze, e a torme nei crocicchi delle strade
disputanti acremente, i vegliardi giurando per loro bianchi capelli
che Roma deve perire se nelle prossime corse questo o quel cavallo
non guadagna il premio, se la fazione di questo o di quel colore non
trionfa. Nel giorno delle corse tanto desiato, allo spuntar del sole
s’accalcano con commovimento febbrile alle porte del circo. E la
istessa mania li prende per ogni altro spettacolo, si rappresenti il
dramma o la pantomima, oppure si dieno cacce o corse di carri. Il genio
frenetico di sollazzi, già insito nell’indole dei Romani ed accresciuto
nell’ozio, sembrava ora formare una parte essenziale della loro
natura; e santo Agostino giungendo le mani deplora, che coloro i quali
dal sacco di Roma fuggivano a Cartagine e che nella miseria estrema
andavano accattando un pane, accorressero ogni giorno ai teatri per
assistere agli spettacoli, e vi formassero partiti che davano origine a
contese accanite[99].

Gli ultimi elementi della società pagana di Roma si trovavano in
una condizione di corrompimento universale; e d’altro canto il
Cristianesimo in questo periodo di decadimento operava con influenza
debolissima sul popolo romano, il quale, lasso di vecchiezza e privo
di vigore, non poteva accogliere nei costumi antichi di sua vita la
scintilla animatrice di quella energia giovanile. La religione di
Cristo, il cui codice non avevano già dettato ragioni politiche, nè
l’egoismo che regge le costituzioni dell’uomo, aveva eretto a principî
morali la libertà e l’eguaglianza nella società, entro il cui seno
gli uomini formare dovevano comunione di amore. Queste idee, le quali
minacciavano la rovina esiziale allo «Stato», cui facevano guerra
come ad un istituto pagano ed aristocratico eretto dal sospetto del
despotismo, non poterono però ottenere vittoria sul civismo romano. Il
quale si cacciò entro la società cristiana sotto forma di una Chiesa
visibile e gerarchica, la quale si eresse di fronte allo Stato pagano.
Il despotismo di questo, il suo corrompimento che toglieva speranza
di restituirlo in vigoria, la sua decrepitezza avida e schifosa,
disgustavano gli uomini, dinanzi ai cui occhi s’alzava la figura della
Chiesa, che, splendida e robusta di giovinezza, gli induceva a fuggire
la vita civile ed i doveri che quest’ultima imponeva. I Romani, che
anticamente avevano mostrata la più grande operosità politica e civile
di cui un popolo sia capace, entravano adesso in un’epoca durante la
quale dovevano immergersi in un letargo d’indifferenza assoluta per
tutto ciò che spettasse alla conservazione ed allo splendore dello
Stato: e questa era cagione suprema di rovina a Roma. La filosofia
stoica, che un tempo era stata rifugio ai migliori contro gli orrori
del despotismo imperiale, eccitava pure il cittadino all’operosità
nell’adempimento dei doveri politici, laddove invece la filosofia
cristiana lo induceva a rinunciare alla vita publica. Basta soltanto
paragonare gl’insegnamenti pratici di Epitteto e di Marco Aurelio
con quelli di san Gerolamo e di san Paolino di Nola perchè balzi
all’occhio la differenza. Come esemplare della perfezione umana
proponevasi l’ebbrezza mistica della vita claustrale, quantunque però
anche l’ascetismo ed il monachismo fossero un progredimento grande e
necessario per la civiltà interiore dell’umanità. L’uomo cui respingeva
un mondo corrotto ed odioso, fuggiva dalla torbida agitazione delle
cure publiche; e, chiudendosi entro la cerchia ristretta della propria
personalità, cercava quella libertà morale che il Paganesimo romano
aveva disconosciuta. Così sottraevasi al corrompimento universale,
elevandosi a contemplazioni di natura eterna. Ma il monachismo fu
d’altro lato ragione che si perdessero anche le ultime reliquie di
virtù civile e politica; e l’ultima virtù di Roma, che spingeva i
suoi cittadini a cingere il cilicio, fu causa del suo estremo esizio.
Nobili Senatori si chiudevano nei conventi; nepoti e figli di Consoli
non arrossivano più di mostrarsi fra i loro pari colla testa rasa
e ravvolta entro le lane del cappuccio. «Ai tempi nostri», esclama
san Gerolamo, «Roma presenta uno spettacolo non mai veduto dal mondo
in tempi anteriori. Altra volta pochi cristiani si contavano tra i
sapienti, tra i possenti e tra i patrizî; oggidì invece molti uomini
illustri per potenza, per sapienza, per nobiltà di sangue si numerano
tra i monaci»[100].

Nella Città di Roma prevaleva ormai in quel tempo con vaste proporzioni
il chericato: non si creda però che gli elementi di esso, sparsi tra
il popolo, fossero di natura purissima, chè anzi il Cristianesimo
aveva trovato in Roma il corrompimento in brevissimo tempo: nè è da
stupirne, perocchè il terreno in cui era stato gettato il seme dei suoi
insegnamenti fosse guasto, e meno di qualunque altro del mondo atto a
produrre buoni frutti.

In molte lettere di san Gerolamo troviamo una descrizione dei costumi
di Roma cristiana che è simile ad una satira. È bel riscontro al
quadro di Ammiano, nè perciò possiamo ommettere di farvi osservazione.
E Ammiano stesso, il quale è scrittore non avverso ai Cristiani, già
facevasi amaro censore del lusso e dell’ambizione dei Vescovi romani,
in quel celebre passo in cui parla delle lotte sanguinose avvenute tra
Damaso ed Ursicino che si disputavano il seggio vescovile di Roma. «Io
non nego», dice Ammiano, «allorquando considero lo splendore delle cose
mondane, che quegli uomini per ansioso desio di superarsi in potere
dovessero combattersi con tutta la rabbia dei partiti; imperocchè,
ove raggiungessero il loro scopo, sarebbero sicuri di arricchire
coi doni delle matrone, di pompeggiare in cocchi splendidi, di
vestire magnificamente, di tenere apparati di mense che sarebbero più
sontuose dei conviti principeschi. Eppure beati potrebbero appellarsi,
se, sprezzatori del lusso mondano col quale saziano i loro vizî,
imitassero la semplice vita di alcuni buoni preti delle campagne. La
temperanza nel cibo, la modestia nel vestimento, l’umiltà dello sguardo
costringono il vero adoratore dell’eterno Iddio a venerarli quali
uomini puri e santi»[101].

San Gerolamo che nei tempi suoi primi era stato secretario del vescovo
Damaso, narra di avvenimenti dei quali era stato testimonio oculare, e
descrive la vita dei preti e dei laici cristiani, degli uomini e delle
donne, e singolarmente delle donne che in ogni tempo sono maestre di
costume. Egli dipinge l’ipocrisia della pinzocchera, l’astuzia del
monaco che va a caccia di eredità, l’orgoglio delle monache, la stolta
superbia dei frati, il libertinaggio dei diaconi che fanno pompa del
Cristianesimo con aristocrazia romana.

Egli c’introduce nelle case di una matrona, della nipote di Decio
o di Massimo. La nobile donna veste gramaglia per la morte dello
sposo. Ha le guance coperte di belletto ed è sdrajata sopra un
sontuoso lettuccio, tenendo in mano il libro degli Evangeli legato
in porpora e carico di fregi dorati[102]. La stanza di lei è piena
di parassiti adulatori, che trattengono la nobile dama con narrazioni
di pettegolezzi ecclesiastici o mondani, e che le tessono la cronaca
degli scandaletti del giorno di laici e di preti. Ella è superba
d’intitolarsi patrona dei chierici. I quali accorrevano a visitare
la nobile signora e la baciavano in volto, e nella mano largamente
stesa (la alzavano senza dubbio per benedirla) ricevevano una pingue
elemosina. Eglino la mettevano in saccoccia con una certa ritrosia
gentile; laddove invece monaci scalzi e ravvolti in sucida tonaca,
ciuffavano avidamente la offerta che loro porgevano dalla soglia i
servitori. Ma gli eunuchi di varî colori s’affrettavano a spalancare
le porte tostochè scorgevano da lungi il sontuoso cocchio del diacono,
che, trascinato da focosi e bei cavalli, capitava a inchinare la dama,
splendido sì che lo avreste creduto fratello del Re di Tracia. Il
suo abito di seta olezzava di profumi, la sua chioma acconciata con
bell’arte aveva costata lunga cura al parrucchiere per arricciarla
coi ferri. Le sue dita cariche di gioielli sostenevano con arte di
vanitoso zerbino la sua veste per mettere in mostra piedi gentili,
calzati di scarpe eleganti di saffiano bianco e lucidissimo. «Chi
vede quest’uomo», dice Gerolamo, «lo crede un fidanzato piuttosto che
un prete». E noi aggiungiamo: chi oggi lo vedesse crederebbe ch’ei
fosse uno dei profumati Don Giovanni di Roma moderna. Tutta la Città
lo conosce sotto il nome di «cocchiere della Città», e i monelli gli
gridano dietro le spalle: Pippizo e Geranopepa[103]. Lo incontri
dappertutto e in nessun luogo: nulla accade ch’ei non sappia; nè
v’ha aneddoto in Città ch’ei non iscaturisca e che non divulghi colle
frange. In breve: fu scopo di sua vita essere prete per aver libera
entrata presso belle donne. In breve: è tenore di sua vita alzarsi la
mattina e pensare a chi farà visita, e tosto dopo mettersi in viaggio.
S’egli trova in una casa qualche cosa che gli piaccia, sia un bel
drappo, oppure un cuscino, o uno splendido arredo, lo loda tanto finchè
la signora ne lo presenta, perchè a tutte le donne mette a paura la
linguaccia atroce del «cocchiere della Città».

Se la nobile dama voleva fare qualche buona opera di cristiana carità,
la compieva con pompa romorosa. A somiglianza di Fabunio o di Reburro
cugino di lei (già si vede che è lo stesso esemplare dell’aristocrazia
romana descritto da Ammiano e coperto soltanto di manto cristiano),
ella va alla basilica di san Pietro in lettiga, seguita da un codazzo
di eunuchi. Ivi per fare mostra della sua pietà, ella dispensa di
propria mano offerte ai poverelli, e celebra quei banchetti d’amore
detti Agapi, che essa fa annunciare publicamente per mezzo di un
banditore.

Quelle due figure bastano a dare la idea precisa di ciò che fosse
il loro ceto. Gli antichissimi abusi che esistevano nella Chiesa
conosciamo da mille passi che leggiamo nelle opere dei Padri della
Chiesa. Nella gerarchia ecclesiastica s’era ficcata l’orgogliosa boria
dell’aristocrazia romana, e l’eguaglianza democratica dei preti s’era
ridotta una fola. L’indole dei Romani non era mutata dall’antica,
imperocchè il battesimo non trasformasse lo spirito del tempo: la
società cristiana di Roma aveva comuni colla società pagana tutti
gli elementi vitali della cultura, del gusto, dei bisogni publici. La
moltitudine non comprese in nessun tempo gl’insegnamenti di Cristo; e
se alcuni Romani, quali Pammachio, Marcella e Paola, rifuggendo dalla
vita mondana corrotta abbracciavano una vita monacale virtuosa, erano
d’altra banda migliaja di persone che avevano scambiato Apollo per
Cristo, solo per ottenerne vantaggi esteriori, oppure per andazzo di
moda, o per solletico di curiosità. Tutti i vizî s’univano nell’ordine
numeroso dei preti orgogliosi; e di rincontro al voto monacale di
castità trionfava il più licenzioso libertinaggio.

San Gerolamo narra di un caso di matrimonio avvenuto tra due Romani
che sembra quasi incredibile, e che dipinge le condizioni morali di
quell’epoca meglio che nol facciano narrazioni di grossi volumi.
«Parecchi anni or sono», egli dice, «quand’io era secretario del
vescovo romano Damaso, mi venne fatto di vedere nel ceto plebeo una
coppia la meglio appaiata che dar si possa: l’uomo aveva già messe in
sepoltura venti mogli, e la donna aveva già avuti ventidue mariti,
e finalmente s’erano congiunti in quel matrimonio, ch’essi stessi
credevano che sarebbe stato il loro ultimo. L’aspettazione di tutti,
degli uomini e delle donne era rivolta a vedere quale dei due, dopo
tanti trofei, cadrebbe il primo nel sepolcro. La vittoria fu dell’uomo,
il quale, in mezzo a una immensa tratta di gente, camminava innanzi
la bara di quella moglie valorosa, altiero, coronata la testa ed
agitando in mano una palma, fra le grida del popolo che di tratto in
tratto sclamava, meritare egli l’onore di un premio[104].» Terribile
è il fatto di quella beffa publica scagliata contro il matrimonio;
eppure quel connubio non era tanto pernicioso al buon costume, quanto
le parentele spirituali, sotto il manto delle quali matrone cristiane
stringevano turpi amicizie coi loro figli d’adozione, oppure quanto le
relazioni che si formavano in quelle riunioni di spirituale fratellanza
dei così detti _Agapeti_ e _Synisacti_, e il commercio serafico di
frati e di monache che vivevano in comunione d’anima e di corpo, e
dividevano insieme la mensa ed il letto.

Queste descrizioni della società di quel tempo ci sono fornite dagli
scritti di un illustre Padre della Chiesa[105]: affinchè poi il
leggitore di coscienza timorata accheti l’animo, noi lo assicuriamo
che di rincontro a quelle descrizioni mestissime di turpitudini, quegli
stessi Padri della Chiesa presentano alcuni quadri di onesto vivere che
rallegrano l’animo.

Di somma importanza riuscirebbero notizie statistiche della popolazione
di Roma al tempo in cui Alarico assediava la Città: manca però affatto
ogni elemento alle nostre investigazioni. La _Notitia_ numera, in tutte
le quattordici Regioni di Roma, circa 46602 _insulae_ o case, e 1797
palazzi[106]. Noi possiamo perciò determinare che Roma comprendesse
verso a 45000 case, e più di 1700 palazzi. Ma la popolazione di
lei, dopo la divisione dell’Impero e durante l’impoverimento sempre
crescente della Città e delle province, deve essere considerevolmente
diminuita, e difficilmente essa avrà superato il numero di 300,000
abitanti: forse anzi quella cifra è superiore di troppo alla effettiva
popolazione di Roma in quel tempo[107].




CAPITOLO QUARTO.


§ 1.

Alarico prende Roma il giorno 24 di Agosto 410. — Saccheggio della
Città. — Una vittoria del Cristianesimo. — Mitezza d’animo dei Goti. —
Alarico dopo tre giorni lascia Roma.

I Goti cinsero la Città ponendo campo di fronte a tutte le porte,
come già avevano fatto nel primo assedio. Alarico volgeva tutta la
sua operosità contro porta Salara prossima a monte Pincio, dinanzi
a cui, forse perchè le mura erano colà più deboli, aveva fin
dall’incominciamento dell’assedio eretta la sua tenda. Non giunse
fino a noi chiara ricordanza nè dei meschini mezzi di difesa usati
dai Romani, nè della durata dell’assedio. Sembra però che Alarico non
movesse all’assalto, ma che l’esito della sua impresa tranquillamente
attendesse dall’alleanza degli Ariani e dei Pagani della Città coi
quali teneva segreti accordi, e dall’alleanza più terribile della fame
che desolava di nuovo la misera Roma, quantunque una grande moltitudine
di schiavi fossero fuggiti ai Goti. Egli poteva finalmente penetrare di
soppiatto entro le mura; e già cento anni dopo, s’era cancellata dalla
memoria degli uomini la ricordanza del modo con cui egli aveva preso
Roma, di maniera che lo Storico greco Procopio ne spacciava le più
inverosimili fole. Egli narra che Alarico, quasi fosse stanco del lungo
assedio, facesse mostra di levare il suo campo, ed ai Senatori spedisse
trecento ragguardevoli giovani Goti quali donzelli, pregando che li
ricevessero come pegno di quella venerazione, che in lui non verrebbe
mai meno, per la loro virtù e per la loro fedeltà all’Imperatore.
E racconta che a quei giovani segretamente commettesse, che nel
pomeriggio d’un determinato giorno si scagliassero contro le schiere
che stavano a guardia di porta Salara, e di quella s’impadronissero; e
afferma che anche avvenisse[108]. Nel tempo stesso poi scrive Procopio
di un’altra versione che correva intorno la presa di Roma: secondo la
quale, la nobile Proba (vedova dello illustre Petronio Probo) tocca
di dolore alla miseria estrema delle plebi, che la fame cominciava a
tramutare in cannibali, avrebbe fatto cessare il flagello, mettendo
entro le porte i Goti: ma non è che una favola la quale i Cristiani
avranno forse appresa in Africa.

Neppure l’anno della presa di Roma conosciamo con esattezza, imperocchè
gli Storici ondeggino tra il 409 ed il 410. La notizia ne andò perduta
fra le rovine dello Impero. Da una cronica compilata in tempi meno
remoti è determinato fermamente che i Goti entrassero in Roma il giorno
24 di Agosto dell’anno 410, e noi pure abbiamo argomento di accogliere
con certezza quell’anno 410[109].

Era notte allorquando i Goti penetrarono per porta Salara[110].
Appena i primi drappelli s’erano messi dentro la Città, che tosto
appiccavano fuoco alle case vicine alla porta. L’incendio con rapidità
diffondendosi lungo quelle vie strette e immonde[111], giungeva a
cogliere le prime fabbriche dei palazzi Sallustiani che in quelle
vicinanze s’elevavano. Le belle case dello Storico della guerra
Giugurtina e della congiura di Catilina, nelle quali nei tempi andati
era morto l’imperatore Nerva, furono la prima fiaccola che illuminò
il sacco di Roma. La caduta di Cartagine e di Siracusa era stata una
fine degna della vita di quelle città valorose. La loro eroica virtù
commuove ad ammirazione, e il dolore nell’animo s’accheta allorchè si
pensi ai sentimenti generosi ed alle grandi opere la cui ricordanza
sopravvive alle genti cadute. Ma Roma la grande, che cade a quel modo
sotto il ferro di Alarico, eccita nell’animo un senso di disgusto al
pensiero che tanta viltà allignasse in quel popolo, che altre fiate
era stato il più valoroso della terra. Non ci conforta il ricordo di
una resistenza generosa: Roma non vide in quel dì che fuga, strage,
saccheggio, tumulto spaventevole: spettacolo che a nessun testimone
oculare bastò l’animo di descrivere.

Colla celerità con cui il turbine si rovescia, i Barbari si spinsero in
tutti i quartieri di Roma cacciando dinanzi di sè torme di cittadini
fuggenti e imploranti mercè ad alte grida, e facendone massacro. E
poi si lanciarono a dare il saccheggio all’immensa Città. Agitati da
istinto di depredare, scorrevano di palazzo in palazzo, irrompevano
nelle terme, nelle chiese, nei templi: tutto rovesciavano in cerca di
oro, e, strappato quanto ne trovavano, ne rapivano Roma in meno che si
dica, e con l’ansia del ladro, caricati di bottino cavalli e carri, lo
traevano fuori della Città. L’Unno ebbro del vino bevuto nelle case
saccheggiate, non era tenuto in rispetto dalla bellezza artistica
che i maestri alessandrini avevano profuso nelle suppellettili e
nelle minuterie che ornavano le stanze riposte delle matrone romane;
nè comprendeva a che servissero tanti capolavori inestimabili che,
tramandati in retaggio nelle famiglie, rimontavano forse ai tempi
dello splendore di Grecia; ed ignorava il valore di tanti oggetti
preziosi, che gli avi dei vinti avevano rubato con simile rabbia di
depredazione nella remota Palmira, in Assiria ed in Persia. I Barbari
s’impadronivano di quei tesori dopo di avere ucciso il molle Fabunio e
l’imbelle Reburro tremanti di paura, o dopo di aver soffocato nei loro
abbracciamenti brutali la signora del palazzo. Molti Romani avevano
senza dubbio nascoste durante l’assedio le loro ricchezze: per la qual
cosa nei tempi posteriori narravansi in Roma molte leggende di tesori
occulti. Ma la maggior parte, o per paura della morte, o denunciati
dai loro schiavi fuggiti, o sottoposti a tormenti, avevano abbandonate
le loro ricchezze agli invasori[112]. In nessuna altra città del mondo
l’oste barbarica avrebbe potuto raccogliere più ricco bottino. Nè
alcuno, dice Olimpiodoro che viveva in quel tempo[113], può imaginare
quanto grande, quanto smisurato, oltre ogni credenza, esso fosse: e
quattro anni dopo il sacco di Roma, Placidia doveva tingere la fronte
di rossore, allorquando cinquanta giovinetti goti vestiti di tonache
di seta, le porsero sorridendo, quale presente delle nozze di lei con
Ataulfo, cento coppe ricolme di minuterie d’oro e di giojelli, che
tutti, senza eccezione, i Goti avevano raccolti nel saccheggio della
patria di lei.

Alarico aveva conceduta ampia licenza di depredare alla sua soldatesca,
ma aveva imposto che si risparmiassero le vite degli abitanti, ed aveva
comandato che le chiese, e sopra tutte le basiliche degli apostoli
Pietro e Paolo, si rispettassero, quali asili in cui i cittadini
fuggenti, di qualunque ceto e di qualunque origine, non dovevano essere
molestati[114]. Obbedirono i Goti per quanto lo concedeva la loro cieca
rabbia di preda. Irrompevano nelle case in cerca di oro; e i vestimenti
poverili degli abitatori tremebondi ad ira li muovevano, reputandoli
una maschera sotto cui si occultasse la ricchezza. San Gerolamo narra
con dolore che Marcella, pia amica di lui, fu aspramente battuta: ella
era nella sua casa situata sull’Aventino, allorquando una turba feroce
di Barbari vi irruppe. Quella donna, che fu la prima monaca di Roma
che nascesse di nobile stirpe, mostrò loro l’umile suo vestimento di
penitenza, e caduta sotto le percosse di quei furibondi ne abbracciò
le ginocchia supplicando che rispettassero la virtù della sua allieva
Principia. Si commossero i duri petti di quei guerrieri, e rispettosi
condussero a salvamento le due pie donne nell’asilo di san Paolo[115].
Ma alcuni di quei Barbari, pagani o ariani fanatici, non ebbero
rispetto neppure ai chiostri di donne, chè con loro violenza feroce
fecero onta alle sciagurate monache ed a stento soffrirono freno a non
depredare gli arredi sacri delle chiese cattoliche. Ed anzi uno Storico
ecclesiastico afferma, che se avessero avuto contezza dei tesori del
san Pietro, vi avrebbero senza dubbio dato saccheggio[116]. Il vescovo
Innocenzo, che allora era a Ravenna, aveva lasciato carico al Principe
degli Apostoli della difesa delle sue basiliche: e ciò che era opera
del nobile animo di Alarico e della venerazione di lui per la religione
di Cristo, non dubitava di definire dal suo asilo remoto e sicuro,
essere stato manifestamente miracolo dei Martiri.

In mezzo a quegli avvenimenti di orrore tanto più splendido appare un
atto di umanità straordinaria, alla ricordanza del quale gli Storici,
sia per il singolare contrasto che offre con quegli spettacoli di
sangue, sia per sentimento di religione, si dilungano più che nella
descrizione del saccheggio di Roma. Un Goto penetrava nella casa di una
pia donzella, che sola, senza difesa, tremante, stava a guardia di un
grande cumulo di magnifici arredi sacri. Già egli stava per iscagliarsi
su quel ricco bottino, ma lo rattennero le parole che quella pia gli
volse con maestosa calma: facesse ei pure ciò che più gli talentasse:
di quei tesori il padrone era l’apostolo Pietro, ed il Santo saprebbe
cogliere il profanatore. Ne fu talmente scosso il Barbaro che avrebbe
voluto piuttosto porre la mano su un ardente braciere che su quegli
ori: egli si ritrasse e corse a re Alarico, e narratogli quanto gli era
occorso, n’ebbe comando di trasportare i tesori sacri dell’Apostolo
al san Pietro, e di accompagnarvi la loro pia custode con buona
guardia. Quella schiera di predoni feroci procedeva per le vie verso
la basilica, trasportando con senso di devozione i calici, le patene,
le lampade, le croci su cui scintillavano smeraldi e giacinti: e tutto
a un tratto mutavasi in una processione solenne. Cristiani fuggenti,
donne sul cui volto era il pallore della paura, traenti a mano i loro
fanciulletti, vecchi imbelli, e uomini tremanti, e pagani atterriti,
andavano frammisti ai Barbari dalle armi e dalle vestimenta sozze
di sangue, e sulle cui oscure facce leggevasi una lotta ardente tra
la passione bestiale di depredare e il sentimento religioso. Tutti
muovevano insieme al san Pietro lungo le vie di Roma piene di tumulto,
ed interrompevano l’orrendo strepito del saccheggio colle note
lunghe, solenni, maestose di un inno sacro, presentando un quadro che
all’inspirato pennello di Raffaello sarebbe stato tema più bello, che
quello del suo affresco dell’incendio di Borgo[117].

Quell’avvenimento celebrarono i Padri della Chiesa quale vittoria che
la Religione cristiana aveva ottenuto in Roma funestata dalle stragi;
nè quello fu il solo esempio della mitezza dei Barbari. I Goti,
inacerbiti contro i Romani che gli abborrivano per la loro eresia
ariana, incrudivano contro la Città; e inaspriti per la ricordanza
delle antiche sconfitte delle quali volevano vendicare l’onta, davano
libero corso alla loro rabbia contro quel popolo miserabile che
sprezzavano. Migliaja di uomini perirono in Roma e fuori delle mura
sotto il loro ferro e sotto la spada degli Unni, degli Scirri, degli
Alani seguaci del Paganesimo, e delle turbe sfrenate degli schiavi
liberati, di maniera che santo Agostino deplorava che mancassero
braccia a dar sepoltura ai cadaveri[118]. Tuttavolta i Romani erano
tanto caduti di animo, che, attendendo una distruzione universale
simile a quella che aveva colpito Gerusalemme e Ninive, ebbero
argomento a lodare la mitezza del nemico. Ed alcuni di quegli Storici
stessi che deplorano tanto sangue versato in quella strage, narrano
pure con gioja che dell’ordine senatorio pochi furono gli uccisi; ed a
mitigare l’orrore del quadro ricordano che la Città era stata condotta
a condizione di gran lunga peggiore, allorquando cadde sotto i Galli
feroci, condotti da Brenno[119].

La sorprendente brevità di tempo, che Alarico aveva conceduta al
furore dei suoi, diminuì anche gli orrori di quel sacco, facendo sì
che le soldatesche profittassero del termine loro conceduto unicamente
a raccogliere bottino. Alarico era forse commosso da venerazione per
la grandezza di quella sacra Roma, la quale, se un dì aveva scosso di
tanta ammirazione l’animo del persiano Ormisda, più potente mille volte
ora doveva scuotere la grande anima sua. Al mirare quella capitale
del mondo che giacevagli prostesa ai piedi avvilita, al pensare che
dall’alto delle sue colonne le severe figure di tanti eroi antichi,
di cui conosceva in parte le geste ed i nomi, stavano guardandolo,
Alarico sarà stato preso da una specie di terrore, ed avrà certamente
pensato a Stilicone, vivente il quale non avrebbe mai tocco il suolo
di Roma. Alarico non poteva trattenersi più a lungo nella Città
donde non gli era possibile di trarre sussidî, e che non gli offriva
un accampamento sicuro. L’Impero romano non era ancora ridotto a
tale grado di disfacimento che gli fosse dato di farsi gridare Re
d’Italia; e la presa di Roma, quantunque fosse un primo grado per
giungere a quell’altezza, e benchè di quel grande avvenimento non
potessero prevedersi le conseguenze, aveva soltanto le sembianze di
una scorreria barbarica non avente altra mira che di porre a ruba il
paese. Conoscendo giustamente che gli era impossibile di sostenersi in
quella condizione, e preso quasi da terrore panico che la grandezza
della sua stessa vittoria inspirava nel suo animo, Alarico dopo
tre giorni abbandonò la Città saccheggiata, e mosse per la Campania
traendosi dietro una grande moltitudine di prigioni, e conducendo con
sè la stessa Placidia, sorella di Onorio, cui egli tributava onore
conveniente all’altezza dei suoi natali[120].


§ 2.

I Goti non distrussero i monumenti della Città. — Opinioni degli
Scrittori su questo argomento.

Dopochè i Goti furono partiti della Città, quantunque non esercito
nemico li cacciasse, nè paura li prendesse di oste che s’avvicinasse,
i Romani ebbero agio di considerare la gravezza della loro miseria.
L’avvenimento terribile del saccheggio fu accompagnato da una serie
di circostanze tali, che non è facile trovare il somigliante negli
annali delle altre città del mondo. Quell’avvenimento non lasciava
dietro di sè, nè l’occupazione militare del conquistatore, nè alcuno
di quei mutamenti politici che sogliono in simili casi avvenire; ma se
la Città non vedeva più la faccia del nemico entro le sue mura, vedeva
però tutte le tracce spaventose del nemico; e sembrava che non gli
uomini l’avessero funestata col flagello della guerra, ma che piuttosto
un cataclisma tremendo di natura repentinamente l’avesse colpita e
devastata. Possiamo ben di leggieri immaginare quale orrore dovesse
presentare l’aspetto di Roma nel giorno in cui i Goti ne uscirono: e
non vi fu Storico che abbia avuta la forza di darne la descrizione,
nessuno fu che desse ragguaglio particolare delle rovine che i Goti
lasciarono dietro di sè. Ma qui si presenta una ricerca sull’estensione
di quel danneggiamento, ed è quesito di non lieve importanza,
imperocchè la storia dei ruderi di Roma, che in parte è nostro tema,
incominci veramente da quel saccheggio dell’anno 410, il quale è
avvenimento che determina un’epoca, sebbene già il disfacimento abbia
principiato al tempo di Costantino.

Il sentimento di odio nazionale indusse per lunga pezza gl’Italiani
a cercar di vendicare sulla memoria dei Goti la caduta di Roma che
l’imperatore Onorio aveva sì vilmente abbandonata in loro balia, e
che i Romani con somma vergogna non avevano saputo difendere. Le loro
voci scagliarono contro il nome dei Goti l’onta eterna che i più bei
monumenti dell’antichità abbiano distrutti. Ma studî più profondi, e
di Italiani stessi, imposero silenzio a quelle voci: che se alcuna ben
rada s’innalza, è prova soltanto di crassa ignoranza. Lo Storico può
oggimai risparmiarsi la briga di dimostrare che la è pur folle cosa e
ridicola di pingere sempre alla propria fantasia Goti, Vandali e quali
altri Germani, che con rabbia strana e come per istinto, si scagliano
contro i templi e contro le statue: quasi che nel breve tempo in cui
tennero Roma, invece di mettere a ruba la Città, si fossero aggirati
per le vie col martello alla mano abbattendo le statue, e con leve nei
teatri fossero penetrati per l’unico scopo di provare le loro forze
nell’inutile fatica di spezzarne i marmi.

I Goti lasciarono dietro di sè tutta quella rovina che è inseparabile
da un saccheggio. Essi danneggiarono gli edifizî di Roma per quanto
danneggia una soldatesca feroce che si lancia su una città a depredare,
e che, impadronitasi delle robe mobili, non bada alla distruzione
delle cose immobili che non può trar seco. Irrompendo nei templi, nelle
terme, nei palazzi, ne strapparono tutti gli oggetti d’arte e tutte le
cose preziose, e sotto le loro mani rozzissime, forse anche spinti da
malo animo, molte statue bellissime di marmo saranno state distrutte
per le vie e per le piazze. E una estesa devastazione avrà portato
l’incendio, e già abbiamo detto che all’incominciamento del saccheggio
i palazzi sallustiani furono messi in fiamme. Le loro ruine annerite
dal fumo e fra le quali oggidì ancora miransi sorgere sul terreno
poche vôlte arcuate ed alcuni corridoi, sono i vestigi dai quali lo
storico Procopio, cento e quaranta anni più tardi, trae argomento
a parlare della devastazione di Roma operata dai Visigoti[121]. Ma
quello è il solo grande edifizio di Roma che si sappia aver trovata
la distruzione in quella conquista, ed alle notizie date da quegli
Storici che con esagerazione da retori parlano della Città conquisa
dal fuoco, altre narrazioni si contrappongono che le prime attenuano
e moderano. Il bizantino Socrate racconta, che la più gran parte delle
opere mirabili di Roma fu distrutta dal fuoco; e Filostorgio narra che
Alarico ritirandosi in Campania lasciò dietro di sè in rovine la Città,
la cui celebre grandezza il ferro, il fuoco e le catene barbariche
avevano annientata. E Gerolamo esclama enfatico: «Ahimè! perisce il
mondo, ma delle peccata non ci mondiamo: la Città illustre ch’era
a capo dell’Impero romano un solo incendio consunse». Ed Agostino
in parecchi passi delle sue opere ricorda similmente l’incendio di
Roma[122]. Per la qual cosa dobbiamo credere che alcuni edificî di
Roma fossero danneggiati da incendî, quantunque lo storico Jornande
dica: per comando di Alarico si restrinsero i Goti a depredare, e non
appiccarono il fuoco come sogliono fare i Barbari[123]. Ma Orosio,
scrittore contemporaneo, narra che Iddio era passato nel suo furore su
Roma e l’avea colpita più tremendamente che gli uomini non avessero
potuto fare: imperocchè una forza sovraumana avesse messo in fiamme
le travi di bronzo, e avesse fatto precipitare la mole poderosa di
grandi edificî, e il folgore cadendo nel foro avesse atterrati i
falsi idoli, e un fuoco mandato dal cielo avesse divorato tutte le
nefandità della superstizione antica, che le fiamme lanciate dal
nemico non avevano potuto consumare[124]. Questa narrazione è degna
di nota, non solo perchè sembra che ricordi una totale devastazione
prodotta dall’incendio, ma perchè ci rammenta una leggenda sparsa fra
i Cristiani, i quali, stando alla predizione delle Sibille, attendevano
un incendio che doveva conquidere Roma. Ed allorchè ebbero udito della
presa della Città credettero che quella profezia si fosse avverata, e
che Roma, al pari di Sodoma, giacesse consumata dalle fiamme. Tuttavia,
Orosio stesso, il quale giustamente celebra la mitezza di animo dei
Goti, era finalmente costretto a narrare, che tre giorni dopo la presa
di Roma, i Goti volontariamente ne uscivano, e che il fuoco aveva bensì
recato alcuni danneggiamenti alle case, ma non sì grandi quali aveva
prodotto l’incendio appiccatosi per accidente in Roma, nell’anno 700
dalla costruzione della Città. Ed anzi quello Storico afferma che i
Romani avessero detto che dei mali sofferti nel saccheggio avrebbero
messo tosto in pace il proprio animo, se loro si restituisse il
sollazzo dei giuochi circensi[125].

Tutte queste narrazioni di scrittori contemporanei devono dunque
persuaderci che quanto narrano gli Storici posteriori intorno alla
devastazione di Roma contiene grandi esagerazioni: e perciò dobbiamo
accogliere che la Città fosse data al saccheggio, ma che la breve
durata di soli tre giorni, e l’ampiezza smisurata di Roma, ed il
numero grande dei suoi edificî avessero resi quei danneggiamenti
poco considerevoli[126]. Intorno ai grandi monumenti di Roma le
torme barbariche si saranno scagliate durante quei tre giorni con
grave tumulto, ma non gli atterrarono; chè i Barbari miravano quegli
obelischi e quegli archi di trionfo con meraviglia fugace, senza
che loro balenasse in mente il ridicolo pensiero di distruggerli.
Allorquando trovavano statue d’oro e di argento, spezzavanle per
cavarne bottino.; ma nè le statue equestri gigantesche di bronzo
dorato, nè quelle di marmo gli allettavano a preda: ed essi lasciarono
che stessero finchè venisse a rubarle un Imperatore bisantino del
secolo settimo, nel tempo in cui Roma era ridotta all’estrema miseria e
in cui la sua ricchezza consisteva negli arredi delle chiese. Due soli
anni dopo la conquista di Alarico, uno Storico ed un Poeta venivano a
Roma. E Roma desolata dal saccheggio era tanto lontana dall’aver le
sembianze d’una Città caduta in rovina, e sì poco oltraggio avevale
recato il fuoco, checchè dir possa santo Gerolamo, che ambidue con
fervida ammirazione ne celebrarono la bellezza e la maestà senza
pari. E infatti Olimpiodoro dà quella descrizione, che già conosciamo,
delle terme e dei palazzi i quali s’ergevano ancora in tutto il loro
splendore antico; ed il prefetto Rutilio di Numanzia, in quel suo inno
di addio che volge a Roma partendo, non dice parola su devastazioni,
ma anzi allorquando dalla barca su cui naviga il Tevere si volge per
l’ultima volta a cercar dello sguardo la Città, egli si delizia allo
spettacolo «della regina bellissima del mondo, i cui templi scagliano
loro vertici al cielo»[127].


§ 3.

Lamentazioni sulla caduta di Roma. — San Gerolamo. — Santo Agostino. —
Conseguenze della presa di Roma.

Allorquando le mille voci della fama ebbero annunciato al mondo civile
la notizia che la capitale dell’orbe era caduta, grida di dolore e
di paura s’elevarono d’ogni parte. Le province dell’Impero, che da
secoli avevano imparato a venerare Roma quale acropoli invitta della
cultura, quale maestra delle leggi del vivere civile, videro tutt’a
un tratto quel loro santuario cadere, vilmente bruttandosi; e nel
tempo stesso in cui la fede nella durata degli umani ordinamenti
era in loro potentemente scrollata, pensavano che la fine del mondo
incominciasse, secondo il vaticinio dei Profeti e delle Sibille. Le
voci di alto lamento perderonsi nella vastità deserta dei tempi, e
soltanto negli scritti di alcuni Padri della Chiesa, viventi in quel
tempo, troviamo vestigi, quantunque modificati dalla morale cristiana
e dalle forme rettoriche, dello sconvolgimento tristissimo che allora
aveva colpito il mondo. La caduta di Roma distaccò l’attenzione dello
stesso san Gerolamo dalle meditazioni solitarie sulle profezie di Isaia
e di Ezechiello, nelle quali egli raccoglievasi allora nella remota
Betelemme. Scosso da dolore profondo scriveva alla vergine Eustochia:
«Io aveva condotto a compimento diciotto libri di chiose sulle profezie
di Isaia, e già proponevami d’incominciare miei studî su Ezechiello,
che spesse fiate ho promesso a te, o vergine cristiana Eustochia, ed
alla pia madre tua Paola, ed io voleva porre, a dir così, l’ultima mano
alla mia opera dei Profeti, quando, ahimè! odo la notizia della morte
di Pammachio, di Marcella, e della presa della Città, e della uccisione
di tanti fratelli e di tante sorelle. Ne smarrii il sentimento e la
voce, così che notte e dì non ebbi altro pensiere se non se del modo
di portar loro soccorso, e parevami di essere caduto io stesso nella
schiavitù. Ma poichè ora il lume splendidissimo della terra s’è spento,
poichè il capo del romano Impero fu svelto dal tronco, e, a dir meglio,
poichè con quella sola città il mondo tutto perì, muto io divenni; e mi
prese uno scoramento tale che mi tolse l’operosità nel bene; e il mio
dolore si rinnovava senza interruzione; e il mio cuore batteva forte; e
mi pareva che la mia mente fosse messa in fiamme»[128].

Più oltre egli dice: «Chi avrebbe creduto che Roma, la quale venne
edificata delle spoglie di tutto il mondo, cader dovesse, e che la
Città sarebbe stata culla e insieme tomba ai suoi popoli? che nelle
terre d’Asia, d’Egitto, d’Africa sarebbero tratte in ischiavitù le
figlie di Roma, della signora antica? che in Betelemme la santa, ogni
giorno entrerebbero, mendicando la vita, uomini e donne, che un tempo
brillavano per alti natali, e nuotavano nel soverchio della ricchezza?»

Son pur belli in bocca dell’illustre Gerolamo questi lamenti sulle
sorti dell’antica Roma; ed allorquando leggiamo quel passo in
cui nel suo cruccio egli esclama: «mi manca la voce, e scoppio in
singulti allorquando sto per dire: fu doma la Città che aveva domo
il mondo!»[129] l’animo nostro oggidì ancora si empie di tristezza
perocchè sia indotto a pensare all’inanità delle cose umane. Tacciono
invece le voci virili dei Romani; ed è ancor più sorprendente di udire
sensi di duolo sulla caduta di Roma dalla bocca di un vecchio Padre
della Chiesa, che siede solitario in Betelemme e che ne scrive ad
una debole donzella, ad una pia monacella, e che paragona il destino
della illustre e grande Città a quello che narrano le sacre pagine di
Moab, di Sodoma e di Ninive. E, senza neppure volerlo, ci occorre alla
mente ricordanza dei sospiri di quello illustre Scipione, che assiso
sulle rovine di Cartagine, deplorava la caduta futura di Roma sua.
E cerchiamo dello sguardo qualche Romano illustre in mezzo a tanta
desolazione della Città caduta, e non lo trovando ci sembra che Roma
non abbia avuto più nè voce, nè lacrime dopo di quelle del grande
Scipione. La storia, o forse la leggenda romana, invece di un eroe
immerso nel dolore, ci presenta il quadro disgustoso dell’Imperatore
circondato dei suoi eunuchi, il quale, chiuso nelle paludi di Ravenna,
confonde la perdita di Roma colla morte di un suo pollo favorito, cui
egli aveva dato il nome della capitale del mondo, di Roma[130].

Il vecchio Gerolamo (che in Roma era vissuto lungo tempo) nella
sincerità del suo dolore si eleva al di sopra del suo contemporaneo
Agostino. Nelle espressioni di duolo del primo parlano alto il
sentimento dell’uomo romano e la consapevolezza istorica della
grandezza politica di Roma antica, a cui la Città andava debitrice
del venerando suo aspetto. Al cuore di Agostino non avevano invece
alcuna potenza tali considerazioni. Quel teologo, che per la vastità
del suo genio si eleva su tutti gli altri della Chiesa latina, era
inebbriato di gioia per la vittoria del Cristianesimo; nè abbiamo
alcun argomento che c’induca a darne un giudizio di biasimo perchè
egli mirasse con occhio d’indifferenza la caduta di Roma. Egli vedeva
in quell’avvenimento la distruzione della Babilonia, dell’ultimo
propugnacolo del Paganesimo; nè egli trovava da deplorare in
quell’obbrobriosa caduta che il disordine esterno ond’era stata colpita
la Chiesa, e la fuga e la morte dei suoi fratelli e delle sorelle in
Cristo diletti. Egli scrisse a loro consolazione un trattato in cui
egli esclamava: «E che dunque? se Iddio non volle risparmiare la Città,
non eranvi neppure cinquanta Giusti fra tanti Fedeli, fra tanti monaci,
fra tanti che fecero voti di continenza, in tanta moltitudine di servi
e di serve di Dio?» E paragonando Roma a Sodoma, egli si rallegra,
che Iddio, il quale la prima dalle fondamenta aveva distrutta, Roma
abbia soltanto umiliata col suo castigo; e che, se in Sodoma nessuno
aveva potuto uscir salvo, in Roma invece molti avessero potuto fuggire,
per ritornarvi di nuovo, e molti, rimanendovi, nelle chiese avessero
trovato un asilo inviolato. Ed anzi egli conforta i Romani avviliti,
sciagurati nepoti degli Scipioni, richiamando alla loro memoria i mali
ben maggiori sofferti da Giobbe: e rammentando loro, che ogni dolore
terreno è temporaneo, cerca di consolare l’amarezza della loro doglia
col pensiero dei tormenti onde saranno crucciati i dannati alla Gehenna
per tutta l’eternità[131].

Egli scrisse il suo trattato «della caduta della Città» e l’opera sua
illustre «della Città di Dio» in apologia del Cristianesimo contro
le accuse ripetute mai sempre dagl’inacerbiti Pagani: i quali, se
a torto rimprocciavano alla Religione cristiana la catastrofe che
inevitabilmente colpir doveva la Città, tuttavia nelle declamazioni
di vescovi fervidi di zelo, che con aperto compiacimento parlavano
della rovina soprastante a Roma, trovavano ragione di confermarsi in
quella loro credenza. E infatti l’odio di que’ Vescovi contro questa
Sodoma, contro questa Babilonia era tale, che Orosio deplorava con
sincerità che i Barbari di Radagaiso non avessero preso Roma. Colla
distruzione dei Numi antichi, colla caduta della Vittoria e della
dea Virtù, dicevano quei Pagani, anche la virtù romana s’era spenta,
e la croce di Cristo s’era alleata alla spada dei Barbari per la
distruzione della Città e dell’Impero. Per ispuntare gli strali di
quelle accuse, Agostino scriveva quelle opere nelle quali la caduta
di Roma gli offeriva acconci argomenti a enfatiche prediche e ad alte
speculazioni morali intorno al reggimento di Dio sul genere umano: ed
egli diceva ai Pagani che fra coloro che arditamente e senza rossore
calunniavano i servi di Cristo, trovavansi di quelli che alla morte
non sarebbero sfuggiti se non si fossero celati sotto le sembianze di
confessori di Cristo; imperocchè ciò che in Roma rimase illeso fosse
beneficio di Cristo, e tutto quello che durante il saccheggio era stato
commesso di devastazione, di strage, di ruberia, d’incendio, di male
di ogni maniera, fosse stato soltanto l’ordinario risultamento degli
avvenimenti di guerra[132].

Deplorevole era la sorte dei Romani; tutte le famiglie erano cadute
nell’estrema rovina, e loro era tolta speranza di restituirsi nel
lustro primiero. Se si scorrano le Storie, sarà difficile trovare un
altro avvenimento che a questo si possa paragonare per la gravezza
delle sue conseguenze vuoi morali, vuoi materiali. L’aureola
dell’antica ed aurea città s’era estinta. E secondo le leggi di
natura, questa prima caduta doveva essere causa che essa ancor più
profondamente precipitasse: e già il filosofo di quel tempo poteva
scorgere le tempeste che si sarebbero riversate su di lei nei secoli
venturi in cui Roma, accasciata sulle sue rovine, non sarebbe più
stata che un morto nome, o un sepolcreto misterioso su cui, in mezzo ai
simulacri caduti dei Cesari antichi, invece del trono dell’Imperatore
si sarebbe elevato il seggio di un Vescovo. L’aristocrazia ch’era
stata arbitra della vita politica nella costituzione antica, sostegno
tradizionale della Città e dello Stato, era stata travolta e dispersa
nel mondo. Di repente, dal possedimento di ricchezze immense, da
eleganza splendidissima di costume era stata sbalzata nella mendicità;
ed i rampolli delle più illustri ed antiche famiglie di Roma facevano
meravigliare gli abitatori delle province più remote dell’Impero allo
spettacolo della sciagura, non però immeritata del tutto, che gli aveva
gettati nell’estremo della miseria.

Non v’ha luogo, scrive san Gerolamo, che non accolga genti fuggite di
Roma. Molti cercavano di là dei mari, nell’Oriente remoto, un incerto
asilo; molti s’imbarcavano per l’Africa dove le loro famiglie avevano
possedimenti; e il conte Eracliano governatore di quel paese, e ch’era
stato il carnefice di Stilicone, riceveva le nobili donzelle di Roma
per poi venderle ad Assiri che ne facevano traffico. Più felici di
questi Romani e degli Italiani erranti in lontane regioni, erano quei
fuggitivi che avevano trovato asilo nella solitudine delle isole del
mare Tirreno, in Sardegna, in Corsica e nel piccolo Igilium, che è
l’odierna isoletta di Giglio, cui Rutilio di Numanzia dalla sua nave
volgeva un saluto di gratitudine, perocchè avesse prestato rifugio
ai Romani, che così trovavansi «a Roma tanto vicini, e sì lungi dai
Goti»[133].




CAPITOLO QUINTO.


§ 1.

Alarico muore nell’anno 410. — Ataulfo è gridato re dai Visigoti. —
Egli parte d’Italia. — Spedizione impresa dal conte Eracliano contro
Roma. — Onorio viene a Roma nell’anno 417. — Restaurazione della Città.
— Versi di Rutilio a Roma.

Finchè i Visigoti rimasero in Italia, la Città doveva sempre temere che
d’improvviso ritornassero a darvi un secondo saccheggio; per la qual
cosa il commovimento continuo che l’agitava, al pensiero del pericolo
sovrastante, le toglieva calma e forza necessaria per riparare a
tante perdite fatte e per ripopolarsi. Alarico era morto tosto dopo il
saccheggio di Roma, nell’anno 410; quasi che tutta la sua forza vitale
lo avesse abbandonato dopo di aver compiuto quel grande fatto. Il
prode guerriero moriva colla gloria eterna di aver soggiogato Roma e di
averle risparmiata la distruzione. I suoi soldati gli diedero sepoltura
nell’alveo del fiume Busento, e indi scelsero a loro re Ataulfo,
cognato di lui. Se Alarico non aveva potuto elevarsi al di sopra della
condizione di nomade guerriero barbaro, Ataulfo invece, accorto di
mente e ardito di mano non meno di Alarico, sembrava avere ingegno
più acconcio a fondare un impero goto in Italia e ad assoggettare
l’Occidente allo scettro di valorosi Germani. Egli accarezzava nel
suo pensiero questo disegno, ma neppur egli poteva compierlo; e quasi
un secolo doveva trascorrere in rivolgimenti tumultuosi prima che
i Germani, condotte poco a poco a maturanza le loro idee politiche,
di truppe irregolari assoldate dall’Impero romano, si facessero veri
conquistatori e signori d’Italia.

Non sappiamo con esattezza fino a quando i Visigoti godessero dello
splendido cielo d’Italia, e si deliziassero sui poggi del mezzogiorno
per vendemmia festanti. Più felici dei guerrieri di Pirro e di Annibale
vivevano nel soggiorno beato della Campania, senza che ne li molestasse
suon di guerra nemico. Dalle ubertose sponde del Liri occupavano
il paese fino a Reggio, dove non la famosa statua incantata ma una
tempesta aveva impedito ad Alarico di passare in Sicilia: nè squillo
di tromba gli strappava dai molli letti ove stavano sdrajati fra le
braccia delle loro belle schiave a lautezza di mense.

Finalmente, Ataulfo stesso li chiamava all’arme, imperocchè, dopo
lunghi e difficili negoziati con Onorio, egli avesse deliberato di
partire dall’Italia desolata e di valicare le Alpi per girsene in
Gallia, ove, al soldo dell’Impero, voleva combattere Giovino che aveva
usurpata la dominazione di quella provincia. Nella loro ritirata,
che non possiamo determinare con certezza se avvenisse nell’anno 411
oppure nel 412, i Goti avranno forse incusso alto spavento a Roma:
ma per il trattato stretto con Onorio, la cui sorella Placidia il Re
dei Goti aveva condotta in isposa, i Barbari non devono avere recato
danneggiamento alla Città. E la narrazione d’uno Storico dei tempi
posteriori, che eglino in questa loro ritirata, simili a sciame di
locuste, si gettassero su Roma per la seconda volta ed esterminassero
tutto quanto avevano lasciato nella prima, non ha sembianza di verità,
non essendo sorretta da altre testimonianze[134].

Un altro flagello, quantunque ben meno terribile, colpiva Roma:
l’ambizioso conte Eracliano, nell’anno 413 in cui era stato eletto
console, s’era ribellato in Africa; e avendo impedito che ne partisse
la flotta ch’era andata a prendere vettovaglie per fornire la Città
affamata, mosse egli stesso con molti vascelli; e già s’apparecchiava
a entrare nelle acque del Tevere per impadronirsi della Città ch’egli
sapeva essere sguernita. Ma allora, Marino, capitano delle truppe
imperiali (che, come tali, tornano di nuovo in campo), gli diede
battaglia presso la costa; e, disfattolo pienamente, lo costrinse a
fuggire in Africa dove perdette il capo[135].

Liberata da questo pericolo, partiti i Goti, la corte di Ravenna
ebbe miglior agio di provvedere alla guarigione di tante piaghe
che desolavano Italia. Onorio concedette alle province devastate
l’esenzione da imposte, e, per la terza volta nell’anno 417, venne
a Roma avvilita. Fece uno splendido ingresso trionfale, e assiso
nel suo cocchio si pasceva con orgoglio puerile della vista del suo
emulo Attalo, il quale, coperto di vergogna, era tratto in catene
innanzi al suo carro[136]. Gli sciagurati abitatori di Roma accolsero
il loro Monarca con servili acclamazioni, quantunque nel loro animo
gli scagliassero muti rimproveri. Non eravi Stilicone dai cui allori
egli prendesse a prestito splendore, e taceva la musa che per bocca
di Claudiano gli aveva già tributate lodi adulatrici di trionfatore.
Stendendo la mano e supplicando colla voce, i Romani lo eccitavano
a far risorgere la Città dalle sue rovine. Se si presti fede agli
Scrittori, Roma si rimetteva in breve tempo dei mali sofferti
durante il saccheggio dei Goti, di maniera che sorgeva «più splendida
dell’antica»[137]. I cittadini fuggiti vi ritornavano da tutte le
province dell’Impero; ed erano in numero sì grande che Olimpiodoro
racconta che in un giorno solo ne arrivassero quattordicimila.
Tuttavia, bisogna andare cauti nell’accogliere le notizie date dagli
scrittori di quell’epoca. E lo stesso Storico racconta che Albino,
prefetto della Città nell’anno 414, aveva riferito all’Imperatore
che la popolazione di Roma s’era accresciuta di maniera che non
fosse più sufficiente la misura di grano ch’era costituita per le
somministrazioni al popolo[138].

La Città andava poco a poco risorgendo e ripopolavasi, quantunque non
si restituisse nel primitivo splendore come vorrebbero far credere
quelle narrazioni e le voci adulatrici di coloro che celebravano Onorio
col titolo di restauratore della Città. Ma che Roma, pochi anni dopo
della conquista dei Goti, fosse ancora la grande, la magnifica, ci
mostrò Olimpiodoro: ed anche Rutilio, che ne partiva nell’anno 417
per tornare in patria, poteva confortare il suo animo della caduta di
lei con quei versi inspirati, nei quali esorta la Città a rialzare
il suo capo venerando, ad ornarsi d’alloro ed a cingere il turrito
diadema, e ad alzare di nuovo il suo scudo brillante. I terribili mali
sofferti nel saccheggio, sclamava, potevano esser posti in obblio dalla
remissione dei tributi: elevando lo sguardo al cielo si allevia ogni
dolore, imperocchè anche gli astri tramontino per risorgere brillanti
sempre di luce novella. L’oltracotanza superba di Brenno aveva ricevuto
punizione, ed il Sannita la aveva espiata colla servitù: la fuga e la
disfatta di Pirro e di Annibale avevano vendicate le loro vittorie.
In simil guisa Roma risorgerà legislatrice dei secoli, essa sola non
temente il lavorio della Parca; tutte le contrade della terra di nuovo
le porgeranno tributi e il bottino fatto sui Barbari empirà i suoi
porti: i campi che il Reno bagna, saranno dissodati eternamente per
lei; per lei il Nilo riverserà fuor del suo letto le onde fecondatrici;
Africa a lei dispenserà la ubertà dei suoi prodotti: e flotte romane
solcheranno le onde del Tebro trionfatore, coronato di giunchi[139].

Questi augurii il Poeta ancora pagano volgeva a Roma, salutandola
con voce velata dal pianto. Ma non furono profetici. Abbattuta da
quel colpo tremendo, la Città non ebbe più forza di sollevarsi.
Per buona sorte dei popoli d’Occidente, Roma non raccolse più dalla
polvere la corona d’alloro cadutale di capo. E soltanto dalle ceneri
dell’antichità essa si elevò sotto forma novella dopo le pugne lunghe e
dolorose della sua seconda nascita, per reggere col pastorale durante
lunghi secoli il mondo morale, dopochè essa aveva dominato, per tempo
sì lungo, mezzo il mondo colla potenza della sua spada[140].


§ 2.

Svolgimento della Chiesa romana. — Scisma per la successione alla
cattedra vescovile. — Bonifacio è eletto papa. — Onorio muore nell’anno
423. — Valentiniano III diventa imperatore sotto tutela di Placidia. —
I Vandali invadono Africa.

Nel tempo in cui la vita politica di Roma si spegneva e le istituzioni
civili dell’antichità perivano, nel tempo stesso in cui l’Impero,
premuto sempre più dai Germani invasori, perdeva una provincia dopo
l’altra e minacciava finalmente di perire esso stesso, era in Roma
un solo istituto che non aveva mai vacillato e che sottometter doveva
alle leggi della civiltà quei Barbari medesimi, i quali più tardi ne
diventavano difensori ed ausiliarî a ottenergli la signoria della Città
e di parecchie province d’Italia. Quell’istituto era la Chiesa, era il
Papato. Durante i varî avvenimenti che s’erano succeduti nel periodo
di presso che quattro secoli di dominazione degl’Imperatori, sulla
cattedra vescovile di Roma sedeva una gerarchia di preti elettivi,
antica quasi quanto il Monarcato, la quale, dopo di Pietro che la
tradizione narra essere stato fondatore dell’Episcopato romano, già
contava una serie di quarantacinque Vescovi fino al tempo in cui i
Goti conquistarono la Città[141]. Alla storia di Roma e dell’Impero
era proceduta allato e di pari passo la storia della Chiesa: storia
arcana, dapprima, di un’associazione misteriosa d’amore e di libertà
morale; indi storia di martiri eroi a cui era succeduta storia di acri
pugne contro il Paganesimo, e del trionfo riportato dal Cristianesimo
sulla Religione degli idoli; storia finalmente di continue lotte
contro le eresie sorte in Oriente e nel Mezzogiorno. Nei tempi della
dominazione imperiale di Roma, la Chiesa aveva accolto in sè le più
elevate idee spirituali; e la libertà, bene sommo e felicità del
genere umano, otteneva consecrazione nella cerchia della vita morale,
poichè era stata soffocata nel mondo politico. L’energia che la
Chiesa aveva dimostrata contro il despotismo di Costantino e dei suoi
succeditori era stata salutare e gloriosa; ma quell’istituto troppo
presto cadeva dalla spirituale sua altezza, corrotto in generale da
quella tendenza egoistica che non si disgiunge mai da tutto ciò ch’è
dell’uomo, e avvelenato in particolare dall’avarizia e dall’ambizione.
Ricchezze d’ogni maniera, composte di offerte di mani liberali e di
beni stabili che chiamavansi patrimonii, fluivano a questa Chiesa, la
quale, nel tempo stesso in cui dava alla sua amministrazione esteriore
un ordinamento sapiente, poneva le basi ed innalzava il suo sistema
dogmatico che il genio dei suoi Padri e dei suoi Teologi difendeva e
raffermava. Il Vescovo di Roma, sedente in Laterano, volgeva la sua
operosità alla sola amministrazione ecclesiastica; e, quantunque non
avesse ancora potenza politica, tuttavia cominciava già nel secolo
quinto ad esercitare sulla Città una certa influenza che non era
unicamente d’indole spirituale e morale, ma che, nelle relazioni
innumerevoli della Chiesa sulla universa vita civile, assumeva anche
natura tutt’affatto materiale. La lontananza dell’Imperatore da Roma
accresceva venerazione alla persona del Vescovo cui la fede insegnava
a rendere ossequio come a persona sacra; e le necessità sempre più
stringenti e la miseria crescente nel popolo, lo facevano riverire
salvatore, difensore, padre della Città. E Roma amministrata nelle
bisogne civili da prefetti e dal Senato, nell’ordinamento spirituale
retta dal suo Vescovo, quasi separata dalla vita publica dello Impero
di cui aveva cessato di essere la capitale, cadeva più e più sempre
nella letargica condizione di municipio isolato; ed ora comprendeva
che soltanto in grazia del suo Vescovo le veniva ancor tributata
onoranza. Poco a poco però il popolo perdeva ogni partecipazione ai
negozî politici, nè più ormai doveva aver parte che alle faccende
ecclesiastiche e teologiche.

Già dopo l’anno 417, la Città era funestata dalle lotte contro la
setta dei Pelagiani e dei Celestini, e poco appresso dividevasi in
fazioni che acremente disputavansi per la successione al ricco seggio
vescovile. Il greco Zosimo, ch’era succeduto a Innocenzo, moriva
addì 26 di Dicembre dell’anno 418. Nel tempo in cui la parte maggiore
del clero e del popolo, nella chiesa di santo Marcello, eleggeva il
romano Bonifacio a succeditore del defunto, la fazione avversa nella
basilica lateranense acclamava vescovo l’arcidiacono Eulalio. Il popolo
parteggiava per Bonifacio, ma il prefetto Simmaco amico di Eulalio
spediva lettere ad Onorio in Ravenna, in cui egli si dichiarava contro
di Bonifacio. L’Imperatore comandava che s’insediasse il candidato del
prefetto. Nuovo scisma (era il terzo di questo genere nella Chiesa
romana) divideva il popolo; e l’ambizione sacerdotale minacciava di
funestare nuovamente la Città con avvenimenti sanguinosi, simili a
quelli che la avevano già rattristata ai tempi di Damaso e di Ursicino.
Eulalio aveva già preso possesso della basilica di san Pietro, e
Bonifacio s’era ritirato in san Paolo fuori delle mura. Il prefetto
gli spediva un tribuno a citarlo dinanzi a sè per udire il comando
dell’Imperatore, ma il popolo inasprito si sollevava tumultuando
e maltrattava il messo. Allora Simmaco publicò i decreti dello
Imperatore, e fè chiudere le porte della Città per impedire a Bonifacio
di entrarvi. Ma quelli che parteggiavano per il Vescovo escluso corsero
all’Imperatore, e gli fecero conoscere che nella elezione di Eulalio
erano state violate le leggi canoniche e che invece Bonifacio era stato
eletto a vescovo dalla grande maggioranza con ogni regola di forme.
Onorio, temendo di irritare i Romani, dichiarò essere sua voglia che
della scandalosa scissura pronunciasse sentenza un Concilio. Le due
fazioni comparvero innanzi a un Sinodo raccolto prima in Ravenna e
poi a Spoleto; e, finchè questo avesse pronunciato il suo decreto, fu
proibito ai due Candidati di entrare in Roma. Obbediva Bonifacio, e
prendeva dimora nel cimitero di santa Felicita presso la Via Salaria;
ma Eulalio, che aveva posta sua sede in Anzio presso la chiesa di
santo Ermete, con disprezzo insolente entrava in Città, e nel giorno
di Pasqua amministrava il battesimo e celebrava messa solenne in
Laterano, laddove il suo competitore stava contento a fare lo stesso
nella basilica di santa Agnese fuori delle mura. E ne seguiva che
Onorio irritato abbandonava Eulalio, il quale, cacciato della Città, fu
condannato a confino nella Campania, laddove Bonifacio, quale Vescovo
eletto, saliva alla cattedra di Pietro nell’anno 419[142].

Questi negozî ecclesiastici incominciavano ora a impadronirsi
intieramente dell’animo dei Romani, pei quali, perduta ogni operosità
di vita politica, l’elezione del loro Vescovo era un avvenimento
importante, imperocchè fosse il solo campo in cui potessero usare senza
inceppamento del loro volere. E che eglino fossero quasi messi fuori
dello Impero, vedevano da ciò, che tutto quanto deliberasse la corte di
Ravenna loro s’imponeva, sofferendolo essi come un fatto compiuto.

Addì 15 di Agosto del 423 moriva in Ravenna Onorio imperatore. La
sua salma fu trasportata a Roma ed ebbe sepoltura in vicinanza al san
Pietro. Tutt’a un tratto l’Impero occidentale mancò di un Principe che,
succedendogli, prendesse le redini dello Stato; perocchè la stirpe
del gran Teodosio in linea maschile si fosse estinta in Occidente,
e Placidia poco tempo prima della morte di suo fratello fosse stata
costretta da raggiri di corte a partirsi di Ravenna ed a ricoverarsi a
Bisanzio col suo figlio Valentiniano, che ella aveva avuto di Costanzio
suo secondo sposo e che era ancora in tenera età. L’imperatore greco
Teodosio ondeggiò qualche tempo nel pensiero se dovesse ricongiungere
all’Impero d’Oriente le province occidentali, o se dovesse porre sul
capo di un bambino che ancor non favellava la corona d’Occidente. Di
repente gli giunse, a suo terrore, la notizia che Giovanni primicerio
dei notai aveva alzato arditamente in Ravenna lo stendardo della
ribellione e s’era coperto della porpora imperiale. Quest’uomo di
potente ingegno s’era impadronito senza fatica d’Italia; e Roma stessa
avrebbe riconosciuto il suo impero se nell’anno 425 non avesse toccata
una grande sconfitta dall’armi di Ardaburio e di Aspare generali di
Teodosio, i quali, conducendo seco Placidia col figliuoletto, forti
di un potente esercito e di una flotta, s’impadronirono di Ravenna, e
l’usurpatore diedero in mano al carnefice.

Il fanciullo Valentiniano accompagnato dalla madre, di Ravenna
passava a Roma dove un plenipotenziario di Teodosio gli porgeva il
manto imperiale e il dichiarava Augusto sotto nome di Valentiniano
III in tutela di Placidia. Egli aveva allora soli sette anni[143]. Il
giovinetto Imperatore pose sua residenza nella forte Ravenna dove venne
educato in effeminata mollezza dalla madre che anelava ad impero, e
che, debole troppo per guidare lo Stato sconnesso da tanto disordine,
doveva cadere sciagurata vittima di raggiri astuti. Imperocchè quella
donna, la cui vita fortunosa risveglia grande allettamento in chi
studia la storia di quel tempo, non possedesse grande ingegno di
reggitrice di popoli; e, quantunque avesse potuto giovarsi del senno
di due uomini illustri, di Ezio e di Bonifacio, ella, per leggerezza
femminile e per passione d’intrigo, perdesse l’uno per l’altro.
Conseguenza dell’astuzia di Ezio e della debolezza di lei fu la perdita
della ricca provincia di Africa. Bonifacio, indotto al tradimento dalla
ignobile gelosia del suo rivale, nel bollore della collera chiamava i
Vandali di Spagna. Dopo soltanto che erano sbarcati in Africa nell’anno
429, conosceva l’error suo; ma l’eroico pentimento di lui era troppo
tardo, imperocchè Genserico in dieci anni si rendesse soggetta tutta
la contrada, e in quella ubertosa provincia, ch’era il grande granajo
di Roma, tenesse la chiave d’Italia. Quell’avvenimento recò un colpo
mortale a Roma e gettò la Città, sempre più indebolita, in balia del
più grave infortunio.


§ 3.

Sisto III è eletto papa nell’anno 432. — Egli edifica dalle fondamenta
la basilica di santa Maria (Maggiore). — Musaici di questa chiesa e
donativi a lei consecrati. — Splendore degli arredi ecclesiastici.

La storia interna di Roma di questo tempo è animata dall’operosità
del vescovo Sisto III, il quale, romano di nascita, addì 24 di Luglio
dell’anno 432, saliva alla cattedra di san Pietro. Egli fu illustre
per fervore nell’ornare Roma di chiese; e poichè fosse consuetudine
che i Vescovi romani, a monumento di qualche vittoria riportata sopra
perniciose eresie, edificassero novelle chiese, così fece egli pure.
Il suo predecessore Celestino I, nell’anno antecedente 431, aveva
tenuto il Concilio di Efeso per condannare la setta dei Nestoriani, i
quali negavano alla Vergine Maria il solenne predicato di «Deipara»,
e Sisto celebrava questo trionfo della fede cattolica erigendo a nuovo
una splendida chiesa là dove sorgeva la basilica antica di Liberio, e
ch’egli dedicava a Maria Vergine, madre di Dio[144]. Egli rese adorno
di musaici l’interno di questo tempio che probabilmente fu il primo che
in Roma si dedicasse alla Vergine. Molti di quei musaici si conservano
ancora; e la loro antichità ed il disegno li rende pregevoli come
antichissimi di tutte le chiese di Roma, se si eccettuino i musaici
in santa Pudenziana della cui origine è incerto il tempo e gli ornati
bacchici esistenti in santa Costanza di stile alquanto rozzo. Di
origine contemporanea possono essere soltanto gli avanzi di musaici
che vedonsi nella chiesa di santa Sabina posta sull’Aventino, bella
basilica che deve essere stata edificata dal vescovo Pietro sotto il
pontificato di Sisto III.

Lo stile dei musaici in santa Maria conserva ancora le forme
tradizionali dell’arte antica; nè vi si scorge traccia di quel gusto
così detto bisantino, il quale, poco tempo dopo, già comincia a
intravedersi nei musaici coi quali Leone Magno, succeditore di Sisto,
fece ornare, per incarico di Placidia, l’arco trionfale del san
Paolo[145].

Egli è prezzo dell’opera che c’indugiamo a parlare di questi musaici;
imperocchè sieno i soli in Roma che nei loro disegni rappresentino
lo svolgimento del Cristianesimo negli episodî principali di storia
dell’antico e del nuovo Testamento. Quantunque l’artefice ne sia
sconosciuto, e benchè parecchi soggetti non sieno trattati in pari
guisa, tuttavia la idea straordinaria di un ciclo di fatti di storia
biblica non poteva accogliersi che nella mente di un solo artista,
oppure non poteva essere condotta da parecchi che dietro l’ordinamento
di un solo. Le storie sono distribuite in maniera, che le pareti
della navata di mezzo sono coperte di disegni rappresentanti alcuni
avvenimenti del Testamento antico, i quali servono d’introduzione alla
storia della Vergine e del Cristo, di cui si mirano dipinture sull’arco
trionfale, all’istessa guisa che la promessa simbolica dell’êra antica
corrisponde e precede all’adempimento compiutosi nella nuova. Al di
sopra dell’architrave, in tutta la sua lunghezza, le istorie ornano le
due pareti di quella navata, in trentasei quadri tetragoni disposti
gli uni sopra gli altri in due serie. Ma la loro piccolezza rende
difficile all’occhio di comprenderli pienamente, per la qual cosa
operano allo sguardo dell’osservatore effetto meno vivo dei musaici
normanni di Monreale eseguiti in tempi più tardi. Oggidì se ne può
comprendere pienamente il valore soltanto da copie, e si conosce che
in generale erano mirabili per bellezza semplice e per il nobile stile
dell’arte antica. Essi cominciano la storia dell’antico Testamento da
Melchisedecco che rende onore ad Abramo; e rappresentano con tratti
espressivi la vita e le geste dei Patriarchi da Mosè e da Giosuè
fino all’ingredire nella terra promessa. I primi sono i più belli, e
presentano l’idillio della vita patriarcale colla gentilezza dell’arte
antica, e sembra che col loro stile siensi fatti precursori di quei
piccoli quadri splendidissimi onde Raffaello ornò le logge. In tutti i
quadri di battaglie e di guerre della storia di Giosuè, sembra invece
che l’artista abbia seguito la maniera fredda dei basso-rilievi della
colonna di Trajano goffamente e senza che comprendesse l’animatezza di
quel genere di dipinture[146].

Alcuni musaici rappresentanti la storia di Cristo adornano il grande
e splendido arco di trionfo che Sisto III ergeva sopra l’altar
maggiore a ricordanza della vittoria della Chiesa ortodossa. Il
Cristiano di quei tempi leggeva in quelle imagini con compiacimento
la storia delle battaglie di Roma religiosa; e se oggi l’osservatore
le contempla soltanto per il disegno, in quel tempo invece operavano
sulla moltitudine con quella forza per la quale è commosso l’animo
nostro alla ricordanza di gravi avvenimenti succeduti in tempo poco
remoto. I disegni che coprono tutta la parete al di sopra ed ai due
lati dell’arco, sono distribuiti in quadruplici compartimenti fra
loro corrispondenti. Nel punto di mezzo ossia nel capo dell’arco si
mira l’imagine del trono, dinanzi a cui sta il mistico libro coi
sette suggelli. Ai lati sono san Pietro e san Paolo e le figure
simboleggianti gli Evangelisti, il vitello e l’angelo, il leone e
l’aquila. Indi segue l’annunciazione: l’angelo si presenta alla
Vergine che siede in atto soave e dietro a lei sono due altri
angeli. In nessuna di queste dipinture Maria ha il capo circondato
dell’aureola, ed è cosa che per la storia delle idee di quei tempi
merita considerazione. Vi segue il quadro che mostra la presentazione
di Cristo al tempio, ossia Maria che tiene tra le sue braccia il
bambino cinto la testa dell’aureola di gloria. Nella seconda serie è
rappresentata l’adorazione dei Magi con concezione stravagante. Il
bambino siede solo sul trono: due Re, dalle svelte forme giovanili
e coperti il capo del berretto frigio sormontato da corona e simile
agli elmi ovali dei Dioscuri o al berretto dei prigionieri di Dacia
dei basso-rilievi dell’arco di Trajano, gli stanno dinanzi offrendogli
donativi. Dietro al soglio del Re bambino, vedonsi quattro angeli e
l’astro celeste[147]. A questo quadro corrisponde dal lato opposto
un secondo che rappresenta Cristo disputante nel tempio con due
angeli dietro di sè. Il terzo che succede tosto dopo, a destra
dell’osservatore rappresenta un episodio della vita di Erode di cui
non si comprende facilmente il significato, ed alla sinistra la strage
dei fanciulli. I pittori italiani dei tempi posteriori trattarono
quell’argomento doloroso con paurose fantasie; ma questo musaico antico
mostra un alto e bello concepimento dell’artista che si restrinse a
dipingere un gruppo di dolenti donne, le quali atterrite stringono loro
fanciulletti tra le braccia, e tre sgherri che con mossa animatissima
si scagliano a strapparli loro dal seno[148]. Finalmente alle estremità
dell’arco chiudono la serie dei quadri i soliti disegni delle due città
di Gerusalemme e di Betelemme verso le quali alzano gli occhi alcune
greggi di agnelli che sono simbolo dei fedeli. Sono questi i celebri
musaici in santa Maria Maggiore. Per altezza e per unità di concetto
essi superano tutti gli altri di Roma; e, prossimi per purezza di stile
agli antichi, sono un bel monumento dell’ultimo splendore dell’arte
romana del secolo quinto.

Il Libro Pontificale narra degli splendidi arredi onde papa Sisto fè
dono alla sua chiesa di santa Maria; e dalla descrizione che ne dà
si pare che, dopo il saccheggio dei Goti, l’oro fosse divenuto raro
nella Città. Imperocchè in esso sia fatto menzione di un solo calice
(_schyphus_) di puro oro che avrebbe pesato, se si possa crederlo,
cinquanta libbre. Gli altri doni offerti sono invece d’argento; e
fra essi è cenno di un altare coperto di lamine del peso complessivo
di trecento libbre, e di una figura di cervo che, posta sopra il
bacino del battistero, versava acqua dalla bocca, ed era pesante
di trenta libbre. Malgrado dello erario depauperato, Valentiniano
era cortese alle preghiere del Vescovo, chè la confessione del san
Pietro ornava di un basso-rilievo in oro seminato di pietre preziose
rappresentante la figura del Salvatore e dei dodici Apostoli, e nella
basilica lateranense poneva un tabernacolo (_fastigium_) d’argento in
sostituzione dello antico, che i Goti, ad onta del loro rispetto alle
chiese, avevano rapito[149]. Questo solo arredo pesava cinquecento
undici libbre, per la qual cosa si può di leggieri argomentare quale
ricchezza avranno raccolta gli Ariani nel bottino delle chiese. Onorio,
Placidia e Valentiniano ed i Vescovi di quel tempo davano con fervore
opera a restituire ciò che nel sacco era stato rapito. Le chiese si
riempivano di nuovo di ornamenti d’oro e di argento massiccio, nè
v’ha alcuno di quei Vescovi che il Libro Pontificale non celebri pei
donativi offerti a parecchie chiese in vasi, in doppieri, in altari
ed in arredi. Indarno innalzava la voce santo Gerolamo contro quella
eccessiva magnificenza. «Le pareti splendono di rilucenti marmi»,
esclamava, «i tetti brillano per l’oro, gli altari sfavillano di
gemme, ma i veri servi di Cristo dello splendore esterno non sono
vaghi. Potrà dirmi qualcuno che il tempio d’Israello ricco era, e che
la mensa, i doppieri, i turiboli, le patene, i calici, i bacini e gli
altri arredi erano d’oro. Ma poichè il Signore elesse la povertà a suo
tempio, alla croce dobbiamo pensare, e la ricchezza come fango vile
avere a disprezzo.» Così san Gerolamo[150]. Ma il clero zelante delle
chiese di Roma pensava altrimenti, e voleva che ognuna di esse fosse ad
imitazione del tempio di Salomone, e lo prendeva a modello nella pompa
orientale degli arredi sacri e degli abiti sacerdotali. Di maniera che
nel periodo di soli quaranta anni si ammassava in Roma una ricchezza
novella la quale avrebbe servito di bottino a quei Barbari, che la
sorte e l’indole di vita nomade dovevano spingere di bel nuovo sopra la
Città.


§ 4.

Leone I ascende alla cattedra di san Pietro nell’anno 440. — Roma
accoglie i fuggenti d’Africa. — Eresie. — Placidia muore in Roma nel
450. — Fortuna della sua vita. — Avventure di Onoria figlia di lei. —
Ella chiama in Italia Attila re degli Unni.

Moriva Sisto III addì 11 di Agosto dell’anno 440, ed i Romani ad
una voce eleggevano a suo succeditore il diacono Leone. Figlio di
Quintiano, era toscano di nascita; e la Città non aveva a dolersi
dell’elezione di quest’uomo illustre, che colla sua influenza salvare
doveva la Città dalla distruzione. Trent’anni prima, torme di uomini
fuggenti da Roma avevano cercato un asilo in Africa, ed ora invece
erano mutate le sorti con inversa vicenda. Una moltitudine di gente
fuggiva da Cartagine che allora cadeva in mano dei Vandali; e dalle
province devastate di Numidia e da Ippona, dove santo Agostino
nell’anno 430 era morto, riparavano a Roma: e forse fra coloro che
chiedevano ospitalità ai Romani, che dovevano essere memori del
beneficio simile che ne avevano ricevuto, saranno stati alcuni che
scampati di Roma al tempo del sacco di Alarico, avranno continuato a
dimorare in Africa finchè la novella sciagura ne li ricacciava. Tra i
fuggiaschi, molti erano che appartenevano alla setta panteistica dei
Manichei, e che continuarono a tenere loro congreghe in Roma finchè
le discopriva papa Leone. Costretti ad abiurare le loro credenze o ad
esulare, quegli sciagurati deserti di patria erano caduti di male in
male. Avevano veduto in Africa le loro case arse dai Vandali seguaci
di Ario, ed ora dovevano mirare ardere dinanzi le chiese di Roma i loro
scritti ereticali, ed era un gran numero di volumi che per buona sorte
dei posteri furono distrutti. Ed offrono prova mirabile di duplice
fanatismo religioso, dall’un lato genti le quali fuggendo trasportano
seco un grave peso non utile alla vita, e dall’altro i roghi sui quali
quei volumi sono arsi[151].

Leone volgeva tutta la sua operosità a conservar la purità della
dottrina ortodossa. Le forze dello intelletto umano, oziose adesso
che era loro precluso il campo dell’operosità politica e civile,
s’erano rivolte con ardore alle speculazioni teologiche. Manichei,
Priscilliani, Pelagiani ergevano arditamente il capo nelle province,
e la nuova eresia sôrta in Costantinopoli dagli insegnamenti di
Eutichio, il quale aumentava le sottili dispute agitantisi intorno
la natura di Cristo, affermando che Cristo era di due nature, non
in due nature, trascinava il Vescovo di Roma a violente ed ostinate
contese coll’Oriente. In tali cure trovava egli valido appoggio in
Placidia ed in Valentiniano che egli vedeva soventi volte in Roma, dove
traevano di Ravenna a pregare sulla tomba degli Apostoli. In quei loro
pellegrinaggi, offrivano donativi preziosi alle chiese; e già abbiamo
veduto che, ad opera di Placidia, ai tempi di Leone era stata ornata di
musaici la chiesa di san Paolo. Placidia moriva in Roma, ove ella si
era recata insieme col figlio, addì 27 di Novembre del 450, poco dopo
che Teodosio il Giovane era passato di vita in Bisanzio. Ella non ebbe
sepoltura nel mausoleo di san Pietro, ma fu trasportata a Ravenna; ed
il suo corpo collocato nella tomba sopra un trono di legno di cipresso,
si conservò in integro stato per secoli[152].

La morte di questa donna illustre precorse la caduta di Roma imperiale,
come già alla morte di Cleopatra era succeduta la caduta della
Republica romana. Egli è un fenomeno meraviglioso nella Storia, che
nei tempi di decadimento s’elevino alcune figure di donne, la cui
influenza sulla loro epoca è grande, e la cui vita è lo specchio in cui
si riflette l’imagine dei costumi del loro tempo. Durante il periodo
del decadimento di Roma, furono in Occidente ed in Oriente Placidia,
Pulcheria, Eudocia, Eudossia ed Onoria figlia di Placidia, donne le
quali colla storia dei loro affetti recano qualche lume nella deserta
oscurità di quel tempo e ne scemano l’orrore. E tra le storie della
vita di tutte quelle donne illustri, poche sono che abbiano maggiore
importanza storica, nessuna forse che risvegli tanta meraviglia per gli
avvenimenti sì vari e sì fortunosi, per l’attrattiva delle avventure e
dei luoghi ove si compirono, quanto la vita di Placidia, della quale
in poche parole tracceremo il profilo. Figlia a Teodosio il grande
e sorella ad Onorio, giovinetta di ventun anno, cadeva in mano di
Alarico che la traeva seco in Calabria. In Narbona diveniva sposa di
Ataulfo re dei Goti. Un figlio avuto di quel maritaggio le moriva in
Barcellona, e tosto dopo perdeva il marito trucidato in una congiura.
Strappata vilmente dal suo palazzo dall’assassino Singerico, caricata
di catene, era condannata a camminare lungo tratto dinanzi al cavallo
dell’usurpatore. Rimandata a Ravenna presso il fratello, era costretta,
ella, la vedova di Ataulfo, a dare contro sua voglia la mano di sposa
al generale Costanzio del quale aveva due figli, Valentiniano ed
Onoria. Costanzio moriva d’improvviso; e l’imperatore Onorio, il quale
poco tempo prima era accusato dalla fama di una passione colpevole
per la sorella, cacciava la sciagurata donna che coi suoi due figli
ricoverava a Bisanzio. E di qui ella faceva ritorno poco tempo dopo
con un’armata, e dopo molte traversie sofferte in viaggio, approdava
in Italia, collocava il figlio sul trono d’Occidente, e per lo spazio
di venticinque lunghi anni come tutrice o piuttosto come vera signora,
teneva sotto il suo potere l’Impero romano.

Tosto dopo la morte di Placidia e di Teodosio, s’eleva la figura di
Onoria figlia di lei, che sì triste influenza aver doveva sul destino
di Roma. La vita quasi claustrale cui era condannata alla corte di
Ravenna, era in abborrimento alla giovinetta sedicenne, la quale,
trascinata dal tumulto delle passioni ardenti nel primo periodo
della vita, faceva lieto di secreti abbracciamenti il suo maggiordomo
Eugenio. Ma ben presto gl’indicî della gravidanza tradivano il secreto
agli occhi di Placidia, la quale mandava la traviata donzella alla
corte di Costantinopoli, dove la spietata severità della vergine
Pulcheria la rinchiudeva in un carcere ad espiazione involontaria
del fallo. Colà sin dall’anno 434 nel languore della prigionia, la
bella desolata scontava i piaceri vietati dello amore, e sulle ali
della fantasia accesa dallo spiro ardente del cielo di Bisanzio,
s’abbandonava a pensieri romanzeschi, e balenavale alla mente l’idea
avventurosa d’invocare in suo ajuto il terribile guerriero del suo
tempo, l’unno Attila, e di chiamarlo di Pannonia, promettendogli in
premio la sua destra e i suoi diritti ad una parte dell’Impero. La
ricordanza delle avventure di Eudocia moglie di Teodosio, e della bella
greca Atenaide, l’esempio della vita errabonda della propria madre
che non aveva avuto a schivo di calcare il letto di un Re barbaro, del
conquistatore di Roma, valse a dissipare le sue dubbiezze se pure ne
accolse. Ella potè trovare opportunità di spedire ad Attila un eunuco
che gli recasse una sua lettera e l’anello di fidanzata. Ciò era
succeduto prima ancora della morte di Teodosio; ed appena il senatore
Marciano, che Pulcheria aveva scelto a sposo, era salito al trono
d’Oriente, Attila, sollevando a pretesto i suoi sponsali con Onoria,
a Marciano domandava tributi ed a Valentiniano chiedeva che gli fosse
data la sua sposa[153]. Ma l’una cosa e l’altra gli fu negata. La corte
di Costantinopoli s’affrettava a rimandare la sciagurata principessa a
Ravenna, affine di distogliere da sè l’ira di Attila. Appena arrivata
in Italia, Onoria era costretta a dare la sua mano ad un offiziale
della corte, imperocchè quel maritaggio dovesse togliere qualunque
titolo alle pretese del Re degli Unni. Appena compiuta la ceremonia, la
figlia di Placidia era cacciata in un carcere in cui era condannata a
languire per lungo tempo.


§ 5.

Invasione di Attila. — Battaglia data nei campi Catalaunici. — Attila
nel suo cammino devasta l’Italia superiore. — Valentiniano in Roma.
— Ambasceria dei Romani ad Attila. — Leone si presenta al Re unno. —
Leggenda celebre. — Ritirata e morte di Attila. — Festività in Roma. —
Statue di Giove capitolino e di san Pietro in Vaticano.

Sono questi gli avvenimenti che precedettero la terribile catastrofe
che ora minacciava la città di Roma della sua totale rovina. Molte
ragioni politiche consigliavano al Re degli Unni di spingere i suoi
popoli contro Occidente e contro le province di Gallia, anzichè sopra
Costantinopoli. Non seguiamo il cammino di quei Barbari che, seminando
sui loro passi strage e distruzione, desolano il centro d’Europa, ma
osserviamo con compiacimento quegli stessi Visigoti dinanzi ai quali
Roma un tempo aveva tremato, farsi ora difensori della civiltà romana
e congiungersi alle soldatesche di Ezio, e vediamo Romani e Germani,
quasi fossero conscî dei futuri legami che dovevano più tardi stringere
le due schiatte, combattere insieme da valorosi le orde sarmatiche
condotte da Attila. Una delle più grandi battaglie combattuta fra
popoli di cui serbi ricordanza la Storia d’Europa, fu l’ultimo fatto
eroico dell’Impero: e se essa orna di glorioso splendore la fine di
Roma, illustra anche il nome dei Goti; e, mondandolo della macchia del
saccheggio ch’eglino un tempo vi avevano dato, impone silenzio all’odio
che quell’avvenimento eccita contro di loro[154].

Il Re degli Unni sconfitto, raccozzati gli avanzi dispersi delle
sue soldatesche, tornava nella remota Pannonia, ma soltanto per
isvernarvi e per raccogliere nuove truppe. Nella primavera dell’anno
452, valicava le Alpi Giulie e scendeva in Italia a liberare la sua
fidanzata, a conquistare il retaggio del padre e della madre di lei, e
a prendervi il titolo che gli apparteneva quale suo sposo. Traversava
il Friuli e distruggeva le città infelici delle Venezie, d’Insubria e
dell’Emilia che incontrava nel suo cammino; quando tutt’a un tratto,
quasi rattenuto da incerto animo, faceva sosta là dove il Mincio sbocca
in Po. Tra lui e Roma non una fortezza s’alzava, nessun esercito
s’accampava che lo tenesse in rispetto, imperocchè Ezio si trovasse
ben lungi nelle Gallie dove a stento levava soldatesche, e le città
sguernite, che impedire non potevano ad Attila la prosecuzione del
suo cammino, non promettessero neppure di sostenere un assedio di tre
mesi, come aveva resistito l’infelice ed eroica Aquileja. L’imbelle
Valentiniano, non ardiva di chiudersi in Ravenna, ma fuggendone a
precipizio, riparava in Roma, dov’era esposto a maggiore pericolo
che non fosse stato Onorio ai tempi di Alarico, imperocchè lui non
difendessero mura bene munite, o rocca da natura fatta difficile ad
espugnarsi, o esercito agguerrito. La Città vedeva sè stessa esposta
alla balìa d’un inimico inumano; ed i Romani, ridotti alla disperazione
e incapaci persino del pensiero di armarsi e di difendere le proprie
mura, esclamavano atterriti che da Attila, le cui mani grondavano del
sangue sparso di fresco in Aquileja, e dalle orde barbariche di lui,
non poteva aspettarsi neppure quella mercè che il grande animo di
Alarico aveva loro concesso.

In tale difficoltà, il Senato deliberava di spedire al Re unno
un’ambasceria che lo pregasse di pace e di desistere dall’impresa.
Avieno presidente del Senato, uomo consolare e dei più ragguardevoli di
Roma, Trigezio, che altra volta era stato prefetto pretorio d’Italia,
e il vescovo Leone furono eletti a quel difficile messaggio. Leone era
aggiunto a quei due senatori, affinchè l’aureola della sua dignità
sacerdotale rendesse più onorata e più sacra la loro missione, e
perchè fosse di giovamento colla forza di sua eloquenza straordinaria,
e acciocchè finalmente si acchetasse l’animo del popolo di Roma, che
probabilmente ad alte grida lui avrà designato ad ambasciadore[155].
Rade volte un uomo della Chiesa fu eletto ad opera più gloriosa. La
figura di un pontefice, che, calmo e venerando, si presenta dinanzi ad
uno dei più terribili mostri dell’umanità, il quale è in procinto di
dare alla distruzione la capitale del mondo civile, torreggia sublime
nella Storia. E la missione di Leone gli assicurò l’immortalità, e deve
valergli la gratitudine dell’uman genere, imperocchè azioni simili
sieno rare come i grandi avvenimenti della Storia, e meritino una
gloria che mai non morrà a coloro che le compierono, anche se vi sieno
stati appellati dal caso.

I legati si recarono al campo che gli Unni avevano posto presso il
Mincio; e, introdotti nella tenda del Re, trovarono quel flagello
di Dio che nell’anima truce era combattuto da dubbiezze, le quali lo
rendevano meno inflessibile di quello che avrebbero potuto credere.
Egli sembra che la ricordanza della morte subitanea onde Alarico era
stato colto poco tempo dopo la presa di Roma, avesse scosso di terrore
profondo l’animo rozzo dell’Unno, sul quale erano potenti i presagi
della religione naturale. Si dice che i suoi amici, proponendogli
l’esempio del grande Re dei Goti, lo sconsigliassero di muovere
contro la Città santa[156]. Ma una leggenda, formatasi in tempi
molto posteriori, narra che re Attila, accanto al vescovo Leone che
lo ammoniva, vedesse elevarsi la figura sopranaturale di un estranio
vecchio dal venerabile aspetto, che, involto nell’ammanto sacerdotale,
ruotando una spada ignuda, gli minacciasse morte se non obbedisse
alle esortazioni del santo Vescovo. Questa celebre leggenda è bella e
poetica, ed onora il genio cristiano, e cattiva la nostra compassione
per Roma infelice, cui difende un’apparizione celeste or che venne meno
il valore tra suoi cittadini. L’arte tentò d’impadronirsi di questo
subbietto; tuttavolta nè il pennello di Raffaello in una stanza del
palazzo Vaticano, nè lo scalpello dello Algardi in una cappella del
san Pietro riuscirono ad esprimere la semplice bellezza della poesia.
Eglino rappresentarono Attila atterrito all’apparizione degli apostoli
Pietro e Paolo, che colle spade sguainate si librano minacciosi sulla
sua testa[157].

La pieghevolezza del Re unno è del resto un enigma come lo è la
pronta ritirata di Alarico. Quantunque gli Storici non facciano cenno
che forse la fame cominciasse a molestare l’esercito di Attila, e
quantunque non parlino che incertamente dei movimenti che Ezio operava
alle spalle di lui, non possiamo tuttavia affermare con sicurezza che
gli Unni si ritirassero disarmati dalla forza di quella magia che il
nome venerando di Roma esercitava pur sempre sulla fantasia del genere
umano. Imperocchè un uomo come Attila, in cui era potente il genio
della violenza e della dominazione, avrebbe preso la Città, se gli
fosse riescito. Che se anche vogliamo credere che egli non la avrebbe
condannata alla distruzione, tuttavia il furore sfrenato di genti
veramente barbare, quali erano gli Unni suoi, avrebbela facilmente
ridotta un cumulo di fumanti macerie. Ma quella rovina orribile fu
risparmiata al mondo, e per felice sorte i popoli d’Europa poterono
ancora mirare a Roma come ad un sacro monumento creato dai secoli, alla
sede della civiltà e delle idee politiche e religiose.

Attila si ritirava in Pannonia, nè sappiamo se i Romani gli pagassero
un riscatto e quale mai fosse. Gli Storici hanno conservato soltanto
ricordanza, che partendo egli minacciasse lo sterminio a Roma e ad
Italia, se non gli fosse stata data la sposa Onoria con una dote
conveniente. Ma per buona sorte gli mancò il tempo di porre ad effetto
quella sua minaccia, imperocchè nell’anno seguente, così come Alarico
dopo la presa di Roma, subita morte lo cogliesse tra le braccia di una
sua bella.

La liberazione di Roma dall’invasione di Attila diè origine più
tardi ad un’altra leggenda ch’è pur degna di ricordanza. Narrasi che
Leone reduce della sua gloriosa ambasceria, lieto dell’esito della
sua missione e grato all’ajuto ricevuto dal Principe degli Apostoli,
facesse fondere la statua di Giove Capitolino, e che con quel bronzo
facesse gettare quella figura di san Pietro, che, sedente sul trono,
oggidì mirasi nella basilica. Il celebre Giove del Campidoglio che
nella distruzione generale delle statue degli Dei avrà trovato una
fine inosservata, comparisce per l’ultima volta nella fola di questa
leggenda: ma questo è tuttavia un bel simbolo della trasformazione che
operavasi in Roma[158].

Egli si pare che la Città per un certo periodo di anni rendesse grazie
solenni per la sua liberazione; e ciò ricavasi da una predica di Leone.
Il grande Vescovo tenendo un sermone ai Romani nel giorno anniversario
di quell’avvenimento, rampogna il popolo che invece di offrire preci
di grazie sulla tomba degli Apostoli corresse in folla ai giuochi del
circo. «La festa religiosa», sclama egli, «o diletti fratelli, nella
quale la moltitudine dei fedeli, celebrando il giorno della nostra
afflizione e della liberazione nostra, rendeva a Dio azioni di grazie,
fu lasciata cadere quasi da tutti in obblio, come dimostra lo scarso
numero dei buoni qui raccolti: e di ciò il mio cuore si conturba e
geme. Ho rossore di dirlo, eppure tacere nol posso: hanno più seguaci
gli spiriti del male che gli Apostoli, e maggiore moltitudine tragge
agli osceni spettacoli che alle tombe dei Martiri santi. Eppure chi ha
salvata questa Città? Chi la liberò dalla schiavitù? Chi la sottrasse
alla strage? I giuochi del circo oppure il patrocinio dei Santi?»[159].

Quell’appassionato desiderio di giuochi circensi e di pantomine, che
ancora degenerava in una vera frenesia tra i Romani di quel tempo,
eccita la meraviglia nostra. Avevano ereditato dai loro padri il
genio dei piaceri; e nell’istesso tempo in cui un’indifferenza letale
estingueva nel popolo il sentimento di amore per la grandezza di Roma e
di sollecitudine per l’Impero cadente, era ancora un furibondo fervore
per le lotte ardenti tra le fazioni dei Verdi e degli Azzurri. Un
Vescovo di Gallia, contemporaneo a Leone, atterrito di quella mania
di piaceri ch’egli considerava condizione morbosa della società,
prorompeva in belle e terribili parole che ci dipingono la figura
di Roma sulla cui faccia è impressa la contrazione spaventosa della
morte: «Chi mai in prossimità della schiavitù può pensare al circo?
Chi può accorrere allo spettacolo di un’esecuzione e mostrare col riso
che vi prende diletto? Noi ci sollazziamo fra la paura della servitù,
noi ridiamo fra il terrore della morte. Potremmo credere che tutto
il popolo romano si sia cibato a sazietà di erbe sardoniche: muore e
ride»[160].




CAPITOLO SESTO.


§ 1.

Ezio cade in disgrazia e muore in Roma. — Episodî da romanzo. —
Valentiniano III cade assassinato nell’anno 455. — Massimo è eletto
imperatore. — Eudossia chiama Genserico re dei Vandali.

Gli avvenimenti che seguono a quelli che abbiamo narrato finora e che
or dobbiamo descrivere, ci mostrano l’Impero occidentale giunto a sua
ultima sera innanzi la fine estrema. Gravi avvenimenti la precedettero:
la disgrazia e l’uccisione di Ezio, la morte di due Imperatori, e
finalmente un nuovo e più terribile saccheggio della Città, il quale,
simile al saccheggio primo, per una strana accordanza di tragici
avvenimenti, seguir tosto doveva alla morte fatale di un eroe.

La caduta dell’illustre guerriero Ezio, come quella del suo
predecessore Stilicone, è a metà involta nella oscurità di intrighi
cortigianeschi; e, a produrre quella orrenda sciagura, si associa
novellamente l’azione di due belle e sventurate donne. Il vincitore
degli Unni, sotto la protezione della cui spada tremenda il popolo
acchetava a tranquillità l’animo pauroso, era temuto e odiato
dai cortigiani che la immensa ricchezza e l’alta potenza di lui
invidiavano. Ammaestrato all’esempio di Stilicone, Ezio aveva creduto
di evitarne la disgrazia tentando di avvincere a sè la famiglia
imperiale con legami di parentela. Egli aveva due figli, Carpilione
e Gaudenzio, e Valentiniano aveva due figlie Eudocia e Placidia.
L’Imperatore aveva fatto giuro solenne al suo generale, che avrebbe
dato una delle due principesse in isposa all’uno od all’altro dei due
giovani. Ma i cortigiani, tra i quali l’eunuco Eraclio (e persino il
nome di costui richiama alla mente quello dell’assassino di Stilicone),
impedivano quella unione, e suscitavano sospetti nell’animo debole del
Principe, al quale, rammentando l’inganno con cui Ezio aveva perduto
Bonifacio, lo dipingevano come un ambizioso che lo tradiva, e gli
bisbigliavano all’orecchio che secrete intelligenze egli tenesse cogli
Unni, i quali, fin dal tempo del tiranno Giovanni, erano divenuti suoi
amici dichiarati, e coll’ajuto dei quali egli confidava di impadronirsi
dell’Impero per sè o per il figlio.

Era l’anno 454. Valentiniano trovavasi nel suo palazzo imperiale
di Roma, il cui soggiorno, a differenza dei suoi antecessori, egli
prediligeva, forse perchè quella città meglio che Ravenna gli offrisse
piaceri più graditi e più secreti. Un giorno entrava Ezio nelle sue
stanze, ed ivi, con piglio ardito, ricordandogli sua gloria, sue
vittorie, sua potenza, mostrandogli quanto debole fosse la maestà
imperiale senza il suo appoggio, chiedeva che desse adempimento alla
promessa. Sembra che questa scena violenta fosse stata suscitata con
previdente astuzia dai nemici del generale, affine di spingerlo alla
sua perdita. Ezio il quale credeva l’animo imbelle di un Valentiniano
di null’altro capace che di opere muliebri, vede l’Imperatore cacciare
tutt’a un tratto la spada, e tosto sente il ferro entrargli nelle
viscere. Cadeva il meschino sul pavimento, e una torma di eunuchi e
di cortigiani vilissimi con pugnali e con spade gli si scagliavano
addosso a finirlo. Strillando di gioia feroce crivellavano di ferite il
cadavere dell’ultimo grande capitano di Roma, e forse nel tempo stesso
Valentiniano «frenetico eunuco», per il terrore del fatto atroce,
sveniva fra le braccia di uno dei suoi servitori evirati[161].

La caduta di Ezio trasse con sè anche quella di molti dei suoi amici,
fra i quali Boezio prefetto del Pretorio, che discendeva dalla nobile
famiglia Anicia; e poichè l’infame assassinio da molto tempo era stato
deliberato, non è inverosimile la narrazione che in quello stesso
giorno succedesse un massacro di quanti uomini devoti al generale in
palazzo si trovavano[162].

Quest’è la semplice ed essenziale narrazione della caduta di Ezio e
ben anche la più veritiera. Ed infatti ella è cosa più conforme al
corso naturale degli avvenimenti che quell’uomo potente, come molti
altri dei suoi pari che alla fortuna ed al favore associavano merito
vero, sia caduto vittima dell’invida gelosia dei cortigiani e forse
anche dei suoi smoderati desiderî, piuttosto che egli cadesse in mezzo
ad avvenimenti romanzeschi onde in quel tempo fu teatro il palazzo
imperiale, e che la fantasia popolare associò alla fine dell’eroe. I
quali essendo però in istretta relazione colla storia della Città, non
dobbiamo qui ommettere di parlarne.

Valentiniano aveva condotta in moglie Eudossia, ch’era figlia di
Teodosio il giovane e della greca Atenaide. Venutigli a noja i vezzi
della sua sposa, nell’ozio molle di Roma aveva vôlto lo sguardo
desioso sulla moglie di Petronio Massimo, senatore ragguardevole, la
quale, accoppiando beltà splendida a onestà purissima, era destinata
ad essere l’ultima Lucrezia di Roma. I suoi omaggi aveva rigettati la
nobile donna, per la qual cosa gli osceni paraninfi degli amori di lui
ricorsero ad inganno. Massimo un dì, giocando coll’Imperatore, perdeva
grossa somma di denaro e gliene dava in pegno il suo anello. Un eunuco
andava con quello alla casa del Senatore, e, mostrando alla donna il
giojello, dicevale essere spedito con una lettiga dal consorte di lei,
che le imponeva di gire al palazzo a prestare omaggio all’Imperatrice.
Andava la sciagurata senza conoscere il destino che l’aspettava; e,
condotta in un quartiere remoto del palazzo, soggiaceva alla violenza
brutale di Valentiniano.

Ritornava Massimo alle sue case, e trovava la moglie la quale
scioglievasi in lagrime di vergogna e di rabbia che ella reprimeva di
tratto in tratto per iscagliare imprecazioni contro di lui, ch’ella
accusava d’infame mercato della propria onestà. L’innocente marito
indovinava quanto era accaduto, e, chiudendo il furore entro l’animo,
volgeva la mente a disegni di vendetta. Egli deliberava di lavare la
macchia fatta all’onor suo col sangue del miserabile; ed è qui dove
Procopio, da cui togliamo il racconto, confondendo i tempi, narra
che Massimo, affine di giungere alla meta propostasi, con intrighi
spazzasse del suo sentiero Ezio ch’egli considerava essere impedimento
massimo al compimento di sua vendetta[163].

Egli è indizio meraviglioso dell’acciecamento d’un animo affievolito
dal despotismo il fatto, che Valentiniano dopo la uccisione di Ezio
prendesse ai suoi stipendî molti dei servitori della sua vittima.
Dopo di essersi reso odioso ad essi, amantissimi del loro signore
antico, egli gli aveva inacerbiti con questa sua opera, la quale
dimostrava che non sarebbe mai per fidare in loro, oppure ch’egli
non credesse che quegli uomini d’origine barbarica fossero capaci di
accogliere sentimenti di umano affetto. Senza dubbio egli presentò loro
opportunità di trarre vendetta di sangue; e fu forse Massimo stesso
il quale introdusse nella famiglia di Valentiniano i clienti di Ezio
per giovarsi dei loro pugnali e per nascondere sotto il loro manto la
propria mano. E così avvenne che l’Imperatore cadde ucciso nel dì 27 di
Marzo dell’anno 455. Assisteva egli agli armeggiamenti dei suoi soldati
nel campo di Marte, allorquando d’un tratto i congiurati, tra i quali
erano Optila e Traustila, Unni di nazione o Goti, gli furono sopra e lo
pugnalarono. Neppure una spada uscì della vagina in sua difesa[164].

Con Valentiniano III si spense la stirpe di Teodosio il grande, e fu
novella sciagura per Roma.

Massimo si fece tosto gridare imperatore; e, dopo di aver dato
sepoltura al suo antecessore presso la basilica di san Pietro, poichè
eragli già morta di dolore sua donna sventurata, tentò d’indurre la
moglie di Valentiniano a dimenticare tra le sue braccia la morte di
uno sposo indegno di lei. Ma l’orgoglio della figlia di Teodosio il
Giovane non ebbe ceduto che all’impero della violenza, e però essa
ignorava che Massimo fosse l’occulto assassino del suo sposo. Poichè
il novello Imperatore ebbe costretta la vedova dell’offensore di sua
moglie, pochi dì dopo l’uccisione di lui, a salire il suo talamo, egli
non credette averne cavata vendetta pari al suo odio; chè, per averla
piena e atroce, quel dì stesso narrò ad Eudossia quanto aveva fatto.
La protesta ch’egli aggiunse di esservi stato spinto da amore onde
ardeva per lei, era un sarcasmo amaro che ferì nel profondo dell’animo
la donna, la quale da canto suo nascose nell’intimo suo pensiero il
disegno di pigliare vendetta tremenda di colui che aveva usurpato il
trono del suo sposo e che a lei aveva rapito l’onore.

Volgeva ella il suo pensiero, così narrano gli Storici bizantini, a
questo disegno e a quello, ma comprendeva che di Costantinopoli nessun
ajuto trarre poteva; imperocchè Eudocia, madre di lei esiliata della
corte, vivesse in Gerusalemme, ed il padre Teodosio e Pulcheria zia
di lei fossero già morti. Per la qual cosa, nell’odio suo ardente,
ricorse al partito d’invocare a sua liberazione e a vendetta re
Genserico: e invitollo per mezzo di messi spacciati a lui, che coi
suoi Vandali venisse d’Africa a sorprendere Roma con un assalimento
improvviso[165]. Sono però alcuni e gravi argomenti i quali fanno
dubitare della veracità di questi fatti, e già il Muratori ne fa cenno.
Egli è possibile che la fantasia degli Orientali abbia creata intorno
alla seconda caduta della Città questa leggenda, su cui è impresso il
marchio dell’indole del tempo, ma che però non può dirsi destituita
di fondamento. E poichè non abbiamo validi argomenti per poterne dare
giudizio certo, basti quanto abbiamo detto; chè lo Storico può seguire
l’esempio d’un Cronista, il quale, dopo di aver narrato dell’uccisione
di Valentiniano, dell’usurpazione di Massimo, della violenza che
costui esercitò sopra Eudossia, si restringe a dire semplicemente che
l’usurpatore scontò ben presto le sue colpe, imperocchè due soli mesi
dacchè era salito al trono gli giungesse tremenda la notizia che re
Genserico approdava[166].


§ 2.

I Vandali arrivano a Porto. — Uccisione di Massimo. — Leone si presenta
a Genserico. — I Vandali entrano in Roma nel Giugno dell’anno 455. — Vi
danno il saccheggio per quattordici giorni. — Depredazione del Palazzo
e del tempio di Giove. — Spoglie antiche del tempio di Gerusalemme. —
Loro sorte. — Leggende del medio evo.

Appena dai lidi di Porto si potevano vedere le vele dell’armata del
Re, seco recante schiere di Vandali bellicosi e di pagani Mauri, orde
feroci di Barberia, Roma suonava di gemiti di disperazione. Massimo
aveva unito in maritaggio il proprio figlio Palladio con una figlia
di Eudossia ed avevalo eletto a Cesare, unica opera del suo governo.
Non fece alcun apparato di difesa, ma, impedito nei suoi sensi e
simigliante ad uomo che vede in sogno agitarsi il fantasima di gravi
avvenimenti, congedò la sua famiglia, diè licenza a tutti di andare ove
più loro talentasse, e vacillante uscì del palazzo per cercare scampo,
che già il popolo e la nobiltà di Roma muovevano a tumulto. Sorpreso
nella via, cittadini e servitori di palazzo lo uccisero a colpi di
pietra, e, fatto a brani il suo corpo, lo gettarono in Tevere. Così
moriva Massimo nel Giugno dell’anno 455, dopo un brevissimo regno di
soli settantasette giorni.

La morte di lui precedette l’entrata dei Vandali; e Procopio erra
allorquando dice che Massimo fosse ucciso dopo che Genserico si era
impadronito del palazzo imperiale. Le soldatesche di questo terribile
conquistatore, il quale (se anche non fosse stata la chiamata di
Eudossia), alla notizia della morte di Valentiniano e del rivolgimento
di palazzo, sarebbe venuto spontaneamente, erano frattanto sbarcate
e si avanzavano lungo la via di Porto contro la Città, senza badare
ch’essa fosse munita o indifesa. Non trovarono impedimento in loro
mossa, tranne il venerabile vescovo Leone, che intrepido s’era
presentato in tempi anteriori innanzi al più terribile Attila. Seguito
dal suo clero egli trattenne i Vandali in loro cammino, e volse al
re Genserico eloquenti parole, simili a quelle che aveva indiritte,
anni prima, al Re degli Unni. Genserico diè ascolto con calma al
discorso dell’uomo di Dio, ma questa volta non apparve l’ombra
irata dell’Apostolo che colla spada sguainata minacciasse la testa
dell’invasore: però egli promise a Leone che non porrebbe a ferro e
a fuoco la Città, che risparmierebbe da strage gli abitanti e che si
restringerebbe a dare il saccheggio ai tesori della Città[167].

Il terzo giorno dopo l’uccisione dell’imperatore Massimo i Vandali
entravano nella Città indifesa dalla via di Porto[168]. Gettando grida
di gioia feroce, quelle masnade si sparsero per le piazze e per le
vie deserte: ed i Romani, quarantacinque anni dopo che avevano veduto
irrompere nei loro palazzi i figli selvaggi delle steppe di Pannonia e
del Don anelanti saccheggio, miravano ora nel cuore della loro Città
gli abitatori dei deserti d’Africa, i figli della terra di Giugurta,
mescolati ai Vandali di stirpe germanica. Eglino si lanciavano al
saccheggio senza che alcuno si levasse ad opporre loro resistenza, non
accoppiando, come già i Visigoti di Alarico, al desio di preda furore
di vendetta; ma, avventurieri felicissimi, inebbriavansi con tutta la
calma nelle voluttà che avevano conquistate senza battaglia. Spettacolo
turpemente obbrobrioso per Roma! Laddove i Goti avevano dato saccheggio
alla Città per soli tre giorni rubando frettolosi quanto veniva loro
sotto le mani, laddove eglino, sbigottiti della grandezza della loro
impresa non mai tentata prima di essi, non s’affidavano quasi agli
stessi loro sensi, i Vandali invece depredavano senza ritegno e a loro
bell’agio, imperocchè Genserico avesse loro concessa una fermata di
quattordici giorni.

La fantasia deve qui pure supplire al difetto di narrazioni di
scrittori contemporanei, e deve pingerci la condizione della Città
durante devastazione così lunga, nella quale è facile imaginare
che si commettessero crudeltà d’ogni guisa. Ciò che i Goti avevano
risparmiato, o ciò che i Romani posteriormente avevano restaurato
nei palazzi, nelle chiese, nei publici edificî, cadde presto in mano
dei predoni, nel saccheggio che veniva condotto dietro una regola
determinata. Mettevasi a ruba contemporaneamente ciascun quartiere
della Città, e centinaia di carri caricavansi di bottino e facevansi
uscire per porta san Paolo per recarlo alle navi che solcavano il
Tevere. Per mala sorte possediamo scarse notizie che descrivano il
saccheggio, ma sono memorande abbastanza. I Vandali, prima d’ogni
altro edifizio, depredarono il palazzo imperiale (nelle cui stanze
forse Eudossia piangeva fra i ceppi il suo errore) e lo spogliarono
in modo che non ne lasciarono neppure un vase di rame. E nel vicino
Campidoglio saccheggiarono il tempio di Giove che ancora conservavasi
in piedi, e non solo ne strapparono le statue, che ancora rimanevano
intatte e colle quali Genserico voleva ornare il suo palazzo d’Africa,
ma scoprirono a metà anche il tetto per isvellerne le lamine di bronzo
dorato ond’era coperto[169].

Un argomento che sveglia in sommo grado la nostra attenzione è la
notizia che le spoglie portate di Gerusalemme dai Romani cadessero in
mano dei Vandali. Oggidì ancora alta meraviglia commuove lo spettatore
il quale osserva gl’incompiuti disegni dei vasi sacri del tempio di
Gerusalemme, che miransi negli avanzi delle sculture dell’arco di Tito.
Vi vede il disegno del grande candelabro dalle sette braccia, della
mensa sacra sulla quale sono deposti due turiboli, di due lunghe trombe
e di un’arca[170], e gli vien detto che quei disegni rappresentano
le spoglie del santo tempio, che Tito dopo la presa di Gerusalemme
trasse a Roma, come scrive l’ebreo Giuseppe Flavio testimone oculare.
Di quelle spoglie, Vespasiano aveva deposte nel palazzo dei Cesari
le cortine ricamate del tempio ed i libri delle leggi ebraiche; e il
candelabro d’oro ed i vasi preziosi aveva offerti in dono al tempio
da lui consecrato alla Pace[171]. Sotto lo impero di Commodo un grande
incendio aveva distrutto quel magnifico edificio, ma avevasi avuto agio
di salvarne i tesori d’Israello che vennero deposti in altro luogo a
noi sconosciuto, dove rimasero per il corso di qualche secolo. Quello
che sappiamo si è che fra le ricchezze che Alarico aveva deposte in
Carcassona trovavansi alcuni vasi di splendido lavoro adorni di gemme,
che avevano appartenuto al tempio di Gerusalemme e ch’egli aveva rapiti
in Roma[172]. Molti arredi preziosi di quelle antiche spoglie ebraiche
erano sfuggiti alle depredazioni dei Goti, imperocchè si narri che
Genserico, fra le ricchezze preziose strappate alle chiese di Roma,
trasportasse a Cartagine alcuni vasi di pregevole lavoro che Tito aveva
rapiti nel tempio di Gerusalemme[173].

Le strane vicende di fortuna che dovevano subire quei tesori
dell’antico tempio d’Israello disperdendosi qua e colà, c’invitano a
dirne qualche cosa, poichè già non avremo più opportunità di farne
menzione. Ottanta anni dopo il saccheggio di Roma, Belisario se ne
impadroniva in Cartagine e, insieme al bottino fatto sui Vandali,
trasportavali colla pompa del trionfatore a Costantinopoli. Alla
vista di quei sacri vasi del loro tempio antico, gli Ebrei di Bisanzio
furono commossi da dolore profondo, e sembra che spedissero con ardito
consiglio loro legati all’Imperatore reclamando quegli arredi come
loro proprietà. Così almeno narra Procopio[174], il quale pone in
bocca ad un Israelita, che faceva parte della famiglia dell’imperatore
Giustiniano, animose parole colle quali lo esortava a non permettere
che quei mistici vasi fossero deposti nel palazzo di Bisanzio;
imperocchè, sclamava egli, non possano trovar quiete se non nel luogo
in cui re Salomone aveva deliberato che posassero: la loro assenza
dal tempio antico essere stata causa che Genserico la città dei
Cesari prendesse, e che più tardi l’esercito romano del palazzo dei
Vandali, ove quei vasi erano conservati, s’impadronisse. E Procopio
racconta, che Giustiniano, mosso da religioso terrore, comandasse
che gli arredi del tempio antico fossero deposti in una delle chiese
cristiane di Gerusalemme. Se anche questo aneddoto degno di nota,
narrato da un contemporaneo di Belisario, non sia vero che in parte,
esso dimostra tuttavia, che dopo un periodo di quasi cinque secoli dal
trionfo di Tito s’era conservata fra gli uomini la ricordanza di quei
sacri arredi; e noi dobbiamo credere che durante tutti quei secoli i
figli d’Israello, di padre in figlio, non avessero mai tralasciato
di seguire con occhio sollecito la sorte di quelle insegne di loro
Religione nazionale. Però dopo quel tempo ne sparve ogni traccia,
e, dopo tante avventure, quelle reliquie del tempio di Salomone, se
realmente giunsero di nuovo a Gerusalemme, cadute tra le ugne degli
Arabi andarono perdute, simili al santo Graal, nel mistico Oriente.
L’armeno Zacaria, quel Vescovo medesimo che compilò una descrizione dei
monumenti publici di Roma, lasciava notizia che al tempo di Giustiniano
vedevansi nella Città venticinque statue di bronzo rappresentanti
Abramo, Sara ed i Re della stirpe di Davide, che Vespasiano aveva fatto
trasportare a Roma colle porte e con altri monumenti di Gerusalemme. E
una leggenda, che narravasi in Roma nel medio evo, pretendeva che nella
basilica lateranense, insieme all’arca dell’alleanza, si conservassero
le tavole della legge, il candelabro d’oro, il tabernacolo e le stesse
vestimenta sacerdotali di Aronne[175].

Forse nella stessa squadra di navi sulle quali i Vandali trasportavano
il bottino in Africa, sopra vascelli naviganti di conserva, saranno
stati il candelabro del tempio di Salomone e la statua del Giove
capitolino, simboli delle due Religioni antichissime d’Oriente e
d’Occidente. E Procopio con precisione fa cenno di una nave carica di
statue preziose, la quale avesse la sorte di profondare nel mare, unica
fra tutte le altre che salve entrarono nel porto di Cartagine.


§ 3.

I Vandali partono di Roma. — Avventure dell’imperatrice Eudossia e
delle sue figlie. — Basilica di san Pietro _ad Vincula_. — Leggenda
delle catene di san Pietro. — I Vandali non ebbero distrutti i
monumenti della Città. — Conseguenze del saccheggio.

Fra parecchie migliaia di prigionieri d’ogni ceto e d’ogni età che
Genserico traeva dietro a sè in Libia, era anche Eudossia. Figlia ad
un Imperatore bisantino, moglie a due Imperatori romani, la sventurata
donna pagava la pena di suo tradimento contro di Roma, se pure ella
veramente lo commise, non soltanto colla vista della Città disertata
dal saccheggio e dei patimenti indicibili del popolo tratto in catene,
ma lo scontava anche colla prigionia obbrobriosa di sè e delle sue due
figlie. Di queste l’una, Eudocia, costretta a dare la mano di sposa
ad Unnerico figlio di Genserico, dopo di essere vissuta sedici anni
in Cartagine in quell’unione conjugale ch’ella aveva ad abborrimento,
riuscì a fuggire, e dopo parecchie avventure si pose in salvo a
Gerusalemme, dov’ella presto morì e dove ebbe sepoltura accanto alla
illustre avola sua di egual nome[176]. L’altra figlia Placidia, posta
in libertà in tempi posteriori dopo la morte dell’imperatore Marciano,
trovò lo sposo suo Olibrio che s’era ricoverato in Costantinopoli, dove
ella aveva potuto accompagnare la madre Eudossia. Tali furono i destini
di quelle donne infelici, ultime discendenti della stirpe del grande
Teodosio.

La città di Roma, che al nome di Eudossia associa la ricordanza del
saccheggio dei Vandali, conserva anche oggidì una chiesa che richiama
la memoria di quella celebre donna. Sotto il pontificato di Leone I,
poco tempo innanzi all’assedio di Genserico, ella aveva edificato una
basilica ad onore di san Pietro. Questa chiesa, eretta in vicinanza
delle terme di Tito, sulle Carine, ebbe da lei nome di _Titulus
Eudoxiae_; e fu più tardi appellata _san Pietro ad Vincula_ oppure _in
Vincoli_. Imperocchè la fondazione di lei si accoppii ad una leggenda,
che qui con breve discorso narreremo. Eudocia, madre dell’Imperatrice,
avendo trovate in Gerusalemme le catene di san Pietro, una parte di
quelle fè condurre in Costantinopoli, e il rimanente spedì in dono
alla figlia in Roma. Qui conservavansi le catene delle quali era stato
caricato l’Apostolo prima della sua morte; ed allorquando papa Leone
depose presso di esse quelle venute di Gerusalemme, i due pezzi di
catena si congiunsero indissolubilmente fra loro formandone una sola
di trentotto anella. Commossa a sensi di pietà da questo portento,
Eudossia, ch’era allora moglie a Valentiniano, eresse una chiesa ove
quelle catene furono deposte, e in quella esse ricevettero tributo
di venerazione durante tutto il medio evo. Ed oggidì ancora ricevono
onoranza, perocchè la festa pagana che celebravasi in Agosto (nel dì
primo di Agosto) si trasformasse nella festività delle catene di san
Pietro[177]. Vedremo appresso che la polvere di limatura di quelle
catene, tramutata in amuleto, ebbe a sostenere una parte importante nel
mondo.

Il saccheggio era stato esteso a tutti i quartieri anche remoti di
Roma, di maniera che non fu alcun oggetto prezioso che nella Città
si trovasse, il quale non cadesse tra le ugne degli Africani. Egli
è difficile a credersi che Vandali e Mori rattenuti da venerazione
agli Apostoli rispettassero le chiese, fossero anche soltanto le tre
maggiori. Un tale fatto afferma il cardinal Baronio desumendolo da un
passo del Libro Pontificale, dicendo che Genserico non ponesse mano
ai tesori conservati nel san Pietro, nel san Paolo e nella basilica
di Costantino, ma ch’egli desse saccheggio alle sole chiese titolari
ossia alle chiese parrocchiali; imperocchè in quel frammento del
Libro dei Papi si narri che Leone, dopo il saccheggio dei Vandali,
facesse fondere sei grandi idrie d’argento, che Costantino aveva
offerte in dono a quelle tre basiliche, e che coll’argento ricavatone
restituisse tutti i vasi sacri derubati alle chiese parrocchiali[178].
Del rimanente, se anche non avessimo notizie precise della estensione
del saccheggio dei Vandali (ed è pur poco ciò che ne dicono gli
scrittori dei tempi posteriori), l’espressione divenuta proverbiale di
«vandalismo» varrebbe a persuaderci che l’idea terribile che ci siamo
formati del saccheggio dei Vandali ha buon fondamento. Imperocchè
i Visigoti, quantunque non lasciassero buona ricordanza di sè tra
i Romani, non abbiano tuttavia accusa di avere posto a fuoco la
Città, laddove invece la credenza popolare ne scagli la taccia contro
i Vandali: e questa è dimostrazione, che la ricordanza di questo
secondo avvenimento restò scritta con caratteri incancellabili nella
memoria della Città. Ma la pacata e tranquilla investigazione dello
Storico rigetta quella fola popolare che i Vandali abbiano distrutti i
monumenti di Roma. Neppure uno Storico, che narri di quell’avvenimento,
parla di un solo edificio che i Vandali abbiano atterrato. Procopio,
che non dimenticò di parlare della rovina dei palazzi sallustiani
incendiati dai Goti, dice soltanto che i Vandali saccheggiassero il
Campidoglio ed il palazzo dei Cesari; ed i soli Storici bisantini,
sôrti più tardi e che scrissero l’uno sulla fede dell’altro, con
dizioni generali, ed eguali tutte, e simili a quelle di cui usarono
all’occasione del saccheggio dei Goti, discorrono di un incendio
della Città, e dei suoi splendidi monumenti inceneriti[179]. Eppure
questi stessi monumenti venivano descritti e celebrati più tardi da
Cassiodoro: e vedremo in seguito che il goto Teodorico dava opera
sollecita alla loro conservazione. Per la qual cosa noi porremo fine
a questo argomento usando delle parole di un Romano: «Per quanto mi
è dato conoscere, non so che Genserico distruggesse i monumenti e le
statue di Roma»[180].

Ma i danneggiamenti, che i Vandali portarono a Roma, furono immensi.
Dopo di essersi impadroniti dei latifondi dei patrizî Romani e dei
patrimonî della Chiesa situati nelle ricche province dell’Africa, che
alla Città fungevano le veci di arterie per le quali ad essa come a
cuore fluiva la vita, avevano disertata col saccheggio Roma stessa,
avevano cacciate nella mendicità quasi tutte le famiglie senatorie, e
la Città avevano decimata di parecchie migliaia de’ suoi abitatori, in
parte caduti per inopia, ed in parte vôlti a fuga o tratti in ceppi.
E ben può affermarsi che nei quarantacinque anni che corsero dopo la
conquista di Roma fatta da Alarico, la Città fu depauperata di più che
centomila dei suoi abitatori. Molte antiche famiglie, potenti un tempo,
s’erano estinte; molte traevano una vita infelice, cadenti in rovina
come le superbe mura dei templi deserti di Roma. Parecchi palazzi
erano vuoti d’abitatori, ed i Romani muovevano, simili a spettri, per
le vie della Città deserta, troppo vasta perchè fosse di nuovo animata
dal lieto movimento dell’operosità cittadina. La mente è commossa a
meraviglia allorchè mira la vasta estensione di Roma, la quale con
suoi templi, con sue basiliche, con edificî destinati ai sollazzi
publici, negli stessi splendidi tempi dell’Impero non era animata da
una popolazione proporzionata alla ampiezza sua. E dopo la metà del
secolo quinto la calma che aveva dato un aspetto solenne alla città
di Trajano, nelle cui vie e nelle cui piazze maestose era cessato lo
agitarsi romoroso del popolo, cominciava a tramutarsi nel silenzio
desolato del sepolcro.




CAPITOLO SETTIMO.


§ 1.

Avito è eletto imperatore nell’anno 455. — Apollinare Sidonio indirizza
un panegirico a quell’Imperatore: gli è eretta una statua di onore.
— Avito è cacciato del trono per opera di Ricimero. — Majoriano è
acclamato imperatore nell’anno 457. — Egli promulga un editto per la
conservazione dei monumenti di Roma. — I Romani cominciano a rendersi
rei di vandalismo. — Majoriano muore nell’anno 461.

Neppure la conquista di Roma fatta da Genserico operò mutamenti
politici di grave momento. Quella invasione, simigliante ad una razzia
africana, come oggi suol dirsi, non fu che una impresa di arditi
predoni di mare, coronata di buon successo, della stessa maniera di
quelle spedizioni che, in secoli posteriori, Saraceni venuti di quelle
regioni medesime tentarono parecchie fiate di ripetere.

Subito dopo la morte di Massimo, il trono d’Occidente fu occupato
da un patrizio di Gallia ch’era uomo di squisita cultura e d’animo
proclive ai piaceri. Appoggiato alla potenza del suo paese natale ed
all’amicizia interessata di Teodorico II re dei Visigoti, Avito si
fè eleggere alla somma dignità d’imperatore in Tolosa; ed in Arles,
nel dì 10 di Luglio del 455, vestì la porpora imperiale alla presenza
dell’esercito e del popolo della provincia che innalzavano grida di
plauso. Quantunque il Senato romano custodisse con gelosa sollecitudine
il suo diritto alla elezione degl’Imperatori, pure esso fu costretto a
sancire con rassegnazione quel fatto compiuto, e dovette anche con bel
garbo invitare Avito affinchè di Arles si recasse a Roma. Il novello
Imperatore fu ivi formalmente riconosciuto e confermato; e Apollinare
Sidonio genero di lui, nel giorno primo dell’anno 456, recitò dinanzi
ai Padri congregati un panegirico al novello Cesare, e ricevette a
premio, non adeguato alla tenue fatica, una statua di bronzo elevata
nel foro di Trajano. Il fortunato Poeta ci narra in alcuni suoi versi
che i Quiriti vestiti di porpora, cioè a dire il Senato, con sentenza
unanime gli tributarono quell’onore, il quale gli faceva accogliere la
orgogliosa speranza che Trajano stesso vedesse che ad onoranza del suo
ingegno poetico gli era innalzato un monumento imperituro fra quelli
degli autori illustri nelle lettere greche e nelle latine[181]. Un
tale fatto ne insegna che allora, tosto dopo il saccheggio, i Romani
proseguivano a imitare le gloriose consuetudini dei loro maggiori; e
dalle espressioni di quel frammento del Poeta raccogliamo che i Vandali
non avessero distrutta la biblioteca Ulpia, nè avessero atterrate le
statue che continuavano ad ornarne le sale.

Ma il Senato romano, mosso da grave corruccio di aver prestato omaggio
ad un Imperatore che coll’ajuto delle province e di Barbari aveva
usurpato il trono, entrò in segreti accordi col conte Ricimero, ch’era
di nascita svevo e che dal lato di madre scendeva da Vallia re dei
Goti[182]. Ricimero era il più valente generale dell’Impero, e aveva
ottenuto l’onore della corona per sue vittorie riportate nel mare di
Corsica sui Vandali; laonde gli riuscì di balzare Avito del trono con
facilità sorprendente. L’Imperatore atterrito evadeva di Roma tosto che
il Senato lo dichiarava decaduto[183], e non trovandosi in sicurezza
neppure in Piacenza, dove s’era recato per mutare la porpora dei Cesari
nel sacro paludamento vescovile e donde era stato esiliato dal Senato,
fuggiva verso Alvernia sua terra natale, ma trovava la morte per via.

L’estinzione della stirpe imperiale del grande Teodosio e il disordine
grave ed universale in cui era caduto lo Stato, avevano dunque infuso
nel Senato una novella energia. Ed infatti noi vediamo quel corpo
politico, pur sempre illustre, svegliarsi spesse fiate dal suo letargo,
dando di tratto in tratto qualche indicio di vita. E vediamo la città
di Roma, in cui dopo di Valentiniano III gl’Imperatori tengono loro
sede per tempo più lungo, essere di nuovo animata dalla consapevolezza
di essere la capitale dell’Impero. Egli è vero però che la potenza
era in mano del solo Ricimero di nascita straniero. Ed infatti, nella
primavera dell’anno 457, su quel trono, che era stato per un periodo di
dieci mesi vacante, egli collocò Majoriano, da lui favorito, col plauso
di tutti i Romani concordi.

In quest’uomo straordinario, che già sotto di Ezio aveva raccolto
i suoi primi allori, si riunivano tutti quei pregi che lo rendevano
bene amato al popolo, all’esercito, al Senato, e persino a Leone I
imperatore di Oriente[184]. Illustre per peregrine doti e per virtù
rara, fece rivivere le ricordanze dei migliori Imperatori di Roma, nei
tempi dei quali egli sarebbe stato ben meritevole di tenere lo scettro;
ed è con sensi d’ammirazione che la posterità contempla in Majoriano
il profilo dell’ultimo virtuoso Imperatore di Roma. Nel Rescritto del
novello Augusto, dato da Ravenna subito dopo la sua elezione, sembra
di udire la dolce voce di un Trajano in quel passo ove prega i Padri
di prestare il loro favore al Principe ch’eglino stessi elessero. Le
idee manifestate dall’Imperatore, per le quali si proponeva di reggere
lo Stato seguendo le leggi e le tradizioni antiche, empirono Roma di
gioia; e tutti gli Editti promulgati dipoi da Majoriano commuovevano
il popolo ad ammirazione per la saggezza che gli ispirava, nel tempo
stesso che ne comandavano gratitudine i sensi d’umanità.

Fra queste nuove leggi noi dobbiamo volgere la nostra attenzione ad una
che riguarda la città di Roma. Il grande Imperatore nel tempo stesso
che dava opera a rimettere in fiore lo Stato d’ogni lato crollante,
a restituire le finanze decadute, a inspirare energia di novella vita
nelle curie delle città divenute tristamente servili, volgeva sollecita
cura alla città di Roma. La tristezza che ispirava lo squallore di lei,
il decadimento sempre crescente dei suoi monumenti, alla conservazione
dei quali nessuna sollecitudine più si volgeva, e finalmente il rovinio
che ad antichi edificî recava l’avidità e la negligenza dei Romani
stessi, accendevano il suo grande animo romano del desiderio di porre
rimedio a quei mali. Laonde egli promulgava il seguente Editto:

«Noi reggitori dello Impero vogliamo porre un termine a quei disordini,
i quali già da lungo tempo eccitano il malcontento nostro, perocchè
bruttino la faccia veneranda della Città. Noi sappiamo che qua e
colà si demoliscono edificî publici che sono ornamento alla Città,
e che i magistrati cittadini con negligenza degna di punizione non
reprimono questi turpi fatti. Si adduce a motivo che v’ha necessità di
materiali per la costruzione di opere publiche, e perciò si deturpa
la splendida architettura di antichi edificî; e opere grandiose in
un luogo si demoliscono per compiere altrove qualche sconciatura
pigmea. Di qui deriva l’abuso che colui il quale vuole innalzare una
casa privata, per favore degli officiali cittadini preposti, tragge
i materiali occorrentigli da publici monumenti, laddove invece alla
conservazione di quegli edificî che sono di tanto lustro alla città,
dovrebbe l’amore patrio dei cittadini provvidamente attendere. Per
la qual cosa colle presenti leggi universali ordiniamo, che a tutti
quei monumenti che gli avi nostri a publica utilità o ad ornamento
innalzarono, sieno templi oppure edificî di altro genere, niuno
sia ardito di portare demolizione o di recarvi guasto per ricavarne
vantaggio. Ogni magistrato che ne desse licenza sarà punito della
multa di cinquanta libbre d’oro; ogni officiale subalterno ed ogni
_Numerario_ che gli prestasse obbedienza in opere di demolizione e
non gli si opponesse, dopo di esser stato sottoposto alla fustigazione
avrà mozze le mani, perchè, invece di vegliare alla conservazione dei
monumenti degli Antichi, ajutò a profanarli. Quanto ai fabbricati
publici, dei quali alcuni invalidamente si arrogarono proprietà,
nulla potrà esser alienato di quanto contengono; ma comandiamo invece
che tutto allo Stato sia restituito, vogliamo che sia restaurato
nella condizione primitiva quanto venne distrutto, e aboliamo per lo
avvenire la _licentia competendi_. Tuttavia, se talvolta sarà resa
necessaria la costruzione di qualche novello edificio publico, e se
sarà impossibile la ristorazione di un antico, di tali casi dovrà darsi
contezza allo illustre e venerabile Senato, affinchè questo, se dopo
diligente studio ne comprenda la necessità, li sottoponga alla sovrana
nostra deliberazione. Imperocchè ogni monumento, che non possa essere
restituito alla condizione antica, sia utile almeno a fornire materiali
che servano adornare qualche altro edificio publico»[185].

Dal tenore severo di questo Editto ci è dato di conoscere di quale
origine fossero i barbari che ardivano di porre loro mani sui bei
monumenti di Roma. I nepoti di Trajano caduti nell’estremo della
miseria miravano con senso d’indifferenza i monumenti deserti; e
quantunque alcuni cittadini animati da generosa carità del natio
loco usassero grande zelo a conservare le opere dell’arte antica, le
necessità materiali erano tuttavia più stringenti; e gli officiali
preposti, molti dei quali dovevano adoperare fatica a cercare i propri
avi tra gli abitatori del Don e del Danubio, restavano indifferenti
a tutto fuorchè a ciò onde potessero cavare denaro. Splendidi archi,
basiliche, templi e forse anche qua e colà un teatro ed un circo
eccitavano desiderio a usare di materiali di bellissimo lavoro in
essi contenuti; imperocchè sembrasse più ragionevole che gli splendidi
marmi, sui quali serpeggiavano le lucerte a godere del calore del sole,
fossero adoperati ad uso dei privati cittadini, piuttosto che fossero
esposti al mal governo degli elementi. Non si osava di porre mano
sugli edificî maggiori, ma si depredavano i marmi dei minori situati
in luoghi remoti: e parecchie persone private s’erano impadronite
persino dei ruderi e della superficie di templi deserti. Il primo mal
esempio di depredare gli edificî antichi era stato dato fin dai tempi
di Costantino nell’edificazione di chiese cristiane, e così era venuto
tempo in cui ai monumenti di Roma attingevasi come a grandi bacini di
calce ed a grandi miniere di marmi: e ciò durava nella Città per ben
mille anni, durante i quali sè stessa distruggendo, da quell’ammasso di
ruderi costruiva novellamente sè stessa.

Quantunque Majoriano promulgasse quelle leggi sagge, tuttavolta egli
non poteva impedire la rovina della Città e dello Impero; chè anzi la
grave soma schiacciò lui stesso che a reggerla s’era sobbarcato. Gli
armamenti che con grande ardore egli apparecchiava contro Genserico,
sul quale egli s’era proposto di trarre vendetta del saccheggio
di Roma, riconquistando le province d’Africa, non ebbero prospero
successo; e breve tempo dopo che una parte della sua flotta era perita
nel porto di Cartagena, egli stesso di repente cadeva. Il patrizio
Ricimero in Tortona di Liguria costrinse il generoso ed energico
Imperatore a deporre la porpora. Impossente a sostenersi di fronte
ad una cospirazione irrefrenabile, Majoriano fè quanto gli era stato
chiesto: discese del trono, e tosto dopo, addì 7 di Agosto dell’anno
461, perdette la vita, nè il modo si conosce. Se stiamo a Procopio
sarebbe morto di dissenteria, ma il Muratori invece accoglie opinione
ch’egli perisse di una morte più spedita. Fu uomo, dice lo Storico
greco, giusto ai soggetti, ai nemici terribile; fu di tutti i principi
che regnarono prima di lui sui Romani ottimo, e, per eccellenza
dell’animo e per ogni virtù, superiore[186].


§ 2.

Papa Leone I muore nel 461. — Sua indole. — Sue fondazioni in Roma.
— Primo monastero eretto presso al san Pietro. — Basilica di santo
Stefano in Via Latina e suo discoprimento verso la fine del 1857. —
Ilario papa, Severo imperatore. — Antemio imperatore. — Suo ingresso in
Roma. — Doni offerti da Ilario alle chiese.

In quello stesso anno 461 moriva, addì 4 di Novembre, papa Leone
dopo un reggimento di ventun anni, di un mese e di tredici giorni,
che quel grande Pontefice in mezzo a tanta tristezza di tempi
sostenne mirabilmente. Fu il primo di tutti i Pontefici che ricevesse
sepoltura nell’atrio del san Pietro: uomo generoso, anzi grande,
la cui ricordanza è a buon diritto santa ai Romani. Salvò la Città
dalla crudeltà di Attila, ne sollevò le miserie durante il saccheggio
di Genserico feroce, ebbe energia di volontà, prudenza e fermezza
d’animo, fu eloquente ed erudito, fu qual dev’essere un vero Vescovo.
Egli combattè e vinse i Manichei, i Priscilliani ed i Pelagiani; e
nel Sinodo di Calcedonia pugnò contro l’eresia di Eutichete abate
bisantino. Egli costrinse i Vescovi dissidenti d’Illiria e di Gallia
a riconoscere la primazia di Roma, che fu sancita da un Editto
imperiale. Ed il suo senno politico gli valse, presso coloro che
pregiano la preminenza del Pontificato, la lode ch’egli sia stato il
primo pontefice della Chiesa che incominciasse a far valere il primato
di Roma ecclesiastica. Nelle sue opere (la collezione dei Sermoni e
delle Lettere è voluminosa) s’ammira ancora lo splendore dell’eloquenza
onde vanno chiari Gerolamo, Agostino, Paolino, e che nelle opere dei
succeditori di lui più non ravvisiamo.

Appena di un solo monumento da lui eretto si conserva ricordanza in
Roma. Dopo il saccheggio dei Vandali diede opera alla reintegrazione
delle chiese danneggiate e depredate; ed il Libro Pontificale narra
ch’egli restituisse o adornasse le tribune della basilica lateranense,
del san Pietro e del san Paolo, e che in vicinanza al san Pietro
fondasse un monastero dedicato ad onore dei santi Giovanni e Paolo, e
che fu il primo dei quattro conventi eretti nella Regione vaticana. Ma
quantunque sembri che il pio Vescovo ampliasse in Roma il monachismo,
tuttavolta egli represse il celibato, dannoso tanto alla Città quasi
spopolata, con una legge che vietava alle vergini di prendere il
velo se non avessero vissuti quarant’anni di casta vita. Ad onore di
Cornelio vescovo, innalzò nel cimitero di Calisto in Via Appia una
basilica; e Demetria, pia donna sua amica, lo donò di un bel podere
situato presso la Via Latina, a tre miglia di distanza dalla porta,
perchè ivi edificasse una chiesa a santo Stefano. Questa basilica, di
cui si fa menzione parecchie volte negli scritti di tempi posteriori,
disparve durante il medio evo; e fu soltanto ai dì nostri, in sulla
fine dell’anno 1857, che facendo alcuni scavi in un podere situato
a tre miglia dalla porta della Città, presso l’antica Via Latina, si
rinvennero vestigi d’una basilica. Ed in quella trovossi una iscrizione
in marmo col nome del protomartire Stefano, la quale ci fa certi che
colà esistesse la basilica di Leone da tanto tempo scomparsa[187].

Addì 12 di Novembre del 461, Ilario, di nazione sardo, saliva la
cattedra di san Pietro nel tempo stesso che al trono dei Cesari
ascendeva Severo, di patria lucano, ch’era creatura di Ricimero. Il
regno di quest’Imperatore, durante il quale nulla avvenne di grande
che meriti nota, finiva nel dì 15 d’Agosto dell’anno 465, in cui egli
passava di questa vita, non sappiamo se per forza di natura o per
violenza del ministro. Quest’uomo avido d’impero, forte dell’esercito
composto di uomini da lui stesso assoldati e perciò a lui ligi, potente
per immense ricchezze, circondato da uno stuolo di creature a lui
ossequienti, temuto ed odiato dagli altri, non osava peraltro di salire
quel gradino cui l’ambizione eccitavalo, nè s’attentava a distruggere
con un rivolgimento violento l’Impero romano, mutando il suo titolo
di Patrizio in quello più grande di Re. In mezzo a queste ultime lotte
dell’Impero morente, ci rallegra il vedere che il Senato desse ancora
saggi di coraggio e di amore patrio. In esso era l’unico sostegno dello
Stato; esso era pur sempre chiaro per uomini ragguardevoli per virtù
e per senno quali Gennadio Avieno e Cecina Basilio, i quali «nello
illustre collegio dei Senatori dopo il Principe porporato, principi
ben potevano essere appellati». così dice Sinodio, ma però tosto
aggiunge: «se si tolga la potenza delle armi»[188]. Ricimero combattè
un’aspra lotta contro il Senato, ma non potè vincerla, anche per ciò
che i Senatori avevano ritrovato un valido ajuto in Leone I imperatore
d’Oriente.

Dopo la morte di Severo, il trono rimaneva vacante per lo spazio di un
anno, e Ricimero era costretto a tollerare che il Senato s’accordasse
con Leone sull’elezione del novello Imperatore; nè ciò soltanto,
ma era costretto ad accogliere un Principe di nascita greco. Ma era
alleviamento al suo corruccio l’onorifica promessa che menerebbe in
moglie la figlia del novello Augusto. Il Principe eletto fu Antemio,
che era uno tra i primi Senatori dell’Impero orientale e che aveva in
moglie Eufemia figlia di Marciano imperadore. Con tutta la magnificenza
delle pompe imperiali, seguito da una corte sì numerosa che sembrava
un esercito, il favorito di Leone venne di Costantinopoli a Roma.
A tre miglia fuori della Città, presso un luogo detto Brontotas,
di cui ignoriamo la situazione, fu ricevuto dal Senato, dal popolo
e dall’esercito festanti; e colà, addì 12 di Aprile dell’anno 467,
ricevette le insegne della imperiale dignità[189]. Dopo di che, a
mo’ di trionfatore, entrò in città, che accolse curiosa e superba
un Principe di greca origine, già sperandone letizia di giuochi e di
banchetti. Ricimero, poco tempo dopo che l’Imperatore era ingresso in
città, celebrava i suoi sponsali colla principessa greca, ai quali fu
presente anche il poeta Sidonio ch’era allora in Roma venuto ad orare
per Gallia[190]. La Città nuotava in un mare di gioie, come direbbe
un Poeta di corte dei giorni nostri; e nei teatri, nelle piazze dei
mercati, nei pretorî, nei fori, nei templi, nei ginnasî declamavansi
epitalamii fescenii. Non si trattava di negozî; i tribunali erano in
ferie; di faccende importanti non era discorso in quella baldoria
universale. Roma apparve al Poeta di Gallia nella sua grandezza di
capitale del mondo; e ancora al suo secolo osò chiamarla sacrario delle
leggi, ginnasio della scienza, curia degli onori, sovrana dell’orbe,
patria della libertà, città mondiale, entro la quale i soli Barbari e
gli schiavi sono reputati stranieri[191]. Addì 1 di Gennaro, Sidonio
recitò il suo panegirico alla presenza di Antemio. Adulatore scipito,
continuò malamente nelle funzioni di Claudiano, ma più fortunato di
lui, a premio dei gonfi suoi versi, fu creato prefetto di Roma. Tre
anni dopo era eletto vescovo di Clermont.

Fra le feste celebrate in Roma dopo l’assunzione al trono di Antemio,
gli Storici ricordano le feste pagane lupercali, e ne fanno le
meraviglie perocchè venissero solennizzate, sotto gli occhi stessi
dell’Imperatore e del Papa, dai Cristiani di Roma nel mese di Febbraro,
com’era la costumanza antica. Noi però non vogliamo parlarne, chè
già vent’anni più tardi ci occorrerà di vedere altre reliquie di
Paganesimo alzare in modo mirabile il loro capo e poi appiattarsi sotto
vestimento cristiano. Del resto il clero romano ebbe tosto occasione
di dubitare della purità della fede cattolica del novello Imperatore:
chè in Antemio stesso scoperse allignare alcune tendenze al Paganesimo
ed all’eresia. E nella sua corte era un Filoteo eresiarca, il quale,
insegnando dottrine ingiuriose allo Spirito Santo e diffondendole
in Roma, fu da papa Ilario in chiesa di san Pietro denunciato
all’Imperatore affinchè volesse torre lo scandalo.

Nel tempo stesso in cui Roma esauriva sue ricchezze negli approntamenti
di guerra contro i Vandali, papa Ilario (il quale moriva già nel
Febbraro dell’anno 468) spendeva grossa moneta ad abbellire le chiese
della Città; e, se dovessimo prestare piena fede a quanto ne narra
il Libro Pontificale, la Chiesa arricchita dei doni degl’Imperatori
e dei privati sarebbe ben presto ritornata al possedimento d’immensi
tesori. Imperocchè, se stiamo a quel racconto, il Pontefice avrebbe
adornato la basilica Lateranense e le chiese di san Pietro, di san
Paolo e di san Lorenzo con isquisite opere d’arte, le quali avrebbero
fatto ben dimenticare il disastro delle depredazioni vandaliche.
E la nostra fantasia commossa a meraviglia alla descrizione di
quei lavori splendidissimi, ammira il valore degli artisti di Roma
cadente. Coll’estinzione del culto dei numi antichi era venuto anche
il decadimento dell’arte scultoria, la quale nel secolo quinto aveva
trovato rifugio nelle officine degli orefici, dei cesellatori e dei
lavoratori di musaici. Gettavansi in metallo massiccio e con ricchezza
di gusto barbarico vasi di parecchie fogge, lampade e doppieri,
colombe d’oro e croci seminate di gemme scintillanti; e negli altari
profondevansi gli ornamenti d’oro e d’argento; e i battisterî ornavansi
con figure di cervi d’argento; e sopra le Confessioni alzavansi archi
dorati, i quali, poggiando sopra colonne di onice, portavano sul
vertice la figura di un agnello in oro.

Nel tempo stesso dunque in cui la città di Roma impoveriva e decadeva,
nelle sue chiese s’ammassavano tesori; ed il popolo, impotente
ad armare un esercito ed una flotta per muovere guerra contro i
Vandali, offriva ricchi donativi alle basiliche degli Apostoli. E per
fermo spunta sulle nostre labbra un sorriso di compassione allorchè
leggiamo quelle descrizioni di arredi d’oro e di giojelli preziosi
che porgevansi in dono alle chiese di Roma; ed in tempo di decadimento
sì profondo della Città dobbiamo tenere quelle narrazioni in conto di
splendide novelle di fate.


§ 3.

Condanna di Arvando. — Spedizioni contro Africa riuscite a vuoto.
— Ricimero si rivolta contro Antemio. — Assedio di Roma. — Terzo
saccheggio nell’anno 472.

Il reggimento di Antemio non fu illustre per isplendore di fortunate
imprese o per energia d’impero, ma sotto di esso la Città fu
spettatrice di un avvenimento che risveglia l’attenzione nostra,
ed è la condanna di Arvando prefetto delle Gallie. Quest’uomo
arrogante avendo con angherie oppressa nel suo governo quella grande
provincia, n’ebbe accusa dai patrizî d’indomiti spiriti di quella
contrada. Chiamato a Roma dal Senato, questo si costituì tosto in
tribunale supremo, ed all’accusato indisse il Campidoglio a confino.
L’ultimo giudizio di Stato tenuto in Roma secondo la processura
della Republica romana eccita in alto grado la nostra curiosità: e
di esso ci fu lasciata descrizione da Sidonio, il quale all’accusato
prefetto ebbe amicizia sincera che nella disgrazia non venne manco.
Arvando, affidato alla custodia di Flavio Asello conte del tesoro,
e tenuto con quegli onorevoli modi che l’illustre condizione di lui
richiedeva[192], aveva libertà di muovere nel Campidoglio. Vestita
la bianca toga di candidato, stringeva la mano ai patrizî che lo
visitavano, e volgendo amari sarcasmi contro il governo non rifuggiva
dal biasimare il Senato e l’Imperatore. Occultando le gravi cure
del suo animo sotto una maschera di fredda alterezza, passeggiava
nella piazza del Campidoglio ed entrava nelle botteghe a mirare le
manifatture di seta e gli arredi e le gemme che i mercatanti ivi
esponevano a mostra[193]. Allorchè il procedimento fu condotto al suo
fine, comparvero quattro Galli a sostenere l’imputazione. Vestiti degli
umili abiti di chi implora giustizia, si alzarono con nobile calma
ad accusare il superbo patrizio, il quale con baldanza sprezzatrice
riconobbe per sua una lettera in cui erano posti in aperto i suoi
disegni di tradire l’Imperatore ed era svelata l’intenzione di lui
di aprire le Gallie ai Visigoti ed ai Burgundi. Tornavano i tempi
di Verre e di Catilina, ed i Senatori si elevavano ancora una volta
nella dignitosa maestà di un tempo e concordi dichiaravano Arvando
reo di alto tradimento. Il Prefetto di Gallia, espulso dal ceto
patrizio fu ricacciato tra i plebei e condannato a morire per mano
del carnefice. Egli stava attendendone l’esecuzione, durante i trenta
giorni stabiliti dalla legge, in un carcere dell’Isola tiberina
d’Esculapio[194], quando all’amico di lui Sidonio e ad altri uomini
che godevano grande autorità, riuscì di far tramutare la pena di
morte in quella dell’esilio. Il giudizio reso in questo argomento fu
decoro agli ultimi giorni del decrepito Senato, ma alla Gallia non fu
fecondo di utilità quantunque alto rumore se ne levasse; imperocchè
i governatori di quella contrada continuassero nelle vessazioni che
l’avidità loro suggeriva, e nei loro disegni di aprirla ai Visigoti. E
già l’immediato succeditore di Arvando, Seronato, cui Sidonio dà nome
di Catilina novello, accusato di gravi delitti dagli oppressi abitatori
della provincia, fu condannato dal Senato, e ne perdette la testa sul
palco[195].

Gl’Imperi di Oriente e di Occidente con loro forze riunite
s’accingevano alla guerra contro i Vandali, i quali, con loro piraterie
infestando audacemente tutte le coste del Mediterraneo, minacciavano
rovina alla contrada. Fu uno dei più potenti apparati d’armi che mai
levasse l’Impero, ed esaurì le forze di Roma e di Bisanzio; eppure la
guerra condotta in Africa da Basilisco e da Marcellino nell’anno 468
ebbe esito infausto alle armi imperiali. Roma aveva accolta speranza
che Antemio, possedendo l’amicizia dell’Imperatore bisantino, la
libererebbe da Genserico e riporrebbe Africa sotto la sua signoria.
Laonde quei rovesci recarono una grave scossa all’autorità di Antemio,
e nella stessa misura che la potenza dell’Imperatore s’indeboliva,
cresceva l’oltracotanza di Ricimero. L’Imperatore d’Oriente aveva
saputo liberarsi di Aspare, che era uomo potente nel regno alla stessa
guisa di Ricimero, ma Antemio nol seppe imitare a scuotere il giogo
del ministro onnipossente e genero suo. La dissensione sommessa scoppiò
finalmente in aperta lotta, e Ricimero, abbandonata Roma, pose sede in
Milano. Alla notizia che egli avesse stretto accordo coi Barbari che
abitavano al di là delle Alpi, di alto spavento fu commossa Roma. Il
vescovo Epifanio di Ticinum, ossia di Pavia, si fè mediatore di pace
tra lui e l’Imperatore. Ma la conciliazione fu soltanto apparente[196];
chè Ricimero coi suoi Barbari partì di Milano, giunse celeremente
a Roma, e cinsela d’assedio, ponendo il suo campo presso il ponte
dell’Anio innanzi a porta Salara[197]. Era l’anno 472.

Spingeva Ricimero con grande alacrità l’assedio, allorchè di Bisanzio
venne al suo campo Olibrio con cui aveva già da lungo tempo stretto
accordi. Questo Senatore che aveva condotta in isposa Placidia, figlia
di Eudossia, e al quale perciò scendevano in retaggio i diritti della
stirpe di Teodosio il grande, a lui sembrava essere uomo opportuno ad
abbattere il greco Antemio e a destare la simpatia dei Romani. Egli si
pare che Antemio durasse una lunga e animosa resistenza, quantunque
deboli fossero sue forze e la Città minacciassero all’interno molti
partigiani di Ricimero ed i molti Ariani che vi avevano dimora.
Impedita di procacciarsi vettovaglie, stremata dalla fame, flagellata
dalla peste, Roma fu ridotta alla estrema miseria[198]. Tuttavia uno
straniero la trattenne ancora dallo abbassarsi alla resa: Bilimero,
Goto o Vandalo di nascita, che comandava un esercito nelle Gallie,
tostochè ebbe contezza degli avvenimenti d’Italia scese con rapida
mossa e si gettò in Roma. Ma i quartieri della Regione transteverina
della Città erano già caduti in potere di Ricimero, e già questi,
avanzando dalla Regione vaticana e oltrepassando il sepolcro di
Adriano, il quale sembra che non fosse ancora tramutato in fortezza,
tentava di impadronirsi del ponte e della porta Aureliana per cui
s’entrava in città. Dopo una battaglia sanguinosa, nella quale il
prode Bilimero perdette la vita, Ricimero conquistò la porta entro la
quale le sue soldatesche, inasprite dalla lunga resistenza e composte
di Germani d’ogni schiatta e ariani di religione, si scagliarono
nell’infelice Città anelanti strage e ruba. Era l’undici di Luglio
dell’anno 472 e Roma cadeva per la terza volta.

Anche di questo saccheggio mancano notizie determinate che ci facciano
certi se la Città ne andasse devastata: gli Storici non dicono
che vi si appiccasse incendio, nè fanno menzione di alcun edificio
distrutto[199]. L’avidità di quei soldati eretici fu satollata colle
depredazioni proseguite per parecchi giorni, finchè Ricimero ebbe
imposto che cessassero. In tal modo i preziosi arredi di papa Ilario
non dovettero attendere a lungo chi li strappasse alla quiete dei
templi. Stando ad un’antica narrazione, sarebbero state risparmiate
quelle due sole Regioni che prima erano cadute in balìa di Ricimero,
cioè la Vaticana (dove già a quel tempo erano sôrti in gran numero
conventi, chiese, ospitali) ed i quartieri del Gianicolo che formano
l’odierno Transtevere e che con quelli del Vaticano componevano una
sola Regione. Ne viene di conseguenza che il san Pietro fosse immune
da saccheggio, ma che la vera città di Roma fosse tutta abbandonata in
balia della soldatesca[200].


§ 4.

Olibrio sale al trono. — Morte di Ricimero. — Suo monumento: chiesa
odierna diaconale di s. Agata in Suburra. — Glicerio e Giulio Nepote,
imperatori. — Oreste acclama imperatore suo figlio Romolo Augustolo.
— Odoacre s’impadronisce d’Italia nell’anno 476. — Caduta dell’Impero
romano occidentale.

Nella Città desolata dalla fame, dalla peste, dalla strage e dal
sacco entrava Olibrio a strappare dal capo di Antemio, ch’era caduto
trucidato, quel diadema cui da lunghi anni agognava. Già prima che Roma
fosse presa, Olibrio era stato, coll’assentimento di Leone, acclamato
Imperatore; ed ora entrava a porre stanza nel palazzo cesareo e si
faceva confermare dal Senato nella sua dignità sovrana. Tosto dopo, il
conquistatore di Roma, colui che era stato terribile tiranno di tanti
Imperatori era preso dal contagio.

Ricimero moriva nella Città, addì 18 di Agosto del 472. Ricordanza di
quest’uomo straordinario è conservata da una chiesa che egli edificò
o restaurò in Roma sul pendio del monte Quirinale. È l’odierna chiesa
diaconale che ha nome: _S. Agatha super Suburram_ o _in Suburra_ e
che in origine apparteneva al culto dei Goti ariani. Ricimero ne aveva
adorna la tribuna di musaici, dei quali non ci rimase sciaguratamente
che una brutta copia. In essa è rappresentato il Cristo sedente fra gli
Apostoli sopra un globo: ha il mento coperto di barba; le chiome gli
scendono in lunghe anella; la mano destra alza in dolce atteggiamento;
nella sinistra tiene un volume. Al lato sinistro è san Pietro, il
quale, cosa degna di nota, porta una sola chiave. In questa chiesa ebbe
senza dubbio sepoltura Ricimero[201].

Alla dignità di generale degli eserciti, Olibrio elesse Gondebaldo,
borgognone di nascita e nipote di Ricimero. Poco dopo, nel giorno 23 di
Ottobre dello stesso anno, anche Olibrio moriva lasciando il trono in
balìa dei Barbari.

La irreparabile caduta dell’Impero di Occidente attendevano in silenzio
i popoli del mondo presi da quella stupidità che coglie chi si aspetta
ad un avvenimento terribile. Nella deplorevole confusione di quegli
ultimi anni si presentano ancora agli occhi dello Storico alcuni
fantocci miserabili d’Imperatori. Gondebaldo aveva dato lo scettro
imperiale a Glicerio, che fu uomo giusto ma di cui non conosciamo
l’origine[202]. Nell’anno 474 Glicerio era balzato del trono da Giulio
Nepote, figlio di Nepoziano e dalmata di nascita, che l’imperatore
Leone aveva a malincuore mandato di Bisanzio a Ravenna con un esercito.
Il novello Augusto mosse contro Roma, e, sorpreso Glicerio nel
porto del Tevere, lo costrinse a deporre la porpora e a ritirarsi in
Dalmazia, a Salona di cui fu eletto vescovo[203]. Dopo di essere stato
acclamato imperatore a Roma, addì 24 di Giugno, Nepote andò a Ravenna;
e intanto che qui trattava con Enrico re dei Visigoti della cessione
dell’Alvernia provincia di Gallia, Oreste, che di recente egli aveva
eletto patrizio e generale degli eserciti di Gallia, mosse contro di
lui le soldatesche: laonde Nepote dovè fuggirsi per mare di Ravenna che
i ribelli stringevano d’assedio, e cercò asilo in quella stessa Salona
dove poco prima aveva condannato a confino Glicerio.

Oreste, romano nato in Pannonia, era stato nei suoi primi anni scrivano
di Attila: lui morto aveva trascorsa una vita avventurosa comandando
milizie di Barbari sotto le bandiere degl’Imperatori di Roma. Egli
presenta in sè l’indole dei condottieri di ventura che desolarono
Italia nell’età di mezzo. Le sue soldatesche, genti raccogliticce di
Sarmazia e di Germania che patria non avevano, in vece di muovere in
Gallia, vollero dare al loro capitano la corona d’Italia. Ma Oreste
preferendo che la porpora imperiale toccasse al suo giovane figlio,
addì 31 di Ottobre dell’anno 475 fece acclamare imperatore d’Occidente
Romolo Mondilo Augustolo od Augusto. Quest’ultimo imperatore di Roma,
bizzarro accidente e forse ischerno di fortuna, riuniva in sè i due
nomi del fondatore di Roma e del suo primo Imperatore[204].

Ma poco durava. Narra Procopio che la caduta di lui e dell’Impero
fosse cagionata dalle soldatesche barbariche[205]; imperocchè, dopo i
tempi di Alarico e di Attila, i Romani avessero accolto nell’esercito
quali confederati Scirri, Alani ed altre torme di stranieri, i quali,
insaziabili nelle loro pretensioni, or chiedevano ad Oreste la terza
parte delle terre d’Italia. Condottiero di quelle masnade fu Odoacre
figlio di Edecone, il quale, di nascita Scirro, aveva combattuto
con Attila, ed era uomo piuttosto temerario che coraggioso. A lui
giovinetto era stato profetato che un dì sarebbe re d’Italia. «Va
in Italia,» aveagli detto un giorno un santo Monaco, «vanne vestito
in umili panni, che presto, allorquando vi ritornerai, tu avrai
potenza di arricchire molte genti»[206]. Aveva combattuto da prode
in cento battaglie e finalmente conduceva uno stuolo considerevole
di soldati alle guerre di Gallia. A’ guerrieri senza patria, Rugi,
Eruli, Scirri, Turcilingi e d’altre schiatte, aveva fatto comprendere
che loro tornerebbe meglio sedere signori del bel paese, avere quello
che possedeva il Romano degenere, piuttosto che vivere erranti agli
stipendî di miserabili condottieri. I soldati germani accorsero tosto
d’ogni lato sotto le sue insegne, lo acclamarono Re e mossero impetuosi
contro Pavia, dove Oreste s’era rinchiuso col giovane figliuol suo. La
città fu espugnata, lo sciagurato Oreste decapitato, e Romolo Augustolo
ultimo imperatore di Roma cadde in mano del primo Re d’Italia di
schiatta tedesca.

Odoacre assunse arditamente il titolo di Re, senza far uso però di
porpora e di diadema[207], e ciò accadde nel terzo anno di regno
dell’imperatore d’Occidente Zenone l’Isaurico, nel nono anno di
pontificato di Simplicio, sotto il secondo consolato di Basilisco e nel
primo di Armato, nell’anno 476 dell’êra cristiana[208].

Dopochè il novello Re, addì 22 di Agosto, si ebbe reso padrone di fatto
d’Italia, volle per prudenza ottenere il riconoscimento legale del suo
dominio. Egli costrinse Augustolo a fare una rinunzia formale del suo
potere innanzi al Senato, e a questo impose che dichiarasse estinto
l’Impero occidentale, e che perciò Italia e Roma erano decadute alla
condizione di province. La ultima opera politica del Senato romano
costituito secondo la forma antica, risveglia un senso di tristezza
profonda: esso spediva legati a Bisanzio all’imperatore Zenone, i
quali deponendo nelle mani di lui la corona d’Occidente, protestavano
a nome del Senato e del popolo: Roma non aver più duopo di un
Imperatore independente; bastare un monarca che solo reggesse Oriente
ed Occidente; aver eglino eletto a proteggitore d’Italia Odoacre
uomo nelle arti di pace e di guerra illustre; implorare che Zenone
lo investisse della dignità di patrizio e al suo governo affidasse il
regno d’Italia.

Nel tempo stesso in cui i legati si presentavano al barbaro isaurico
Zenone, questi riceveva pressanti istanze del detronizzato Nepote
affinchè volesse soccorrerlo. Al discorso dei Senatori rispondeva
Zenone con collera che due Imperatori egli aveva dato a Roma, e che
eglino uno avevano cacciato, l’altro ucciso: or dunque quello che
ancor viveva, dover essi richiamare: il solo Nepote avere podestà di
eleggere Odoacre al patriziato. Ma questa incomprensibile risposta non
era che un pretesto a coprire per un momento l’onta di Roma. Chè tosto,
mutato consiglio, Zenone riceveva il diadema e le insegne imperiali
e custodivale nel suo palazzo. E con lettere indiritte a Odoacre
concedeva a lui, come a suo governatore, il titolo di patrizio dei
Romani, e, abbandonata la causa di Nepote, Roma e Italia, che ancora
formalmente portavano nome d’Impero romano, lasciava in balia della
fortuna[209].

Così Italia per la prima volta diventava reame dominato dai Germani
sotto l’autorità di nome dell’Impero romano orientale: così l’Imperio
occidentale di Roma si spegneva. Il despotismo sotto cui lo avevano
per lunghi anni tenuto Imperatori più barbarici dei Barbari, lo aveva
trascinato ad una condizione di decadimento morale e di schiavitù
infelicissima: il Cristianesimo non vi aveva infuso nessuna forza
di vita, ed i Romani, incapaci di svegliare le forze dell’animo ad
operosità, avevano dovuto cadere sotto l’energia dei Germani, non
conservando che l’istituto della Chiesa, la quale frattanto nell’ombra
cresceva più e più. Il nome politico di «Romano», la qualità di
cittadino romano, erano divenuti, come scrive un Vescovo di quel tempo
cui prestar dobbiamo piena fede, cagione di disprezzo profondo[210].
L’Impero romano soggiacque alle leggi di natura. Dopo di avere per
lunghi secoli ridotto in ischiavitù i popoli, impedendo lo svolgimento
independente dell’indole di nazione, crollante sempre più per opera
del Cristianesimo, scosso dagli assalti dei Germani, finalmente cadeva
distrutto. La rovina sua potè forse presentarsi alla mente degli uomini
di quell’età come un male tremendo, eppure in realità fu invece uno dei
più grandi beneficî di cui godesse l’umanità, imperocchè soltanto da
quel momento cominci la illustre di tutte le regioni del mondo, Europa,
a commuoversi a vita, e ad elaborare quel lungo svolgimento della sua
civiltà svariata, ricca, altissima. La fine del romano Impero, che già
da lungo tempo prevedevasi, non iscosse il mondo assopito in letargo
profondo; la caduta di un governo despotico non eccita compianto.
Ma ora la veneranda Città risveglia in noi sollecitudine ancor più
grave, perocchè essa, vedovata di quello splendore che ancora le aveva
conservato la apparenza di maestà dello Impero, dovesse decadere coi
suoi monumenti a ruina sempre più profonda.




LIBRO SECONDO.

DALL’INCOMINCIAMENTO DEL REGNO DI ODOACRE ALLA EREZIONE DELL’ESARCATO
DI RAVENNA NELL’ANNO 568.




CAPITOLO PRIMO.


§ 1.

Regno di Odoacre. — Simplicio papa (468-483). — Costruzione di novelle
chiese in Roma. — San Stefano Rotondo sul monte Celio, santa Bibiana.
— Felice III è eletto papa per violenza di Odoacre. — Teodorico scende
cogli Ostrogoti in Italia. — Caduta del regno di Odoacre. — Teodorico
diventa re d’Italia nell’anno 493.

Italia era dominata da Odoacre. Non di animo rozzo alla foggia dei
Barbari, ma capace di accogliere le costumanze romane, il novello
Re scelse a sua sede non Roma ma Ravenna. Sotto il suo energico
reggimento rimasero immutate le forme politiche. La Città, governata
da un prefetto come nei tempi anteriori, non s’avvide della caduta
dello Impero, perocchè sussistessero gli antichi suoi ordinamenti.
Odoacre, a cominciare dall’anno 480, elesse i consoli d’Occidente,
che, seguendo l’uso tradizionale, rinnovellavansi ad ogni anno, e
che entrando nel loro officio continuavano a spargere allegrezza tra
la plebaglia, scemata di numero, con distribuzioni di denaro e con
giuochi nel circo[211]. La Curia dei Senatori, che vi erano chiamati
per eredità, era tenuta ancor sempre nell’alta onoranza che le
procacciava la tradizione di venerazione antica: in quel Consiglio di
Stato che rappresentava Roma, raccoglievansi i discendenti di famiglie
antichissime, e tra quelli hanno rinomanza i nomi di un Basilio, di un
Simmaco, di un Boezio, di un Fausto, di un Venanzio, di un Severino,
di un Probino e di altri uomini consolari. Non ci fu conservata però
alcuna notizia nè sul numero, nè sulla costituzione di quel corpo a
questi tempi.

Duranti i tredici anni della benefica dominazione di Odoacre ammutisce
la storia interna della Città. Anche nel Libro Pontificale non
isplendono più, come nei tempi antichi, nomi di Vescovi di Roma
illustri per donativi magnifici largiti alle chiese. Tuttavolta
Simplicio di Tivoli, sotto il cui pontificato che si estese dall’anno
468 al 483 si estinse l’Impero occidentale, eresse parecchie novelle
basiliche. Ci è lecito però di dubitare di un tal fatto, allorchè
consideriamo che la costruzione di chiese novelle sarebbe avvenuta nel
tempo in cui Roma decadeva in condizioni tristissime e in cui diminuiva
il numero dei suoi abitatori. Ma occorre d’altronde por mente che i
Pontefici non volevano partire della scena del mondo senza lasciare
a loro ricordanza qualche chiesa da essi eretta, tanto più che ogni
novella basilica che in Roma sorgesse era quasi un novello propugnacolo
della Chiesa apostolica e nuova radice di sua autorità. Il regno
dei Santi si ampliava sempre più, e lo stuolo degli Apostoli e dei
Martiri esigeva dai fedeli culto ognor più esteso. La spenta Religione
mitologica dei Pagani otteneva vendetta del Cristianesimo mediante un
novello politeismo, il quale trovava suo fondamento nelle idee che
avevano posto radici profonde nelle menti degli uomini. Nè i popoli
ond’era composto l’Impero romano avevano potuto cancellarle del tutto.
Discesa da quei Pagani che erano avvezzi a sacrificare in mille templi
ai loro mille Numi, la novella generazione che in nome del Cristo aveva
ricevuto il battesimo, chiedeva che in luogo dei delubri e degli Dei
antichi, mille chiese s’ergessero ove mille Santi avessero altari;
ed in tal modo la Religione purissima, spirituale, nemica di ogni
forma materiale, era tramutata nuovamente nel culto di alcuni patroni
nazionali, speciali ad ogni provincia, ad ogni città, e nel quale il
nome inconcepito di un Dio sommo ed uno, appena otteneva menzione.

Simplicio dedicò al protomartire Stefano, ch’era il Santo a cui in
quell’epoca tributavasi venerazione massima, una basilica edificata
sul monte Celio, che è la odierna chiesa di santo Stefano Rotondo, e
che gli Archeologi reputarono essere stato un tempio che l’antichità
aveva sacrato al dio Fauno oppure al deificato imperatore Claudio. Se
ciò sia, questa chiesa illustre ed antica sarebbe la prima di Roma
che di tempio pagano fosse stata tramutata in tempio cristiano. Ad
accogliere quest’opinione induce la bella forma rotonda che il santo
Stefano ha comune con poche altre chiese di Roma di origine pagana.
Ed infatti erano rarissime le chiese di forma circolare in quel tempo
in cui il gusto dell’architettura preferiva di erigere templi dalle
lunghe navate. Tuttavia siccome nella muratura l’edificio è di lavoro
difettoso, questa basilica di belle proporzioni e di dimensioni
maestose, ben può essere stata opera di architetti e di muratori
cristiani, i quali però non riuscirono ad eguagliare nel lavoro tecnico
gli edificî della antichità ch’eglino avevano preso ad imitare nella
forma[212].

Un’altra chiesa consecrò Simplicio ad onoranza dello stesso
Protomartire in vicinanza della basilica di san Lorenzo fuor delle
porte; e ciò dimostra quanta venerazione tributasse Roma a quel Santo.
In vicinanza di santa Maria (Maggiore) egli edificò una basilica ad
onore dell’apostolo Andrea; e finalmente a santa Bibiana dedicò una
chiesa, innalzata presso al palazzo Liciniano. Il luogo, ossia il
_vicus_, ove fu eretta la piccola chiesa di questa Martire romana,
non molto lunge della porta di san Lorenzo sull’Esquilino, era detto
_Ursus pileatus_, probabilmente da qualche imagine rappresentante un
orso colla testa coperta di cappello; e il palazzo può essere stato
appellato dall’imperatore Licinio o da qualche altro Romano di quel
nome[213].

Moriva Simplicio addì 2 di Marzo del 483, e Odoacre, quale Re dei
Romani, moveva pretesa al diritto di confermare il novello Papa.
A tal fine egli spediva a Roma Basilio primo officiale del regno,
il quale con titolo di _Sublimis_ e di _Eminentissimus_ teneva la
carica di prefetto del pretorio e di patrizio, ed era ora deputato
a rappresentare in quel negozio Odoacre. Si convenne nell’elezione
di Felice III romano, dovendo il clero acconciarsi alla volontà
del Re ariano cui Roma obbediva, e il cui animo era mosso da sensi
di giustizia e di umanità verso gli Ariani similmente che verso i
Cattolici. Del resto, se o quali altre relazioni si stringessero
tra Odoacre e la città di Roma e gli abitatori di lei, non ci è dato
conoscere.

Ma la sorte non concedeva al valoroso Erulo di raffermare su valide
fondamenta il suo reame d’Italia e di tramandarlo ai suoi nepoti. A
tale opera erano trascelti un uomo di genio assai più elevato, ed un
popolo eroico, che venendo delle selvagge regioni dell’Emo, doveva
impadronirsi d’Italia, e che colla sua robustezza doveva per più
che mezzo secolo farsi sostegno all’edificio crollante della civiltà
romana. Teodorico, re degli Ostrogoti, console e patrizio dei Romani,
era alla testa d’un popolo di animo ardito e amante di libertà, il
quale aveva posto stanza nelle regioni cui nel suo corso inferiore
Danubio bagna. L’imperatore Zenone atterrito dagli assalimenti che
spesse fiate avevano mossi gli Ostrogoti contro le sue province di
Grecia, strinse con Teodorico un trattato di pace, istigandolo a
muovere col suo popolo irrequieto contro le regioni d’Occidente assai
più ricche delle orientali, ed a cacciare il _tiranno_ Odoacre dalla
terra d’Italia, del cui dominio egli tosto lo investirebbe a guiderdone
del suo servigio. Teodorico, nell’anno 488, guidava verso Italia tutta
la moltitudine del suo popolo; e traendo con cavalli, con carri e con
un numero infinito di pedoni, si apriva colla spada un varco attraverso
le orde selvagge dei Gepidi e dei Sarmati, e giungeva nei piani
d’Italia superiore.

Il grande e bello spettacolo di due eroi germani pugnanti per l’impero
d’Italia, non possiamo descrivere noi che trattiamo della storia della
Città. Battuto sulle rive dell’Isonzo, indi a poco presso a Ravenna,
nell’anno 489, Odoacre si gettò entro le mura di Ravenna: imperocchè
la narrazione di un solo Cronista, cui non sussidia alcun’altra
testimonianza, che dopo la perdita di Ravenna Odoacre corresse subito
a Roma per munirvisi, che ne trovasse chiuse le porte e che per trarre
vendetta dei Romani ponesse il guasto alla Campagna, riesca troppo
inverosimile perchè possiamo prestarvi fede: la condotta di lui sarebbe
stata infatti priva di ragionevole scopo di utilità[214]. Ma ella è
però cosa più che probabile, che il Senato romano, cui l’Imperatore
bisantino avrà spacciati secretamente messaggi, abbia stretto con
Teodorico accordi dapprima secreti, e che dipoi, allorquando la potenza
di Odoacre fu fiaccata e ristretta nell’angusta cerchia delle mura di
Ravenna, si sia dichiarato apertamente in favore di lui. Ed infatti
Teodorico nell’anno 490 inviò il patrizio Festo, presidente del Senato,
all’imperatore Zenone a chiedere il manto regale[215].

Odoacre, dopo di essersi difeso in Ravenna con eroica bravura per tre
lunghi anni, dovette finalmente cedere alla necessità stringente, e,
conchiuso un trattato, addì 5 di Marzo del 493, aprì a Teodorico le
porte della città, che questi non poteva vantarsi di aver conquistata
col valore del suo braccio. Ma, pochi giorni dopo, con doppiezza
appresa alla scuola dei Bisantini, il vincitore violò il trattato, e fè
trucidare il suo nobile competitore ed i soldati e i partigiani di lui.
Senza pretendere al titolo di Imperatore romano, egli assunse il nome
e le insegne di Re d’Italia, nè si curò di ottenerne conferma dallo
imperatore greco Anastasio, che, nell’anno 491, era succeduto a Zenone
sul trono di Bisanzio. Alcuni anni dopo però, a mezzo del senatore
Festo, egli ne ricevette il riconoscimento; e l’Imperatore anzi fè
rimettere al novello Re d’Italia tutti gli arredi preziosi del Palazzo
imperiale di Roma, che Odoacre, alla caduta dell’Impero occidentale,
aveva spedito a Costantinopoli[216]. La corte di Bisanzio che gli aveva
commesso di strappare alla dominazione di colui ch’essa appellava
_tiranno_, questa prefettura o provincia d’Italia, lo considerava
secondo sue idee suo patrizio o governatore: ma il felice conquistatore
poteva ben ridersi di ogni apparenza di dependenza or ch’egli s’ergeva
dominatore di tutta la contrada, del cui territorio aveva data una
terza parte in proprietà ai suoi terribili guerrieri. Egli pose, come
aveva fatto Odoacre, suo seggio in Ravenna: e nel suo animo deliberò di
reggere da Ravenna Roma e l’Italia colla possanza della sua signoria,
simile nella forza e nella pompa esterna a quella di un Imperatore
occidentale, col suo genio emulatore di quello dei grandi Romani.


§ 2.

Contese in Roma per le feste pagane dei Lupercali, e quel che ne sia
derivato. — Scisma sorto in occasione dell’elezione di Simmaco o di
Lorenzo. — Sinodo di Simmaco nell’anno 499.

Nel tempo stesso in cui nel settentrione d’Italia si decidevano le
sorti della penisola, nel tempo medesimo in cui Toscana, Emilia ed
altre province agitate dal flagello della guerra terribile rimanevano
quasi deserte d’abitatori[217], Roma quantunque fosse caduta nello
estremo della miseria, stremata dagli orrori della fame, della peste
e dell’inopia massima, era almeno illesa dagli orrori della guerra.
Inoperoso e incurante della grande pugna che si stava combattendo, il
popolo occupavasi di negozi teologici, di condanne di Manichei e di
altri eretici, attendeva alla celebrazione di sinodi, e si abituava
a trovare compenso dell’estinta vita politica nell’operosità delle
bisogne religiose. In questo tempo accadde che Roma fosse commossa
da una strana contesa eccitata dalle ultime reliquie delle costumanze
della Religione pagana che ancora fossero publicamente tollerate. E fu
la lotta che si agitò tra i Cristiani e papa Gelasio dall’un lato, ed
il senatore Andromaco dall’altro, a cagione delle feste lupercali.

Il Lupercale, ossia santuario di Pane vincitore del lupo, era una
oscura caverna situata appiedi del monte Palatino. Secondo la leggenda,
l’arcade Evandro la aveva consecrata al Nume delle campagne, e la
lupa del mito anticamente aveva colà prestato il nutrimento a Romolo
ed a Remo. I Romani, a magnificare la ricordanza dei fondatori della
Città, avevano eretto ivi un gruppo in bronzo che rappresentava la
lupa in atto di prestare le mamme ai due bambini, e che è forse lo
stesso capolavoro della antichità che oggidì si mira nel palazzo dei
Conservatori posto nel Campidoglio[218]. Delle antichissime feste
lupercali era centro tradizionale quel santuario: si celebravano ogni
anno nel giorno 15 di Febbraio, e vi seguiva nel giorno 18 di quel
mese la _Februatio_, ossia la ceremonia con cui si purificava la
Città dai mali influssi dei rei demonî. In quel giorno i sacerdoti
ed i più nobili giovani di Roma, senza che rossore li rattenesse,
si spogliavano, dinanzi gli occhi del popolo, di loro vestimenta, e
coperti soltanto di perizonî di pelli tolte agli animali offerti in
sacrificio, partivano dal Lupercale, e nudi correvano lungo le vie
della Città, agitando in mano coregge di cuojo colle quali percotevano
lievemente sulla destra mano le donne che incontravano, affine di
prodigare loro la benedizione della fecondità. Il celebre Marco
Antonio stesso era stato veduto anticamente a prender parte fra gli
attori della festa. Tutte le festività antiche (molte erano la cosa
più scipita che dar si potesse) avevano soggiaciuto all’influenza del
Cristianesimo: le feste lupercali invece avevano durato in vigore, e
già abbiamo osservato che si celebravano ancora dopo l’avvenimento
di Antemio al trono; chè era sì grande la venerazione che i Romani
tributavano a questa antichissima costumanza nazionale, che, quantunque
convertiti al Cristianesimo, non aveano voluto smetterne l’osservanza.
Ed ogni anno commuovevano il Vescovo ad orrore del loro contegno con
quelle feste: ed ora che il mutato costume e il sentimento dell’onestà
impediva ai cittadini ragguardevoli di prendervi parte, quella
festività scipita e simile ad un bagordo carnascialesco, era celebrata
da schiavi e dalla plebaglia vile.

Ed ai Vescovi, che avevano fatto prova di sopprimere quell’avanzo
del culto antico, rispondevano questi Cristiani, che la peste e la
sterilità gli avevano colpiti coi loro flagelli, che Roma era stata
devastata dai Barbari e che l’Impero romano era caduto, perchè al
dio Februo non s’era più reso onore di sacrificî. E poichè le loro
opinioni trovavano appoggio fra i Senatori, davano motivo a papa
Gelasio di scrivere un Trattato formale contro le festività lupercali.
Questo scritto, che non può non eccitare grave meraviglia, e che il
Baronio diede alla luce traendolo da un codice che si conserva nella
Biblioteca Vaticana, fu dal Pontefice indiritto ad Andromaco, il quale
era probabilmente presidente del Senato e sarà stato apologista della
festa pagana: e forse al Senato principalmente appartenevano ancor
sempre, alla fine del secolo quinto, aderenti secreti del Paganesimo.
Imperocchè l’aristocrazia di Roma fosse ancora attaccata con tanta
caparbietà alle tradizioni dell’antichità, che si rimproverasse ai
Consoli, in quel tempo ancora, di nutrire polli sacri a fantastica
ricordanza dei tempi scorsi, ed oltre agli auspicî, di osservare altre
costumanze che la Religione pagana aveva anticamente congiunte al loro
officio[219]. Nel suo Trattato papa Gelasio diceva ai Romani con ira,
che non si può nel tempo stesso assidersi al banchetto del Signore e
mangiare alla mensa dei demonî; nè bere all’istessa volta nel calice
di Dio e nella coppa del diavolo: non già l’inosservanza delle feste
lupercali, sclamava, fu causa che Roma nell’estremo cadesse, sibbene
ne furono cagione i vizî, lo spergiuro, la superbia, la crapula e il
culto di magici riti. Ed egli ritorceva contro Andromaco l’accusa,
affermando, che alla durata delle costumanze del Paganesimo era da
imputare la colpa che l’Impero romano fosse caduto, e che il nome
romano si fosse quasi estinto. E a quest’idea il cardinal Baronio con
fervore s’associa[220], e narra che al Pontefice riuscisse d’indurre
il Senato all’abolizione dei Lupercali. Quantunque nessuna notizia
di Storici antichi confermi questo fatto, tuttavia lo accogliamo,
osservando sovra ogni cosa che l’influenza del Senato sulla vita
publica di Roma era ancora ben grande, quantunque anche il Pontefice
attendesse alla censura del costume. Nei tempi posteriori a papa
Gelasio la Chiesa, acconciandosi con prudente accorgimento alle
tradizioni ostinate del Paganesimo, trasformava l’antica festa di
purificazione dei Lupercali nella festività ecclesiastica della
Purificazione della Vergine, nella quale la processione che si fa con
torce accese (_Candelora_) trae alla ricordanza dell’antica costumanza
pagana. E la festa celebravasi nel dì 2 di Febbraio, come celebrasi
anche al dì d’oggi pochi giorni prima che incominci il carnevale[221].
Del resto egli è facile, da quanto narrammo fin qui, dedurre quale
forma vestisse in Roma il Cristianesimo in sulla fine del secolo
quinto.

Pochi anni dipoi, una lotta ben più violenta e pericolosa agitava
la Città. Morto papa Anastasio, succeditore di Gelasio, la maggior
parte del clero romano conveniva nel giorno 22 Novembre del 498
nell’elezione di Simmaco, sardo di nascita. Ma il senatore Festo che
in quello ritornava da Costantinopoli, ove s’era recato ambasciadore
in occasione dell’Enotico (ch’era un Editto dell’anno 482) promulgato
dall’imperatore Zenone, potè subornare a forza di denaro alcuni
chierici ed indurli ad eleggere il romano Lorenzo, il quale, in
gratitudine della sua erezione al soglio pontificale, prometteva
di accettare ciò che l’Editto imponeva. Imperocchè Zenone avesse
dato quell’Editto nella speranza di acchetare le dispute acerrime
agitantisi intorno l’incarnazione e la natura di Cristo: e la credenza
ch’era diffusa in Oriente i Vescovi ortodossi di Roma avevano sempre
riprovata. Simmaco fu consecrato da un partito numeroso in san Pietro
nel giorno stesso in cui l’altro partito meno numeroso ordinava Lorenzo
nella basilica di santa Maria. Così il clero, il popolo, il Senato,
come già ai tempi di Bonifacio, era diviso in due fazioni nemiche. Il
partito di Lorenzo guidato da Festo e da Probino, uomini consolari e
capi del Senato, destreggiava manifestamente per ripristinare in Roma
l’influenza degl’Imperatori greci, laddove il partito men forte dei
Senatori guidato da Fausto, uomo consolare, cercava sostegno nella
dominazione dei Goti.

Affine di porre un termine al dissidio, Teodorico, come anticamente
aveva operato Onorio in un caso simile, citò dinanzi a sè a Ravenna
i capi delle due fazioni. Il Re ariano nella pienezza del suo potere
sentenziò, che colui il quale era stato eletto il primo con maggior
numero di voti dovesse essere riverito quale legittimo Pontefice.
Simmaco salì alla cattedra di san Pietro, e tosto che fu ristabilita
in Roma la quiete, egli celebrò nel san Pietro il primo sinodo romano
addì 1 di Marzo dell’anno 499. Quel Concilio attese principalmente a
dare ordinamenti intorno al modo di elezione del Pontefice: ma esso ha
speciale importanza per la storia ecclesiastica della città di Roma,
perocchè dalle sottoscrizioni dei cherici, preposti ai presbiteri
romani, che leggonsi negli atti del Sinodo, si ricavi notizia delle
basiliche titolari che allora esistevano in Roma[222].


§ 3.

Basiliche titolari della città di Roma, intorno all’anno 499.

Erano le seguenti chiese:

1. TITULUS PRAXIDAE. — Basilica d’origine antica, edificata sul _Clivus
Suburanus_ nelle Esquilie, e dedicata alla sorella di santa Pudenziana.

2. TITULUS VESTINAE. — Questa chiesa oggidì ha nome di san Vitale.
Innalzata nella vallata del Quirinale, per incarico che la pia Vestina
ne aveva lasciato nel suo testamento, Innocenzo I la ebbe dedicata, fra
l’anno 401 ed il 417, a san Vitale ed a Gervasio e a Protasio figli del
Santo.

3. TITULUS SANCTAE CAECILIAE. — Questa bella chiesa situata nel
Transtevere sarebbe stata eretta, secondo la leggenda, nel terzo secolo
dal vescovo Urbano là dove sorgeva la casa della Santa. Nel secolo nono
fu riedificata da papa Pasquale.

4. TITULUS PAMMACHII. — È una basilica dei santi Giovanni e Paolo
situata nel _Clivus Scauri_ sul monte Celio, dietro al Colosseo,
edificata sopra un antico _Vivarium_. Essa compare nel Concilio di
Simmaco per la prima volta appellata dal nome di Pammachio che la
costruiva e che era probabilmente Senatore romano, marito a quella
Paolina che fu sorella di Eustochia, ed al quale Gerolamo scriveva
un’epistola a consolarlo della morte della moglie[223]. Egli diede
sue ricchezze ai poverelli, e, fattosi monaco, fondò questa chiesa,
la quale, ai tempi di Gregorio Magno, ebbe appellazione dai santi
Giovanni e Paolo che furono due fratelli romani e dei quali narra la
leggenda che trovassero morte fra i martori cui condannavali l’apostata
Giuliano.

5. TITULUS SANCTI CLEMENTIS. — È la chiesa d’origine antica che si alza
tra il Colosseo ed il Laterano e che già conosciamo.

6. TITULUS JULII. — È la chiesa odierna di santa Maria in Transtevere
che portava anche il titolo di san Calisto.

7. TITULUS CHRYSOGONI. — Anche questa basilica si alza nel Transtevere
fra le chiese di santa Maria e di santa Cecilia, ed è dedicata ad un
Martire romano del tempo di Diocleziano. Chi la edificasse ignoriamo,
perocchè se ne faccia cenno per la prima volta nel Concilio di Simmaco.

8. TITULUS PUDENTIS. — Era la basilica di santa Pudenziana eretta sul
monte Esquilino, di cui abbiamo già parlato. Fu l’antichissima delle
basiliche titolari di Roma, e fu anche appellata di santo Pastore.

9. TITULUS SANCTAE SABINAE. — Le belle ed ampie dimensioni fanno sì che
questa sia la maggiore delle chiese erette sul monte Aventino. Eretta
nella prima metà del secolo quinto, fu dedicata a Sabina santa romana
che fu martoriata ai tempi di Adriano imperatore. Non sappiamo se fosse
consecrata da Celestino I oppure da Sisto III. La edificò il prete
Pietro d’Illiria, come narra la iscrizione che leggesi nel musaico che
sta sopra la porta maggiore[224].

10. TITULUS EQUITII. — È la chiesa mirabile detta _sancti Martini in
Montibus_ che sorge sulle antiche Carine in vicinanza delle terme di
Trajano. Fu edificata da papa Silvestro sopra un terreno posseduto
da un prete Equizio, e fu detto perciò dapprima _Titulus Silvestri_
coll’addiettivo _ad Orphea_, probabilmente a cagione di qualche
monumento antico onde avrà avuto nome quel luogo. Narra il Libro
Pontificale che fosse riedificata da papa Simmaco nell’anno 500 e
che fosse dedicata a san Silvestro ed a san Martino vescovo di Tours,
ond’è che nel Concilio dell’anno 499 apparisce ancora sotto titolo di
Equizio. Anche oggidì vedonsi alcuni ruderi della chiesa antica là dove
sorge la novella[225].

11. TITULUS DAMASI. — Questa basilica dedicata a san Lorenzo ed
edificata presso il teatro di Pompeo ci è già nota.

12. TITULUS MATTHAEI. — Era una chiesa situata tra santa Maria Maggiore
ed il Laterano, ed aveva nome da un palazzo detto Merulana. Oggidì non
esiste più[226].

13. TITULUS AEMILIANAE oppure SANCTAE AEMILIANAE, come è appellata
questa chiesa nella biografia di papa Leone III. — Non abbiamo
argomento che valga a determinare ove fosse situata.

14. TITULUS EUSEBII. — La piccola chiesa di santo Eusebio s’innalza
in prossimità dei così detti Trofei di Mario sul monte Esquilino. Fu
dedicata ad onore di un prete romano, il quale, al tempo di Costanzio
figlio di Costantino, sofferse il martirio per confessare il simbolo di
fede di Atanasio. S’ignora il nome di chi la edificasse.

15. TITULUS TIGRIDAE o TIGRIDIS. — È la chiesa di santo Sisto situata
in via Appia nello interno della Città, là dove si crede che fosse
l’antica _Piscina publica_. Non si possiede alcun argomento che valga a
determinare il tempo in cui fosse edificata, e l’avvenimento che desse
origine a quel Titolo. Fu dedicata ad onoranza del vescovo Sisto II, il
quale, sotto Decio o sotto Valeriano, fu decollato nella via Appia: suo
arcidiacono fu l’illustre san Lorenzo[227].

16. TITULUS CRESCENTIANAE. — Questa basilica dedicata ad una Santa
ignota, non esiste più. Il Libro Pontificale, alla biografia di
Anastasio I (396-401), parla di una basilica Crescenziana che sorgeva
nella seconda Regione, in via Mamertina situata ov’è la odierna Salita
di Marforio[228].

17. TITULUS NICOMEDIS. — È conservata ricordanza di una chiesa dedicata
a santo Nicomede che esisteva in via Nomentana: ma siccome fra le
basiliche che ora descriviamo non havvene alcuna situata fuor delle
mura di Roma, questo Titolo deve avere appartenuto ad una chiesa
situata in qualche altra parte della Città. Estintosi ben presto,
fu da Gregorio Magno attribuito alla chiesa _sanctae Crucis in
Hierusalem_[229].

18. TITULUS CYRIACI. — Era la chiesa _sancti Cyriaci in Thermis
Diocletiani_, il cui Titolo, quando cadde distrutta, fu da Sisto IV
attribuito alla chiesa dei santi Quirico e Giulitta situata presso
l’odierno Arco dei Pantani. Dalla dizione aggiunta, _in Thermis_, si
pare che l’antica chiesa, la quale era dedicata a san Ciriaco che fu
un Romano morto tra i martori al tempo dell’imperatore Diocleziano,
fosse costruita presso gli edificî che quell’Imperatore aveva eretti
ad uso di bagno. Siccome però nell’anno 466, ai tempi di Sidonio
Apollinare, queste terme erano ancora adoperate quali bagni publici,
così ci è duopo ammettere che quella chiesa fosse stata costruita sopra
una ristretta superficie di terreno tolta alle terme, oppure che fosse
edificata in vicinanza di quelle[230]. E poco lontano era un convento
di monache[231].

19. TITULUS SANCTAE SUSANNAE. — La chiesa di santa Susanna denotavasi
col nome addiettivo _ad duas domos_, ch’erano le case di Gabino
padre della Santa e del vescovo Caio zio di lei. La chiesa era stata
edificata sul monte Quirinale tra le terme di Diocleziano ed i giardini
di Sallustio; ed in quel luogo essa s’erge oggidì ancora, quantunque
mutata nella sua forma: ne faceva già menzione santo Ambrogio nell’anno
370. A santa Susanna i Romani tributavano onoranza come ad illustre
Martire di loro nazione. Narra la leggenda, ch’ella scendesse della
stirpe di Diocleziano: la beltà, la giovinezza, la squisita cultura di
lei avevano acceso d’amore il brutale animo di Massimiano. Ma tutti
quelli che costui aveva spedito a chiedere la mano di lei, erano
stati commossi all’incanto della sua voce, che gli aveva conversi al
Cristianesimo. Un angelo del cielo la aveva difesa da tutte le insidie
che l’Imperatore aveva teso alla sua onestà; e la statua d’oro del
Giove, dinanzi a cui voleva costringerla a sacrificare, fu atterrata
al lieve fiato della bocca della bella Susanna. Diocleziano finalmente
facevala decapitare, e Serena, moglie di lui, la quale secretamente era
adoratrice di Cristo, ne compose la salma in un sarcofago d’argento che
fu deposto nelle catacombe di san Calisto.

In vicinanza della santa Susanna era il _Titulus Gaii_ o _Caii_, che
sorgeva nelle case del vescovo Cajo: egli sembra però che i due Titoli
fossero insieme congiunti[232].

20. TITULUS ROMANI. — Non è facile cosa determinare ove sorgesse questa
chiesa ch’era dedicata ad un Martire romano, e che, a cagione anche del
nome di lui, essere doveva illustre. Credesi che una basilica dedicata
a questo Santo sorgesse fuor di porta Salara, nell’agro Verano, nelle
vicinanze di san Lorenzo[233].

21. TITULUS VIZANTII O BYZANTIS. — Siamo nella stessa ignoranza anche
circa questo Titolo[234].

22. TITULUS ANASTASIAE. — Alla basilica antica ed illustre di santa
Anastasia era aggiunta la dizione _sub Palatio_, perocchè essa fosse
edificata sotto il monte Palatino in direzione del Circo massimo.
Ignoriamo il nome di chi la erigesse. Anche Anastasia è Santa nazionale
dei Romani che aveva grande venerazione nella Città. La leggenda narra
ch’ella fosse figlia di santo Crisogono. Ella seguiva il padre ad
Aquileia; e, dopo ch’egli fu, ai tempi di Diocleziano, decollato, era
cacciata in esilio nell’isola Palmaria, e finalmente moriva in Roma sul
rogo[235].

23. TITULUS SANCTORUM APOSTOLORUM. — Siccome la chiesa odierna dedicata
agli Apostoli fu edificata nelle terme di Costantino, nell’antica
Regione _Via Lata_, soltanto da papa Pelagio I verso l’anno 560, così
egli è dubbio se il Titolo di cui è fatto cenno nel Concilio di Simmaco
sia da cercarsi là dove esiste oggidì la chiesa degli Apostoli oppure
in qualche altro luogo. La narrazione che Costantino edificasse in Roma
una chiesa ad onoranza degli Apostoli, è una fola[236].

24. TITULUS FASCIOLAE. — È una chiesa d’origine antica, situata nella
via Appia presso il santo Sisto. Dedicata oggidì a due santi eunuchi, a
Nereo e ad Achilleo, i quali furono, credesi, discepoli di san Pietro,
richiama col suo nome la ricordanza dell’estinta mitologia antica. Non
ci è dato di conoscere quale sia il significato del nome _Fasciola_ che
era imposto a questo Titolo[237].

25. TITULUS SANCTAE PRISCAE. — Questa chiesa esiste, mutata nella forma
dall’antica, sul monte Aventino. Essa era dedicata a santa Priscilla
ed a santo Aquila sposo di lei. Se si stia alla leggenda, sarebbe
stata edificata nel luogo ove aveva posto stanza san Pietro, e dove
l’Apostolo amministrava il battesimo nella fonte del Fauno. Ignoriamo
in qual tempo sia stata eretta. I due Santi erano israeliti conversi
al Cristianesimo, e, se si stia alla narrazione della leggenda, amici
del Principe degli Apostoli il quale gli aveva accolti nella sua casa
che fu poi tramutata in chiesa. Eglino apparterrebbero perciò alla
schiera dei Santi antichissimi di Roma; nè sarebbero stati martoriati.
Posteriormente, l’antico Titolo di santo Aquila e di santa Priscilla
fu trasformato in quello di santa Prisca, vergine romana che morì fra i
tormenti al tempo di Claudio imperatore.

26. TITULUS SANCTI MARCELLI. — Vuole tradizione che il vescovo Marcello
consecrasse questa chiesa situata in via Lata nelle case di una pia
donna romana di nome Lucina ai tempi di Massenzio, sotto il quale
Imperatore egli stesso morì sotto gli artigli degli animali feroci.
Egli è quello stesso Vescovo, a cui è attribuita la erezione di
venticinque Titoli in Roma.

27. TITULUS LUCINAE. — La chiesa illustre di santo Lorenzo in Lucina
edificata presso l’orologio solare di Augusto ci è già nota. Oltre
di lei troviamo nel Concilio di Simmaco ricordanza del Titolo di
san Lorenzo in Damaso. Una terza chiesa dedicata a santo Lorenzo era
appellata _in Panisperna_ ed anche _ad Formosam_ o _in Formoso_. Oggidì
ancora essa s’alza sul monte Viminale. Sembra che questa chiesa sia
stata edificata nelle terme di Olimpia, ma s’ignora in qual tempo.
Leone X pel primo la eresse a Titolo cardinalizio[238].

28. TITULUS MARCI. — La chiesa dedicata all’evangelista san Marco,
situata in via Lata, al di sotto del Campidoglio e in prossimità del
circo Flaminio, dev’essere stata edificata dal pontefice Marco intorno
l’anno 366. Ne abbiamo già fatto menzione più sopra.


§ 4.

Origine nazionale dei Santi ai quali erano dedicate le chiese titolari.
— Ripartizione territoriale di queste chiese. — Titoli esistenti al
tempo di Gregorio Magno verso l’anno 594. — Che cosa fossero i Titoli.
— I Cardinali. — Le _sette chiese_ di Roma.

Queste erano dunque le ventotto chiese parrocchiali antiche di Roma,
verso la fine del secolo quinto. Egli è prezzo dell’opera, affine
di formarsi un’idea giusta della estensione del culto religioso di
Roma in quel tempo, indugiare alquanto a considerare quali Santi in
quelle chiese ricevessero onoranza. E troviamo che dominava l’amore
di nazione, imperocchè, se si tolgano alcuni Apostoli, tutti quei
Santi fossero uomini e donne nati in Roma, oppure, in alcuni casi,
membri della Chiesa romana che di lei bene avevano meritato morendo
in Roma della morte dei Martiri. Nè un solo Santo greco in Roma aveva
altari. A ciascun Apostolo era dedicata una chiesa parrocchiale: degli
Evangelisti i soli Matteo e Marco avevano avuto l’onore di un tempio.
Dei Pontefici, il primo cui fosse eretta una chiesa fu Clemente, ed
accanto a lui probabilmente ne saranno state erette anche a omaggio
di Silvestro e di Marcello: laddove invece le basiliche di Giulio,
di Calisto e di Cajo ne portavano i Titoli unicamente perchè da loro
erano state edificate. Fra i Preti e i Diaconi, alcuni avevano onoranza
speciale, e sopra tutti Lorenzo, Crisogono, Eusebio, Nicomede. Riguardo
ai Senatori antichi, primeggia il Titolo di Pudente e di quel Pammachio
che fu il primo monaco romano di illustre progenie. Più numerosa era la
schiera dei Martiri dei quali più sopra abbiamo conosciuto i nomi ed ai
quali, senza che appartenessero ad ordine sacerdotale, erano dedicati
Titoli. E grande era il numero delle sante donne di Roma, fra le quali
vanno illustri Agnese, Prassede, Sabina, Cecilia, Susanna, Anastasia,
Prisca: e dai nomi delle pie matrone Lucina e Vestina s’intitolavano
due chiese, quantunque elleno non avessero onore d’altari. Il grande
numero di queste sante femmine ci fa accorti dell’amore che le donne di
Roma nutrivano all’esaltazione della Chiesa: ed erano esse infatti che,
come si ricava da una fugace osservazione di Ammiano, porgevano alle
chiese la maggior copia dei donativi.

Quanto poi alla ripartizione territoriale delle chiese, troviamo
che il maggior numero di parrocchie, cioè quattro, comprendevansi
nel territorio Esquilino ch’era assai esteso e dove aveva stanza
il popolo minuto. Ed erano: santa Prassede, santa Pudenziana, san
Matteo e sant’Eusebio. Sul monte Viminale, là dove esso si congiunge
al Quirinale, erano tre parrocchie: san Ciriaco, santa Susanna e san
Vitale. Sulle Carine era il Titolo di sant’Equizio (e già sappiamo che
ivi esisteva anche il san Pietro in Vincoli). Sul monte Celio erano san
Clemente e san Pammachio. In via Lata: san Marcello e san Marco; al di
sotto del Palatino: santa Anastasia; nel campo di Marte: le due chiese
di san Lorenzo; in via Appia: il _Titulus Tigridae_ ed il _Titulus
Fasciolae_; sul monte Aventino: le due chiese parrocchiali di san
Sabino e di santa Prisca; e finalmente nella Regione del Transtevere
erano le tre chiese parrocchiali di santa Maria conosciuta ancora quale
_Titulus Julii_, di san Crisogono e di santa Cecilia.

Uno Scrittore ecclesiastico dei tempi posteriori volle, come dice egli
stesso, restituire quei ventotto Titoli nell’ordine seguito nella serie
del Sinodo di Simmaco e nel Libro Pontificale[239]. Ma egli ommise di
citare il _Titulus sancti Romani_ ed il _Titulus Byzantis_, ed accolse,
a vece di quelli, il Titolo di Cajo e quello di Eudossia Augusta, ossia
di san Pietro in Vincoli, quantunque di queste chiese, quali Titoli,
non sia fatta menzione nè tra gli Atti del Concilio di Simmaco, nè in
quelli di Gregorio Magno[240]. Nel Sinodo romano, che fu celebrato da
Gregorio nell’anno 594, decimoterzo di regno dell’imperatore Maurizio,
sono sottoscritti i parrochi delle chiese titolari che seguono:

1. San Silvestro, 2. san Vitale, 3. santi Giovanni e Paolo, 4. san
Lorenzo, 5. santa Susanna, 6. san Marcello, 7. santi Giulio e Callisto,
8. san Marco, 9. santo Sisto, 10. santa Balbina, 11. santi Nereo ed
Achilleo, 12. san Damaso, 13. santa Prisca, 14. santa Cecilia, 15. san
Crisogono, 16. santa Prassede, 17. santi Apostoli, 18. santa Sabina,
19. sant’Eusebio, 20. san Pudente, 21. santi Marcellino e Pietro, 22.
san Quiriaco, 23. santi quattro Coronati[241].

Agli Atti del terzo Concilio romano celebrato dallo stesso Pontefice
apposero la loro sottoscrizione soltanto i Parrochi di san Silvestro,
di san Vitale, di san Clemente, di santa Prassede, dei santi Apostoli,
di san Lorenzo, dei santi Giovanni e Paolo, di santa Susanna, di santo
Marcello, dei santi Giulio e Calisto, di san Marco, di santo Sisto, di
santa Balbina, dei santi Nereo ed Achilleo e di san Damaso.

E da questa serie di chiese si pare che ai tempi di Gregorio Magno
non è fatta menzione di cinque delle chiese titolari che ai tempi
di Simmaco pure esistevano, e sono: la basilica _Aemiliana_, la
_Crescentiana_, le chiese di san Nicomede, di san Matteo e di santo
Caio[242]. All’invece troviamo che ai tempi di Gregorio erano stati
eretti i seguenti Titoli novelli: la chiesa di santa Balbina sul
monte Aventino, la chiesa dei santi Marcellino e Pietro, e il _Titulus
sanctorum Quatuor Coronatorum_ sul monte Celio[243].

I Titoli erano chiese privilegiate, edificate ad onoranza di Santi o
di Martiri, che traevano loro nome da coloro ai quali erano dedicate
oppure dai loro fondatori. Sembra che, primo, il vescovo Marcello,
nell’anno 304, ne costituisse venticinque, allo scopo che in esse
trovassero battesimo e asilo di penitenza i novelli convertiti al
Cristianesimo ed affinchè in esse si tributasse culto e venerazione
ai Martiri[244]. Esse corrispondevano alle Diocesi ossia alle
Parrocchie, ed erano veramente chiese parrocchiali di Roma, quantunque
i Cardinali stessi che vi avevano giurisdizione spirituale non possano
considerarsi quali loro parrochi. Differenti dalle dieciotto Diaconie
sorte più tardi, le quali provvedevano al sostentamento delle vedove,
degli orfani e dei poverelli, e distinte dalle molte chiese minori
(_Oratoria, oracula_), le chiese titolari soltanto avevano il diritto
di amministrare i Sacramenti. Ristretto dapprima ad un solo prete, il
numero dei presbiteri o parrochi andò successivamente aumentando, a
due, a tre, a parecchi, senza contare il clero di grado inferiore; ma
il primo prete e tra tutti ragguardevole, era designato col Titolo di
_Cardinalis_ ossia di Prete-cardinale[245].

Secondo l’opinione degli scrittori ecclesiastici, il numero dei
Cardinali preti della Chiesa romana, dopo di Giulio I, nell’anno
336, venne determinato a ventotto, nè per lungo ordine d’anni si
oltrepassò[246]; ma i loro Titoli subirono parecchie trasformazioni.
Il numero di essi, così almeno si dice, doveva essere ripartito
esattamente tra le quattro chiese patriarcali di san Pietro, di san
Paolo, di san Lorenzo fuor delle mura e di santa Maria (Maggiore); ed
in ognuna di queste chiese principali sette Cardinali preti dovevano
celebrare la messa un giorno almeno d’ogni settimana; laddove alla
chiesa madre della Cristianità, al san Giovanni in Laterano venivano
in tempi posteriori aggregati sette Vescovi delle vicinanze di Roma
(_suburbicarii_) quali Cardinali vescovi, ed erano i Vescovi di Ostia,
di Porto, di Silva Candida o di santa Rufina, di Sabina, di Preneste,
di Tusculo (Frascati) e di Albano[247]. Ma dopo il tempo di Onorio II,
dopo l’anno 1125, quegli antichi Titoli decaddero, e si eressero altre
chiese a Titoli novelli in numero di ventuno. Egli sembra tuttavia
che non devasi rigettare l’opinione di coloro che affermano, che fino
dall’antichità, oltre ai Titoli maggiori, alcuni minori alle tombe
dei Martiri si ergessero; e questo fatto può spiegare qual sia la
causa della confusione che domina nella storia degli antichi Titoli
cardinalizî[248].

Distinte da queste chiese parrocchiali, cinque basiliche, ch’erano
entro e fuori della Città, godevano già fin da quel tempo dei primi
onori quali chiese patriarcali; ed erano il san Giovanni in Laterano,
il san Pietro, il san Paolo, il san Lorenzo fuor delle mura e la santa
Maria (Maggiore). Esse non erano costituite a Titolo ossia non avevano
un Cardinale a preposto; ma, senza avere una delimitazione particolare
di diocesi, avevano a primicerio il Pontefice, ed a popolo soggetto la
comunanza di tutti i fedeli. Ad esse nel secolo quarto s’aggiungeva la
basilica di san Sebastiano, la quale, elevandosi in via Appia sopra le
più illustri catacombe di Roma, ne godeva massima venerazione, e più
tardi s’aggiungeva l’altra basilica di santa Croce in Gerusalemme. Sono
queste le così dette «sette chiese di Roma», che durante tutto il medio
evo ebbero venerazione dai pellegrini di tutto Occidente che vi si
recavano a sciogliere loro voti[249].




CAPITOLO SECONDO.


§ 1.

Contegno di Teodorico verso i Romani. — Egli viene a Roma nell’anno
500. — Sua orazione al popolo. — L’abate Fulgenzio. — Rescritti
tramandatici da Cassiodoro.

I torbidi suscitatisi per la successione alla cattedra di san Pietro si
erano già acchetati, e Simmaco era riverito quale pontefice, allorchè
Teodorico veniva per la prima volta a Roma, affine di restituire a
piena quiete la Città dopo tanta agitazione di lotta. Egli veniva,
e già possedeva l’estimazione universale e la simpatia dei Romani,
imperocchè la sua giustizia, la energia del suo animo, la sua
pieghevolezza ad accogliere nel reggimento dello Stato le forme romane
antiche di governo, gli avevano guadagnato l’affetto del popolo.

Il Re dei Goti e dei Romani non volse l’animo a distruggere alcuno
degli ordinamenti esistenti nella così detta Republica romana;
ma anzi volle allettare l’amor di nazione dei Romani col darvi un
riconoscimento pomposo. Egli rese onore al Senato come a corpo politico
del regno, quantunque però nessuna influenza più esercitassero di
fatto gl’illustri Padri nell’amministrazione politica. Il Senato era
una università di cui formavano parte tutti gli alti officiali del
regno; imperocchè quegli che occupasse le cariche somme dello Stato,
avesse perciò tosto seggio in Senato. Nei negozî politici i Senatori
fungevano l’officio di legati presso la corte di Costantinopoli; entro
la Città avevano una certa giurisdizione negli affari criminali,
avevano a sopravvedere a tutte le bisogne che si riferissero alla
utilità publica, e finalmente esercitavano una parte importante
nell’elezione del Papa. Fra le Epistole raccolte da Cassiodoro,
leggonsi diecisette lettere di Teodorico indiritte ai Padri Coscritti
con stile pomposo simile a quello degli Imperatori antichi: in quelle
il Re esprime l’alta estimazione in che tiene la maestà del Senato
e protesta essere suo intendimento di conservarne e di accrescerne
l’onoranza[250]. L’assemblea dei Padri di Roma vi appare come la rovina
più veneranda della Città, che la pietà di coloro che sono appellati
Barbari s’industria di mantenere in vita colla stessa sollecitudine con
cui dà opera alla conservazione del teatro di Pompeo oppure del Circo
massimo. Allorquando il Re voleva innalzare al consolato, al patriziato
o ad altre cariche elevate, alle quali erano aggiunti larghi stipendi,
uomini valenti suoi famigliari, oppure oriundi delle province, egli
raccomandava quei candidati al Senato con somma urbanità, pregandolo
di volere accoglierli quali colleghi nel suo seno. Gli officiali da
lui eletti avevano nome di _Magister Officiorum_ (direttore delle
cancellerie regie), di conte della guardia del palazzo, di prefetto
della Città, di questore, di conte del patrimonio (ossia dei beni
privati della corona), di _Magister Scrinii_ (direttore della
cancelleria di Stato), di _Comes Sacrarum Largitionum_ (ministro del
tesoro). E dai titoli attribuiti a queste dignità e principalmente da
quei due libri che ci tramandò Cassiodoro intorno alle forme usate nel
dare l’investitura di quegli officî, si pare che Teodorico conservasse
tutte le cariche e tutti i titoli, i quali, creati da Costantino, erano
stati mantenuti in vigore dai succeditori di lui, ed anzi cercasse
di rialzarli a lustro maggiore. Reputava Teodorico che la stabilità
della dominazione di sè, straniero in Italia, fosse riposta nell’arte
difficile di mascherare l’impero militare dei Goti sotto i titoli e
sotto le vesti della Republica romana, e nella conservazione delle
leggi antiche di Roma a beneficio dei Romani. Ma la condizione di
quel popolo germanico ch’era condannato ad isolamento in mezzo al
popolo d’Italia ed agl’istituti di Roma, doveva trascinarlo a rovina
inevitabile, imperocchè affine di porre la costituzione dello Stato
sopra salde fondamenta fosse impossibile ogni separazione: e nel tempo
stesso l’inanità di quelle larve politiche, le quali, sorrette collo
sforzo dell’arte, erano simili ai ruderi dei monumenti dell’antichità,
era esiziale anche al popolo di Roma, perchè rendeva impossibile ogni
restaurazione del suo organamento civile e non giovava che alla potenza
sempre crescente della Chiesa, la quale guadagnava del campo via via
che lo Stato decadeva.

Teodorico veniva a Roma nell’anno 500. Il suo ingresso nella Città
era simile al trionfo d’un Imperatore antico: ed ai Romani stessi
sembrava che non uno straniero venisse tra loro, ma che un Trajano od
un Valentiniano rivivesse. Fuor della Città (è incerto se presso il
ponte dell’Anio, oppure appiè di monte Mario) usciva ad incontrarlo
il Senato, il popolo ed il clero guidato dal Pontefice. Il Re, ariano
di religione, entrava nella basilica di san Pietro, ed ivi «con divoto
fervore e simile ad uno che professasse il Cattolicesimo» orava sulla
tomba dell’Apostolo: indi con grande pompa entrava dal ponte di Adriano
in città. A somma letizia erano commossi i Romani allo spettacolo di
cui s’era da gran tempo perduta la ricordanza, di vedere cioè il loro
Principe che entrava nella Curia ad arringarvi. Imperocchè Teodorico
muovesse al novello palazzo del Senato, che era stato edificato
dall’imperatore Domiziano a dritta dell’arco di Severo presso il tempio
di Giano Gemino, ed ivi volgesse discorso al popolo. Il luogo donde
egli pronunciò la sua orazione era conosciuto sotto il nome di _Palma
aurea_ oppure _ad Palmam_, e colà essere doveva una tribuna oppure un
portico in prossimità del palazzo del Senato[251]. Quantunque Teodorico
non possedesse l’eloquenza di Cicerone, tuttavia egli parlò con breve
ma energico discorso: disse che coll’aiuto di Dio egli manterrebbe in
vigore ed in onoranza tutti gli ordinamenti ch’erano stati dati dai
Principi che lo avevano preceduto, e che in fede di questa sua promessa
egli farebbe scolpire in tavole di bronzo le sue parole.

In mezzo alla moltitudine plaudente di Romani degeneri, i quali appiedi
del Campidoglio antico presso le statue dei loro grandi antenati
prestavano orecchio ad un uomo di Gezia che dall’alto dei rostri
pronunciava un’arringa politica, in mezzo a quella moltitudine dove
andavano mescolate le toghe superbe dei cittadini ai capucci di molti
monaci e di molti preti, trovavasi un cherico africano, Fulgenzio, il
quale, fuggendo alle persecuzioni dei Vandali d’Africa, giungeva in
quel momento di Sicilia a Roma. Lo antico Biografo di lui ci narra
che nella Città tutta, e nel Senato congregato, e nel popolo s’era
sparsa altissima gioja per la venuta dell’Imperatore. Lo stesso animo
dell’abate Fulgenzio, quantunque chiuso alle passioni terrene, ne
era stato grandemente commosso: dopo di aver venerato con religioso
fervore i sepolcri dei Martiri, e di aver prestato omaggio ai principi
della Chiesa di Roma, aveva udito il discorso del gran Teodorico.
Come poi (sono parole del Biografo) ebbe veduto i nobili sembianti e
lo splendore altissimo ond’erano adorni i Padri della Curia romana,
quando colle sue orecchie, cui nessun rumore profano aveva mai ferite,
ebbe udite le grida di plauso d’un popolo libero, allora comprese
chiaramente ciò che la pompa di questo mondo avesse di splendido. Il
povero fuggiasco però sollevava tosto i suoi sguardi al cielo lungi
dalla magnificenza della Città, e volgendo ansiosamente il pensiero
alla bellezza degli eterni regni, di repente esclamava a meraviglia
di alcuni cittadini che gli erano vicini: «Quanto bella deve essere
la Gerusalemme celeste se questa Roma terrena di tanto splendore sia
adorna!»[252] E questa ingenua espressione del commovimento d’animo
d’un fraticello, il quale dall’Africa sua sventurata si trovava di
repente balzato in mezzo a Roma festante, deve pur sempre dimostrarci
quale sentimento invincibile di meraviglia altissima Roma ancora a quei
tempi eccitar dovesse nell’animo di chi la mirava.

La collezione pregevolissima dei Rescritti di Teodorico, e dei quali
fu Cassiodoro autore, ci fa conoscere le condizioni in cui Roma in
quel tempo si trovava, e la sollecita cura che il Re prestava alla
preservazione dei monumenti della Città, a reggere la quale egli era
ben più degno che non fossero stati molti Imperatori che lo avevano
preceduto. Quegli Editti, con loro stile ampolloso, sono una mescolanza
di gonfie locuzioni di stile officioso e di vuote leziosaggini
pedantesche: e la ammirazione che in essi si esprime pei monumenti di
Roma, la smania d’introdurvi dissertazioni erudite sull’origine, sullo
scopo e sul modo con cui ognuno di quegli edificî era stato costruito,
quasi a velare l’avvenimento della dominazione straniera che pesava
su Roma, la ricordanza «dell’antichità» che spesse fiate si richiama,
dimostrano che il tempo della barbarie era giunto[253].


§ 2.

Condizione dei monumenti di Roma. — Predoni di statue. — Sollecitudine
di Teodorico alla conservazione dei monumenti. — Cloache. — Acquedotti.
— Teatro di Pompeo. — Palazzo dei Pinci. — Palazzo dei Cesari. — Foro
di Trajano. — Il Campidoglio.

Dopo di avere indagato con animo scevro da errori popolari la storia
dei saccheggi onde Roma fino a questi tempi fu desolata, non deve
prenderci meraviglia, se troviamo che nell’anno 500 s’ergevano
ancora in piedi quegli illustri edificî della Città antica, che alta
ammirazione avevano già destata in Onorio nell’anno 403. Le statue di
marmo e di bronzo erano ancora in copia sì grande ad ornamento delle
piazze publiche, che ne siamo indotti a grave stupore. Ed infatti
Cassiodoro parla di una popolazione numerosissima di statue e di greggi
copiose di cavalli, ossia di statue equestri di bronzo[254], e descrive
con ammirazione quasi infantile la bellezza espressiva e la vita
ond’erano animate quelle figure umane, e l’atteggiamento dei cavalli
di bronzo che sembravano agitarsi di loro natura focosa e di loro
forza[255]. Nè l’odio dei Cristiani, nè le depredazioni di Costantino
il Grande, nè i saccheggi dei Visigoti, dei Vandali e delle soldatesche
di Ricimero, avevano avuto potenza di esaurire l’immenso tesoro di
capolavori dell’arte romana. Se anche il numero delle statue non sia
più stato allora in Roma sì grande da eguagliare quello degli uomini
che vi avevano stanza[256], tuttavia ne esistevano ancora in copia sì
grande, da potersi dir quasi innumerevoli. A guardia dei monumenti,
era costituita una magistratura appellata _Comitiva Romana_ o carica
di conte romano, che stava sotto il governo del prefetto della Città.
Imperocchè Teodorico e il suo ministro trovassero necessario, che
alla conservazione dello splendore artistico di Roma, poichè non vi
provvedeva più in quel tempo degenere il sentimento del bello, desse
opera una coorte di guardia cittadina. Era suo cómpito di scorrere di
notte tempo le vie per impedire i ladronecci di opere artistiche e per
coglierne i predoni, i quali, non più come ai tempi di Verre, davano
caccia ai monumenti allettati al pregio del lavoro, ma bensì al valore
del metallo. E si aveva fidanza che le statue di bronzo tradissero la
mala opera del ladro, risuonando sotto l’istromento con cui cercavasi
di svellerle. «Imperocchè le statue non sieno affatto mute, chiamando
a soccorso la guardia con loro sonito sonoro allorchè sieno percosse
dalla mano del predone»[257].

Teodorico imprese a proteggere il popolo di bronzo e di marmo, che
senza difesa era esposto agl’insulti del volgo: nè soltanto a Roma
ma altresì estendeva la sua cura alle province, come dimostra il suo
Editto promulgato in occasione del ladroneccio di una statua di bronzo
ch’era stato commesso in Como e per il quale prometteva un premio
di cento monete d’oro all’inventore della statua ed al delatore del
colpevole[258]. Ma l’indole dei Romani era sì imbarbarita, che gli
Editti del Re goto non furono potenti a raffrenarne l’avidità. Egli
si duole continuamente dell’oltraggio ch’eglino recavano alla memoria
dei loro avi, distruggendone le sublimi creazioni: ed i Romani erano
immersi in tanta miseria ed in corruttela sì grande, che se non era
dato loro di poter rapire intere le statue di bronzo, le mettevano
in pezzi per rapirne frammenti, e dalle commettiture dei quadri di
marmo dei teatri e delle terme svellevano gli arpioni di metallo. Ed i
tardi nepoti di quei predoni, osservando verso la fine del medio evo
con isdegnosa meraviglia i vacui che ne apparivano nelle rovine, con
ignoranza temeraria ne mossero accusa contro quei Goti medesimi, che
con tanto amore avevano dato opera a conservare lo splendore di loro
Città.

Da più che cento passi dei Rescritti del Re goto si pare l’ardenza
dell’amore suo per Roma, e la onoranza ch’ei tributava alla Città
«verso la quale niuno può nutrire mai nell’animo sensi d’indifferenza,
imperocchè a null’uomo essa sia straniera; essa, madre di eloquenza,
tempio immenso in cui tutte le virtù s’accolgono[259], in cui i
miracoli illustri dell’orbe si comprendono, di maniera che con verità
possa dirsi, tutta Roma essere un miracolo»[260]. A conservare le opere
sontuose dei Romani e ad accrescervi splendore con edificî novelli
degni di aggiungersi agli antichi, Teodorico volgeva il suo animo,
quantunque egli non deliberasse di porre stabile sede nella Città. Egli
eleggeva un architetto della Città[261], il quale, sotto il governo del
_Praefectus Urbis_, doveva dare opera alla preservazione dei monumenti
antichi: e dava comando severo che nella costruzione di novelli edificî
con attento studio si imitasse lo stile dell’antichità e che dagli
antichi esemplari barbaramente non si deviasse. E, ad esempio degli
antichi Imperatori, egli costituì sopra il suo patrimonio privato un
reddito annuo per la restaurazione dei monumenti: per i lavori della
ricostruzione delle mura della Città, statuì che le fabbriche erariali
fornissero 25000 mattoni ad ogni anno, e per sopperire alle spese di
quest’opera vi assegnò le rendite ricavate dalle dogane dei porti di
Lucrinia: e con somma severità invigilò che la moneta destinata fosse
effettivamente spesa secondo lo scopo prescritto. Un offiziale aveva
carico speciale di fare le provvisioni di calce necessarie ai lavori di
muratura; e nel tempo medesimo in cui era punito colui che spezzasse i
marmi dei monumenti per trarne calce per lavori di utilità privata, si
permetteva che nei lavori publici si usasse a tal uopo di quei massi di
marmo, che giacevano infranti ed erano rovine senza pregio[262].

Non minore sollecitudine volse Teodorico alla conservazione delle
cloache di Roma, di quegli antichi canali sotterranei di mirabile
costruzione, i quali «quasi fossero racchiusi entro caverne montane,
scorrono attraverso di stagni smisurati: per essi», sclama il ministro
di Teodorico, «soltanto per essi, o Roma, cui nessun’altra città può
eguagliare, è facile conoscere quale sia la grandezza tua. Imperocchè,
quale città può mai giungere alla tua altezza, se neppure la profondità
dei tuoi sotterranei abbia l’eguale?»[263]

Agli acquedotti giganteschi faceva d’uopo di cure per la loro
conservazione futura, piuttosto che di sterile ammirazione per la
loro grandezza antica. L’età e l’incuria avevano fatto sì che lungo
queste vie murate, per le quali scorrevano le chiare e fresche acque,
germogliassero cespugli e fratte, e qua e colà sopra le arcate
s’alzassero adulte piante di corbezzole, di lauri, di pini, e che
fra i crepacci delle muraglie serpeggiasse l’edera a portarvi rovina
sempre maggiore. Ma i quattordici acquedotti scorrendo lungo la deserta
Campania fornivano ancora di acque le terme e le fontane della Città. E
Cassiodoro colla sua magniloquenza ne dà la descrizione seguente:

«Gli acquedotti di Roma», dic’egli, «c’inducono ad alta ammirazione sì
per la costruzione grandiosa che per la bontà delle acque che scorrono
in essi. Sembra che sieno fiumi che si riversino fra montagne alzate
dall’arte, e saremmo indotti a credere che quei canali di pietra
fossero alvei naturali di fiume, tant’è la validità loro a sostenere
la violenza del corso delle acque dopo il corso di tanti secoli. Le
petraje delle montagne precipitano, gli alvei dei fiumi col tempo si
logorano; eppure queste opere degli antichi stanno inconcusse per poca
cura che vi si presti. Si pensi allo splendore che reca alla città
di Roma la copia delle acque: ed infatti di quale bellezza sarebbero
adorne le terme senza la benedizione delle acque? In grazia degli
acquedotti ci deliziamo delle linfe purissime dell’_Aqua Virgo_,
la cui mondezza le merita bene un tal nome. Imperocchè, laddove gli
altri acquedotti per violenza di pioggia sieno intorbidati da arene
che traggono nel loro corso, sembri che essa colla tersa sua onda
mentisca, facendoci credere a continua serenità di cielo non turbata
mai da nembi. E chi può dare una sufficiente esplicazione del modo con
cui l’_Aqua Claudia_ per mezzo del suo immenso acquedotto sia tratta
alla cima del monte Aventino, in maniera che precipitando dall’alto,
ne irrighi il vertice elevato quasi fosse valle profonda?»[264] E
Cassiodoro ne tragge ardita conclusione che l’acquedotto claudiano
di Roma superi le meraviglie del Nilo d’Egitto. Ancora ai tempi di
Teodorico la sopraintendenza degli acquedotti era affidata ad un
officiale che aveva titolo di _Comes Formarum urbis_, ossia di conte
degli acquedotti della Città, il quale teneva un corpo numeroso
d’ispettori e di guardiani sotto il suo reggimento[265].

Ma or parecchi edifizî cominciavano a crollare, soggiacendo alla
pressione della loro stessa pesantezza. E fra essi è fatta espressa
menzione del teatro di Pompeo, di quell’edifizio illustre e bello
che a cagione della sua grandezza era stato da gran tempo appellato
semplicemente _Theatrum_ oppure _Theatrum Romanum_. Teodorico diè
incarico della restaurazione di quell’edificio al patrizio Simmaco, il
quale era uno dei più illustri Senatori ed aveva eretto nei sobborghi
alcuni edificî novelli splendidissimi che gli avevano meritato la
buona grazia del Re. E ad occasione della rovina di quel teatro,
Cassiodoro sclama: «Qual cosa v’ha mai che tu non valga a distruggere,
o vecchiezza, se tu abbia potuto rendere crollante un edificio sì
saldo!»[266] Egli sembrava, dice egli fra’ sospiri, che fosse stato più
facile che montagne precipitassero, prima che cadesse questo ammasso
di marmi; imperocchè quel colosso fosse di marmi sì carico, che, senza
badare all’opera dell’arte, avesse sembianza di una catena di rocce
naturali. Cassiodoro celebra le arcuate gallerie, che riuscendo le une
nelle altre per mezzo di aperture quasi invisibili, avevano aspetto
di grotte di montagne: egli parla dell’origine del teatro, e prende
argomento a discorrere degli spettacoli drammatici come farebbe un
Archeologo odierno: e dopo di avere nel fervore del suo amore per
l’antichità esclamato, che la costruzione di quel teatro a maggior
ragione che le geste valorose abbiano meritato a Pompeo il nome di
grande, egli, per volere di Teodorico, dà carico al nobile Simmaco di
sostenere con impalcature le vôlte crollanti del teatro, e di operarvi
ogni restauro necessario, ammonendolo che la moneta occorrente ai
lavori gli sarebbe pôrta dal _Cubiculum_ regale.

Poche notizie ci offre Cassiodoro intorno alla condizione in cui si
trovavano al suo tempo altri monumenti di Roma antica: solo di alcuni
pochi ci viene fatto di trovare menzione nei Rescritti, e così una
volta del palazzo dei Pinci, il quale dev’essere stato in preda di
gravi danneggiamenti, perocchè Teodorico comandasse che si traessero
a Ravenna marmi e colonne tolti da esso[267]. Tuttavia vedremo più
tardi che Belisario ivi poneva sua dimora. Nel palazzo dei Cesari,
già saccheggiato dai Vandali, aveva invece posto residenza Teodorico;
ma pure dobbiamo riconoscere che la magione dei Cesari di ampiezza
smisurata, e già da molto tempo deserta in gran parte, cominciasse a
volgere a grave decadimento per effetto della sua stessa grandezza.
Per le spese necessarie alla restaurazione del palazzo ed alla
ricostruzione delle mura, Teodorico tribuiva un annuo reddito di
duecento libbre d’oro che si ricavava dalla imposta di dazio del
vino. In quel tempo ancora il foro di Trajano s’ergeva magnifico
fra tutti i monumenti di Roma, e laddove gli altri edificî poco a
poco andavano decadendo, esso s’alzava ancora nel medio evo nel suo
splendore antico. «Nel foro di Trajano», esclama Cassiodoro, «si mira
il miracolo dell’arte per quanto tempo uomo s’arresti a contemplarlo,
e chi salga all’elevato Campidoglio, vede un’opera che trascende la
potenza del genio umano»[268]. Egli tace però del tempio deserto di
Giove capitolino, il cui tetto avevano distrutto i Vandali per desio di
rapina, e in cui attraverso le travi scoperchiate penetravano i raggi
del sole a illuminarne le squallide mura.


§ 3.

Anfiteatro di Tito. — Spettacoli e mania dei Romani pei giuochi. —
Cacce di belve. — Giuochi e fazioni del circo.

Alta ammirazione destavano in Cassiodoro l’anfiteatro di Tito ed il
Circo massimo e gli porgevano tema fecondo alle sue dissertazioni
erudite. In questi splendidi edificî destinati ai giuochi tanto
cari ai Romani, il popolo continuava a raccogliersi, ancora ai tempi
della dominazione dei Goti, per godervi dello spettacolo della lotta,
delle cacce di belve, delle corse di carri. L’arte drammatica dei
Romani, la quale anche nel tempo splendido di loro vita politica era
stata impotente ad elevarsi alla nobiltà sublime dell’arte greca, in
questo tempo di decadimento non offriva che componimenti triviali
misti di oscenità e di pasquinate scipite. Gl’istrioni o comici,
tra i quali contavansi anche cocchieri del circo[269], allettavano i
gusti brutali del popolo con loro scherzi scurrili. Nell’_Odeum_ di
Domiziano, che conteneva più che diecimila seggi, e, forse ancora, nei
teatri di Balbo, di Marcello e di Pompeo, offrivano pascolo al senso
corrotto dei Romani le note dei cantori e dei suonatori d’organo e lo
spettacolo delle danzatrici: i turpi lazzi della comedia allettavano
le passioni prave del popolo; ed i balli pantomimi accompagnati da
canzoni libertine e da gesti inverecondi rappresentavano argomenti
nei quali erano messe in mostra le turpitudini più sconce. I lamenti
e le accuse che Salviano scaglia contro simiglianti spettacoli che
erano in voga in ogni città, non sono punto esagerate. «Nei teatri»,
dic’egli, «si rappresentano spettacoli sì abbominevoli, che il pudore
non permette di citarne nemmeno il nome: e, tacendone, diciamo soltanto
che l’anima è bruttata dalle attrattive della voluttà, e che l’occhio
dalle turpitudini che vede, l’orecchio dalle oscenità che ode nel tempo
istesso ricevono macchia; nè basta la parola a esprimere l’infamia di
quegli spettacoli, i vergognosi atteggiamenti ed i laidi gesti»[270].
Dobbiamo credere che fossero scene somiglianti a quelle che presentava
il vituperevole giuoco che aveva nome _Majuma_. Lunga lotta avevano
dovuto sostenere i Vescovi di Roma per ottenere l’abolizione delle
feste lupercali meritevoli di riso; eppure la loro influenza, ch’era
ancor grande sul publico costume dei Romani, era impotente a cacciare
in bando questi giuochi abbominevoli, contro i quali, i Padri della
Chiesa, già da trecent’anni, ivano alzando la voce, affermando ch’essi
fossero un trovato del demonio. E Teodorico stesso deplorava che gli
spettacoli mimici fossero decaduti in modo che la eleganza squisita,
onde gli antichi avevano adorni i loro sollazzi, fosse dai depravati
nepoti tramutata in sozzo compiacimento del vizio, e che il sollievo
dell’animo stanco fosse stato trasformato in eccitamento a voluttà
sensuali[271]. Ma il popolo di Roma non poteva vivere senza giuochi;
l’ultima sua passione erano i piaceri; voleva morire col riso sulle
labbra: e in Cassiodoro, fra le forme d’investitura dei magistrati,
ne troviamo anche una destinata al _Tribunus Voluptatum_, che era
ispettore dei sollazzi publici di Roma e che doveva invigilare ai
giuochi, sedere giudice degl’istrioni e vegliare alla polizia del
costume di quella gente[272].

Quantunque Teodorico fosse mosso a sdegno contro le turpitudini di quei
sollazzi, era pur costretto a tollerarli, imperocchè i Romani avrebbero
rinunciato all’ultimo avanzo di loro independenza nazionale piuttosto
che al piacere. In ogni avvenimento di solennità, allo ingredire in
carica del Console e di altri officiali ragguardevoli dello Stato,
tenevansi sempre giuochi publici; ed i pochi Istorici vissuti in
quell’età non ommettono mai di celebrare, quali avvenimenti importanti,
gli spettacoli che Teodorico, nel tempo in cui trovavasi a Roma, dava
al popolo nell’anfiteatro e nel circo. Imperocchè in questo tempo si
faccia menzione di questi due soli recinti che fossero ancora in uso,
laddove invece si taccia affatto del circo Flaminio e di quello di
Massenzio.

L’anfiteatro di Tito in quel tempo sorgeva ancora splendidissimo; ma
l’impoverimento dell’erario regio, il decadimento della ricchezza dei
Grandi e finalmente il sentimento morale che s’era diffuso in quel
tempo per opera del Cristianesimo, impedivano che si rimettessero
in voga i giuochi di Roma antica nella loro grandezza imponenti, ma
per loro cruento spettacolo ributtanti. Le pugne di gladiatori non
insanguinavano più l’arena, chè altrimenti Cassiodoro senza dubbio ne
avrebbe fatto menzione in quel suo Rescritto memorando, in cui parla
diffusamente degli spettacoli che celebravansi nell’anfiteatro[273].
Sennonchè, il desiderio pravo di spettacoli di sangue, che agitava i
Romani, era reso pago alla grata visione di uomini che si vendevano
turpemente per lasciarsi dilaniare le membra innanzi agli occhi del
popolo. Erano costoro i _Venatores_ o cacciatori di belve, che,
succedendo ai lottatori, combattevano nell’arena. Talvolta quei
giuochi di belve erano tenuti con tali apparati di pompa da gareggiare
con quelli dei tempi antichi. Così nell’anno 519, Eutarico, genero
di Teodorico, entrato con grande festa in Roma, vi celebrò la sua
elezione al consolato con ricche largizioni di denaro e con giuochi
dati nell’anfiteatro, pei quali s’erano fatti venire dall’Africa
animali feroci, le cui forme strane, dice Cassiodoro nella sua Cronica,
svegliavano somma meraviglia negli spettatori. E Cassiodoro descrive
le svariate arti dei cacciatori che mostrarono tale prodezza quale da
antichi tempi non s’era veduta: e narra dell’_Arenarius_, il quale
con una picca di legno si slancia contro orsi e contro leoni che
inferociscono entro l’arena, e lo mostra in atto di muovere contro
le belve strisciando sulle ginocchia e sul ventre, oppure librantesi
contro di esse da una macchina rotonda di legno, oppure finalmente
allorchè, chiuso entro una specie di sottile e flessibile corazza
di giunco, si presenta contro di esse simile ad istrice. A quelle
descrizioni Cassiodoro fa seguire alcune parole di lamento umanissimo
sul destino di quegli uomini, parole che in bocca di un ministro
antico dell’Impero romano sarebbero riuscite ridicole e incomprese.
«Se i lottatori dal corpo sparso di olio», dic’egli, «se i suonatori
d’organo oppure le cantatrici, hanno qualche diritto alla liberalità
dei Consoli, a quanto maggior merito non deve pretendervi il cacciatore
che mette a triste giuoco la sua vita per ottenere applauso dagli
spettatori! Egli alimenta il sollazzo popolare col suo sangue e tende a
spassare col suo miserando destino gli spettatori, i quali desiderano
ch’egli non isfugga a morte. È pure orribile quello spettacolo, e
abbominevole quella pugna, in cui egli lotta contro animali feroci,
che colla sua forza indarno egli spera di soggiogare!» E verso la
fine Cassiodoro esclama: «Ahi deplorevole errore degli uomini! se un
lieve lume splendesse di ciò che comandi giustizia, di tanta ricchezza
si userebbe nel rendere migliore la vita degli uomini, piuttosto che
gettarla a comprarne la morte!» Generosi pensamenti, i quali oggidì
ancora, come altra fiata a Cassiodoro, devono occorrere alla mente
di ogni ministro di quegli Imperî che hanno fondamento nella forza
dell’arme[274].

Meno odiosi all’animo mite di Teodorico erano i belli e splendidi
giuochi circensi d’antichissima origine, i quali però davano occasione
a lotte sanguinose che combattevansi con acerbità forsennata tra
le fazioni in cui dividevasi il popolo. Il Circo romano era opera
di parecchi secoli: Trajano, dopo l’incendio avvenuto ai tempi di
Nerone, lo aveva compiuto; Costantino lo aveva reso splendido del
suo ultimo adornamento, di quel grande obelisco egiziano il quale
superava di quaranta palmi l’altezza di quello che Augusto aveva
eretto in vicinanza. Il viaggiatore che mira quei due miracoli d’arte,
ammutisce per lo stupore: ma sorte volle che i due obelischi, i quali
ergevansi un tempo l’uno accosto dell’altro sulla spina del Circo,
sieno stati poi divisi di grande spazio; imperocchè l’uno si elevi
oggidì in piazza del Laterano e l’altro nella piazza del popolo. Viva
sollecitudine commuove l’animo nostro, allorchè udiamo per l’ultima
volta celebrare da Cassiodoro con adorno eloquio e con discorso
allegorico[275] lo splendore e la magnificenza di quel monumento
della grandezza romana. Il popolo stremato di Roma non bastava più
a riempiere tutti gli stalli che in quegli immensi ripiani elittici
salivano al numero di 150,000 od anche di 200,000, di maniera che
gli spettatori avranno avuto agio di sdrajarsi con comodità. Forse
anche parecchi seggi di marmo saranno caduti in rovina, alcune parti
del Portico saranno state malconce, le botteghe e le vôlte esterne al
Circo, nelle quali tenevasi mercato, saranno state già abbandonate,
molte di quelle statue che Settimio Severo vi aveva collocate saranno
state forse rubate dai Vandali, altre, rimaste nelle loro nicchie,
saranno state deformi per mutilazioni. Il tempo già cominciava sua
opera di disfacimento nel Circo; e su questo edificio gigantesco, che
aveva prestato il suo officio per lo spazio di parecchi secoli, in
quel tempo saranno stati impressi nel colore e nell’aspetto esterno
gl’indicî della vecchiezza, a somiglianza del vicino palazzo imperiale
che ne era diviso per mezzo d’una sola via. Tuttavia il Circo era
ancora adoperato nei giuochi: vi s’ingrediva ancora per le sue
dodici porte; esisteva ancora la sua spina adorna dei due obelischi;
ancora s’alzavano le sette piramidi, sulle quali, finita la corsa,
si mettevano le uova; erano ancora l’_Euripus_ o canale che scorreva
tutto intorno dell’arena, e la _Mappa_ ossia bandiera, al cui segnale
i cavallerizzi detti _desultores_ o _equi desultatorii_ si scagliavano
rapidi ad annunciare l’incominciamento delle corse. Cassiodoro parla di
tutto ciò che facesse duopo alla perfezione del Circo ed ai giuochi.
Quella pompa solenne, con cui anticamente muovevasi dal Campidoglio
al Circo traendo processionalmente i simulacri degli Dei e le vittime
destinate al sacrificio, era scomparsa; ed il popolo rendevasi pago a
sollazzi ornati di splendore assai minore. Ma i Consoli continuavano ad
assistere ai giuochi ed a tenerli sotto il loro reggimento, ed infatti
ci sono conservati alcuni distici di un Console nei quali egli celebra
i giuochi da lui diretti[276].

Sembra che alcuna volta venissero di Costantinopoli alcuni dei più
valorosi cocchieri di quell’ippodromo per dare alcune corse nel Circo,
oppure che fuggissero a Roma cacciati dalla rabbia delle fazioni.
Infatti in un Rescritto di Cassiodoro che tratta dei giuochi circensi,
è fatto cenno del cocchiere Tomaso, cui era assegnata una moneta
mensile, imperocchè, dice gravemente il Ministro, egli nell’arte sua
sia facilmente principe, ed abbia abbandonata la patria per ornare
di sè la capitale dello Impero occidentale[277]. Anche in Roma, a
somiglianza di Bisanzio, i giuochi del Circo davano occasione alla
esistenza di partiti che si combattevano acremente, ed erano le fazioni
dei Prasini ossia Verdi e dei Veneti ossia Azzurri. Al segno del colore
distinguevansi le fazioni, quantunque i colori usati nel Circo fossero
in origine quattro, che Cassiodoro afferma avere simboleggiato le
stagioni dell’anno: i Prasini rappresentavano la primavera ridente di
verzura, i Veneti l’inverno dal cielo triste di nubi, i Rossi l’estate
dal sole infocato, i Bianchi l’autunno beato della vendemmia. Dopochè
alcuni Imperatori di Roma s’ebbero degradato a scendere nella arena
guidando un cocchio, ed a prendere parte pei Verdi o per gli Azzurri,
il Circo fu cagione di una costante divisione di partiti. Ed il popolo,
perduta ogni partecipazione alla vita publica, ne cercava un compenso
in quelle fazioni, fra il tumulto delle quali esso trovava occasione
talvolta di porre in aperto le sue idee politiche. Quantunque in
Roma non si combattessero i partiti del Circo con rabbia sì grande
quale agitava le fazioni di Bisanzio, dove, nell’anno 501, in una
mischia avvenuta nell’ippodromo tra Azzurri e Verdi caddero morti
sulla arena più che tremila uomini, tuttavia anche Roma non mancava
di essere funestata da avvenimenti sanguinosi. «Ella è pur cosa che
eccita stupore», esclama Cassiodoro, «vedere il furore e la rabbia
onde sono agitati gli animi per questi giuochi più che per qualunque
altro spettacolo. Vince uno dei Verdi e una parte del popolo ne geme;
ottiene il premio un Azzurro e tosto ne mette lutto la maggior parte
della Città: se nulla guadagnano, crescono nei loro insulti, se nulla
perdono ne sentono profonda umiliazione; e di tal maniera quelle lotte
agitantisi sopra oggetti sì frivoli gli occupano in guisa come ne
dipendesse la salvezza della patria in periglio».

Nell’anno 509 le fazioni vennero a mischia nel Circo: due senatori,
Importuno e Teodorico, partigiani degli Azzurri, passarono tra le file
dei Verdi, e ne nacque grave tumulto in cui un uomo fu ucciso. «In
Bisanzio, il popolo dei Prasini» (così dice con energica espressione
il Rescritto) «mosso dall’impeto proprio alla nazione, avrebbe tosto
appiccato fuoco alla città, e ne avrebbe insanguinate le vie; ma nella
mite Roma invece, appellando ad ajuto la calma della ragione, ricorse
al magistrato». Teodorico ordinò che i due patrizî si presentassero
innanzi al tribunale ordinario, promulgò una legge severa che
prevenisse ogni lesione che i Senatori potessero recare a danno di un
uomo libero e che uomini di ceto inferiore potessero esercitare contro
di un Senatore, e cercò finalmente di guarentire in qualche modo la
sicurezza dei cocchieri che appartenevano al partito men forte[278].
E nel tempo stesso ammonì i Senatori, che con orgoglio aristocratico
s’erano offesi delle beffe del popolo, a non voler dimenticare in quale
luogo eglino si fossero, «imperocchè nel Circo non possano trovarsi
Catoni»[279]. E protestava Teodorico che nel fondo del cuor suo
sprezzava uno spettacolo che, ponendo in bando ogni sentimento grave
dell’animo, eccitava stupide dispute, bruttava il decoro cittadino,
tramutava una costumanza veneranda della antichità in uno spettacolo
grottesco; e affermava che manteneva l’usanza dei giuochi circensi
soltanto perchè non poteva resistere alla tendenza puerile del popolo e
perchè soventi volte la prudenza insegna a farla da pazzi[280].

Di tal maniera quel Re generoso dava opera alla conservazione dei
monumenti di Roma e delle costumanze popolari: di tal guisa erano le
idee che informavano il reggimento di lui, e che, degne dei secoli più
civili e precorrenti il tempo in cui viveva, onorano altamente e di
pari maniera il Re che poneva sua fede nel Ministro, ed il Ministro che
giovava al Principe, colla mente consigliandone l’opera e coll’ingegno
provvedendone all’adempimento.


§ 4.

Provvedimenti di Teodorico per il popolo di Roma. — _Roma Felix._ —
Tolleranza di Teodorico verso la Chiesa cattolica. — Israeliti di Roma.
— Loro sinagoga antichissima. — Il popolo si solleva contro di essi.

Con sollecitudine non minore Teodorico provvide anche alla prosperità
del popolo per quanto il permettevano i redditi esigui. Imperocchè
noi vogliamo guardarci dal concorrere nell’opinione di coloro i
quali con lode esagerata affermano che durante il regno di Teodorico
tornasse assolutamente l’età dell’oro. La Città era sfinita di forze
e le piaghe erano molte. Le largizioni di olio e di grasce furono
ripristinate, e gli officiali publici distribuivano ogni anno alla
plebe affamata della Città 120,000 moggia di grano (eppure erano
insufficienti al bisogno), che raccoglievasi dalle campagne delle
Calabrie e delle Puglie[281]. I poveri (se si creda a Procopio che ne
parla espressamente) ricevevano dagli ospitali di san Pietro un’annua
largizione particolare di 3000 medimni di grano[282]. L’officio di
prefetto dell’annona, che provvedere doveva alle publiche necessità,
era rialzato ad onore; ed almeno il ministro di Teodorico allettava
l’orgoglio di coloro ch’erano deputati a quell’officio, volgendo la
loro ricordanza al grande Pompeo che era stato loro predecessore in
quella carica, e magnificando l’onore che loro competeva di usare
del cocchio del prefetto della Città, e di sedere nel Circo presso al
seggio di lui alla vista del popolo tutto. Ma a quelle formule usate
nelle investiture deesi prestare poca fede, imperocchè Boezio dica: «il
carico di colui che anticamente provvedeva alla necessità del popolo
era altamente riverito; ma oggidì che havvi mai di più disprezzabile
che quest’officio di prefetto dell’annona?» E poco prima aveva
osservato: «Il prefetto della Città era anticamente assai potente,
ma al dì d’oggi quella magistratura non è che nome vuoto ed un carico
pesante del censo senatorio»[283]. Si volgevano grandi cure acciocchè
fossero sempre forniti i granai del monte Aventino ed i mercati di
majali (_forum suarium_) posti nella Regione detta _Via Lata_, e vi
era preposto fin dai tempi antichi un Tribuno. Il pane era di ottima
qualità e di buon peso, ed il prezzo era assai mite, perocchè al tempo
di Teodorico sessanta moggia di frumento costassero un _solidus_ e
con altrettanta moneta si comperassero trenta anfore di vino[284].
«Crescono», dice Ermodio nel suo Panegirico indiritto al Re, «crescono
le ricchezze publiche fra i guadagni delle persone private; e, poichè
la corte regale non è mossa da avidità, le sorgenti di prosperità
si diffondono dappertutto». Quantunque questa lode contenga grandi
esagerazioni, a meno che gli officiali della corte non fossero dotati
della eccellenza degli angeli o che i Goti sieno stati affatto scevri
di avidità di lucro, Roma tuttavia rialzandosi dalle gravi sventure in
cui era caduta rivedeva un’età di floridezza e di quiete. I Senatori
si deliziavano novellamente, come già ai tempi di Augusto e di Tito,
nelle loro ville situate sul golfo di Baja, o sui monti Sabini, o nelle
terre di Lucania, o sulle coste del mare Adriatico[285]: ed il popolo
stremato di numero ma non più angosciato di paura di devastazioni
barbariche, nutrito a spese publiche, sollazzato coi giuochi, protetto
dalle leggi romane, godente di una certa independenza nazionale, poteva
tollerare che l’antica e sventurata Roma ricevesse per l’ultima volta
il titolo di _Felix_[286].

Se questa condizione di pacifica prosperità (nè v’ha scrittore antico
latino o greco, d’animo favorevole oppure ostile, che non l’abbia
celebrata come opera mirabile di Teodorico), se questa pace della Città
fu turbata, non ne fu già causa il governo del Principe illustre, ma
sì il fanatismo ecclesiastico. La Chiesa di Roma, alla stessa guisa
del Circo massimo, era scissa in fazioni. Teodorico, quantunque fosse
ariano di religione, fino agli ultimi tempi del suo reggimento si
mostrò benevolo verso la Chiesa e la tenne in onoranza: e neppure
l’odio dei partiti osò di accusarlo di aver costretto un solo Cattolico
all’apostasia o di aver mosso persecuzione ad un solo Vescovo.
Allorchè entrò in Roma, orò presso la tomba dell’Apostolo «come
avesse professato il Cattolicesimo»: e, fra i Principi di quel tempo
che fecero donativi al san Pietro, troviamo ch’egli vi offerse due
candelabri d’argento del peso di settanta libbre. Essendo state trovate
nella chiesa di santa Martina posta sul foro ed anche sui tetti degli
edificî annessi al san Pietro alcune pietre che recavano l’iscrizione:
«_Regnante Theodorico Domino Nostro. Felix Roma_» si accolse l’opinione
che il Re abbia dato opera alla costruzione del tetto di quelle chiese:
ma ella è un errore, e noi riputiamo a più forte ragione, che quelle
pietre vi sieno state usate in tempi posteriori, tolte a qualche altro
edificio, oppure che quei mattoni sieno usciti da qualche fabbrica di
proprietà publica. Ed infatti la chiesa di santa Martina ai tempi di
Teodorico non era ancora edificata[287]. La tolleranza del Re di vero
precorreva al suo secolo, e nel suo consigliere Cassiodoro si ammirano
idee pressochè eguali a quelle che animerebbero un ministro di tempi
assai più tardi nei quali domini la dottrina dell’umanismo filosofico.
Ed egli provvide a scemare quel disprezzo ereditato dagli avi, che i
Romani, fossero pagani oppure cristiani, nutrivano contro gl’Israeliti;
e nei suoi Editti, benchè non vada immune da qualche pregiudizio, che è
però racchiuso sempre entro confini di moderazione, il Re parla con una
specie di compassione della Religione di Mosè[288].

Gl’Israeliti che avevano posto stanza in Italia fino dai tempi del
gran Pompeo, vi avevano sinagoghe in Genova, in Napoli, in Milano,
in Ravenna, e, anteriormente ad ogni altra città ebbero sinagoga in
Roma. L’avidità di lucro che gli spingeva ad esercitare basse usure,
e che ne acuiva l’ingegno a destrezza nei traffichi, procacciava
loro immense ricchezze ed insieme odio ardente: e l’abborrimento
dei Romani contro questo popolo singolare, il quale sopravviveva
alle ruine di tutti gl’Imperi della terra quasi che fosse fornito
di vitalità indestruttibile, era antico; chè già ne troviamo vestigi
nei poeti e nei prosatori che vissero dopo di Augusto. E Rutilio, in
quell’inno ch’egli poetava partendo di Roma, mosso da idea tutto pagana
(ed è l’ultima volta che comparisce) volgeva amare parole contro di
loro, lamentando che Pompeo avesse soggiogato la Giudea e che Tito
avesse distrutto Gerusalemme, imperocchè da quel tempo in poi si sia
diffusa nel mondo la peste del popolo ebreo, che dopo di essere stato
soggiogato vinse i suoi vincitori[289].

La sinagoga antichissima di Roma era situata nel quartiere
degl’Israeliti ch’era divenuto assai popoloso posteriormente al tempo
di Augusto, nel misero Transtevere, dove gli Israeliti all’età di
Marziale e di Stazio correvano le vie con loro botteghe ambulanti di
zolfanelli e strillando annunciavano la vendita delle loro bagatelle,
come oggidì vanno gridando _stracci ferracci!_ Durante tutto il
Medio Evo dimorarono colà, ed i Transteverini seppero mostrare a chi
scrive questa Cronica, nel piccolo _Vicolo delle palme_, il luogo ove
la sinagoga antichissima dev’essersi alzata. Non è probabile che il
quartiere ove eglino abitavano si stendesse di qui fino alla Regione
Vaticana, quantunque il nome che il ponte di Adriano portava durante
il Medio Evo sembri confermarlo; imperocchè il _Pons Aelius_ nel
secolo decimoterzo sia dai _Mirabilia_ appellato _Pons Judaeorum_.
Noi reputiamo piuttosto che quel ponte ne ricevesse nome perchè gli
Ebrei di Roma solevano uscire col Pentateuco ed attendere ivi il Papa
novellamente eletto affine di rendergli omaggio, allorchè, passando
dal ponte di Adriano, egli si recava in processione solenne a prender
possesso della basilica Lateranense[290]. Nella loro sinagoga, che
fu edificata ad opera di schiavi ebrei resi liberi dopo il tempo di
Pompeo e che avevano nome di libertini, i figli d’Israello, a triste
monumento di loro venerazione antica, avevano voluto restaurare
l’imagine del tempio di Salomone che Tito aveva distrutto: e qui si
radunavano nei giorni di sabbato e nelle loro festività al lume di un
doppiere dalle sette braccia foggiato ad imitazione dell’antico grande
candelabro, nel tempo stesso che questo, insieme agli arredi sacri
d’Israello, era custodito nel tempio della Pace, e verso del quale,
come a reliquia sacra onde erano stati rapiti, volgevano con cordoglio
il loro pensiero. Quel loro oratorio era di trecent’anni più antico del
san Pietro e della basilica Lateranense; e già Romani pagani, al tempo
di Orazio e dell’amico suo Fusco Aristio ed al tempo di Giovenale,
s’introducevano a render paga la loro curiosità della vista dei misteri
della Religione di Mosè, alla stessa guisa che talvolta alle festività
pasquali assistono oggidì ancora alcuni Romani con sorriso ischernevole
sulle labbra. Egli è certo che l’antico tempio giudaico situato nel
Transtevere era più bello assai della sinagoga del Ghetto odierno. Era
un tempio che poggiava sopra colonne, splendido di tappeti preziosi e
di begli ornati d’oreficeria nei quali brillavano fiori di melagrano.
Ma parecchie fiate il popolo di Roma irrompendo nella sinagoga la
aveva devastata, e negli ultimi tempi, sotto Teodosio, la aveva messa
in fiamme, e finalmente Goti e Vandali la avevano nei loro saccheggi
rapita di tutti i suoi arredi preziosi. Sotto la mite dominazione di
Teodorico gli Ebrei ebbero agio di rialzarsi dai mali sofferti, finchè
il fanatismo che di tratto in tratto trascinava i Cristiani ad opere di
violenza fu cagione che nell’anno 521 ricominciassero le persecuzioni
contro di essi. Un giorno il popolo commosso a furore appiccò il fuoco
alla sinagoga; e da una supplica che gli Ebrei presentarono ad Aligero,
ch’era legato di Teodorico in Roma, si pare che alcuni Cristiani che
appartenevano alla famiglia di ricchi Israeliti avessero ucciso i
loro padroni, e che avendo i rei scontata la pena del loro delitto, il
popolo ne togliesse vendetta abbruciando la sinagoga. In occasione di
quel tumulto, Teodorico indirizzò un Rescritto severo al Senato, a cui
imponeva che con ogni sollecitudine desse provvedimenti che valessero a
impedire quegli eccessi[291].


§ 5.

Nuovo scisma nella Chiesa. — Sinodo Palmare. — Fazioni entro la Città.
— Simmaco abbellisce la chiesa di san Pietro. — Edifica la cappella
rotonda di santo Andrea, la basilica di san Martino e la chiesa di san
Pancrazio. — Ormisda è eletto Pontefice nell’anno 514. — Giovanni I
papa. — Teodorico entra in lotta contro la Chiesa cattolica.

Alcuni avvenimenti assai più deplorevoli delle brevi sollevazioni
popolari e delle lotte tra le fazioni dei Verdi e degli Azzurri, ebbero
a turbare Roma per parecchi anni. Abbiamo veduto che Roma era stata già
agitata da un primo scisma avvenuto in occasione della elezione di papa
Simmaco. Dopochè Teodorico ebbe confermata l’elezione di quest’uomo
di energica mente, egli riuscì a restituire la calma e a metter
freno ai partiti durante quei sei mesi nei quali dimorò in Roma. Ma
nell’anno 503 la lotta scoppiò di nuovo e con maggiore acerbezza[292].
Simmaco dopo di aver ottenuto il riconoscimento della validità della
sua elezione, allontanato l’antipapa Lorenzo, gl’indisse a confino
il vescovato di Nocera di cui era stato investito: ma, quattro
anni dopo, sacerdoti e senatori ch’erano alla testa della fazione
favorevole a costui (e fra essi erano Festo e Probino), introdussero
Lorenzo secretamente in Roma, e, dando origine ad un secondo scisma
assai più terribile del primo, accusarono il Papa con un libello e
con rimostranze indiritte a Teodorico, e operarono di guisa che il Re
spediva Pietro vescovo di Altino a Roma quale visitatore. Il Pontefice
premuto da tante difficoltà, si oppose con resistenza al sindacato che
contro la legge canonica voleva operare il legato regale, imperocchè
un anno prima nel suo terzo sinodo egli avesse dichiarata invalida la
legge di Odoacre, il quale per mezzo del suo prefetto Basilio aveva
comandato che l’elezione del Pontefice dovesse essere confermata
dal Re d’Italia[293]. I Vescovi di Roma si giovarono destramente
del fatto che i Re d’Italia di origine germanica, professando la
credenza ariana, erano fuori della Chiesa, per acquistare la propria
independenza dallo Stato: ma ci occorrà in seguito di vedere che ciò
non riuscì loro pienamente neppure nel corso di parecchi secoli, ma
che anzi eglino, ad onta dell’alta onoranza che loro tributava il capo
dello Stato, dovettero continuare a ricevere da lui, quali sudditi
suoi, l’investitura, ed ebbero a tollerare l’intervento suo nei negozî
ecclesiastici generali ed importanti.

Teodorico non poteva immischiarsi di troppo negli affari ecclesiastici,
se non voleva rendere ancora più difficile la condizione sua già di per
sè circondata da gravi difficoltà. Egli comandò che si raccogliesse in
Roma un Concilio, raccomandando ai Vescovi congregati di restituire
la pace alla Città ed alla Cristianità cattolica[294]. Questo Sinodo
composto di centoquindici Vescovi, dal nome del portico del san Pietro
ove tenne le sue prime tornate, fu appellato _Palmare_. I Padri si
raccolsero dipoi nella basilica di Giulio; ma un tumulto scoppiato di
repente li costrinse a partirsene e a scegliere per le loro adunate la
basilica sessoriana di santa Croce in Gerusalemme. Ma il clero, mentre
era in cammino per recarvisi, fu assalito dalla fazione di Lorenzo che
furibonda aveva dato piglio alle armi: parecchi degli aderenti del
Pontefice furono trucidati, ed egli potè a stento sottrarsi a morte
fuggendo sotto una grandine di pietre. Il Concilio però riusciva a
dichiarare Simmaco innocente delle accuse scagliate contro di lui; e
per solennizzare la condanna di Lorenzo, che veniva cacciato in bando,
il Pontefice colla ceremonia consueta fu condotto nuovamente in san
Pietro e vi fu con pompa insediato. Ma non per questo era restituita la
pace, chè la divisione e la lotta non cessarono; e per lo spazio di tre
o quattro anni le vie di Roma furono bruttate giorno e notte del sangue
delle genti uccise. I Senatori che appartenevano ai partiti nemici
combattevano per le strade, e probabilmente gli Storici dimenticarono
di far menzione che i Verdi e gli Azzurri venissero fra loro a zuffa a
cagione di queste miserande discordie. Gli aderenti di Simmaco erano
tagliati a pezzi, parecchi preti e diaconi erano uccisi a colpi di
mazza davanti alle chiese, e persino le monache assalite nei loro
chiostri erano denudate e flagellate con verghe, e nel tempo stesso
alle crudeltà associavansi la depredazione ed il saccheggio[295].
La Città cominciò a riacquistare piena ed intiera quiete nell’anno
514, sotto il consolato del Senatore (con questo titolo d’onore era
designato Aurelio Cassiodoro). Ed infatti l’illustre Ministro scrive
con aperta gioia nella sua Cronica: «Allorquando io fui console (egli
scriveva a Teodorico), dopo che furono congregati insieme il clero ed
il popolo, la Chiesa romana, a gloria della vostra epoca, riebbe la
pace da molti anni lacrimata».

Negl’intervalli di queste aspre lotte e ad onta della discordia
che s’agitava fra lui e l’Imperatore greco Anastasio, nel quale noi
crediamo a ragione di vedere l’anima della fazione di Lorenzo, papa
Simmaco trovò agio di abbellire Roma con alcune opere artistiche. Egli
diede ai Romani il consueto spettacolo delle pire erette innanzi alle
porte del Laterano, sulle quali abbruciavansi volumi di opere scritte
in favore del Manicheismo; ma ancor più lieta egli rese Roma collo
splendore di parecchi monumenti e di chiese edificate. Le agitazioni
ond’era stato commosso il suo Pontificato, i pericoli che avevano
minacciata la sua vita, inspirarono a quel prete d’animo energico,
e che d’altronde non era forse affatto incolpevole, uno zelo ardente
d’operosità; laonde, a dimostrare la gratitudine del suo animo ai Santi
suoi proteggitori, ne abbellì le chiese, di novelle anche edificando.
Il numero degli edificî da lui eretti e la copia dei suoi doni votivi
non sono scarsi.

Sopra d’ogni altra cosa diede provvedimenti ad abbellire la basilica
di san Pietro. Egli fè lastricare l’atrio con lamine di marmo, ed
ornò il _Cantharus_ e le pareti del portico quadrangolare di musaici
che rappresentavano imagini di agnelli, di croci e di palme. Fornì
la piazza publica, che s’apre dinanzi alla basilica, di un pozzo che
servisse alle necessità del popolo: e quello fu il primo e modesto
precursore delle due magnifiche fontane, le quali sorgono oggidì a
rendere vieppiù splendida quella piazza che è bellissima del mondo,
animandone i silenzi col mormorio delle acque, i cui gettiti percossi
dai raggi del sole sfavillano dei colori dell’iride. Papa Simmaco
ampliò le scalee del primo cortile della basilica, e a quello aggiunse
due portici laterali a destra ed a sinistra. Sarebbe cosa importante
conoscere se i primi edificî aggiunti al palazzo Vaticano sieno stati
innalzati da quel Pontefice: si potrebbe crederlo, imperocchè il Libro
Pontificale dica ch’egli costruisse, a destra ed a sinistra delle
gradinate, edificî detti _Episcopia_ ossia case destinate a dimora
del Vescovo[296]. Finalmente egli eresse parecchi oratorî e parecchie
cappelle nel san Pietro: accanto alla cappella del battistero una ne
dedicò alla santa Croce deponendovi una croce d’oro sparsa di gemme,
e due oratorî consecrò a san Giovanni evangelista ed al Battista. In
prossimità del san Pietro fondò una basilica ad onoranza dell’apostolo
Andrea, fratello di san Pietro, al quale i Greci davano nome di
_Protocletos_, che significa primo appellato, e che era tenuto in
tutto il mondo cristiano in somma onoranza, prima ancora che in Roma
sotto il pontificato di papa Simplicio gli fosse eretto un tempio.
Simmaco consecrò dunque in venerazione di lui una seconda chiesa, di
forma rotonda e adorna di un cortile d’ingresso, donde ascendevasi alla
chiesa per una scalea e dentro il quale era il pozzo. Questo tempio era
allora il più grande edificio di Roma dopo il san Pietro, e lo rimase
fino al secolo ottavo in cui Stefano II e Paolo I innalzarono ad onore
di santa Petronilla figlia di san Pietro una cappella rotonda di forma
simigliante, ma più magnifica di gran lunga e da cui quel tempio fu
gettato nell’ombra. La cappella di santo Andrea si ergeva in vicinanza
dell’obelisco. La sua forma rotonda indusse alcuni nell’erronea
opinione che fosse anticamente il _Vestiarium_ di Nerone, ossia
l’edificio ove questo Imperatore tenesse il tesoro e la guardaroba.
In tempi posteriori ricevette da un’imagine della Vergine il nome
di _santa Maria Febrifuga_, e finalmente nel secolo sestodecimo fu
convertita ad uso di sacristia del san Pietro[297].

Verso la fine del secolo sesto dunque intorno alla basilica Vaticana
sorgevano parecchi edificî accessorî, parecchie cappelle, alcuni
mausolei, ed uno o due conventi, imperocchè non conosciamo con
precisione se non che esisteva in quel tempo il chiostro dei santi
Giovanni e Paolo, già eretto da papa Leone I. Simmaco fondava ospitali
per poverelli e per pellegrini in vicinanza del san Pietro, del san
Paolo, ed in prossimità della chiesa di san Lorenzo fuor delle mura.
E nella città di Porto erigeva un Xenodochio, ossia casa di ricovero
per pellegrini, locchè dimostra che la frequenza di viaggiatori che
venivano dalla via di mare era già grande.

Non c’indugiamo a parlare delle ristorazioni del san Paolo alle quali
lo stesso Pontefice diede opera: diciamo soltanto ch’egli edificò due
novelle chiese, una basilica dedicata ad onore di san Martino di Tours,
di cui abbiamo già fatto menzione, situata entro la città in prossimità
delle terme di Trajano, e la chiesa bellissima di san Pancrazio eretta
fuor delle mura, sul Gianicolo presso la Via Aurelia. Benchè mutata
nella forma dall’antica, essa sta oggidì ancora sopra le catacombe di
Callepodio martire romano.

Dopochè Simmaco ebbe innalzato questi edificî, monumenti del suo
pontificato turbato da agitazioni sì grandi, morte il colse addì 19
di Luglio dell’anno 514: e alla cattedra di san Pietro salì senza
contrasto Ormisda, ch’era nativo di Frusino nella Campania. Nessun
torbido funestò il reggimento di questo Pontefice; ed anzi, morto
repentinamente nell’anno 518 l’imperatore Anastasio, gli fu concessa
la gioia di poter comporre col succeditore di quello le discordie
e la lotta che s’agitava a cagione dell’eresia di Acacio vescovo di
Costantinopoli che aveva sposata la causa degli Eutichiani.

Ma sotto il succeditore di lui, Giovanni I (che resse il pontificato
dall’anno 523 al 526), mutarono le relazioni di Teodorico verso la
Chiesa cattolica, chè anzi il buon accordo il quale s’era fin qui
conservato si turbò in modo che si giunse ad una rottura completa.
E fu nell’anno 523, allorquando l’imperatore Giustino con fanatico
intendimento promulgò un Editto contro gli Ariani nel quale comandava
che tutte le loro chiese fossero restituite al culto cattolico. Egli
sembra che questo provvedimento improvviso avesse sua ragione nel
disegno politico di avvincere Teodorico in gravi difficoltà prodotte
dall’antagonismo delle credenze religiose: e forse Giustiniano nipote
al rustico Imperatore, e ch’era eletto succeditore al trono, e già
onnipossente, Giustiniano forse allora meditava la cacciata degli
stranieri Goti dell’Italia, ed intendeva alla restaurazione della
signoria greca in Occidente[298]. Nel Senato e tra il Clero di Roma
si agitava manifestamente un partito devoto ai Greci; e Teodorico
incominciò a sospettare che la Città ricambiasse ai beneficî suoi con
ingratitudine e con fellonia. Il dispetto che eccitò in lui l’Editto
di Giustino, fè che egli dimenticasse i sentimenti dell’umanità e
dell’ampia tolleranza ch’egli aveva usata verso i Cattolici. Nel furore
e nel duolo ond’era commosso l’animo suo, egli protestò ch’egli avrebbe
tratta vendetta delle persecuzioni ond’erano fatti segno in Oriente
gli Ariani, colla rappresaglia dell’interdizione del culto cattolico in
Italia. A dimostrazione della sua collera, o ad esempio della severità
che userebbe, oppure a pena meritata di qualche fatto avvenuto ad opera
del fanatismo di Roma, egli fè atterrare in Verona un oratorio dedicato
a santo Stefano: e nel tempo stesso tolse l’arme a tutti gl’Italiani,
non concedendo loro che l’uso del coltello[299]. Lo sventurato Re fu
costretto a ricorrere ai gretti provvedimenti che suggerisce paura,
e che in tutti i tempi sono inseparabili dall’odiata signoria degli
estrani. Dopo un reggimento di quasi trentatre anni, durante i quali
egli aveva ricolme di beneficî Italia e Roma ch’egli aveva sollevate
dal decadimento, egli di repente trovavasi novellamente balzato in
condizione di straniero in mezzo a stranieri.


§ 6.

Inquisizione e supplizio di Boezio e di Simmaco. — Papa Giovanni ha
il carico di un’ambasceria a Bisanzio: muore in Ravenna. — Teodorico
impone l’elezione di Felice IV. — Il Re muore nell’anno 526. —
Leggende.

Egli è con grave dolore che or dobbiamo tenere discorso della triste
fine di due illustri Senatori romani, di Boezio e di Simmaco, i cui
spettri sanguinosi si erigono innanzi al tribunale della Storia ad
accusare il Re goto e ad oscurarne la splendida gloria. Nè ci basta
l’animo di tentar di mitigare la bruttura di quell’avvenimento, a
discolpa adducendo di quegli argomenti ai quali si dà nome di ragione
di Stato, come ha fatto un celebre Istorico di Napoli[300]. Un uomo
quale Boezio che si presenta tenendo in mano l’aureo libro «della
Consolazione della Filosofia» è un accusatore tremendo troppo; e il
modo in cui ebbe morte riesce ad obbrobrio dell’età sua, fosse pure
stata immersa nella caligine più oscura della barbarie[301].

Ambedue quegli uomini (Boezio fu giustiziato nell’anno 524, Simmaco
nell’anno posteriore) caddero vittime della diffidenza e del rancore,
che Teodorico con ragionevole fondamento nutriva contro il Senato. Nè
eglino erano per fermo incolpevoli innanzi gli occhi del loro Principe,
ma ben di sovente ciò che il tribunale dei Re punisce come delitto, è
dal giudizio dei Popoli celebrato quale virtù. Lieve gloria tribuiremmo
a Boezio senatore, nulla aggiungeremmo alla gloria di Boezio filosofo
ove anche potessimo dimostrare con evidenza storica ch’egli fosse
veramente autore di quella sconsigliata sedizione politica. Anicio
Manlio Torquato Severino Boezio riuniva in sè i nomi delle schiatte più
illustri di Roma. Quantunque non s’elevasse alla potenza del genio, era
fornito d’ingegno sì eletto e di cultura sì estesa, che gli riusciva di
far risplendere su Roma un crepuscolo di filosofia fra la densa tenebra
di quell’età in cui la Diva celeste (che allo sguardo di un Romano si
presentava per l’ultima volta sotto maestoso ammanto di foggia greca)
aveva spiccato suo volo dalla terra, mossa a fastidio delle aride
dispute che s’agitavano a ricercare se fosse eguaglianza di essenza o
somiglianza fra il Padre ed il Figlio, e se fosse avvenuta confusione
delle nature[302]. La lunga dimora che Boezio, dando opera ai suoi
studî, aveva fatta in Atene, in quella città che si elevava allora
tra Roma e Bisanzio splendida della tradizione della filosofia antica,
gl’insegnamenti ricavati dalle opere di Platone e di Aristotele le cui
dottrine avevano temprate a moderanza le sue idee religiose, avevano
elevato il suo animo congiungendolo alla cultura dei tempi antichi,
all’istessa guisa che l’origine di sua famiglia all’antichità annodava
il suo nome. Gli onori ch’egli aveva ottenuto nella vita publica, la
sua elezione a console nell’anno 510, il consolato che avevano tenuto
nel 522 i figli di lui Simmaco e Boezio ancora in giovinetta età, erano
cagione che l’animo suo ardente si riempiesse di dispetto dell’età
sua e si accendesse di fervidissimo desiderio della grandezza antica.
Ed egli stesso fa che la sua consolatrice Diva gli porga lo specchio
delle ricordanze, ed in quello egli gode di contemplare l’imagine
degli onori onde un tempo era stato ricolmo: ei vi mira il solenne
incedere dei Senatori e del popolo che accompagnano i suoi due figli
dal palazzo degli Anicî alla Curia dove eglino sono addotti alla sedia
curule, nel tempo stesso in cui egli volge al Re, com’era costumanza,
discorso di lode, cui interrompono voci di plauso. E lo allieta la
rimembranza del giorno più bello di sua vita in cui egli sedeva nel
Circo in mezzo ai due consoli suoi figli, e distribuiva al popolo i
doni trionfali[303]. Amor di patria vivissimo si accoglieva nel petto
del Senatore come in tutta la parte della nazione che l’invasione dei
Goti reputava obbrobrio di Roma, e che abborriva il giogo straniero.
Ma Boezio filosofo non possedeva energia che valesse a porlo alla
testa dei cittadini di nobili spiriti e a condurre l’impresa del
risorgimento. Non è dubbio ch’egli in cuor suo non avesse ad odio gli
stranieri dominatori, anche s’egli ammirasse la energia e la sapienza
del Re. Egli usa a disprezzo del nome di «Barbaro», là dove narra alla
Filosofia ciò che egli fece in servigio della patria, e dove ricorda
i nomi di quei Romani che egli liberò dalla violenza dei «cani di
Palazzo» e dall’impunita avidità dei «Barbari»[304]. Il suo orgoglio lo
indusse a disconoscere i grandi benefizî di Teodorico il quale nella
sua saggezza levava Roma in onoranza; e lo sprezzo ch’egli nutriva
contro calunniatori codardi lo trasse ad opere sconsigliate.

Allorchè il Re generoso nutrì sospetto che il Senato stesso, il quale
era stato da lui riposto in onore, tenesse colla corte di Bisanzio
accordi secreti per tradirlo, accolse desiderio che il sospetto
divenisse certezza per avere diritto a infliggere punizione. Non
mancarono delatori vituperevoli quali un Opilio, un Gaudenzio, un
Basilio, uomini, che il patrimonio distrutto induceva a bassezza
d’animo. Il Re udiva con amaro compiacimento che il Senato congiurasse,
e per lo meno egli voleva tenere colpevole di alto tradimento tutta
intiera la Curia perchè Albino, uomo consolare che in essa sedeva, era
stato accusato di avere indiritte certe lettere a Giustino imperatore.
Boezio, presidente del Senato, andava, senza che timore lo rattenesse,
a Verona, e quivi nel tempo stesso in cui difendeva dinanzi al Re la
causa di Albino ed in cui sosteneva l’innocenza del Senato, ebbe accusa
egli stesso di avere scritto lettere in cui parlava della «speranza»
che Roma risorgesse a libertà[305]. Nello sdegno ond’era commosso,
parlò con sensi animosi al Re, dicendo: «l’accusa di Cipriano è una
menzogna: se Albino operò quello di cui è accusato, io pure lo feci e
tutto il Senato con lui di animo concorde». Queste parole suonarono
aspramente all’orecchio del Re già inacerbito. Accusato di alto
tradimento, Boezio, la cui religione ortodossa lo rendeva già odioso al
Re ariano, fu cacciato in un carcere di Pavia, dov’egli non deplorava
se non che d’essere lontano della stanza del suo palazzo, ornata
di avorio e di variopinti cristalli dove sedeva fra i libri, cari
maestri dei suoi studî diletti. In quel carcere egli scrisse la sua
apologia, che andò perduta, e l’opera sua illustre «della Consolazione
della Filosofia». L’inquisizione dev’essere stata accompagnata da
tumulto oppure dev’essere stata condotta senza l’osservanza delle
forme legali, imperocchè all’accusato non si concedesse facoltà di
difendersi, ma venisse tosto giudicato dal Re e dall’atterrito Senato e
condannato a barbara morte. Quest’azione despotica impresse una macchia
sanguinosa su Teodorico, cui nulla vale a cancellare[306]. Poco tempo
dopo, il vecchio Simmaco, l’uomo più illustre fra tutti i Senatori,
divideva la sorte del genero suo, e periva per mano del carnefice
nel palazzo di Ravenna non gemendo tanto sul proprio fato quanto
sulla sorte di Boezio. La sentenza di tutti gli scrittori antichi è
concorde nell’affermare che le incolpazioni e le testimonianze che
s’aggravarono contro Boezio fossero false, e che Teodorico coprisse
sè stesso dell’obbrobrio di una violenza infame. Mancano gli atti dei
procedimento, ed intorno a questo argomento non ci è dato di trovare
in Cassiodoro neppure un Rescritto. Ma i sentimenti ond’era animato il
Senato contro di Teodorico si pajono nello scritto di Boezio, il quale
pone in aperto che tra i Senatori del partito romano antico s’agitava
ardente desio di scuotere il giogo della dominazione straniera. Nè la
natura delle cose contraddice alla supposizione che già da quel tempo
si stringessero realmente accordi secreti colla corte di Bisanzio.

Con quei due uomini scomparve per sempre di Roma cristiana la
Filosofia, la quale, giunta a sua ultima sera, aveva per loro fatto
ricordare i tempi di Cicerone e di Seneca. Essa si congedava con gloria
dai Romani, congiunta alla visione di un illustre Senatore, cui il
destino non umiliava certamente condannandolo a morire sacrificato
al fantasima del Senato, al quale era apparso per l’ultima fiata e da
lungi il miraggio della virtù antica di Roma.

Anche il Pontefice romano or doveva essere abbattuto dallo spiro della
collera regale. Giovanni era appellato di Roma a Ravenna, affinchè
in compagnia di alcuni Vescovi e di quattro Senatori, di Teodoro, di
Importunato e di due Agapiti s’imbarcasse per Bisanzio ed ivi chiedesse
all’Imperatore che cessasse dalla persecuzione degli Ariani di Oriente.
Quantunque a malincuore, dovette il Vescovo cattolico sobbarcarsi
alla difficile ambasceria: ma il popolo di Bisanzio e l’imperatore
Giustiniano usciti fuor delle mura, accolsero il primo Pontefice che
ponesse piede entro la capitale del greco Impero, non già quale legato
del Re goto, ma sì quale capo della Cristianità ortodossa, e con
solennità di pompa lo condussero trionfalmente alla chiesa di santa
Sofia dov’egli celebrò la pasqua dell’anno 525. Sembra che quanto allo
scopo della sua legazione egli ottenesse da Giustino alcune concessioni
di mera apparenza e che, quanto agli argomenti essenziali dei quali
dovesse trattare, non ricavasse alcun utile risultamento; imperocchè
altrimenti non sapremmo spiegare il motivo dell’ira con cui il Re
accolse i legati reduci di Grecia. Come eglino furono ritornati a
Ravenna, Teodorico furibondo fè cacciare i Senatori ed il Pontefice in
un carcere. Ed ivi Giovanni I, preso da grave angoscia del suo destino,
moriva addì 18 di Maggio dell’anno 526. La Chiesa con grato animo gli
tributava onoranza come a martire[307].

Dopo la morte di lui, Teodorico, avendo deliberato fermamente di
non concedere più alla Chiesa cattolica la libertà e l’onoranza che
nei tempi anteriori le aveva tributato, volle far valere l’influenza
della regale sua autorità nell’elezione del Pontefice. Per la qual
cosa egli designò al Senato, al clero ed al popolo di Roma, quale
candidato, Felice, figlio di Castorio e sannita di nascita. I Romani
tremarono, obbedirono ed elessero Felice IV che tosto fu consecrato.
Questo atto di potestà regia, che il Libro Pontificale oltrepassa
in silenzio assoluto e contro il quale il cardinale Baronio scaglia
parole di esecrazione chiamandolo opera di violenza iniqua, fu
fecondo di conseguenze gravissime; imperocchè da quel tempo in poi
i succeditori di Teodorico vantassero diritto a confermare con loro
autorità l’elezione di ogni Pontefice, e indi quel diritto stesso,
allo spegnersi della signoria dei Goti, trapassasse agli Imperatori di
Grecia[308].

Ma Teodorico non sopravviveva alla consecrazione del suo candidato
Simmaco: preso da un flusso micidiale di ventre egli moriva dopo
breve malattia in Ravenna, addì 30 di Agosto dell’anno 526. Il Libro
Pontificale afferma che il cielo lo abbia colpito di morte a punizione
di quella ch’egli aveva recato a papa Giovanni: ed un altro Storico
narra ch’egli spirasse in quel dì stesso in cui doveva eseguirsi il
Decreto scritto dall’ebreo Simmaco (ch’era un giureconsulto ai servigi
del Re), il quale comandava che i Cattolici fossero espulsi dalle
loro chiese che dovevano essere date agli Ariani[309]. In Procopio è
registrata una celebre leggenda, la quale narra che mentre un giorno
il Re sedeva a banchetto nel suo palazzo di Ravenna, essendogli
servita in sulla mensa una testa di pesce di grandezza smisurata e
dalle fauci spalancate, lo prendesse alto spavento, sembrandogli che
quella si tramutasse nel capo orribile di Simmaco che di recente era
stato giustiziato: e aggiunge che colto tutt’a un tratto da febbre,
pochi giorni dopo morisse lacerato dai rimorsi della uccisione dei
due illustri Senatori[310]. Egli è certo che dolorosi pensieri ed
acri rimordimenti dovevano rendere tormentosa la morte del grande
e sciagurato Principe: il goto Giornandes ne tace, e ci presenta
soltanto il maestoso quadro e bello del saggio Teodorico che muore.
Allorquando, dic’egli, il Re fu giunto a sua età senile e conobbe
che in breve dovrebbe partirsi del mondo, chiamò innanzi a sè i conti
goti e i principi del suo popolo; ed eleggendo a loro re Atalarico,
fanciullo decenne ch’era nato di Amalasunta figlia sua ed era
orfano di Eutarico, loro comandò, quasi li chiamasse ad udire il suo
testamento, che prestassero onore al Re, che amassero il Senato ed il
popolo di Roma e che conservassero accordo di pace cogli Imperatori di
Grecia[311]. Così scrivono gli Storici, ma i Santi invece narrano che
l’anima di Teodorico, nuda e scalza e colle mani cariche di catene,
fosse trascinata per l’etere dalle ombre irate di papa Giovanni e
del patrizio Simmaco che la scagliavano entro il cratere del vulcano
di Lipari: e dicono che ciò avesse veduto coi suoi propri occhi un
anacoreta che aveva stanza in quell’isola. Ed il grande Gregorio non
ebbe rossore di introdurre nei suoi dialoghi il racconto di quest’atto
di giustizia infernale[312].

Oggidì ancora si conserva in parecchie città ricordanza del Re goto,
dello straniero magnanimo che un dì tenne in sua signoria Roma e
Italia. In Ravenna si mira tuttora la sua tomba di figura rotonda e
dalla cupola formata di una sola pietra di smisurata grandezza: in
Pavia ed in Verona i Lombardi mostrano ancora le merlate mura delle
castella di Teodorico; nella meridionale Terracina le ruine di una
borgata recano il nome di lui, ed un’antica iscrizione che ivi si legge
ricorda ch’egli abbia restituita in buono stato la Via Appia e ch’egli
abbia asciugate le paludi Pontine. E per fermo un Principe goto nei
tempi del decadimento seppe acquistarsi una gloria che Cesare, impedito
da morte, non ebbe potenza di ottenere[313]. Soltanto in Roma, dove gli
erano state erette parecchie statue, non rimase alcun monumento che ci
parli di lui, non musaico, non statua, non parola; ma la ricordanza sua
è congiunta indissolubilmente alla storia della Città. E quei Romani
che dimenticano gl’insulti dei quali i loro antenati nella ferrea età
delle guerre civili del medio evo si resero rei contro i monumenti di
Roma, ben devono ricordare al nome dei Goti, che a colui il quale per
lo spazio di trentasette anni fu benefattore d’Italia li lega debito
di gratitudine per le cure ch’egli prestò ai monumenti di Roma, che
mercè di lui ebbero lunga vita. Il Tedesco ha argomento di orgoglio e
di gioia allorchè volga il suo pensiero ad uno degli eroi più illustri
della sua schiatta (imperocchè i Goti abbiano formato il midollo della
nazione germanica ed abbiano posto il germe della lingua), allorchè
pensi ad uno degli episodî più belli della sua storia patria svoltosi
in quella Città che destino volle avvinta per molti secoli a Germania.
E gli Storici italiani lasciarono agio ai Tedeschi di aggiungere ancora
qualche lode alle virtù del grande Goto[314].




CAPITOLO TERZO.


§ 1.

Reggenza di Amalasunta. — Genio di lei: protezione accordata alla
Scienza. — Mite dominazione di lei. — Il Vescovo romano ottiene
reverenza sempre maggiore.

La prospera condizione dei Romani durò alcuni anni ancora dopo la morte
di Teodorico: e precisamente finchè Amalasunta, figlia di lui, tenne la
tutela del suo giovane figlio Atalarico. Procopio e Cassiodoro hanno
celebrato le peregrine virtù di questa donna d’intendimenti virili,
lodandone l’indole dell’animo, la saggezza della mente, la eccellenza
della cultura[315]. Laddove i Romani s’erano beffati di Teodorico, il
quale, imperito nell’arte della scrittura, segnava le quattro prime
lettere del suo nome scorrendo collo stilo intorno al disegno tracciato
sopra una lamina di metallo, or li commoveva invece a meraviglia
il genio d’una femmina la quale ai Greci volgeva discorso in greca
favella, coi Latini parlava nella lingua del Lazio e cogli eruditi
ragionava dottamente intorno ai filosofi ed ai poeti dell’antichità. E
dovevano pur confessare che i Goti meritavano lode di aver conservata
la civiltà[316].

Sotto il reggimento di Amalasunta coltivavansi nella città di Roma
le scienze con maggiore ardore di quello onde lo erano ai tempi
di Teodorico: i professori di arti liberali, di grammatica (che
onoravasi quale «maestra della lingua che è splendido ornamento
all’umanità»), i maestri di eloquenza e di diritto erano remunerati
con generoso onorario[317]. Roma tornava ad essere sede nobilissima
degli studî e dell’eloquenza, per la qual cosa Cassiodoro poteva dire
a ragione: «Altri paesi sono fecondi di vino, di aromi, di balsami,
ma Roma produce il grato profumo dell’eloquenza, che scende con somma
dolcezza al core»[318]. Ai Romani con saggio intendimento lasciavasi
il godimento dei miti studî di pace, laddove invece i Goti nutrivano
il sentimento orgoglioso della loro potenza virile nelle belliche
arti. Gl’Italiani erano esclusi dall’onore della milizia, poichè
già da tempo lunghissimo avevano perduto l’amore alle armi e avevano
dimenticato il modo di maneggiarle: di Goti era composto il presidio
delle città, all’infuori di Roma; e la loro signoria sull’Italia era
quella di un imperio guerriero che si ergeva isolato e senza appoggio
conservando le leggi e gl’istituti di Roma e mantenendo ancora in
vita i municipî antichi per i Latini. Ma molti anche fra i Goti ivano
prendendo vaghezza dei costumi romani, e l’amore degli studî rendeva
loro desiderate le arti di pace, laddove per converso parecchi Romani,
fosse per adulare ai loro signori stranieri, fosse per desio di novità,
accoglievano fogge di Gezia; e sulle sponde del Po e su quelle del
Tevere in bocca a Romani erano uditi i suoni energici della lingua di
Ulfila[319].

La prima opera del governo di Amalasunta fu di conciliarsi l’animo del
Senato e del popolo di Roma che dal padre di lei erano stati gravemente
offesi. Alcune lettere scritte da Cassiodoro, il quale continuò
nelle sue funzioni di ministro anche sotto il nepote di Teodorico,
annunciavano con forma reverente il mutamento avvenuto nel soglio:
ed il giovine Re, a mezzo di un suo legato, prestava al popolo ed al
Senato solenne giuramento che non sarebbe mai per ledere ai diritti ed
alle leggi di Roma. E per porgere coll’opera dimostrazione della ferma
volontà di pace ond’era mosso l’animo suo, Amalasunta restituì tosto
ai figli di Boezio e di Simmaco il retaggio paterno, del quale erano
stati spogliati. Deplorando gli ultimi fatti crudeli del padre suo,
volle cancellarne la ricordanza col suo reggimento, durante il quale
non tolse la vita e gli averi ad alcun Romano. Come già ai tempi di
Teodorico, l’assemblea dei Padri era reverita quale ornamento sacro
della Città e riceveva dimostrazioni di onoranza: parecchi uomini
illustri dei Goti vi erano ascritti, ed i nepoti degeneri di Mario non
sentivano onta quando lor si diceva, star bene che ai discendenti di
Romolo s’associassero i figli di Marte[320]. E da quelli il partito
goto riceveva fortezza in Senato.

Se gli onori resi alla Curia romana erano di mera apparenza pomposa,
la cosa era affatto differente per i diritti che lo Stato andava via
via concedendo al romano Pontefice. La potenza di questo Vescovo (che
allora era riverito anche in Oriente quale primate della Cristianità)
cresceva più e più. Era un evento fortunato per lui che i Principi
goti continuassero a sedere in Ravenna, e più ancora che, seguaci di
Ario, eglino fossero fuori della Chiesa cattolica. Il Papa, quale capo
della Religione cristiana cattolica, si elevava sopra i Re d’Italia
eretici: e stando tra loro e l’Imperatore d’Oriente di fede ortodossa
(il quale, per la potenza delle sue armi, era onorato dai Re goti con
ossequio tradizionale quale signore supremo[321]) egli era soggetto di
diffidenza ai Re: ma egli ne guadagnava influenza sempre maggiore negli
affari interni della Città, i quali in varia maniera s’intrecciavano
alla vita della Chiesa. Fra i Rescritti del tempo di Atalarico che
leggonsi in Cassiodoro, havvene uno il quale dimostra l’altezza cui
era giunto il Pontefice romano: imperocchè in quello sia dato formale
riconoscimento al suo diritto di giudicare nelle controversie di
diritto civile dei chierici[322]. Chi avesse una lite con un prete di
Roma, doveva anzi tutto assoggettarsi alla sentenza del «beatissimo»
Pontefice, e soltanto nel caso in cui il Papa non volesse udirne,
il negozio poteva essere trattato innanzi al tribunale laicale: e
colui che al responso del Pontefice non obbedisse, era punito con una
multa di dieci libbre d’oro. Sembra essere stato Felice IV quegli che
otteneva un privilegio sì utile all’accrescimento dell’influenza del
Vescovo.


§ 2.

Felice IV edifica nel Foro una chiesa dedicata ai santi Cosma e
Damiano. — Musaici di quella chiesa. — Ragione della venerazione
tributata a que’ due Santi.

La Cronica della Città non può far menzione del breve reggimento di
questo Pontefice (dall’anno 526 al 530) senza che s’indugi a parlare
di una chiesa illustre, che fu la prima la quale si edificasse
ai confini del Foro romano in vicinanza della Via Sacra. Vogliamo
dire della chiesa dedicata ai santi Cosma e Damiano, che furono due
fratelli gemelli nativi dell’Arabia e dotti nelle mediche discipline,
i quali morirono fra i tormenti ai tempi dell’imperatore Diocleziano.
Narra il Libro Pontificale che Felice IV ergesse a loro onoranza
una basilica nella Via Sacra in prossimità del tempio sacrato alla
città di Roma[323]: e poichè a questa chiesa, come è dato di vedere
oggidì ancora, è annesso un edificio antico di forma rotonda, quasi
a vestibolo, per il quale si penetra nella basilica formata ad una
sola navata, così parecchi Archeologi affermano, che questo monumento
rotondo sia quello cui il Libro dei Papi dà nome di tempio sacro alla
città di Roma, oppure che fosse un delubro dedicato agli Dei penati,
o a Romolo, o, con opinione più simile al vero, ai due fratelli
gemelli Romolo e Remo, il quale poi sia stato dal Papa consecrato
similmente a due gemelli, Cosma e Damiano. Questa loro opinione tentano
di convalidare colla testimonianza tratta da alcuni versi del poeta
Prudenzio, ma egli è un errore, avvegnachè quel passo si riferisca
manifestamente al celebre tempio dedicato da Adriano al duplice culto
di Venere e di Roma[324]. Non è possibile di determinare a quale scopo
sia stato eretto quel piccolo edificio antico di figura rotonda la
cui costruzione di muratura non è assai bella: egli è probabile che
fosse una cappella pagana sacra ai fratelli Romolo e Remo, e di cui
Felice si giovasse innalzandovi accanto la sua basilica. Ad ogni modo
noi vediamo verosimilmente in questa basilica la prima chiesa di Roma
la quale adoperasse un antico edificio, che era ancora in condizione
perfetta, a formarsene il vestibolo, nel tempo stesso in cui nella sua
parte posteriore si appoggiava ad un altro edificio antico di grandi
dimensioni[325]. Oggidì pure si eccita in noi curiosità non lieve
allorchè s’investighi la origine, ancora avvolta in qualche oscurità,
di questa chiesa che s’alzava in vicinanza alla Via Sacra, in mezzo
alle ruine del Foro, fra ruderi di cui ignoriamo la storia, e nella
quale due medici d’Arabia, insigni per portenti, hanno posto sede alla
loro operosità spirituale. Le colonne di porfido dell’atrio, vicino al
quale s’innalzavano altre di cipollino, e le antiche porte di bronzo
sono monumenti splendidissimi dell’antichità.

Felice rese adorna questa sua chiesa di musaici, i quali, quantunque
sieno stati sottoposti parecchie fiate a restauro, sono annoverati, in
grazia del loro stile e della loro antichità, fra i più illustri di
Roma; per la qual cosa meritano che se ne dia una breve descrizione.
L’arco di trionfo è ornato di disegni di bello stile antico i quali
rappresentano imagini allegoriche tratte dal libro dell’Apocalisse, che
diede temi fecondi ai concepimenti della pittura. Cristo in figura di
agnello posa sopra uno splendido soglio, innanzi al quale sta aperto il
volume coi sette suggelli. Ai lati sono i sette doppieri, dalle svelte
forme, simili a quelle degli antichi candelabri, quantunque il disegno
non sia il più corretto. Presso ad essi sono due Angeli alati dalla
figura soave, e finalmente ad ognuna delle due estremità dell’arco sono
rappresentati due Evangelisti coi loro simboli. Inferiormente a questi
musaici papa Felice aveva fatto collocare le imagini dei ventiquattro
Seniori in atto di porgere corone al Cristo[326].

In maniera differente sono trattati i disegni che adornano la tribuna.
Le figure che poggiano sopra campo d’oro con dimensioni maggiori
del vero, sono disegnate in parte con istile robusto e con bei
concepimenti, e vi si pare manifestamente la tendenza al misticismo.
La grande figura del Redentore, che si erge nel mezzo, è una delle
più belle tra tutte le imagini del Cristo che si mirino in Roma: egli
sta in atteggiamento energico e con posa da re; la testa adorna di
barba e ricca di chioma che scende in lunghe anella è circondata di
aureola; il suo paludamento del colore dell’oro, con bei panneggiamenti
s’avvolge sul braccio; la mano sinistra tiene il ruotolo di papiri;
la destra s’alza a benedire. Anticamente disegnavasi una mano che,
tenendo un serto d’alloro, si protendeva sul capo del Salvatore ad
esprimere la forza operosa del divin padre, il quale, anche nel tempo
di cui parliamo, rappresentavasi sotto questo simbolo e non ancora
nella figura visibile di uomo antico d’anni[327]. Alla destra ed alla
sinistra del Redentore sono i santi Cosma e Damiano, i quali adducono
alla presenza di lui san Pietro da un lato e dall’altro san Paolo
che s’alzano con dimensioni maggiori ed imponenti. I due Santi, e più
vivamente quello che sta a destra del Cristo, hanno lineamenti senili,
i cui tratti energici e severi danno loro sembianza quasi di maghi con
loro grandi occhi che splendono di uno sguardo fiero: hanno impressi
nel volto segni di terrore reverente della presenza del Cristo, e nel
tempo stesso vi hanno scolpito l’ardore dello amore di religione:
per la qual cosa si può ben mirare in essi un simbolo dell’antica
signoria della Chiesa sull’orbe. La loro posa, mentre s’appressano con
passo incerto, è mirabile per la vita che ne spira; e nell’insieme
bene rappresentano due indomiti campioni della Religione cristiana,
imperocchè non isplendano in loro tratti che esprimano mitezza d’animo.
La robustezza della loro figura è modellata sull’esemplare energico dei
tempi barbarici, ond’è che rassomiglino a maghi o ad uomini di tempi
epici, e che ben s’addicano all’età eroica e sanguinosa di Odoacre,
di Teodorico e del bisantino Belisario. Roma non possiede alcun altro
musaico condotto in istile sì energico secondo la verità storica; e
quest’opera sola d’arte basta a far conoscere l’indole robusta del
secolo sesto.

Presso a quelle due coppie di Santi, vedesi da un lato il canuto
pontefice Felice IV, la cui figura fu quasi per intiero rinnovellata
nei ritocchi, e dall’altro Teodoro il santo guerriero: ambidue tengono
in mano corone. Il Papa avvolto in un paludamento del colore dell’oro
che si stende sopra una tonaca azzurra è adorno di stola e solleva
verso il Redentore il modello della sua chiesa, che è un edificio
fornito di atrio e senza torre[328]. Nessuna di queste figure,
eccetto quella del Cristo, è cinta dell’aureola, locchè dimostra che
in sull’incominciamento del secolo sesto non era ancor costume di
circondare la testa dei Santi dell’emblema della gloria[329].

Due palme s’innalzano dall’un lato e dall’altro dei Santi, e fanno,
con mistico senso, bel contorno al quadro, chinando le loro fronde
sul capo delle figure, nel tempo stesso in cui alla destra del Cristo
posa sopra un ramo il favoloso uccello d’Arabia, la fenice, sulla
cui testa splende una stella: gentile e mirabile emblema della vita
eterna che sempre ringiovanisce, bellissimo tra i simboli che l’arte
cristiana tolse a prestanza dai Pagani; imperocchè la fenice stellata
si miri già sulle monete imperiali coniate al tempo di Costantino[330].
Nella parte inferiore, il contorno è formato dalla dipintura del
fiume Giordano. Più in giù nell’ultimo scompartimento del quadro sono
rappresentati dodici agnelli che simboleggiano gli Apostoli, i quali,
uscendo di Gerusalemme da un lato e di Betelemme dall’altro, traggono
al Salvatore, che, sotto forma di agnello, posa sopra uno splendido
seggio colla testa cinta di aureola. Una iscrizione a grandi caratteri,
e adorna di arabeschi in musaico d’oro, gira tutto intorno del quadro
racchiudendolo quasi a mo’ di cornice[331].

In quella chiesa situata presso la Via Sacra avevano altari due Arabi
del remoto Oriente: ed eglino avevano ottenuta un’onoranza che fino a
quel tempo Roma aveva tributata a Martiri romani oppure a Santi nati
nelle contrade d’Occidente. Conciossiachè il culto dei Santi nella
Città fosse, come abbiamo già veduto, primamente nazionale: tuttavia
ai Martiri romani altri s’aggiungevano delle province dell’Impero
occidentale, finchè l’idea di universalità, che la Chiesa di Roma
sosteneva, operava sì che in seguito nella Città si estendesse il
culto anche a Santi orientali. Soltanto più tardi l’inimicizia e
finalmente la separazione di Roma da Bisanzio valse a rendere minore
la venerazione ai Santi greci. Egli è prezzo dell’opera che si dia un
breve pensiero al motivo che indusse Felice IV a tributare reverenza
ai due Orientali. Può essere che il Pontefice volesse avvincersi più
strettamente la corte di Bisanzio per timore dei Goti: ma anche fuor
di questo è mestieri considerare che i due fratelli gemelli erano
allora famosi per sopranaturali portenti, e che forse Roma sarà stata
desolata da qualche contagio; imperocchè l’iscrizione che leggesi nel
musaico tributi onore ai due Martiri come a «medici nei quali il popolo
ripone speme di salute». Si eleggeva poi di innalzare loro una chiesa
in quel luogo, perchè ivi già in tempi antichi riunivansi medici,
e si affermava che ivi il celebre Galeno dimorasse. Ed ai tempi di
Giustiniano i due fratelli erano venerati quali Esculapii novelli in
Ciro sull’Eufrate ov’erano seppelliti, ed avevano onore di chiese che
loro si dedicavano in Pamfilia ed in Bisanzio. In Oriente tributavasi
culto a molti Santi medici; e Ciro, Giovanni, Pantaleone, Ermolao,
Sansone, Diomede, Fozio ed altri, dopo di avere ridonata la sanità a
vivi ed a morti, dopo di avere prestate cure a uomini e ad animali,
erano, a somiglianza di Empedocle, posti in cielo.


§ 3.

Bonifacio II è eletto Papa nell’anno 530. — Giovanni II. —
Senatoconsulto in argomento di simonia. — Educazione di Atalarico: sua
morte. — Teodato è fatto compartecipe al trono. — Sorte della regina
Amalasunta. — Disegni e mire di Giustiniano. — Il consolato d’Occidente
cessa nell’anno 535.

Papa Felice moriva nell’autunno dell’anno 530, e, dopo breve scisma,
gli succedeva Bonifacio II, figlio di Sigismondo, che, nato in Roma,
era d’origine goto. A impedire le lotte che s’agitavano in occasione
delle elezioni dei Pontefici, o piuttosto per desiderio di togliere
ai Re ogni influenza nelle elezioni, il novello Papa fu indotto ad un
ardito tentativo. Nel primo Sinodo ch’egli congregò in Roma, designò
a suo succeditore Vigilio diacono, e ne eresse un suo chirografo, il
quale, munito della sottoscrizione di alcuni cherici imprevidenti,
fu deposto da lui in san Pietro innanzi alla Confessione. Ma nè
Amalasunta, nè il clero approvarono quest’opera sua ch’era contraria
ai dettami dei Canoni; laonde Bonifacio dovè nel Sinodo seguente
cassare solennemente il suo decreto. Poco dopo, nell’anno 532, gli
succedeva Giovanni II Mercurio, figlio di Projetto, romano del monte
Celio: il suo pontificato è memorabile principalmente per un Editto
che fu emanato affine di dare ordinamento all’elezione dei Papi.
Erasi introdotto il gravissimo abuso, che, alla vacanza della cattedra
di san Pietro, quei cherici che agognavano a vestire il gran manto,
cercassero di ottenerlo con arti simoniache e con turpe corruzione:
eglino tentavano con donativi di ottenere il favore dei più potenti
Senatori e dei maggiorenti della corte; e la moneta necessaria traevano
vendendo patrimonî delle loro chiese e persino arredi sacri degli
altari. A mettere impedimento a quel sozzo costume, il Senato romano,
ai tempi ancora di Felice IV, aveva promulgato un senatoconsulto che
severamente vietava che la dignità pontificia si mercanteggiasse; e
quel Decreto senatorio, che è l’ultimo di cui abbiamo contezza, era
stato confermato, dopo l’avvenimento al soglio di Giovanni II, da re
Atalarico, il quale comandava che lo si incidesse sopra una tavola
di marmo, e che alla vista di tutti nell’atrio del san Pietro si
collocasse[332]. E da quel Decreto si pare quale parte importante il
Senato esercitasse nell’elezione dei Pontefici: e in quei negozî quel
corpo anticamente tanto glorioso e da cui pendeva il reggimento del
mondo, continuava ad operare con un’ultima e meschina sembianza di vita
politica, prima che si spegnesse del tutto.

Lo stesso popolo di Roma era immerso in letargo profondo. Lontano dallo
sguardo del Principe, continuava a ricevere alimento dalle province,
ma più scarsamente di un tempo; per la qual cosa parecchie fiate
lo scoteva dal suo torpore il rincarimento delle vettovaglie, e lo
eccitava a tumulti, i quali erano causa a sospetto che allignassero in
esso sentimenti di ribellione. Sembra che tali ne fossero le condizioni
durante il reggimento di Atalarico; e già papa Giovanni deplorava che
Romani per semplice sospetto fossero sostenuti a lungo in carcere[333].
Ma in breve tempo la Città da uno stato di felicità tranquilla sì
ma scevra di gloria, ch’essa godeva sotto la signoria dei Goti, era
balzata fra gli orrori più terribili della guerra; ed un avvenimento
fecondo di gravi torbidi doveva colpirla per cacciarla in una tenebra
lunga e profonda. Ma per narrarne, fa duopo descrivere con breve
discorso le sorti della casa di Teodorico alle quali anche i destini di
Roma erano annodati.

La stirpe di Teodorico soggiacque all’abborrimento onde la tempra
nazionale dei Goti era animata contro la civiltà dell’antichità,
malgrado degli sforzi per indurre ad una conciliazione pacifica tra i
due elementi avversi, che Amalasunta aveva presa a suo cómpito. Ella
educava il giovane figliuol suo Atalarico nelle arti liberali dei
Romani: per la qual cosa eccitava contro di sè lo sprezzo dei rozzi
guerrieri goti che odiavano, non forse a torto, la civiltà romana quale
nemica dell’energia virile e della loro propria schiatta dominatrice.
Non v’ha forse problema che abbia sciolto la Storia intorno alla
educazione dell’uomo, importante al pari di quello che ebbe occasione
dall’educazione di Atalarico fanciullo straniero; e pochi avvenimenti
furono come quello fecondi di gravi risultamenti. I Goti strapparonlo
alle mani vilissime, com’eglino dicevano, dei pedagoghi, ed affidaronlo
alla istruzione della libera ed energica natura. Non volevano già a re
un uomo dotto nelle grammatiche, ma un eroe simile ai suoi antenati
scesi dalla gloriosa razza degli Amalî. Cedette la madre con dolore;
e vide con grave cordoglio il giovinetto, dall’indole ardente sortita
dal clima meridionale sotto il quale era nato, gettarsi in piena
balia dei piaceri che traevanlo a fine precoce. Ma i maggiorenti
goti sprezzavano i miseri Romani, ed odiavano il reggimento di una
femmina la quale s’opponeva ai loro disegni: e già avevano deliberato
di infrangere il suo giogo, per la qual cosa Amalasunta dotata di
energia virile era costretta a chiedere secretamente alla corte di
Bisanzio che le si concedesse ricovero, ove necessità la spingesse
a fuga. Ma intanto la uccisione di tre fra i più pericolosi Goti,
avvenuta per comandamento di lei, ispirava novello coraggio al suo
animo, laonde ella continuava a tenere con salda mano l’imperio dal suo
palazzo di Ravenna. La saggezza di lei già divinava che il regno dei
Goti sarebbe inevitabilmente crollato, e che il popolo guerriero del
settentrione non avrebbe mai posto ferme radici in Italia. Allorchè
ella conobbe che il figliuol suo intristiva ogni dì più, si volse
di nuovo all’imperatore Giustiniano, trattando, se si voglia prestar
fede a Procopio, della cessione d’Italia, oppure, ed è più probabile,
affinchè le venisse in caso di bisogno dato ricetto nell’Impero greco.
Atalarico moriva in Ravenna nell’anno 534, diciottesimo dell’età sua ed
ottavo di suo regno, lasciando il trono di Teodorico senza succeditori.
In quelle difficoltà non cadeva d’animo l’accorta donna, ma sceglieva
a compagno nel governo il cugino suo, dandogli titolo di Re, ma a sè
serbando il potere. Teodato, figlio di Amalafrida sorella di Teodorico,
era acerrimo nemico di Amalasunta; ma questa accoglieva speranza di
formarsene di tal guisa un amico, in maniera da render sicuri a sè
stessa trono e vita, e da acchetare i Goti malcontenti.

L’influenza d’Italia, da cui già parecchi Goti erano resi domi,
aveva operato potentemente sull’animo di quest’uomo. Egli rifuggiva
dalle arti di guerra, era irresoluto e avaro, ma, cultore delle buone
lettere, nello studio di Platone era profondamente versato. Abbandonata
la corte per la quiete dolcissima della villa, ei viveva nei suoi
ricchi possedimenti di Toscana; e là sotto le ombre amene dei toschi
oliveti ei sarebbe stato degno d’invidia, ove non lo avesse travagliato
insaziata smania di ricchezza sempre maggiore. Tutta Toscana malediceva
alla sua avidità; ed Amalasunta aveva già dovuto costringere il cugino
a restituire beni usurpati, onde egli ne mantenne sempre rancore contro
di lei. Or veniva egli a Ravenna e cingeva la corona che poi doveva sì
vilmente bruttare[334]. E appena ne era in possedimento, egli faceva
sazia sua vendetta contro quella donna che lo aveva elevato al potere
e la dava in balia ai nemici di lei. Esigliatala in un’isola solitaria
del lago di Bolsena, Teodato la costringeva di qui a scrivere lettere
all’imperatore Giustiniano amico di lei, nelle quali ella protestava
di essere contenta alla propria sorte: e nel tempo medesimo spacciava
alla corte di Bisanzio due Senatori, Liberio ed Opilio, affinchè
placassero la collera dell’Imperatore. Ma prima che i due redissero in
patria, la figlia sventurata di Teodorico era morta. Alcuni congiunti
di quei tre principali Goti che ella aveva nei tempi antecedenti fatto
uccidere, indotti da desio di torne vendetta, entrarono un giorno nella
carcere di lei, e, non senza saputa di Teodato, la trucidarono[335].
Ciò avveniva nell’anno 535: e nel tempo stesso Belisario distruggeva
il regno dei Vandali in Africa e traeva in trionfo a Costantinopoli
Gelimero loro re, laonde era adesso agevole cosa muovere alla conquista
d’Italia cui da lungo tempo si agognava.

Alla notizia dell’assassinio di Amalasunta, Giustiniano fingeva di
commuoversi a nobile sdegno, ma nell’intimo animo gioiva dell’accordo
propizio di parecchi avvenimenti che gli aprivano la via alla signoria
d’Italia. Intanto che il suo legato Pietro trattava con Teodato della
cessione del Lilibeo di Sicilia, che un tempo aveva appartenuto ai
Vandali, e di altri negozî, Giustiniano affidava al suo generale
Mundo il governo supremo di Dalmazia, donde egli doveva muovere
contro i Goti, ed a Belisario dava la capitananza della flotta perchè
conquistasse Sicilia. Quest’isola cadde in potere dei Greci alla fine
dell’anno 535, in cui il solo Belisario tenne il consolato. E quello
è anno memorando anche per Roma, imperocchè da quel momento fino alla
estinzione suprema del consolato di uomini privati, avvenuta nell’anno
541, non si faccia più menzione nei fasti della Città di alcun Console
d’Occidente. L’ultimo Console di Roma, nell’anno 534, fu Decio Teodoro
Paolino il giovane, figlio di Venanzio, della stirpe dei Decii, il
quale ebbe per tal modo l’onore di essere l’estremo nella lunga serie
dei Consoli romani. Dopo di Costantino era stato costume che uno dei
due Consoli annui fosse eletto per l’antica Roma, e l’altro per la
novella ossia per Costantinopoli. E finchè i Re goti tennero Roma sotto
la loro dominazione, eglino elessero il Console d’Occidente, il quale
sembra che poi venisse dall’Imperatore confermato. Posteriormente al
534 fu in Oriente un solo Console, fino all’anno 541, in cui, dopo
il consolato di Flavio Basilio il giovane, Giustiniano abolì quella
magistratura, perchè, narra Procopio, l’Imperatore non volle più
fornire la moneta necessaria alle consuete largizioni. Imperocchè,
allorquando il Console ingrediva nella sua carica, si spendessero più
che duemila libbre d’oro in largizioni ai poverelli ed in giuochi, e di
questa somma di denaro la massima parte pagasse il tesoro imperiale. Di
tal maniera estinguevasi quell’illustre istituto; e poichè l’imperatore
Giustino nell’anno 566 assunse di bel nuovo il titolo di Console, da
quel tempo in poi caddero sempre insieme l’incominciamento del regno
degl’Imperatori e la designazione del consolato[336].


§ 4.

Negoziati di Teodato con Giustiniano. — Lettere del Senato a
Giustiniano. — Agitazioni in Roma. — I Romani rifiutano di accogliere
soldatesca gota entro la Città. — Papa Agapito va ambasciatore a
Bisanzio. — Morte di lui. — Rottura delle trattative di pace.

Appena all’atterrito Teodato giungeva notizia che Sicilia era caduta
sotto la signoria greca, cadeva di animo e ne smarriva la mente per
paura. Egli accoglieva tosto le condizioni vergognose che Pietro
gl’indiceva a nome dell’Imperatore: e per quelle doveva rinunciare
a Sicilia, pagare un annuo tributo di 300 libbre d’oro, e, ove gli
fosse chiesto, fornire un esercito ausiliario di 3000 Goti. Oltracciò
il Re d’Italia prometteva di non eleggere senatori nè patrizî, e di
non punire nella vita o colla confisca chierici e senatori senza
l’assenso dell’Imperatore: acconsentiva che nei giuochi del Circo
dovesse acclamarsi prima al nome di Giustiniano, indi a quello di
Teodato; e che se a lui una statua si alzasse, a destra di quella una
ad onore di Giustiniano si dovesse erigere. Il Bisantino, conchiuso il
trattato, partiva; ma corrieri spacciatigli dietro di gran furia, lo
raggiungevano in Albano[337], e facevano ch’egli ritornasse al Re. «Se
mai l’Imperatore», chiedeva questi angosciato, «se mai l’Imperatore
ricusasse pace, che ne avverrebbe?» «Preclarissimo signore»,
rispondevagli l’astuto avvocato, «ei ti converrà muovere guerra». E gli
dimostrava che ad un discepolo di Platone non era lecito di spargere
il sangue del suo popolo, ma che all’Imperatore nulla divietava di far
valere i suoi dritti su Italia[338]. Teodato, preso da paura maggiore,
scendeva ad una novella proposta ancor più vigliacca, protestando di
starsi contento ad una pensione annua di 1200 libbre d’oro, per la
quale egli prometteva di cedere i suoi diritti al trono dei Goti e
dei Romani. Il terrore gli toglieva il senno, in maniera che chiedeva
scioccamente da Pietro giuramento ch’egli non avrebbe proposta la
seconda convenzione all’Imperatore, se non se nel caso in cui questi
avesse rifiutata la prima.

Insieme con Pietro partiva alla volta di Bisanzio anche Rustico, prete
romano, quale ambasciatore di Teodato: e il Senato nel tempo medesimo,
oppure poco tempo prima, spediva lettere a Giustiniano pregandolo di
pace. In quell’epistola compilata da Cassiodoro[339], che è altamente
preziosa come una delle ultime opere del Senato romano, i Padri
con forma oratoria fanno che l’eterna Città parli con linguaggio di
cordoglio: «Ove le preghiere nostre non valgano a commuoverti», eglino
dicono, «or porgi orecchio alla patria nostra che si raccomanda con
questo pietoso discorso: Se mai ti calga dell’affetto ond’io ti fui
cara un giorno, deh! ama, o piissimo tra i Principi, i miei difensori.
Quelli che mi tengono in loro signoria devono vivere teco in buona
pace, affinchè non operino verso di me in maniera che dia cruccio al
tuo animo. Or tu non puoi esser causa di crudele fine a mia vita, cui
tu sempre facesti lieta di beni. Vedi! sotto l’usbergo della tua pace
si raddoppiò il numero dei miei figli, ed io brillo nello splendore
dei miei cittadini. Se tu soffra che mi colga malanno, meriti forse
nome di pio? E che ti rimane a fare di più per me, se fiorente è la mia
Religione ch’è pure la tua? Il mio Senato continua a crescere in onore
ed in ricchezza, per la qual cosa tu non dèi disperdere con discordia
ciò che anzi dovresti coll’arme proteggere. Parecchi Principi io ebbi,
ma nessuno fu mai nella scienza come questi preclaro[340]; molti uomini
saggi, ma niuno che fosse più erudito e più pio. Io amo quest’uomo
sceso della stirpe Amalia; io lo nutrii al mio seno. Egli è valoroso,
educato alla mia civiltà, ai Romani diletto per la prudenza dell’animo,
dai Barbari per virtù chiara venerato. Deh! unisci i tuoi desiderî ai
suoi, il tuo consiglio al suo, affinchè, crescendo la mia felicità,
la tua gloria istessa ne cresca. No, non iscendere in cerca di me, chè
forse non mi troveresti più. E poichè nondimeno son tua nell’amore, non
voler deh! che alcuno faccia oltraggio a mie membra misere. Se Libia
ottenne che tu le ridonassi libertà, oh ben sarebbe crudele il tuo
animo, se io perdessi ciò che sempre possedetti. Illustre trionfatore,
non lasciarti muovere da ira: la voce universale che ti supplica è più
potente che il sentimento di collera onde il tuo cuore è tocco per
qualche atto d’ingratitudine che forse hai ricevuto. Di tal maniera
ti parla Roma, e ti volge preghiere per bocca dei tuoi Senatori. Che
se nulla di lei pietà ti muove, parli al cuor tuo il santo spirito dei
beati apostoli Pietro e Paolo. Imperocchè qual cosa potrai tu negar mai
ai meriti di loro che spesso protessero Roma dai suoi nemici?»

Da parecchi passi di questa epistola, i cui sensi sono meritevoli di
sprezzo, si pare che il Senato (al quale in unione al popolo romano il
Re, dopo la morte di Atalarico, aveva prestato giuramento di conservare
la costituzione dello Stato) operasse per minacce ch’erangli state
fatte: nè è priva di fondamento la notizia offertaci da uno scrittore
di quel tempo che il Re avesse minacciato i Senatori romani di mandarli
a morte insieme alle mogli ed ai figli, se eglino non avessero dato
opera colla loro influenza affinchè l’Imperatore non movesse alla
conquista d’Italia[341]. E dalle lettere che leggonsi in Cassiodoro è
posto in aperto che, all’avvenimento al trono di Teodato, il Senato
ed il popolo di Roma fossero commossi a grave agitazione. Leggendo
quegli scritti si vede che i Goti erano separati dai Romani per un
abisso profondo e incolmabile, il quale, velato fino a quel momento
dall’arte politica di Teodorico e di Amalasunta, or d’un tratto si
spalancava innanzi gli occhi di tutti, tremendamente. Non ci è dato
di conoscere i maneggi secreti di Giustiniano coi Romani: Roma era in
preda ad angoscia febbrile; e gli animi, scossi dal presentimento di
qualche grave avvenimento che si reputava inevitabile, erano presi da
terrore simile a quello onde già ai tempi di Onorio erano stati colti
i loro avi al nome di Alarico. Dicevasi che il Re volesse sterminare
il Senato, imperocchè egli lo avesse citato a comparire dinanzi a sè
in Ravenna[342]. Si formavano crocchi di gente nelle vie; si narrava
con terrore che Teodato avesse in animo di distruggere la Città e di
trucidarne gli abitatori e che già un esercito goto movesse contro di
Roma. Ed invero Teodato aveva comandato che un presidio goto ponesse
quartiere entro la Città, senza dubbio affine di padroneggiarla in caso
di sollevazione, e di difenderla da un assalto improvviso che i Greci
movessero dal lato di mare. Ma i Romani, per mezzo di Vescovi spediti
con ambasceria, protestarono vivamente, e ne lo dimostrano i Rescritti
indiritti da Teodato al Senato ed al popolo: laonde dobbiamo trarre
a conseguenza che Teodorico avesse posto a fondamento di costituzione
che nella Città non sarebbe mai posta a presidio soldatesca straniera
o gota. Ed ora il popolo romano, preso da panico terrore, sollevavasi
rifiutando che i soldati goti entrassero nella Città a porvi stanza;
per la qual cosa Teodato dava opera a restituirle pace, scrivendo
lettere ai Romani per dissipare «le ombre di terrore» e per acchetare
«i pazzi tumulti». E diceva loro: «Contro i nemici vostri, non già
contro i vostri difensori dovete opporre resistenza con saldo petto:
l’esercito ausiliario dovevate invitare, piuttosto che respingere. Vi è
dunque così straniera la faccia dei Goti che ne siate atterriti?[343]
Perchè tremate di coloro che fino ad ora congiunti chiamaste? Eglino,
che per correre a voi abbandonavano le loro famiglie, erano mossi
soltanto da sollecitudine per la sicurezza vostra. E qual fama si
spargerebbe del Principe, se noi (tolgalo Iddio!) alla vostra ruina
avessimo congiurato? Non vogliate deh supporre cosa che noi non abbiamo
mai accolta nella nostra mente».

Nel tempo medesimo Teodato indirizzava al Senato lettere di
conciliazione. E ne aveva già resa cheta la paura allorchè aveva
comandato che alcuni Senatori soltanto andassero a Ravenna, non già
per aiutarlo dei loro consigli, ma piuttosto, ed eglino ben lo dovevano
supporre, per servirgli di ostaggio[344]. Nella sua epistola ei diceva
che i Goti non erano animati da altro desiderio fuor di quello di
difendere Roma, città che non aveva sua pari nell’orbe; e affermava che
alla difesa di lei nessun male andrebbe congiunto, perocchè l’esercito
di presidio avrebbe provveduto da sè al suo provvigionamento: ma
finalmente egli acconsentiva che quello ponesse sue tende fuori della
Città in alcune posizioni della Campania[345].

Queste dissensioni tra i Goti e la città di Roma agitavansi nel
tempo stesso in cui il Re trattava di pace con Giustiniano ed in cui
Belisario già scioglieva le vele partendo di Sicilia. E più tardi Roma
doveva ricevere presidio, e già vedremo ch’esso vi poneva stanza sotto
il comando supremo di Vitige.

Anche il Pontefice era costretto ad andare ambasciatore a Bisanzio per
farsi mediatore di pace[346]. Era egli Agapito, di nazione romana,
che, per volere di Teodato eletto a succeditore di Giovanni, era
asceso, addì 3 di Giugno dell’anno 525, alla cattedra di san Pietro.
Con dolore egli obbedì al comando del Re, e partendo in fretta di
Roma, nè possedendo la moneta necessaria alle spese del viaggio, diè
a pegno gli arredi preziosi del san Pietro agli officiali del regio
tesoro per averne alcuna somma di denaro[347]. Il Libro Pontificale con
ingenuo racconto dice che a Costantinopoli egli cominciasse anzi tutto
a tenere dispute con Giustiniano intorno a controversie religiose: e
sembra ch’egli si comportasse nella sua ambasceria in maniera ostile ai
Goti. Morte il coglieva in Bisanzio nel dì 22 di Aprile dell’anno 536,
e lo preservava così dalla fine di Giovanni I della quale egli doveva
paventare.

Frattanto Giustiniano accoglieva i legati Pietro e Rustico. Dopo di
avere rifiutate con sorriso di sprezzo le pattuizioni della prima
convenzione, accettava la seconda per la quale il vile Goto cedeva
con obbrobrio l’Italia e deponeva la corona. L’Imperatore spacciava in
fretta Pietro ed Atanasio a Teodato con lettere nelle quali accoglieva
l’offerto trattato[348]. Ma alto stupore prendeva i due legati
allorchè, giunti a Ravenna con precipitoso viaggio, videro che il Re li
riceveva con parole di scherno. Una piccola vittoria ottenuta dalle sue
soldatesche in Dalmazia aveva di repente mutato i propositi e la fede
del disonesto Principe cui già sembrava di afferrare la corona della
prodezza: per la qual cosa, cacciati in carcere i legati, volle guerra.
Nè dovette attendere lunga pezza.


§ 5.

Belisario viene in Italia. — Prende Napoli. — I Goti acclamano Vitige
a re. — Fine di Teodato. — I Goti si ritirano in Ravenna. — Belisario
entra in Roma addì 9 di Dicembre dell’anno 536.

Nell’estate dell’anno 536 Belisario scioglieva le vele partendo di
Sicilia per muovere alla conquista d’Italia. Il tradimento del goto
Ebrimuto, genero di Teodato, gli apriva con prospero successo, che
superava la sua aspettazione, le porte di Reggio, fortezza importante
situata al di qua dello stretto di Messina: ed il vincitore dei Vandali
vedeva con gioia che i popoli e le città d’Italia meridionale gli
spedivano ambasciadori plaudenti alla sua impresa, e la agevolavano
con offerte di provvigioni. Il suo esercito procedeva lunghesso la
costa, e di pari tempo lo seguiva la flotta: ma tutt’a un tratto la
sua mossa era arrestata dalla coraggiosa difesa opposta da Napoli.
La antica città diletta di Virgilio non era allora assai ampia[349],
ma fortemente munita del pari che la prossima Cuma, era animata da
fiorenti commerci che vi facevano i suoi abitatori greci ed i molti
Ebrei che vi avevano stanza. Questi ultimi erano ostili all’imperatore
Giustiniano che perseguitava i loro correligionarî, laddove invece
la tolleranza dei Goti li rendeva loro amici, per la qual cosa
combattevano a difesa delle mura non meno prodi che i soldati goti
medesimi. L’assedio durava da venti giorni allorchè riusciva finalmente
a Belisario di impadronirsi di Napoli penetrandovi per un acquedotto:
la città fu saccheggiata, e gli abitanti, a punizione crudele di loro
resistenza, furono messi a fil di spada. Possessore di quel fortissimo
baluardo eretto sul mare, Belisario prendeva tosto dopo anche il
castello di Cuma, e posto presidio nelle due fortezze affine di avere
saldo fondamento alle sue opere di guerra nell’Italia meridionale
moveva rapidamente per la Campania e per il Lazio a cacciare di Roma i
Goti.

Nella Città, o poco discosto, era Teodato stesso. Le soldatesche
gote non avevano posto campo entro le mura, ma nel territorio
circostante[350]: una parte di esse probabilmente alzava le tende
presso il porto del Tevere, un’altra a capo dei due ponti dell’Anio,
altri stuoli scaglionavansi lungo la Via Appia. Nè il pigro Teodato
aveva saputo raccogliere altro esercito; e la soldatesca riunita
intorno a Roma era scarsa di numero, avvegnachè le più forti schiere
dei Goti fossero nelle Gallie e nelle Venezie attendendo a guerreggiare
contro i Franchi. I prodi raccolti intorno a Roma si struggevano di
rabbia di loro quiete inoperosa, e vedendo che il loro Re debole e
imbelle tosto o tardi sarebbe sceso a vile pattuizione di pace con
Belisario, un bel giorno partirono del loro campo movendo per la
Via Appia. Questa celebre «regina delle lunghe vie»[351] da più che
nove secoli era stata percorsa dalle moltitudini dei popoli; eppure
il movimento continuo onde giorno e notte era calpestata non era mai
stato potente a recare danneggiamento alla interezza ed alla saldezza
di commettitura delle grandi lamine poligonali di basalto, delle quali
era formato il suo lastrico; ed eccitava ancora la meraviglia dello
storico Procopio il quale, nell’anno 536, la vide, la misurò e la
descrisse[352]. Quella Via partendo di porta Capena, dinanzi alla quale
essa si distaccava dalla Via Latina, saliva con suo corso diritto i bei
poggi di Alba, e scorrendo tra i monti Volsci ed il mare, attraversando
simile ad alto argine le paludi Pontine e Decemnoviche, entrava al
di sotto di Terracina nella Campania beata, e finiva a Capua[353].
Dall’un lato e dall’altro della strada, sepolcri senza numero, antichi
e belli, ombreggiati da cipressi o adorni dei fiori del melogranato, si
elevavano tristi compagni al viandante che di tratto in tratto posava
ad alcune stazioni ove trovava ristoro e riposo del cammino[354].

Lungo questa Via or movevano i Goti fino a Regeta ove ponevano campo.
Ed eleggevano di piantare le tende in quel luogo situato nelle paludi
Pontine tra la stazione di _Forum Appii_ e la città di Terracina,
perchè ivi pingui paschi erano offerti ai loro corsieri dalle ampie
pianure irrigate dal Decemnovio. Così Procopio appella un fiume che
gettavasi in mare presso a Terracina, dicendo che traeva nome dal suo
corso di diecinove miglia. Ed era quel canale Decemnovio che scorreva
a diritta della Via Appia, sul quale i viaggiatori, ai tempi dello
Impero, solevano imbarcarsi presso _Forum Appii_ affine di percorrere
alcune miglia entro a navicelli, imperocchè la via che scorreva in
mezzo a paludi rimanesse per lunghi anni inaccessibile, fino al momento
in cui, sotto il regno di Teodorico, le paludi Decemnoviche erano
rasciugate[355]. Nel campo di Regeta i guerrieri goti si raccolsero
a consiglio, e nella pienezza del potere che compete ad una nazione
offesa da grave oltraggio e cui alto pericolo minaccia, elessero un
prode soldato a succeditore di Teodato ch’eglino proclamarono privo
di onore e decaduto dalla corona. Nella regione erma e selvaggia delle
paludi Pontine, sotto l’aperto cielo, di prospetto al capo di Circe che
dalle onde del mare sorge simile ad azzurra isoletta, quei guerrieri
che ricadevano nelle tristi condizioni di genti nomadi senza patria,
elevarono sullo scudo Vitige, e collo squillo delle trombe e con grida
di plauso lo salutarono re dei Goti e dei Romani. Eglino onoravano in
lui il prode che già ai tempi di Teodorico s’era coperto di gloria
nelle guerre contro i Gepidi, e che non aveva mai cambiato la spada
dell’eroe collo stilo del pedante.

Dopo che il novello Re ebbe arringato ai suoi guerrieri e dopo che
ebbe determinato insieme coi principali capitani il disegno secondo il
quale conveniva tosto operare, l’esercito goto ricalcando le proprie
orme tornava per la Via Appia a Roma. Al suo avvicinarsi fuggiva per
la Via Flaminia, colto da alto spavento, Teodato che nel suo palagio
di Roma aveva ricevuto la notizia della ribellione dei suoi guerrieri.
Ma il goto Ottari, nemico suo personale, correvagli dietro, e, prima
che lo sventurato potesse ricoverare a Ravenna, sitibondo di vendetta
raggiungevalo per via, e cacciatolo a terra, e tenendolo supino, e
premendogli il petto col ginocchio, come vittima, lo scannava[356].

Rientrato Vitige coi suoi in Roma, promulgava un bando al popolo dei
Goti: annunciava loro il suo avvenimento al trono e, facendo appello
al loro animo marziale, diceva che non le voci di cortigiani adulatori
ma lo squillo delle trombe lui aveva salutato re[357]. Egli congregava
i guerrieri goti intorno a sè in Roma e loro diceva: la condizione
delle cose imporre necessità di abbandonare la Città e di ritirarsi
tosto a Ravenna: di là voler egli por fine alla guerra che s’agitava
contro i Franchi per riunire intorno a sè la soldatesca sparsa e per
opporre poi salda resistenza al greco Belisario: non dovere eglino
offendersi al pensiero che nel frattempo Roma cadesse in mano al
Bisantino, avvegnachè, o i Romani coll’ajuto di un presidio goto si
difenderebbero da valorosi, fedeli ai loro signori, oppure romperebbero
fede, ed allora sarebbe meglio conoscerli nemici aperti, piuttosto che
averli nemici celati. Plaudivano i Goti; e Vitige, adunato il Senato,
rammentava ad esso, al popolo romano ed al Pontefice i beneficî che
la Città aveva ricevuti dal generoso Teodorico; esortava affinchè
si mantenesse fede al reggimento goto; e voleva che la loro antica
promessa di sudditanza si rinnovellasse con un giuramento solenne.
Indi, lasciati quattromila dei suoi più prodi guerrieri a presidio
di Roma, e datone il comando ai vecchio e valente Leuderi, moveva
a Ravenna per la Via Flaminia col rimanente del suo esercito, seco
traendo parecchi Senatori quali ostaggi.

Nelle stanze del palazzo regale, Matasunta, figlia ad Amalasunta,
viveva immersa in duolo profondo della distruzione di sua nobile
famiglia. Vitige costringeva la giovane principessa, repugnante,
a sposarlo: avvegnachè da quel connubio, che trasfondeva in lui il
diritto di successione al trono della stirpe degli Amalî, egli sperasse
di ottenere riconoscimento del suo potere da tutta la nazione gota e
di rendere più propenso a conciliazione l’imperatore Giustiniano, a cui
egli spediva tosto suoi legati[358]. Per concludere pace coi Re franchi
egli era costretto, nelle estreme difficoltà da cui era circondato, di
cedere a quei Principi avidi di potenza le belle province della Gallia
meridionale, e ne riceveva in cambio promesse di pace eterna e di
soccorsi. Di tal maniera riusciva fatto a Vitige di raccogliere le sue
soldatesche intorno a sè.

Nel tempo stesso in cui il novello Re dava in Ravenna provvedimenti
guerreschi, Belisario moveva per la Via Latina alla volta di Roma[359]:
e appena i Romani avevano contezza ch’egli s’avvicinava, deliberavano
di spedirgli un messaggio di pace e di porgergli le chiavi della
Città. A ciò spingevali il Pontefice, il quale sperava che i Greci
riponessero in onoranza la fede ortodossa (sulla cattedra di san Pietro
sedeva allora Silverio, figlio di Ormisda, che i Romani erano stati
da re Teodato costretti ad eleggere dopo la morte di Agapito). Il
capitano bisantino accoglieva con gioia il legato Fidelio e chiunque
dei Senatori e del clero usciva ad incontrarlo; indi con rapida mossa
si spingeva per la valle del Trero, ossia di Sacco, contro Roma.
Nel tempo stesso in cui egli s’avvicinava, Leuderi conoscendo che
gli era impossibile di difendere coi suoi quattromila soldati una
città vastissima, il cui popolo era animato da senso ostile contro
il presidio, fè che i suoi Goti partissero tutti per Ravenna: nè i
Romani se ne crucciarono. Egli solo, trattenuto da sentimento generoso
d’onore, rimase. Intanto che i Goti uscivano di porta Flaminia,
entravano i Greci da porta Asinaria[360]: ed i Romani ascoltavano con
istolta gioia mista a stupore lo squillo dei corni dell’esercito greco
onde risuonavano novellamente le loro mura, e miravano la cavalleria
degli Schiavoni e degli asiatici Unni, splendida delle fogge dai
vivaci colori, che a bandiere spiegate scendendo dal Laterano, per
l’arco trionfale di Tito entrava nella Via Sacra. Alcuni gioivano
al pensiero che la Religione ariana or ne sarebbe umiliata; altri
accoglievano speranza della restaurazione dell’Impero romano antico;
tutti desideravano una mutazione di reggimento: ma nè gli uni, nè gli
altri erano agitati da alcun presentimento degli avvenimenti terribili
onde sarebbero stati funestati in breve ora; ed il clero ed il popolo
di Roma non comprendevano che eglino stavano per cambiare una libertà
moderata ed il mite reggimento dei Goti con un vero giogo di schiavitù
sotto la dominazione dei Bisantini.

Belisario entrava in Roma addì 9 di Dicembre dell’anno 536: erano
ormai trascorsi sessant’anni dacchè l’Impero romano era caduto sotto la
signoria dei Germani[361].




CAPITOLO QUARTO.


§ 1.

Belisario munisce Roma per la difesa. — Vitige muove con tutto
l’esercito goto contro la Città. — Primo combattimento. — Apparecchi
degli assedianti. — Soldatesca gota. — Apparecchi di Belisario.
— Vitige taglia gli acquedotti. — Molini natanti del Tevere. —
Disperazione dei Romani. — I Goti impongono a Roma la resa. —
S’apparecchiano all’assalto.

Belisario spediva a Bisanzio in segno di sua vittoria le chiavi
delle porte di Roma e Leuderi prigioniero: ma egli stesso conosceva
la difficoltà di mantenersi padrone di un’ampia città che egli non
isperava di poter difendere a lungo dall’assedio onde prevedeva che
tosto sarebbe cinta. Malgrado della cura con cui Teodorico aveva atteso
a restaurarle, le mura di Aureliano erano in parecchi punti danneggiate
ed in parte anche diroccate: egli diè opera tosto a munirle cingendole
di larga fossa ed ergendo un saldo spalleggiamento di merli angolari.
Ammiravano i Romani questi lavori e ad un tempo si affliggevano al
pensiero dell’assedio al quale Belisario s’apparecchiava con tanta
sollecitudine. Il Bisantino riempiva i granai publici di cereali tratti
di Sicilia e di grani raccolti dalla Campania, ai cui coloni egli aveva
imposto che d’ogni parte somministrassero provvigioni. Nè egli errava
nelle sue aspettazioni.

Vitige durante l’inverno raccoglieva l’intiero esercito goto, e dopo
che lo ebbe fornito come meglio potè di armi, di abiti e di cavalli,
affrettato dalla notizia della caduta di quasi tutte le città di
Toscana e del Sannio, mosse di Ravenna contro Roma. Per via, alcuni
Romani dicevangli che i Greci erano ormai abborriti nella Città, per
la qual cosa i suoi spirti guerrieri ne erano accesi ognor più. Senza
indugiare alla conquista di Perugia, di Spoleto e di Narni, con mossa
affrettata, abbandonata la Via Sabina, scendeva da Via Casperia e da
Via Salara. In sull’incominciamento del Marzo 537, dall’alto delle
mura della Città, i Bisantini ed i Romani miravano l’oste gota che con
aspetto terribile s’avvicinava. Innumerevoli erano le schiere dei Goti
(i quali, secondo notizia forse esagerata del secretario di Belisario,
sarebbero ascesi a 150,000 uomini): e quella moltitudine di fanti e di
cavalieri dai destrieri coperti di ferrea maglia, moveva per Via Salara
alla volta di Roma. Il Tevere, serpeggiando con dolce curva intorno a
colline di tufo vulcanico, accoglie dalla sua sponda sinistra le acque
del fiume Anio, il quale, scorrendo attraverso vallate coperte di bei
tappeti d’erba sempre verdeggianti, termina a mescere le sue colle onde
del maggior fiume presso al terzo stadio migliare.

Allorchè i Goti videro le mura di Roma elevarsi dirimpetto, si
lanciarono all’Anio che li separava dalla Città, mossi da desiderio
ardente di traghettarlo. Durante la primavera, il bel fiume accoglie
gran copia di acque che ne rendono difficile il guado, per la qual
cosa eglino correvano tosto al ponte su cui conviene passare per
giungere alla Città, ma lo trovavano munito di una forte torre e ben
guardato[362]. Sennonchè il presidio, colto da paura, di nottetempo
fuggiva nella Campania; laonde i Goti non durarono altra fatica che
quella di spezzare la porta del ponte, varcato il quale, essi mossero
contro porta Salara. Ma per via s’imbatterono in Belisario il quale era
uscito della Città con mille cavalli per ispiare la mossa del nemico e
per trattenerlo dal passare. Procopio tinse il suo pennello nei colori
onde splende l’Iliade per dare una energica descrizione della prima
pugna che si combattè sotto le mura di Roma. Egli ci dipinge Belisario
che montando un generoso cavallo sauro stellato in fronte[363], simile
ad un eroe omerico, abbatte nemici sopra nemici, combattendo sotto un
nembo di frecce e urtando contro una selva di lance: imperocchè i Goti
volgessero il loro studio a colpire il duce il cui destriero lo faceva
conoscere da lunge. E poichè speravano di prendere Roma ad un primo
assalto, morto il generale, lo stringevano con furore da tutti i lati.
Ma la sua sola spada fulminea lo proteggeva da tutti i colpi, e gli
scudi delle sue guardie ne coprivano il petto, nel tempo stesso che
Goti e Greci formavano coi cumuli dei loro cadaveri un alto baluardo
intorno a lui.

Dopo una zuffa violenta di dubbio successo, i Greci sopraffatti
dalla forza maggiore dovettero ripiegare: e si ritirarono rapidamente
verso il colle, separato per una gola profonda dal monte dei Giardini
che s’eleva innanzi a porta Pinciana[364]. Ma l’eroico valore di un
Valentino, ch’era maestro delle stalle di Fozio figlio di Antonina,
rattenne la foga dei cavalieri Goti che si scagliavano impetuosi contro
i fuggitivi, finchè questi si furono ritirati sotto la protezione
delle mura della Città. I Goti gli inseguirono con ardore fino alla
porta ch’ebbe nome di «Belisaria», e che probabilmente sarà stata
porta Pinciana. Le scolte che stavano a guardia delle torri e delle
mura della Città, temendo che insieme ai Greci non irrompessero
alla rinfusa anche i nemici, non badavano al grave pericolo dei loro
compagni fuggiaschi; nè davano retta al comando di Belisario che con
voce potente gridava che aprissero, perchè, tutto polvere e sudore non
era riconoscibile al lume del sole cadente: ed anzi, reputando che
il capitano fosse morto, il presidio teneva con maggior ostinatezza
asserragliate le porte. Ma già i Goti s’apprestavano a colmare il fosso
per poter superarlo, affine di fare strage dei Greci che stringevansi
fra il fosso ed il muro. Allora Belisario confortava i suoi ad un
ultimo sforzo, con urto terribile ed improvviso assalendoli, ricacciava
i Goti disordinati nel loro campo presso il fiume; indi entrava coi
suoi guerrieri in città. I Romani avevano dalle mura contemplato con
isguardo di meraviglia quel combattimento simile alle pugne che in
tempi antichi avevano combattute i loro padri: ma eglino, che, nepoti
di eroi, erano caduti nel profondo della viltà, avevano mirato alla
zuffa neghittosi e tremanti di paura. Sembrava che fossero tornati
i tempi dell’assedio di Troja, e nel mattino seguente dai baluardi
vedevasi il campo della battaglia coperto di migliaia di cadaveri
dei Goti e dei Greci. Fra i caduti, lo stesso nemico dovè con lode
imparziale celebrare il valore di un Goto: fu questi il prode Visando
vessilifero[365]. Combattè fra i più accaniti nella mischia appiccatasi
intorno a Belisario, e, caduto con tredici ferite, fu trovato tre dì
dopo che ancora alitava dai suoi Goti, che lo trasportarono al campo,
ove fu salutato col nome di eroe.

Vitige, deluso nella sua speranza di prendere la Città ad un primo
assalto, deliberò di cingerla d’assedio regolare. I Germani, ch’erano
abituati a pugnare in campo aperto, ignoravano l’arte degli assedî; ed
il Re, mal consigliato, pose con incredibile cecità a giuoco pericoloso
il regno gotico dinanzi alle mura di Roma, contro le quali doveva
infrangersi la bravura di un popolo guerriero. Il giro estesissimo
delle mura di Aureliano non gli permise di circondarle interamente;
per la qual cosa egli si restrinse a cingerne la parte più debole che
si stende da porta Flaminia a porta Prenestina: e questo è argomento
che vale a sollevare dubbio non lieve sulla notizia dataci da Procopio
che l’oste gota comprendesse centocinquantamille combattenti. Narra
lo Storico che lungo quella linea di mura s’aprissero cinque delle
porte principali, ma non ne dà i nomi. Noi sappiamo, per vero dire,
che ivi dovevano esistere le porte Flaminia, Pinciana, Salare,
Nomentana, Tiburtina, Clausa e Prenestina: per la qual cosa si pare
che lo Storico non abbia tenuto conto della penultima, nè, sembra, di
porta Pinciana[366]. I Goti posero sei campi fortificati dirimpetto a
quelle porte, a manca del fiume; un settimo collocarono a destra del
Tevere nel campo di Nerone, ossia in quel piano che si stende dal monte
Vaticano a ponte Milvio, situato sotto il colle che oggidì ha nome
di monte Mario. Imperocchè loro tardasse di tenere ben custodito quel
ponte donde potevano vegliare all’altro di Adriano, da cui s’entrava
in città per la porta interna Aureliana. E questa porta, che aveva
anche allora nome di san Pietro, era al di qua del ponte di Adriano, e
s’apriva in quella parte delle mura che, staccandosi da porta Flaminia
e seguendo la sponda interna del fiume, cingeva il campo di Marte.
E da quel settimo accampamento i Goti vigilavano anche sopra porta
Transteverina, la quale non era differente dalla porta di san Pancrazio
presso il Gianicolo[367].

Frattanto Belisario dava opera nella Città a porre in migliore
assetto di difesa le porte. Egli faceva murare porta Flaminia, che
era troppo vicina al campo nemico, e ne affidava la custodia al
valoroso Costantino; alla porta di Preneste preponeva Bessa; ed egli
stesso poi stabiliva il suo alloggiamento fra porta Pinciana e porta
Salara, ch’erano poste nella linea meno valida delle mura e ch’erano
acconce a sortite. Ad ogni altra porta poneva a guardia un capitano;
ed a tutti quei suoi luogotenenti comandava che non abbandonassero
mai i luoghi affidati alla loro vigilanza per cosa che vedessero o
che udissero. I Goti che di quando in quando si scagliavano contro le
porte ne trovavano i guardiani sempre parati a difenderle; e silenzio
profondo era opposto ai discorsi che eglino dal basso volgevano a quei
di dentro, dicendo che i Romani erano traditori e dissennati poichè
avevano anteposto alla potenza dei Goti il giogo dei Bisantini, dai
quali (dicevano con verità incontestabile) Italia non aveva ricevuto
altro profitto che quello di averne tragedi, istrioni e pirati[368].

Nel tempo medesimo in cui gli assedianti cingevano Roma, eglino
tagliavano i quattordici acquedotti della Campania che conservavansi
ancora in integra condizione: e Belisario (memore dell’assedio di
Napoli in cui il suo esercito era entrato di nottetempo per un canale
sotterraneo) fè murare con diligente cura le imboccature di tutti i
canali della Città. Di tal maniera i bellissimi acquedotti di Roma,
meraviglia di tanti secoli, andavano spezzati e distrutti a mezzo, e
dopo tempo immemorabile cessarono di spandere la letizia delle loro
onde alla Città. Ma i Romani per difetto di acqua non soffrivano tanto
di sete, quanto dell’impossibilità di muovere le macine dei loro
molini. Questi erano, secondo narra Procopio, e sono anche oggidì,
nella Regione Transteverina, sul pendio del Gianicolo, dirimpetto al
ponte che oggi ha nome di ponte Sisto, dove le onde dell’acquedotto
di Trajano scendendo con impeto, simile a quello di un fiume, poneva
in movimento i congegni. La inoperosità di quei molini era causa che
si avesse penuria di farine e di pane, per la qual cosa il genio di
Belisario ricorreva ad un’espediente del quale i Romani dei nostri
giorni, che ancora ne usano, a lui debbono grazie. Egli fè collocare
innanzi al ponte sunnominato due barche rattenute da gomone, e pose
su quelle la macina in maniera che i congegni ne fossero posti in
movimento dalla forza delle acque che con impeto si rovesciavano fra
i pilastri del ponte[369]. I Goti tentarono di rompere o guastare quei
molini natanti abbandonando alla corrente del fiume tronchi d’albero e
cadaveri di Romani, ma Belisario facendo tendere una catena a traverso
delle acque rendeva nullo l’intento degli inimici.

Frattanto gli assedianti devastavano la Campania, e impedivano per
quanto potevano che s’introducessero vettovaglie entro la Città. Il
popolo romano era agitato da grave malcontento via via che crescevano
le strettezze dell’assedio: la plebe con alti clamori diceva che non
bastavano le forze della Città a sostenere l’assedio, e beffeggiava
i Bisantini e Belisario il quale follemente pretendeva di voler
difendere con cinquemila soli guerrieri una città malamente munita
contro un’oste potente: il Senato mormorava in secreto. Alcuni
trafuggitori narravano a Vitige dei torbidi interni, per la qual cosa
egli cercava di accenderli vieppiù. E a tal uopo spediva a Belisario
un legato il quale, in presenza dei Senatori e dei duci, lo ammoniva
che cessasse di aggravare dei mali d’un assedio quei Romani che
Teodorico aveva colmati di gioie e resi lieti di libertà: diceva che
dovesse persuadersi essere la sua resistenza una pazza impresa: e lo
esortava a cedere, promettendo che a lui sarebbe concesso di partirsi
liberamente, ed ai Romani sarebbe dato obblio del passato. Ed a
questi ultimi l’ambasciatore goto chiedeva, di quali opere malvage gli
avessero oppressi i Goti, perchè questi, loro signori, avessero avuto
a tradire insieme a sè medesimi: chè invece dopo di avere resi loro
beneficî memorandi, ora eglino, loro antichi proteggitori, comparivano
novellamente innanzi le mura a liberarli. Gli udivano i Romani
tremanti e taciti, chè non erano osi di dare risposta al rimprovero di
tradimento. Ma Belisario calmo e imperterrito protestava al legato che
egli terrebbe fermo in Roma finchè avesse un sol fiato di vita.

Come l’ambasciatore fu ritornato al campo recando questa risposta,
e come Vitige ebbe compreso che Belisario non cederebbe, il Re
continuò con maggior ardore nelle opere dell’assedio, e attese a dare
apprestamenti all’assalto. Fabbricò alcune torri smisurate di legno
la cui altezza superava quella delle mura, le quali con pesanti ruote
sopposte agli angoli, dovevano essere trascinate da buoi, ed alle
quali erano attaccati con catene alcuni arieti dal ferreo capo, che
cinquanta uomini dovevano spingere a percuotere la muraglia. E fè pure
costruire lunghe scale e salde che dovevansi appoggiare ai merli tosto
che il fosso fosse stato colmato con fascine. A quei goffi apparecchi
(e l’arte dei moderni assedî ride di loro rozza semplicità) opponeva
Belisario altri provvedimenti. Ei collocava sulle mura alcune balestre
congegnate con arte, e grandi frombe da gittar sassi, alle quali davasi
nome di asini selvatici (_onagri_), ch’erano atte a scagliare una
freccia con tale impeto da configgere ad un albero un uomo armato di
corazza. A difesa delle porte egli eresse alcune macchine dette lupi,
che erano saracinesche formate di pesanti travi armate di punte di
ferro, le quali d’improvviso facevansi piombare con grande impeto sopra
gli assalitori.


§ 2.

Assalimento generale. — Combattimento di porta Prenestina. — Il _Murus
ruptus_. — Assalto del mausoleo di Adriano. — I Greci ne mettono in
pezzi le statue. — Gli assalitori sono ributtati d’ogni parte.

Come sorse il giorno decimottavo da che aveva avuto incominciamento
l’assedio, Vitige mosse con assalimento generale contro la Città. Dai
sei campi posti al di qua del fiume, e dal settimo collocato sulla
destra sponda uscirono le spesse schiere dei Goti con loro torri e
con iscale. La vista di quelle moli gigantesche che, simili a montagne
crollanti, lentamente s’avvicinavano alle mura incuteva alto spavento
ai Romani. Ma Belisario ne rideva, e da un merlo di porta Salara,
impugnato l’arco, trafiggeva con una prima freccia il condottiero
del drappello assalitore; un secondo ne stendeva tosto dopo al suolo
e comandava ai suoi arcieri di far segno ai loro colpi i buoi che
trascinavano la torre. I Goti videro delusa la loro speranza di
avvicinare le loro macchine alle mura: le torri rimanevano immobili ed
eglino stessi cadevano invece trafitti nella fossa della Città.

Nel tempo stesso in cui si dava l’assalto a tutte le porte innanzi
alle quali i Goti avevano posti i loro campi, una violenta mischia
s’era appiccata in due luoghi pei quali gli assalitori speravano di
aprirsi un varco: a porta Prenestina e al mausoleo di Adriano. Presso
alla porta di Preneste le mura erano assai deboli, particolarmente
là dove vi si addossava un antico Vivario, ossia recinto ove
custodivansi belve. Questo Vivario, il quale sembra che fosse situato
in prossimità di porta san Lorenzo, che allora doveva essere chiamata
Prenestina[370], non era munito di torri e di merli e solo celava la
fragilità del muro che dietro s’alzava, senza accrescervi saldezza.
Vitige stesso guidava la schiera assalitrice, e Belisario avvisato
il pericolo, lasciava porta Salara e correva a porsi alla testa dei
difensori. I Goti erano già penetrati nel Vivario, e s’apprestavano con
ardore a superare la muraglia, allorchè i Greci scagliandosi con impeto
gli sgominavano in quell’angusto recinto, indi li volgevano a fuga
disordinata verso il loro campo che era assai discosto, e ne ponevano
in fiamme le macchine.

Gli assediati con energica sortita respingevano i Goti da porta Salara:
porta Flaminia in causa della sua erta posizione non era assalita;
ed il così detto _Murus ruptus_, che stava fra quella porta e l’altra
Pinciana, era difeso dall’apostolo Pietro che aveva serrati gli occhi
dei Goti. Questa strana leggenda, creata in quel tempo in cui san
Pietro era venerato quale patrono di Roma, in cui il suo corpo otteneva
l’onoranza del Palladio antico, ci è narrata da Procopio, il quale
aggiunge che i Romani prestavano omaggio a quell’Apostolo sopra ogni
altro. Una parte della muraglia che si addossa a monte Pincio, di
salda e bella costruzione, sostenuta da barbacani contigui gli uni agli
altri e coperta di una bella rete di pietre, s’era fin da tempo antico
naturalmente infranta, non dal basso ma dal mezzo in su: e rimasta
in quella condizione, senza cadere stava con obbliquo pendio. Narra
Procopio che fin da tempi antichi i Romani vi dessero nome di Muro
Rotto, e noi aggiungiamo che oggidì ancora la appellano Muro Torto.
Allorquando Belisario in sull’incominciamento dell’assedio volle munire
quel luogo, troppo debole a respingere un assalto, ne lo impedirono i
Romani, protestando con fermezza che il santo Apostolo aveva promesso
loro di difendere in persona quel muro. E nel giorno dell’assalto e più
tardi, i Goti non si scagliarono mai contro il Muro Rotto; per la qual
cosa Procopio aveva argomento di meravigliarsi che il nemico, il quale
aveva tentato di dare la scalata alle mura di giorno colla forza, di
notte coll’astuzia, fosse stato sì negligente da non aprirsi un varco
in quel luogo propizio che sembrava invitarlo[371].

Dal lato del Transtevere, i Goti tentarono con infausto successo di
impadronirsi della porta del Gianicolo detta anche di san Pancrazio,
cui proteggeva il luogo ripido su cui s’ergeva[372]. Ma con maggiore
energia e con pugna accanita eglino mossero all’assalimento del
mausoleo di Adriano. Procopio ci lasciò la narrazione di questo
memorando episodio dell’assedio goto, ed a lui andiamo debitori a
quest’occasione della prima ed unica descrizione del celebre mausoleo,
quantunque abbiasi a deplorare ch’essa sia imperfetta assai. Gli
scrittori che lo precedettero, con grave negligenza, appena badarono
a quel monumento; e dalle parole di Procopio non si ricava perfetta
notizia della forma e della condizione sua a quel tempo. Egli dice
soltanto: «Il sepolcro di Adriano imperatore romano s’alza fuori
di porta Aurelia distante un trar di sasso dalle mura. È edificio
splendidissimo, imperocchè sia rivestito di marmo pario e le pietre
sieno saldamente aderenti le une alle altre, senza che all’interno
sieno di maniera alcuna congiunte. Uguali i suoi quattro lati e larghi
ciascuno un trar di sasso: la sua altezza supera quella delle mura. Al
sommo lo adornano statue bellissime di uomini e di cavalli dell’istesso
marmo». A queste notizie si restringe la descrizione di Procopio, e
da quelle sembrerebbe che il mausoleo fosse stato una torre adorna di
statue di marmo che poggiava sopra un’alta base quadrangolare: se poi
l’edificio rotondo andasse via via rastremandosi a parecchi ripiani, se
sovra questi si ergessero statue, se finalmente l’edificio terminasse
in vertice appuntito coronato di una palla di bronzo, lo Storico greco
non dice[373].

La solidità, la grandezza di quella mole simile a una rocca, la sua
vicinanza alla Città dalle cui mura vi si riusciva direttamente per
il ponte di Adriano, avevano consigliato ai Romani, molto prima del
tempo di Belisario, di giovarsi di quel mausoleo a baluardo della
Città, comprendendolo entro il circuito delle sue fortificazioni.
«Gli Antichi», dice Procopio, «tramutarono quel sepolcro (il quale
sembra essere una fortezza eretta a prima difesa della Città) in
uno dei suoi baluardi, congiungendolo al muro della Città per mezzo
di due muraglie»[374]. Fra gli Antichi però lo Storico non può aver
compreso Teodorico, quantunque il Re goto abbia forse restaurato il
sepolcro di Adriano oppure ne abbia usato a cittadella ed a prigione
dei rei di Stato; chè già fino al secolo decimo il popolo vi dava nome
di «carcere di Teodorico», e soltanto posteriormente lo appellava
«torre di Crescenzio»[375]. Egli è probabile che Onorio, se non sia
stato Aureliano, lo congiungesse alle mura. Per poter comprendere il
modo, ei fa duopo che si pensi, che la muraglia di Aureliano sorgendo
sulla sponda sinistra del Tevere, partiva di porta Flaminia, e che,
interrotta innanzi al ponte di Adriano dalla porta Aurelia, procedeva
fino al ponte Gianicolo anzi fino al ponte dell’isola del Tevere, e
finiva là dove la muraglia di Aureliano esterna al Gianicolo, toccava
le onde del fiume. Disgiunto dal sepolcro per il corso del Tevere, il
muro della Città non poteva esservi riunito se non per mezzo di quel
ponte; e due muraglie, che se ne staccavano, ponevano in congiunzione
il sepolcro e il ponte colla muraglia interna della Città e colla
porta Aurelia. Di tal maniera quell’adito importantissimo di Roma era
protetto da un baluardo che sorgeva a guardia del ponte; ed al suo
presidio era dato di unirsi quando volesse con quello della porta[376].
E poichè le muraglie condotte dal sepolcro al ponte precludevano la
via che guidava al san Pietro, ne derivava necessità che vi si aprisse
una porta: ed è quella che nei secoli ottavo e nono ebbe nome di _porta
sancti Petri in Hadrianeo_[377].

Belisario aveva affidata la guardia del mausoleo al più valente dei
suoi luogotenenti, a Costantino; ed avevagli dato comando che vigilasse
anche alla difesa del muro vicino: imperocchè colà, forse a sinistra
di porta Aurelia, fossero collocati pochi drappelli; chè il fiume col
suo corso giovava a render munito il muro. Frattanto i Goti, conoscendo
che quel tratto era difeso da pochi soldati, tentavano di guadare il
Tevere sopra barchetti; e Costantino era costretto a correre in persona
sul luogo minacciato, lasciando il nerbo dei suoi guerrieri a difendere
porta Aurelia ed il sepolcro. I Goti s’avanzavano contro il mausoleo,
e cominciavano da quello l’assalto, perocchè sperassero d’impadronirsi
della porta tosto che quello fosse caduto in loro potere. Senza trar
seco loro macchine di guerra, protetti dai loro larghi scudi, eglino
recavano scale. Un portico, o viale coperto, dal tetto sostenuto
da colonne, s’alzava in vicinanza del sepolcro e si stendeva fino
alla basilica Vaticana[378]. In quello riparavano gli assalitori dai
colpi che con loro baliste lanciavano i Greci del castello; indi
avvicinavansi destramente alla rocca per le strette vie che erano
presso al distrutto circo di Nerone, in maniera che gli assediati non
avevano più agio ad usare di loro macchine. Di repente movendo con
impeto, scagliavano un nembo di dardi contro i merli della rocca ed
appoggiavano le scale, ed avanzandosi da tutti i lati erano già per
cingere d’ogni parte il mausoleo e per azzuffarsi coi difensori. In
quella strettezza, la disperazione suggeriva ai Greci di giovarsi a
guisa di proietti delle grandi e belle statue che ornavano il mausoleo:
e messa in pezzi la maggior parte di quei marmi di mole considerevole,
come narra Procopio, con ambe le mani ne scagliavano i rottami sui
Goti. E ne veniva che il sepolcro di Adriano era per sempre spoglio
del suo più splendido ornamento. Precipitava una gragnola tremenda
di frammenti di tanti capolavori, di statue d’Imperatori deificati,
di Numi, di Fauni, di eroi: gli assalitori Goti cadevano scacciati
sotto i bei simulacri degli idoli, i quali, lavori di Policleto o
di Prassitele, avevano forse un giorno abbellito i templi di Atene,
oppure, quattrocento anni prima, da artisti greci erano stati scolpiti
nelle officine di Roma[379]. I Goti non poterono resistere a quella
tempesta di marmi, ma costernati dierono indietro; e gli assediati
mettendo grida di gioia raddoppiarono i loro sforzi e respinsero
pienamente l’assalimento. Con quella zuffa terribile e strana che s’era
combattuta intorno alla tomba d’un Imperatore, e che sembrava ricordare
la lotta dei Giganti del mito, davasi dappertutto fine all’assalto,
e dalla banda di porta Aurelia prima di ogni altra. Costantino,
tornando dalla muraglia donde egli aveva impedito facilmente che i
nemici scendessero sulla sponda sinistra del fiume, trovava che i Goti
già ritiravansi del mausoleo, ai cui piedi ammucchiavansi cadaveri
schiacciati e frammenti di statue sozze di sangue.

Vitige, ributtato in quell’assalto mosso contro tutte le porte di
Roma, vi perdette il fiore della sua milizia; e forse vi perirono non
meno di trentamila guerrieri, chè a tanti li fa ascendere Procopio per
notizie avute da duci goti: e ancor maggiore, dic’egli, fu il numero
dei feriti, perchè i colpi delle macchine degli assediati menavano
grave danno alle ordinanze profonde dei Goti, e perchè i Greci nelle
loro sortite avevano fatta grande strage fra i nemici che fuggivano
disordinati. Come venne la notte, Roma echeggiava di lieti cantici di
vittoria e di lode a Belisario, ed i campi dei Goti risonavano di inni
melanconici nei quali piangevasi la sorte dei fratelli caduti[380].


§ 3.

Prosecuzione dell’assedio. — Predizioni dell’esito della guerra. —
Rimembranze del Paganesimo. — Il tempio di Giano. — I _Tria Fata_. —
Due inni latini di quel tempo. — Vigilanza di Belisario alla difesa di
Roma.

Il rovescio che i Goti avevano tocco nell’assalto mutava la condizione
delle cose: ristavano i Goti dai loro apprestamenti; ne divenivano più
baldi i Romani, Belisario più operoso. Gli assedianti stavano muniti
nei loro accampamenti, nè si avvicinavano troppo alle mura per paura di
sortite repentine dei loro nemici, nè scorazzavano più come prima senza
precauzioni nella Campania, perchè la cavalleria leggiera dei Mauri di
Belisario li molestava dì e notte. La Campagna di Roma è, in tutto il
mondo, il territorio più opportuno ai volteggiamenti di cavalleria. Ivi
si stendono vastissimi piani che possono corrersi a briglia sciolta:
gli interrompono tratto tratto alcuni torrentelli che i cavalli guadano
facilmente e con piacere; vi si alzano qua e colà alcune collinette
d’origine vulcanica verdeggianti di erbe e sparse di fiori, che il
cavaliere sale e scende senza rattenere la foga del suo corridore. I
Mauri di Numidia, saettatori terribili, scorrevano in questa classica
regione deserta come solevano nelle patrie loro pianure che si stendono
a’ piedi dell’Atlante; gli Unni venuti dall’Istro e i Sarmati nati
sul Tanai, rinvenivano qui ancora le loro steppe coperte di erbe: e
nessuna età vide mai zuffe di cavalleria più terribili di quelle che si
combatterono intorno a Roma nel tempo di questo memorabile assedio.

Poichè i Goti non avevano potuto cingere Roma per intiero, era rimasta
alla Città libera uscita e aperta la via dal lato di Napoli e del mare,
chè Vitige era stato sì imprevidente da non impadronirsi di Albano e
di Porto. I Romani or cessavano di schernire all’ardire di Belisario,
ed anzi fidenti nel suo genio attendevano con zelo ai piccoli servigî
di guardia ch’egli affidava loro. Le loro speranze erano confortate da
buoni augurî; imperocchè, malgrado del loro culto ai santi Apostoli
ed ai Martiri, eglino non avessero cessato di prestar fede agli
auspicî pagani. E Procopio ne racconta alcuni fatti degni di nota
del tempo dell’assedio. Nella Campania alcuni fanciulli conduttori
di pecore, attendendo fra loro a lottare, avevano posto nome a due
dei combattenti Belisario e Vitige. Cadeva il Vitige, ed in pena i
furfantelli scherzando lo appendevano ad un albero: ma giunto frattanto
un lupo, fuggivano abbandonando il miserello Vitige che, soffocato
nella sua giacitura, ne moriva. I pastori ebbero quel fatto a presagio
non mendace della vittoria di Belisario, e non ne punirono i colpevoli
fuggitivi. Ciò accadeva nei monti Sanniti, ma in Napoli compievasi un
portento ancor più eloquente. Nel foro di quella città era un musaico
che rappresentava l’imagine del grande Teodorico: lui vivente ancora,
era caduto il capo di quella figura e tosto dopo il Re moriva: otto
anni appresso cadutone il busto, moriva Atalarico: poco tempo dipoi
ne rovinavano le anche, e moriva Amalasunta. Or finalmente durante
l’assedio cadevano i piedi, e distruggevasi ogni vestigio di tutta
la figura, laonde i Romani traevano ad indicio sicuro che Belisario
vincerebbe. Un simile presagio era stato già ottenuto da un Ebreo
indovino a’ tempi di Teodato; chè, chiusi in tre stalle trenta majali,
dieci in ognuna, e a ciascun gruppo messo nome di Goti, di Greci e di
Romani, e tenutili senza cibo, come si apersero le porte, fu trovato
che i Goti erano tutti morti, i Greci vivi tutti fuor di due, e i
Romani mezzi morti e mezzi pelati.

E nel tempo stesso anche nella Città alcuni patrizî diffondevano un
oracolo tratto dai libri sibillini, il quale diceva: che nel mese
quintile, ossia nel Luglio, Roma non avrebbe più nulla a temere dai
Goti[381]. La rimembranza delle superstizioni pagane riviveva ancora
di repente fra i Romani; ed un mattino il Papa era commosso a duolo
alla notizia credibile appena, che fra i Romani fossero ancora secreti
aderenti del Paganesimo, imperocchè si fosse tentato in quella notte
di aprire violentemente le porte del tempio di Giano, e quantunque
non vi si riuscisse appieno, fossero però tratte fuori dei gangheri.
Si sa che nell’antica Roma spalancavansi le porte del tempio di
Giano all’incominciamento di una guerra: quella costumanza era
stata distrutta dal Cristianesimo, dopo il cui trionfo, come osserva
Procopio, i Romani, cristiani fervidissimi fra tutti, non avevano più
aperte le porte di Giano in tempo di guerra. Ma l’antichissimo tempio
del Nume s’ergeva ancora appiè del Campidoglio, presso il Foro romano,
innanzi al palazzo del Senato, con sue porte chiuse; ed i Romani con
pavido rispetto veneravano ancora in quel delubro «l’edificio fatale»
della loro Storia. Era, dice Procopio, un piccolo tempio di bronzo, di
figura quadrangolare, alto quanto bastava a capire il simulacro del
mitico Giano. Anch’esso era di bronzo, alto cinque braccia, di umano
aspetto, ma con due facce, l’una volta ad oriente, l’altra ad occaso:
le due porte di bronzo s’aprivano innanzi le due fronti del simulacro
del Nume.

Dalla menzione che è fatta in questa età del tempio e del simulacro
di Giano ricavasi a sicura conseguenza che nè i Goti, nè i Vandali
avessero recato oltraggio a quel santuario antico di Roma. E dallo
stesso passo meritevole di nota dello Storico che fu testimonio oculare
degli avvenimenti, ci è fatto conoscere che in sull’incominciamento del
secolo sesto era nel Foro un luogo cui si dava nome di _Tria Fata_.
Infatti Procopio dice: «Il tempio di Giano s’eleva nel Foro innanzi
al palazzo del Senato, pochi passi oltre i _Tria Fata_, il qual nome
sogliono i Romani dare alle Parche»[382]. Quella appellazione di
_Tria Fata_ dev’essere derivata da tre simulacri antichi delle Sibille
ch’erano allora in vicinanza dei Rostri[383]. Nel secolo quinto quel
nome tribuivasi anche alle Parche[384], e vedremo in appresso che
nel secolo ottavo se ne chiamava un luogo del Foro antico: e vedremo
pure che il tempio di bronzo di Giano anche nel secolo duodecimo era
appellato _Tempio Fatale_.

Quest’ultimo alito di vita del Paganesimo, che si agita in Roma a
proposito del tempio di Giano, opera una possente attrattiva sulla
nostra fantasia: e perciò a quest’occasione non possiamo fare a meno
d’inserire nella nostra Cronica un antico inno latino, che è una delle
ultime reliquie del culto pagano. Eccone le strofe intraducibili:

    _O admirabile Veneris idolum_
    _Cujus materiae nihil est frivolum;_
    _Archos te protegat, qui stellas et polum_
    _Fecit, et maria condidit et solum;_
    _Furis ingenio non sentias dolum,_
    _Clotho te diligat, quae baiulat colum._

    _Saluto puerum, non per hypothesim,_
    _Sed serio pectore deprecor Lachesim,_
    _Sororum Atropos ne curet haeresim (?)_
    _Neptunum comitem habeas (perpetim ?)_
    _Cum vectus fueris per fluvium Athesim._
    _Quo fugis, amabo, cum te dilexerim!_
    _Miser, quid faciam, cum te non viderim?_

    _Dura materies ex matris ossibus_
    _Creavit homines iactis lapidibus;_
    _Ex quibus unus est iste puerulus,_
    _Qui lacrimabiles non curat gemitus._
    _Cum tristis fuero, gaudebit aemulus._
    _Ut cerva fugio, cum fugit hinnulus._

Se l’autore di quell’inno dal senso enigmatico, in cui Venere e Amore
sono congiunti con legame misterioso alle tre Parche o alle tre Fate,
ebbe cantati quei versi, possiamo rispondergli con quest’altro inno ad
onore dei santi Pietro e Paolo:

    _O Roma nobilis, orbis et domina_
    _Cunctarum urbium excellentissima_
    _Roseo martyrum sanguine rubea_
    _Albis et virginum liliis candida:_
    _Salutem dicimus tibi per omnia,_
    _Te benedicimus, salve per saecula._

    _Petre, tu praepotens coelorum claviger_
    _Vota precantium exaudi iugiter!_
    _Cum bis sex tribuum sederis arbiter,_
    _Factus placabilis iudica leniter,_
    _Teque precantibus nunc temporaliter_
    _Ferto suffragia misericorditer!_

    _O Paule suscipe nostra peccamina!_
    _Cujus philosophos vicit industria._
    _Factus oeconomus in domo regia_
    _Divini muneris appone fercula;_
    _Ut, quae repleverit te sapientia,_
    _Ipsa nos repleat tua per dogmata[385]._

Ma Belisario aveva bisogno di più valido ajuto che non gli prestassero
i vaticinî e le acclamazioni dei Romani. Egli mandava lettere
all’imperatore Giustiniano, nelle quali narrava dell’assalimento
felicemente respinto, ma non celava la condizione difficile in cui
egli si trovava: e chiedevagli con calda istanza rinforzi di milizia.
La sua soldatesca, scemata per i presidî lasciati nella Campania e
nelle Sicilie, ascendeva a 5000 uomini, e di questi una parte aveva
perduta durante l’assedio. Di milizia cittadina non è fatta menzione;
e sembra che Roma, antica signora del mondo, fosse divenuta impotente
ed indegna di porre in arme i suoi cittadini. Procopio narra soltanto
che Belisario avesse accolto nel suo esercito alcuni artigiani senza
lavoro, e che se ne servisse di scolte, dando loro stipendio[386].
Ordinati in drappelli, forti di quasi sessanta uomini, dovevano
quei Romani a vicenda vegliare alla guardia notturna. E siccome
agitavalo sospetto di tradimento e di corruzione, Belisario, con
grande previdenza, cambiava due volte ad ogni mese le guardie delle
mura di stazione e di comandante; e nell’istesso tempo mutava chiavi
alle porte. I comandanti avevano dovere di muovere in giro durante la
notte, di chiamare per nome le scolte e di dare al mattino notizia
al Generale di coloro che fossero stati negligenti. Alcuni sonatori
con loro armonie, di nottetempo tenevano desti i dormigliosi[387]; ed
i soldati mauri, che serenavano fuor delle porte e presso il fosso,
tenevano presso di sè i loro cani di Mauritania dal lungo pelo, che
coll’acutezza dell’udito giovavano a porre in guardia i loro padroni.


§ 4.

Papa Silverio è cacciato in esilio. — La fame desola Roma. — Umanità
dei Goti. — Vitige s’impadronisce del porto romano. — Porto ed Ostia.
— Soldati di rinforzo entrano in Roma. — I Goti respingono una sortita
degli assediati. — Tristi condizioni della Città. — Trinceramenti dei
Goti e degli Unni.

Belisario senza dubbio aveva argomento di sospettare della fede di
parecchi Senatori; e niuno poteva accusare l’animo suo di durezza
allorchè egli faceva cacciare della Città alcuni patrizî. Ma il
suo comportamento contro papa Silverio non può ottenere discolpa
nell’accusa di secreti accordi coi Goti, che si moveva contro quel
Pontefice; imperocchè egli fosse quel desso che aveva pur dianzi
confortato i Romani ad accogliere tostamente Belisario entro la Città.
Procopio narra di questo triste avvenimento con brevi e moderate
parole dicendo: poichè si nutriva sospetto che Silverio, primo prete
della Città, ordisse tradimento a favore dei Goti, lo si mandò tosto
nell’Ellade, e poco tempo dopo fu eletto a novello vescovo uno di
nome Vigilio. Ma la Cronica dei Papi narra che la caduta di Silverio
fosse cagionata da intrighi dell’imperatrice Teodora, la quale da un
novello pontefice sperava di ottenere che fossero revocati i decreti
del Concilio di Calcedonia e che fosse restituito alla sua sede il
patriarca Antimo già deposto per sue dottrine riprovate. Profittando
della condizione delle cose di Roma, colei si intendeva col diacono
Vigilio (romano ambizioso che apparteneva ad una delle più illustri
famiglie patrizie della Città e che era allora a Costantinopoli quale
apocrisario o legato della Chiesa), e con sue lettere dava carico a
Belisario di rimuovere con acconci pretesti papa Silverio e d’innalzare
Vigilio al soglio di Pietro.

Belisario, quantunque fosse uomo illustre, era pur sempre un eroe
bisantino; e le donne sapevano ben cogliere l’Achille al tallone
vulnerabile. Benchè in sua coscienza ne arrossasse, egli obbediva
all’impero di due invereconde femmine, della potente Teodora e
dell’astuta Antonina, moglie di lui: le quali amendue, per bassa
nascita e per abbominevole corruzione eguali, erano socie al male,
e fra le lusinghe reciproche temevano l’una l’altra, e si odiavano.
Mancava a Belisario il cuore di eccitar contro sè la collera di quelle
due, laonde egli sottomettevasi all’abbiezione di farsi esecutore dei
loro voleri. Antonina e Vigilio presentarono falsi testimonî i quali
giuravano aver più volte papa Silverio scritto lettere a Vitige nelle
quali diceva: «fa di venire a porta Asinaria presso il Laterano, che io
ti darò in mano la Città e Belisario patrizio». Il Libro Pontificale,
indotto forse da ingenua credenza oppure da consiglio di prudenza,
narra che quantunque il Generale non prestasse fede a quelle accuse,
tuttavia ne lo ponesse in grave timore la moltitudine dei testimonî.
Per la qual cosa faceva trarre a sè dinanzi, nel palazzo Pinciano ove
aveva posta dimora durante l’assedio, il Pontefice, il quale mosso da
paura s’era ricoverato nella chiesa di santa Sabina sul monte Aventino.
Il clero che lo aveva accompagnato, rimaneva nella prima e nella
seconda sala, e Silverio solo con Vigilio era introdotto nelle stanze
riposte, dove il pro’ Belisario sedeva a piedi di Antonina che giaceva
in atto voluttuoso sopra un lettuccio[388]. E appena lo vedeva, colei
da attrice valente diceva: «Dinne, signor papa Silverio, che abbiamo
noi fatto a te ed ai Romani, che tu ne voglia dare in mano dei Goti?»
E mentre ancora coprivalo di villanie, entrava Giovanni suddiacono
della prima Regione, e, tolto il pallio di collo al tremante prelato,
lo conduceva in una stanza vicina, ove, spogliatolo dei vestimenti
vescovili, facevagli indossare un saio di monaco: indi usciva, e al
clero che attendeva angosciato con brevi parole annunciava, che il Papa
era stato deposto e fatto monaco. A quella notizia fuggivano i cherici:
e poco tempo dopo da che Silverio era stato tratto in esilio a Patara
città di Licia, Vigilio, il quale aveva promesso all’Imperatrice una
remunerazione di duecento libbre d’oro, era eletto papa dal Senato e
dal clero, i quali, quantunque repugnanti, eranvi astretti dal terrore
della potenza greca. La violenta deposizione di Silverio era avvenuta
nel Marzo del 537, e probabilmente addì 29 dello stesso mese ordinavasi
Vigilio[389]. Quest’opera di despotismo esercitata contro il loro
sacerdozio, doveva mostrare chiaramente ai Romani che la signoria dei
Goti era ben leggiera; che invece il giogo dei Bisantini pesava assai,
e che di pondo sempre maggiore loro graverebbe le spalle.

Ma ora il flagello tremendo della fame (che desolava tutta Italia,
in maniera che a Milano madri avevano mangiato delle carni dei
loro pargoli lattanti) cominciava ad attristare Roma. La penuria di
vettovaglie aveva costretto già Belisario a far partire della Città
le donne, i fanciulli e gli schiavi che non erano buoni a difendere
le mura. Quegli sventurati uscendo a torme fuor di porta Appia e fuor
di quella di Porto, movevano per la Campania oppure s’imbarcavano sul
Tevere per irne a Napoli e in Sicilia a cercarvi ricovero ospitale: chè
da quei due lati era aperta la via. Allorquando i Goti s’avvenivano nei
fuggiaschi, rispettavano pietosi quei tapini e li lasciavano procedere
senza molestarli nel loro cammino. Durante l’assedio, la loro umanità
fu degna dell’esempio del gran Teodorico; e i loro stessi nemici
dovettero confessarlo a loro gloria, chè eglino non fecero oltraggio nè
alla basilica di san Pietro, nè a quella di san Paolo, quantunque tutte
e due quelle chiese fossero situate fuor delle mura, nel territorio
ch’era in loro potere. E quegli Ariani rispettavano le proprietà degli
Apostoli, nè turbavano il culto al cui esercizio attendevano i preti
cattolici che dimoravano presso quelle chiese senza che ricevessero
molestia dagli assedianti.

Ad una sola opera di sangue Vitige fu tratto dalla forza dell’ira.
Egli spediva suoi messi a Ravenna con ordine crudele che si dessero
in mano al carnefice quei Senatori ch’egli aveva tratto con seco di
Roma ad ostaggio. A quell’ingiustizia egli fu tratto dalla rabbia
del tradimento dei Romani e dal dispetto del cattivo successo del suo
assalimento. Indi cercava di stringere sempre più l’assedio di Roma
e d’impedire da ogni lato che s’introducessero vettovaglie entro la
Città. A tal uopo egli s’impadroniva di Porto, celebre luogo di approdo
della Città sul Tevere. Il fiume si riversa nel mare per due braccia
le quali cingono l’isola sacra che ora raggiunge una superficie di
dieci miglia. Il porto antico di Ostia, situato sulla sponda sinistra
dell’imboccatura del Tevere a due miglia di distanza dal luogo in cui
le acque del fiume si mescono a quelle del mare, era divenuto da molto
tempo per le sabbie deposte dalle alluvioni inopportuno; per la qual
cosa l’imperatore Claudio aveva scavato un porto ed un canale sulla
destra riva, edificando un molo che si protendeva nel mare. E questa
fu l’origine del _Portus Romanus_ ossia _Urbis Romae_. Trajano lo
aveva ampliato colla costruzione di un novello porto interno di figura
esagona cui egli circondava di splendidi edificî. Egli faceva scavare
nel tempo medesimo un novello canale, la _Fossa Trajana_, che oggi si
crede di ravvisare nel braccio destro del Tevere detto di Fiumicino. E
Porto cresceva così ad importante Città e già fin dai primi secoli del
Cristianesimo aveva sede episcopale, ed era reso illustre pel martirio
del vescovo Ippolito morto intorno all’anno 229[390]. Negli ultimi
tempi dei Paganesimo solevano i Romani andare con festa all’isola
situata tra Porto ed Ostia, avendo a capo il prefetto della Città
o il console, per offrirvi sacrificî a Castore e a Polluce, e per
bearsi nell’amenità dei suoi prati sempre verdeggianti. Avvegnachè
nè gli ardori dell’estate, nè i rigori dell’inverno valessero ivi
a distruggere la vegetazione dei fiori: e al fiato delle tepide
aurette primaverili le piagge dell’isola s’inghirlandavano di rose
e spandevano l’olezzo di balsamiche piante, di maniera che i Romani
vi davano nome di Libano della dea Venere[391]. Alla conservazione
ed all’allargamento del porto aveva più tardi dato opera anche
Teodorico, affidando l’officio importante della vigilanza di quello
ad un officiale detto comite ossia conte. Ed ai tempi di Procopio,
era pur sempre Porto una città considerevole e cinta di salde mura,
laddove l’antica Ostia situata sulla sponda sinistra fosse già deserta
e senza mura: e quantunque allora fossero puranco navigabili le due
braccia del fiume, le barche seguivano la via di Porto. Una bella
strada conduceva da porta Portuense a Porto; ed il fiume, cui quella
via segue in linea parallela, era animato dal movimento delle barche
che spinte non da vele o da remi, ma per mezzo di gomone trascinate
da buoi, trasportavano a Roma le derrate di Sicilia e le mercanzie
dell’Oriente[392].

Poichè Vitige, senza che trovasse resistenza, si fu impadronito di
Porto e vi ebbe posto un presidio di mille uomini, potè tagliare
ai Romani la via che conduceva al mare: e siccome il porto di Ostia
non serviva più, le salmerie dovevano essere condotte per la strada
difficile e mal sicura di Anzio.

A rialzare l’animo degli assediati commosso a tristezza per quella
perdita giovava il rinforzo di milleseicento cavalli unni e slavoni,
che venti giorni dopo ingredivano in Roma, e coi quali Belisario poteva
molestare i Goti con piccole zuffe combattute innanzi le porte, nelle
quali la destrezza dei saettatori sarmati riportava vittoria sulla
cavalleria gota armata di lancia. Alcuni leggieri trionfi accendevano
il coraggio degli assediati i quali chiedevano al Generale repugnante
che li conducesse a combattere il nemico con una sortita universale.
Belisario profittava del loro accendimento ed ordinava l’impresa in
questa maniera: il nerbo della soldatesca doveva uscire della piccola
porta Pinciana, e della grande porta Salara; un altro stuolo minore
sortendo di porta Aurelia doveva avanzarsi nel campo di Nerone ed
affrontare i Goti in modo da precludere loro il varco di ponte Milvio
e da vietare così che recassero soccorso ai loro compagni attendati di
qua del fiume: un quarto drappello doveva schierarsi all’istesso uopo
fuori di porta Pancraziana. I Romani vegliavano agli ingegni delle
mura, e Belisario nutriva sì grande sprezzo per la milizia cittadina,
che in quel popolo imbelle egli aveva dovuto comporre di artigiani, che
la escluse dalle file delle milizie le quali uscivano a combattere, per
tema che la sua imperizia e la sua viltà non vi ponesse scompiglio.

Ma i Goti per mezzo di trafuggitori ebbero notizia della sortita che
si preparava e si posero in guardia: essi uscirono ad incontrare i
Greci in bell’ordine di battaglia, i fanti nel mezzo, la cavalleria
ai fianchi. Dopo una pugna di parecchie ore la loro prodezza otteneva
una segnalata vittoria: nè ai Greci riusciva di insignorirsi di ponte
Milvio, con che essi avrebbero tagliata ai Goti la via del loro campo
posto al di là del fiume; nè era dato loro di vincere le schiere
nemiche al di qua del Tevere, ma respinti d’ogni parte con grande
strage erano cacciati tra il fosso ed il muro. E siccome quei di dentro
avevano asserragliate in fretta le porte, eglino andarono debitori
di loro salvamento all’effetto potente dei mangani che operavano
dai merli. I vincitori si scostarono delle mura, e gettando grida di
sprezzo sui vinti tornarono agli accampamenti.

Dopo quella sortita d’esito sfortunato, gli assediati non uscirono più
che a piccole zuffe[393], laddove i Goti cercavano di domare la Città
colla fame serrandola sempre più strettamente. Fra la Via Appia e la
Via Latina, alla distanza di cinquanta stadî dalla Città, era un luogo
dove un crocicchio di due acquedotti formava uno spazio atto a porvi
un campo forte[394]. Murate le alte arcate dei due canali, i Goti vi
posero un accampamento capace di settemila uomini, che impediva il
transito di vettovaglie dalla via di Napoli. Ne cresceva la miseria
di quei di dentro: le erbe che germogliavano sugli argini delle mura
di Roma non bastavano a pascere i cavalli: di nottetempo escivano
cavalieri a cogliere biade nei campi (era già trascorso il solstizio
di estate), che saziavano per qualche momento la fame dei ricchi.
Cibavansi di misere carni; e certe nauseanti salsicce, che i soldati
facevano delle carni di muli morti, erano comperate a caro prezzo dai
Senatori. Alla fame s’aggiungevano le febbri prodotte dall’ardore
dell’estate; e i cadaveri insepolti sparsi per le vie di Roma
aumentavano per contagio le morti.

Non potendo più resistere a tanti mali, tumultuava il popolo, e
mandando suoi legati a Belisario chiedeva che lo conducesse ad una
seconda pugna che sarebbe combattuta coll’ardore della disperazione. Ma
il saggio Generale acchetava i clamori colla sua calma incrollabile,
e dava loro speranza di rinforzi che tosto sarebbero giunti e di una
flotta che veleggiava carica di vettovaglie onde avrebbero ristoro alle
loro necessità. E Belisario mandava Procopio lo storico ed Antonina
a Napoli, a levarvi soldati accampati colà e nelle vicinanze, e
loro commetteva di caricare di vettovaglie quanti vascelli potessero
trovare. Finalmente sbarcavano sulle coste d’Italia meridionale soldati
venuti di Bisanzio; ed Eutalio giunto a Terracina recando il soldo
della milizia, protetto da una guardia di cento cavalli, penetrava
felicemente di notte in città, non veduto dai Goti i quali volgevano
la loro attenzione al campo di Nerone ed a porta Pinciana, dove
combattevansi acri pugne. Ed ora per proteggere dall’assalto dei Goti
le salmerie che si stavano attendendo, Belisario muniva di presidio
la città di Albano e il castello di Tivoli già diroccato, che gli
assedianti con negligenza inconcepibile non avevano tenuto in loro
guardia. Affine di molestare il nemico nei suoi trinceramenti della
Via Appia, Belisario faceva uscire la cavalleria unna, e ordinava
che mettesse campo in vicinanza del san Paolo. Già da quel tempo, un
portico che si distaccava da porta Ostiense, seguendo il corso dei
Tevere si stendeva fino a questa basilica, ed alzandosi presso un
sobborgo, offriva saldo appoggio ad un accampamento militare[395].
Di qui e da Tivoli e da Albano, gli Unni molestavano continuamente
con loro scorridori il campo goto posto nella Via Appia; ed i cavalli
leggieri di Belisario impedivano ai Goti che andassero per foraggio
nella Campania. Ma quei terreni bassi erano afflitti dalle febbri,
per la qual cosa i soldati d’ambe le parti non potevano rimanere in
quei trinceramenti: la morìa ne faceva strage, laonde i pochi che
sopravvissero nei due campi, dovettero partirne. Gli Unni furono
richiamati, e il presidio goto dell’accampamento posto fra gli
acquedotti, si ritirava negli altri trinceramenti.


§ 5.

Tristi condizioni dei Goti. — Loro ambasceria a Belisario. — Negoziati.
— Roma riceve soccorsi di uomini e di vettovaglie. — Armistizio. —
Ripigliansi le ostilità. — Scoramento dei Goti. — Eglino partono di
Roma nel mese di Marzo del 538.

I Goti, sparsi nella insalubre Campania che nella state è tribolata
dalla mal’aria letale, erano mietuti ogni giorno dalle febbri che
spargevano morte. E le loro schiere riunite erano desolate non meno
dalla fame in quel deserto che, arso dal sole e non rallegrato da
verzura, si stendeva simile ad un cimitero senza confini. L’avvicinarsi
di soldatesche bisantine toglieva agli assedianti ogni speranza di
giungere al fine di loro impresa. Imperocchè tremila Isauri sotto Paolo
e Conone fossero approdati a Napoli, milleottocento cavalli di Tracia
condotti dal feroce e sanguinario Giovanni fossero sbarcati a Otranto,
e un terzo stuolo di cavalleggieri guidato da Zenone movesse per la Via
Latina. Dicevasi che Giovanni lungo la marina s’avanzasse, conducendo
un grande convoglio di vettovaglie su carra trascinate da buoi di
Calabria, e che già le salmerie fossero giunte presso ad Ostia sotto
la guardia di parecchie migliaia di cavalieri, nel tempo stesso che la
flotta che portava gli Isauri era per entrare nelle acque del Tevere,
dove aveva ad unirsi coll’altro convoglio. Disperando dunque del buon
esito del loro assedio, i Goti già pensavano a levarlo, e spedivano
un Romano e due dei loro capitani a Roma, per trattare con Belisario.
Procopio riferisce esattamente quel negoziato memorando nel quale
fu osservato tutto il decoro delle forme parlamentari. I legati Goti
parlarono bellamente così:

«Voi, o uomini romani,» dissero, «male operaste con noi, poichè
volgeste le armi contro amici e commilitoni vostri, locchè non avreste
dovuto fare. Or noi vi parleremo il vero, di cui, crediamo, ognuno di
voi deve avere fermo convincimento. I Goti non conquistarono Italia
strappandola colla violenza ai Romani; chè già questo suolo era stato
tolto all’Imperatore da Odoacre che avealo tenuto in tirannico regno.
Zenone, ch’era allora imperatore d’Oriente, volle vendicare il suo
socio all’Impero punendo il tiranno, e volle liberarne il paese; ma
mal potendo da sè vincere Odoacre, fece appello a Teodorico re nostro,
che si apprestava a combattere contro Bisanzio, affinchè, dismessa
l’inimicizia, volesse ricever l’onore di patrizio e di console dei
Romani, e si volgesse a punire Odoacre della sua mala opera contro
Augustolo, promettendo che poscia i Goti sarebbero investiti della
signoria del paese in tutte le forme richieste dal diritto. Di tal
maniera noi avemmo il regno d’Italia: nè meno degli antichi signori
noi ne abbiamo rispettate le leggi e la forma di governo; chè nè
Teodorico, nè alcun altro che gli succedette nella signoria, diede
a questa contrada leggi scritte o non iscritte[396]. Religione e
culto noi abbiamo conservati ai Romani di maniera che niuno degli
Italiani mai volontariamente o contro volontà ne mutò, e niuno dei
Goti fu mai punito perchè fosse passato all’altra fede. E la più alta
venerazione fu da noi tributata ai templi dei Romani, nè alcuno fu
oso mai di molestare a colui che in quelli cercava ricovero. Tutte
le alte magistrature furono sempre dei Romani; dei Goti non mai.
Sorga pure chi voglia e provi, se può, che noi diciamo menzogna. Chè
anzi i Goti permisero ai Romani di ricevere ogni anno i loro consoli
dall’Imperatore di Oriente. E nondimeno voi che non foste capaci di
strappare al barbaro Odoacre quest’Italia vostra che, non per breve
tempo ma per ben dieci anni ne ebbe strazio, voi moveste ingiusta
guerra ai suoi giusti signori. Or via dunque sgomberate della terra
ch’è nostra, recando pure con voi ciò che possedete di proprietà vostra
o di bottino!»

A quel calmo e chiaro discorso dava Belisario risposta quale già
doveva prevedersi: ben aver Zenone dato carico a Teodorico di
guerreggiare contro Odoacre, non già avergli dato il regno d’Italia:
al signore antico appartenerne il dominio che i Goti dovevano perdere.
Gli ambasciatori goti offrivano allora di cedere all’Imperatore il
possedimento della bella Sicilia, ma Belisario deridendoli rispondeva,
ch’egli voleva conceder loro piuttosto a dono l’isola di Bretagna assai
più estesa. Respingeva egli le loro proposte di cedere la Campania
e quel di Napoli: e sdegnando l’offerta di un tributo annuo, diceva
essere necessario che rinunciassero senza condizioni di sorte alcuna al
regno d’Italia. Si conveniva infine ad una tregua che durerebbe quanto
tempo fosse necessario a spedire un’ambasceria a Bisanzio per trattarvi
di pace coll’Imperatore.

Nel tempo istesso in cui conchiudevasi la tregua, la Città era commossa
ad alta gioia all’annuncio che il generale Giovanni era giunto col
convoglio delle vettovaglie in Ostia, e che la flotta isaurica aveva
approdato a Porto. E poco dopo la soldatesca entrava in città, e vi
giungevano le vettovaglie che, sopra barche spinte faticosamente a
forza di remi, erano salite a ritroso del Tevere passando innanzi
a Porto e a vista dei Goti che vi erano a presidio. I Goti nelle
pattuizioni della tregua avevano dimenticato di convenire intorno a
un argomento di sì grande importanza, per la qual cosa dovettero con
loro grave corruccio permettere che le salmerie passassero, per non
infrangere la convenzione conchiusa. Determinavasi che l’armistizio
durasse tre mesi, consegnavansi d’ambe le parti alcuni ostaggi; e
legati goti partivano indi, accompagnati da Greci, alla volta di
Bisanzio. Era allora il solstizio d’inverno.

Infiacchiti dalla lotta, impediti di procacciarsi vettovaglie dalla
via di mare, or maggiormente dalla flotta greca, i Goti non poterono
più tenere in loro signoria i luoghi forti che circondano Roma. Appena
eglino avevano sgomberato Porto, gli Isauri di Ostia vi entravano;
e appena erano partiti dell’importante Centumcella (ch’è l’odierna
Civitavecchia), Belisario vi mandava soldati a presidio. Lo stesso
avveniva in Albano che Vitige alcuni mesi prima aveva strappato
ai Greci. Belisario rispondeva con discorso beffardo ai lamenti
che levavano i Goti di quei movimenti, coi quali, dicevano, erasi
infranta la tregua. E nel tempo stesso egli mandava il «sanguinario»
Giovanni con un grosso stuolo di cavalleria ad Alba nell’agro Piceno,
imponendogli che corresse la campagna e che facesse prigioni le donne e
i fanciulli dei Goti e che ne rapisse le ricchezze, tosto che i nemici
avessero ceduto al desiderio di rompere la tregua.

I Goti spinti da disperazione erano mossi da parecchi e gravi motivi a
ricominciare le ostilità: e per fermo da parte loro era la giustizia,
quantunque il greco Procopio taccia il vero. La notizia di un grave
avvenimento accaduto entro la Città animavali ad operare. Belisario
aveva fatto mettere a morte il più valente dei suoi luogotenenti,
Costantino, il quale (offeso da una sentenza che il Generale mosso da
sentimento di giustizia ma con forme troppo rigide aveva pronunciata
contro di lui in un negozio privato) lo aveva minacciato col pugnale.
La morte di Costantino aveva irritati i soldati che avevano combattuto
sotto le gloriose insegne di lui, e acquistava odio a Belisario: ne
giungeva notizia ampliata oltre il vero al campo dei Goti i quali
accoglievano speranza di annodare accordi coi faziosi della Città.
Eglino tentarono di penetrare per un acquedotto in città. L’_Aqua
virgo_, i cui canali si stendevano appiè di monte Pincio sotto il
palazzo di Belisario, sembrava acconcia al loro disegno, ed alcuni
guerrieri scendevano celatamente per i suoi ampi e oscuri sotterranei.
I soldati ignoranti o superstiziosi che stavano a guardia di porta
Pinciana non si sarebbero accorti del loro tentativo, benchè un raggio
dell’incerto lume delle loro lampade si svelasse da una fessura. Ma
dopo lunghi e tortuosi giri sotterra, i Goti ne trovavano murata la
uscita, per la qual cosa redivano in fretta sulle loro orme portando
ai loro capitani un mattone che desse prova della esistenza di quella
chiusa. Vitige or gettava la maschera e apertamente moveva un mattino
colle sue schiere munite di scale e di fiaccole ad assalire porta
Pinciana. Il tumulto della pugna, che si combatteva alla porta,
svegliava i cittadini; i difensori correvano al loro posto, e dopo
breve mischia i Goti scorati erano costretti a ritirarsi. Nè meglio
riusciva il tentativo d’impadronirsi di porta Aurelia, di dove Vitige
coll’aiuto di due Romani che dimoravano nel quartiere di san Pietro,
a sè venduti, sperava di penetrare in città. Il disegno fu tradito e
perciò fallì.

Finalmente notizie sempre più tristi inducevano lo scoramento
nell’animo del Re. Giovanni rapidamente e senza pietà aveva adempiuta
la missione ond’era stato incaricato: battuto e ucciso Uliteo zio del
Re, aveva preso Rimini, e già moveva contro le mura di Ravenna, dove
Matasunta, mal sofferendo il maritaggio a cui Vitige l’aveva costretta,
nel suo desio di vendetta dava speranza al nemico di prendere col
favore di lei Ravenna e di ottenerne la mano. A quell’annuncio Vitige
cedeva alle istanze del suo popolo stanco della lotta, che, assediato
ora esso medesimo, era minacciato dell’estremo esizio dalla fame,
dal contagio e dalla spada del nemico. Già entravasi in primavera e
i tre mesi dell’armistizio compievansi, nè nuncio alcuno rediva di
Bisanzio. Un agitarsi, un muoversi nella Campagna di Roma mostrava
tutt’a un tratto ai Romani che qualche grave avvenimento si compieva:
nella notte vedevano gli accampamenti dei Goti in fiamme, e all’alba
vegnente miravano le schiere nemiche che movevano per Via Flaminia.
I Goti partivano. La metà dell’esercito aveva già valicato il ponte
Milvio, allorchè di porta Pinciana si scagliavano fanti e cavalieri
contro l’oste che si ritirava. Dopo breve e accanita battaglia i Goti
s’addensavano in disordine al ponte per gettarsi sull’altra sponda del
fiume; i loro drappelli affollandosi al varco, si urtavano; e sotto
una tempesta di dardi e sotto i colpi delle spade dei Greci, con gravi
perdite e dopochè molti di loro erano precipitati nelle onde del fiume,
eglino giungevano alla destra riva. Colà riordinatisi movevano per
Via Flaminia alla volta di Ravenna, scorati e tristi del presentimento
della distruzione del loro eroico popolo, il fiore dei cui valorosi era
caduto bagnando del suo sangue il terreno che si stendeva intorno alle
antiche mura di Roma. Di tal guisa, i Goti pagavano il fio dell’opera
dissennata di Teodato, il quale, invece di restringere la guerra nel
territorio di Napoli, aveva permesso che Belisario fino a Roma si
avanzasse. Ed errori aggiungevansi a errori; chè Vitige sciupava le
forze di tutto il suo grande esercito raccolto nella insalubre Campagna
di Roma, e negligendo di intraprendere nel tempo medesimo opere di
guerra nella regione meridionale e nella settentrionale, nè intendendo
a dominare il mare romano con una flotta, recava la distruzione al suo
popolo di prodi in un assedio mal guidato.

Erano trascorsi omai un anno e dieci giorni dacchè i Goti avevano
cinto la Città: e in sull’incominciamento del Marzo dell’anno 538,
respinti dalla sorte e vinti dal genio di Belisario, eglino levavano
quell’assedio memorando, nel quale avevano combattute sessantanove
pugne con esito infelice ma con eroica bravura[397].




CAPITOLO QUINTO.


§ 1.

Belisario in Ravenna. — Egli rigetta le offerte dei Goti. — Totila è
eletto re verso la fine dell’anno 541. — Sue rapide vittorie. — Sua
spedizione in Italia meridionale. — Conquista Napoli.

Noi dobbiamo restringerci alla storia della Città, per la qual cosa
non ci è dato di seguire i passi dei Goti che si ritirano per la Via
Flaminia, nè di descrivere le acri battaglie che si combatterono
in Toscana, nell’Emilia e nelle Venezie, nelle quali Belisario
coll’illustre suo genio di guerra uscì trionfatore dei nemici
che pugnavano coll’ardore della disperazione, e vinse la caparbia
disobbedienza dei generali imperiali. Ventidue mesi dopo che i Goti
erano partiti di Roma, sulla fine dell’anno 539[398], il gran capitano
entrava nella forte Ravenna. Affine di conservare la signoria d’Italia
all’Imperatore, Belisario faceva mostra di accettarne la corona che
gli avevano offerta i Goti; ma imbarcandosi tosto per Bisanzio vi
recava i tesori del palazzo di Teodorico e vi conduceva prigione re
Vitige ch’era caduto tra le mani del prode Giovanni. Ciò che si narra
di Vitige, ch’egli fuggisse di Ravenna a Roma, che penetrando nella
basilica di Giulio nel Transtevere vi abbracciasse un altare, e che si
ponesse in balia dei nemici, avutone giuramento che avrebbe salva la
vita, sembra essere una semplice leggenda[399].

Ma il regno del gran Teodorico non era ancora annientato. Se ci muove
a sorpresa la rapida fine del reame dei Vandali in Africa, di cui non
rimase più traccia alcuna, a ben maggior diritto eccita in noi alta
meraviglia lo splendido risorgimento dei Goti da caduta sì profonda.

Il destino aveva per un momento abbattuto questo popolo prode, il
quale nello scoramento aveva posato le armi innanzi ad un eroe, nella
speranza che questi tosto guiderebbe le loro sorti e quelle d’Italia.
Delusi in quel loro voto, i Goti si sollevavano novellamente, e
quantunque di duecentomila forti guerrieri fossero stati stremati a due
sole migliaia, correvano di bel nuovo all’armi e rialzavano l’onore di
loro nazione e la loro signoria con rapide pugne, grandi sì da sembrare
incredibili, che spargevano splendore di gloria imperitura sulla loro
presta caduta. Imperocchè nessun popolo mai si sia rialzato dalla
disgrazia con pari fortezza, nessuno sia stato mai, che, compiuto il
corso cui era da fortuna appellato, abbia avuto fine più eroica.

Belisario non aveva ancora sciolte le vele, che i Goti di Pavia
offrivano la corona ad Uraia, nipote di Vitige: ma quegli deponevala
sul capo del prode Ildibado ch’ei faceva appellare in fretta di
Verona. Il novello Re goto spediva tosto ambasciatori a Ravenna,
perchè protestassero a Belisario ch’egli medesimo andrebbe a deporre
la porpora ai suoi piedi, appena fosse per adempiere la promessa data
di cingere la corona d’Italia. Ma il saggio Belisario rifiutava un
onore cui sarebbe andato congiunto il titolo di ribelle, e imbarcandosi
tranquillamente alla volta di Bisanzio, per prendere il comando
dell’esercito greco nella guerra di Persia, affidava a Bessa, a
Giovanni e ad altri capitani la direzione delle cose d’Italia. Appena
egli aveva sciolto le vele, le sorti volgevansi avverse ai Greci; e
breve tempo dopo la rapida morte d’Ildibado e del succeditore di lui
Erarico, rugio di nascita, s’elevava a terrore di Giustiniano e di
Belisario stesso un eroe, che Omero con senso di ammirazione avrebbe
posto a fianco di Ettore e di Achille, e a cui la storia giustamente
decretò l’immortalità a lato di Annibale.

Totila, nipote d’Ildibado, in ancor giovane età era illustre per
quelle virtù che sono retaggio degli uomini grandi: egli era già chiaro
per animo forte, prudente, generoso, moderato. Ei guidava uno stuolo
di guerrieri goti accampato nella città di Treviso, allorquando gli
perveniva l’annuncio che suo zio era caduto sotto il pugnale del gepido
Vila. A quella nuova atterrito, il giovane credette ogni cosa perduta,
per la qual cosa, non consapevole di sua propria virtù, egli trattava
con Costanziano, che comandava in Ravenna, della cessione della
città di Treviso. E già allo scopo di negoziare, egli aveva accolti
ambasciadori greci, allorquando di furia giungevano alcuni corrieri
i quali gli annunciavano che il popolo congregato nel campo di Pavia
lo aveva acclamato re. Il giovane guerriero accettava la corona; ed
i Goti, verso la fine dell’anno 541, avevano di pari tempo la notizia
della morte dell’usurpatore Erarico e della elezione di Totila[400].

Noi oltrepassiamo in silenzio le prime battaglie ed i primi trionfi
del novello Re goto, per accompagnarlo a Roma. Avvegnachè nello spazio
di un anno, assoggettate parecchie città di qua e di là del Po, egli
si fosse reso terribile, e ne avesse tratto potenza a muovere contro
Toscana: e vi entrava in sull’incominciamento della primavera dell’anno
542, colla quale stagione Procopio, che conta a primavere, dà principio
all’ottavo anno della guerra gotica. Totila guadava il Tevere, ma
rimettendo ad altro tempo di vendicare contro le mura di Roma bagnate
di sangue le stragi sofferte dal suo popolo, volgeva per l’agro
Sannitico e per la Campania alla conquista delle più importanti città
per averne fortezza nelle sue opere di guerra. E nel muovere a quella
spedizione, cui prudenza comandava d’imprendere, visitava nel convento
di Monte Cassino il santo monaco Benedetto, e ne aveva ammonizioni e
profezie: «Molte opere malvage tu fai», dicevagli il Santo, «molte ne
facesti; oh desisti dall’iniquità! Passerai il mare, entrerai in Roma e
vi avrai impero nove anni: nel decimo morrai»[401].

Assalita Benevento prima d’ogni altra città, la prese: abbattutene le
mura, procedè innanzi fino a Napoli, e al suono delle trombe vi pose
campo. Nel tempo stesso in cui cingevala d’assedio, Totila mandava
alcuni stuoli di cavalleria leggiera in Lucania, nelle Puglie e nelle
Calabrie. Tutte queste belle province assoggettavansi di buona volontà
alla sua signoria; e i tesori raccolti dagli Imperiali nelle gabelle
cadevano in mano ai Goti, il cui giovane Re era pietoso ai paesani,
laddove invece gli officiali greci da Ravenna ad Otranto con loro avide
requisizioni suggevano il sangue ai cittadini ed agli abitanti delle
campagne, e mostravano agl’Italiani ch’eglino erano usciti di senno
allorchè avevano preferito alla giusta signoria dei Goti l’insaziabile
despotismo dei Bisantini. Al governo delle finanze d’Italia sedeva
allora in Ravenna Alessandro, vampiro senza coscienza, che, a cagione
della sua destrezza a tosare monete d’oro, i Greci faceti appellavano
col nome di Psalidione, che in loro favella significa forbice: e gli
altri duci delle città principali (fra i quali l’avaro Bessa comandava
a Roma) non gli erano inferiori nello angariare il popolo. Procopio
dice espressamente che tutte le largizioni di grano che Teodorico
distribuiva ai cittadini ed ai poverelli di Roma erano interamente
cessate, e che Giustiniano aveva acconsentito che Alessandro le
togliesse[402]. E siccome ciurmavansi anche i soldati del loro soldo,
avveniva che affamati e senza mercede abbandonassero i loro vessilli
e a frotte passassero tra le file dei Goti dove avevano nutrimento
abbondante e buono stipendio.

Napoli, domata dalla fame, apriva finalmente nella primavera dell’anno
543[403] le porte, e offriva opportunità a Totila di muovere il mondo
ad ammirazione per le virtù del suo animo umano, come la sua bravura in
guerra gli aveva già meritata bella nominanza. Coll’affetto di padre
e colla prudenza di buon medico ebbe cura dei Napoletani: a poco a
poco restituì con parco nutrimento le forze ai morenti di fame, per
non recare morte saziandone tosto l’avidità rabbiosa. Fè rispettare
le proprietà, l’onore delle donne, e con grandezza d’animo diè carri,
cavalli e vettovaglie al greco Conone ed ai suoi soldati, i quali per
il patto di resa della città dovevano partire su navi, ma ne erano
impediti dai venti contrarî; e permise che eglino, i quali benedicevano
alla sua bontà, movessero sotto guardia gota a Roma. Indi, come soleva
fare di tutte le città conquistate, fè smantellare le mura di Napoli;
imperocchè sembri che, memore di Roma sotto i cui baluardi inespugnati
il popolo goto era stato colpito da terribili calamità, egli avesse
giurato la distruzione delle fortificazioni di tutte le città. E
facendole abbattere, diceva ai Goti operare di tal maniera affinchè
il nemico non vi si munisse; ai terrazzani poi diceva volere così
liberarli per sempre dagli orrori degli assedî.


§ 2.

Lettere di Totila al Senato romano. — Effetto di quelle in Roma. — Egli
muove contro Roma. — Prende Tivoli. — Secondo assedio dei Goti nella
estate dell’anno 545. — Belisario ritorna in Italia. — Porto. — Campo
dei Goti.

Di Napoli Totila spediva lettere al Senato di Roma. Egli già se n’era
acquistata la benevolenza, facendo condurre a Roma con cortesia alcune
patrizie donne fatte prigioniere in Cuma. Ed or diceva ai Padri di
Roma:

«Coloro i quali, per ignoranza o per obblivione, oltraggiano i
loro simili, hanno diritto all’indulgenza delle genti oltraggiate:
imperocchè la ragione del loro fallo gli scusi. Ma se qualcuno
scientemente dà offesa, a lui non giova alcun argomento che mitighi
la gravezza del fallo, avvegnachè non sia sola la reità dell’opera,
ma vi si accoppii la colpa del mal talento. Poichè la è così, vedete
quale giustificazione possiate trovare nel modo con cui operaste verso
i Goti. Che potete infatti addurre a discolpa? la ignoranza forse dei
beneficî di Teodorico e di Amalasunta, oppure la dimenticanza indotta
dal tempo che vi corse sopra? Nè una cosa nè l’altra è possibile.
Perocchè eglino non di leggieri o mediocri beni in tempi antichissimi
vi sieno stati cortesi, ma sì di beneficî altissimi e in tempi recenti
vi abbiano ricolmi, o diletti Romani. La maniera onde i Greci operarono
verso i loro soggetti voi conoscete o per fama o per propria vostra
esperienza, nel tempo stesso in cui già sapete di qual guisa i Goti
trattino gl’Italiani. Eppure quelli, mi cred’io, con ospitalità
cortese voi accoglieste: quali ospiti poi vi abbiate accolti, ben
sapete se vi soccorra memoria delle male arti di Alessandro. Non vo’
parlare della soldatesca e dei suoi condottieri della cui benevolenza
e della cui grandezza d’animo aveste ampie prove. Nè alcuno di voi
creda che vituperi ad essi mosso da giovanile orgoglio, o che io
come re dei barbari parli magnificando le cose. Chè io non dico, la
vittoria su quelle genti riportata essere opera di nostra prodezza,
ma affermo piuttosto avere coloro pagato il fio delle malvagità onde
vi oppressero. E non sarebbe la più dissennata cosa del mondo, se
voi stessi, or che Dio li flagella, voleste sopportare volonterosi i
loro cattivi trattamenti invece di sottrarvi a quei mali? Or ecco il
momento di purgarvi dell’onta dei vostri brutti comportamenti verso i
Goti, e di dare a noi ragione di concedervi venia. E la avrete se, non
ispingendo noi alle ultime estremità della guerra, e non ostinandovi
affidati ad una fallace speranza che poco durerebbe, vorrete scegliere
il vostro meglio, riparando ai torti onde foste rei verso di noi»[404].

Totila faceva pervenire queste lettere ai Senatori per mezzo di alcuni
prigioni: e poichè il generale Giovanni aveva vietato loro di darvi
risposta, altre ne mandò a Roma con sensi di conciliazione; ed il
popolo ne aveva contezza leggendone con animo agitato copie nei luoghi
più frequentati, imperocchè fossero stati alcuni che in tempo di notte
le avevano affisse. I governatori greci venuti in sospetto che i preti
ariani di Roma tenessero accordi secreti coi Goti, ne li cacciarono; e
poco stante mandavano in esilio a Centumcella il patrizio Cetego cui
Procopio dà il titolo di principe del Senato di cui ci è dubbio il
valore.

Sulla fine del verno, tra l’anno 543 ed il 544, Totila dalla Campania
soggiogata moveva contro Roma. La notizia che l’imperatore Giustiniano
atterrito dalla mala piega che prendevano le cose d’Italia, aveva
chiamato di Persia Belisario affinchè prendesse il comando nella
seconda guerra gotica, nol trattenne: poichè da capitano sapiente
aveva posti fondamenti eccellenti nel settentrione e nel mezzogiorno
della penisola alle sue opere di guerra: e già sapeva che le forze di
Belisario erano assai scarse.

Belisario giungeva, e intanto ch’egli sprecava tempo a raccogliere
milizie sulle coste del mare Adriatico, il Re goto con mossa rapida
s’avanzava nelle vicinanze di Roma. Ma il suo occhio non perdeva
di vista la forte città di Tivoli, la quale domina la Campania nel
corso superiore del fiume, e la otteneva per tradimento. Erano colà
a presidio Isauri i quali per caso vennero a dissidio colla milizia
cittadina: alcune guardie di questa aprivano in tempo di notte le porte
ai Goti; ma ne avevano mala ricompensa, chè la soldatesca, irritata
contro quei di Tivoli, nè sappiamo perchè, trucidava gli abitanti
e lo stesso Vescovo: e Procopio, il quale sembra non volere per
sentimento di umanità descrivere la strage, deplora la morte di Catello
cittadino di Tivoli, il quale fra gl’Italiani di quel tempo aveva bella
nominanza[405]. Scendendo di Tivoli dove posero presidio, i Goti si
resero padroni del corso superiore del Tevere e tagliarono ai Romani la
via di Toscana.

Ma neppure adesso Totila dava opera all’assedio di Roma: il suo genio
lo premuniva da ogni movimento affrettato suggerito dall’impeto della
passione, ond’è che, guidato dalla saggezza, imprendeva con energia
la conquista di parecchie città importanti di Toscana, del Piceno e
dell’Emilia, ed in quelle imprese consumava l’anno 544 ed una parte
dell’anno successivo. E dopo di avere munita la sua impresa di ogni
saldezza, raccolti da tutte le parti i suoi Goti, li guidava contro
Roma a vendetta, per assediarla, per prenderla, per punirla. Era
l’estate dell’anno 545[406].

La Città era presidiata da tremila uomini capitanati da Bessa, generale
d’ingegno mediocre, ad ajuto del quale Belisario, alcuni anni prima,
aveva aggiunto due prodi capitani, Artasire persiano e Barbazio trace
di nascita, vietando loro severamente di tentare mai sortite contro
il nemico. Ma non sì tosto i Goti s’erano avvicinati alle mura, che
quei due duci, desiosi di gloria, non obbedirono al suo comando, nè
alle ammonizioni di Bessa ed uscirono contro l’oste che si avvicinava.
I loro soldati furono fatti a pezzi, ed eglino medesimi scamparono a
stento, con pochi ricoverando entro la Città, donde non furono più mai
arditi di tentare alcuna sortita.

Questo secondo assedio onde i Goti cinsero Roma, fu condotto in modo
affatto differente dal loro primo, e fu invece simile a quello di
Alarico. Laddove l’imprudente Vitige aveva ordinato il grande suo
esercito in sette campi muniti ed aveva assalito con ardore incessante
la Città cui difendeva uno dei più grandi capitani di tutte le età,
Totila al contrario assediava Roma con calma sapiente; ed anzi toglieva
agio a uscire del suo campo per condurre opere di guerra nell’Emilia.
Egli si restringeva a impedire che in Roma entrassero vettovaglie,
avvegnachè fosse padrone del corso superiore del fiume, e sul mare
avesse una flotta che, signora delle acque di Napoli, rendeva per
lo meno difficile che da quel lato la Città ricevesse soccorsi. E
finalmente egli aveva argomento di sprezzare gli uomini che comandavano
in Roma: la loro imperizia e la negligenza usata nella difesa si
mostrarono in siffatta guisa dipoi, che Totila avrebbe potuto prendere
la Città malamente munita se avesse voluto esporre al cimento i
suoi guerrieri. Ma sembra che la ricordanza terribile della sorte di
Vitige rattenesse i Goti dal muovere contro le venerande mura; chè già
qualunque perdita sarebbe stata gravemente pericolosa al loro esercito
poco numeroso.

Frattanto Belisario stavasi in Ravenna inoperoso. Con lettere in
cui dipingeva la triste condizione delle cose, egli aveva chiesto a
Giustiniano che rapidamente gli mandasse soldati: e mentre questi con
inconcepibile lentezza venivano, l’eroe sventurato malediceva al suo
destino che lo costringeva a veder da lontano che il frutto della sua
gloria conquistata con sì aspra fatica andasse disperso colla perdita
di quella città medesima dove aveva raccolta la sua bella corona.
Egli accusava sè stesso d’imprevidenza per essere rimasto a Ravenna
invece di gettarsi coi suoi pochi soldati in Roma: e Procopio, il
quale sembra convenire egli pure a deplorarlo, scusa quel fatto con una
meditazione filosofica sulla forza del destino, il quale talvolta volge
a risultamenti avversi i più savi proponimenti degli uomini, perocchè
il fato crudele voglia compiere i tenebrosi suoi disegni. Belisario con
rapida mossa andava di Ravenna ad Epidamno ad incontrare le soldatesche
guidate da Giovanni e da Isacco: e dopo di essersi congiunto ad esse,
spediva Valentino e Foca con uno stuolo di guerrieri all’imboccatura
del Tevere, per accrescere fortezza al presidio di Porto. Imperocchè
il porto romano fosse ancora in potere dei Greci, e Totila non avesse
ancora potuto muovere alcun tentativo per istrappare loro quel baluardo
importante: e ciò valeva a prolungare l’assedio di Roma. Allorchè però
quei duci furono giunti a Porto, dove comandava il generale Innocenzo,
trovarono innanzi a sè i Goti signori del corso inferiore del fiume,
avvegnachè tra la Città ed il porto, Totila avesse posto il suo campo
bene munito alla distanza di otto miglia dalla Città, in un luogo che
aveva nome di _Campus Meruli_, ossia di campo del merlo[407]. Il campo
così situato, minacciato di fronte e da tergo, poteva essere esposto
a qualche pericolo; ma tuttavia quella posizione era stata saviamente
scelta, perocchè ivi riuscissero ad incontrarsi tutte le vie che
venivano della marina: e poichè i Goti dominavano le Vie Appia, Latina
e Flaminia, i Greci potevano tentare di muovere a soccorso di Roma
soltanto dal lato della foce del Tevere.

Valentino e Foca annunciarono tosto ai Romani la loro venuta, ed
ammonirono il general Bessa che in un giorno determinato sortisse
contro il campo dei Goti, nel tempo stesso in cui le soldatesche di
Porto moverebbero ad assalirlo da tergo. Ma Bessa non si arrischiò di
farlo, e l’assalimento condotto da un solo lato fu rigettato dai Goti
con piena sconfitta dei loro nemici che si ritirarono in fuga.


§ 3.

Papa Vigilio è chiamato a Bisanzio. — I Goti prendono un naviglio
carico di grani di Sicilia. — La fame desola Roma. — Ambasceria del
diacono Pelagio nel campo dei Goti. — Discorso che i Romani al colmo
della disperazione volgono a Bessa. — Condizioni miserrime della Città.

Papa Vigilio non era in quel tempo nella Città. Dopochè Silverio
suo antecessore, alla cui deposizione ed al cui esilio egli aveva
operato con influenza potente, fu morto nell’anno 538 oppure nel 540,
nell’isola Palmaria, per fame ovvero per violenza di genti spedite da
Antonina[408], la Chiesa riconobbe Vigilio a pontefice legittimo. Egli
eccitava contro di sè la collera di Teodora imperatrice a cagione del
suo rifiuto di annullare la sentenza che papa Agapito aveva pronunciata
contro Antimo e contro la setta degli Acefali, ed a cagione della
condanna ch’egli aveva data contro alcuni insegnamenti di Origene
sulla preesistenza dell’anima, sulla trinità e sulla natura dell’anima
di Cristo, dottrine che Giustiniano, mosso da ragione di Stato e da
smania di entrare in disputazioni teologiche, aveva fatto insegnare,
dando così origine alla controversia dei tre Capitoli[409]. Al suo
energico rifiuto di accogliere i tre Capitoli, Vigilio era chiamato
a Costantinopoli dove un Sinodo avrebbe giudicato della controversia:
e dopo incerta tardanza, partiva a quella volta, addì 22 di Novembre
dell’anno 544[410]. Gli avvenimenti occorsi nel suo viaggio sono
involti nell’oscurità; e ciò che narra il Libro dei Papi che Vigilio,
preso nella chiesa di santa Cecilia nel Transtevere, per ordine di
Teodora fosse fatto imbarcare sul fiume in una nave, e che i Romani
la accompagnassero delle loro maledizioni, tempestandola con pietre,
con rottami di legno e con frammenti di stoviglie, se non possa essere
dichiarato falso del tutto, eccita almeno qualche dubbio della sua
verità[411].

Vigilio andava primamente in Sicilia, e vi si fermava a lungo, fino al
tempo in cui Totila cingeva Roma di assedio. Informato delle necessità
ond’erano stretti i Romani, dai ricchi patrimonî che la Chiesa romana
possedeva nell’isola, raccolse gran copia di grano, e cariconne
vascelli che infatti giunsero felicemente ai lidi di Porto. Ma i Goti,
avutane contezza, si avanzarono fino all’imboccatura del Tevere, ed ivi
si ascosero presso il molo con loro navicelli. I Greci del castello
di Porto scopersero l’intendimento dei nemici; e nel momento in cui
il naviglio carico di vettovaglie stava per entrare nel fiume per
salire fino a Porto, dall’alto dei merli agitando panni cercarono di
far intendere ai naviganti di tornare indietro: ma quelli, credendo
anzi che fosse un segno con cui gli invitassero, si avanzarono, ed il
convoglio di grano cadde fra le ugne dei Goti che ne alzarono grida
festose. In quel naviglio erano anche parecchi Romani, fra i quali
Valentino, che il Papa in Sicilia aveva eletto vescovo di Silva Candida
e che ora egli spediva quale vicario suo a Roma. Condotto alla presenza
di Totila, fu interrogato di parecchie cose, e, accusato di menzogna,
quello sventurato ebbe crudelmente mozze ambe le mani. Ciò accadde,
secondo le notizie dateci da Procopio, verso la fine dell’anno undecimo
della guerra gotica, cioè nella primavera del 546.

Tosto che fu conosciuta la perdita di quel convoglio di vettovaglie, si
dileguò ogni speranza nella Città travagliata; e gli orrori della fame
si resero vieppiù insopportabili. Commossi a disperazione, i Romani
ricorsero al diacono Pelagio, uomo altamente reverito, il quale, di
fresco tornato di Bisanzio dov’era andato nunzio della Chiesa romana,
aveva distribuito il suo ricco patrimonio a lenire la miseria del
popolo della Città, nella quale, durante l’assenza del Papa, ne fungeva
egli senza dubbio le veci. Di buona voglia egli si sobbarcò al carico
di andare ambasciatore al campo di Totila, affine di implorare dal Re
una tregua, scorso il tempo della quale senza che di Bisanzio fosse
porto ajuto, la Città si sarebbe resa. Il Re accoglieva il venerando
ambasciatore dei Romani con segni di onoranza; ma tagliando corto
ogni discorso di negoziati, gli diceva con fermezza, essere suo animo
di concedere qualunque cosa gli chiedessero, fuori di tre: chè non
voleva udire loro preghiere a ciò che perdonasse ai Siciliani, o che
conservasse le mura di Roma, o che restituisse gli schiavi fuggiti.
Perchè Sicilia aveva fellonescamente accolti i Greci, perchè le mura
di Roma impedivano di deciderne in una battaglia in campo aperto e
costringevano i Goti a far sofferire ai Romani gli orrori dell’assedio;
perchè finalmente la fede data agli schiavi non poteva essere rotta.
Pelagio com’ebbe inteso ciò, tornava atterrito, abbandonando la sorte
della Città nelle mani di Dio.

Allorchè cadde infruttuosa l’opera di quell’uomo nella cui dignità e
nella cui eloquenza i Romani avevano riposta l’ultima loro speranza,
confidenti ch’egli sarebbe un secondo Leone, i miseri cittadini
angosciati dalla fame piombavano nel profondo della disperazione.
S’adunavano con grida di guajo, e deliberavano di spedire alcuni uomini
al palazzo: ivi quei tapini senza forza volsero ai duci un breve
discorso, cui l’ambascia della fame dava una insolita energia ed il
cui tenore fu presso a poco il seguente. «I Romani vi supplicano di
essere trattati se non come amici scesi della stessa stirpe, o come
concittadini dello stesso Stato, almeno come nemici vinti, come schiavi
di guerra. Date ai prigioni vostri alcun poco di pane! Non diciamo, no,
nutrimento da bene vivere, ma il tozzo necessario affinchè possiamo
trascinare la vita al servigio vostro, come a’ servi si conviene.
Che se vi sembra soverchio il dimando nostro, permetteteci almeno di
uscire liberamente della Città, affinchè vi risparmiamo la fatica di
dare agli schiavi vostri sepoltura. Che se pur questo desiderio nostro
vi sembri troppo grave, ebbene! Date morte a noi tutti; chè ella sarà
pietosa cosa!» Rispondeva Bessa: «Cibo per loro non avere; lasciarli
partire essere cosa pericolosa; ucciderli empia; Belisario esser vicino
ad ajutarli». E con queste parole congedava gli affranti ambasciadori
che tornavano alla moltitudine affamata che gli attendeva ansiosa e
istupidita.

Neppur una mano si levava tra i Romani a punire gli infami. Bessa e
Conone, spinti dalla più turpe avarizia, traevano in lungo l’assedio
per trafficare sulla fame del popolo e per cavarne denaro. Eglino
incettavano le vettovaglie, e, fatti mercanti, le ammassavano nei
granai: e gli stessi soldati greci toglievansi di bocca la loro
porzione di cibo per averne denaro e denaro. Imperocchè i Romani ricchi
pagassero un medimno, ossia un piccolo moggio di grano, a sette monete
d’oro, ed i meno agiati reputassero buona ventura quando potevano
avere una misura eguale di crusca pagandola a monete d’oro 1-3/4.
Cinquanta monete d’oro pagavasi con gioia un bue, se fortuna dava che
se ne trovasse. Nella Città non era che avarizia da un lato la quale
vendeva, e fame dall’altro che senza ridire sul prezzo, comperava e
divorava. E come fu esausto il denaro contante, si videro i Romani
trarre sul mercato una dopo l’altra le suppellettili dalle loro case
permutandole con grano, nel tempo stesso in cui i cittadini poveri
si trascinavano carponi alle mura e fra i ruderi dei portici (dove
un tempo gl’Imperatori avevano fatte ai loro pigri avi largizioni di
olio, di pane, di grasce), per cogliervi erbe selvatiche e per saziarne
le brame del ventre. Ma anche il grano consumavasi fino alla scarsa
porzione che Bessa aveva conservato per sè stesso; laonde la rabbiosa
fame costringeva ricchi e poveri del paro a ricorrere alle ortiche
che cotte trangugiavano. Vedevansi i Romani simili a spettri dalle
occhiaie incavate errare per le piazze deserte, schiacciare co’ denti
le ortiche, e tutt’a un tratto cadere inanimati. E la natura stessa
che sotto quel cielo disserra estesa vegetazione di piante selvatiche,
da ultimo non aveva più erbe che coi loro amari succhi porgessero
miserando alimento. Molti ponevano fine a loro martòri dandosi morte:
e fra gli spaventosi orrori di quei giorni Procopio narra di un fatto
che non è terribile meno del lacrimevole destino del conte Ugolino.
Era un padre di cinque figli: attorniato da quelle sue creature che
gli si stringevano alle vesti a piagnere e a domandar del pane, senza
far motto accennava che lo seguissero. E come erano venuti al ponte
del Tevere, da vero Romano copertosi il volto col lembo della sua
veste, gettavasi del capo in giù nell’onda, dinanzi ai figli ed ai
concittadini che non piangevano, sì dentro erano impietrati.

Alla fine i duci davano licenza che partisse chi voleva, tolto ancora
perciò qualche po’ di denaro. Roma vuotavasi d’abitatori; ma dei miseri
fuggiaschi che ivano a cercar alimento di fuori, molti cadevano per
via di fame, e, se si presti fede alla narrazione dei Greci, anche di
ferro del nemico: sennonchè noi abbiamo argomento di scolpare i Goti da
questa crudeltà. In sì profonda miseria, esclama Procopio con istupore,
la fortuna aveva precipitato il Senato ed il popolo di Roma!


§ 4.

Belisario giunge a Porto. — Il Tevere è chiuso per mezzo di uno
steccato di legno. — Belisario tenta di superarlo e di liberare
Roma. — Sospensione delle pugne. — Totila entra in Roma addì 17 di
Dicembre dell’anno 546. — Aspetto della Città deserta. — Saccheggio. —
Rusticiana. — Mitezza d’animo di Totila.

Sembrava che l’arrivo di Belisario nel porto del Tevere dovesse
finalmente decidere delle sorti. Partendo di Otranto egli conduceva
seco la soldatesca di Isacco, e comandava al «sanguinario» Giovanni
di muovere per le Calabrie e di incamminarsi per la Via Appia. Egli
poi deliberava di fermarsi a Porto per vedere se potesse con pochi
soldati liberare Roma: e ne era ben tempo. Approdato a Porto, trovò che
i Goti avevano posto tra lui e Roma un impedimento cui era necessario
di superare, ma che opponeva grave difficoltà. Novanta stadî al di
sotto della Città, là dove il fiume era più stretto, Totila aveva teso
dall’una all’altra sponda una chiusa di fortissimi fusti di alberi:
sull’una e sull’altra riva aveva eretto due torri di legno munite di
mangani e difese dai giavellotti dei loro guardiani. Nessun vascello
poteva oltrepassare quel forte serraglio, e neppure vi si poteva
avvicinare se non dopo di avere spezzato una catena di ferro, tesa sul
fiume a qualche distanza dalla chiusa.

Belisario doveva distruggere quell’ostacolo se voleva portare soccorso
di soldati e di vettovaglie alla Città. Egli attendeva perciò alcun
tempo che giungesse Giovanni, ma indarno, chè i Goti avevano a Capua
impedita la via a quell’ardito capitano. Per la qual cosa Belisario
eccitava parecchie fiate Bessa affinchè da parte sua movesse contro
il campo, nel tempo istesso in cui egli dall’altro lato vi darebbe
assalto. Ma il duce di Roma non si moveva, ed il presidio colle armi al
braccio stavasi noncurante e neghittoso entro le mura. Allora Belisario
deliberava di non aspettare più a lungo, e confidava nel proprio genio
di guerra. Ad ogni modo voleva egli prima tentare di introdurre viveri
nella Città; ed il suo disegno era splendido, ardito e degno di alta
lode. Egli caricava le vettovaglie sopra duecento dromone o navi da
trasporto dal corpo lungo e snello: e nel tempo stesso faceva di ognuna
di esse una piccola cittadella natante, munendola all’intorno di un
parapetto formato di forti panconi, con feritoje pei balestrieri.
Ordinate le navi in ischiera sul fiume, vi faceva precedere una
gigantesca macchina incendiaria natante. Era essa formata di una torre
di legno che, posando sopra due zattere congiunte insieme, superava in
altezza le torri nemiche erette a difesa dello steccato, e recava al
suo vertice una barca mobile piena di pece, di zolfo e di altre materie
incendiarie.

Allorchè fu giunto il giorno determinato all’impresa, Belisario
affidava la difesa del castello di Porto e la custodia della sua donna
al generale Isacco, dandogli comando che non abbandonasse mai la città
anche se gli giungesse novella che il generale supremo fosse stretto da
grave pericolo e che anche fosse stato sconfitto. Nel tempo medesimo,
presso le foci del fiume ordinava soldatesche dietro a trinceramenti,
e comandava ai suoi fantaccini di seguire lungo le sponde del Tevere il
movimento del naviglio.

Egli stesso saliva sulla prima dromona e dava il segnale della
partenza. Precedevano venti navi spinte con grave sforzo dai remiganti
a ritroso della corrente del fiume, nel tempo medesimo in cui la
macchina incendiaria trascinata lungo la sponda lentamente s’avanzava.
I Goti miravano con istupore quel movimento e rimanevano alcun tratto
inoperosi nel loro campo. Coloro che stavano a guardia della catena
erano presto sconfitti; la catena era spezzata; e con lena raddoppiata
i Greci facevano forza di remi verso la chiusa. La macchina incendiaria
si posava con buon successo sopra la torre volta al lato di Porto, e
scagliandovi dall’alto il barchetto ardente, poneva tosto in fiamme la
torre. Il presidio di questa, composto di duecento Goti capitanati dal
prode Osda, vi periva miseramente. Una pugna accanita si combatteva
intorno alla chiusa, contro la quale facevano pressa le dromone, nel
tempo medesimo in cui i fanti dalla banda di terra s’azzuffavano contro
i Goti, che dal campo erano accorsi a difenderlo. Le sorti di Roma
erano per essere decise in brevi istanti, e forse la vittoria sarebbesi
in poco tempo ottenuta, se Bessa fosse mosso della Città ad assalire
dal suo lato.

Intanto che ferveva la battaglia sopra una sponda del fiume ed intorno
alla chiusa, un corriere recava a Porto la novella che la catena
era stata infranta e che il ponte era preso. Isacco, trascinato da
desiderio di aver parte alla gloria della vittoria e dimentico del
comandamento di Belisario, correva ad Ostia, vi raccozzava uno stuolo
di cavalieri, e stoltamente, quasi fuor di sè, aggrediva il campo
nemico da quella banda. Nel suo impeto primo passò oltre ai Goti,
entrò nei loro trinceramenti e cominciò a darvi saccheggio. Ma i Goti
rinvennero tosto del loro sgomento, tornarono indietro, e serrando la
via ai nemici entrati nel campo fecero prigione il temerario capitano.
La notizia che Isacco era stato preso giunse sciaguratamente colla
rapidità del folgore ad orecchio di Belisario intanto che pugnava
intorno al serraglio. Atterrito a quell’annunzio, non comprese il
vero dell’avvenimento, ma reputò che Porto fosse stato preso, che il
castello, il tesoro, la sua donna, i materiali di guerra fossero caduti
in mano del nemico; e per la prima volta la mente dell’eroe presa
da agitazione si smarrì. Fè cessare dalla battaglia, fè chiamare a
raccolta, e voltate le navi e la soldatesca, mosse in furia verso Porto
per riprendere il castello. Ma come giungeva, stupiva di non trovarvi
faccia di nemico, ma di rivedervi le proprie scolte che attente
vigilavano dai merli del castello: allora comprendeva il suo errore,
ed era colto da angoscia sì grave che lo assaliva una febbre violenta,
la quale togliendogli ogni sentimento lo teneva a lungo sospeso tra la
vita e la morte.

Così falliva il tentativo di liberare la Città, nè era questa volta
conceduto a Belisario di accrescere la gloria della sua prima difesa
di Roma con una seconda. Una sospensione inerte ne derivò: in Porto
dove Belisario giaceva infermo tutto era silenzio; nel campo dei Goti
non facevasi alcun movimento; la città di Roma era simile a chiuso
sepolcro. Le mura antiche di Aureliano che cingevano la immensa Città
deserta dalla quale era fuggito il popolo tutto, sembravano sole
guatare vigilando. Sui baluardi vedevasi appena qualche scolta: di
rado qua e colà appariva un drappello di guardie: chi voleva dormire,
dormiva; nè alcun duce ne lo sturbava. Nelle vie vedevansi pochi uomini
vacillanti per fame: Bessa era nel suo palagio a guardia del denaro
guadagnato sui dolori dei cittadini; e Totila stava irresoluto nei suoi
trinceramenti mirando l’antica Roma dalle cui alte mura sembrava che
le ombre sanguinose del suo popolo lo ricacciassero con terrore. La
descrizione che dà Procopio delle condizioni della Città assediata è
così terribile e straordinaria da far credere all’esagerazione; ma pure
non sembra ch’essa sia mendace.

Quattro Isauri, che facevano parte di un drappello posto a guardia di
porta Asinaria diedero finalmente Roma in mano al nemico. Senza che se
ne accorgessero i loro duci, duranti parecchie notti calarono dalle
mura sospesi a funi, e introdotti nel campo nemico annunciarono al
Re ch’egli potrebbe spedire soldati a impadronirsi della porta, con
che egli avrebbe preso la Città quando avesse voluto. Le loro offerte
ripetute e le assicurazioni di alcuni Goti che s’erano resi certi della
veracità della proposta, tolsero ogni dubbiezza in Totila. Quattro
valenti Goti aiutati dai traditori scalarono una notte la muraglia,
e, scesi in Città, aprirono la porta per la quale l’esercito goto
entrò quietamente. Ciò avvenne, dicesi, nella notte dei 17 di Dicembre
dell’anno 546[412].

Totila, guidato da prudenza, non volle tosto penetrare durante l’oscura
notte nel cuore della Città, ma fè sostare i suoi guerrieri nel
quartiere Laterano. Ma la Città agitavasi tosto a grave tumulto; ed
il Re ordinava che tutta la notte squillassero le trombe, affinchè i
Romani avessero avviso di trovare scampo fuor delle porte oppure nelle
chiese[413]. Il presidio di Roma al primo clamore fuggiva coi suoi
duci Bessa e Conone: tutti i Senatori che ancora avevano un cavallo,
scappavano; e fra quelli era Decio e forse anche Basilio ultimo
console di Roma, laddove Massimo, Olibrio, Oreste ed altri patricî si
ricoveravano nella chiesa di san Pietro[414]. Chiunque aveva forza di
trascinarsi fino alle chiese vi si rifuggiva; ed allorquando al sorgere
della luce i Goti mossero per le vie di Roma, gli accolse il silenzio
d’un deserto privo d’abitatori. Narra Procopio che in tutta la Città
fossero rimasti soli cinquecento uomini che a fatica riuscirono a
scampo nei santuarî, imperocchè tutti gli altri fossero usciti di Roma,
oppure per fame fossero morti[415]. Ciò può sembrare meraviglioso anzi
impossibile, ed il numero di cinquecento sarà forse da ripetersi dieci
volte: ma la notizia offertaci dall’illustre Storico di quel tempo, se
anche sia esagerata, dimostra in quale profondo decadimento ed in quale
estrema miseria Roma fosse precipitata.

Allorquando i Goti finalmente corsero le vie della Città conquistata,
intorno alla quale alzavansi ancora i cumuli che coprivano i cadaveri
dei loro connazionali, fu porta loro opportunità di ottenerne ampia
vendetta: ma Roma era sì deserta, che il loro odio non trovava oggetto
sul quale si sfogasse, ed era sì miseranda nello aspetto, che la
passione di vendetta si sarebbe anche nel petto dei Barbari tramutata
in sentimento di compassione. La rabbia dei Goti rimaneva paga
dell’uccisione di ventisei soldati greci e di sessanta Romani colti
nelle vie: e Totila, preso nell’animo meditabondo da sensi di pietà,
moveva in sul mattino alla tomba dell’apostolo Pietro a sciorvi sue
preci mattutine. Al prode vincitore si presentava sulla soglia della
basilica il diacono Pelagio tenendo in mano il libro degli Evangeli, ed
esclamava con voce interrotta da sospiri: «Signore, perdona ai tuoi!»
Totila gli diceva: «Supplice tu vieni or dunque, o Pelagio?» E questi
rispondevagli: «Iddio mi rese tuo servo, e tu perdona, o signore, ai
servi tuoi». Il giovane eroe consolava l’animo triste del sacerdote,
promettendogli che i Goti risparmierebbero le vite dei Romani: ma
ai suoi prodi guerrieri concedeva, come già aveva fatto Alarico, che
dessero saccheggio alla Città, purchè non toccassero quelle ricchezze
più preziose che egli, quale parte del bottino, a sè riservava.

Roma fu saccheggiata ma senza spargimento di sangue e senza crudeltà;
chè nelle case deserte i Goti non trovavano chi resistesse per
difendere le robe. La Città non possedeva più le ricchezze onde era
ornata ai tempi di Alarico, di Genserico ed anche di Ricimero: i
palazzi delle antiche famiglie erano già da gran tempo deserti in parte
e decaduti; e pochi soltanto erano ancora splendidi di capolavori di
marmo e ricchi d’ornamenti d’oro e di preziose biblioteche. Tuttavia
trovavasi ancora di che depredare nelle case dei Patrizî; e nel palazzo
di Bessa il Re goto raccolse tutti quei cumuli d’oro che l’avarizia
del Greco vi aveva ammassati. Tutti quegli sventurati Patrizî che
erano rimasti nelle loro case, furono risparmiati; ed in fatti eglino
avevano diritto a pietà, chè, ravvolti entro vesti servili cenciose,
vedevansi errare di casa in casa tendendo la mano ai loro nemici stessi
e accattando per Dio un tozzo di pane. In quella miseranda condizione
videro i Goti anche una donna illustre che sopra ogni altro era
meritevole di compassione. Rusticiana, figlia di Simmaco e vedova di
Boezio, durante l’assedio aveva distribuito ogni suo avere a lenire la
miseria generale; e la nobile matrona non aveva ora causa di arrossire,
se, obbietto di compassione, errava mendicando sua vita a frusto a
frusto per campare ancor breve tempo. I Goti la mostravano a dito, e
dicevano con amarezza che quella femmina a torre vendetta della morte
del padre e dello sposo aveva fatto distruggere in Roma le effigie di
re Teodorico: e chiedevano che la nobile vedova fosse messa a morte.
Ma Totila onorava la sventura di lei, figlia e moglie a due Romani sì
illustri, e proibiva che a nessuna vedova, nè ad alcuna orfana venisse
fatto oltraggio. E fu tanta la sua mitezza d’animo verso tutti senza
differenza, che egli meritò l’ammirazione e l’amore dei suoi nemici
medesimi, a tale che di lui fosse detto, essere vissuto coi Romani,
dopo la presa della Città, come un padre coi figliuoli[416].


§ 5.

Discorsi di Totila ai Goti ed al Senato. — Egli minaccia Roma della
distruzione. — Lettere di Belisario a lui indiritte. — Assurdità
delle narrazioni che Totila abbia distrutta Roma. — Vaticinio di
san Benedetto sopra Roma. — Totila parte di Roma. — La Città rimane
deserta.

Nel dì seguente Totila congregava i suoi Goti, forse nel Foro del
popolo romano già da gran tempo deserto, e loro volgeva un discorso
degno della grandezza e della moderazione dell’animo suo. Egli
comparava il numero e la potenza presente dei Goti alla loro grandezza
passata; e con nobile sentimento ispirato dalla vittoria, ricordava che
se il loro superbo esercito di duecentomila uomini valenti era stato
sotto Vitige vinto da settemila miserabili Greci e ridotto ad un debole
stuolo di guerrieri nudi e malperiti nell’arme, eglino avevano pure
saputo sconfiggere ventimila nemici, e riconquistare il regno perduto.
Egli disse esservi una secreta e irresistibile potenza che punisce
i delitti dei Re e dei popoli; per la qual cosa piamente ammoniva i
suoi di ottenere il favore di Dio operando con giustizia verso i loro
soggetti.

Indi egli si presentava con irato sembiante alle reliquie del Senato
romano; e fu quella forse l’ultima volta che i Padri di Roma si
congregassero nel palazzo senatorio. I Patrizî a capo chino si tennero
indietro, quasi celandosi sotto l’abito sacerdotale del diacono
Pelagio; e tremanti e silenti ascoltarono le parole severe dell’eroe,
il quale rimprocciando la ingratitudine loro ai beneficî di Teodorico
e di Atalarico, lo spergiuro, la fellonia, la stoltezza, disse volere
quindi innanzi trattarli quai servi. Eglino non fecero motto, e solo
Pelagio pregò a favore «dei miserandi peccatori», finchè il Re promise
che li tratterrebbe pietoso piuttosto che giusto[417].

Totila poi mostrava intendimenti oscuri e nunci di disgrazia alla parte
materiale della Città. In questo tempo stesso i Goti avevano sofferta
una lieve perdita in Lucania, ed a quella notizia il Re era commosso a
violenta collera: ei voleva spianare al suolo tutta Roma; e, lasciando
indietro la maggior parte del suo esercito, voleva muovere in fretta in
Lucania contro il cane sanguinario, contro il feroce Giovanni. Ei dava
tosto comandamento che si abbattessero le mura, e ciò fu eseguito in
parecchi luoghi, di maniera che una terza parte di quelle fu infatti
demolita[418]. Ed anzi ei faceva sacramento che darebbe alle fiamme
i più belli, i più splendidi monumenti di Roma, e: «tutta la Città»,
sclamava, «voglio tramutare in vastità deserta ove pasca l’armento!»

Il Re nello accendimento dell’ira usciva con questi proponimenti, ma
difficilmente un uomo di genio pari al suo poteva operare in maniera
da deturpare il proprio nome immortale con una macchia di simil
fatta[419]. Spargevasi fama intanto che i Goti fossero per distruggere
Roma; e Belisario, che stavasi inoperoso chiuso nel vicino Porto, nei
suoi vaneggiamenti febbrili vedeva Roma, la città della sua gloria,
posta a ruba e a fuoco. Egli spediva al Re lettere recanti la vera
impronta di un’anima grande, le quali avrebbero meritato che dai grati
Romani si incidessero in tavole di bronzo e si esponessero in una
piazza publica della loro Città, affinchè servissero di ammonizione non
già ai Barbari, ma sì a quei Baroni ed a quei Papi del medio evo che
tanti monumenti di Roma distrussero. E quell’epistola sonava così:

«Gli uomini savii e che bene apprezzano le leggi del vivere civile
sogliono rendere adorne di belle opere d’arte le città che non ne
possedono: è costume invece degli uomini stolti di derubarle dei loro
ornamenti, tramandando così senza rossore alla posterità la ricordanza
di loro indole prava. Or di tutte le città su cui splende la luce del
sole, Roma è la più grande e la più mirabile. Imperocchè essa non dalla
potenza di un solo uomo sia stata edificata, nè in breve tempo a tanta
grandezza ed a tanta bellezza sia pervenuta; ma la lunga serie degli
Imperatori, l’associazione dell’opera degli uomini più illustri, usando
in lungo ordine d’anni di ricchezze infinite, la abbiano resa splendida
dei capolavori degli artefici raccoltivi da tutto l’orbe. E questa
Città, che, quale tu vedi, fu poco a poco edificata, quegli uomini
lasciarono ai loro posteri a monumento della virtù del mondo; per la
qual cosa chi facesse oltraggio a tanta grandezza si renderebbe reo di
grave delitto verso tutti gli uomini dei tempi che verranno. Avvegnachè
egli rapirebbe gli avi del monumento del loro valore, ed ai nepoti
torrebbe di godere della vista delle opere eccelse degli antenati.
Poichè ella è dunque così, tu devi confessare che di necessità
delle due cose l’una deve accadere. O tu in questa guerra sei vinto
dall’Imperatore, oppure, se fia possibile, lo vinci. Se tu trionfi,
distruggendo Roma non perdi già una città altrui, bensì la tua propria,
o chiarissimo uomo: serbandola invece, tu puoi reputarti arricchito
a buon prezzo del più splendido possedimento della terra. Se ti fia
avversa fortuna, la conservazione di Roma sarà argomento acciocchè
tu trovi grazia agli occhi del vincitore, laddove la distruzione sua
ti torrebbe speranza di esserne accolto con mitezza e di averne alcun
vantaggio. Adeguata all’opera scenderà la sentenza del mondo, che in
ogni caso ti giudicherà; imperocchè la bella o brutta nominanza dei
Principi dipenda per necessità dalle loro geste»[420].

Totila ricevette lo scritto del suo grande avversario dalle mani di
coloro ch’egli aveva spediti a recarglielo; e nel tempo in cui lo
leggeva attentamente, il suo animo era preso da duolo, pensando che
Belisario avesse potuto crederlo capace di un’opera sì stolta ed
infame. Egli gli rescriveva in risposta; e noi deploriamo che la Storia
non ci abbia conservato le sue lettere a monumento degli alti sensi di
quell’anima eroica.

I monumenti di Roma furono rispettati: soltanto alcune case della
Città furono date al saccheggio ed alle fiamme, e quella sorte toccò
segnatamente alla Regione del Transtevere, dove per buona ventura erano
di pochi edificî splendidi[421]. Forse Totila vi faceva incendiare
alcuni fabbricati, come se realmente volesse porre ad esecuzione la sua
minaccia; e quelle fiamme facevano sì che Belisario prestasse fede alla
fama sparsa del brutto proponimento di lui. Le lettere del duce greco
al Re goto, ed alcuni passi di Procopio e di Giornande frantesi, oppure
a bello studio travolti nel loro senso, fecero accogliere opinione
che Totila abbia realmente eseguita sua opera di demolizione in Roma.
Alcuni Storici del medio evo ed anche di tempi recenti lo affermano
solennemente: e laddove avrebbero dovuto discolpare Alarico, Genserico
e Ricimero delle brutte colpe loro attribuite, eglino accusarono Totila
della ruina di Roma. Leonardo Aretino coi colori di Virgilio dà persino
una dipintura terribile dell’incendio di Roma operato da Totila: egli
fè prima di tutto, così narra quello Storico, abbattere le mura; indi
diè fuoco al Campidoglio e fè mettere in fiamme tutti gli edificî che
s’alzano intorno al Foro, alla Suburra ed alla Via Sacra: ne arsero
i monumenti del monte Quirinale; e l’Aventino splendeva del chiarore
dell’incendio, e sonava per l’aere il crepitio delle fiamme e il rumore
delle case crollanti. Altri retori italiani sulle sue orme spacciarono
di simili narrazioni fantastiche; nè soltanto narrarono che i Goti,
simili a «sciame di vespe in furore» si lanciassero contro il Colosseo,
e dall’alto al basso vi compiessero opera di disfacimento, ma seppero
dire persino ch’eglino mossero acerba guerra segnatamente contro gli
obelischi di Roma. Perocchè, avendo eglino pure nella loro patria di
quei marmi alti da venti a trenta piedi, sieno stati presi da invidia
degli obelischi della Città più belli di gran lunga, e gli abbiano
perciò tutti, all’infuori di quello soltanto del san Pietro, distrutti
con fuoco, o abbattuti con picconi, o strappati con corde. E tali fole
diffondevansi ancora nel secolo decimottavo[422].

Del resto compievasi la mirabile profezia che santo Benedetto aveva
pronunciata su Roma, e che il grande pontefice Gregorio narrava nei
suoi dialoghi soltanto quarantasette anni più tardi. Sembra che,
allorquando Totila entrava in Roma, si narrasse con terrore universale
che i Goti, a vendicare i loro fratelli caduti con Vitige, volessero
distruggere la veneranda Città: e questa è dimostrazione ch’essa non
ebbe mai cessato di essere obbietto di amore a tutto il genere umano.
Il Vescovo di Canusio nelle Puglie, andato un dì a Monte Cassino,
svelava le paure ond’era combattuto il suo animo a san Benedetto: ma
l’uomo del Signore confortava lo spirito angosciato di lui, dicendogli
con calma: «Roma non sarà distrutta dai Barbari; ma, travagliata
da nembi e da folgori, da procelle e da terremoti, di per sè stessa
decadrà putrefacendosi»[423].

Dopochè Totila ebbe distrutta la terza parte delle mura, con una
risoluzione di cui non sappiamo giustificare la cagione, forse spinto
da irrequietezza d’animo, partiva di Roma. Egli non lasciava alcun
presidio nella Città, ma alla distanza di 120 stadî poneva un campo
in un luogo chiamato Algido[424], affine di impedire che Belisario
uscisse di Porto. Egli poteva a buon dritto reputarsi per sacro titolo
signore di Roma, e ben poteva partirne; ma ci riesce a sorpresa ch’egli
non movesse tutte le forze sue contro Porto per soffocarvi il germe
di una novella guerra. Indi andava in Lucania, dietro a sè traendo,
quali ostaggi o quali prigionieri, tutti i Senatori; e Roma, donde
egli aveva nella sua collera cacciato il popolo tutto nella Campania,
era tramutata in uno squallido deserto che metteva terrore[425]. La
fantasia nega quasi di credere a quell’avvenimento straordinario ed
unico nella Storia: nè di quella immensa capitale del mondo, che il
nostro pensiero suole mostrarci animata della vita delle nazioni,
la fantasia vale a dipingere a sè stessa neppure per brevi istanti
l’imagine desolata, che la rende simile a luogo maledetto ed a tomba
spalancata, muta, deserta di abitatori. Ma la narrazione di Procopio è
chiara e precisa, ed è sorretta dalla testimonianza d’un altro Storico
che dice: «Totila condusse i Romani in cattività nella Campania; e Roma
ne rimase più che quaranta giorni deserta, in modo che vi si aggiravano
per le vie animali, senza che uomo ivi entro movesse»[426].




CAPITOLO SESTO.


§ 1.

Belisario entra nella Città. — Ne restaura le mura. — Seconda difesa di
Roma sostenuta da Belisario nell’anno 541. — Totila si ritira a Tivoli.
— Giovanni conduce seco i Senatori romani ch’erano in Capua. — Totila
muove rapidamente nell’Italia meridionale. — Belisario parte di Roma. —
Suoi monumenti nella Città.

Tosto che Totila era partito per le Puglie e per la Lucania, Belisario
tentava di rendersi signore della Città non presidiata. Egli usciva
di Porto a tal uopo con mille guerrieri, ma assalito dalla cavalleria
gota che veniva con rapida mossa di Algido, era costretto a ritirarsi
dopo una pugna accanita. Sembrava che il Re dei Goti per dileggio
avesse abbandonata Roma, collo stesso sprezzo con cui uomo gitta da sè
la buccia senza midollo delle frutta, e che ancora volesse impedire
a Belisario di raccoglierla. Ma il duce greco attendeva con calma
una opportunità migliore, e finalmente moveva per la seconda fiata
all’impresa. Lasciando un piccolo stuolo di soldati a presidio del
castello e ingannando la vigilanza dei Goti, di repente, con movimento
rapido e senza contrasto, egli si gettava colla rimanente soldatesca
entro la deserta Città, traendo per porta Ostiense, intorno alla quale
s’alzavano i cumuli di pietre delle mura diroccate in parte. Volgeva la
primavera dell’anno 547, quando Belisario entrava la seconda volta in
Roma: e appena egli era dentro alla Città, ch’era stata già teatro alla
sua gloria, sembrava che il suo genio rivivesse con duplice vigoria.

Sua prima cura fu di restaurare il muro. Ma siccome ei difettava
del numero di operai necessario a quel lavoro, e non possedeva
materiali da costruzione sufficienti, nè aveva il tempo occorrente per
riedificare saldamente la muraglia nel lungo giro in cui era stata
demolita, ei la racconciò nel modo migliore che per lui si potè.
Restituilla accumulando i ruderi dell’antica; nè v’ha dubbio che
si saranno adoperati a quello scopo anche molti bei pezzi di nobile
marmo e di pietra travertina strappati ai monumenti che s’elevavano
nelle vicinanze. Non si congiunsero le pietre per mezzo di calce o di
altro cemento; soltanto nella parte esterna si sostennero per mezzo
di una palizzata; e il fosso scavato già ai tempi del primo assedio,
liberato dalle materie che lo riempivano e reso più profondo, servì
a ottimo mezzo di difesa. Dopo venticinque giorni di operoso lavoro,
Belisario poteva muovere intorno alle mura rinnovellate e persuadersi
che per lo meno esse avrebbero giovato alla stessa guisa di uno
scenario appariscente da teatro. Dalla Campania frattanto traevano di
nuovo entro la Città i Romani dispersi qua e colà, e le davano ancora
sembianza di paese popolato[427].

Se la difesa di Roma sostenuta da Belisario contro il primo assedio
condotto con tanta energia ci muove ad ammirazione, sorpresa ancor
maggiore deve eccitare in noi la seconda in cui egli respinse l’oste
nemica malgrado della debolezza delle opere necessarie alla resistenza.
Non appena ebbe Totila l’annuncio che il nemico era di nuovo rientrato
in Roma, che senza indugio, rapido e ardito come Annibale, veniva di
Apulia contro la Città. Potrebbe sembrare che i suoi movimenti sieno
stati condotti senza saggio disegno perchè ebbero esito sventurato:
ed infatti quel prode capitano abbandonando Roma senza prima prendere
Porto e senza distruggere la fortezza di Belisario, può dare ai
censori fondamento di rimproverarlo di precipitata sconsideratezza.
Egli trovava i Greci che davano opera in fretta a restituire a
saldezza le porte: chè le loro aperture non erano munite, perocchè
Totila, partendo, avesse trasportate con sè, oppure avesse distrutte
le imposte; e i falegnami di Belisario non le avessero peranco
ricostruite. In mancanza di barre, i disperati guerrieri greci ne
chiusero il varco coi loro petti protetti dagli scudi e dalle aste che
spingevano a mo’ di siepe all’infuori. I Goti rimasero durante la notte
nel loro campo presso il Tevere, e al sorger del giorno si lanciarono
con furore contro le porte e contro le muraglie, che il più lieve urto
delle macchine di guerra di Vitige avrebbe facilmente abbattute. Ma
dopo un combattimento che durò tutto quel giorno fino a notte avanzata,
i Goti respinti con grave perdita tornavano al loro campo, confessando
con istupore, che innanzi a Roma aperta avevano ricevuto una sconfitta.
All’albeggiare del dì successivo redivano all’assalto: ma le mura erano
ben difese da balestrieri, e fuori, innanzi alle porte, s’alzavano
parecchie macchine di legno che erano formate di pali congiunti fra
loro ad angolo retto, uno dei quali, spingendosi fuori diritto a
punta, volgevasi a volontà di chi lo maneggiava d’ogni parte contro
le ordinanze nemiche, senza che mutasse la forma o l’intento[428]. Il
genio di Belisario sembrava creato apposta per difendere Roma, e in
tale bisogna sembrava invincibile, laddove invece i Goti nelle arti
degli assedî imperiti, respinti quasi da un fato, affievolivano la loro
potenza urtando contro le mura di Roma. La notte poneva fine anche al
secondo assalto; nè meno infelice riuscita aveva un terzo che Totila
imprendeva parecchi giorni dopo. Il suo vessillo regale istesso era
con grave pena strappato alle mani degl’inimici; e dopo un’aspra pugna
combattuta intorno al corpo dell’alfiere, i Goti si ritiravano, lieti
di aver potuto troncare all’estinto la mano sinistra, per non lasciare
ai Greci l’aureo braccialetto a trofeo di loro vittoria.

Ma come ripararono nel campo, quei guerrieri, presi da dispetto di loro
onta, colmarono Totila di rimbrotti: e quegli uomini stessi i quali
avevano fatto plauso al disegno di lui di abbattere tutti o in parte i
baluardi delle città conquistate, or lo biasimavano amaramente di non
essersi munito validamente entro le mura di Roma, oppure, se lo avesse
reputato poco saggio consiglio, di non averla tutta rasa al suolo.
Quindi si spandeva anche da lontano la fama dei rovesci sofferti dai
Goti innanzi a Roma semiaperta; ed alta meraviglia levava la resistenza
senza pari di Belisario. E qualche tempo dopo Totila ne riceveva beffa
da Teodeberto re dei Franchi; chè avendo il Goto chiesta la figlia
di lui in isposa, il Franco davagli a pungente risposta: non potere
creder mai che fosse re d’Italia, nè che sarebbe mai per divenirlo un
uomo, che non poteva conservarsi nel possedimento di Roma conquistata
e che era costretto a vedere ripresa dai suoi nemici la Città mezzo
distrutta[429].

Totila poteva sprezzare le ingiurie, ma non poteva impedire che gli
si volgessero contro. Egli perdette sotto le mura fatali di Roma
una parte della sua bella nominanza di grande guerriero, ed una
parte ancor maggiore di sua fortuna; e senza cimentarsi in novelli
assalimenti, tagliando dietro a sè i ponti dell’Anio, moveva con tutta
la soldatesca a Tivoli, ch’egli rendeva fortemente munita[430]. Di
tal maniera Belisario aveva agio ad asserragliare le porte di Roma
con imposte coperte di ferro; e per la seconda volta gli era concesso
di spedire con senso di orgoglio le chiavi di Roma all’Imperatore in
Costantinopoli. A quest’epoca Procopio pone fine all’inverno, ed al
duodecimo anno della guerra gotica. Doveva essere quindi in sul torno
della primavera dell’anno 548 allorchè Totila levava il campo: egli
sembra però che lo Storico greco affretti di troppo il corso del tempo.
L’assedio durava forse un sol mese; e gli avvenimenti erano rapidi sì
come le deliberazioni e le opere del Goto, il quale pareva che nello
stesso tempo fosse d’ogni dove.

Durante l’assedio poi, Totila soffriva un’altra grave perdita che
aggravava vieppiù il peso morale dello smacco ricevuto sotto le mura
di Roma. Il feroce Giovanni, continuando instancabilmente a combattere
una piccola guerra nell’Italia meridionale, compieva felicemente con
uno stuolo di cavalleria un’ardita impresa nella Campania. Quivi,
forse in Capua, erano tenuti in cattività i Senatori di Roma colle loro
donne e coi figli. I Goti avevanli costretti a scrivere lettere agli
abitatori delle province colle quali gli eccitavano all’obbedienza ai
loro signori: e questi tenevano il patriziato romano in obbrobrioso
servaggio a somiglianza di un armento, pronti a spingerselo innanzi
d’uno in altro luogo, ma tenendolo sempre sotto buona guardia a propria
sicurezza. Giovanni all’impensata assaliva Capua, faceva strage del
presidio goto, gettava i Padri venerandi colle loro famiglie sopra
alcuni carri, indi con quel suo bottino di nuovo genere riparava in
fretta nelle Calabrie. Egli traeva seco pochi patrizî, perocchè la
maggior parte di quelli, dopo la presa di Roma, si fossero dispersi
in fuga; ma molte donne di ordine senatorio egli vi trovava, e quelle
ei faceva condurre in Sicilia sotto pretesto di loro sicurezza, e
veramente allo scopo di averne importanti ostaggi della fede di Roma.

Alla notizia del buon esito della spedizione di Giovanni, Totila
partiva di Perugia ch’egli teneva stretta d’assedio e moveva contro
Italia meridionale rapidamente sì che sembrava avere il suo esercito
poste le ali. Valicati gli scoscesi monti di Lucania, piombava sul
campo di Giovanni, lo rompeva e ne disperdeva i soldati, che con
vergognosa fuga cercavano salvamento nei monti e nei boschi. Indi
correndo a Brindisi colla sua cavalleria, vi sorprendeva uno stuolo di
soldati greci approdato in quello, e lo distruggeva. Trasportata così
la guerra nelle province della bassa Italia, Totila colla previdenza
del suo genio sperava che Belisario abbandonerebbe Roma; ed infatti il
Generale preso da sollecitudine della piega delle cose, era costretto a
recarsi in persona sul nuovo campo della guerra. Alle lettere pressanti
con cui egli chiedeva soccorsi, aveva risposto l’Imperatore ch’erano
già state mandate truppe nelle Calabrie, per lo che egli stesso andasse
a prenderne la capitananza. Belisario obbediva; e imbarcatosi con
soli settecento cavalli e con duecento fanti, lasciava il rimanente
della soldatesca a presidio della Città sotto il comando di Conone,
e verso l’inverno dell’anno 547 partiva per sempre di quella Roma che
era monumento e sepolcro di sua gloria immortale, per andare errando
senza splendore di costa in costa nell’Italia meridionale simile ad un
fuggiasco.

A testimonianza eloquente delle geste di Belisario in Roma s’elevano
ancora le mura della Città, le quali ricorderanno eternamente il
nome di lui a chi le mira. Ignoriamo di quali altri monumenti a lui
vada debitrice Roma; e dobbiamo dubitare che gli avanzassero tempo
od opportunità di pensare ad altro che non fosse utile al presidio
della Città. Per la qual cosa non è probabile ch’egli ristorasse
gli acquedotti distrutti dai Goti e che egli restituisse a Roma il
godimento dei bagni. La sola _Aqua Trajana_ va debitrice a lui di una
restaurazione, perocchè fosse necessario il corso delle sue acque a
muovere le macine dei molini: e di questo fa fede un passo del Libro
Pontificale[431]. Mancava allora ricchezza che bastasse alle gravi
spese necessarie a racconciare gli acquedotti: e, se si tolgano le
ristorazioni dell’_Aqua Trajana_ ed alcuni altri meschini lavori, dopo
il tempo di Vitige e precisamente dall’anno 537 al 775, gli acquedotti
cessarono di spandere in Roma la letizia delle acque; e quella città
che fra tutte del mondo ne possedeva copia maggiore, fu per lo spazio
di più che due secoli fornita delle acque dei soli pozzi e delle
cisterne, come nei tempi suoi primi.

Il Libro Pontificale narra con una specie di orgoglio che Belisario
fondasse in Via Lata un ospizio per i pellegrini, e che molte ricchezze
spendesse a beneficio dei poverelli: e racconta che, oltre a due
grandi candelabri dorati, egli donasse all’apostolo Pietro una croce
d’oro del peso di cento libbre e seminata di gemme, sulla quale erano
incisioni commemorative delle sue vittorie. Egli è probabile che
quell’opera d’arte fosse adorna di imagini condotte a cesello, per
la qual cosa dobbiamo deplorarne la perdita[432]. Immense erano le
ricchezze che Belisario aveva raccolte nel bottino fatto sui Vandali:
ben è facile dunque che una piccola parte di quelle egli volgesse
a pia testimonianza di gratitudine alla Divinità; e poichè il Libro
Pontificale narra ch’egli abbia deposto quei suoi doni votivi fra le
mani di papa Vigilio, così non vi ha dubbio che gli offrisse dopo la
vittoria riportata su Vitige. La restaurazione di qualche monumento
antico, del palazzo dei Cesari, ad esempio, avrebbe reso per fermo più
reverito presso ai posteri il nome del difensore di Roma.


§ 2.

Belisario va errando senza disegno nell’Italia meridionale, indi parte
per Costantinopoli. — Totila ritorna per la terza volta davanti le mura
di Roma nell’anno 549. — Condizioni della Città. — Vi entrano i Goti. —
I Greci si ritirano nel sepolcro di Adriano. — Roma ridiviene popolata.
— Ultimi giuochi circensi. — Totila abbandona la Città. — I Goti sul
mare.

Belisario salpava di Porto movendo alla volta dell’antico Taranto; ma
una burrasca lo gettava a Crotona. E in quella città, non protetta
da mura, egli rimaneva colla sua donna e colla fanteria, nel tempo
medesimo in cui comandava ai suoi cavalleggieri che corressero il paese
lunghesso la bella marina del golfo, le cui colonie greche, anticamente
fiorenti, già incominciavano a decadere nella rozza selvatichezza
della vita prima di natura. Ma Totila celeremente sorprendeva quella
cavalleria nelle vicinanze dell’antico porto dei Turî, presso a Ruscia
(ch’è l’odierno Rossano) e la sbaragliava completamente: e ne avveniva
che Belisario stesso in fretta ponevasi in mare e si ricoverava a
Messina in Sicilia. Era, secondo la notizia offertaci da Procopio,
verso la fine del decimoterzo anno della guerra gotica, intorno alla
primavera dell’anno 548.

L’intero anno successivo occupavasi in battaglie combattute nella bassa
Italia, le quali tutte avevano infausto risultamento pei Greci. Lo
sventurato Belisario ne sentiva acre dolore; le poche soldatesche che
l’Imperatore spediva erano disfatte tosto che approdate, per la qual
cosa ei poteva reputarsi fortunato che Giustiniano lo richiamasse in
Oriente. Egli ingrediva in Costantinopoli senza onore di trionfo, dopo
di avere spesi con cattivo successo cinque anni in Italia, ch’egli
lasciava in balia del nemico vittorioso: e quello fu il massimo
dei dolori della sua vita. Alla partita di lui Totila trionfava
vie maggiormente: dopo di aver conquistate felicemente parecchie
città della Calabria, e dopo di avere presa la bene munita Perugia,
quell’eroe instancabile moveva per la terza volta col suo esercito
contro Roma, in sull’incominciamento dell’anno 549.

Al comando del presidio della Città non era più preposto Conone: chè
i soldati, irritati contro l’avidità sua, ammutinatisi lo avevano
trucidato; e Giustiniano era stato costretto a perdonare loro quel
delitto, atterrito alla minaccia che alcuni preti romani, spediti
ambasciatori, gli avevano fatta, protestando che, ove non avesse dato
perdono, il presidio sarebbe passato dalla banda dei Goti. Ora aveva
Diogene il comando della Città con tremila uomini di presidio; e il
coraggio ed il valore di quello sperimentato capitano bene prometteva
della difesa. Nè egli fu negligente di provvedimento alcuno che
giovasse a respingere l’oste nemica: fornì i granai e fè seminare a
grano tutti gli spazi deserti che si trovavano entro la cerchia delle
mura[433]: ed i Romani avranno mirato (doloroso spettacolo!) intorno
alle ruine della loro grandezza antica, nel Circo stesso forse,
biondeggiare le spiche. Già Totila stava innanzi a Roma, e già dal
loro campo (che probabilmente sarà stato situato ove era l’antico,
al di sotto di porta san Paolo, presso il fiume[434]) i Goti movevano
ripetuti assalti contro le mura, ma ne erano respinti con energia: e
la stessa presa di Porto, baluardo potente la cui perdita riescì alla
Città di grave danneggiamento, non avrebbe affrettata la conquista di
Roma, se anche questa volta alcuni traditori non l’avessero aperta
a Totila. A guardia della porta san Paolo stavano Isauri. Irritati
che si ritardasse loro da gran tempo il pagamento del loro soldo,
e invaghiti d’altra parte della ricca ricompensa ottenuta dai loro
connazionali i quali avevano altra volta messo dentro della porta il
Re goto, deliberarono di imitarli e offersero a Totila i loro servigi.
Una notte il Re s’avvicinava col suo esercito a quella porta, nel tempo
istesso in cui mandava suoi trombettieri su due barchetti attraverso il
Tevere, affinchè con alti squilli volgessero l’attenzione dei difensori
verso un luogo remoto. Quelli della Città, atterriti a quel segno di
battaglia, accorrevano là dove credevano che si movesse l’assalto: e
in quello gl’Isauri aprivano porta san Paolo per la quale ingredivano i
Goti. Uccidevano senza pietà quanti incontravano; ed i Greci, fuggendo
per la Via Aurelia a Centumcella, cadevano in un agguato donde si
salvavano a stento pochissimi, fra i quali anche Diogene ferito.

Roma per la seconda volta cadeva in balia di Totila, all’infuori
soltanto della tomba di Adriano. In mezzo allo sbigottimento
universale, Paolo cilicese, prode capitano, si ricoverava con
quattrocento cavalieri entro quel baluardo. In sul mattino i Goti lo
assalivano, ma egli ne li ricacciava vittorioso con grave loro perdita.
I nemici deliberavano perciò di prendere quel pugno di valorosi per
fame: due giorni duravano eglino senza cibo, non volendo nutrirsi delle
carni dei loro cavalli; e finalmente determinavano di morire da eroi.
Abbracciatisi l’un l’altro, dicevansi l’estremo addio; indi prendevano
l’arme per iscagliarsi in mezzo all’oste nemica risoluti di vender cara
la propria vita. Totila, conosciuto il loro proponimento, ebbe paura
dell’urto di quel gruppo di prodi ai quali la disperazione rendeva
desiderata la morte, e loro fè sapere che darebbe permissione a ciò
che, posate le armi, liberi si ritirassero. Ma quei valorosi guerrieri
elessero di servire indi innanzi colle armi alla mano sotto la bandiera
di un eroe liberale, piuttosto che di tornarsene con povertà e con onta
a Bisanzio: per la qual cosa tutti, ad eccezione di Paolo e di un altro
officiale, s’arrolarono nello esercito Goto.

Dopochè Totila si fu impadronito intieramente di Roma, non fu
più indotto al consiglio di abbandonare la Città e molto meno di
distruggerla: ed è a tale proposito che lo storico Procopio narra
che un tale mutamento avessero operato nell’animo suo i beffardi
rimproveri del Re dei Franchi. Egli trovava Roma ridotta a deserto,
abitata da pochi e miseri cittadini, povera sì come una meschina città
di provincia. A renderla novellamente popolata ei vi chiamava dai
dintorni e dalla Campania Goti e Romani ed anche Senatori: e nel tempo
medesimo in cui dava opera a provvederla di vettovaglie, comandava che
si restaurasse tutto ciò che dopo la prima sua conquista, nella Città
era stato distrutto. Indi con regale liberalità richiamava il popolo
a letizia dando spettacoli nel Circo massimo: e gli ultimi giuochi di
corse che i Romani vedessero, erano loro offerti da un Re goto, quasi
che ne prendesse di tal maniera congedo. E allorquando i radi stuoli
di cittadini ed i pochi Senatori, a godere lo spettacolo delle corse,
avranno preso seggio nel Circo smisurato, sui gradini anneriti per la
vecchiezza, Roma mirando quell’adunanza di ombre e quei giuochi, sarà
stata commossa a terrore come alla vista di uno spettro beffardo.

Ma le necessità della guerra non concedevano che Totila dimorasse
a lungo nella Città. Vanamente sperava il Re che la presa di Roma e
le tante sue vittorie nelle province sarebbero per muovere l’animo
caparbio di Giustiniano: il Romano da lui spacciato ambasciatore
per far noto all’Imperatore il suo vivissimo desiderio che Italia
tornasse a ordinamento di pace, non era accolto entro Bisanzio; chè
anzi le istanze pressanti di papa Vigilio, il quale era allora in
Costantinopoli, unite ai consigli del patrizio Cetego (e questi due
uomini, il primo Vescovo di Roma, il secondo presidente del Senato,
erano i rappresentanti dei Romani devoti all’Impero), facevano sì che
l’Imperatore deliberasse di tentare uno sforzo supremo a riconquistare
Italia, e di porre alla testa dell’esercito uomini di somma virtù
militare.

Totila incrollabile ed instancabile nella sua energia, colla mente
feconda di disegni, partiva novellamente di Roma nell’anno 549, nel
tempo stesso in cui teneva stretta d’assedio con una parte della sua
soldatesca la prossima Centumcella. Con quattrocento navi, che egli
aveva saputo raccogliere predando o in altra guisa, egli s’ergeva ora
a dominatore dei mari; e salpando dalle coste del Lazio scioglieva le
vele alla volta del mare inferiore per punire la colpevole Sicilia e
per distruggere i nemici che avevano posto stazione in quelle acque.
Ma qui ci è tolto di poter seguire Totila nelle splendide e grandi sue
imprese; nè possiamo narrare della conquista di Corsica, di Sardegna
e delle ardite spedizioni che i Goti, fatti marinari e precursori dei
Normanni, impresero contro Grecia stessa; chè ci caccia il lungo tema
della nostra Storia della città di Roma.


§ 3.

Narsete prende il comando dell’esercito nella guerra d’Italia. —
Presagio romano intorno a lui. — Notizie dei monumenti di Roma tratte
da narrazioni di quel tempo. — Foro della Pace. — Vacca di Mirone.
— Statua di Domiziano. — Nave di Enea. — Narsete s’avanza fino alle
falde dell’Apennino. — Totila combatte la sua ultima battaglia, e muore
presso Tagina nell’estate dell’anno 552.

Volgeva il decimosettimo anno di guerra, verso la fine del 551 o in
sull’incominciamento del 552, allorquando Narsete veniva al campo della
guerra. E mutava tosto la piega delle cose. Strano spettacolo per fermo
è la pugna tra un eroe ed un eunuco: ma la fortuna, che abbandonando
di repente Totila lasciavalo cadere, rendeva meno obbrobriosa la sua
sconfitta dandogli a emulo un uomo d’alto valore, e opprimendolo per
quelle grandi leggi del fato che condannano alla rovina anche gli
uomini illustri dopo una serie di trionfi gloriosi.

La vittoria dell’Eunuco era stata annunciata al mondo da un presagio
compiutosi in Roma. Un Senatore narrava allo storico Procopio
quest’aneddoto: al tempo di re Atalarico passando un armento di buoi
per il foro della Pace, uno di quegli animali evirati, di repente
scagliandosi, s’era sovrapposto al simulacro di bronzo d’un toro il
quale stava ad ornamento d’una fontana del foro: e un contadino toscano
il quale a caso passava di là aveva esclamato esser quello presagio che
un eunuco un dì vincerebbe il dominatore di Roma[435]. Noi non avremmo
fatta menzione di questa fola, se non fossero stati alcuni cenni che
lo Storico dà a quel proposito intorno ai monumenti ancora esistenti in
Roma.

Procopio stesso vide ancora il foro della Pace ed il tempio conquassato
dalla folgore che indi non fu più restaurato e di cui sparve in seguito
ogni traccia; vide ancora le fontane ed il toro di bronzo ch’egli
reputò opera di Fidia o di Lisippo. E lo Storico narra che ai suoi
tempi esistevano ancora in Roma parecchie statue di quei due sommi
maestri; e, senza darcene il nome, ei parla di un’altra statua di
Fidia che portava scritto il nome di quel suo artefice. Ivi, dic’egli,
esiste ancora la vacca di Mirone. Forse quel celebre capolavoro sarà
stato da Augusto trasportato di Atene a Roma; forse anche il Bisantino
avrà scambiata quell’opera di Mirone, già veduta un tempo da Cicerone
in Atene, con altri simulacri in bronzo di buoi, dei quali era in
Roma gran copia. I Romani si dilettavano di simulacri d’animali; e la
statua più preziosa di Roma era quella di bronzo che rappresentava un
cane che lambiva la sua ferita, e che era conservata, miracolo d’arte,
nel tempio Capitolino. Il foro boario riceveva nome dal simulacro
di un bue; e con quattro figure di tori, opere di Mirone, Augusto
aveva reso adorno il cortile del tempio di Apollo Palatino[436]. Nel
Foro romano e nelle sue vicinanze stavano ancora altri simulacri di
animali; e l’_Elephans Herbarius_ si ergeva dal lato del Campidoglio
volto verso il Tevere, e Procopio vedeva ancora nella Via Sacra gli
elefanti di bronzo che ad opera di Teodato in tempi recenti vi erano
stati restituiti[437]. Egli fa menzione anche di una statua di bronzo
dell’imperatore Domiziano ch’ei vide presso il Clivo capitolino a mano
destra di chi usciva del Foro: e poichè dice ch’essa era la sola statua
di Domiziano che esistesse, egli è chiaro non potere reputarsi che
fosse la celebre statua equestre di quello Imperatore, che il poeta
Stazio descrive esattamente nel primo canto delle sue Selve. Questo
grande ed illustre monumento dell’arte dopo i tempi di Stazio s’ergeva
nel Foro stesso, più in là del luogo ove in tempi posteriori s’innalzò
la colonna di Foca; ma non esisteva più all’età di Procopio. La statua
di bronzo di cui parla lo scrittore greco si sarà elevata a mano destra
dell’arco di Severo, o meglio, innanzi al palazzo senatorio edificato
da Domiziano[438].

Se lo Storico della guerra gotica ci avesse lasciata la descrizione di
altri monumenti d’arte esistenti in Roma al suo tempo, egli ci avrebbe
recato servigio non lieve. I Romani vergendo a barbarico decadimento,
senza fondamento reputavano opera di illustri artefici greci parecchie
statue; e forse sui piedestalli dei due colossi posti innanzi le terme
di Costantino leggevansi i nomi di Prassitele e di Fidia. Procopio
parla per minuto di un monumento di Roma che credevasi assai antico, e
ne trae argomento a lodare l’amore che i Romani portavano alle opere
dell’antichità, e che avevano serbato fervidissimo malgrado della
lunga dominazione barbarica[439]. Lo moveva a meraviglia la vista
della nave favolosa di Enea, che ancora conservavasi nell’arsenale
presso la sponda del Tevere[440], e che egli descrive lunga centoventi
piedi, larga venticinque: dice che era ad un solo ordine di remi,
che gli assi erano uniti con arte senza arpioni, che la chiglia era
formata di uno smisurato tronco di albero lievemente curvato, e che
i fianchi costruiti di un solo pezzo di legno piegavano uniformemente
dall’uno e dall’altro lato della nave. Il credulo Procopio esprime con
vivace discorso la sua ammirazione per quell’opera che «avanza ogni
concepimento», ed assicura che quella nave favolosa sembrava costruita
di recente, senza che si scorgesse vestigio di corruzione recata dalla
vecchiezza[441].

Gettato così uno sguardo fugace sui monumenti di Roma decaduta,
torniamo tosto a Totila ed a Narsete. Il novello Generale fornito di
pieno potere ad usare del tesoro imperiale, di animo liberale, pronto
ad operare, chiaro per eloquenza, raccoglieva in Dalmazia un grande
esercito in cui si riunivano genti d’ogni nazione, che con loro varie
fogge presentavano uno spettacolo simile a quello degli eserciti
crociati di tempi più tardi. Unni, Longobardi, Eruli, Greci, Gepidi
e persino Persiani, differenti di forme, di linguaggio, di armi, di
costume, ma animati tutti da pari desiderio d’impadronirsi dei tesori
dei Goti, o meglio d’Italia, si schieravano a Salona sotto la bandiera
di Narsete. Con bella mossa ei guidava quelle soldatesche terribili
lungo le spiagge paludose del mare Adriatico a Ravenna; e Totila era
agitato a terrore dall’improvvisa notizia che già il Greco s’avanzava
verso l’Apennino.

Il Re goto era in Roma. Tosto ch’egli aveva abbandonata Sicilia,
ei ritornava nella Città ad attendervi che giungesse Narsete. Ei vi
richiamava alcuni Senatori, e loro affidava la cura della restaurazione
della Città, nel tempo stesso che gli altri teneva sotto buona guardia
nella Campania. Ma i Padri ch’erano in Roma difettavano degli agî
necessarî a provvedere alle publiche bisogne ed alle proprie loro
necessità; e dai sospettosi Goti eglino stessi erano trattati quali
schiavi di guerra. Sembra che Totila facesse lunga dimora nella Città,
e che di qui egli possa già prima aver dato ordinamento alla spedizione
contro le coste di Grecia. Per lo meno egli era in Roma allorquando
Narsete mosse di Ravenna: e vi rimaneva attendendo che i Goti di Verona
guidati dal valoroso Teja, si fossero avanzati in modo da impedire che
i nemici guadassero il Po. Tostochè eglino, ad eccezione di duemila
cavalli, furono giunti, Totila partiva di Roma, attraversava Toscana e
poneva suo campo presso l’Apennino in un luogo appellato Tagina. Poco
tempo dopo vi giungeva Narsete e accampava di fronte ai Goti, a cento
soli stadî di distanza, in un piano cinto di tumuli chiamati tombe dei
Galli (_busta Gallorum_).

E qui per l’ultima volta fu veduto Totila nello splendore della sua
eroica prodezza. Procopio ce lo descrive innanzi all’incominciamento
della pugna, sul campo fra i due eserciti schierati in battaglia. Ei
ci sembra di vedere la imagine di un cavaliero del medio evo. Vestito
di una armatura sfavillante d’oro, coll’elmo e colla lancia adorni
di banderuole porporine, quel mattino egli cavalcava un bellissimo
destriero di battaglia e faceva mirare ai due eserciti la sua destrezza
nell’armeggiare. Spronava pel campo il cavallo, piegandolo a cerchio,
nel tempo stesso in cui egli or piegavasi supino sull’arcione, or
con giovanile agilità si gettava sopra un fianco e sull’altro, ed or
lanciava in aria la lancia per ripigliarla poi correndo di carriera.
A notte era morto. Il suo esercito era disfatto e fugato: egli stesso
ferito mortalmente da un dardo volgeva in fuga, quando un Gepido lo
trafiggeva da tergo coll’asta. I suoi compagni a fatica traevanlo
agonizzante fino ad un luogo detto Capra, dove spirava e dove era in
fretta seppellito. Volgeva l’estate dell’anno 552.

Bella lode si merita lo Storico greco, che si stende in alcune
considerazioni filosofiche sopra la sorte lacrimevole di quel glorioso
nemico: ed il Muratori con caldo elogio lo annovera tra gli eroi
dell’antichità. Se la grandezza dell’uomo sia proporzionata alle
difficoltà ch’ei deve superare ed alla avversità del destino che deve
vincere, Totila è meritevole dell’immortalità del nome ben a maggior
diritto che Teodorico. Imperocchè egli in giovanile età abbia con
energia, con prestezza e con saggezza non soltanto restaurato il regno
crollato di lui, ma lo abbia anche per un periodo di undici anni difeso
contro Belisario. Che se poi l’eccellenza di un uomo si riconosca
alle alte virtù che ne adornano l’animo, pochi sono fra gli eroi
dell’antichità e dei secoli successivi che per grandezza d’animo, per
giustizia, per continenza possano reputarsi pari all’illustre Goto.


§ 4.

Teja ultimo re dei Goti. — Narsete prende Roma. — I Goti cedono la mole
d’Adriano. — Ruina del Senato romano. — I Greci prendono le castella
dei Goti. — Narsete invade la Campania. — Eroica morte di Teja nella
primavera dell’anno 553. — I Goti dopo una battaglia data alle falde
del Vesuvio scendono a patti. — Mille Goti partono guidati da Indulfo.

Seimila Goti erano caduti sul campo di battaglia a Tagina, gli altri
erano dispersi. Il maggior numero di quei fuggiaschi si raccolse sulle
sponde del Po, ed in Pavia elesse a re il più prode dei guerrieri
goti, Teja. Narsete, partendo dal campo della sua vittoria, congedava
i feroci suoi ausiliarî longobardi con ricchi donativi e moveva alla
volta di Toscana. Ei prendeva rapidamente Narni, Spoleto e Perugia,
indi compariva innanzi a Roma.

Il debole presidio goto della Città al suo avvicinarsi s’apparava ad
energica resistenza, ma rinunciava al disegno di difendere l’intera
cerchia estesissima delle mura, e si restringeva a bene munirsi
nel sepolcro di Adriano, che Totila aveva reso forte baluardo che
proteggesse Roma, circondandolo di una piccola muraglia, e questa
riunendo alle mura della Città per mezzo del ponte di Adriano[442].
Ed ivi i Goti avevano deposto i loro più preziosi tesori. Anche
Narsete d’altro canto riconosceva l’impossibilità di cingere d’assedio
tutta la Città, per la qual cosa egli divideva il suo esercito in
parecchi stuoli che assalissero in punti differenti le mura. E i Goti
raccogliendosi or qua, or là sui punti minacciati, erano costretti
a lasciare le altre parti indifese. Dopo parecchi assalti in cui
furono respinti, i Greci guidati da Giovanni, da Narsete e dall’erulo
Filemuto, movevano da tre lati contro le mura, nel tempo medesimo in
cui un quarto stuolo guidato da Dagisteo dava la scalata ad uno di
quei tratti vuoti di difensori, e, gettandosi nella Città, ne apriva le
porte. Era troppo tardi per respingere l’oste che irrompeva. Fuggivano
i Goti, alcuni verso Porto, altri alla mole di Adriano. Ma Narsete non
concedeva loro un momento di sosta, chè si lanciava con tutta la sua
soldatesca contro il castello, e dai Goti mossi a disperazione lo aveva
a patti, permettendo loro che liberi partissero.

Di tal guisa Roma cadeva nelle mani dei Bisantini nell’anno 552,
vigesimo sesto di regno dell’imperatore Giustiniano, sotto il cui
reggimento, come osserva meravigliando Procopio, la Città era stata
conquistata non meno di cinque volte. Il fortunato vincitore ora
spediva le chiavi di Roma a Bisanzio, all’Imperatore, il quale le
riceveva con gioia pari a quella con cui aveva poco tempo innanzi
accolto il manto insanguinato e il cimiero regale di Totila.

Lo Storico di questo periodo getta a quest’occasione un timido sguardo
sulle contraddizioni del destino, il quale volge a conseguenze di
triste ruina gli avvenimenti che sembrano i più fortunati. Egli narra
con breve discorso la fine del Senato, dell’illustre ed antichissimo
monumento della costituzione politica di Roma, senza però mostrare
duolo alla ricordanza della sua grandezza passata. Al popolo romano,
dic’egli, di pari guisa che al Senato, questa vittoria doveva essere
cagione di ruina ancor maggiore. I Goti fuggenti, disperando omai
di poter conservare il possedimento d’Italia, davano ora libero
corso al sentimento di odio e alla foga di vendetta: trucidavano
senza pietà tutti i Romani, nei quali eglino s’avvenivano: e il loro
esempio seguivano anche i Barbari che militavano sotto le bandiere
di Narsete, facendo strage di molti Romani i quali, mossi da ansioso
desiderio della cara patria, alla notizia della liberazione della
Città, vi facevano ritorno. Parecchi Senatori, già condotti da
Totila in cattività, erano nella Campania[443]; chè pochi di loro
soltanto Giovanni aveva potuto prendere e trarre in Sicilia. Or eglino
s’accingevano a tornarsene a Roma, ma i Goti com’ebbero contezza
della fuga di pochi e del proponimento di tutti, posero a morte quanti
tenevano prigioni nelle castella della Campania. Di quelli Procopio
cita a nome soltanto un Massimo. E la distruzione delle nobili famiglie
romane compievasi nel tempo medesimo colla uccisione di trecento
giovinetti ch’erano discendenti di quelle. Avvegnachè Totila, prima di
muovere contro Narsete, avesse tratto da parecchie città altrettanti
fanciulli delle più illustri famiglie, e gli avesse fatti condurre al
di là del Po quali ostaggi. Ed ivi Teja facevali tutti uccidere per
mano del carnefice[444].

Di tal modo le antiche famiglie senatorie s’estinguevano, all’infuori
di pochi dei loro membri, i quali in tempi anteriori erano fuggiti a
Costantinopoli od in Sicilia, o erano rimasti in Roma. Quelli ed altri
fuggitivi tornavano forse, dopo la fine della guerra, nella Città; e
quelle miserande reliquie del patriziato di Roma continuavano alcun
tempo ancora a presentare un fantasima del Senato antico, finchè anche
questo, in sull’incominciamento del secolo settimo, si estingueva del
tutto, in maniera che i nomi di Senatore e di Console, gloriosi tanto
e onorati un tempo, non erano nei tempi posteriori che titoli vani di
uomini ricchi e ragguardevoli[445].

Narsete frattanto toglieva ai Goti Porto; e, presi Nepi e Petra
Pertusa, cacciavali anche dalle ultime castella che possedessero
nella Campania tusca di Roma, e fino a Centumcella ch’ei faceva
assediare[446]. Egli poi rimaneva a Roma e vi dava opera alla
restaurazione ed all’ordinamento delle cose cittadine[447]: spediva
frattanto una parte del suo esercito ad assediare Cuma, terra ben
munita della Campania, dove Aligerno, prode fratello di Teja, stava
a guardia del tesoro dei Goti; ed un altro grosso stuolo capitanato
da Giovanni mandava in Toscana a tagliarvi la via a Teja. Imperocchè
l’ultimo Re dei Goti, deluso nella sua speranza di avere ajuto
dai Franchi, movesse verso la Campania per liberare dall’assedio
l’importante baluardo di Cuma. Per vie remote e disastrose Teja
scendeva lunghesso la spiaggia dell’Adriatico, e compariva di repente
nella Campania. All’annuncio di sua venuta, Narsete, raccolto il
rimanente dell’esercito, partiva di Roma; e per la Via Appia oppure per
la Via Latina moveva a Napoli.

Per lo spazio di due mesi, Greci e Goti stettero di fronte gli uni
agli altri nelle bellissime pianure che si stendono appiè del Vesuvio,
separati dal fiume Dracone, ch’è forse il Sarno, in quel punto dove
si gitta in mare nelle vicinanze di Nocera. Un tradimento dava in
mano ai Greci la flotta dei Goti, per la qual cosa Teja era costretto
ad uscire di quel campo. I Goti, costernati a quell’avvenimento, si
raccoglievano sul pendio di monte Lattario; ma ridotti in breve allo
stento della fame, dovevano scenderne, risoluti di non indugiare più a
lungo e di tentare l’estremo sforzo. La gloriosa battaglia che quegli
ultimi Goti diedero in uno dei più bei campi del mondo, che, ridente
della splendida veduta dell’azzurro golfo di Napoli, si stende alle
falde del Vesuvio antico, sopra il suolo che è tomba a cadute città,
chiude la storia di quell’immortale popolo di origine germanica, la
cui fine oggidì ancora muove l’animo nostro a dolore, temperato però
dalla ricordanza della grandezza tragica con cui cadde. I guerrieri
goti pugnarono con bravura senza pari, e Procopio stesso sclama che
nessun eroe fu mai nell’antichità il quale superasse la prodezza
di Teja. Deboli di numero eglino combattevano in ordinanze serrate
senza indietreggiare dai primi albori del dì fino al tramonto; ed il
Re circondato da pochi amici pugnava innanzi a tutti. In mezzo alla
pressa della mischia, egli resisteva alla moltitudine dei nemici che
si scagliavano impetuosi contro di lui: e coprendosi col largo scudo, e
raccogliendo su quello un nembo di frecce e di aste, egli respingeva i
suoi assalitori. Come il palvese era coperto dei dardi conficcativi, ne
prendeva un altro dalle mani dei suoi scudieri e di nuovo pugnava. Così
durava incrollabile nella battaglia fino a mezzogiorno; allorquando,
non potendo più sostenere lo scudo pesante per dodici lance che vi
si erano confitte, chiamava con potente voce il suo scudiero: nè
indietreggiava di un sol passo, nè cessava di rotare a cerchio la
spada, ai nemici tremenda, ma appellava ripetutamente lo scudiero, il
quale accorreva recandogli un novello palvese. Ma nel momento in cui
il Re lo prendeva e gettava l’altro, il petto rimaneva d’un attimo
indifeso, e una saetta di repente colpivalo, onde ei cadeva esanime al
suolo.

I Greci, mozzato il capo a quell’ultimo Re dei Goti, lo elevavano
sopra una lancia e recavanlo in trionfo alla vista dei due eserciti.
Sgomentati per un momento i prodi Goti, riprendevano tosto animo,
e continuavano a combattere con novella forza, finchè la notte,
involgendo nelle tenebre loro ed il nemico, poneva fine alla lotta.
Dopo una notte di riposo breve e angosciato, quei prodi ripigliavano
ai primi albori le armi, e pugnavano con fortezza che non venne mai
meno e senza cedere terreno, fino a che scendeva colla sua oscurità
la seconda notte a separarli. Allora sedevano a riposo, e numerate
le loro rade schiere, venivano a consiglio di ciò che fosse a fare.
Quella stessa notte spedivano a Narsete alcuni dei loro capitani i
quali dicevano: «Ben avvedersi i Goti che vana cosa sarebbe pugnare
contro i voleri d’Iddio: sdegnare eglino la fuga, chiedere che loro si
concedesse libera dipartita, affinchè, abbandonata Italia, non servi
dell’Imperatore, ma uomini liberi potessero trarre loro vita sotto
quel cielo ch’eglino scegliessero: chiedere che loro si concedesse di
recare con sè i loro averi che avevano deposti in parecchie città».
Narsete ondeggiava nell’incertezza, ma il generale Giovanni, che
per l’esperienza di cento battaglie conosceva il valore dei Goti,
lo consigliava di accogliere le offerte di eroi decisi a morire.
Intanto che si conchiudeva il trattato, mille Goti, disdegnando ogni
pattuizione come disonorevole, sguainavano le loro spade, ed uscivano
del campo, e partivano non molestati dai Greci che concedevano loro
libero passaggio, temendo gli effetti del loro coraggio disperato.
Guidati dal prode Indulfo, eglino giungevano salvi a Pavia. I rimanenti
prestavano solenne giuramento di adempiere quanto avevano promesso
nella convenzione, e di partire d’Italia. Ciò avveniva nel Marzo
del 553, verso la fine dell’anno decimottavo della tremenda guerra
gota[448].

Ignoriamo a qual luogo movessero gli ultimi mille Goti dopo la
battaglia del Vesuvio. Il modo con cui eglino partirono del bel
paese, che i loro padri avevano conquistato e nel quale mille luoghi
conservavano ricordanza delle geste più gloriose, è involto per noi
nella notte del mistero.


§ 5.

Uno sguardo all’indole della dominazione gota in Italia. — Fole
spacciate dai Romani intorno ai Goti, e loro ignoranza della storia
delle rovine della Città.

Sessant’anni aveva durato il regno fondato da Teodorico. Nell’ultimo
periodo del decadimento, quando s’apriva per Roma una êra novella che
dall’antica aver doveva svolgimento, i Goti, benchè fossero nelle
arti della civiltà inferiori ai Latini (per la dissoluzione degli
ordinamenti antichi profondamente decaduti), erano d’altra parte
nelle virili virtù politiche per robusta energia e per animo eroico
superiori. E i Goti s’alzano splendidi di gloria in un’epoca oscura
della storia d’Italia; nè alcuno potrà mai contestare loro il sommo
merito che abbiano preservata dalla barbarie la civiltà antica dei
Romani tramandandola ai posteri. Rispettando con soverchia venerazione
le tradizioni politiche dello Impero, in un’età nella quale era
impossibile di concepire la costituzione dello Stato in modo differente
dagli ordinamenti romani antichi, eglino entrarono per loro ruina in
lotta contro le decrepite forme politiche dell’antichità, contro il
sentimento nazionale e religioso degli Italiani, e perirono perchè non
ebbero potenza di inspirare nelle membra antiche la forza di una vita
novella. Fra tutti i popoli stranieri ch’ebbero dominio sull’Italia
(perocchè questo bel paese, ch’è il paradiso dell’Europa, sia stato
colpito sempre da una maledizione che lo getta sotto la tirannia degli
estrani, colpa della sua natura e di eventi fatali) eglino furono i più
illustri e gloriosi. Forniti di tutte le incorrotte virtù delle quali
la originale natura è prodiga ai popoli nel primo incominciamento di
loro vita, eglino rappresentavano nelle forme del corpo, nel costume
e nella lingua quel popolo di Zamolxi o di Ulfila, di cui (come narra
Giornande) Dione anticamente aveva scritto in quella sua Istoria
dei Geti che andò perduta, essere il più sapiente tra tutti i popoli
barbari, e per la natura dell’ingegno pressochè simile al greco[449].
Alla elevata indole capace di accogliere le arti della civiltà, eglino
accoppiavano la mitezza d’animo germanica: e basta che si paragoni
il periodo della dominazione gota in Italia con quelli della signoria
greca e della spagnuola venute più tardi, perchè ne balzino all’occhio
le gravi differenze senza che sia mestieri di soverchio discorso.

Egli è tuttavia opportuno che si oda il giudizio che dei Goti reca
il maggiore Storico degli Italiani, affinchè non si creda che tutti
sieno stati acciecati da eguale ignoranza. «Al nominarsi ora i Goti
in Italia», dice il Muratori, «si raccapricciano alcuni del volgo
ed anche i mezzo letterati, quasi che si parli di barbari inumani
e privi affatto di legge e di gusto. Così le fabbriche antiche mal
fatte si chiamano d’architettura gotica, e gotici i caratteri rozzi di
molte stampe fatte sul fine del secolo quintodecimo o sul principio
del susseguente. Tutti giudizî figliuoli dell’ignoranza. Teodorico
e Totila, amendue re di quella nazione, certo non andarono esenti
da molti nei; tuttavia tanto fu in essi l’amore della giustizia, la
temperanza, l’attenzione nella scelta dei ministri e degli uffiziali,
la continenza, la fede nei contratti, con altre virtù, che potrebbero
servire d’esemplare pel buon governo dei popoli anche oggidì. Basta
leggere le lettere di Cassiodoro, e in fine le Storie di Procopio,
nemico peraltro dei Goti. Nè quei regnanti variarono punto i
magistrati, le leggi o i costumi dei Romani; ed è una fanciullaggine
ciò che taluno imagina del loro pessimo gusto. Lo stesso Giustiniano
Augusto ebbe bensì più fortuna che i re Goti; ma se è vero, almeno
per metà, quanto di lui lasciò scritto Procopio, fu di gran lunga
superato da essi Goti nelle virtù»[450]. — «I Romani», dice più oltre
il Muratori, «bramavano di mutar padrone. Lo mutarono in fatti, ma con
pagare ben caro l’adempimento dei loro desideri per gli immensi danni
che seco portò una guerra di tanti anni; e quel ch’è peggio, perchè
questa mutazione si tirò dietro la total ruina dell’Italia di lì a
pochi anni, con precipitarla in un abisso di miserie»[451].

Durante tutto il medio evo, e fino ai tempi più recenti, molto tempo
ancora dopo che erano riposte in fiore le scienze, tenevasi in Roma
la dissennata credenza che i Goti avessero recata la distruzione ai
monumenti della Città. Quali fole meschine si andassero diffondendo,
ci fanno conoscere alcune memorie dell’anno 1594, lasciate da Flaminio
Vacca, scultore romano: e la Storia della Città deve tener conto
di alquante di quelle, come di monumenti della ignoranza dei Romani
intorno alla storia dei loro monumenti[452]. Mirando le tristi ruine
dell’antica Città, nè sapendo che, più ancora dell’opera devastatrice
del tempo, i rozzi Baroni del medio evo ed anche alcuni Pontefici
avevano demolito monumenti dell’antichità, i Romani ricordavano
soltanto la tradizione la quale narrava che i Goti avevano per lunghi
anni tenuta Roma sotto la loro signoria, che la avevano assediata
parecchie volte, che la avevano conquistata e saccheggiata. Eglino
vedevano la maggior parte degli edificî antichi, gli archi di trionfo,
e le stesse smisurate mura del Colosseo, quali oggidì ancora miriamo,
danneggiate per forami innumerevoli; nè potendosene render ragione,
reputavano che quella rovina avessero recata i Goti per desiderio di
spezzarne i marmi, oppure, che sarebbe stata cosa più assennata, per
rapirne gli arpioni di bronzo[453]. Ed al tempo del Vacca mostravansi
in Roma alcune picozze di certa foggia, colle quali i Goti avrebbero
demolito le statue; imperocchè l’ingenuo scultore ci narri, che un
giorno, scavandosi nel suolo di una vigna, là dove è il così detto
tempio di Cajo e di Lucio cui il volgo dà nome di Galluzzi, vi si
erano trovate due picozze. Dall’un lato avevano una mazza, dall’altro
un ferro di alabarda; ed io credo, dice il Vacca, che quelle fossero
armi dei Goti, i quali del ferro si servivano a spezzare in battaglia
gli scudi dei nemici, e la mazza adoperavano a recare il guasto ai
monumenti[454].

La fantasia dei Romani di quel tempo imaginava persino di aver
trovate le urne che chiudevano le ossa di quei Goti i quali durante
l’assedio di Vitige erano caduti sotto le mura. Essendo stati un giorno
dissotterrati presso porta san Lorenzo molti sarcofaghi di granito e
di marmo, si reputò dalla bruttezza del lavoro che fossero di origine
gotica: ed io penso, dice lo stesso Vacca, che appartengano al tempo
in cui l’infelice Italia era dominata dai Goti; chè mi ricorda d’aver
letto che coloro ebbero sofferta presso a quella porta una grave
sconfitta. E forse erano le urne di capitani, che, morti nell’assalto,
vollero aver tomba presso il luogo in cui caddero.

Ella è curiosa la credenza diffusa in Roma fino da quel tempo
remoto tanto, che i Goti avessero non solo deposti tesori qua e
colà nella Città, ma che avessero anche segnati i luoghi ove gli
avevano seppelliti, affine di lasciarne ricordanza ai loro nepoti.
E la ignoranza era sì grande, che ancora in sulla fine del secolo
decimosesto si reputava che ancor vivessero uomini del popolo goto in
qualche paese del mondo, e ch’eglino venissero di soppiatto a Roma per
dissotterrarvi tesori dei loro antenati con quell’ardore con cui lo
facevano già parecchi Cardinali. E Flaminio Vacca narra con pregevole
ingenuità quanto segue:

«Molti anni or sono io usciva un dì a vedere alcuni monumenti antichi.
Giunto a porta san Bastiano presso a Capo di Bove (ch’è il sepolcro
di Cecilia Metella), e colto dalla pioggia, entrai in un alberghetto.
E mentre stava attendendo che l’acqua cessasse, presi a chiaccherare
coll’oste. Egli mi narrava che pochi mesi prima era venuto da lui
un uomo chiedendolo di un pò di fuoco. Verso sera lo stesso uomo
tornava con altri tre, e dopo di aver cenato partivano senza che
i tre compagni facessero mai parola. Ripetutosi ciò per tre sere
consecutive, l’albergatore entrava in sospetto che venissero a fin di
male, e deliberava di darne denuncia al magistrato. Per la qual cosa,
quando uscivano una sera dopochè avevano come al solito mangiato,
egli seguiva da lontano le loro orme al chiarore della luna, finchè li
vedeva entrare in alcune grotte del circo di Caracalla (di Massenzio).
Al mattino vegnente egli narrava quanto era accaduto al magistrato.
E questi, fatto cercare nelle grotte suddette, vi trovò il terreno
smosso ed una buca profonda, in cui erano alcuni frammenti di vasi di
creta di recente spezzati: e poco lontano, entro il cumulo di terra,
si rinvennero celati alcuni stromenti di ferro, coll’ajuto dei quali
avevano mosso il suolo. Volendo accertarmene, poichè il luogo era poco
distante, vi andai, e vidi la buca ed i frammenti dei vasi ch’erano
cilindrici a somiglianza di tubi. Sembra che fossero Goti che, messi
sulle tracce da certe notizie antiche, vi avessero dissotterrato un
tesoro»[455].

Eccone un altro racconto:

«Mi ricorda che ai tempi di Papa Pio IV, venne a Roma un Goto il
quale possedeva alcune carte antichissime, che parlavano di un tesoro
che sarebbe a trovarsi coll’indizio di una figura in bassorilievo
che rappresentava un serpente, e che dall’un lato aveva il corno
dell’abbondanza e dall’altro la figura della terra. Il predetto
Goto cercò tanto, finchè trovò il segno sopra un lato dell’Arco:
e presentatosi al Papa, pregollo che gli desse licenza di scavare
per trovarvi il tesoro che apparteneva, diceva egli, ai Romani. E
ricevutane permissione, cominciò a lavorare collo scalpello su quel
lato dell’Arco, e, profondato alquanto, vi aprì una specie di porta. Ma
mentre stava per procedere nell’opera sua, i Romani entrarono in timore
ch’ei rovesciasse l’Arco, perocchè eglino fossero agitati da sospetto
contro la malevolenza dei Goti e temessero che ancora durasse in quel
popolo il mal talento di distruggere i monumenti di Roma. Per la qual
cosa scagliatisi contro di lui, il Goto ebbe a ringraziare Iddio di
fuggirne illeso: e così il suo proponimento andò fallito»[456].

A queste e ad altre favole di simil fatta si restringeva la ricordanza
che i Romani serbavano della gloriosa dominazione dei Goti e della
sollecitudine colla quale eglino avevano data opera alla conservazione
dei monumenti di Roma: e noi vedremo che durante il medio evo la
barbarica ignoranza doveva salire nella Città a tale grado, che persino
la memoria di Cesare, di Augusto e di Virgilio si presentava ai nepoti
di quei grandi Romani confusa nella tenebra della favola.




CAPITOLO SETTIMO.


§ 1.

Scendono in Italia le orde di Bucelino e di Leutari e sono disfatte.
— Ingresso trionfale di Narsete in Roma. — I Goti in Compsa scendono a
patti. — Condizioni di Roma e d’Italia dopo la guerra.

La vittoria di Narsete non era completa. Terribili torme di Barbari si
riversavano nell’anno 553 sopra Italia, minacciando ruina alla città
di Roma. Già Teja aveva cercato con promesse e coi tesori di Totila
di muovere i Franchi ad invadere Italia; e con istanza più pressante
ancora, i Goti dell’Italia superiore gli avevano appellati a soccorso.
Il paese indebolito dalla guerra lunga e terribile, ed esanime per
piaghe d’ogni maniera ond’era il suo corpo straziato, poteva opporre
fiacca difesa e presentava facile la conquista. Alemanni e Franchi
in numero maggiore di settantamila uomini, condotti da due fratelli,
Leutari e Bucelino, scendevano dalle Alpi e si gettavano sulle province
dell’alta Italia, desolandole con guasto orrendo. La poca soldatesca
di Narsete vi opponeva debole resistenza. Lo stesso Generale, partendo
di Ravenna, correva a Roma, e vi si fermava durante l’inverno, tra
l’anno 553 ed il 554, in attitudine minacciosa sì, che ratteneva i
Barbari dal lanciarvisi sopra. Ed anzi, allontanandosi della Città e
del suo territorio, eglino entravano nel Samnio, ed ivi si dividevano
in due schiere. La prima, condotta da Leutari, scendeva lungo la costa
dell’Adriatico fino ad Otranto, e l’altra, capitanata da Bucelino,
moveva dall’altro lato e poneva a devastazione le province della
Campania, della Lucania e degli Abbruzzi fino al mare di Sicilia.

Non trovando resistenza, quelle orde terribili di predoni disertavano
l’Italia meridionale colla rapidità e colla forza devastatrice degli
elementi della natura sbrigliati nel loro furore: e la ricordanza di
quell’invasione mette orrore in chi ne legge la storia, nel tempo
medesimo in cui abbatte dalla sua altezza il concetto della nobile
natura dell’uomo. Ed infatti quell’avvenimento, che è uno dei più
terribili negli annali d’Italia, è simile ai fenomeni della storia
naturale dei bruti; perocchè il riversarsi di quelle torme barbariche
e il loro annientamento, che non ne lasciava vestigio alcuno, siano
simiglianti alle peregrinazioni degli sciami di locuste e degli stuoli
di scojattoli nelle torride regioni. Leutari, verso la fine dell’estate
dell’anno 554, rediva sulle sponde del Po colle sue schiere cariche di
bottino; ma ivi una pestilenza terribile distruggeva lui e le sue orde.
Bucelino invece da Reggio si volgeva verso Capua, ma giunto presso al
fiume Casilino o Volturno trovava innanzi a sè Narsete, che partito
di Roma aveva posto campo in un luogo detto Tanneto. In una terribile
battaglia i numerosi stuoli degli Alemanni e dei Franchi seminudi
soggiacevano al valore ed alla perizia dei greci veterani, e vi
perivano tutti come un armento al macello, all’infuori di cinque soli
ai quali riuscì di fuggire[457].

Carico dello immenso bottino dei vinti che componevasi delle ricchezze
rapite a tutta Italia, l’esercito di Narsete tornava a Roma; e le vie
della Città erano liete dello strepito dell’ultima pompa trionfale
della cui vista godessero i Romani. I guerrieri vincitori or davansi
in braccio al piacere, e alleggerita la fronte dell’elmo, e deposto
lo scudo pesante, gioivano fra le tazze e i suoni della lira. Ma
il pio capitano, che soleva ascrivere tutti i suoi trionfi alle
fervide preci ch’egli volgeva alla madre di Dio, raccoglieva le sue
soldatesche e loro indirizzava un discorso nel quale le esortava a
vita di temperanza e di pietà, e le eccitava a vincere le tendenze,
che in quella opportunità gli invitavano alla crapula, colla fatica
degli armeggiamenti non mai interrotti[458]. Ed ancora gli attendeva
l’ultima pugna; chè settemila Goti, i quali s’erano già uniti agli
Alemanni fuggiti alla strage, gettatisi entro il castello ben munito
di Compsa o Campsa, sotto la capitananza dell’unno Ragnari vi duravano
acre resistenza fino all’anno 555 in cui finalmente abbassavano le armi
innanzi a Narsete[459].

Dopo di avere narrati così gli avvenimenti della guerra lunga e
terribile che fu combattuta per il possedimento d’Italia, è a dirsi
quali fossero le condizioni di Roma in quel tempo. E già si può di
leggieri formarsene il concetto, allorchè si ricavino le conseguenze
di quanto fu per noi discorso fin qui. La Città, che in breve spazio
di tempo era stata presa cinque volte d’assalto, aveva sofferto
estremamente. La distretta della fame, la strage della guerra,
e il morbo contagioso avevano distrutta a copiosi stuoli la sua
cittadinanza. Cacciati tutti a un tempo gli abitatori della Città dai
Goti, eglino vi erano tornati ma in numero bene minore, per essere
di nuovo flagellati dalle crudeli sorti della guerra. Non ci è dato
di determinare con precisione il numero degli abitanti di Roma alla
fine della lotta; ma, fatto computo secondo verosimiglianza, sembra
che il numero di cinquantamila persone sia piuttosto eccedente che
inferiore alla realtà. Imperocchè il decadimento di Roma in nessun
tempo mai, neppure durante il periodo della così detta cattività dei
Papi in Avignone, abbia mai superato le condizioni miserrime in cui
essa trovavasi alla fine della guerra dei Goti. Non oro, non argento
era più nella Città, e neppure nelle chiese: ogni cosa preziosa che,
reliquia dell’arte antica, era sfuggita alle ugne dei Vandali e dei
Goti di Totila, era stata spesa dai posseditori durante le difficoltà
dell’assedio o rapita dalle angherie degli avidi Greci: e i Romani
sopravissuti non ritenevano del retaggio dei loro maggiori che magioni
spoglie e diroccate oppure diritti alla proprietà di poderi remoti o di
terreni nella vicina Campagna, che già dal secolo terzo incolti, erano
ora tramutati in regione deserta che la guerra aveva privata persino
dell’ultimo colono fugato od ucciso.

Le tristi condizioni di Roma a quel tempo hanno il loro specchio
nelle condizioni generali d’Italia dopo la guerra gotica, nè ci
basta l’animo di darne la dipintura: e reputiamo vero quanto dice un
profondo e calmo scrittore della storia di quell’età, che a pingere
tanti avvenimenti, e sì grandi mutazioni di fortuna, e la distruzione
di tante città, e le fughe degli uomini, e tanta strage di popoli,
l’animo umano non abbia forza sufficiente di pensiero, nonchè potenza
di esprimere a parole[460]. Italia devastata era dall’Alpe a Taranto
coperta di cadaveri e di rovine: la fame e la peste correndo sulle
orme della guerra avevano ridotte a deserto borgate intere; ed il nome
di Giustiniano imperatore sarà sempre annoverato tra i primi di quei
monarchi i quali al desio di dominazione e all’avida sete di ricchezze
non ebbero raccapriccio di sacrificare i popoli. Procopio imprendeva a
contare il numero degli uomini periti nelle guerre mosse in quel tempo
dai Greci, ma disperava dell’opera sua, dicendola simile a quella di
numerare i granelli d’arena del mare. Nelle guerre d’Africa ei computa
cinque milioni; e siccome Italia era tre volte maggiore delle province
soggette ai Vandali nei tempi antichi, così egli reputa che la perdita
secondo proporzione sia stata assai più considerevole. Benchè ella sia
esagerazione, per il fatto che Italia allora difficilmente contava una
popolazione maggiore di cinque milioni, è tuttavia certo, che per lo
meno un terzo della cittadinanza ne era perita di guerra, di morbo e di
fame[461].


§ 2.

Sanzione Prammatica di Giustiniano. — Il Vescovo romano sale ad alta
onoranza. — Il Senato. — Provvedimenti dati per la protezione alle
lettere e per la conservazione dei monumenti publici. — Relazioni di
Bisanzio colla Chiesa di Roma. — Papa Vigilio muore tornando in patria.
— Pelagio è eletto papa nell’anno 555. — Egli presta giuramento di
purgazione.

A dare ordinamento alle cose d’Italia, Giustiniano, sollecitato dalle
preghiere di papa Vigilio, emanava, addì 13 di Agosto dell’anno 554,
la sua Prammatica Sanzione, celebre Editto composto di ventisette
articoli[462]. Unendo di nuovo Italia all’Impero d’Oriente, ei
confermava tutte le ordinanze di Atalarico e di Amalasunta madre di
lui, manteneva in vigore anche i decreti di Teodato, ma annullava
tutte le leggi di Totila. L’Imperatore colla sua Sanzione tentava di
restituire l’ordine ai rapporti della proprietà, tutelando i diritti
dei cittadini ch’erano stati turbati nella confusione avvenuta durante
la guerra e duranti gli assedî di Roma, dando forza al diritto dei
fuggiaschi contro le pretese dei nuovi possessori subentrati, e
deliberando che i contratti conchiusi al tempo dell’assedio avessero
validità obligatoria. Nel capitolo decimonono della Sanzione, comandava
che il Pontefice ed il Senato dessero opera a determinare i pesi e
le misure che sarebbero da assumersi ad unità in tutte le province
d’Italia; e quest’è argomento che dimostra l’alta estimazione in che
era tenuto il Vescovo, ed è prova che il Senato esisteva ancora in
Roma[463]. Da questo tempo in poi il beatissimo Pontefice cominciava ad
esercitare influenza sulla giurisdizione e sull’amministrazione della
cosa publica in Roma; chè la legislazione di Giustiniano accordava
potenza nei publici negozî ai Vescovi delle città. Eglino non soltanto
possedettero per il tempo avvenire la giurisdizione civile sui cherici,
ma ebbero anche la soprintendenza su tutti gli officiali imperiali
e sullo stesso giudice della provincia: e cominciarono ad aver parte
al reggimento municipale, perocchè l’elezione dei _Defensores_ e dei
_Patres Civitatis_ dipendesse piuttosto dalla loro volontà che non
da quella dei primati delle città[464]. Giustiniano investì i Vescovi
italiani di legale autorità; e la grande potenza che ne ricavarono in
tutte le materie dell’amministrazione civile, fu cagione del fondamento
successivo della potenza dei Pontefici nella città di Roma.

Per quello che concerne il Senato, nulla sappiamo intorno alla sua
forma; ma per nessun modo può credersi che l’Imperatore restituisse a
vita quel corpo dello Stato, alla perdita dei suoi membri più illustri
riparando coll’elezione di novelli Senatori tolti da famiglie plebee:
e questa opinione accolgono quegli scrittori i quali s’industriano
di dimostrare che il Senato romano continuò ad esistere nei secoli
susseguenti[465]. Nella Città rimase la reliquia e l’ombra dell’antico
collegio dello Stato, che, perduta ogni influenza politica, continuò a
dare opera all’amministrazione ed alla giurisdizione municipale sotto
il governo del Prefetto della Città, finchè, puranco come curia ossia
_ordo_, si estinse facendo luogo a magistrati imperiali. Giustiniano
accordò a tutti i Senatori libertà piena di andarsene e di porre
dimora ove loro più talentasse, di recarsi nei loro possedimenti delle
province d’Italia per darvi opera alla cultura delle terre, o di sedere
alla corte di Costantinopoli: e ciò molti di loro fecero per buoni
motivi[466].

E nella Prammatica Sanzione medesima trovansi alcuni provvedimenti
a beneficio di Roma, i quali probabilmente non saranno stati che
frasi di benevolenza. Nel capitolo vigesimosecondo è statuito, che
le largizioni publiche (annona), onde Teodorico aveva fatto lieto
il popolo (e che Giustiniano pretende di avere a somiglianza di lui
distribuite, quantunque Procopio ne lo accusi del contrario), devano
essere nel tempo avvenire continuate: e vi si prefigge che i grammatici
e gli oratori, i medici ed i giureconsulti debbano ricevere i consueti
onorarî, «affinchè la gioventù dell’Impero romano che appara le arti
liberali abbia a salire ad altezza nella scienza».

La Sanzione dà finalmente in un suo articolo ordinamenti per la
conservazione dei monumenti publici di Roma. «Comandiamo», vi è detto,
«che le solite provvisioni e che i consueti privilegi della città di
Roma, in quello che riguarda alla restaurazione degli edificî publici,
o alla conservazione dell’alveo del Tevere, od al mercato, od al porto
di Roma[467], continuino, in modo però che si volgano a quegli scopi
medesimi pei quali vennero destinati».

Come Giustiniano ebbe dato di tal maniera provvedimento alle
cose politiche, ei rivolse le sue cure ai negozî ecclesiastici. E
quest’argomento fu d’ora in poi il più importante nelle relazioni
dell’Oriente coll’Occidente ossia di Bisanzio con Roma. Il Vescovo
romano ricavava grande vantaggio dalla caduta della signoria gota.
La Chiesa ne otteneva vittoria in Italia della eresia ariana. Spento
lo Stato romano, la potenza di lei per gli ordinamenti di Giustiniano
otteneva accrescimento nella Città: e la ruina quasi totale dell’antico
patriziato romano lasciava in Roma libero il campo all’influenza
del chericato. La Chiesa s’elevava sublime in mezzo ai ruderi del
crollato edificio dell’Impero antico: essa sola stava vigorosa or che
tutto intorno a lei era deserto. Soltanto per un momento essa ebbe a
deplorare la perdita di quella independenza onde aveva goduto sotto
il reggimento mite o prudente degli stranieri ariani. Il Vescovo di
Roma or più non vedeva sopra di sè un Re d’Italia il quale, di origine
germanica e di credenza scismatica, sedeva sopra un trono mal sicuro
perchè non sostenuto dall’amore della nazione; ma vedeva sorgere il
Principe ortodosso dell’Impero romano novellamente riunito, il quale,
forte di tutti i diritti dell’imperio, consideravalo patriarca suddito
del suo reame. Il Pontefice, durante la guerra gotica, aveva compreso
per esperienza quale attitudine l’Imperatore avesse deliberato di
prendere di fronte a lui: e tosto che fu cessato lo strepito delle armi
e che Roma decadde alla condizione di città di provincia sotto il giogo
militare di Bisanzio, il Papato andò incontro ad un avvenire difficile
per lotte di due maniere. Le une erano d’indole teologica, perocchè
gli inquieti ingegni degli Orientali, compiacendosi di controversie
sofistiche, non fossero mai stanchi di muover guerra ai dogmi religiosi
esistenti e di creare novelle dottrine filosofiche: le altre lotte
s’agitavano intorno allo Stato assoluto. Avvegnachè gli Imperatori di
Bisanzio non entrassero già nei negozî teologici perchè li prendesse
vaghezza di quelle dispute, ma perchè immischiandovisi era loro offerta
opportunità di sottomettere la Chiesa allo Stato. Eglino ricordavano
che i loro antichi predecessori all’Impero avevano tenuto la dignità
di Pontefice Massimo, per la qual cosa tentavano con isforzo sempre
continuato di abbassare la Chiesa universale a Chiesa particolare
dello Stato, della quale eglino si sarebbero posti a capo. Sotto di
Giustiniano, la cui sola grandezza sta in ciò ch’egli diede compimento
alla legislazione romana, il civismo, che il Cristianesimo aveva nei
primi tempi combattuto, s’alzò novellamente a terribile altezza: e dopo
di quell’Imperatore, nei secoli seguenti, si presenta lo spettacolo
meraviglioso della Chiesa libera, rappresentata da Roma, pugnante
contro l’assolutismo dello Stato. Spettacolo altamente meraviglioso
per fermo, che noi avremo occasione parecchie fiate di seguire col
nostro sguardo; perocchè in quella lotta sia stato il procedimento
più importante con cui si compiè l’elaborazione degli elementi della
civiltà nel medio evo: ed infatti quella grande pugna ond’ebbe origine
l’operosità della vita di Europa, dopo l’estinzione dell’Impero
bisantino continuò ad agitarsi fra i più violenti rivolgimenti in
Occidente; e da lei conviene prendere il vero punto visivo nella storia
dell’Impero romano trasfuso nel popolo tedesco.

Giustiniano aveva relegato papa Vigilio (il quale vedemmo essere
stato costretto a recarsi a Costantinopoli) ed i preti che lo
avevano accompagnato, in un’isola della Propontide: ma ora, mosso
a conciliazione, egli cedette alle preghiere del clero romano che
presso di Narsete s’era adoperato ad ottenere la liberazione del
Pontefice, e permise, dopo che Vigilio ebbe approvato i decreti del
quinto sinodo di Costantinopoli, che quei prigionieri tornassero in
patria. Ma Vigilio, affranto dai patimenti, moriva per via in Siracusa
in sull’incominciamento dell’anno 555[468]. Alcuni mesi dopo saliva
alla cattedra di san Pietro il diacono Pelagio, l’uomo più illustre di
tutti i cherici Romani, e che già abbiamo veduto operoso ai tempi di
Totila. La sua elezione era imposta da Giustiniano, ed i Romani vi si
sottomettevano nel silenzio obbedienti. Molti sacerdoti e molti nobili
bene pensanti (il Libro Pontificale non fa più cenno di Senato[469]),
non vollero fargli omaggio perocchè si sospettasse ch’egli avesse
cooperato alla morte di papa Vigilio. A purgarsi di quel sospetto, il
novello Papa ordinò una solenne litania, e movendo, a fianco di Narsete
patrizio, dalla chiesa di san Pancrazio fuor di porta Aureliana sul
Gianicolo fino al san Pietro, fra i cantici sacri salì nell’ambone, e
tenendo l’Evangelio nella mano e la croce di Cristo sul capo, prestò
innanzi al popolo congregato giuramento di sua innocenza.


§ 3.

Pelagio e Giovanni III edificano la chiesa dei santi Apostoli
nella Regione _Via Lata_. — Decadimento della città di Roma. — Due
iscrizioni, monumenti di ricordanza di Narsete.

Dalla narrazione del Libro Pontificale si pare che Pelagio avesse
incominciato ad edificare la bella chiesa degli apostoli Filippo e
Jacopo, e che nel tempo in cui vi dava opera, nell’anno 560, morisse,
lasciando al suo succeditore, che fu Giovanni III romano, il merito
di compiere quella meravigliosa basilica. È il tempio medesimo che
oggidì è dedicato ai dodici Apostoli, o meglio è quello nel cui luogo
venne da Clemente XI nell’anno 1702 elevata una novella chiesa; chè
di quella antica, ch’era a tre navate, non rimangano che sei sole
colonne. Era di grande ampiezza (come ne dà notizia papa Adriano I in
un trattato indiritto a Carlo Magno in difesa del culto delle imagini)
e adorna di disegni di storie in musaico ed in pittura[470]. E poichè
era stata edificata nella Via Lata, al di là delle terme di Costantino,
fu accolta l’erronea opinione che l’Imperatore la avesse in origine
fondata, e che papa Pelagio la avesse ricostruita[471]. Ella è cosa
probabile che a edificarla si adoperassero materiali tolti alle terme
di Costantino, che allora dovevano essere in decadimento; nè Narsete
avrà negato che si usasse dei loro marmi poichè quei bagni erano usciti
d’uso. Una basilica di tale grandezza e sì magnifica non poteva allora
essere eretta senza che a quell’uopo si raccogliessero marmi e colonne
di antichi edificî; e di tal maniera soltanto può comprendersi come in
tempo di decadimento sì profondo quella chiesa si edificasse. Ma ella è
una favola scipita quella che divulgavasi in tempi posteriori, che per
la costruzione di quella chiesa Narsete desse colonne e marmi tolti al
foro di Trajano, e ch’egli donasse in proprietà della novella basilica
la colonna di Trajano col territorio attiguo[472]. La vicinanza
immediata del foro diede origine a quella leggenda; ma donazioni
a chiese di monumenti illustri dell’antichità non erano allora in
costumanza, chè soltanto nell’anno 955 si trova che papa Agapito II
confermasse in proprietà del convento di _san Silvestro in Capite_ la
colonna di Marco Aurelio nel campo di Marte. E la colonna di Trajano,
già prima dell’anno 1162, era possedimento della piccola chiesa _s.
Nicolai ad Columpnam Trajanam_, che era stata edificata in vicinanza a
quel bel monumento antico, dopo che il magnifico foro tutt’intorno era
caduto in ruina[473]. E quella chiesa era una fra le otto soggette alla
basilica.

La basilica dei santi Apostoli di Roma deve dunque considerarsi quale
monumento eretto sotto gli auspicî di Narsete a ricordanza della
liberazione d’Italia dai Goti, e del trionfo riportato sulla loro
eresia ariana. Giovanni III la elevò forse a titolo cardinalizio, come
è riconosciuta ai tempi di Gregorio I: ed a quell’antico Pontefice
si attribuisce una bolla che determinava i limiti della giurisdizione
della chiesa e che fu poi confermata da Onorio II nell’anno 1127. Però
quel monumento reca tutti gl’indicî che appartenga al secolo duodecimo
od al decimoterzo, ond’è impossibile che risalga ai tempi di Giovanni
III; per la qual cosa noi non potremo giovarcene che nei tempi più
tardi del medio evo[474].

Di tal maniera Roma, quantunque decaduta nella estrema miseria dopo
la guerra gotica, aveva potenza di erigere una novella basilica
magnifica. L’energia della vita della Chiesa ci commuove a stupore:
e a buon dritto si può levare le meraviglie dello zelo istancabile
con cui si dava opera alla costruzione di chiese in quella Roma
nella quale le magioni degli uomini crollavano e tutte le fonti
della civile prosperità si disseccavano, nel tempo stesso in cui
le case dei Santi ricche d’oro crescevano sempre più di numero. Ne
era conservata l’operosità artistica; e se anche si abbandonavano
le antiche tradizioni dell’arte, la quale vergeva più e più alla
barbarie, tuttavia l’ingegno degli artisti e degli operai, coperti
del sajo monastico o del povero vestimento cittadino, si perfezionava,
tramandando così attraverso quelle età involte nella tenebra più fitta,
i monumenti dell’architettura e della scultura cristiana, e i disegni
di musaico, e la pittura a fresco. Ma l’antica Roma con rapidità
spaventosa profondava alla massima ruina. Perduta ogni potenza nei
publici negozî, la sua cittadinanza era scarsa di numero e misera;
il Senato dei suoi patrizî antichi era distrutto. La sollecitudine
pietosa per i monumenti dell’antichità s’era estinta in Oriente;
ed anzi l’Imperatore nulla cura più volgeva a Roma, il cui Vescovo
eccitava la gelosia e l’odio della Chiesa orientale. Noi cerchiamo
indarno di rinvenire indicio che si fosse compiuto ciò che Giustiniano
aveva promesso alla Città colla sua Sanzione Prammatica. Affinchè si
rendesse più facile la restaurazione dei monumenti, egli aveva concessa
facoltà alle persone private di restituire a loro spese i monumenti
dalla rovina in cui erano caduti[475]. Ma chi era che avesse potenza
di provvedere alla conservazione di templi, di terme, di teatri? e
dov’erano quelle corporazioni, le quali, come ai tempi di Maioriano,
vigilassero con sollecitudine, affinchè i privati non recassero
oltraggio ai monumenti dell’antichità usandone come di miniere di
materiali da costruzione? La storia della città di Roma dopo la fine
della guerra gotica e durante tutto il tempo in cui stette sotto
il governo di Narsete è involta in una oscurità impenetrabile, nè
ricorda di alcun edificio che a lui andasse debitore di restaurazione.
Rimangono due sole iscrizioni a monumento del reggimento di Narsete e
della liberazione di Roma. Ambedue trovansi sopra quel ponte Salaro che
traghetta l’Anio e che Totila aveva distrutto: e dicono che Narsete
dopo la vittoria ottenuta sui Goti e dopo la liberazione di Roma
e d’Italia, nell’anno 565 lo riedificò. L’ampollosa gonfiezza, che
mal s’addice alla pochezza dell’opera di un piccolo ponte edificato
sopra un piccolo fiume, muove a sorriso, ma giova a mettere in mostra
l’indole di quell’età. Ecco la prima:

«Sotto l’impero del signor nostro piissimo e sempre vittorioso,
Giustiniano, padre della patria ed augusto, nell’anno trigesimo nono
di suo regno: Narsete uomo gloriosissimo, antico preposto del sacro
Palazzo, antico console e patrizio, disfatti i Goti, dopo di averne
con rapidità meravigliosa in campo aperto atterrati i Re, restituita
libertà alla Città e a Italia tutta, questo ponte della Via Salara,
che Totila tiranno abbominevole fino alla superficie delle acque aveva
distrutto, nettato l’alveo del fiume, restituì a migliore condizione e
rinnovellò»[476].

Alcuni distici, ai quali era ispirato qualche Poeta romano di
quell’età, posti su quel ponte sclamavano al viandante:

    _Quam bene curvati directa est semita pontis_
      _Atque interruptum continuatur iter._
    _Calcamus rapidas subiecti gurgitis undas_
      _Et lubet iratae cernere murmur aquae,_
    _Ite igitur faciles per gaudia vestra Quirites._
      _Et Narsim resonans, plausus ubique canat._
    _Qui potuit rigidas Gothorum subdere mentes_
      _Hic docuit durum flumina ferre jugum_[477].


§ 4.

Narsete cade in disgrazia. — Va a Napoli ed è indi ricondotto a Roma da
papa Giovanni. — Muore nell’anno 567. — Uno sguardo alla opportunità di
una calata dei Longobardi in Italia.

Narsete negli ultimi anni di sua vita tenne dimora in Roma, dove pose
sua residenza nel palagio antico dei Cesari. Ma gli annali del tempo in
cui egli stette in Italia sono involti in oscura incertezza, e porgono
poche notizie soltanto delle sue guerre contro i Franchi e contro gli
ultimi avanzi dei Goti, e delle pestilenze, che desolando le terre
d’Europa dal Giugno dell’anno 542 in poi, mettono fuori continuamente
la schifosa loro testa. E l’oscurità deserta in cui giacciono sepolti
alcuni decenni scorsi dopo la caduta dei Goti, è resa ancor più triste
per gli orrori di cataclismi della natura. Roma e Italia tutta di
quando in quando furono afflitte da contagi e da terremoti, da uragani
e da inondazioni di fiumi e da insorgimento dei mari. E la fine stessa
del glorioso vincitore dei Goti si avvolge nella incerta penombra della
Storia; e Narsete, come già Belisario, sparisce nella tenebra della
favola.

Sembra che il conquistatore di Roma e d’Italia durante la pace si
abbandonasse di troppo a quell’odiosa passione di cumulare tesori che
accompagna sovente la vecchiezza. Dicevasi ch’egli avesse ammassato
montagne d’oro; e dopo la morte di lui narravasi ch’egli avesse
nascosto in una città italiana, entro un pozzo, ricchezze preziose in
copia sì grande, che, allorquando furono scoperte, si richiedessero
parecchi giorni a trarnele fuori[478]. E si raccontava che quella
sua ricchezza sterminata avesse eccitata l’invidia dei Romani
immiseriti[479]: egli è però probabile assai più che non già cupidigia
li movesse, ben piuttosto gli irritasse la pressura del suo despotismo
militare, il quale loro faceva rimpiangere amaramente i tempi passati
del regno dei Goti. Eglino non ebbero potenza di rovesciare Narsete
finchè visse Giustiniano, ma ne cercarono la perdita tosto che Giustino
il giovine fu salito al trono nell’anno 565. Volgendosi allora
all’Imperatore ed alla sposa di lui Sofia, i Romani mossero accusa
contro le angherie di lui, inviando lettere nelle quali con ardito
animo dicevano: «Ben meglio era per noi servire ai Goti piuttosto
che ai Greci, se doveva governarci l’eunuco Narsete opprimendoci col
giogo della servitù. Il Principe piissimo ne ignora le arti malvage:
ch’egli ci liberi dunque dalla mano di costui; se no daremo noi stessi
e la città di Roma in mano dei Barbari»[480]. L’imperatore Giustino,
nell’anno 567, terzo di suo regno, richiamava Narsete dal governo
d’Italia che l’Eunuco aveva tenuto per lo spazio di sedici anni[481].
Tale è il racconto di Agnello, biografo dei Vescovi ravennati, che
viveva nel secolo nono. Ma Paolo Diacono narra che Narsete fuggisse di
Roma nella Campania all’annunzio che Longino era già stato mandato in
Italia a prenderne il governo in sua vece. Nè egli fu oso di tornare
a Costantinopoli, nè obbedì al comando, perocchè fossegli detto che
l’imperatrice Sofia avesse espresso vanto ch’ella saprebbe costringere
l’Eunuco a filare lana colle donne del gineceo. La leggenda racconta
che il vecchio rispondesse: «ben volere egli tessere tal tela che ella
non potrebbesene di sua vita disimpacciare mai più»: ed aggiunge che
di Napoli l’Eunuco mandasse ai Longobardi di Pannonia legati i quali
gli eccitassero a scendere in Italia, e che a porgere un saggio della
ubertà del bel paese, oltre a parecchi doni preziosi, loro mandasse
delle frutta squisite[482].

Partito Narsete per Napoli, da grave trepidazione erano presi i Romani,
paurosi della vendetta di quell’uomo, che forse avrà minacciato di
dare in balìa ai terribili Longobardi quella Roma medesima ch’egli
aveva liberata dai Goti. Eglino pertanto mandarono in tutta fretta
papa Giovanni a supplicarlo che fra loro ritornasse. «Che male feci
io mai ai Romani, santissimo padre?» esclamava cruciato Narsete. «Io
voglio andarmene e gettarmi ai piedi di lui che mi mandò; e Italia
tutta conoscerà come io con ogni mia possa mi sia adoperato a pro del
paese.» Il Pontefice riusciva ad acchetare la collera del vecchio
governatore, e, ricondottolo con sè a Roma, prendeva dimora in una
casa situata entro il cimitero dei santi Tiburzio e Valeriano[483],
dove rimaneva lungo tempo attendendo alla consecrazione di Vescovi.
E Narsete sedette nuovamente in Roma, ma per breve tempo, chè, roso
da dolore e da dispetto, morte il rapiva: la salma chiusa entro una
cassa di piombo era trasportata coi suoi tesori a Costantinopoli[484].
Così narrano il Libro Pontificale e Paolo Diacono, ma Agnello dice:
«Narsete patrizio moriva in Roma dopo avere riportate molte vittorie
in Italia, e dopo di avere colle sue depredazioni messo a nudo i
Romani: egli spirava nel palazzo d’Italia nel novantesimo quinto anno
di età»[485]. La notizia ch’egli fosse pervenuto a sì tarda vecchiezza
è certo esagerata, perocchè non si possa credere sì di leggieri che
un vecchiardo ottantenne abbia conquistato Italia con tanto ardore
di guerra: e perciò egli è duopo fissare al 567 l’anno di sua morte.
Difatti, quantunque il Libro Pontificale affermi che uscissero di vita
contemporaneamente Narsete e papa Giovanni nell’anno 573, e quantunque
anche Agnello convenga in quest’opinione, ella non è cosa probabile
che Narsete rimosso dal governo di Roma ivi sedesse tranquillamente
per altri sei anni, nè che i Romani già premuti dai Longobardi si
opponessero ai comandamenti dell’Imperatore e del novello Esarca, nel
tempo stesso in cui tenevano fra sè lui e i suoi tesori[486].

La verità della narrazione dei Cronisti latini che Narsete abbia
appellati i Longobardi, può venire per alcuni motivi posta in dubbio,
come fu dal cardinale Baronio, benchè non possa venire decisamente
negata. Per certo le più propizie opportunità da sè sole invitavano
Alboino a scendere in Italia. Ma non è il primo caso di un tradimento
simile, chè già lo dimostra la storia di quel Bonifacio il quale in
simili condizioni aveva chiamati i Vandali in Africa: e ben facilmente
poteva Narsete dare ascolto alle voci della vendetta, vedendo in
sull’ultima sera della vita compensato il suo valore coll’odio dei
Romani e coll’ingratitudine della corte di Costantinopoli. Egli era in
relazioni d’amicizia coi Longobardi i quali gli avevano prestato ajuto
a vincere Totila: nè al suo disegno di torre vendetta chiamandoli in
Italia, opponeva forte contrasto nel petto del Bisantino il sentimento
dell’amore di patria. Ben maggiormente piuttosto dovevano rattenerlo
l’orgoglio di conquistatore di Italia e quel sentimento di amore alla
Religione cattolica che tutti gli scrittori dicono lo animasse con
sommo fervore[487]. Ed era manifestamente quel sentimento di pietà
che lo moveva a cedere alle pressanti istanze di papa Giovanni e a
tornare a Roma, anche se forse avesse realmente appellati i Longobardi,
oppure se avesse voluto soltanto atterrire i Romani nemici suoi, colla
minaccia di prenderne vendetta. Che se egli lo aveva fatto, ei non
poteva già più impedire quello che s’era compiuto; e moriva corrucciato
seco stesso e dolente dell’opera sua, perocchè già i Longobardi
movessero dalle contrade di Pannonia, seguendo il cammino che la forza
delle leggi della Storia indiceva ai popoli, traendoli dall’interne
contrade del continente verso il mare Mediterraneo, verso la sede della
civiltà.


§ 5.

I Longobardi scendono in Italia nell’anno 568. — Erezione dell’Esarcato
di Ravenna sotto Longino. — Province d’Italia. — Mutamenti
amministrativi. — Governo di Roma.

Addì 1 di Aprile dell’anno 568, Alboino re dei Longobardi, traendosi
dietro il suo popolo numeroso accresciuto di moltitudini di Gepidi, di
Sassoni, di Svevi e di Bulgari, entrava in Italia dove Longino patrizio
era giunto a prenderne il governo quale Esarca di Ravenna. Ma prima di
continuare a discorrere della storia della Città durante il tempo in
cui i Longobardi conquistavano Italia e nell’età successiva, fa duopo
che chiudiamo questo libro, gettando un rapido sguardo sulle condizioni
che l’erezione dell’Esarcato induceva in Roma.

Longino prendeva le redini del reggimento d’Italia e riceveva titolo di
Esarca dal nome che in tempi anteriori era dato al governatore della
provincia di Africa. Fu detto ch’egli mutasse interamente il sistema
amministrativo d’Italia, e si affermò ch’egli vi desse una forma
novella del tutto, abolendo i consolari, i correttori ed i presidi
delle province che duravano fino dai tempi di Costantino[488]. Ma la
nostra scienza intorno all’ordinamento d’Italia in quel tempo è involta
in densa tenebra. Questa contrada, dopo l’età del grande Costantino,
era stata divisa in sedici province delle quali ecco i nomi che ci
furono tramandati dalla _Notitia_: Venezia, Emilia, Liguria, Flaminia
e Piceno Annonario, Tuscia e Umbria, Piceno Suburbicario, Campania,
Sicilia, Apulia e Calabria, Lucania e Abbruzzo, Alpi Cozie, Rezia
Prima, Rezia Seconda, Sannio, Valerio, Sardegna, Corsica[489].

Queste province erano amministrate da consolari, da correttori
e da presidi: le sette province settentrionali stavano sotto la
giurisdizione del Vicario d’Italia, le dieci meridionali invece erano
governate dal Vicario della città di Roma; tutte erano soggette
al Prefetto del Pretorio d’Italia. I Re goti non avevano alterato
l’ordinamento delle province; e Longino non poteva distruggerlo,
poichè, se anche sparivano sotto di lui i titoli dei governatori,
rimaneva l’organamento delle province. E devesi andar cauti nel
discorrere delle riforme amministrative da lui introdotte, chè i
mutamenti ebbero importanza soltanto sotto il dominio dei Longobardi.
Imperocchè questi nuovi venuti, spingendo qua e là le loro conquiste
nell’Italia sottoposta ai Greci, distruggessero per sempre il nesso
delle province e rompessero l’unità d’Italia; ed ai possedimenti
dell’Imperatore dessero decisamente la forma di ducati disgiunti gli
uni dagli altri, come divennero più tardi le Venezie, l’Esarcato nello
stretto senso, Roma e Napoli.

Subentrato nella carica del Prefetto d’Italia, l’Esarca aveva il potere
supremo in tutti i negozî militari e politici. La separazione della
potestà civile dalla militare, ch’era stata introdotta da Costantino
e che i Goti avevano conservata, fu da lui mantenuta in vigore[490].
Alle province egli prepose giudici provinciali che erano soggetti ad
una certa ispezione dei Vescovi, e comandanti militari che nelle città
maggiori erano detti _Duces_ o _Magistri militum_, e che nei luoghi
minori avevano nome di _Tribuni_. Non si può però dimostrare che
Longino distruggesse per intiero l’accentramento provinciale, o che
egli dividesse le province in tanti Ducati, ossia in grandi e piccole
città coi loro territori che dal nome dei comandanti militari (_duces_)
ricevessero appellazione[491]. Soltanto può accogliersi con sicurezza,
che principalmente dall’indebolimento della potestà centrale e dalle
conquiste longobardiche le quali frastagliarono le province, le città
s’isolassero e si ristringessero a vita politica tutta speciale nella
quale cominciava a crescere l’autorità dei loro Vescovi[492].

In quanto poi riguarda alla città di Roma, della cui condizione
soltanto qui dobbiamo occuparci, egli è per lo meno certo che Longino
nulla mutasse dell’antichissime magistrature civili supreme. Rimaneva
come prima il Prefetto della Città. L’opinione del Giannone che Longino
togliesse interamente i Consoli ed il Senato i cui nomi s’erano fino a
quel tempo conservati, è una affermazione cui nullo argomento sussidia
a darne dimostrazione. Infatti gli antichi consoli dell’Impero si erano
già estinti, ma il titolo di ex-console in tutto il secolo sesto si era
fatto volgare in Roma ed in Ravenna, e persino[493] si comperava: ed il
nome senza autorità del Senato esisteva ancora nell’anno 579, in cui
è fatta menzione di una legazione di Senatori di Roma antica che andò
all’imperatore Tiberio a chiederlo di ajuto contro i Longobardi[494].
È accolta opinione che la città di Roma fosse retta politicamente da un
Duce posto dall’Esarca, e che ne ricevesse nome di Ducato romano[495].
Il fatto che di regola l’Esarca e talfiata l’Imperatore stesso
eleggesse per Roma un supremo magistrato, che aveva anche l’imperio
militare nella Città, non può essere messo in dubbio. L’estensione
però della giurisdizione di questo officiale non conosciamo: soltanto
supponiamo dall’estensione del titolo usato nelle città e nelle
province, che anche in Roma quel magistrato avesse dapprincipio nome di
Duce.

Ma durante tutto il secolo settimo non è mai fatta menzione del Duce
di Roma, quantunque si parli spesso di Duci di Sardegna, di Napoli,
di Rimini, di Narni, di Nepi e di altre città: e persino là dove
dovrebbesi trovare quel titolo, nel Libro Diurno ossia nel celebre
formulario del Pontefice romano compilato in sulla fine del settimo
secolo, non si fa menzione di lui[496]; ma soltanto dopo l’anno
708 il Libro dei Papi parla tutt’a un tratto del Duce e del Ducato
romano[497]. Quel Libro però già prima di quest’anno fa cenno dei
_Judices_ ossia degli officiali che l’Esarca di Ravenna soleva preporre
all’amministrazione della Città: avvegnachè nella vita di papa Conone
(686-687) si narri che il suo arcidiacono, giovandosi dell’influenza
dei giudici che il nuovo esarca Giovanni aveva mandato a Roma, sperasse
di ascendere alla sedia pontificia[498]. E se ne tragge a conseguenza
che l’Esarca, forse ad ogni anno, eleggesse per Roma più di un
officiale, e che questi giudici imperiali, fra i quali si può supporre
che fosse anche il Duce o _Magister militum_, tenessero il governo nei
negozî militari e fiscali. Il tempo poi in cui sia veramente sorto il
concetto di un Ducato romano è affatto incerto.


  FINE DEL VOLUME PRIMO.




INDICE

DEL PRIMO VOLUME.


  PREFAZIONE  Facc. V

  LIBRO PRIMO.

  DALL’INCOMINCIAMENTO DEL SECOLO QUINTO ALLA CADUTA
  DELL’IMPERO OCCIDENTALE NELL’ANNO 476.

  CAPITOLO PRIMO. — § 1. Disegno di quest’Opera. — La
    città di Roma nell’antichità e nel medio evo              Facc. 1
  § 2. Condizioni della città di Roma duranti gli
    ultimi tempi dell’Impero                                    »  23
  § 3. Le prime sette regioni di Roma                           »  34
  § 4. L’ottava Regione di Roma                                 »  45
  § 5. Le ultime sei Regioni di Roma                            »  54

  CAPITOLO SECONDO. — § 1. Esagerazioni dei Padri della
    Chiesa sulla rovina dei monumenti di Roma. — Descrizione
    di Roma data da Claudiano. — Editti di preservazione
    degli Imperatori. — Tentativi di Giuliano a restaurare
    il culto antico. — Conseguenze                              »  67
  § 2. Contegno di Graziano verso il Paganesimo. — Contese
    per la statua e per l’altare della Vittoria. — Fervore
    dell’imperatore Teodosio contro il culto pagano di Roma.
    — Elemento pagano ancora esistente nella Città. — Caduta
    della religione antica ai tempi di Onorio. — Templi e
    monumenti di Roma. — Notizie del loro numero                »  75
  § 3. Cangiamenti operati in Roma dal Cristianesimo. — Le
    sette Regioni ecclesiastiche della Città. — Chiese
    antiche anteriori a Costantino. — Estinzione
    dell’arte antica. — Architettura delle chiese               »  87
  § 4. Chiese erette da Costantino. — Basilica Lateranense.
    — Chiesa antichissima di san Pietro                         »  96
  § 5. Basilica antica di san Paolo. — Antico culto
    dei Santi. — San Lorenzo e le sue due chiese:
    _S. Lorenzo fuori le mura_ e _S. Lorenzo in Lucina_. — S.
    Agnese. — _S. Crux in Hierusalem_. — S. Pietro e
    s. Marcellino. — S. Marco. — S. Maria (Maggiore). —
    S. Maria in Transtevere. — San Clemente. — Aspetto di
    Roma nel secolo quinto. — Contrasti nella Città             » 108

  CAPITOLO TERZO. — § 1. Ingresso dell’imperatore Onorio
    in Roma, verso la fine dell’anno 403. — Egli pone
    residenza nel palazzo dei Cesari. — Ultimi giuochi
    di gladiatori nell’anfiteatro. — Onorio ritorna a
    Ravenna. — Invasione dei Barbari condotti da
    Radagaiso e loro disfatta. — Caduta di Stilicone            » 125
  § 2. Alarico s’avanza contro Roma nell’anno 408. — Suo
    demone. — Presentimento della caduta di
    Roma. — Primo assedio. — Ambasceria dei Romani. —
    Paganesimo tusco in Roma. — I Romani ricomprano la
    loro liberazione dall’assedio                               » 134
  § 3. Alarico s’allontana da Roma. — Onorio rifiuta
    la pace. — Alarico ritorna una seconda volta su
    Roma, prende Porto nell’anno 409 e acclama imperatore
    Attalo. — Questi muove contro Ravenna
    con Alarico. — È deposto. — Alarico pone campo
    la terza volta contro Roma                                  » 141
  § 4. Dipintura del patriziato e del popolo di Roma
    di quel tempo, secondo le testimonianze di Ammiano
    Marcellino e di san Gerolamo. — Pagani
    e Cristiani di Roma. — Statistica della popolazione
    della Città                                                 » 148

  CAPITOLO QUARTO. — § 1. Alarico prende Roma il giorno
    24 di Agosto 410. — Saccheggio della Città. — Una
    vittoria del Cristianesimo. — Mitezza d’animo
    dei Goti. — Alarico dopo tre giorni lascia Roma             » 163
  § 2. I Goti non distrussero i monumenti della Città. —
    Opinioni degli Scrittori su questo argomento                » 173
  § 3. Lamentazioni sulla caduta di Roma. — San
    Gerolamo. — Santo Agostino. — Conseguenze
    della presa di Roma                                         » 179

  CAPITOLO QUINTO. — § 1. Alarico muore nell’anno
    410. — Ataulfo è gridato re dei Visigoti. — Egli
    parte d’Italia. — Spedizione impresa dal conte
    Eracliano contro Roma. — Onorio viene a Roma
    nell’anno 417. — Restaurazione della Città. — Versi
    di Rutilio a Roma                                           » 187
  § 2. Svolgimento della Chiesa romana. — Scisma
    per la successione alla cattedra vescovile. — Bonifacio
    è eletto papa. — Onorio muore nell’anno
    423. — Valentiniano III diventa imperatore sotto
    tutela di Placidia. — I Vandali invadono Africa             » 193
  § 3. Sisto III è eletto papa nell’anno 432. — Egli
    edifica dalle fondamenta la basilica di santa Maria
    (Maggiore). — Musaici di questa chiesa e donativi
    a lei consecrati. — Splendore degli arredi ecclesiastici    » 199
  § 4. Leone I ascende alla cattedra di san Pietro
    nell’anno 440. — Roma accoglie i fuggenti d’Africa. —
    Eresie. — Placidia muore in Roma nel 450. — Fortuna
    della sua vita. — Avventure di Onoria
    figlia di lei. — Ella chiama in Italia Attila re
    degli Unni                                                  » 207
  § 5. Invasione di Attila. — Battaglia data nei campi
    Catalaunici. — Attila nel suo cammino devasta
    l’Italia superiore. — Valentiniano in Roma. — Ambasceria
    dei Romani ad Attila. — Leone si presenta al Re unno. —
    Leggenda celebre. — Ritirata e morte di Attila. —
    Festività in Roma. — Statue di Giove capitolino e di san
    Pietro in Vaticano                                          » 212

  CAPITOLO SESTO. — § 1. Ezio cade in disgrazia e muore in
    Roma. — Episodî da romanzo. — Valentiniano III cade
    assassinato nell’anno 455. — Massimo è eletto imperatore.
    — Eudossia chiama Genserico re dei Vandali                  » 221
  § 2. I Vandali arrivano a Porto. — Uccisione di
    Massimo. — Leone si presenta a Genserico. — I
    Vandali entrano in Roma nel Giugno dell’anno
    455. — Vi danno il saccheggio per quattordici
    giorni. — Depredazione del Palazzo e del tempio
    di Giove. — Spoglie antiche del tempio di Gerusalemme. —
    Loro sorte. — Leggende del medio evo                        » 228
  § 3. I Vandali partono di Roma. — Avventure della
    imperatrice Eudossia e delle sue figlie. — Basilica
    di san Pietro _ad Vincula_. — Leggenda delle
    catene di san Pietro. — I Vandali non ebbero distrutti
    i monumenti della Città. — Conseguenze
    del saccheggio                                              » 235

  CAPITOLO SETTIMO. — § 1. Avito è eletto imperatore
    nell’anno 455. — Apollinare Sidonio indirizza un
    panegirico a quell’Imperatore: gli è eretta una
    statua di onore. — Avito è cacciato del trono per
    opera di Ricimero. — Maioriano è acclamato imperatore
    nell’anno 457. — Egli promulga un editto
    per la conservazione dei monumenti di Roma. — I
    Romani cominciano a rendersi rei di vandalismo. —
    Maioriano muore nell’anno 461                               » 241
  § 2. Papa Leone I muore nel 461. — Sua indole. — Sue
    fondazioni in Roma. — Primo monastero eretto
    presso al san Pietro. — Basilica di santo Stefano
    in Via Latina e suo discoprimento verso la fine
    del 1857. — Ilario papa, Severo imperatore. — Antemio
    imperatore. — Suo ingresso in Roma. — Doni
    offerti da Ilario alle chiese                               » 249
  § 3. Condanna di Arvando. — Spedizioni contro
    Africa riuscite a vuoto. — Ricimero si rivolta
    contro Antemio. — Assedio di Roma. — Terzo
    saccheggio nell’anno 472                                    » 256
  § 4. Olibrio sale al trono. — Morte di Ricimero. — Suo
    monumento: chiesa odierna diaconale di
    s. Agata in Suburra. — Glicerio e Giulio Nepote
    imperatori. — Oreste acclama imperatore suo figlio
    Romolo Augustolo. — Odoacre s’impadronisce di
    Italia nell’anno 476. — Caduta dell’Impero romano
    occidentale                                                 » 261

  LIBRO SECONDO.

  DALL’INCOMINCIAMENTO DEL REGNO DI ODOACRE ALLA
  EREZIONE DELL’ESARCATO DI RAVENNA NELL’ANNO 568.

  CAPITOLO PRIMO. — § 1. Regno di Odoacre. — Simplicio
    papa (468-483). — Costruzione di novelle
    chiese in Roma. — San Stefano Rotondo sul monte
    Celio: santa Bibiana. — Felice III è eletto papa
    per violenza di Odoacre. — Teodorico scende cogli
    Ostrogoti in Italia. — Caduta del regno di Odoacre. —
    Teodorico diventa re d’Italia nell’anno 499                 » 271
  § 2. Contese in Roma per le feste pagane dei Lupercali,
    e quel che ne sia derivato. — Scisma sorto
    in occasione dell’elezione di Simmaco o di Lorenzo. —
    Sinodo di Simmaco nell’anno 490                             » 278
  § 3. Basiliche titolari della città di Roma intorno
    all’anno 499                                                » 285
  § 4. Origine nazionale dei Santi ai quali erano dedicate
    le chiese titolari. — Ripartizione territoriale
    di queste chiese. — Titoli esistenti al tempo di
    Gregorio Magno verso l’anno 594. — Che cosa
    fossero i Titoli. — I Cardinali. — Le _sette chiese_
    di Roma                                                     » 295

  CAPITOLO SECONDO. — § 1. Contegno di Teodorico
    verso i Romani. — Egli viene a Roma nell’anno
    500. — Sua orazione al popolo. — L’abate Fulgenzio. —
    Rescritti tramandatici da Cassiodoro                        » 303
  § 2. Condizione dei monumenti di Roma. — Predoni
    di statue. — Sollecitudine di Teodorico alla
    conservazione dei monumenti. — Cloache. — Acquedotti. —
    Teatro di Pompeo. — Palazzo dei Pinci. — Palazzo dei
    Cesari. — Foro di Trajano. — Il Campidoglio                 » 309
  § 3. Anfiteatro di Tito. — Spettacoli e mania dei
    Romani pei giuochi. — Cacce di belve. — Giuochi
    e fazioni del circo                                         » 318
  § 4. Provvedimenti di Teodorico per il popolo di
    Roma. — _Roma Felix._ — Tolleranza di Teodorico
    verso la Chiesa cattolica. — Israeliti di Roma. — Loro
    sinagoga antichissima. — Il popolo si solleva contro
    di essi                                                     » 329
  § 5. Nuovo scisma nella Chiesa. — Sinodo Palmare. —
    Fazioni entro la Città. — Simmaco abbellisce
    la chiesa di san Pietro. — Edifica la cappella
    rotonda di santo Andrea, la basilica di s. Martino
    e la chiesa di san Pancrazio. — Ormisda è eletto
    pontefice nell’anno 514. — Giovanni I papa. — Teodorico
    entra in lotta contro la Chiesa cattolica                   » 337
  § 6. Inquisizione e supplizio di Boezio e di Simmaco. —
    Papa Giovanni ha il carico di un’ambasceria
    a Bisanzio: muore in Ravenna. — Teodorico
    impone l’elezione di Felice IV. — Il Re muore
    nell’anno 526. — Leggende                                   » 346

  CAPITOLO TERZO. — § 1. Reggenza di Amalasunta. — Genio
    di lei: protezione accordata alla Scienza. — Mite
    dominazione di lei. — Il Vescovo romano
    ottiene reverenza sempre maggiore                           » 357
  § 2. Felice IV edifica nel Foro una chiesa dedicata
    ai santi Cosma e Damiano. — Musaici di quella
    chiesa. — Ragione della venerazione tributata a
    que’ due Santi                                              » 361
  § 3. Bonifacio II è eletto Papa nell’anno 530. — Giovanni
    II. — Senatoconsulto in argomento di
    simonia. — Educazione di Atalarico: sua morte. — Teodato
    è fatto compartecipe al trono. — Sorte
    della regina Amalasunta. — Disegni e mire di
    Giustiniano. — Il consolato d’Occidente cessa nell’anno
    535                                                         » 369
  § 4. Negoziati di Teodato con Giustiniano. — Lettere
    del Senato a Giustiniano. — Agitazioni in
    Roma. — I Romani rifiutano di accogliere soldatesca
    gota entro la Città. — Papa Agapito va ambasciatore
    a Bisanzio. — Morte di lui. — Rottura
    delle trattative di pace                                    » 376
  § 5. Belisario viene in Italia. — Prende Napoli. — I
    Goti acclamano Vitige a re. — Fine di Teodato. — I
    Goti si ritirano in Ravenna. — Belisario entra
    in Roma addì 9 di Dicembre dell’anno 536                    » 383

  CAPITOLO QUARTO. — § 1. Belisario munisce Roma
    per la difesa. — Vitige muove con tutto l’esercito
    goto contro la Città. — Primo combattimento. — Apparecchi
    degli assedianti. — Soldatesca gota. — Apparecchi
    di Belisario. — Vitige taglia gli acquedotti. — Molini
    natanti del Tevere. — Disperazione
    dei Romani. — I Goti impongono a Roma la
    resa. — S’apparecchiano all’assalto                         » 392
  § 2. Assalimento generale. — Combattimento di
    porta Prenestina. — Il _Murus ruptus_. — Assalto
    del mausoleo di Adriano. — I Greci ne mettono
    in pezzi le statue. — Gli assalitori sono ributtati
    d’ogni parte                                                » 402
  § 3. Prosecuzione dell’assedio. — Predizioni dell’esito
    della guerra. — Rimembranze del Paganesimo. — Il
    tempio di Giano. — I _Tria Fata_. — Due inni
    latini di quel tempo. — Vigilanza di Belisario alla
    difesa di Roma                                              » 411
  § 4. Papa Silverio è cacciato in esilio. — La fame
    desola Roma. — Umanità dei Goti. — Vitige s’impadronisce
    del porto romano. — Porto ed Ostia. — Soldati
    di rinforzo entrano in Roma. — I Goti respingono
    una sortita degli assediati. — Tristi condizioni
    della Città. — Trinceramenti dei Goti e
    degli Unni                                                  » 419
  § 5. Tristi condizioni dei Goti. — Loro ambasceria
    a Belisario. — Negoziati. — Roma riceve soccorsi
    di uomini e di vettovaglie. — Armistizio. — Ripigliansi
    le ostilità. — Scoramento dei Goti. — Eglino
    partono di Roma nel mese di Marzo del 538                   » 429

  CAPITOLO QUINTO. — § 1. Belisario in Ravenna. — Egli
    rigetta le offerte dei Goti. — Totila è eletto
    re verso la fine dell’anno 541. — Sue rapide vittorie. —
    Sua spedizione in Italia meridionale. — Conquista
    Napoli                                                      » 437
  § 2. Lettere di Totila al Senato romano. — Effetto
    di quelle in Roma. — Egli muove contro Roma. — Prende
    Tivoli. — Secondo assedio dei Goti nella
    estate dell’anno 545. — Belisario ritorna in Italia. —
    Porto. — Campo dei Goti                                     » 443
  § 3. Papa Vigilio è chiamato a Bisanzio. — I Goti
    prendono un naviglio carico di grani di Sicilia. — La
    fame desola Roma. — Ambasceria del diacono
    Pelagio nel campo dei Goti. — Discorso che i Romani
    al colmo della disperazione volgono a Bessa. — Condizioni
    miserrime della Città                                       » 449
  § 4. Belisario giunge a Porto. — Il Tevere è chiuso
    per mezzo di uno steccato di legno. — Belisario
    tenta di superarlo e di liberare Roma. — Sospensione
    delle pugne. — Totila entra in Roma addì
    17 di Dicembre dell’anno 546. — Aspetto della
    Città deserta. — Saccheggio. — Rusticiana. — Mitezza
    d’animo di Totila                                           » 455
  § 5. Discorsi di Totila ai Goti ed al Senato. — Egli
    minaccia Roma della distruzione. — Lettere di
    Belisario a lui indiritte. — Assurdità delle narrazioni
    che Totila abbia devastata Roma. — Vaticinio
    di san Benedetto sopra Roma. — Totila
    parte di Roma. — La Città rimane deserta                    » 464

  CAPITOLO SESTO. — § 1. Belisario entra nella Città. — Ne
    restaura le mura. — Seconda difesa di Roma
    sostenuta da Belisario nell’anno 547. — Totila si
    ritira a Tivoli. — Giovanni conduce seco i Senatori
    romani ch’erano in Capua. — Totila muove
    rapidamente nell’Italia meridionale. — Belisario
    parte di Roma. — Suoi monumenti nella Città                 » 473
  § 2. Belisario va errando senza disegno nell’Italia
    meridionale, indi parte per Costantinopoli. — Totila
    ritorna per la terza volta davanti le mura di
    Roma nell’anno 549. — Condizioni della Città. — Vi
    entrano i Goti. — I Greci si ritirano nel sepolcro
    di Adriano. — Roma ridiviene popolata. — Ultimi
    giuochi circensi. — Totila abbandona la
    Città. — I Goti sul mare                                    » 482
  § 3. Narsete prende il comando dell’esercito nella
    guerra d’Italia. — Presagio romano intorno a
    lui. — Notizie dei monumenti di Roma tratte da
    narrazioni di quel tempo. — Foro della Pace. — Vacca
    di Mirone. — Statua di Domiziano. — Nave
    di Enea. — Narsete s’avanza fino alle falde
    dell’Apennino. — Totila combatte la sua ultima
    battaglia, e muore presso Tagina nell’estate dell’anno
    552                                                         » 487
  § 4. Teja ultimo re dei Goti. — Narsete prende Roma. — I
    Goti cedono la mole d’Adriano. — Ruina
    del Senato romano. — I Greci prendono le castella
    dei Goti. — Narsete invade la Campania. — Eroica
    morte di Teja nella primavera dell’anno
    553. — I Goti dopo una battaglia data alle falde
    del Vesuvio scendono a patti. — Mille Goti partono
    guidati da Indulfo                                          » 494
  § 5. Uno sguardo all’indole della dominazione gota
    in Italia. — Fole spacciate dai Romani intorno ai
    Goti, e loro ignoranza della storia delle rovine
    della Città                                                 » 502

  CAPITOLO SETTIMO. § 1. Scendono in Italia le orde di
    Bucelino e di Leutari e sono disfatte. — Ingresso
    trionfale di Narsete in Roma. — I Goti in Compsa
    scendono a patti. — Condizioni di Roma e d’Italia
    dopo la guerra                                              » 510
  § 2. Sanzione Prammatica di Giustiniano. — Il Vescovo
    romano sale ad alta onoranza. — Il Senato. —
    Provvedimenti dati per la protezione alle lettere
    e per la conservazione dei monumenti publici. —
    Relazioni  di Bisanzio colla Chiesa di Roma. — Papa
    Vigilio muore tornando in patria. — Pelagio è eletto
    papa nell’anno 555. — Egli presta giuramento di
    purgazione                                                  » 516
  § 3. Pelagio e Giovanni III edificano la chiesa dei
    santi Apostoli nella Regione _Via Lata_. — Decadimento
    della città di Roma. — Due iscrizioni,
    monumenti di ricordanza di Narsete                          » 522
  § 4. Narsete cade in disgrazia. — Va a Napoli ed è
    indi ricondotto a Roma da papa Giovanni. — Muore
    nell’anno 567. — Uno sguardo alla opportunità di
    una calata dei Longobardi in Italia                         » 528
  § 5. I Longobardi scendono in Italia nell’anno 568. —
    Erezione dell’Esarcato di Ravenna sotto Longino. —
    Province d’Italia. — Mutamenti amministrativi. —
    Governo di Roma                                             » 534




VOLUME PRIMO[499]


  Pag.                         ERRATO              CORREGGI

   26  testo,  lin.  18 e 19,  di Nerva, di        _di Nerva e di
                                 Domiziano            Domiziano_
   27  testo,   »         14,  turrito             _torreggiante_
   28  testo,   »          6,  un piccolo borgo    _un vero mondo
                                                     di delizie_
                                                     destinato a
                                                     ogni genere di
                                                     piaceri
   29  testo,   »          9,  simili a quei       _quasi che
                                 colossi             formassero una
                                 di marmo            cornice di
                                                     pietra_
   30  nota,    »          5,  furono murate       _si trovano murate_
   35  testo,   »          1,  perchè esso         _perchè vi era
                                 formava             probabilmente
                                 un sobborgo che     un sobborgo,
                                 metteva capo        traversando il
                                                     quale si giungeva_
   35  testo,   »         17,  piccola città        _necropoli_
                                 sotterranea
   36  testo,   »          8,  fino al lato         _dietro il
                               posteriore             Colosseo_
                               del Colosseo
   37  testo,   »    22 e 23,  conservava... era    _conserva... è_
   38  testo,   »         24,  figure coniche       _figura conica_
   39  testo,   »         10,  consecrata al culto  _inaugurata_
   40  testo,   »         14,  Palla                _Pallante_
   43  nota,    »          8,  devono essere stati  _stavano_
   44  testo,   »      8 e 9,  di rimpetto a...     _nella direzione
                                 ed a                 della... e della_
   44  testo,   »    13 e 14,  lungo quei cumuli    _prima vi avesse_
                                 di rovine avesse
   44  testo,   »    26 e 27,  eretto nello stile   _di magnificenza
                                 sontuoso             orientale_
                                 d’Oriente
   47  testo,   »         20,  sull’arco            _presso l’arco_
   49  testo,   »          2,  san Martino          _santa Martina_
   49  nota,    »          7,  palazzo del Senato   _Senatus_
   50  testo,   »         28,  due                  _tre_
   51  testo,   »         17,  Costantino           _Costanzo_
   51  testo,   »         30,  degli emblemi        _delle statue_
   53  testo,   »         18,  Costantino           _Costanzo_
   55  testo,   »    11 e 12,  di cui rimangono     _la cui negra e
                                 oscuri e             gigantesca
                                 giganteschi          mole tuttora oggi
                                 massi di marmo       lascia in parte
                                 a testimonianza      riconoscere
                                 della                l’antico
                                 magnificenza         splendore_
                                 antica
   59  testo,   »         25,  Costantino           _Costanzo_
   60  testo,   »      1 e 2,  sul _Clivus          _la_ Porta
                                 Publicus_,           Trigemina
                                 verso l’Aventino     _conduceva su pel
                                 alzavasi la          Clivo Publicio
                                 _Porta Trigemina_    all’Aventino_

   60  testo,   »         12,  ed i bagni           _od i bagni_
   62  testo,   »      11-13,  Il primo unisce      _Il primo, oggi da
                                 alla città           un’erma
                                 un’isola             quadrifronte
                                 quadrangolare        chiamato_
                                 detta _de’           de’ quattro capi,
                                 quattro capi_        _conduce alla
                                                      Città_
   63  testo,   »         12,  scambiare il circo   _intendere sotto
                                 di Cajo              il nome di circo
                                                      di Cajo_
   81  nota,    »      7 e 8,  collocate ov’erano   _come un tempo
                                 gli Dei Lari         solevasi innanzi
                                                      gli Dei Lari._
   83  testo,   »         11,  ancora perfetto      _ancora ben
                                                      conservato_
   84  nota,    »          1,  era considerata      _potrebbe chiamarsi
                                 ente portentoso      ente misterioso_
   84  nota,    »          2,  ebbe                 _avrebbe_
   88  testo,   »    20 e 21,  fu formato ecc.      _fu creduto essersi
                                                      formato
                                                      dall’unione di
                                                      queste ultime due
                                                      a due, o fu
                                                      messo in
                                                      corrispondenza_
   91  nota,    »          5,  delle descrizioni     _e dei_ Gesta
                                 dei _gesta             pontificum
                                 pontificium_
   97  nota,    »          6,  deve avere           _si dice avere_
  107  testo,   »      3 e 4,  uno posto sopra      _il più alto, e il
                                 dell’altro           più basso_
  127  testo,   »         22,  mise piede a terra   _non permise_
                                 non permettendo
  130  testo,   »          1,  tigri che            _tigri
                                 conservavansi        nell’anfiteatro_
                                 nell’anfiteatro
  136  testo,   »          2,  rinvenuti            _composti_
  165  nota,    »    15 e 16,  non avendosi saputo  _non avendosi
                                 o non avendosi       saputo quali
                                 osato di porre       nomi di Consoli
                                 iscrizioni sulle     porre nelle
                                 tombe dei            iscrizioni
                                 Consoli              sepolcrali_
  170  nota,    »          7,  caduti di potenza    _morti_
  181  nota,    »      4 e 5,  da non prendersi     _che non rende bene
                                 a modello            la nostra lingua_
  181  nota,    »          6,  alcune citazioni     _alcuni passi_
  251  nota,    »          7,  dandone la forma ad  _sopra un’antica
                                 un’antica villa      villa_
  298  nota,    »          9,  tra le due di S.     _tra s. Balbina
                                 Balbina e di         e s. Ciriaco_
                                 S. Ciriaco
  307  nota,    »          8,  di piazza s. Pietro  _nel s. Pietro._
  325  testo,   »    15 e 16,  le quali, finite le  _sulle quali,
                                 corse, servivano     finita la corsa,
                                 al giuoco delle      si mettevano le_
  335  nota,    »         10,  cortile della        _il cimitero antico
                                 sinagoga antica      degli Ebrei_
  336  testo,   »         24,  fiori sparsi di      _fiori di
                                 granate preziose     melagrano_
  353  nota,    »          6,  Nei tempi            _Più tardi_
                                 posteriori
  356  nota,    »         10,  quantunque gli dia   _dandogli_
  356  nota,    »    10 e 11,  _divus_              dirus
  417  nota,    »          7,  lo scrittore del     _lo stesso
                                 Mitografo            Mitografo_
  498  testo,   »          4,  poneva in fiamme     _faceva assediare_
  518  testo,   »          3,  dello accrescimento  _del fondamento_
  518  testo,   »          6,  ma per lo meno può   _per nessun modo
                                                      può_
  518  testo,   »      16-18,  finché decadde       _finchè, puranco
                                 nella condizione     come curia ossia_
                                 di curia o di        ordo, _si estinse
                                 ceto senza           facendo luogo_
                                 potenza,
                                 sottomettendosi
  523  testo,   »          8,  meravigliosa         _grande_
  531  testo,   »         16,  cortile della        _cimitero_
                                 chiesa
  531  nota,    »          7,  cortili delle        _cimiteri_
                                 chiese
  538  testo,   »      6 e 7,  nelle borgate di     _nelle province_
                                 campagna




NOTE:


[1] L’estremo monumento romano nelle regioni meridionali fu scoperto
dal dott. BARTH innanzi alla città di Murzuk. Vedi vol. I, pag. 164,
_Viaggi e scoperte nell’Africa settentrionale e centrale_ (1849-1855).

[2] CLAUDIANO, _Panegir. in VI Cons. Honor._, v. 39-52. Sulla grandezza
di Roma ha una pomposa apostrofe, _De cons. Stilich._ III, v. 130 e
seg.

[3] Voglio qui accennare al libro degno di nota: _Historiæ de Varietate
Fortunæ, libri II_ (Paris 1723), che POGGIO scrisse poco prima della
morte di Martino. Con quest’opera, che è una triste descrizione delle
rovine della città, incominciano gli studî archeologici su Roma.

[4] L’Autore publicò il primo volume della sua Storia nell’anno 1859
(_Nota dell’Editore_).

[5] Fu questi Ammone, che viveva nel tempo dell’assedio della città
fatto dai Visigoti. Così OLIMPIODORO in FOZIO, p. 198, dice: εἴκοσι
καὶ ἑνὸς μιλίου. Per la qual cosa è esagerata la notizia dataci da
Vopisco, che il circuito della città fosse di cinquanta miglia, oppure,
come afferma il Piale, fu errore degli amanuensi. Secondo il PIALE
(_Dissertazione delle mura Aureliane di Roma_), la circonferenza della
città sarebbe stata di tredici miglia al più. Si confronti il CANINA:
_Indicazione topografica di Roma antica_, p. 19 ec., e la descrizione
della città data dal PLATNER e dal BUNSEN, I, p. 646 ec. Della
riedificazione delle mura ai tempi di Arcadio e di Onorio, conservano
ricordanza le iscrizioni poste sulla porta di _s. Lorenzo_ e sopra la
_P. Maggiore_. Una terza iscrizione, collocata sulla _P. Portuensis_,
che ne parlava, andò perduta quando quell’antica porta fu fatta
abbattere da Urbano VIII.

[6] Queste porte antiche erano: _P. Flaminia, Pinciana, Salara,
Nomentana, Tiburtina, Praenestina, Labicana, Asinaria, Metronis_
o _Metronia, Latina, Appia, Ostiensis, Portuensis, Janiculensis
(Aurelia), Septimiana, Aurelia_ situata al ponte di Adriano. Di esse
oggi si trovano murate la porta _Metronia_ e la _Latina_, e cadde
distrutta l’_Aurelia_ situata al ponte dell’Angelo. Il _Breviarium_
numera trentasette porte, per la qual cosa il numero che eccede le
nominate dev’essere stato nelle mura serviane o aver formato altri fori
di uscita.

[7] Ai tempi di Belisario, Roma possedeva quattordici acquedotti
(così PROCOPIO, _De bello Goth._ I, 19). Ed erano i nove, di cui ci dà
notizia Frontino, ossia: _Appia, Anio vetus, Marcia, Tepula, Julia,
Alsietina, Virgo, Claudia, Anio novus_ e di più l’_Acqua Augusta_,
colla quale Augusto aveva fortificato la _Marcia_, la _Trajana_
aggiunta da Trajano, l’_Antoniniana_ di Caracalla, l’_Alexandrina_ di
Alessandro Severo, la _Iovia_ di Diocleziano. Il Sommario aggiunto
al _Curiosum_ ed alla _Notitia_ numera diecinove acquedotti, cinque
dei quali non possono essere stati che ramificazioni degli altri. Al
dì d’oggi Roma ha tre soli acquedotti: l’_Acqua di Trevi_, meschina
restaurazione dell’_A. Virgo_, l’_A. Felice_ che è in parte l’antica
_Marcia_, e l’_A. Paola_ che Paolo V edificò giovandosi delle acque
della _Trajana_.

[8] _Inclyta ac celebris Roma immensum est, atque omni oratione majus
pelagus pulchritudinis._ THEMIST., _Orat._ 13, _amat. in Gratian._, p.
177. Si veda la _Dissertaz. sulle rovine di Roma_ di CARLO FEA, che può
reputarsi il primo saggio formale di una storia delle rovine di Roma
fino ai tempi di Sisto V (nel III Vol. della traduzione da lui fatta
della _Storia dell’Arte_ del WINKELMANN, Roma, 1784). Di quanta utilità
riesca per la storia lo studio locale dei monumenti di Roma, cel mostrò
la _Histoire romaine à Rome_, che J. J. AMPÈRE, per una serie di anni
andò inserendo nella _Revue des deux Mondes_, e fu splendido ornamento
di quel giornale. Quella Storia si stenderà anche all’età di mezzo.
Mi è grato dovere il riconoscere che l’interessamento onde l’erudito
e spiritoso Francese confortò sempre l’opera da me impresa, mi è
vivissimo eccitamento alla prosecuzione del mio lavoro.

[9] Intorno al _Curiosum Urbis_ ed alla _Notitia_, ci furono di grande
giovamento i lavori del Sarti, del Bunsen e del Preller. Io ho seguito
il testo di quest’ultimo (_Die Regionen der Stadt Rom_, Jena, 1846),
che confrontai con quelli del Panciroli, del Labbe, del Bianchini e del
Muratori.

[10] S. GREGOR., _Ep. III_, 30, p. 568: _ad secundum urbis milliarium,
in loco qui dicitur ad Catacumbas_. Il De Rossi che alla gloria del
Bosio associò gl’illustri meriti suoi, ha sparso luce novella su
quelle catacombe di san Calisto, ed il suo grande lavoro intitolato
_Corpus Inscriptionum_, di cui s’è ora incominciata la publicazione,
deve salutarsi come un felice avvenimento per la storia della Città
nei tempi di mezzo. Le cognizioni del De Rossi intorno alla topografia
di Roma nel medio evo, sono le più fondate e le più vaste che erudito
possa avere, ed è mio ardente desiderio che l’illustre Romano voglia
presto diffondere quel suo tesoro in un’opera topografica.

[11] L’antica _Porta Capena_ vogliono i Topografi che fosse collocata
al di sotto dell’odierna _Villa Mattei_. Si vegga il CANINA, _R.
Antica_. Intorno ai limiti della prima Regione si agita controversia:
l’indicazione però del ruscello Almo (oggi Acquataccio), dimostra
che la Regione si stendesse al di là delle mura Aureliane. Intorno
all’antico tempio di Marte, onde era illustre questa Regione che non
comprendeva altri grandi monumenti, sappiamo di certo ch’era situato
_extra portam Capenam_.

[12] L’Anonimo di Einsiedeln del secolo ottavo enumera: _Arcus
Constantini, Meta Sudante, Caputo Africae, Quatuor Coronati_. Una
qualche statua avrà dato probabilmente il nome a questa via. Nella
_Notitia_ non è fatto cenno del _Clivus Scauri_ ch’era situato innanzi
al _M. Coelius_ e che si conservò nel corso dei tempi.

[13] Il gruppo del Laocoonte fu trovato nell’anno 1506, e l’inventore
Felice de Fredis n’ebbe argomento all’immortalità del nome. Ne parla
l’iscrizione della sua tomba posta in S. Maria in Araceli a poca
distanza dal coro. È monumento pregevole dell’epoca di Giulio II.

[14] Il _Templum Pacis_ era stato eretto da Vespasiano, dopo la guerra
contro gli Ebrei. Procopio ne vide ancora i ruderi in vicinanza della
basilica di Massenzio: la piazza vicina era chiamata _Forum Pacis_:
ἣν φόρον Εἰρήνης καλοῦσι Ῥωμαῖοι. ἐν ταῦθα γάρ πη ὁ τῆς Εἰρήνης
νεὸς κεραυνόβλητος γενόμενος ἐκ παλαιοῦ κεῖται. PROCOP., _De bello
Goth._, IV, 21, p. 570 (Ediz. di Bonna). L’ordine in cui è disposta la
descrizione della _Notitia_ è il seguente: _Aedem Jovis Statoris, Viam
Sacram, Basilicam Constantinianam, Templum Faustinae, Basilicam Pauli,
Forum Transitorium_.

[15] Dal _Nymphaeum Alexandri_, situato in vicinanza di santa Croce in
Gerusalemme, è forza distinguere il monumento _dei Trofei di Mario_,
che l’Anonimo di Einsiedeln chiama erroneamente _Nymphaeum_, ponendolo
in questa serie: _Sanctus Vitus, Nymphaeum, Sancta Biviana_. Il PIALE
(_Della subura antica_, verso la fine) dice, parlando dei Trofei di
Mario: _Ninfeo da non confondersi però col Nymphaeum Alexandri etc._ Le
rovine appartengono alla fontana dell’_Acqua Julia_.

[16] OLIMPIODORO (in FOZIO, p. 198) scrive che le terme di Antonino
comprendevano milleduecento bacini di bel marmo, e che quelle erette
da Diocleziano ne comprendevano un numero quasi doppio. Gli eruditi
sono discordi nel determinare la posizione di queste terme che
alcuni vogliono edificate sul Viminale ed altri sull’Esquilino o sul
Quirinale. Il vero si è che la direzione di tutti e tre questi poggi
si volge verso il punto ove stavano questi bagni. Fin dai primi tempi,
nel luogo ove si elevavano le terme fu eretta una chiesa ad onore
di san Ciriaco, che, unitamente a santo Sisinnio, si trovava fra i
Cristiani condannati a lavorarvi. La leggenda li farebbe ascendere a
quarantamila. (Vedasi POMPEO UGONIO, _Historia delle stationi di Roma_,
Roma, 1588, c. 197, e FLORAV. MARTINELLI, _Roma ex ethnica sacra_.
Quest’ultimo ai quarantamille Martiri aggiunge generosamente altri
centomille). Al tempo di Pio IV fu eretto nelle terme il convento
dei Certosini, e la chiesa magnifica di santa Maria degli Angeli è
racchiusa sotto le alte arcate di un’antica sala del bagno.

[17] Il FEA (_Sulle rovine di Roma_, p. 302), dice che questo tempio
era caduto in rovina già fin dal principio del secolo VI, imperocchè
una vedova che possedeva otto delle colonne di porfido le quali aveano
già ornato quel tempio, ne facesse dono all’imperatore Giustiniano
per la nuova chiesa di s. Sofia in Costantinopoli. Egli cita CODINUS,
_De orig. Const._, p. 65, e l’ANONYM., _De structura temp. magnæ Dei
Eccles. s. Sophiæ_ presso il COMBEFIS, _Origin. rerumque Constantin._,
p. 244, con cui io ebbi cura d’istituire confronti. Nel testo è detto
erroneamente Valeriano edificatore del tempio del Sole invece di
Aureliano.

[18] Scrive ZOSIMO, V, c. 38: allorquando Stilicone rubò le porte delle
lamine d’oro massiccio che le ricoprivano, apparve quest’iscrizione:
_misero regi servantur_, ed infatti quel profanatore miseramente perì.
Quel ladroneccio non può essersi consumato che dopo il trionfo di
Onorio, perchè in quel tempo ancora Claudiano parla dei bassi rilievi
delle porte:

      _Juvat infra tecta Tonantis_
    _Cernere Tarpeja pendentes rupe gigantes_
    _Caelatasque fores_
                   (_de VI Cons. Hon., v. 44 sg._).

Stilicone deve aver fatto abbruciare i libri sibillini soltanto dopo
l’anno 403. Ciò appare chiaro da un passo di CLAUDIANO, _De bello
Goth._, v. 230, in cui parla di quei libri come se ancora esistessero:

      _Quid carmine poscat_
    _Fatidico custos Romani carbasus aevi._

[19] Scrive il FEA, p. 410 e seg., che la statua equestre di Marco
Aurelio era stata scambiata per quella di Costantino e che andava
debitrice a quest’errore della sua conservazione durante il medio evo.
Egli è possibile che quest’errore avvenisse ai tempi della barbarie;
non posso credere però che al momento in cui fu compilata la _Notitia_
non si sapesse distinguere la figura di Costantino da quella di Marco
Aurelio. La iscrizione posta sotto l’_Equus Constantini_, copiata e
tramandata dall’Anon. di Einsiedeln era: _D. N. Constantino maximo
pio felici ac triumphatori_, etc. etc. Io ammetto che la statua di
Costantino rovinasse dopo il secolo VIII e che quella di Marco Aurelio
passasse tosto sotto il nome di quella di Costantino, dando origine
al famoso _Caballus Constantini_ delle cui meraviglie sono piene
le cronache di Roma del secolo XII. Ne parlerò in uno dei volumi
successivi.

[20] _Salvis dominis nostris Honorio et Theodosio victoriosissimis
principibus Secretarium amplissimi senatus quod vir illustris Flavianus
instituerat et fatalis ignis absumpsit Flavius Annius Eucharius
Epifanius V. C. Praef. vice sacra. Jud. reparavit et ad pristinam
faciem reducit._ GRUTER, 170. CANINA, _R. ant._, p. 167. NARDINI,
II, p. 230. Sappiamo che la _Curia Hostilia_, che era l’antichissimo
Senatus, fu distrutta da un incendio ai funerali di Clodio. Essa non
venne più riedificata, ed il Senato congregavasi nella _Curia Julia_
compiuta sotto Augusto, dove anche doveva essere il celebre altare
della Vittoria.

[21] AMMIAN. MARCELL., XVI, p. 14 e seg. _Id tantum sibi placuisse,
aiebat, quod didicisset, ibi quoque homines mori._ Il Gibbon legge
_displicuisse_, ma la dizione _placuisse_ asconde un senso assai più
arguto, e riceve chiara spiegazione se si pensi all’animo con cui il Re
straniero parlava.

[22] CLAUDIANO parla della statua eretta a suo onore nella _Praef. de
bello Goth._:

    _Sed prior effigiem tribuit successus ahenam,_
    _Oraque patricius nostra dicavit honos._

VENANZIO FORTUNATO (morto nei primi anni del secolo VII) cantava,
_Carm._ III, _c._ 23:

    _Vix modo tam nitido pomposa poemata cultu_
    _Audit Trajano Roma verenda foro._

E al lib. VIII, c. 8:

    _Si sibi forte fuit bene notus Homerus Athenis:_
    _Aut Maro Trajano lectus in urbe foro._

[23] Quest’antica Corografia latina vide la luce per la prima volta ad
opera del cardinale ANGELO MAI, che la trasse da un Codice esistente
nel Convento della Cava, e che sotto titolo di: _Liber Junioris
Philosophi in quo continetur totius orbis descriptio_, la stampò nel
Tom. III _classicor. auctor. e vatican. Codicib. editor._, p. 387.
— _Super hoc maximum possidet bonum ROMAM splendoribus divinorum
aedificiorum ornatam_ etc.

[24] Il _Curiosum_ trasporta nella Regione undecima l’_Arcum
Constantini_: la _Notitia_ dice _Arcum Divi Constantini_. Il BUNSEN
(III, 1, pag. 663), opina che quest’arco fosse il noto _Janus
quadrifrons_ posto sul _Velabrum_, e che non potesse essere l’arco
trionfale di Costantino che le due Descrizioni avrebbero pur dovuto
porre entro la Regione decima. L’ordine della citazione seguito nel
_Curiosum_, cioè: _Herculem olivarium, Velabrum, Arcum Constantini_,
appoggia senza dubbio questa opinione.

[25] Il PIALE, _Degli antichi arsenali detti Navalia_ (_Pont. accad. di
Arch._, I, Aprile 1830), sostiene che l’_Emporium_ fosse situato sotto
il monte Aventino e che la posizione dei _Navalia_ fosse presso la Ripa
Grande. Questa ultima supposizione fu combattuta dal BECKER, il più
erudito tra gli Archeologi, che dice situati i _Navalia_ in un qualche
punto del campo di Marte (_Manuale_, I, p. 158, ec.).

[26] Sembra che timore rattenga gli Archeologi dal camminare sui ponti
di Roma, perchè le notizie che ne danno sono le più discordi. Vedasi il
PIALE, _Degli antichi Ponti di Roma al tempo del sec. V_, Roma 1834;
il PRELLER ed il BECKER I, p. 692, ec. Nelle due Descrizioni antiche
delle Regioni troviamo: _Pontes VIII, Aelius, Aemilius, Aurelius,
Mulvius, Sublicius, Fabricius, Cestius et Probi_. Il _Pons Milvius_,
già appellato da Livio con questo nome ed oggi detto _P. Molle_, nella
serie è collocato all’ottavo posto. Cadrà spesso occasione di far
menzione dei molti nomi e talvolta oscuri che nel medio evo davansi
a questo od a quel ponte: ci saranno allora a guida i _Mirabilia_, ai
quali ci riferiremo.

[27] Sui nomi dell’isola si veda il VISCONTI: _Città e famiglie nobili
e celebri dello Stato pontificio. Monumenti antichi, Sez. II_, p. 25.
CLAUDIANO (_In Prob. et Olyb. Cons., v. 226 sq._) dice:

    _Est in Romuleo procumbens insula Tibri,_
    _Qua medius geminas interfluit alveus urbes_
    _Discretus subeunte freto, pariterque minantes_
    _Ardua turrigerae surgunt in culmina ripae._

Da questo squarcio può trarsi notizia che le mura di Aureliano
procedessero lunghesso la sponda interna del fiume sino al ponte
Fabricio, e che al di là, nella regione trasteverina, sorgesse loro di
contro la muraglia di Settimio.

[28] Veggansi i Breviarî del _Curiosum urbis_ e della _Notitia_, e
il Breviario di Zaccaria di Armenia del sec. VI. Qua e colà vi hanno
discrepanze nelle notizie numeriche. Intorno agli obelischi di Roma
mi occorse la seguente osservazione. Al tempo in cui Sisto V restituì
in piedi gli obelischi, il MERCATI scrisse la sua opera erudita
intitolata: _Degli obelischi di Roma_, in cui dice che, degli antichi
obelischi, quarantotto fossero stati portati a Roma d’altri paesi. Le
Descrizioni delle Regioni da noi seguite parlano invece di sei soli,
che sono naturalmente i maggiori: _In Circo Max. duo, minor habet pedes
LXXXVIII, major vero pedes CCXXII. In Vaticano unus altus pedes LXXV.
In Campo Martio unus altus pedes LXXV. In Mausoleo Augusti duo, alti
singuli pedes XLII._ Tutti questi obelischi durano ancora, ornamento di
Roma odierna.

[29] S. AUGUSTIN., _Sermon. CV. de verb. evang. Luc. XI_, p. 13, T. V,
1, p. 546: _mementote fratres, mementote: non est longum, pauci anni
sunt, recordamini. Eversis in urbe Roma omnibus simulacris, Rhadagaysus
rex Gothorum cum ingenti exercitu etc._

[30] S. HIER., _Lib. II, adv. Jovinianum_ verso la fine: _Squalet
Capitolium, templa Jovis et caeremoniae conciderunt_. Il NARDINI
(_R. Ant., II_, p. 332) ne conclude con troppa precipitazione che il
tempio di Giove ai tempi di san Girolamo già fosse caduto in rovina,
e ne attribuisce la distruzione ai Goti. Il passo da lui citato non è
che rettoricume poetico, come usa lo stesso HIERONIM., _Ep. CVII ad
Laetam_ (dell’anno 403), (_Ed. Verona I_, p. 672): _auratum squalet
Capitolium_. In senso simile trovo usata la frase _squalere_ in
CLAUDIANO (_De VI cons. Honor._, v. 410), allorchè parla del _Palatium_
che gl’Imperatori avevano abbandonato:

    _Cur mea quae cunctis tribuere Palatia nomen_
    _Neglecto squalent senio?_

Anche nel Proemio del Libro II del _Commento alla lettera ai Galati_,
dice S. GIROLAMO: _vacua idolorum templa quatiuntur_.

[31] S. HIERONIM., _Ep. CVII, ad Laetam de institutione filiae_, T. I,
p. 642. In questa lettera rettorica sono dati precetti ad una pia dama
di Roma sul modo di educare una figlia.

[32] CLAUDIAN., _De VI cons. Honor., v. 42 sq._ Sotto il nome di
_Regia_, il Poeta significa il palazzo dei Cesari, e pei _Rostra_
intende il Foro, com’è voluto dal senso di tutta la descrizione presa
in generale. È _pars pro toto_.

[33] PROCOP., _De bello Goth._, IV, 22.

[34] GRUTER, p. 100-6. BEUGNOT, _Histoire de la destruction du
Paganisme en Occident_, I, p. 106.

[35] COD. THEODOS., _Lib. XV, tit. I, De operib. publicis. Tit. I, n.
11. — Impp. Valentinianus et Valens etc. etc. ad Symmachum P. U., n.
19. — Impp. Valens, Gratiannus et Valentinianus ad Senatum, n. 15. —
Impp. Valentinianus, Theodosius et Arcadius Proculo P. U. Constant._ —
Altri Editti promulgarono Onorio ed Arcadio. — Cod. JUSTIN., VIII, Tit.
X, _De aedif. privatis_. Tit. XII, _De operib. publicis_. Tit. XVII,
_De sepulchris violatis_.

[36] _De Paganis sacrificiis et templis_, Lib. XVI, Tit. X, n. 2. _Imp.
Constantinus etc. ad Catullium P. U._ I piaceri furono l’ultima molla
della potenza politica di Roma.

[37] MARANGONI, _Cose gentilesche ec._, p. 227 e seg.

[38] _Relatio Symmachi, L. X, ep. 54_. Il BEUGNOT ha un bel capitolo su
questo triste episodio di storia, _Liv. 8, chap. 6_. Si veda anche il
GIBBON, _Cap. 28_. In risposta alla relazione di Simmaco s. Ambrogio
scrisse la sua epistola a Valentiniano (ann. 384). I due documenti
veggonsi nel Tom. I di PRUDENZIO, (_Parma_ 1788). Ed anche Prudenzio
si fè, nell’anno 403, a confutare Simmaco con due libri di poesie
_adversus Symmachum_. Ben dice s. Ambrogio con sobrio discorso: _Quid
mihi veterum exempla proferitis? odi ritus Neronum. — Non annorum
canities est laudanda sed morum_.

[39] ZOSIMUS, V. c. 38.

[40] CLAUDIAN., _De Cons. Stilich._, III, _v. 201. sq._:

    _O palma viridi gaudens et amicta tropaeis_
    _Custos imperii virgo etc._

_De VI cons. Honor., v. 597, sq._:

    _Adfuit ipsa suis ales victoria templis_
    _Romanae tutela togae etc._

[41] PRUDENTIUS, _Advers. Symmach._, II, v. 443-446:

    _Quamquam cur Genium Romae mihi fingitis unum?_ etc.

S. HIERON. _Comment., in Isaiam_, IV, p. 672. — BEUGNOT, II, p. 139:
«_on a donc raison de dire, que pendant le jour comme pendant la
nuit, l’aspect de Rome devait être celui d’une cité où l’ancien culte
dominait._» Oggidì è la costumanza di accendere lampade dinanzi le
imagini della Vergine come un tempo solevasi innanzi gli Dei Lari.

[42] Già nell’anno 399, Arcadio ed Onorio avevano promulgato per le
province d’Africa l’Editto: _Aedes inlicitis rebus vacuas nostrarum
beneficio sanctionum ne quis conetur evertere, decernimus enim, ut
aedificiorum quidem sit integer status. De Pagan. sacrif. et templis_,
Lib. XVII, Tit. X, n. 18. — Al n. 19, segue l’Editto degno di nota
di Onorio e di Teodosio II, dato nell’anno 408, sotto il consolato di
Basso e di Filippo: _Templorum detrahantur annonae_, etc.

[43] Si veda l’Editto: _Omnibus sceleratae mentis paganae exsecrandis_,
e i commenti di Gotofredo alla parola _destrui_.

[44] PRUDENT., _Cathemerinon Hymn._, XII, v. 201.

[45] La ragna (che in Roma era considerata ente portentoso), avrebbe
meritato l’onore di un tempio sotto Eliogabalo. Mi ricorda di aver
veduto nelle terme di Caracalla una bellissima testa di Apollo intorno
alla quale uno di quegli insetti aveva ordito la sua tela, in modo che
sembrava che vi si fosse gettato sopra un velo d’argento.

[46] _Incerti Tempor. demonstrationes, seu originum Constant._ in
COMBEFIS, _Orig._, p. 29. CODINUS, _De origin._, p. 51, narra che
Costantino tolse dal _Palatium_ di Roma la statua della Fortuna.

[47] PRUDENT., _Contra Symmachum_, I, v. 502 _sq._ Il FEA (_Sulle
rovine di Roma_, p. 279) cita S. AMBROS., _Epist._ 18, n. 31, T. III,
p. 886 B, ove quel Padre dice a Valentiniano: _non illis satis sunt
lavacra, non porticus, non plateae occupatae simulacris?_

[48] Zacharia scrisse in lingua siriaca un catalogo dei monumenti di
Roma, di cui Angelo Mai publicò la traduzione latina: _Script. vet._,
T. X, _praef._, p. XII-XIV. Zacharia attinse lumi da relazioni più
antiche, e dal catalogo aggiunto alle Descrizioni delle Regioni. La
notizia del numero delle statue merita fede se si paragoni con quanto
scrive Cassiodoro. Zacharia enumera: _Fontes aquam eructantes MCCCLII,
e signa aenea MMMDCCLXXXV imperatorum aliorumque ducum_. Di più parla
di XXV statue di bronzo, che, dice il cronista, riferivansi ai tempi
di Abramo e di Davide, e che erano state recate a Roma da Vespasiano.
Questa fola mi persuade che lo scrittore vivesse ai tempi di Belisario.

[49] ANASTASIUS BIBL. _in vita s. Clementis: hic fecit septem regiones
dividi notariis fidelibus ecclesiae, qui gesta martyrum sollicite, et
curiose unusquisque per regionem suam diligenter perquirerent. — Vita
s. Evaristi: hic titulos in urbe Roma divisit presbyteris, et septem
diaconos constituit, qui custodirent episcopum praedicantem propter
stylum veritatis_. Verso l’anno 238, Fabiano deve avere aggiunti
sette Suddiaconi, e dopochè, nei tempi posteriori al vescovo Cajo, fu
cresciuto il numero dei Diaconi, san Silvestro deve avervi preposti i
sette Cardinali diaconi. MARTINELLI, _Roma ex ethnica sacra_, c. 4.

[50] Ciò è confermato da una iscrizione della _Roma Subterranea, II,
lib. IV, c. 25_.

[51] Il NARDINI (_Roma Ant._, I, p. 125, _sq._) tentò di determinare i
confini delle sette Regioni ecclesiastiche. Egli crede che ricevessero
l’organamento da san Silvestro. Il BIANCHINI nel II Vol. della sua
erudita edizione di ANASTAS. BIBL., _appendix de regionibus urbis
Romae_ (p. 137-140), tenta di trarre la notizia delle sette Regioni
principalmente da un passo importante della vita di san Simplicio
(intorno l’anno 464), dal quale traggo questo cenno: _Regionem III ad
s. Laurentium, Reg. I ad s. Paulum, Reg. VI et VII ad s. Petrum_.

[52] ANASTAS. BIBL., _vita s. Pii_. A torto le antiche _Vitae_ dei
Papi sono attribuite ad Anastasio, bibliotecario del tempo di Nicolò
I. Questo libro prezioso (_Liber Pontificalis_), composto delle notizie
desunte dagli antichi Archivî ecclesiastici, e dei _Gesta pontificum_,
si stendeva fino al secolo nono con differenti recensioni. Il _Liber
Pontific._ comprende i tempi da s. Pietro a Nicolò I (morto nell’anno
867): i _gesta_ di Adriano II e di Stefano VI vi furono aggiunti dal
Bibliotecario Guglielmo (vedi le osservazioni del PANVINIUS al PLATINA,
sulla fine della vita di Nicolò I). I più eruditi editori del _Liber
Pontific._ sono i veronesi FRANCESCO e GIUSEPPE BIANCHINI, che, dietro
le orme dell’HOLSTENIUS e dello SCHELESTRATE, lo trassero alla luce
compulsando parecchi cataloghi e recensioni. Le loro annotazioni sono
di alto pregio anche per la topografia di Roma (II ediz., Roma, 1731).
Non parlo dell’edizione di Magonza dell’anno 1602, nè di quella di
Parigi fatta dal FABROTTO nel 1647. L’edizione più corretta fu quella
curata da GIOVANNI VIGNOLI (Roma 1724, 3 Vol. in 4.º).

[53] Il DAVANZATI (_Notizie della basil. di s. Prassede_, Roma 1725),
sostiene fermamente che san Pietro ponesse sua prima dimora nella casa
di Pudente, che colà egli fondasse la chiesa del titolo _Pudentis_,
e che questa sia l’odierna chiesa di _santa Prassede_. — _Santa
Pudentiana_ sarebbe stata innalzata più tardi da Pio I, nelle terme
di Novato. Afferma invece il MARTINELLI (_Primo trofeo della Croce_),
che l’antichissima chiesa di Roma edificata da s. Pietro sia quella di
_santa Maria in via Lata_. Devo osservare con rammarico che una delle
difficoltà massime del mio lavoro consista nella fatica di leggere sì
grande numero di monografie, le quali nulla contengono di sodo in mezzo
a un viluppo di gonfie frasi e di vane ricerche che costringono lo
Storico a gettarle con dispetto da sè.

[54] In questa descrizione io seguii il _Liber Pontificalis_ messo a
paragone cogli scritti dell’UGONIO, del MARTINELLI, del MARANGONI, del
SEVERANO, del PANCIROLI, del PANVINIO ec.

[55] Nel 1595 si trovarono in prossimità del Laterano, due tubi di
piombo coll’iscrizione: _Sexti Laterani. — Sexti Laterani M. Torquati
et Laterani_. Vedasi MARANGONI, _Istoria della cappella Sancta Sanctor.
di Roma_, c. I, p. 2.

[56] Intorno alla storia della chiesa di s. Giovanni in Laterano
si veda ANASTAS., _vita s. Silvestri_. San Silvestro si dice avere
consecrato addì 9 di Novembre quella chiesa. Non è fatta descrizione
della sua forma nel _Liber Pontif._ Nel MABILLON, _Museum Ital._ T. II,
p. 560 sq., è data dal diacono Giovanni la descrizione della basilica,
ma qual era nell’anno 1260. Per la storia di tutti gli edificî eretti
da Costantino può consultarsi il CIAMPINI, _De sacris aedificiis_. Si
veda anche A. VALENTINI, _Basilica Lateranense descritta ed illustrata_
(Roma 1839).

[57] Alcune iscrizioni riferentisi a taurobolii ed a criobolii, che
usavansi pel culto di quella Divinità, furono trovate negli scavi
praticati nel secolo decimosettimo nei lavori della basilica. La
più recente di quelle iscrizioni è dell’anno 390. Vedi il BEUGNOT,
I, p. 159 e seg. — Prudenzio (nato verso il 348), in un suo inno a
san Romano, descrive gli orribili sacrificî di vittime umane, che
celebravansi ancora a quel tempo.

[58] La descrizione più antica del san Pietro si trova nel codice
vaticano 3627 del canonico PIETRO MALLIO (della seconda metà del secolo
duodecimo), intitolato: _Historia Basilicae antiq. s. Petri_; scritto
pregevolissimo per la storia di Roma nel medio evo, che l’autore
dedicava ad Alessandro III e che fu edito dal DE ANGELIS in Roma
nel 1646, e più correttamente nei Bollandisti, _Acta Sanctorum_, T.
VII, _Junii_, p. 37-56. Dopo quello scritto, è degno di nota l’altro
di MAFFEO VEGIO, che fu pur canonico in s. Pietro (morto nel 1457),
intitolato: _De rebus antiquis memorabil. Basil. s. Petri_, in quattro
libri, stampato nell’istesso volume dei Bollandisti, V. p. 61 e seg.

[59] Il piano e la misura dell’antica basilica sono dati dal
BONANNI, p. 12 e seg., dietro le notizie dell’Alfarano, del Severano,
dell’Oldini ec. La chiesa odierna è lunga ottocentoventinove palmi e
mezzo, e la sua altezza massima fino alla estremità della croce è di
cinquecentonovantatre palmi.

[60] _Antiquae vatican. Basil. a Constantino Max. fabrefactae facies
exterior, apsis, et muri extremi, ac illi super columnis surgentes,
qui tecta gravi pondere sustinebant e laterum, tophorumque fragmentis,
circo, adjacentibusque aedificiis eversis, celeri opera, rudique arte
aedificati fuerunt etc._ Compendio del GRIMALDI nel MARTINELLI, p.
345, e nel NARDINI, III, p. 355. Il SEVERANO riporta un’iscrizione
dei tempi di Trajano che deve essere stata sopra una delle grandi
colonne dell’arco trionfale, e il TORRIGIO (_Le sacre grotte Vat._, p.
111), narra, che sulla base di marmo della grande croce posta sulla
fronte del tempio, fosse scritto in greco il nome di Agrippina. Nel
secolo nono, Leone IV fece collocare a ornamento di una finestra della
torre una piccola colonna sulla quale era iscritto in lingua greca il
memorabile voto a Serapide, che il Torrigio trascrisse (pag. 110).

[61] Varianti dei testi: _regalem_ e _regalis_. La lezione _regalis_
è da preferirsi ad ogni modo all’altra _regali_. Si paragoni la
bellissima spiegazione del BUNSEN, _a. a. O._, pag. 88. _Domus_ è
l’arca oppure la cella mortuaria, e _aula_ è la basilica stessa.

[62] Egli è incerto se questo epigramma fosse sotto il musaico antico,
oppure sotto quello più recente, del tempo di Adriano I. ANDREA FULVIO
(III, p. 84, trad. ital. del ROSSI), lo trascrisse quando rovinava la
tribuna antica.

[63] PRUDENTIUS, _Peristeph. XII, Passio Beator. Apostolor. Petri et
Pauli_, v. 31-44.

[64] S. PAULIN., _Epist. XXXIII, ad Alethium_ (ediz. di Anversa, p.
289).

[65] AMMIAN. MARC., XXVII, c. 11, scrive di Probo: _Claritudine
generis et potentia et opum amplitudine cognitus orbi Romano, per quem
universum paene patrimonia sparsa possedit, juste an secus non judicio
est nostri_ — E: _marcebat absque praefecturis_. Il sarcofago di G.
Basso è nelle grotte vaticane; quello di Probo presso la cappella della
Pietà nella chiesa odierna di san Pietro. MAFFEO VEGIO vide ancora il
_Templum Probi_, prima che Nicolò V ordinasse che fosse distrutto, e
potè conservare memoria delle iscrizioni di Probo e di Proba. Vedi la
sua _Histor. Bas. Ant. S. P. IV_, 109, 110.

[66] PRUDENT., _Hymn._ XII:

    _Ibimus ulterius, qua fert via fontis Hadriani,_
    _Laevam deinde fluminis petemus._

[67] BARON., _Annal. Eccl., a._ 386, riporta il rescritto, tratto da un
Codice vaticano.

[68] La iscrizione posta sul musaico dell’arco trionfale diceva:

    _Theodosius cepit, perfecit Honorius aulam_
    _Doctoris mundi sacratum, corpore Pauli._

[69] UGONIO, etc., p. 235.

[70] Sopra l’arco leggesi questo epigramma:

    _Placidiae pia mens of eris decus Homn.... (omne paterni)_
    _Gaudet Pontificis studio splendore Leonis._

[71] PRUDENT., _Peristephan., Hymn. XII, v._ 45-54. Per avere notizie
generali intorno la basilica si veda: N. M. NICOLAI, _Della basilica
di s. Paolo_, Roma 1815. La bella chiesa aveva conservato la sua forma
antica fino al 17 di Luglio 1823, in cui per incendio rovinò. Dopo di
Leone XII, si diè opera alla sua riparazione conservandosene il disegno
nella parte essenziale, ma variando sempre negli accessorî. Mentre io
scrivo, si attende ad ornare dei loro fregi i soffitti interni. Sono
di forma più elegante, ma non così elevata e ricca com’era la forma
di quelli celebrati da Prudenzio. Nel complesso tutto vi è freddo e
scipito come il nostro tempo.

[72] PRUDENT., _Peristephan., Hymn. XI, v._ 195, _sq._

[73] ANAST. BIBL. _in Damaso: Hic fecit basilicas duas: unam juxta
theatrum sancto Laurentio_. LORENZO FONSECA vescovo di Jesi, scrisse la
storia di questa mirabile chiesa: _De basilica s. Laur. in Dam. libri
tres_, Fani 1745. Durante il sacco di Roma (1527), le soldatesche del
Borbone misero a ruba l’antico archivio della chiesa, per la qual cosa
pochi libri ne rimasero. Non ne potei trarre che ben poco, all’infuori
della iscrizione per la consecrazione di Damaso.

[74] ANAST. _in vita Sixti III: Fecit autem basilicam beato Laurentio,
quam et Valentinianus Augustus concessit_.

[75] Questo fatto notabile scoperse il BOTTARI (Vedi BUNSEN _ec. III_,
2, _pag._ 452). — GIOVANNI CIAMPINI, _De sacris aedif. a Constant.
costructis., c._ 10, accoglie l’opinione che la Rotonda fosse un tempio
di Bacco che Costantino tramutò in cappella cristiana. Il LADERCHI
se ne fece oppositore nella sua _Storia della Basilica dei santi
Marcellino e Pietro_.

[76] Vedi l’annotazione del NIBBY al NARDINI, _R. A., II_, 12. — DON
RAIMONDO BESOZZI (_Storia della Basil. di s. Croce in Gerus._) sostiene
che il nome di Gerusalemme vi derivasse perchè s. Elena vi aveva fatto
trasportare alcuni cumuli di terra dal monte Calvario (p. 26). Questa
monografia è priva d’importanza.

[77] JACOBI LADERCHII, _De Sacris Basil. ss. Martyr. Marcellini Presb.
et Petri Exorcista Diss. Hist._ Rom., 1705.

[78] _Juxta Pallacinas_, è la lezione da preferirsi nel _Lib. Pontif.,
in Vita s. Marci_. Il PLATINA legge ad _Palatinas_, e l’UGONIO (p.
156 _sq._), crede che si accenni al portico del _Palatium_. Afferma
il VIGNOLI, che se n’abbia a trarre il nome dal circo Flaminio, che
nei primi tempi barbarici era detto erroneamente _Palatium_. Dalla
iscrizione 97 che trovasi nel DE ROSSI, ricavasi che in quella regione
fosse un luogo appellato _Pallacina_.

[79] ANASTAS., _Vita s. Liberii: hic fecit basilicam nomini suo juxta
macellum Liviae_. E nella _Vita s. Sixti III: hic fecit basilicam
s. Mariae, quae ab antiquis Liberii cognominabatur, juxta macellum
Liviae_.

[80] ANAST., _in vita s. Calixti: Hic fecit Basilicam trans Tiberim_.
Il nome addiettivo _s. Mariae_, che trovasi nel VIGNOLI, manca nei
codici migliori. Il MARTINELLI, _Roma ex ethn. sacr._, p. 247, nega
che la basilica fosse edificata da Calisto. Lo afferma invece senza
provarlo l’UGONIO, p. 136, e dice, che è la più antica delle chiese di
Roma dedicate alla Vergine. Potrà essere. Nella _Vita s. Julii_ dice
il _Liber. Pontif.: fecit basilicam Juliam, juxta forum divi Trajani,
basilicam Transtiberina regione XIV, juxta Callistum_. Dal _Titulus
Julii_ deve distinguersi la _Basilica Julia_, che troveremo più tardi
nel Laterano.

[81] HIERON., _De viris Illustr._, c. 15: _obiit tertio Trajani anno,
et nominis ejus memoriam usque hodie Roma extructa Ecclesia custodit_.
La storia di questa celebre basilica scrisse RONDININUS: _De s.
Clemente Papa et Martire, ejusque Basilica in urbe Roma, libri duo_.
Romae, 1706.

[82] CLAUDIAN., _De VI, Cons. Honor._

[83] Cod. THEODOS., _Lib. XV, Tit. 12, n. 1_. _Cruentia spectacula
in otio civili et domestica quiete non placent etc._ — La narrazione
del BARONIO che Onorio restituisse i giuochi di gladiatori con tutta
la pompa, fu contraddetta dal MURATORI e dal PAGI, _ad ann._ 404.
Del sacrificio di Telemaco e della proibizione dei giuochi parla
THEODORET., _Eccl. Hist., V_, c. 26.

[84] CASSIODOR., _Var., Lib. V_, 24.

[85] Il cippo della statua di Stilicone, fu rinvenuto negli scavi
fatti non lungi dal tempio della Concordia. LUCIUS FAUNUS, _De antiq.
urb. R._ cart. 40, ne riporta la iscrizione pomposa. La iscrizione
posta sull’arco trionfale trovasi nel GRUTER, p. 287, tratta dal Cod.
di Einsiedeln; e colle correzioni del DE ROSSI, leggesi nello scritto
di quest’ultimo intitolato: _Le prime raccolte d’antiche iscrizioni
compilate in Roma etc._ Roma, 1852, _p._ 121. È opinione del De Rossi,
che l’arco di trionfo fosse eretto non lungi del ponte di Adriano.
Nessuna notizia ci pervenne della sua posizione: è possibile però che
esso fosse colà, imperocchè ivi si trovasse anche un arco eretto ad
onore degli imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio. Era ormai
abbastanza ridicola la superba frase: _ad perenne indicium triumphorum
quib. Getarum nationem in omne aevum domuere extinctam._

[86] CLAUDIAN., _De laudib. Stilichonis, lib. III_, ne lo loda.

[87] _Non est ista pax, sed pactio servitutis._ ZOSIMUS, V, c. 29.

[88] THEOPHAN., _Chronogr._, p. 69: τούτῳ τῷ ἔτει ἐν Ῥώμῃ ἐμυκήθη ἡ γῆ
ἐπὶ ἡμέρας ἐπτὰ. Il GIBBON racconta tutte le circostanze della caduta
di Stilicone coll’ingegno d’un tragedo, ma che toglie imparzialità allo
storico. All’eroe di guerra mancava il genio dell’uomo politico.

[89] Con acre livore dice RUTILIO poeta pagano (v. 41):

    _Quo magis est facinus dire Stilichonis acerbum_
    _Proditor arcani quod fuit imperii etc._

[90] CLAUDIAN., _De bello Getico, v. 549, sq._ SOZOMEN., _IX_, c. 6.
BARONIUS, _ad ann._ 409. SOCRATES, _Hist. Eccl., VII, c. 10_: ἄπιθι τὴν
ῥωμαίων πίρθησον πόλιν.

[91] LACTANTIUS, _Divinar. Institut._, VII, c. 25.

[92] CLAUDIAN., _De bello Get., v._ 265:

    _Tunc reputant annos, interceptoque volatu_
    _Vulturis, incidunt properatis saecula metis._

[93] ZOSIMUS, V. c. 41. SOZOMENUS (greco e novaziano), V. c. 7.

[94] ZOSIMUS, V, 50.

[95] Il VAILLANT, _Numismata_, III, p. 154, dà il disegno della grande
moneta d’argento di Attalo, colla iscrizione: _Invicta Roma Aeterna_.
Roma seduta sul leone tiene sulla destra mano la Vittoria, e colla
sinistra impugna la lancia. Anche nelle monete di Graziano è incisa
l’imagine di Roma senza il Labaro, colla Vittoria e colla lancia.

[96] AMMIAN. MARCELL., XIV, VI, 4, _sq. e_ XXVIII, IV, 6, _sq._

[97] Εἷς δόμος ἄστυ πέλει: πόλις ἄστεα μυρία τεύχει. Olimpiodoro
scriveva dopo che Alarico ebbe saccheggiata Roma. FOZIO diede un
compendio dei 22 libri delle sue _Storie_, che dal settimo consolato di
Onorio si stendono fino ai tempi di Valentiniano (p. 198, _sq._).

[98] Vedi GIBBON, c. 31.

[99] _De Civitate Dei_, I, c. 32.

[100] BARON., _Annal._ a quell’anno.

[101] AMMIAN. MARCELL., XXVII, c. 3. — _Sordidae vestes candidae
mentis indicia sunt_, dice SAN GEROLAMO animato da zelo monacale (_ad
Rusticum, ep._ 123, c. 7).

[102] Si legavano i libri della Sacra Scrittura in pelle babilonese,
ricca di bei fregi. Così HIERON., _Ad Laetam, ep._ 107, n. 17, dice:
_Codices amet, in quibus non auri et pellis Babylonicae vermiculata
pictura placeat_.

[103] _Veredarius urbis — et altili geranopepa, quae vulgo pippizo
nominatur. Ep. 22, ad Eustochium_, c. 28. I diaconi avevano in Roma
grande parte nelle faccende mondane perchè erano gli amministratori dei
beni ecclesiastici. Si legga il BARONIO, ad ann. 402, dov’è costretto a
mostrarne il lato cattivo.

[104] _Ep._ 123, c. 10, _ad Ageruchium_.

[105] Questi tratti ho ricavato da parecchie lettere di san Gerolamo,
quali _Ep. 22, ad Eustochium; Ep. 123, ad Ageruchium_, che è la più
importante; _Ep. 125, ad Rusticum; Ep. 147, ad Sabinianum_ (ch’era un
Don Giovanni tonsurato) ecc.

[106] Il breviario del _Curiosum Urbis_, dice: _Insulae per totam urbem
XLVIDCII, Domos MDCCXC_. Il breviario della _Notitia: Insulae XLVI
milia sexcentae duae_ e _domos mille septingentae nonaginta VII_. Il
breviario di Zacaria numera: _Dom. 46603, palat. 1797_.

[107] Il DUREAU DE LA MALLE da confronti con Atene, con Parigi e con
Roma, ha stabilito che la capitale del mondo sotto gl’Imperatori, fino
al tempo di Aureliano, comprendesse una popolazione di 576,738 anime
al massimo. Per la qual cosa le narrazioni del Vossio, del LEPSIUS,
del GIBBON, sono cacciate tra i racconti delle _Mille e una notti_.
Vedi _Économie politique des Romains_ (_Paris_, 1840), I, liv. 2, c. X,
_sq._

[108] PROCOP., _De bello Vandal._, I, 2. Da quel passo possiamo dedurre
che a’ tempi di Procopio i Senatori fossero trecento.

[109] La _Historia Miscella_ dice: _captaque est Roma IX Kal. Septemb.
anno MCLXIV conditionis suae_. — THEOPHAN., _Chronogr._, p. 70: Πρὸ
θ’, καλανδῶν Σεπτεμβρίου. — Il PAGI, che il MURATORI segue ciecamente,
tenta di dimostrare che la presa di Roma avvenisse nell’anno 409. Al
410 s’attengono il BARONIO, il GOTOFREDO, il SIGONIO, il TILLEMONT, il
GIBBON ed i più recenti. Al signor DE ROSSI vo debitore di un argomento
che mi fa accogliere come vero l’anno 410. Dai suoi materiali per una
raccolta d’iscrizioni cristiane abbiamo ricavato: che dai tempi di
Costantino fino al 409, si trovano ad ogni anno iscrizioni consolari,
e, ad esempio, all’anno 405 si trovano 18 iscrizioni; al 406, 11; al
407, 9; al 408, 7; al 409, 6. All’anno 410, neppur una; e ciò dimostra
che quello deve essere stato l’anno dei torbidi interni e della
caduta della Città, non avendosi saputo quali nomi di Consoli porre
nelle iscrizioni sepolcrali. La progressiva restaurazione dell’ordine
conosciamo mirabilmente dalle iscrizioni consolari che di nuovo si
rinvengono. Infatti all’anno 411, se ne trova 1; al 412, 1; al 413 ed
al 414, nessuna; al 415, 1; al 416, nessuna; al 417, forse una; al 418,
1; al 419, 3; al 420, 2; al 421, nessuna; al 422, 3; al 423, 4; al 424,
5; al 425, 4; al 426, 6; al 427, 4; al 428, 4.

[110] HIERONIM., _Ep. 127, ad Princip._, p. 953: _Nocte Moab capta est,
nocte cecidit murus ejus_.

[111] TACITUS, _Hist._, c. 82, dove descrive la pugna dei soldati
di Vespasiano coi Vitelliani: _qui in partem sinistram Urbis ad
Sallustianos hortos per angusta et lubrica viarum flexerant_.

[112] Una prima traccia di tali leggende troviamo già nel _Curiosum
Urbis, Regio XIV_, dove è detto: _Herculem cubantem sub quem plurimum
aurum positum est_.

[113] In FOZIO, pag. 180.

[114] OROSIUS, V, c. 39.

[115] HIERON., _Ad Principiam, Ep._ 127, n. 12: _caesam fustibus
flagellisque ajunt non sensisse tormenta: sed hoc lacrymis, hoc pedibus
eorum prostratam egisse, ne te a suo consortio separarent_. Marcella
morì pochi giorni dopo l’assedio. San Gerolamo esclama con Virgilio:

    _Quis cladem illius noctis, quis funera fando_
    _Explicet, aut posset lacrymis aequare dolorem?_
    _Urbs antiqua ruit, multos dominata per annos;_
    _Plurima perque vias sparguntur inertia passim_
    _Corpora, perque domos; et plurima mortis imago._

[116] NICEPHORUS, _Eccl., Hist._ XIII, c. 35.

[117] OROSIUS, V, c. 39. S. Agostino (_De Civitate Dei_, nel primo
Capitolo) tributa lodi ai Goti, e con gran fervore parla del trionfo
di Cristo di cui tiene discorso anche CASSIODOR., _Variar., Lib. XII,
ep. 20_. Il BARONIO difende il pio Onorio dell’accusa che per sua colpa
Roma cadesse, e si scaglia in quest’occasione contro gl’idolatri che
già da lungo tempo erano morti.

[118] PROCOP., I, 2, _De bello Vandal._: Ῥωμαίων τοὺς πλείστους
διαφθεῖραντες, locchè è troppo esagerato. ISIDORUS, _Chronic. Gothor.:
sicque Roma irruptione atque impetu magnae cladis eversa est_. —
PHILOSTORG., _Hist. Eccles._, XII, c. 3, dice che la Città fu messa
a ferro e a fuoco, e che i cittadini furono tratti in ischiavitù.
Similmente HIERONIM., _Ad Principiam_; AUGUST., _De Civit. Dei_, I, c.
3, 12, 13.

[119] AUGUST., _De Civit. Dei_, III, c. 29. OROSIUS, II, c. 19. Questo
scrittore fa allusione alla _Civitas Dei_, nello scritto in cui si
propone lo scopo istesso del libro di santo Agostino. Solo SOCRATE,
_Hist. Eccles._, VII, c. 10, parla di «molti» Senatori martoriati ed
uccisi, e la _Historia Miscella_ lo ripete sulla fede di lui.

[120] ISIDOR., _Chron. Gothor.: post tertium diem quo Romam ingressi
sunt, nullo hoste cogente, sponte discedunt_. OROSIUS, II, c. 19 e VII,
c. 39. _Histor. Misc._ Il solo MARCELLINUS, _Chronic. apud Sirmond._,
II, p. 356, parla di sei giorni, e questa versione segue BENEDETTO DA
SORATTE: _Alaricus trepidam urbem Romam invasit — sextoque die quam
ingressus fuerat depraedata urbe egressus est_. Che Alarico traesse con
sè prigioni romani, è dimostrato dall’iscrizione esistente sulla tomba
di Dionisio diacono e medico, che leggesi nel GRUTER, 1173, n. 3:

    _Hic Levita jacet Dionysius artis honestae_
      _Functus et officio quod medicina dedit_ ec. ec.
    _Postquam romana captus discessit ab urbe_
      _Mox sibi jam D[=n]s subdidit arte getas_ ec. ec.

[121] PROCOP., _De bello Vandal._, I, 2: ἔν αἶς ἧν καὶ ἡ Σαλουστίου —
ᾗς δὴ τὰ πλεῖστα ἠμίκαυτα καὶ ἔς ἑμὲ ἕστηκε.

[122] SOCRATES, _Hist. Eccles._, XII, c. 10: Τὰ μὲν πολλὰ τῶν θαυμαστῶν
ἐκεινῶν θεαμάτων κατέκαυσαν. Ciò è ripetuto anche nella _Histor.
Miscella_, e in CASSIODOR., _Hist. Eccles. tripart._, II, c. 9. (T. I,
p. 368, Opera). PHILOSTORG., _Hist. Eccl._, XII, C. 3: ἐν ἐρειπίοις
δὲ τῆς πόλεως κειμένης. S. HIERON., _Ep. XVIII, ad Gaudent._, p. 959
(ediz. di Verona): _Urbs inclyta, et Romani imperii caput, uno hausta
est incendio_. Questa lettera fu scritta nell’anno 413.

[123] JORNAND., _De reb. Get._, c. 30. _Alarico jubente spoliant
tantum: non autem, ut solent gentes, ignem supponunt_. Un passo
che trovasi in MARCELL., _Com. Sirmond._, T. II, p. 356, dice con
espressione più moderata e più giusta: _Alaricus trepidam urbem Romam
invasit, partemque ejus cremavit incendio_. Ancor più mite è l’opinione
di BATTISTA IGNAZIO, sulla fine della storia di ZOSIMO: _Intromissus
Gothus majori ignominia quam damno urbem omnem depopulatur_.

[124] OROSIUS, _Hist._, II, c. 19, p. 143.

[125] _Facto quidem aliquantarum aedium incendio, sed ne tantum quidem_
etc. OROSIUS, _ultimo lib._, c. 39. Si veda anche il SIGONIO, _De
occid. Imper._, X, verso la fine.

[126] PIETRO BARGA, nel 1656, publicava uno scritto intitolato: _De
Privatorum publicorumque aedificiorum urbis Romae evasoribus_, in cui
egli cercava di distruggere le accuse lanciate contro i Barbari. Egli
tributa grandi lodi ad Alarico (p. 15). In quello però che risguarda
l’arte, il Barga è più barbaro dei Vandali. Il TIRABOSCHI, _Storia
della Letteratura_, Tom. III, non è meno caldo difensore dei Barbari,
ed il FEA è più profondo dei due. _Può ben provarsi_, egli dice, _che
non s’abbiano portata quella devastazione che crede il volgo_ (p. 268).

[127] RUTILII CLAUDII NUMATIANI, _Itinerarium ad Venerium Rufium_. Il
Poeta abbandonava il carico di prefetto della Città nell’anno 417, e se
ne tornava nelle Gallie sua patria. Quell’inno sgorgando dal suo animo
commosso, è simile alla voce d’un cigno che lamentoso abbandona le
sponde del Tevere e batte le ali al suo viaggio di migrazione:

    _Exaudi regina tui pulcherrima mundi_
      _Inter sidereos Roma recepta polos._
    _Exaudi genitrix hominum, genitrixque deorum,_
      _Non procul a coelo per tua templa sumus._

[128] HIERON., T. V, _Op. ad Eustochiam_, che serve d’introduzione ai
suoi Commenti su Ezechiello.

[129] _Haeret vox et singultus intercipiunt verba dictantis.
Capitur Urbs quae totum cepit orbem_ — è rettoricume che non rende
bene la nostra lingua. _Ep. 127, ad Princip._, I, p. 953. — Nel
concitamento del suo discorso egli congiunge alcuni passi d’Isaia colla
descrizione di Virgilio della caduta di Troja. Vedi anche _Ep. 130, ad
Demetriadem_, p. 973, _sq._: _Urbs tua, quondam orbis caput, Romani
populi sepulchrum est_, ed a pag. 974 egli parla con amplificazione
da retore di _Romanae urbis cineres_. PROSPERO TIRO, contemporaneo,
dice nel _Chron._ che leggesi nel CANISIO, T. I: _Roma, orbis quondam
victrix, a Gothis, Halarico duce, capta_.

[130] PROCOPIO narra questo aneddoto caratteristico nella sua storia
_De bello Vand._, I, 2.

[131] AUGUSTIN., _De urbis excidio. Opera_, T. V, p. 622-628. Ediz. di
Venezia, 1731.

[132] S. AUGUST., _De Civitate Dei_, I, c. 7: _quidquid ergo
vastationis, trucidationis, depraedationis, concremationis,
afflictionis in ista recentissima Romana clade commissum est, fecit hoc
consuetudo bellorum_. E il _Serm. 107, de verb. Ev. Luc._, 10, n. 13;
11, n. 12.

[133]

    _Unum, mira fides, vario discrimine portum_
      _Tam prope Romanis, tam procul esse Getis_, v. 335.

[134] JORNAND., _De reb. Get._, c. 81. _Qui suscepto regno revertens
iterum ad Romam, si quid primum remanserat, more locustarum, erasit._

[135] Narrano con qualche esagerazione dello sbarco e della sconfitta
di Eracliano OROSIUS, VII, c. 42 e IDACIUS, _Chron. apud_ SIRMOND, ed
anche MARCELLINUS COMES.

[136] PROSPER AQUIT. _Chron.: Honorius triumphans Romam ingreditur,
praeeunte currum ejus Attalo, quem Lyparae vivere exulem jussit_. Degna
di lode è questa mitezza d’animo.

[137] Vi si riferisce la _Descriptio urbis Romae, quae aliquando
desolata nunc gloriosior piissimo Imperatore restaurata_, che trovasi
nel LABBE e nel PANCIROLI. — PHILOSTORG., XII, n. 5: Μετὰ ταῦτα δὲ καὶ
ἡ Ῥώμη τῶν πολλῶν κακῶν ἀνασχοῦσα συνοικίζεται καὶ. ὅ βασιλεὺς αὐτῇ
παραγεγονὼς, χειρὶ καὶ γλώττῃ τὸν συνοικισμὸν ἐπικρότει. — NICEPHORUS,
_Eccl. Hist._, XIII, c. 35. — OROSIUS, VII, c. 40, dice che la Città in
breve fu restituita in isplendore: _irruptio urbis per Alaricum facta
est: cujus rei quamvis recens memoria sit, tum si quis ipsius populi
Romani et multitudinem videat et vocem audiat, nihil factum, sicut
etiam ipsi fatentur, arbitrabitur, nisi aliquantis adhuc existentibus
ex incendio ruinis forte docentur_. È passo degno di nota.

[138] OLIMPIODORO in FOZIO, pag. 187.

[139] RUTILIUS, V, 115-165. Egli chiude quella calda apostrofe con
questi versi pieni d’affetto.

    _His dictis iter arripimus, comitantur amici:_
      _Non possum sicca dicere luce: vale!_

[140]

    _Sedes Roma Petri: quae pastoralis honoris_
    _Fucat caput mundo, quicquid non possidet armis,_
    _Relligione tenet._

Versi di PROSPERO D’AQUIT., _Bibl. Max._, VIII, 106. _a_, nel BEUGNOT,
II, pag. 115 in nota.

[141] Secondo EUSEBIO, san Pietro sarebbe venuto in Roma nel secondo
anno di regno dell’imperator Claudio, ma gli Atti degli Apostoli
contraddicono a questa asserzione, e il _Liber Pontificalis_ e
LATTANZIO narrano ch’egli venisse nella Città ai tempi di Nerone. Si
crede che l’Apostolo abbia tenuto il seggio vescovile da lui fondato,
per un periodo di 25 anni, ma la sana critica rigetta questo fatto,
imperocchè essa attribuisca al primo pontefice di Roma 10 anni al
più, cioè il periodo dall’anno 55 al 65, nel quale, morto l’Apostolo,
succedette Lino. Vedasi FRANCESCO PAGI, _Breviar. Gestor. Pontif.
Roman._, dove parla di san Pietro.

[142] BARONIUS, _Annal._, MURATORI, _Annal._, e PAGI, _Critica_ a
quell’anno.

[143] MURATORI, _Annal._, ad ann. 425.

[144] Il GRUTER, 1170, n. 7, riporta l’antica iscrizione che leggevasi
sulla porta maggiore della Chiesa:

    _Virgo Maria tibi Sixtus nova tecta dicavit_
      _Digna salutifero munera ventre tuo._
    _Tu genitrix ignara viri; te denique foeta_
      _Visceribus salvis edita nostra salus._
    _Ecce tui testes uteri sibi praevia portant_
      _Sub pedibusque jacet passio cuique sua._
    _Ferrum, flamma, ferae, fluvius, saevumque venenum_
      _Tot tamen has mortes una corona manet._

La chiesa era, nel secolo sesto, chiamata _Basilica s. Dei Genitricis
ad Praesepe_, come apprendo da una narrazione degna di nota (di cui il
De Angelis non si giovò), che, scritta verso la metà del secolo sesto,
leggesi nel MARINI, _Papiri diplomatici_, n. XCI, p. 142. Il VALENTINI
(_La Patriarcale Bas. Liberiana descritta ed ill._, Roma, 1839) ne
trasse la notizia che essa ricevesse questo titolo soltanto allora
che vi venne deposta la mangiatoja del presepe dove nacque Cristo,
che fu trasportata di Gerusalemme dopo l’anno 642. La critica sdegna
occuparsene.

[145] Nella cronologia dei musaici delle chiese io seguo GIOVANNI
CIAMPINI: _Vetera Monumenta in quibus praecipue Musiva opera etc.,
Romae_, 1690. Che i musaici in _santa Maria M._ appartengano all’epoca
di Sisto III, dimostra l’iscrizione posta sull’arco trionfale: _Xystus
Episcopus Plebis Dei_. Non vi furono condotti restauri troppo rozzi.

[146] Si trovano le descrizioni di quei musaici nella _Dissertazione
II_ di FRANCESCO BIANCHINI, pag. 123 e seg., vol. I, della sua ediz.
di ANASTAS., e nella _Basilica Liberiana descr. ed illustr._, Roma,
1839. Nove quadri che andarono distrutti furono sostituiti nel secolo
decimosesto da pitture che imitano lo stile dei musaici.

[147] Alcune di queste figure subirono più tardi alcuni mutamenti, e
spetta alla storia dell’arte farne osservazione e spiegarne il fatto.
Nel _Manuale della Storia dell’Arte_ del KUGLER si osserva erroneamente
che i musaici dell’arco trionfale rappresentano «di preferenza
argomenti tratti dall’Apocalisse», pag. 380, della bella versione
italiana che ne ha publicato il valoroso Ab. PIETRO dott. MUGNA.
Venezia, 1852.

[148] Questo bel concepimento vidi espresso in un affresco della chiesa
del Convento di s. Benedetto in Subiaco con felice imitazione del
musaico. Sembra che appartenga al secolo duodecimo od al decimoterzo,
in quell’epoca in cui vi dipingevano Consolo ed altri artisti.

[149] ANASTAS., _in s. Sixto III. Fastigium argenteum in basilica
Constantiniana, quod a barbaris sublatum fuerat_.

[150] HIERON., _Epist. 52 ad Nepotianum_, c. 10. L’AGINCOURT nella sua
_Storia dell’arte_ si prese la cura di raccogliere un catalogo delle
opere artistiche donate alle chiese dai Papi e dagli Imperatori dal
quarto al nono secolo. Alla fine del Vol. I.

[151] PROSPER., _Chron._ ad ann. 443.

[152] GIBBON, c. 35. MURATORI, _Annal._ ad ann. 450.

[153] JORNAND., _De Regnor. success._, nel MURATORI, T. I, P. I, p.
239, e _De Reb. Get._, 42. PRISCO, scrittore contemporaneo (_Excerpta
de Legat._, p. 39, 40) e MARCELL. COM. narrano la storia di Onoria e
delle relazioni di lei con Attila.

[154] Negli Italiani moderni spira talvolta quell’odio puerile, ed
anche uomini illustri quali il RANIERI (_Storia d’Italia dal V al
IX secolo_, Brusselles, 1841), ed il NICOLINI non ne sono del tutto
scevri. Eglino avrebbero dovuto informarsi piuttosto all’imparziale
discernimento del MURATORI (V. _Annal._ ad ann. 482 verso la fine, ed
in altri luoghi).

[155] _Hist. Misc._, XV. In CASSIODOR., _Variar., Lib. I, ep. 4_, è
detto che fra i legati furono anche il padre di Cassiodoro e Carpilione
figlio di Ezio. JORNAND., _De reb. Get._, c. 42. PROSPER., _Chronic._
ed il _Liber Pontif._ parlano dell’ambasceria.

[156] JORNAND., _De reb. Getic._, c. 42.

[157] I Padri della Chiesa venerano gli Apostoli quali patroni di
Roma: ad esempio s. PAOLINUS, _Natal._ XIII, _Fragm. de Gothorum
exercitus cum suo Rege interitu_. Numi tutelari di Roma li chiama anche
CASSIODOR., _Varior._, XI, 13. — Quella leggenda è di origine assai più
recente. Gli editori delle opere di Leone (_Lugdun._, 1700) asseriscono
che la leggenda sia stata inserita nel Codice della _Hist. Misc._ edito
da GIANO GRUTER, perocchè i Codici più antichi non la contengano. Si
veda _Dissert. I, de vita et reb. gestis s. Leonis M._, p. 165 _sq._
nell’Appendice.

[158] MARANGONI, _Cose Gentilesche_, c. XX, p. 68. TORRIGIUS, _De
Cryptis Vat. etc._, p. 126, e _Sacri Trofei Romani_, p. 149. BONANNI,
_Templi Vaticani Historia_, p. 107. Della statua del san Pietro avrò
occasione di parlare nel Vol. II.

[159] S. LEO. M., _Sermon. in octava Apost. Petri et Pauli_ LXXXI.
Il MURATORI (ad ann. 455) afferma che s’incominciò a celebrare la
festività dopo la ritirata dei Vandali. Quantunque gli Editori delle
opere di san Leone asseriscano la stessa cosa, mi sembra più esatta
la opinione del Baronio, che quel sermone si riferisca ad Attila.
Io non credo che Leone dipingesse il terribile saccheggio dato dai
Vandali colle semplici parole: _qui corda furentium Barbarorum mitigare
dignatus est_, nè in quel caso egli avrebbe parlato di Roma salva dalla
servitù. Il PAPENCORDT (_Geschichte der Vandal. Herrsch. in Afrika_,
Berlin, 1837) opina persino che quella predica fosse stata tenuta
subito dopo la ritirata dei Vandali. Or come avrebbe potuto una città
caduta in tanto squallore pensare ai giuochi del circo?

[160] Questo Vescovo è SALVIANO di Marsiglia: _De vero Judicio et
provid. Dei_, VII, p. 78. Gli oratori sacri di quel tempo ricavavano
alti argomenti dalla storia politica. Ammiro l’ingegno del Gallo
dove parla del riso sardonico dei Romani in mezzo a quel decadimento
terribile: _Sardonicis quodammodo herbis omnem Romanum populum putes
saturatum. Moritur et ridet_. — PROCOP., _De bello Goth._, IV, 24, fa
alcune osservazioni sulle erbe sardoniche e sul riso. Salviano era di
cuore più romano che l’africano Agostino, e la sua eloquenza scorre
rapida e talvolta è anche elevata.

[161] Della uccisione di Ezio parlano VICTOR TUNUN. in CANISIUS, T. I;
PROSPER. TIRO; PROSPER., _Chron. Pithoean. ibid._; PROCOP., _De bello
Vand._, I, c. 4; IDATIUS, _Chron._, in SIRMOND., T. II.

[162] IDATIUS, _Chron._; CASSIODOR., _Chron._

[163] PROCOP., _De bello Vand._ I, 4; MARCELL. COM., _Chron._;
NICEPHOR. CALLIST., _Hist. Eccl._, XV, c. 11; EVAGRIUS, _Hist. Eccl._,
II, c. 7.

[164] CASSIODORO narra che l’assassinio fu commesso nel campo di Marte,
ma invece PROSPERO TIRONE afferma essere avvenuto nel luogo appellato
_ad duas Lauros_, ch’era situato innanzi a porta Nomentana. Oltre a
quei cronisti sta scritto nella _Hist. Misc._, XV, e in MARCELL. COM.
IDATIUS, _Chronic._: _occiditur in campo, circumstanti exercitu_ — e
similmente VITTORE TUNUN.: _in campo Martio_.

[165] Fonti dalle quali si trae la narrazione di questi fatti sono:
PROCOP., _De bello Vand._, I, c. 4; EVAGRIUS, II, c. 7. — NICEPHOR.,
XV, c. 11, segue EVAGRIO ch’egli trascrive. — MARCELL. COMES,
_Chronic._; JORNAND., _De Regni success._, p. 127.

[166] PROSPER., _Chron._, ad ann. 455.

[167] _Hist. Misc._, XV; PROSPER., _Chron._

[168] Secondo la cronaca di MARIANO SCOTO, fu nel _IV Idus Julii Feria
III_, ossia addì 12 di Luglio; e, seguendo questa opinione, il MURATORI
corregge il PAGI. Il PAPENCORDT raccolse con somma diligenza tutte le
varie opinioni degli Storici sul giorno in cui i Vandali presero Roma,
ed accoglie come epoca presso a poco esatta quella dei 2 di Giugno.
Vedi il supplemento IV della sua _Storia dei Vandali_.

[169] PROCOP., _De bello Vand._, I, 5.

[170] Che quei disegni esistenti sull’arco di Tito e principalmente
la figura del candelabro non sieno stati tratti esattamente dagli
originali, si pare da ciò che la prima e la settima asta del candelabro
sono disuguali e le braccia sono troppo grosse, e finalmente dal fatto
che sulla base sono disegni rappresentanti animali, mostri marini ed
aquile, simboli che il giudaismo non aveva accolti. Ciò è dimostrato
in una memoria di ADRIANO RELAND, _De spoliis Templi Hierosolim. in
arcu Titiano Romae conspicuis_. Nel cap. 13 narrasi la storia di quelle
spoglie.

[171] JOSEPHUS, _Lib._ VII, c. 24.

[172] PROCOP., _De bello Goth._, I, c. 12: ἔν τοῖς ἦν καὶ τὰ Σολόμωνος
τοῦ Ἑβραίων βασιλέως κειμήλια, ἀξιοθέατα ἔς ἄγαν ὄντα. πρασία γὰρ λίθος
αὐτῶν τὰ πολλὰ ἐκαλλώπιζεν, ἅπερ ἔξ Ἱεροσολύμων Ῥωμαῖοι τὸ παλαιὸν
εἷλον.

[173] THEOPHAN., _Chronogr._, p. 93, e GIORGIO CEDRENO, _Histor.
Comp._, T. I, p. 346: ἔν οἷς ἦσαν κειμήλια ὁλόχρυσα καὶ διάλιθα
ἐκκλησιαστικὰ καὶ σκἐυη Ἑβραϊκὰ, ἅπερ ὄ Οὐεσπασιανοῦ Τῖτος ἔξ
Ἱεροσολύμων ἀφείλετο.

[174] PROCOP., _De bello Vandal._, II, c. 4.

[175] _Breviar._ ZACHAR.: _Similiter alia aenea XXV, referentia
Abrahamum, Saram regesque de stirpe Davidis, quae Vespasianus imperator
Romam detulit post deletam Hierosolymam cum ejusdem Urbis portis
aliisque monumentis_. Si vede che tali leggende furono create di
buon’ora. La compilazione dei _Mirabil. urbis Romae_, che si conosce
sotto il titolo: _Graphia aureae urbis Romae_ conservata nella
_Bibl. Laurent., Plut._ 89, cod. 41, e publicata da OZANAM, _Docum.
inédits_ etc., p. 160, aggiunge: _In templo Pacis juxta Lateranum_
(sic!) _a Vespasiano imperatore et Tito filio ejus recondita est
archa testamenti, virga anû_ (forse _Aaronis_), _urna aurea habens
manna, vestes et ornamenta Aaron, candelabrum aureum cum VII lucernis
tabernaculi, septem cath. argentee_, etc. Segue un catalogo di altre
reliquie conservate nella Basilica lateranense, tra le quali si celebra
l’_arca foederis_ e la _virga Aaronis_.

[176] THEOPHAN., _Chronogr._, p. 102. Delle avventure della bella
Atenaide, ossia Eudocia, imperatrice di Bisanzio, narra NICEFORO, XIV,
c. 23.

[177] Questa leggenda è narrata dall’UGONIO, p. 58 e seg. Oggidì
ancora si celebrano in quel giorno le _Feriae Augusti_, e in linguaggio
popolare dicesi: _ferrare Agosto_.

[178] ANAST., _in Vita s. Leonis: Hic renovavit post cladem Vandalicam
omnia ministeria sacrata argentea per omnes titulos de confiatis
hydriis sex argenteis; basilicae Constantinianae duabus, basil. B.
Petri duabus, basil. B. Pauli duabus quas Constantinus Aug. obtulit,
quae pensabant singulae libras centum. Quae omnia vasa renovavit
sacrata_.

[179] EVAGRIUS, _Eccl. Hist._, II, C. 7: ἀλλὰ τὴν πόλιν πυρπολήσας,
πάντα τὲ μὲν ληϊσάμενος. NICEPHOR., _Eccl. Hist._, XV, C. 11: ἀλλὰ
τὰ μὲν πολιορκήσας (ciò manca affatto di senso), τὰ δὲ τῶν τῆς πόλεως
πυρπολήσας. Parlano però il vero: PROSPER, _Chronic.: per quatuordecim
igitur dies secura et libera scrutatione omnibus opibus suis Roma
vacuata est_. ISIDORUS, _Chronic.: direptisque opibus Romanorum
per quatuordecim dies_. JORNAND., _De rebus Get._, c. 45: _Romamque
ingressus cuncta devastat_, e _de Regni succ._, p. 127: _urbe rebus
omnibus exspoliata_.

[180] FEA, _Sulle rovine di Roma_, p. 270. E lo scritto del BARGEO.

[181]

    _Sistimus portu, geminae potiti_
          _Fronde coronae:_
    _Quam mihi indulsit populus Quirini_
    _Blattifer, vel quam tribuit Senatus:_
    _Quam peritorum dedit ordo consors_
          _Judiciorum:_
    _Cum meis poni statuam perennem_
    _Nerva Trajanus titulis videret_
    _Inter auctores utriusque fixam_
          _Bibliothecae._

APOLLIN. SIDON., _Ep._ XVI, _ad Firmianum, Lib._ IX, p. 284.

[182] _Nam patre Suevus, a genetrice Gethes_, dice SIDONIUS, _Panegir.
Anthemii_ (_carm._ II, v. 361). Con espressioni ancor più ampollose di
quelle usate da Claudiano, Sidonio tributa lodi a Ricimero che paragona
a Stilicone. Con panegirici succedentisi l’uno all’altro, Sidonio
lodò gl’imperatori Avito, Majoriano ed Antemio. Tutti quegli scritti
pervennero sino a noi.

[183] GREGOR. DI TOURS, _Hist. Franc._, II, c. 11.

[184] SIDON. APOLL., nel _Panegyr. Maioriani, Carmen_ V, 385 e seg.

        _Postquam ordine vobis_
    _Ordo omnis regnum dederat, plebs, curia, miles_
    _Et collega simul._

Che il Senato concorresse a quest’elezione si ricava da quel passo
del Rescritto di Majoriano stesso ove dice: _favete nunc Principi,
quem fecistis. Novell. Maior._ nel _Cod. Theodos._ Ved. CURTIUS,
_Commentarii de Senatu Rom. post tempora Reipublicae_ etc., V, c. 1, p.
130.

[185] _Legum Novell. Liber_ alla fine del _Cod. Teodos., Tit._ VI, 1.
_De aedif. publ._ L’Editto è dato: _VI Idus Jul. Ravennae_, sotto il
consolato degl’imperatori Leone e Majoriano, ed è indiritto al _Praef.
Praet. Aemilianus_.

[186] PROCOP., _De bello Vand._, I, 7.

[187] La iscrizione di stile barbarico, che ha per oggetto la
costruzione del campanile e che dev’essere stata scritta tra l’anno
844 e l’847, fu da me trascritta da un avanzo delle balaustrate del
coro: _Canpaa Expensis mei feci temp. D[n=] Sergii ter beass[=i]m
et coangelico Junioris Pape Amen_. Dall’altro lato: _Stephani Primis
Martiri ego Lupo Gricarius_. La basilica fu edificata sopra un’antica
villa che sembra essere nei tempi antichi appartenuta a Domiziano,
e dopo di lui alla famiglia Sulpicia oppure alla famiglia Servilia.
Questa scoperta importante ci fa conoscere che allora nella Campania
si edificavano basiliche, trasformando alcuni palazzi di campagna. Ora
l’attenzione degli studiosi dell’antichità è risvegliata dalla scoperta
preziosa di due celle mortuarie pagane adorne di belle scritture e di
sarcofaghi. — Sembra che Demetria fosse quell’amica di santo Agostino
a cui Pelagio indirizzò la _Epistola ad Demetriadem_, che sta fra le
lettere di san Gerolamo.

[188] APOLL. SIDON., I, _Ep._ 9, p. 22: _seposita praerogativa partis
armatae, facile post purpuratum Principem, principes erant_.

[189] CASSIOD., _Chronic._ Sulla entrata di Antemio in Roma vedasi
IDATIUS, _Chron.: cum ingenti multitudine exercitus copiosi_.

[190] APOLL. SIDON., _Ep._ I, 5, p. 12: _vix per omnia theatra,
macella, praetoria, fora, templa, gymnasia, talassio fescennius
explicaretur. — Jam quidem virgo tradita est, jam corona sponsus, jam
palmata consularis, jam cyclade pronuba, jam toga senator honoratur,
jam penulam deponit inglorius_, etc. Nel _Carm._ II, _Panegyr. Anth._,
verso la fine finge che Roma, sotto aspetto di Dea, si volga alla
città di Costantinopoli, da lui dipinta sotto la figura dell’Aurora,
offerendo la corona imperiale ad Antemio. Quest’allegoria è la parte
più originale di quella apologia ampollosa.

[191] APOLL. SIDON., _Epist._ I, 6.

[192] _Qui adhuc in eo semifumantem praefecturae nuper extortae
dignitatem venerabatur._ SIDON., I, _Ep._ 7.

[193] _Reus noster aream Capitolinam percurrere albatus: — modo serica
et gemmas et pretiosa quaeque trapezitarum involucra rimari, et quasi
mercaturus inspicere._

[194] SIDONIO chiama quell’isola ancora: _Insula serpentis Epidaurii_.

[195] Una energica descrizione dei delitti di lui è data da SIDONIUS,
_Ep._ II, 1, V, 13. Della sua morte racconta nell’_Ep._ VII, 7.

[196] ENNODIUS, _Vita s. Epiphan. Ticin. Episcopi_, nel SIRMOND., II.

[197] _Hist. Misc._, XV. SIGONIUS, _De Occid. Imp._, XIV, p. 385.

[198] THEOPHAN., _Chronogr._, p. 102.

[199] Anche di questo saccheggio dice il FEA: _Si contentò di darle
il sacco_ (p. 274). Ed il BARGEO. _Sic tamen, ut praeda contentus
aedificiis pepercerit._

[200] _Hist. Misc._, XV: _praeter famis denique, morbique penuriam,
quibus eo tempore Roma affligebatur, insuper etiam gravissime
depraedata est, et excepto duabus regionibus, in quibus Ricimirus cum
suis manebat, caetera omnia praedatorum sunt aviditate vastata_.

[201] BARON., _Annal._, ad ann. 472. MURATORI, _Annal._, ad ann. 472.
Il CIAMPINI, _Vet. Mon._, I, c. 38, dà un cattivo disegno del musaico
che nell’anno 1592 cadde intieramente. Vi era l’iscrizione: _Fl.
Ricimer V. J. Magister Utriusq. Militiae Patricius Et Exconsul Ord. Pro
Voto Adornavit_. Un’iscrizione sopra una lamina di bronzo con lettere
d’argento diceva: _Salvis DD. NN. Et Patricio Ricimere Eustatius VC
Urb. P. Fecit_: leggasi nel MURATORI, _Thesaur. Nov. Inscr._, p. 266,
e _Annal._, ad ann. 472. La memoria di Ricimero, di Giovanni Lascari,
che ivi ha sepoltura, e di O’ Connel, di cui fu colà deposto il cuore,
rende illustre quella chiesa la quale adesso è unita al Collegio degli
Irlandesi.

[202] CASSIODOR., _Chron._

[203] JORNAND., _De reb. Get._, c. 45. _Chronologus_ CUSPINIANI.
ANONYM. VALESII o _Excerpta_ alla fine di AMMIAN. MARC.

[204] ANON. VALES.: _Augustulus, qui ante regnum Romulus a parentibus
vocabatur, a patre Oreste patricio factus est imperator_.

[205] PROCOP., _De bello Goth._, I, 1, nell’incominciamento.

[206] L’ANON. VALES. lo narra nella vita di san Severino.

[207] CASSIODOR., _Chron.: nomenque regis Odoacer adsumpsit, cum
tamen nec purpura, nec regalibus uteretur insignibus_. THEOPHAN.,
_Chronogr._, p. 102, 103.

[208] La fine dell’_Imperium Romanum_ pone anche il PAGI all’anno 476
e non al 479, come farebbe credere la notizia datane da JORNAND., _De
bello Goth._, c. 46.

[209] Dell’ambasceria del Senato è data narrazione negli _Excerp._
della smarrita Storia di _Malchus_ in FOZIO (_Corp. Scriptor. Hist.
Byz._, ed. BONN. P. I, p. 235, 236). Con poche parole n’è fatto cenno
negli _Excerp._ di CANDIDUS, _ibid._, p. 476. E queste sono le meschine
bricciole che possiamo raccogliere dalla tavola di FOZIO in argomento
sì importante. L’ANON. VALES. ne tace.

[210] SALVIAN., _De vero judicio et providentia Dei_, V, 32, p. 53:
_Itaque nomen civium Romanorum aliquando non solum magno aestimatum,
sed magno emptum, nunc ultro repudiatur ac fugitur; nec vile tantum,
sed etiam abominabile pene habetur_. E ne alza lamento alla fine dei
Libro VI: _vendunt nobis hostes lucis usuram, tota admodum salus nostra
commercium est. O infelicitates nostrae, ad quid devenimus! — quid
potest esse nobis vel abjectius, vel miserius!_

[211] Il SIGONIO, _De occid. Imperio_, XV, dice di Odoacre senza alcun
fondamento: _Romani Senatus auctoritas, et consulum dignitas ad feroces
contundendos spiritus dempta_. Il VENDETTINI (_Del Senato Rom._, Roma,
1782, p. 10) accoglie senza lume di critica quest’opinione, ma la
combatte l’OLIVIERI nel suo libro: _Il Senato Romano nelle sette epoche
di svariato governo_ ec., Roma, 1840, p. 9.

[212] Il BUNSEN (III, 1, pag. 496), afferma che l’edificio sia stato
eretto nei tempi cristiani. Gli Archeologi italiani tengono l’opinione
opposta, e questa è anche sostenuta dall’AGINCOURT (_Storia dell’arte
ital._, Traduz. del TICOZZI, Vol. II, p. 120). Dopo il pontificato di
Gregorio XIII, le pareti di questa Rotonda furono bruttate da affreschi
del Tempesta e del Pomerancio, i quali rappresentano storie di Martiri,
e nei quali la musa della pittura non apparisce nella gentilezza della
vedova di Raffaello, ma piuttosto sotto laida figura di beccajo.

[213] Si veda la spiegazione dell’_Ursus Pileatus_, data dal NIEBUHR
nella _Descrizione della Città_, nel PLATNER e nel BUNSEN, III,
2 Parte, p. 332. DONATUS, _De urbe Roma_, III, p. 210. Ed intorno
all’ignoto palazzo si consulti il NARDINI, II, 23.

[214] SIGONIUS, _De occid. Imp._, al punto relativo.

[215] ANON. VALESII, 53: _Fausto et Longino Coss._, cioè nell’anno 490.

[216] ANON. VALESII, 64: _Facta pace cum Anastasio imperatore per
Festum de praesumptione regni, et omnia ornamenta palatii, quae
Odoacher Constantinopolim transmiserat, remittit_.

[217] _Quid Tuscia, quid Aemilia, caeteraeque provinciae, in quibus
hominum prope nullus existit._ Così, quantunque non devasi accogliere
litteralmente, si esprime PAPA GELASIO nella sua _Apologia adversus
Andromach._, nel BARONIO, _Annal._, ad ann. 496.

[218] Questa sentenza dava ANDREA FULVIO, _Antiq. Rom._, II, c. 51. Al
tempo suo, in sull’incominciamento del sec. XVI, quel gruppo ergevasi
innanzi al palazzo dei Conservatori, dov’era stato trasportato, tolto
al Laterano.

[219] SALVIAN., _De vero judicio_, VI, 49, p. 62: _Quid enim? numquid,
non consulibus, et pulli adhuc gentilium sacrilegiorum more pascuntur,
et volantis pennae auguria quaeruntur, ac paene omnia fiunt, quae etiam
quondam pagani veteres, frivola atque irridenda duxerunt?_

[220] GELASIUS PAPA, _Adv. Andromachum Senatorem, ceterosque Romanos,
qui Lupercalia secundum morem pristinum colenda constituebant,
apologeticus Liber_, nel BARON., _Ann._, ad ann. 996. Questo scritto
degno di nota appartiene alla serie delle opere apologetiche di
Agostino, di Orosio, di Salviano, ed in qualche parte continua a
svolgere le idee di quegli autori: _Numquid Lupercalia deerant, cum
urbem Alaricus evertit? Et nuper, cum Anthemii et Ricimeris civili
furore subversa est, ubi sunt Lupercalia, cur istis non profuerunt. —
Postremo, quod ad me pertinet, nullus baptizatus, nullus Christianus
hoc celebret, sed soli Pagani, quorum ritus est, exequantur.
Me pronunciare convenit, Christianis ista perniciosa et funesta
indubitanter existere_. E intorno alla causa della caduta dell’Impero,
egli dice: _Ideo haec ipsa Imperia defecerunt: ideo etiam nomen
Romanum, non remotis etiam Lupercalibus, usque ad extrema quaeque
pervenit._ — Dei Lupercali di Roma fa cenno una volta Prudenzio nel suo
inno a san Romano.

[221] MARANGONI, _Cose gent._, c. 26, p. 99 e seg. Intorno alla
trasformazione di alcune feste pagane in festività cristiane si veda il
c. 23 e seg., e il BARONIO, _Annal._, ad ann. 44: _Gentilicii ritus in
ecclesiam aliquando translati_.

[222] _Synodus Romanus I_, ann. 499, _de tollendo ambitu in comitiis
pontificiis_, nel Tom. V, _Concil._ del LABBÉ, secondo la correzione
del BALUZIO, p. 446. Le sottoscrizioni dei Prevosti sono date anche dal
PANVINIUS, _Epitome Pontif. Rom._, p. 19, _sq._, e nel MABILLON, _Mus.
It._, T. II, nel Comment. all’_Ordo. Roman._, p. XIII, _sq._, sennonchè
havvi errore nel numero dei Titoli dei quali si numerano trenta in vece
di ventotto.

[223] S. HIERON., _Ep. 66, ad Pammachium_.

[224]

    _Culmen Apostolicum cum Coelestinus haberet,_
    _Primus et in toto fulgeret episcopus orbe,_
    _Haec quae miraris fundavit Presbyter urbis_
    _Illyrica de gente Petrus, vir nomine tanto_
    _Dignus, ab exortu Christi nutritus in aula,_
    _Pauperibus locuples, sibi pauper, qui bona vitae_
    _Praesentis fugiens meruit sperare futuram._

Sarebbe bellissimo argomento di studio l’indagine se sia da accogliere
l’opinione degli Archeologi che questa bella chiesa si edificasse là
dove anticamente s’ergeva il tempio di Diana, in cui entrò Cajo Gracco
a cercar qualche riposo mentre fuggiva.

[225] Si consulti il _Ristretto di tutto quello che appartiene
all’antichità e venerazione delle chiese dei santi Silvestro e Martino_
(Roma, 1639), ed il POUGARD, _Monumenti esistenti in san Martino_
(Roma, 1806).

[226] Secondo il NIEBUHR (_Descriz. della Città_ del PLATNER e del
BUNSEN, III, 2.ª parte, p. 304), l’antica chiesa parrocchiale di
san Matteo in Merulana sarebbe stata edificata intorno all’anno 600.
Tuttavolta il _Liber Pontif._, alla vita di Gregorio I, ne tace.

[227] SEVERANUS, _Memorie sacre delle sette chiese di Roma_, p.
473. L’UGONIO, cart. 167, dà a questa chiesa il nome di san Sisto in
Piscina. Egli si sforza di dimostrare che quivi sorgesse il tempio di
Marte.

[228] ANAST. BIBL., _In Anast.: Hic fecit basilicam, quae dicitur
Crescentiana in regione II via Mamertina_.

[229] San Nicomede fu prete romano. Dopo di essere stato ucciso a colpi
di mazza, il corpo di lui fu dall’alto del _Pons Sublicius_ gettato
nel fiume. Ved. _Emerologio sacro di Roma cristiana_ del PIAZZA, II, p.
161, ai 15 di Settembre.

[230] Al tempo di SIDONIO erano adoperate ad uso publico non soltanto
queste terme, ma anche quelle di Nerone e di Alessandro:

    _Hinc ad balnea non Neroniana,_
    _Nec quae Agrippe dedit, vel ille cujus_
    _Bustum Dalmaticae vident Salonae:_
    _Ad thermas tamen ire sed libebat_
    _Privato bene praebitas pudori_
      (_Carmen 23, ad Consentium_, scritto nell’anno 466).

Si consulti il FEA, p. 271.

[231] UGONIO, cart. 197, _sq._ Il NARDINI (_R. A._, II, p. 91), afferma
di aver veduto i ruderi della chiesa di san Ciriaco, della casa del
Santo e del battistero, che esistevano nella vigna del convento dei
Certosini, in prossimità del granaio di Urbano VIII. Lo stesso dice
degli avanzi della chiesa il MARTINELLI ec., p. 354. Io mi restringo
all’osservazione che Ciriaco, diacono della Chiesa romana, era stato
condannato a lavorare nella costruzione delle terme di Diocleziano. La
curiosa leggenda sta registrata nei Bollandisti al giorno 8 di Agosto.

[232] UGONIO, cart. 190, _sq._ Il PIAZZA (_La gerarchia cardinalizia.
— Titoli distrutti ovvero soppressi_), crede che i due Titoli sieno
stati disgiunti dopo di papa Gelasio I. Ma tutte le opinioni intorno a
questo argomento sono le più incerte, ed il PANVINIO, a cui tutti gli
scrittori ecclesiastici del secolo XVIII s’inchinano reverenti, non ha
pregio di opinioni sicure e fondate.

[233] MARTINELLI, p. 387. Il PIAZZA passa in silenzio su questo Titolo.

[234] Il SEVERANO, p. 443, riporta un’iscrizione esistente nella chiesa
di san Sebastiano, la quale dice: _Temporibus Innocentii Episcopi,
Proclinus et Ursus Presbyt. Tituli Byzantis s. Martyri ex voto
fecerunt_. Il PANVINIO accoglie opinione che questo Titolo appartenesse
alla chiesa di santa Sabina. Il BOSIO (_Roma subt._, III, c. 12) lo
attribuisce a quella di santa Susanna.

[235] Intorno alla storia di questa chiesa scrissero il CRESCIMBENI,
_Historia della Basil. di s. Anastasia_ (Roma, 1722) e FILIPPO
CAPPELLO, _Brevi notizie dell’antico e moderno stato della chiesa
Collegiata di santa Anastasia_ (1722).

[236] MARTINELLI, p. 65.

[237] Il SEVERANO (p. 470), riporta la leggenda triviale della fasciola
ossia della benda che Pietro aveva tenuto intorno ad una gamba ferita.
Allorchè l’Apostolo uscito di carcere s’apprestava a fuggire di Roma,
depose la benda sopra una siepe degli orti della via Appia. La leggenda
narra che si ergesse una chiesa a ricordanza dell’avvenimento. Affè
di Dio ne sarebbe stato ben degno! — Fasciola sarà piuttosto il nome
di una qualche dama romana: ed è forse il corrompimento del nome di
Fabiola ch’era amica di Gerolamo.

[238] Il nome _Palisperna_ o _Panisperna_ dev’essere derivato o da
quello del prefetto PERPERNA QUADRATUS, oppure dalle due voci _pane_
e _perna_, pane e prosciutto. Ella è cosa curiosa prestare attenzione
alla fantasia degli Archeologi romani, i quali affermano che nelle
festività di Giove Fagutale, che celebravansi sul monte Viminale, si
sacrificassero alcuni majali, dei quali distribuivansi i prosciutti a
eccitare la baldoria della plebaglia, come oggidì si suol fare nella
festa della Grotta Ferrata sul monte Latino. Io però rinvenni nel
giardino della chiesa, che è tutto coperto di ruderi di marmi, una
iscrizione sulla quale leggesi distintamente il nome PERPERNA.

[239] Il PANVINIO nella sua opera: _Le sette chiese di Roma_. Il
MABILLON cita trenta Titoli con erronea enumerazione.

[240] Io trovo che di questa chiesa si fa menzione quale Titolo per
la prima volta nella biografia di papa Leone III (795-816) del _Liber
Pontif._ Nè havvi argomento che sussidii l’opinione di alcuni scrittori
ecclesiastici che Leone I la elevasse a Titolo.

[241] LABBÉ, _Concil._, Tom. VI, p. 917. Tra le _Epistole_ di GREGORIO
(IX., 22) leggesi un documento, a cui è apposta la sottoscrizione dei
Parrochi di nove delle chiese su nominate.

[242] Opina il PANVINIO ch’esse sieno perite oppure che sieno state
soppresse: egli erra però allorchè asserisce che ai tempi di Gregorio
non esistesse più la _basilica Aemiliana_, se di questo Titolo faccia
ancor cenno ANASTAS. (_Vita Leonis III_, n. 403), il quale anzi ci fa
conoscere che quella chiesa si elevava tra s. Balbina e s. Ciriaco.
Anche il PIAZZA (_La gerarchia card._, p. 531) mancò di fare attenzione
a quel passo.

[243] Il PANVINIO afferma che Gregorio I istituisse in luogo degli
estinti questi cinque Titoli novelli: _S. Balbina, ss. Marcellinus et
Petrus, s. Crux in Hierusalem, s. Stephanus sul monte Celio_ e _ss.
Quatuor Coronatorum_. Non mi fu dato di trovare nè tra gli Atti dei
Sinodi, nè in Anastasio alcuna notizia intorno all’erezione a Titoli
del s. Stefano e della santa Croce. È argomento pieno d’incertezze e di
difficoltà.

[244] ANAST., _in Vita Marcelli: et XXV Titulos in urbe Romana
constituit, quasi Dioeceses, propter baptismum et poenitentiam
multorum, qui convertebantur ex paganis, et propter sepulturas
martyrum_.

[245] Intorno all’origine del Titolo cardinalizio si veda il PANVINIO,
_l. c._, c. 2. — _De presbyt. Cardinal. orig. et 28 ipsor. Titulis et
21 novis._ — Secondo l’opinione di lui, il Titolo di Cardinale compare
già prima del tempo di Silvestro. Il MACER nel _Hierolexicon_ afferma,
che esso compaia per la prima volta ai tempi di Stefano I (257). Il
nome _Cardinalis_ deriva da _incardinare_, che significa _addicere
alicui Ecclesiae_. Io rimetto il leggitore ai Lessici del DUCANGE e del
MACER, al PIAZZA (_La Gerarchia cardinal._, p. 351, _sq._), al CARDELLA
(_Delle memorie stor. dei Cardinali_, Roma, 1793, nell’Introd.), ed
alla Dissertaz. 61 del MURATORI. — In tempi posteriori ebbero titolo
di Cardinale anche i sette Vescovi del Laterano, i quattordici Diaconi
delle Regioni ecclesiastiche, i quattro Diaconi Palatini, e gli Abati
di san Paolo e di san Lorenzo. Sisto V pel primo fissò a 70 il numero
dei Cardinali, (_Const._ 50, _Bullar._ 2). Di questi sono 51 Cardinali
preti, imperocchè oltre ai 28 Titoli antichi egli ne confermasse 13 di
novelli e 10 ne creasse. Egli determinò a 14 il numero dei Diaconi,
e confermò i Cardinali vescovi lateranensi che di sette erano stati
ridotti a sei. Benchè tutti questi Cardinali sommino a 71, il numero
complessivo è pur di 70, perchè il Titolo _in Damaso_ fu sempre
congiunto alla dignità di Cardinale Vice-cancelliere. Oggidì sono 48
Titoli di Cardinali preti, 15 di Cardinali diaconi; ad essi si aggiunge
la Commenda di san Lorenzo in Damaso, ed i 6 Vescovati. Così è formato
il numero di 70 Cardinali componenti il _Sacrum Collegium_.

[246] In JOH. DIACON., _De eccl. Later._ (MABILLON, _Mus. Ital._, II,
560, _sq._), che viveva alla metà del secolo XIII, sta scritto: _Septem
episcopis cum XXVIII Cardinal. totidem in ecclesiis infra muros urb.
Romae praesidentibus_ (p. 567).

[247] Intorno a questi sette antichi Titoli cardinalizî si veda
l’UGHELLI, _Italia Sacra_, T. I. Intorno l’anno 1150, Ostia
congiungevasi a Velletri, e, intorno al 1120, Porto univasi a Silva
Candida, ossia a s. Rufina. La diocesi di Porto è resa infelice dalla
mal’aria: _Pecudibus potius quam hominibus pascendi apta_. Silva
Candida era un Vescovato antico: era altra volta appellata ad _Silvam
Nigram_, ed era situata sulla via Aurelia a dieci miglia di distanza da
Roma. Due sorelle, Rufina e Seconda morirono colà, verso l’anno 260,
della morte dei Martiri e per questo fatto vi fu eretto un Vescovato.
Un casale che ivi esiste oggidì ancora ha nome di santa Rufina.
I Saraceni nelle loro invasioni distrussero ogni traccia di quei
monumenti della Chiesa.

[248] MABILLON, _Mus. Ital._, II, p. XVI.

[249] Si vedano gli scritti del PANVINIO e del SEVERANO, che ne
trattano diffusamente.

[250] Si legga il primo Rescritto indiritto al Senato di Roma, in
cui annuncia la elezione di Cassiodoro a patricio: _Var._ lib. I,
ep. 4, ed ep. 13: _quicquid enim humani generis floris est, habere
curiam decet; et sicut arx decus est urbium, ita illa ornamentum est
ordinum caeterorum_, e lib. III, ep. 6. Nel panegirico di ENNODIO è
detto: _Coronam curiae innumero flore velasti_, p. 28, in CASSIODORO,
_Op._, Paris, 1759. La maggior parte delle diciassette lettere sono a
raccomandazione di candidati.

[251] ANONIM. VALESII: _Venit ad Senatum et ad Palmam populo
alloquutus_. Fulgenzio o meglio il suo Biografo (_Vita B. Fulgentii_,
c. 13, T. IX, della _Max. Bibl. Veter. Patr._, Lugduni, 1677) dice:
_In loco, qui Palma aurea dicitur, memorato Theodorico rege concionem
faciente_. Il MURATORI avrebbe dovuto perciò persuadersi che il luogo
ricordato non fosse già una sala del _Palatium_, ma piuttosto dovesse
essere uno spazio aperto, dove ascoltassero, insieme uniti, Senato
e popolo. E CASSIODORO (_Var_., IV, _ep_. 30), dice espressamente:
_Curiae porticus, quae juxta domum Palmatam posita_. — Deve però
distinguersi dalla _porticus palmaria_ nel s. Pietro. ANASTAS., _Vita
Honorii: in Portica b. Petri Apos., quae adpellatur Palmata (al.
Palmaria)_. Nella biografia di Sisto III invece sta scritto: _Domum
Palmati intra urbem_. Il PRELLER, (_l. c._, p. 143, nella nota) riporta
un passo tolto dagli _Acta ss. Mai._, T. VII, p. 12, che dice: _Juxta
arcum triumphi ad Palmam_. L’_arcus triumphi_ non può essere se non se
l’arco di Trajano.

[252] _Vita B. Fulgentii, l. c._, e nel BARONIO, _Annal._, VI, p. 538,
ad ann. 500: _quam speciosa potest esse Hierusalem coelestis, si sic
fulget Roma terrestris_.

[253] L’appellazione di «Barbaro» era usata in quel tempo senza malo
intendimento. Leggonsi alcuni Rescritti di Teodorico indiritti ai
Romani ed ai Barbari, ossia a coloro che non erano d’origine romana.
Quel nome ci si presenta spesse fiate nei documenti del secolo VI; e
spesso dopo la caduta dei Goti, con ingenua dizione, si dà alla guerra
nome di _barbaricum tempus_ che si contrappone a pace (_pax_). Vedasi
il MARINI, _Papiri Diplom._, Annot. 7, p. 285, ed il _Glossario_
del DUCANGE. Così nel linguaggio del diritto civile sotto nome di
_Sors barbarica_ s’intende la terza parte del territorio conceduta in
proprietà ai Goti. Nel secolo VIII troviamo ancora usata l’espressione
_campus barbaricus_.

[254] CASSIOD., _Var._, Lib. VIII, 13: _nam quidam populus
copiosissimus statuarum, greges etiam abundantissimi equorum, tali sunt
cautela servandi_.

[255] _Var_., Lib. VII, 15.

[256] _Var_., Lib. VII, 15: _quas amplexa posteritas pene parem populum
urbi dedit quam natura procreavit_.

[257] _Var_., Lib. VII, 13: _statuae nec in toto mutae sunt: quando a
furibus percussae custodes videntur tinnitibus admonere_. Di qui mi è
dato di trarre l’origine di una leggenda meravigliosa, registrata nei
_Mirabilia_ di Roma, la quale narra che le statue che rappresentavano
le province e che s’ergevano in Campidoglio, mettessero un suono quale
di campana, tostochè scoppiava un rivolgimento in taluna di esse.
Il _Comes romanus_ ai tempi degl’Imperatori era appellato _Curator
statuarum_. Vedasi il PANCIROLI, _Notitia_ etc., c. 16, p. 122.

[258] _Var_., Lib. II, 35, 36.

[259] _Variar_., Lib. VI, 6.

[260] _Universa Roma — miraculum. Var_., lib. VII, 15.

[261] _Var._, Lib. VII, 15. Al tempo degl’Imperatori questo offiziale
aveva nome di _Curator operum publicorum_. Vedi il PANCIROLI, _Notit_.,
c. 14, 15, p. 122. Ai tempi imperiali eravi anche un _Tribunus rerum
nitentium_, che attendeva alla mondezza publica: di un offiziale simile
avrebbe somma necessità anche Roma odierna.

[262] _Ut ornent aliquid saxa jacentia post ruinas. Var._, Lib. II, 7.
Si riferiscono alla costruzione delle mura di Roma i passi seguenti:
I, 21, 25; II, 3, 4; VII, 17. CASSIOD., _Chron_., ANON. VAL., 67. In
quell’oscuro e barbarico Panegirico, che ENNODIO volgeva a Teodorico, è
detto delle opere di lui volte alla restaurazione dei monumenti: _date
veniam Lupercalis genii sacra rudimenta: plus est occasum repellere,
quam dedisse principia_. — Il MARANGONI (_Delle Memorie sacre e profane
dell’Anfiteatro romano_, p. 44) appunta FIORAV. MARTINELLI e FL. BLONDO
(_Roma instaur._ I, c. 3) di grave errore, allorquando, citando un
Editto di Teodorico, affermano che egli pel primo abbia usato delle
pietre del Colosseo per i lavori delle mura. Il Colosseo in quel tempo
era ancora illeso da ogni danneggiamento.

[263] _Variar_., Lib. III, 30: _Videas structis navibus per aquas
rapidas non minima sollecitudine navigari, ne praecipitato torrenti
marina possint naufragia sustinere._ L’esagerazione è spinta troppo
oltre.

[264] _Var._, Lib. VII, 6.

[265] Intorno al _Comes Formarum_, si veda la _Notitia_, c. 7, p. 121.

[266] _Var._, Lib. IV, 51: _quid non solvas, o senectus, quae tam
robusta quassasti?_

[267] _Marmora quae de domo Pinciniana constat esse deposita. Var._,
Lib. III, 10.

[268] _Trajani Forum vel sub assiduitate videre miraculum est.
Capitolia celsa conscendere, hoc est humana ingenia superata vidisse.
Var._ VII, 6.

[269] Ciò si pare dalle _Var._, III, 51.

[270] SALVIAN., _De vero jud._, VI, p. 62. Egli dice a somiglianza di
un teologo ginevrino: _Spectacula et pompae — opera diaboli_. Ciò che
sulle scene del secolo VI si osasse di rappresentare, narra PROCOPIO
(_Anecdot._, c. 9), allorchè descrive in qual maniera Teodora, futura
imperatrice, apparisse per la prima volta sul palco teatrale dinanzi al
popolo di Bisanzio. Il GIBBON non ardì di volgarizzare il testo greco
di quel passo. SALVIANO enumera le specie degli spettacoli abbominevoli
in tale maniera: _Est nunc dicere de omnibus, amphitheatris scilicet,
odeis, lusoriis, pompis, athletis, petaminariis, pantomimis etc. —
Petaminarii_ da πετάμενοι, _qui more avium sese ejaculantur in duras_,
uomini volanti. Vedi il _Glossarium_ del DUCANGE.

[271] _Var., Lib._ III, sulla fine: _ut aetas subsequens miscens
lubrica, priscorum inventa traxit ad vitia: et quod honestae causa
delectationis repertum est, ad voluptationes corporeas praecipitatis
mentibus impulerunt_.

[272] _Var._, Lib. VII, 10: _Teneat scenicos si non verus, vel
umbratilis ordo judicii. Temperentur et haec legum qualitate negocia,
quasi honestas imperet inhonestis_. Trovo un’iscrizione di un _Tribunus
Voluptatum_, dell’anno 523:

    _FL. Maximo VC_
    _Concessum locum Petro_
    _Rome ex Trib. Volupt_
    _Et conjugi ejus Johan_
    _Papa Hormisda et Tra(nsmundo)_
    _Praepst Basc. Beati Petr._

(Nelle cripte del Vaticano, nel DIONYSIUS, t. XXV).

[273] _Variar._, V. 42. Rescritto dato ad una supplica di un
cacciatore. I modi di questi combattimenti di animali erano sì varî che
Cassiodoro diceva, il loro numero essere tanto grande quanto quello dei
tormenti che Virgilio descrive nel suo inferno.

[274] Dopochè Europa si coperse dell’onta dell’ultima guerra di Crimea,
gli statisti ebbero agio di formare un computo, secondo il quale, la
moneta che ivi fu spesa a distruggere con ordine di scienza uomini e
città, sarebbe stata sufficiente a sanare la piaga del pauperismo in
Inghilterra ed in Francia: _Heu mundi error dolendus! si esset ullus
aequitatis intuitus, tantae divitiae pro vita mortalium deberent dari,
quantae in mortes hominum videntur effundi_.

[275] _Var._, Lib. III, 51.

[276] TURCIUS RUFIUS ASPRONIAN. ASTERIUS, console nell’anno 444,
scrisse nel suo celebre codice dei poemi di Virgilio (che si conserva
nella Laurenziana di Firenze) un epigramma che parla dei giuochi dati
sotto il suo reggimento, e che leggesi nel TIRABOSCHI, _Storia_ etc..
III, 1, c. 2, e nel MABILLON, _De Re Dipl._, p. 354, ed è il seguente:

    _Tempore, quo penaces Circo subjunximus, atque_
      _Scenam Euripo extulimus subitam,_
    _Ut ludos currusque simul, variarumque ferarum_
      _Certamina junctim Roma teneret ovans._

Da questi versi si pare che nel Circo nel tempo stesso si dessero
corse, danze pirriche, balli pantomimi e cacce di fiere.

[277] _Variar._, Lib. III, 51: _nostri sedes fovere delegit imperii_. E
_fovere_ è qui posto nel senso quasi di «rendere onore».

[278] _Var._, Lib. I, 27, 30, 31, 32, 33.

[279] È il celebre motto: _Ad Circum nesciunt convenire Catones.
— Var._, Lib. I, 27. Nel Circo godevasi di una libertà quasi
carnascialesca: _Locus est, qui defendit excessum_.

[280] _Expedit interdum desipere, ut populi possimus desiderata gaudia
continere. Var._, Lib. III, 51.

[281] ANON. VAL., 67. Il GIBBON a questo proposito con suo computo
riduce le 120000 moggia a 4000 staia, e ne tragge a conseguenza che la
popolazione fosse diminuita.

[282] PROCOP., _Hist. Arcana_, 26: τοῖς τε προσαιτηταῖς οἳ παρὰ τὸν
Πέτρου τοῦ ἀποστόλου νεὼν διαιτὶαν εἶχον.

[283] La formula dell’investitura del prefetto dell’annona trovasi
nei _Var._, Lib. VI, 18. Il passo citato leggesi in BOETHIUS, _De
Consolat._, III, prosa 4.

[284] ANON. VALESII. — Il _solidus_ corrispondeva ad 1/72 di una
libbra d’oro. — Il _Liber Junioris Philos._, edito da ANGELO MAI, T.
III, _Class. Auctor. e Vatican. Cod._, n. 30, scrittura del secolo IV,
celebra i vini degli Abbruzzi, del Piceno, del Sabino, di Tivoli, del
paese tusco, che ancora sono tenuti in alto pregio, e loda i prosciutti
e le grasce di Lucania: _Lucania regio optima, et omnibus bonis
habundans, lardum multum aliis provinciis mittit; quoniam montes escis
et variis habundant animalibus et pluribus pascuis_.

[285] Cassiodoro descrive con colori poetici le bellezze di alcuni
paesi della sua patria, il mercato di Leucotea in Lucania (_Var._,
VIII, 33), Baja (IX, 6), il _Mons Lactarius_ (XI, 10), e Squillace
(XII, 15). Genti di Lucania, delle Puglie, degli Abbruzzi, delle
Calabrie, traevano alla fonte di Leucotea a udirvi la messa, come oggi
accorrono a Nola: e in Cassiodoro si legge che i preti di quel tempo
vi chiamavano il popolo spargendo fama di portenti compiuti dall’acqua
miracolosa. Il sangue di santo Gennaro non era stato ancora trovato.

[286] _Felix Roma: Var._, Lib. VI, 18. FABRETTI, _Iscriz._, c. VII,
p. 521: _Regn. D. N. Theodorico Felix Roma_. Il signor Dott. HENZEN
dai materiali da lui raccolti per un novello _Corpus Inscr._, mi ha
favorito di copie delle iscrizioni appartenenti ai tempi di Teodorico.
Fra tutte sono dodici, delle quali sei portano il motto _Roma Felix_,
e cinque recano a motto: BONO ROMAE (n. 149-160, della sua raccolta).
Di Atalarico sono due sole iscrizioni, sulla prima delle quali (n. 161)
sta scritto: ROMA FIDA.

[287] Il fac-simile della iscrizione trovasi nel BONANNI, _Templi
Vatic. Hist._, p. 54. Di tali pietre si trovarono nel tempio di
Faustina, nella Via Labicana, sul tetto del san Pietro, sul tetto della
chiesa di santo Stefano degli Ungari, tra i ruderi del _Secretarium_
del Senato, nella chiesa di san Gregorio, in un acquedotto antico
situato presso il Collegio germanico, in san Giovanni e Paolo, sui
tetti delle chiese di san Paolo, di santa Costanza, di santa Martina,
di san Giorgio in Velabro, sul tetto della cappella di Giovanni VII in
chiesa di s. Pietro.

[288] Agli Israeliti di Genova scriveva: _Religionem imperare non
possumus, quia nemo cogitur, ut credat invitus. Var._, Lib. II, 27.
— _Var._, V, 97: _concedimus — sed quid Judaee supplicans temporalem
quietem quaeris, si aeternam requiem invenire non possis?_

[289] Probabilmente questo strale satirico è lanciato anche contro i
Cristiani, che avevano posta dimora permanente in Faleria:

    _Namque loci quaerulus curam Judaeus agebat._
      _Humanis animal dissociale cibis — —_
      _Quae genitale caput propudiosa metit — —_
    _Atque utinam numquam Judaea subacta fuisset_
      _Pompeii bellis, imperioque Titi._
    _Latius excisae pestis contagia serpunt,_
      _Victoresque suos natio victa premit._
                     (_Itiner._, v. 383, _sq._)

Il BASNAGE (_Histoire des Juifs_, la Haye, 1716) si occupa, nel capit.
8 del Lib. VII, della storia del popolo israelita in Roma dai tempi di
Pompeo a quelli di Nerone; però è indotto spesse fiate in gravi errori.
Con maggiore ampiezza discorre intorno a questo argomento bellissimo
la _Roma subterranea_ del BOSIO e dell’ARINGHI. Tom. I, lib. II, c. 22
(23).

[290] Io non convengo nell’opinione del BASNAGE, che il quartiere dove
gli Ebrei avevano stanza si stendesse fino al ponte di Adriano. Egli
reputa erroneamente che avessero dimora anche nell’isola del Tevere,
poichè non pone mente alla situazione del Ghetto dei tempi posteriori.
Sappiamo che ai tempi di Domiziano gli Ebrei avevano elevate loro case
nella valle d’Egeria, ed a quel tempo rimonta la costruzione del loro
mirabile cimitero, il quale fu scoperto, or fanno alcuni anni, presso
la Via Appia. Gli Autori della _Roma subterranea_ hanno fatto conoscere
inoltre il cimitero antico degli Ebrei posto fuori di porta Portuense.
Seguendo la costumanza della loro età, gl’Israeliti ponevano iscrizioni
in lingua greca sulle tombe dei loro defunti.

[291] _Var._, Lib. IV, 43. Dall’espressione: _Ad eversiones pervenerint
fabricarum, ubi totum pulchre volumus esse compositum_, credo di poter
trarre a conseguenza che quell’edificio non fosse privo di bellezza
artistica. Intorno alle condizioni degl’israeliti di Roma in quel tempo
il BASNAGE (VIII, c. 7) non dà che notizie meschine.

[292] Il PAGI afferma che il secondo scisma scoppiasse nell’anno 503;
il BARONIO invece lo riferisce all’anno 502. Il _Synodus Palmaris_,
che fu il quarto dei Concilii tenuti da Simmaco, pare similmente che
avvenisse nell’anno 503. Il MURATORI è incerto fra queste notizie
cronologiche. Nulla di certo ricavasi dal _Liber Pontificalis_.

[293] FRANCESCO PAGI, _Breviar._, p. 131, X. — _Acta Syn. III Symmachi_
nel LABBÉ.

[294] Che Teodorico stesso, colla approvazione del Pontefice,
convocasse il Concilio, dimostra FRANCESCO PAGI (p. 131, XIII) con
notizie ricavate dagli Atti del Sinodo.

[295] ANASTAS., _Vita s. Symmachi_. — THEOD. LECTOR, _Hist. Eccles._,
II, c. 17. _Hist. Misc._, XV, ed il prezioso frammento della _Vita
Symmachi_ che leggesi nel MURATORI, _Script._, III, p. 2, in cui si
narra che Roma fosse funestata da terribili tumulti per lo spazio di
quattro anni. — THEOPH., _Chronogr._, p. 123: ἔνθεν λοιπὸν ἀταξίαι
πολλαὶ καὶ φόνοι καὶ ἁρπαγαὶ γεγόνασιν ἐπὶ τρία ἔτη. Egli è probabile
che questi torbidi sieno avvenuti nel secondo scisma piuttosto che nel
terzo.

[296] Il BUNSEN II, 1, p. 25, 65, afferma con certezza questo fatto.
Il passo che si legge in Anastasio: _Ut cum gloria apud beat. Petrum
sederet praesul_, sembrommi da principio che valesse a sostenere
quell’argomento, ma come v’ebbi per poco meditato, fui costretto a
rigettarlo. — PETRUS MALLIUS, c. 7, n. 127, narra la favola che Simmaco
ornasse il pozzo di quella palla di bronzo _quae fuit coopertorium cum
sinino aeneo et deaurato super statuam Cybelis matris deor. in foramine
Pantheon_ (!).

[297] Una descrizione completa di questa cappella è data dal
CANCELLIERI, _De secretariis novae Basil. Vatican._, Roma, 1786, Cap.
II, p. 1153, _sq_.

[298] MURATORI, _Annal_., ad ann. 524.

[299] _Item ut nullus Romanus arma usque ad cultellum uteretur vetuit_.
ANON. VALES., 83. Proibizione che nei tempi posteriori la tirannia
degli stranieri impose alla sventurata Lombardia.

[300] GIANNONE, _Storia Civile del Regno di Napoli_, Vol. I, III, § 6.

[301] _Qui accepta chorda in fronte diutissime tortus, ita ut oculi
ejus creparent, sic ut tormenta ad ultimum cum fuste occiditur._
ANON. VALES. I soli filosofi dell’Antichità finirono con bella morte:
Giordano Bruno, seguace del platonismo come Boezio, morì della morte
della fenice, la quale ad un filosofo è sempre più accettabile di
quella che gli è data dalla scure del carnefice.

[302] L’abbigliamento di lei, dice il povero Platonico, era alquanto
dimesso ed era un po’ bruno per vecchiezza: _caligo quaedam neglectae
vetustatis obduxerat. De cons. phil._ Prosa I. L’allegoria intera è
toccante nella sua semplicità puerile.

[303] _De consolat. philos._, II, prosa 3.

[304] _De consolat._ I, prosa 4.

[305] _Quibus libertatem arguor sperasse Romanam. De consol._, I, prosa
4. E pure si svela l’animo ardente di libertà del Romano allorquando
esclama: _nam quae sperari reliqua libertas potest? atque utinam
posset ulla!_ — Il Gibbon gli pone in bocca le parole di Canio: _Si
ego scissem, tu nescisses_, ma è errore; imperocchè Boezio dica ciò
solo che avrebbe risposto come Giulio Canio, se egli avesse accolta una
qualche speranza.

[306] Le due testimonianze più valide sono date dall’ANON. VAL., p. 87:
_inaudito Boethio, protulit in eum sententiam_ e da PROCOP., _De bello
Goth._, I, 1, sulla fine: ἀδίκημα — ὅτι δὴ οὔ διερευνησάμενος, ὥσπερ
εἰώθει, τὴν περὶ τοῖν ἀνδροῖν γνῶσιν ἤνεγκε.

[307] ANAST., _Vita Johann._ I; ANON. VALES., _Histor. Misc._

[308] Il Rescritto di Atalarico al Senato (_Var._, lib. VIII, 15) dice:
_oportebat enim arbitrio boni principis obediri, qui quamvis in aliena
religione, talem visus est pontificem delegisse_. Anche il Muratori, il
quale timidamente condanna l’usurpazione di Teodorico, a quell’elezione
del Pontefice dà nome di _comandamento_. Più tardi, i Pontefici, come i
Vescovi tutti, dovevano pagare una certa somma per ottenere la conferma
della loro dignità: così si pare dai casi di elezioni controverse in
cui la causa era decisa dal Principe. Il Papa pagava 3000 solidi, altri
Patriarchi 2000, i Vescovi delle città minori 500 solidi. _Var._ lib.
IX, 15.

[309] ANON. VALES., verso la fine.

[310] PROCOP., _De bello Goth._, I, 1.

[311] JORNAND., _De reb. Get._, verso la fine.

[312] S. GREGOR., _Dial._, IV, c. 30.

[313] Il patrizio Decio ai tempi di Teodorico, diè opera
all’asciugamento delle paludi Decemnoviche. Si vedano in tale proposito
i Rescritti, _Var._, lib. II, 32, 33. Ma i meriti di Teodorico furono
superati da Pio VI colla costruzione della _Linea Pia_. Le iscrizioni
furono rinvenute in due esemplari, nell’anno 1743, presso a Terracina
lungo la Via Appia. Leggonsi nel GRUTER a pag. 152. Le estensioni
sono indicate colle parole: _Decemnovii Viae Appiae id est a trib (sc.
tribus tabernis) usq. Terracinam_, etc., per la qual cosa ascendevano,
secondo il computo del CLUVER, a trenta miglia circa. Si consulti il
BERGIER, _Histoire des grands chemins_ etc., L. II, c. 26, p. 214.
Il CONTATORE (_de Histor. Terracinensi_, Roma, 1706), fa a pag. 11 un
cenno storico degli asciugamenti di quelle paludi Pontine.

[314] Il GIANNONE, nella sua _Storia di Napoli_, gli tributò lode più
alta che non abbiano fatto il Vescovo di Pavia e Cassiodoro. È degno di
nota ciò ch’egli dice al Lib. III, § 3: «Ai Goti e non già ai Romani
noi andiamo debitori della costituzione di alcune magistrature che
esistono ancora nel nostro reame, come della costumanza di spedire in
ogni città governatori e giudici». — Anche il BARONIO tributa lodi al
Re goto, dandogli nome di: _Saevus barbarus, dirus tyrannus, et impius
Arianus_. Per quello che si riferisce all’amore di Teodorico per le
arti, leggesi una dissertazione erudita nell’AGINCOURT, l. c., I, c. 8.

[315] PROCOP., _De bello Goth._, I, 2; CASSIOD., _Var._, XI, 1:
_Jungitur his rebus, quasi diadema eximium, impretiabilis notitia
litterarum_.

[316] _Gothorum laus est civilitas custodita. Var._, lib. IX, 14.

[317] _Var._, lib. IX, 21.

[318] _Var._, lib. X, 7.

[319] Teodorico diceva: _Romanus miser imitatur Gothum: et utilis
Gothus imitatur Romanum_, ANON. VAL., 61. L’illustre CESARE BALBO,
mosso da carità di patria, altera il senso chiarissimo di questo passo
traducendolo di questa guisa: _un Romano povero s’assomiglia ad un
Goto, ed un Goto ricco a un Romano. Storia d’Italia_, I, c. 11, p. 89.

[320] _Convenit gentem Romuleam Martios viros habere collegas. Var._,
VIII, 10.

[321] Ciò si pare manifestamente dalla lettera di Atalarico a Giustino,
in cui annuncia il suo avvenimento al trono (_Var._, lib. VIII, 1), e
lo confermano le monete di quell’epoca, avvegnachè quelle coniate sotto
di Atalarico, di Teodato, di Vitige e di Totila portino da un lato la
imagine di Giustiniano e dall’altro la sola scritta D. N. ATHALARICUS
REX, D. N. THEODATUS REX, ec. Si consulti il MURATORI, _Dissertaz._ 27.

[322] _Var._, VIII, 24. Il MURATORI pone questa legge all’anno 528.
Il SAINT MARC (_Abregé chronologique de l’histoire d’Italie_, p. 62)
dice a tale proposito: _c’est sur cette condescendance des grinces
pour un État infiniment respectable en lui même, que dans la suite les
Ecclésiastiques ont prétendu qu’ils étaient de Droit divin exemts de la
jurisdiction séculaire_.

[323] ANAST., _Vita s. Felicis IV: hic fecit basilicam SS. Cosmae et
Damiani martyrum in urbe Roma, in loco qui appellatur Via Sacra juxta
templum urbis Romae_ (e la lezione di un Codice aggiunge _vel Romuli_).

[324] PRUDENT., _In Symm._, I, 219. La storia di questa illustre chiesa
fu scritta da BERNARDINO MEZZARDI monaco francescano: _Disquisitio
historica de s. martyr. Cosma et Damian._ etc., Roma, 1747. Merita
di essere letta quantunque sprovveduta di lume di critica. L’autore
accoglie opinione che fosse tempio di Romolo e di Remo. Nei _Mirabilia_
è detto: _s. Cosmatis ecclesia, quae fuit templum Asyli_.

[325] Nel catalogo delle chiese di Roma che furono di templi pagani
volte a culto cristiano, dato dal MARANGONI (_Cose gentil._ ec., c.
52), la chiesa dei santi Cosma e Damiano è la seconda, laddove il primo
posto sia attribuito a quella di santo Stefano. La chiesa è contigua
alle ruine di un antico edificio, e posteriormente all’oratorio _della
Via Crucis_ trovasi una bellissima muraglia di marmo peperino. Ora
apparteneva questo muro ad un qualche tempio? oppure si stendeva
intorno al foro di Cesare? Sarebbe utile cosa che qui si facessero
degli escavi. Giova far cenno che nell’antico tempio rotondo una parete
era rivestita di un basso rilievo in marmo che rappresentava la pianta
antica della Città: oggidì quello è infitto nella parete della scala
del Museo capitolino.

[326] Dei Seniori non si vedono oggidì che due sole figure in parte
cancellate all’estremità dell’arco, e degli Evangelisti mancano le due
figure estreme. Se ne vede la copia nel CIAMPINI, _Vet. Mon._, II, 7.

[327] La mano che tiene la corona d’alloro oggidì è scomparsa.

[328] La figura di Felice IV appartiene ai tempi di Alessandro VII che
operò dei restauri in quei musaici: è probabile che si compiesse dietro
una copia della figura originale. All’antico disegno, cancellatosi ai
tempi di Gregorio XIII, erasi sostituita la imagine di Gregorio Magno,
finchè finalmente il cardinale Francesco Barberini ripose al suo posto
quella di Felice IV. Si consulti l’UGONIO, p. 178, e la _Descriz. della
Città_ del BUNSEN e del PLATNER, III, 1, p. 366.

[329] L’erudito GIOVANNI MARANGONI (canonico di Anagni, che viveva
verso la metà del secolo XVIII, e che insieme al BOLDETTI ha merito
di diligente illustratore delle catacombe di Roma) nella sua opera:
_Delle cose gentilesche_ etc., parla in un bel capitolo (nel XXXV)
dell’aureola dei Santi. Egli ci fa conoscere che quell’emblema di
gloria ch’era attribuito ad Apollo ed agli Imperatori deificati, era
dato nelle catacombe ai Martiri già prima dei tempi di Costantino.

[330] Nelle monete di Faustina _senior_ e di Faustina _junior_, è
rappresentata una figura di donna che nella destra tiene un globo su
cui posa la fenice coronata di una stella (VAILLANT, _Numismata_, II,
175 e III, 132). In una bella moneta, coniata sotto di Costantino,
mirasi Crispo, figlio di lui, che sta innanzi al padre seduto, e che
gli porge il globo colla fenice. Una moneta di Costantino il giovane
rappresenta l’Imperatore che tiene il globo colla fenice nella destra
mano, e il labaro col monogramma di Cristo nella sinistra (VAILLANT,
III, 247).

[331] La iscrizione suona così:

    _Aula Dei claris radiat speciosa metalli_
      _In qua plus fidei lux pretiosa micat._
    _Martyribus medicis populo spes certa salutis_
      _Venit, et ex sacro crevit honore locus._
    _Obtulit hoc donum Felix antistite dignum_
      _Munus ut aetherea sumat in arce poli._

[332] _Var._, Lib. IX, 16. Epistola di Atalarico a papa Giovanni, IX, 5.

[333] _Var._, Lib. IX, 17.

[334] Lettere di Amalasunta e di Teodato, che annunciano l’avvenimento
al trono: _Var._, Lib. X, 1, 2.

[335] PROCOPIO narra di tutti questi avvenimenti nell’incominciamento
della sua _Storia della guerra gotica_.

[336] MURATORI, _Annal._, ad ann. 534, 541, 566. — BARONIO e PAGI,
ad ann. 541. — PAGI, _Dissertatio Hypatica_, Lugdun., 1682, p. 301. —
PROCOP., _Hist. Arcan._, c. 26. — ONUPH. PANVINII, _Commentar. in_ lib.
III _fastor._, p. 310. — Dal 541 al 566, quei venticinque anni furono
designati dal loro numero _post consul. Basilii_.

[337] PROCOP., _De bello Goth._, I, 6: ἔν Ἀλβανοῖς. Siccome qui non può
essere altro che Albano, si pare che Teodato fosse allora in Roma, nè
già, come afferma il Muratori, in Ravenna: imperocchè la via che di qui
conduce a Bisanzio non passi per Albano. Anche il Gibbon cadde nello
stesso errore. — Dell’antica Alba Longa rimanevano ai tempi di Plinio
alcuni ruderi. In qual tempo Albano (che sorge là dov’era la villa di
Pompeo) fosse edificata, non sappiamo. Ebbe origine da una stazione
militare. I suoi Vescovi cardinali rimontano ad epoca remota. Vedi
l’UGHELLI, _Italia Sacra_, I, p. 248, _sq._

[338] La narrazione che dà Procopio di quella conferenza è così ingenua
che reca in sè l’impronta della verità.

[339] _Var._, Lib. XI, 13.

[340] _Habui multos Reges sed neminem hujusmodi litteratum._ Lode ben
meravigliosa, se si pensi che Roma la indirizza ad un barbaro!

[341] LIBERATO, diacono di Cartagine, nel _Breviar._, c. 21.

[342] Ciò desumo dalle _Var._, lib. X, 13: _quod praesentiam vestram
expetivimus, non vexationis injuriam.... tractavimus. Certe munus est,
videre principem_, etc.

[343] Così traduco, perocchè sieno da intendersi i Goti sotto nome
di _gentis_. — _Numquid vos nova gentis facies ulla deterruit? Cur
expavistis, quos parentes hactenus nominastis? Var._, lib. X, 14.

[344] _Var._, lib. X, 13. _Sed ne ipsa remedia in aliqua parte
viderentur austera, cum res poposcerit aliquos ad nos praecipimus
evocari: ut nec Roma suis civibus enudetur, et nostra concilia viris
prudentibus adjuventur._

[345] È il seguente passo importante che leggesi nelle _Var._, lib. X,
18: _quos tamen locis aptis praecipimus immorari: ut foris sit armata
defensio, intus vobis tranquilla civilitas_; e più in là: _defensio vos
obsidet, ne manus inimica circumdet_.

[346] ANAST., _Vita s. Agapeti_: e di questa ambasceria si trae
notizia anche dalle _Var._, lib. XII, 20. Gravi difficoltà si sollevano
soltanto intorno alla cronologia.

[347] _Var._, lib. XII, 20. Cassiodoro ordinava agli _arcarii_, Tommaso
e Pietro, di restituire al tesoro del san Pietro gli arredi avuti
in pegno, e ne dava lode alla liberalità del Re. Il Principe ariano
non reputava che fosse necessario di dare al Pontefice suo legato la
moneta necessaria alle spese di viaggio. — È prezzo dell’opera che
si leggano le lettere di pace che Teodato e Gudelinda, moglie di lui,
indirizzavano a Giustiniano ed a Teodora: la loro viltà muove schifo
oggidì ancora nell’animo del leggitore.

[348] PROCOPIO riporta le lettere di Teodato e di Giustiniano, le quali
sono ambidue degne di nota.

[349] πόλιν τὲ μικρὰν οἰκοῦμεν, diceva il napoletano Stefano a
Belisario. Procopio dà una bella descrizione del saccheggio e della
presa di Napoli, ma egli mitiga il racconto delle stragi avvenute dopo
la sua caduta.

[350] Γότθοις δὲ ὅσοις ἀμφί τὲ Ῥώμη καὶ τὰ ἐκείνη χωρία. PROCOP., _De
bello Goth._, I, 11.

[351]

                   _qua limite noto_
    _Appia longarum teritur regina viarum._
            STATIUS, _Silv._, II, 2, v. 11.

[352] _De bello Goth._, I, 44.

[353] Procopio dice chiaramente che la Via Appia si stendeva fino a
Capua; eppure quella strada continuava fino a Brindisi. Si consulti la
profonda dissertazione del NIBBY (_Delle vie degli antichi_) che forma
la maggior parte del volume IV dell’opera del NARDINI.

[354] L’_Itinerarium Antonini_ fa menzione delle seguenti Stazioni
della Via Appia: _Ariciam M. P. XVI. — Tres Tabernas M. P. XVII. —
Appi Forum M. P. XVIII. — Terracinam M. P. XVIII. — Fundos M. P. XVI.
— Formiam M. P. XIII. — Minturnas M. P. IX. — Capuam M. P. XXVI_. —
Ai tempi di Teodorico esistevano sulle strade principali le poste già
istituite dagli Imperatori, come si pare dalle _Var._, lib. I, 29; V,
5. Ed erano emanate leggi a vietare il malo trattamento ai cavalli, che
è pure onta degl’Italiani d’oggidì.

[355] Intorno a Regeta ed al canale, si consulti il Capo XII della
_Descrizione della Campagna romana_ del WESTPHAL, tedesco dei nostri
tempi erudito negli studî topografici, il quale, simile ad un guerriero
d’animo fervente nella sua missione, moriva sopra una strada di
Sicilia. — Procopio, parlando di Terracina fa menzione del capo di
Circe e della sua figura onde appare simile ad isola: io penso con
dolcissima ricordanza al momento in cui da Astura godei della vista di
quel promontorio.

[356] ἔς ἔδαφος τὲ ὕπτιον ἀνακλίνας ὥσπερ ἱερειόν τὶ ἔθυσεν. PROCOP.,
I, 11.

[357] _Universis Gothis Vitiges Rex. Var._, lib. X, 31.

[358] _Var._, lib. X, 32, 33, 34.

[359] La Via Latina, a cagione della contrada ch’essa percorreva tra i
monti Volsci e gli Abruzzesi, era la più bella strada della Campania.
Innanzi a porta Capena essa si staccava dalla Via Appia, e passando
da porta Latina, si stendeva al di sotto di Anagni, di Ferentino, di
Frosino, e, traghettato il Liri, giungeva a Capua dopo di avere riunite
a sè la Via Labicana e la Via Prenestina. Per uno spazio di nove miglia
dalla porta è oggidì affatto distrutta: più in là se ne scoprono alcuni
avanzi.

[360] Vedonsi oggidì ancora i begli avanzi della porta Asinaria, presso
porta san Giovanni. Una via laterale che si volgeva a diritta conduceva
dalla porta alla grande Via Latina.

[361] MARCELL. COMES dice che la Città fu presa dai Barbari sotto
il consolato di Basilisco e di Armato (anno 476): essa fu ripresa
nell’anno 536: se si creda ad EVAGRIO, addì 9 di Dicembre (Vedi Cardin.
NORIS, _Dissertatio Histor. de Synodo quinta_, p. 54. Patavii 1673).

[362] Il GIBBON fu indotto in errore da Procopio allorchè dice, che i
Goti passassero da ponte Milvio. Il Greco non iscambia in questo passo
soltanto (I, c. 17) il Tevere per l’Anio. Ma siccome Vitige, lasciato
Narni da un lato, passava da Sabina, egli si pare ch’egli movesse sulla
sponda sinistra del Tevere e lo traghettasse da ponte Salaro.

[363] PROCOP., _De bello Goth._, 18. I Greci, dic’egli, chiamavano il
cavallo Phalion, i Goti Balan.

[364] Così spiego la frase: ἔς τίνα γεώλυφον. È il territorio montuoso
su cui s’alzano oggi la Villa Borghese e la Villa Poniatowsky, e che si
stende fino all’_Aqua Acetosa_.

[365] Βανδαλάριος: ancora nel medio evo i Romani usavano del nome di
_Banderario_.

[366] Nessuna dubbiezza s’eleva sulle prime tre porte: la Nomentana
fu fatta abbattere da Pio IV che vi eresse invece la porta Pia. È
controverso se le porte Tiburtina e Prenestina, corrispondano alle
odierne porte di san Lorenzo e Maggiore: i Topografi hanno avviluppata
questa ricerca in un labirinto di ipotesi.

[367] PROCOP., _De bello Goth._, I, c. 19, dice: τήν τε Αὐρηλίαν
(ἤ νῦν Πέτρου ecc.) καὶ τὴν ὑπὲρ τὸν ποταμὸν Τίβεριν, donde si pare
manifestamente che porta Aurelia era al di qua del ponte. A c. 18,
egli aveva già fatta menzione della porta Transteverina: ἤ ὑπὲρ ποταμὸν
Τίβεριν Παγκρατίου ἀνδρὸς ἁγίου ἐπώνυμος οὖσα. Già prima del tempo di
Procopio la costumanza cristiana del popolo aveva private dell’antico
nome le porte di Roma, appellandole da quello delle basiliche erette
in vicinanza. Me ne persuade la _Cosmographia_ del così detto AETHICUS
(ed. GRONOV., _Lugdun._, 1696), che appartiene agli ultimi tempi dello
Impero. Egli chiama già: _divi Apostoli Petri portam_, e dice: _intra
Ostiensem portam quae est divi Pauli Apostoli_ (p. 40, 41).

[368] τραγῳδοὺς καὶ μίμους καὶ ναύτας λωποδύτας: bel rimprovero in
bocca d’un rozzo duce goto di nome Vacis. Leggesi in PROCOP., I, c. 18.

[369] Io numerava jeri cinque molini natanti sul Tevere tra ponte Sisto
e il ponte dell’isola Cestia. Il FABRETTI (_de aquis et aquaed._, diss.
III, p. 170) mosse un’acuta critica a Belisario ed a questi molini,
dimostrando le ragioni del danno che recano. Io posso narrare che nella
primavera dell’anno 1856, in una piena impetuosa del fiume, un molino
era trascinato contro il ponte Cestio e ne recava grave danneggiamento
al parapetto.

[370] Il NARDINI (II, p. 17) afferma che il luogo ove fu dato l’assalto
e dove era il Vivario fosse in vicinanza all’Anfiteatro castrense,
accosto a porta Maggiore. Il NIEBUHR invece (in BUNSEN, I, 658) difende
l’opinione del PIALE contro il NIBBY, sostenendo cioè che all’antica
porta Prenestina corrisponda oggidì porta san Lorenzo. Egli ne trae
argomento dal fatto, che FLAMINIO VACCA dà nome di Prenestina ad una
via che parte di porta san Lorenzo. Ed io trovo che FLAMINIO determini
porta san Lorenzo per l’antica Prenestina, avvegnachè egli narri (n.
15 delle _Memorie_), che presso a porta san Lorenzo furono rinvenute
parecchie urne sepolcrali gotiche, e dica di aver letto che in quel
luogo i Goti avevano tocca una grave sconfitta. Le notizie date dai
Romani di quei tempi che s’appoggiavano alla tradizione, mi sembrano
meritevoli di fede. Primo di tutti l’Anonimo di Einsiedeln determinò
che porta Maggiore fosse l’antica Prenestina.

[371] PROCOP., I, 23. A cagione di questa credenza, egli aggiunge,
quel muro è lasciato anche oggidì nella sua condizione antica senza
restauro. — Non v’ha dubbio che il Muro Torto corrisponda all’antico
_Murus ruptus:_ il Padre ESCHINARDI (_Dell’agro Romano_, p. 286)
accoglie la giusta opinione che fosse così malconcio per opera di un
terremoto. Pio IX fè restaurare bellamente le mura che s’alzano sotto
monte Pincio, ma il Muro Torto non fu tocco.

[372] La porta Janiculense è già da Procopio appellata Pancraziana,
ma nel secolo IX l’Anonimo di Einsiedeln la chiamava Aurelia dal nome
dell’antica via. Egli dice: _a Porta Aurelia usque Tiberim_, etc.

[373] Il BUNSEN dice che il diametro della torre fosse di 329 palmi,
e la periferia di 1033 palmi: la base deve essere stata alta 15. Dopo
la descrizione di Procopio è importante quella che ne dà, quantunque
si abbandoni a fantasticherie, il canonico PIETRO MALLIO nella sua
_Hist. Bas. s. Petri_, c. 7, n. 131, che trovasi nei Bollandisti,
_Acta ss. Junii_, T. VII, p. 50. — Il LABACCO, il PIRANESI, l’HIRT, il
CANINA, nelle loro investigazioni danno soltanto delle belle dipinture.
La storia del Castello fu scritta dal FEA, _Sulle rovine di Roma_;
dal DONATO, _Roma vetus ac recens_, IV, c. 7, e dal VISCONTI, _Città
e famiglie antiche_, Sec. II, p. 220, _sq._ — Quest’ultimo avrebbe
dovuto giustificare la sua asserzione priva di fondamento che Alarico
saccheggiasse il mausoleo e distruggesse l’urna sepolcrale di Adriano.
Avrò spesse volte occasione di tornare a discorrere di questo sepolcro,
della memoria di Adriano nel medio evo: e mi converrà annodare la
narrazione delle sorti di quell’edificio ai tempi che è mio cómpito di
descrivere.

[374] Ecco nell’originale questo passo importante di PROCOPIO, I,
22: τοῦτον δὴ τὸν τάφον οἴ παλαιοὶ ἄνθρωποι (ἐδόκει γὰρ τῇ πόλει
ἐπιτείχισμα εἶναι), τειχίσμασι δύο ἔς αὐτὸν ὑπὸ τοῦ περιβόλου διήκουσι
μέρος εἶναι τοῦ τείχους πεποίηνται.

[375] Il FEA (p. 385) accoglie senza fondamento opinione che Teodorico
comprendesse il sepolcro di Adriano entro le fortificazioni. TEODORICO
DI NIEM (_De Schism. Papistico_, lib. III, c. 10, p. 63) dice che a’
tempi di Ottone il grande, il Castello _carcer Theodorici vocabatur_. —
Esso è chiamato: _Domus Theodorici_ dall’Annalista SAXO, ad ann. 998.

[376] Il PANVINIO (_Resp. Rom._, C., p. 113, _sq._) afferma
erroneamente che s’alzassero mura nel Borgo, alle quali si unissero le
due muraglie di congiunzione. Anche l’ALVERI (_Roma in ogni stato_,
II, p. 114) pone la porta Aurelia presso il portico del san Pietro.
Il NARDINI, I, p. 90, ammette che esistesse la congiunzione delle mura
col sepolcro. Ma tutte queste cose sono involte in tanta oscurità nel
racconto di Procopio, che mettono a disperazione gli Archeologi. Cfr.
BECKER, I, p. 196, e NIBBY, _Mura di Roma_, c. VII.

[377] L’Anonimo di Einsiedeln appella tutt’insieme questa porta, la
mole di Adriano e la sua fortezza col nome di _porta sancti Petri in
Hadrianeo_, e ne enumera 6 torri, 164 _propugnacula_ ossia parapetti,
14 grandi feritoie e 19 feritoie minori. Procopio non fa cenno di
questa porta; ma egli s’è dimenticato di parlare del ponte, ed appena
è che si ricordi del fiume. Egli non parla neppure del ponte trionfale,
perchè esso era già distrutto.

[378] PROCOP., I, 22. Dovremo farne ancora menzione parlando di Adriano
I. Nel medio evo tutto il borgo aveva nome di _Porticus_ o _Portica s.
Petri_.

[379] Allorquando, a’ tempi di Alessandro VI e di Urbano VIII, si
tramutò interamente il mausoleo in castello, negli escavi delle fosse
si rinvenne il celebre Fauno dormente guasto da parecchie mutilazioni,
ed il busto colossale di Adriano. — Narra Tacito che Sabino, fratello
di Vespasiano, difese sè stesso sul Clivo Capitolino dai Vitelliani,
dietro un paratio formato di statue: _Sabinus — revulsas undique
statuas, decora Majorum, in ipso aditu vice muri objecisset_ (_Hist._,
III, 71). È questo il primo esempio di vandalismo di simil genere, e lo
compierono Romani antichi.

[380] Le canzoni che i Goti cantavano innanzi a Roma, morirono
sventuratamente col loro popolo. Una sola di quelle avrebbe ai dì
nostri inestimabile pregio.

[381] PROCOPIO (I, 24) esprime quella profezia colle parole: ἦν τὲ
υἴοιμεν ζὲ καὶ ιβένυω, καὶ κατένησι γῤ σοενιπιήυ ἔτι σὸ πιαπίετα. Egli
opina però che gli oracoli sibillini trovassero conferma e spiegazione
soltanto dall’esito degli avvenimenti. Non mi fu dato di ricavare
notizie dai frammenti degli oracoli sibillini dell’OPSOPEO, che a pag.
483 riporta il passo antedetto.

[382] PROCOP., I, 25: ἔχει δὲ τὸν τεὼν ἐν τῇ ἀγορᾷ πρὸ τοῦ βουλευτηρίου
ὀλίγον ὑπερβάντι τὰ τρία φᾶτα. οὖτω γὰρ Ῥωμαῖοι τὰς μοίρας νενομίκασι
καλεῖν.

[383] Tale spiegazione è data dietro un passo di Plinio (34, 5) da
CARLO SACHSE: _Gesch. und Beschr. der alten Stadt Rom._, Hann., 1824,
I, p. 700, n. 775. — Lo segue il BUNSEN, III, 2, p. 120. — Il NIBBY
(nelle sue annotazioni al NARDINI, II, p. 216, il quale ne dà una
spiegazione poco soddisfacente) determina giustamente che il tempio
di Giano fosse collocato presso il _Secretarium_ del Senato. Il Giano
Gemino era in origine la porta Januale che aprivasi nelle mura antiche
della Città. Se ne vede la figura sopra una moneta coniata ai tempi
di Nerone coll’iscrizione: _S. C. Pace Pr. Terra Mariq. Parta. Janum.
Clausit_. L’antica costumanza romana si svela sotto altra forma in Roma
cristiana, nell’usanza di aprire e di chiudere le porte sacre di alcune
basiliche in occasione del Giubileo.

[384] Ne trovo conferma in un antico litografo romano del secolo V
(Tom. III, _Classicor. Auctor. e Vat. Cod._, editi dal cardinal MAI,
_Mythographus_, I, p. 40). Dopo di aver dato spiegazione «_de tribus
furiis vel Eumenidibus_» prosegue:

                        110. _de tribus fatis_.

_Tria fata etiam Plutoni destinant. Haec quoque destinant. Haec
quoque Parcae dictae fer antiphrasin, quod nulli parcant. Clotho colum
bajulat, Lachesis trahit, Atropos occat. Clotho graece, latine dicitur
evocatio; Lachesis, sors; Atropos, sine ordine._

[385] I due inni furono letti dal NIEBUHR in un manoscritto della
biblioteca Vaticana, e furono da lui publicati nel _Rhein_. _Mus._,
III, p. 7, 8. Egli ne riferisce l’origine agli ultimi tempi dello
Impero. La glossa _de tribus fatis_ riportata di sopra si accorda
mirabilmente col primo inno. Essa contiene l’istessa frase: _Clotho
colum bajulat_, ed io credo che, se non ne sia autore lo stesso
Mitografo, sieno almeno ambedue scritture dello stesso tempo, del
secolo V. — L’inno mondano sembra che fosse indiritto ad una statua di
Venere: nel verso «_Furis ingenio non sentias dolum_» credo di vedere
espresso il timore di predoni di statue, ed imagino che fosse un inno
di duolo che un Romano volgesse ad un simulacro suo diletto. Assai
oscura è l’ultima strofa. Del resto eranvi Pagani ai tempi ancora di
Teodorico (_Edictum Theodorici Regis_ CVIII, nelle _Op_. CASSIODORI).
Nè havvi dubbio che fossero alcuni Pagani anche in Roma, quando pure
il tentativo di aprire le porte del tempio di Giano possa essere stata
opera di alcuni giovani, la cui fantasia fosse accesa di rimembranze
dalla pugna combattuta.

[386] στρατιώτας τε καὶ ἰδιώτας ξυνέμιξε. Egli è questo il titolo
onorevole accordato ai Romani. PROCOP., I, 24.

[387] Sonavansi alcuni organi sulle mura. Doveva essere uno spettacolo
meraviglioso. Nè saranno mancati inni con rimembranze antiche cantati
dalle genti di guardia. — Nell’anno 924 quando il popolo di Modena
vegliava in armi contro gli Ungheri assalitori, i cittadini cantavano
un loro bell’inno in buon latino:

    _O tu, qui servas armis ista moenia_
    _Noli dormire, moneo, sed vigila._
    _Dum Hector vigil extitit in Troja_
    _Non eam cepit fraudulenta Graecia_ ec.

MURATORI, _Dissert._ 40, e OZANAM, _Docum. inédits_ etc., p. 68, 69. La
purezza della lingua induce a credere che quell’inno sia assai antico,
e nel ritmo e nel suono è simile ai due canti del NIEBUHR.

[388] Il testo di ANASTAS., _Vita s. Silverii_ narra con ingenuo
discorso: _Et ingresso Silverio cum Vigilio solo in Manseolum, ubi
Antonina patricia jacebat in lecto, et Belisarius patricius sedebat ad
pedes ejus_ etc.

[389] LIBERATUS DIAC., nel _Breviar._, c. 22, narra distesamente la
storia di Silverio. Egli racconta che la morte di lui avvenisse in
Palmarola (secondo altri in Ponza) e che ne fosse reo Vigilio. Intorno
alla Cronologia si consulti il JAFFÉ, _Regesta Pontif. Rom._, p. 75,
76.

[390] Il NIBBY (_della Via Portuense e dell’antica città di Porto_,
Roma, 1827) ha sul porto dei Romani un erudito lavoro che io ho
seguito. Si consulti anche il suo _Viaggio di Ostia_, e le ricerche del
FEA e del RASI, intorno al porto di Ostia e di Fiumicino.

[391] Così ne scrive l’appellato AETHICUS (ed. Gronov., p. 41): _Insula
vero, quae facit intra urbis portum et Ostiam civitatem, tantae
viriditatis amoenitatisque est, ut neque aestivis mensibus neque
hyemalibus pasturae admirabiles herbas dehabeat. Ita autem vernali
tempore rosa, vel caeteris floribus adimpletur, ut prae nimietate sui
odoris et floris insula ipsa Libanus almae Veneris nuncupetur_.

[392] Quest’importante descrizione di Ostia e di Porto è data da
PROCOPIO, I, c. 26. Giova consultare CASSIODORO, _Var._, lib. VII,
9. _La Tor’ Bovaccina_, che è una torre del medio evo la quale s’alza
sulla sponda del fiume, determina oggidì l’estremo confine dell’antica
Ostia. Tutto il territorio è una regione selvaggia e deserta, di stile
grandioso, che inondata dalle acque induce tristezza nell’animo. — Si
veda anche CLUVER, _Ital. Antiqua_, III, p. 870, _sq._

[393] Procopio narra che durante l’assedio si dessero sessantanove
combattimenti.

[394] I nomi di quegli acquedotti non ci furono conservati da Procopio.
Dalle carte del FABRETTI, _De Aquis et Aquaed._, Tav. I, si pare che
ivi potessero incontrarsi l’acquedotto Claudio ed il Marcio.

[395] Il san Paolo non era allora peranco difeso dalla fortezza che vi
fu eretta soltanto nel secolo IX. PROCOP., II, 4: ἐνταῦθα ὀχύρωμα μὲν
οὐδαμῆ ἔστι, στοά δέ τὶς ἄχρι ἔς τὸν νεὼν διήκουσα ἔκ τῆς πόλεως, ὄλλαι
τὲ πολλαὶ οἰκοδομίαι ἁπ’ αὐτῶν οὗσαι οὔκ ἒυφοδον ποιοῦσι τὸν χῶρον.

[396] Esiste un Editto di Teodorico in 154 articoli, che è un cattivo
riassunto degli ordinamenti legislativi romani, come narra il SAVIGNY.

[397] La Cronologia di Procopio è inesatta nella parte che riguarda
il secondo ed il terzo anno della guerra. Laddove secondo il suo
computo dovrebbe accogliersi il dato della primavera ossia dell’Aprile
dell’anno 535, è manifesto che Vitige partisse nella primavera del
538, ossia dopo la fine del terzo anno della guerra. Il cardinal NORIS
(_Dissert. hist. de Syn._ V, p. 54) rimprovera a Procopio di aver
confuso insieme il secondo col terzo anno di guerra: io trovo però che
dopo il terzo anno egli si restituisce nell’esattezza coi suoi computi.

[398] Il MURATORI sostiene con sana opinione contro il PAGI che questo
avvenimento succedesse verso la fine dell’anno 539. _Annal._, ad ann.
340. — _Dissert._ 32.

[399] ANASTAS., _Vita Vigilii_. — Il MABILLON (_Iter. Ital._, III, p.
77) vide nel Museo Landi in Roma, nell’anno 1685, uno scudo votivo in
bronzo di Belisario, _Vitigem regem supplicem exhibens_.

[400] Il cognome di Totila era Baduela, come si pare anche dalle
monete coll’iscrizione: D. N. BADUILA REX, e come lo chiamano anche la
_Histor. Misc._ e Giornande. — Anastasio scrive Badua o Badiulla.

[401] _Multa mala facis, multa fecisti, jam ab iniquitate compescere.
Equidem mare transiturus es, Romam ingressurus, novem annis regnabis,
decimo morieris. Hist. Misc._, XVI, p. 458, e _Annal. Benedict._, nel
MABILLON, ad ann. 541, T. I, p. 97.

[402] PROCOP., _Hist. Arcana_, c. 26.

[403] Gravi difficoltà s’incontrano nella cronologia, poichè il
continuatore della Cronica di MARCELL. COM., sembra accogliere l’anno
544 per la caduta di Napoli. Ma il MURATORI sostiene invece che
avvenisse nel 543, e anche il PAGI afferma che Totila in quest’anno
movesse contro Roma.

[404] PROCOP., III, 9.

[405] PROCOP., III, 10.

[406] Nella cronologia io seguo il MURATORI, il PAGI e PROCOPIO, nè
mi vi sconforta il cardinal NORIS (_Dissert. Hist. de Syn._ V, p. 54).
PROCOPIO narra che Roma fosse cinta d’assedio nell’undecimo anno della
guerra (quindi 545-546). Il GIBBON pone il Maggio dell’anno 546, ma
non riesce a dimostrare che avvenisse in quel mese. Il BARONIO, sulla
fede del continuatore di Marcellino, di Mario Aventic. e di Teofanio,
accoglie l’anno 547, ma il MURATORI ne combatte l’opinione.

[407] Ricavo questa notizia dal _Dial._ III, c. 5, di S. GREGORIO dove
dice di Totila: _Ad locum, qui ab octavo hujus urbis milliario Merulis
dicitur, ubi tunc ipse cum exercitu sedebat_. Oggidì ancora quel luogo
ha nome di _Campo di Merlo_. Narra Gregorio che Totila vi avesse fatto
venire Cerbonio vescovo di _Populonium_, il quale aveva celati alcuni
soldati greci, e che poi in uno spettacolo (probabilmente dopo la presa
di Roma) lo avesse dato in balia di un orso, il quale vi passò innanzi
sprezzandolo.

[408] PROCOP., _Hist. Arcana_, c. 1, e LIBERAT. DIACON., _Breviar._, c.
22.

[409] Dovevano essere condannati Teodoro di Mopsuestia, i libri di
Teodoreto di Ciro contro i XII Capitoli di san Cirillo, e una lettera
di Iba di Edessa.

[410] ANASTAS., _Vita Vigilii_.

[411] ANASTAS., _in Vigilio: videntes Romani, quod movisset navis, in
qua sedebat Vigilius, tunc populus coepit post eum jactare lapides,
fustes et cacabos, et dicere: fames tua tecum, mortalitas tua tecum:
male fecisti cum Romanis, male invenias ubicumque vadis_. Avvenimento
straordinario, a cui fu somigliante come copia a originale l’altro
succeduto ai tempi di Eugenio IV, novecento anni più tardi. Ne dubitano
il BARONIO, il PAGI, il MURATORI, non già il PLATINA. È impossibile al
Cronista di trovare notizie delle circostanze particolari del fatto.
Si paragoni anche la _Vita Vigilii ex_ AMALRICO AUGERIO (MURATORI,
_Script._, III, 2, p. 51).

[412] _Continuat. Marcell. Com._, ad ann. 547: _Totila dolo Isaurorum
ingreditur Romam die XVI Kal. Januarii_. — ANAST., _in Vigilio_,
afferma che i Goti penetrassero per porta san Paolo (tuttavia Procopio
è testimonio che merita fede maggiore): _Die autem tertiadecima
introivi in civitatem Romanam indict. 14 per portam s. Pauli_; e questo
deesi riferire alla seconda presa di Roma al tempo di Totila. — Gli
argomenti pei quali il cardinal NORIS, p. 54, afferma che Roma cadesse
nell’anno 547, sono a ragione rifiutati dal MURATORI e dal PAGI.
Le narrazioni dei Cronisti sono di molto discordi: così, secondo i
_Fragm._ CUSPINIANI, Totila avrebbe distrutte le mura di Roma soltanto
nell’anno 548.

[413] Questo tratto di umanità è narrato da ANAST., _in Vigilio: tota
enim nocte fecit buccina clangi, usque dum cunctus populus fugeret, aut
per ecclesias se celaret, ne gladio Romani vitam finirent._

[414] Anastasio ricorda i nomi di tre patrizi, Cetego, Albino e
Basilio, che altra fiata avevano tenuto il consolato. Flavio Basilio
juniore era stato l’ultimo console nell’anno 541. Gli anni seguenti
furono segnati dal loro numero _post consulatum Basilii_.

[415] PROCOP., III, 20.

[416] _Ingressus autem Rex habitavit cum Romanis quasi pater cum
filiis._ ANASTAS., _in Vigilio_. — E Procopio ne lo loda, III, 20,
verso la fine: μέγα τὲ κλέος ἐπὶ σωφροσύνῃ ἔκ τούτου τοῦ ἔργου Τωτίλας
ἔσχε.

[417] ὑπὲρ ἀνδρῶν ἐπταικότων τὲ καὶ δεδυστυχηκότων παραιτούμενος.
PROCOP., III, 21.

[418] PROCOP., III, 22. — Non può mettersi in dubbio che la parte
delle mura, che si stende fra porta Prenestina e porta Pinciana, non
sia stata allora demolita. In quel tratto le mura sono oggidì le più
deboli, e vi si vedono restaurazioni operate nell’età di mezzo.

[419] Il savio MURATORI, _Annal._, ad ann. 546, dice: _laonde gli passò
così barbara voglia, se pure mai l’ebbe_.

[420] PROCOP., III, 22.

[421] Il Continuatore di MARC. COM., ad ann. 547, dice: _ac evertit
muros, domus aliquantas igni comburens, ac omnes Romanorum res in
praedam accepit_. — PROCOP., IV, 22: ἐπεὶ ἐμπρήσας αὐτῆς πολλὰ ἔτυχεν,
ἄλλως τε καὶ ὑπὲρ Τίβεριν ποταμόν. — IV, 33: ἐτύγχανε δὲ Τωτίλας πολλὰς
μὲν ἐμπρησάμενος τῆς πόλεως οἰκοδομίας.

[422] LEONARDO ARETINO (morto nell’anno 1444) scrisse bellamente una
storia della guerra gotica sulle orme di Procopio, intitolata: _De
bello Italico adv. Gothos_, lib. IV, che trovasi in appendice al Zosimo
dell’edizione di Basilea. Quel passo degno di nota leggesi verso la
fine del libro III, p. 333. — Le favole intorno alla rovina di Roma, e
particolarmente sulla distruzione degli obelischi operata da Totila,
sono narrate da due scrittori che trattarono degli obelischi della
Città, dal MERCATI (_Degli obelischi di Roma_, 1589) e dal BANDINI
(_De Obelisco Caes. Aug._, 1750) che giura sulla fede del primo. Ecco
un esempio del loro senno critico: GIORNANDE (_De regni success._,
MURAT., _Script._, I, p. 242) dice: _omniumque urbium munimenta_
(baluardi) _destruens_, ed il MERCATI legge _monumenta_ (monumenti!).
Tuttavia ancor più degno di biasimo è il BANDINI, il quale scriveva nel
tempo in cui un discendente dei Goti, il WINCKELMANN, dava ai Romani
insegnamenti sull’arte dell’antichità, ed illustrava la storia dei loro
monumenti.

[423] S. GREGOR., _Dialog._ II, c. 15: _Roma a gentibus non
exterminabitur, sed tempestatibus, coruscis, turbinibus ac terrae motu
fatigata, marcescet in semetipsa_. Questa profezia, dice il Pontefice,
si compiè alla lettera; e questo detto mentre da un lato discolpa i
Barbari dall’accusa, è prova del decadimento di Roma nel quale noi la
vedremo più tardi precipitare ogni dì più.

[424] Vuolsi che Algido fosse situato ov’è oggidì il castello
dell’Aglio, le cui rovine coronano la sommità di un monte in vicinanza
di Rocca Priora. Ma l’Algido di Procopio doveva essere posto altrove,
imperocchè come mai i Goti accampati sopra un monte della terra
d’Albano avrebbero potuto operare contro Porto? Il Nibby propone che
sia da leggere _Alsium_ ch’è l’odierno Palo. Vedasi la sua _Analisi
della Carta_ ec., I, p. 129.

[425] JORNAND. (_De regni success._, MURAT., _Script._, I, p. 242) dice
energicamente: _Cunctos Senatores nudatos, demolita Roma(!), Campaniae
terra transmutat_.

[426] Il Continuatore di MARCELL. COM., dice: _Post quam devastationem
XL aut amplius dies Roma fuit ita desolata, ut nemo ibi hominum, nisi
bestiae morarentur_. — PROCOP., III, 22: ἔν Ῥώμῃ ἅνθρωπον οὐδένα ἐάσας,
ἀλλ’ ἔρημον ἀυτὴν τὸ παράπαν ἀπολιπών.

[427] Per desiderio ardente di tornarsene alla città nativa, τῆς τὲ
ὲν Ῥώμῃ οἰκήσεως ἐπιθυμίᾳ dice PROCOPIO, III, 24: ed è passione, anzi
malattia antica degli uomini.

[428] A queste macchine dette τρίβολοι il GIBBON dà a torto descrizione
di trabocchetti: meglio il MURATORI le spiega per cavalli di Frisia.
Il DUCANGE nel suo _Glossar._, reputa che _tribulus_ sia lo stesso
che _trabuchetum_, macchina che scaglia sassi, locchè qui non può
accogliersi. Egli non cita il passo che si riferisce al punto di storia
di cui trattiamo, ma egli conosce la macchina da una descrizione di
VEGETIUS, 3, c. 24.

[429] PROCOP., III, 37.

[430] PROCOPIO (III, 24), per vero dire, parla soltanto dei ponti
del Tevere, e dice, che il solo ponte Milvio non sia stato distrutto,
perchè era vicino alla Città. Tuttavia possiamo persuaderci di leggieri
che fossero i ponti sull’Anio quelli che Totila distrusse, poichè
questo fiume interrompe la via che mena a Tivoli. Egli tagliò ponte
Salaro, ponte Nomentano, ed anche ponte Mammolo, ma naturalmente non
già ponte Lucano che stava al di sotto di Tivoli.

[431] ALBERTO CASSIO, il quale con somma diligenza compilò una storia
degli acquedotti di Roma, accoglie questa opinione. Vedi il suo
_Corso delle acque antiche_, Roma 1756, T. I, n. 28, p. 260. Infatti
un’iscrizione mutilata, di cui leggesi una parte che dice: _Belisarius.
Adquisivit. Anno. D_..., fu rinvenuta sopra un’arcata dell’acquedotto
presso il lago Sabbatino nelle vicinanze di Vicarello. Appresso mi
sarà data occasione di confortare quest’opinione colla testimonianza
ricavata da un passo del _Liber Pontif., Vita Honor._, che il Cassio
sembra non aver avuto sott’occhio.

[432] ANASTAS., _in Vigilio: in qua scripsit victorias suas_. E qui
è da prendersi nel significato del greco γράφειν, non già in quello
più comune di _scribere_. — Alcune iscrizioni sepolcrali del tempo
di Belisario che trovansi in Roma, sono preziose per la Storia. Il
MURATORI nel _Nov. Thes. Vet. Inscr._, p. 1852, n. 12, ne dà quella
di uno _Spatharius domini Patricii Belisar._; ed io mi feci mostrare
dai monaci di san Pancrazio in Via Aurelia i frammenti dell’iscrizione
funeraria di un tintore che il MARINI riporta nelle annotazioni ai suoi
_Pap. Dipl._, p. 251, n. 28.

[433] καὶ πανταχόθι τῆς πόλεως σῖτον ἐντὸς τοῦ περιβόλου σπείρας: passo
preziosissimo che vale a dipingerci le condizioni di Roma a quel tempo.
PROCOP., III, 36.

[434] La ricordanza del luogo ov’era situato questo campo deve essersi
conservata a lungo. Io credo di trovarne vestigio in un registro di
amministrazione ecclesiastica in cui vien fatto cenno di una _massa_
situata _juxta campum Barbaricum ex corpore patrimon. Appiae._
(_Collect._ DEUSDEDIT che trovasi nella _Breve Istor. del dom. Temp._
del BORGIA a pag. 12, nei documenti).

[435] PROCOP., IV, 21.

[436] Non v’ha alcun dubbio che il foro boario ne avesse nome; infatti
OVIDIO (_Fastor._, 6, v. 478) dice: _area quae posito de bove nomen
habet_. E vedansi TACIT., _Annal._, 12, c. 24; PLIN., II, 34, ai quali
richiamò la mia attenzione il NARDINI, _Roma Ant._, II, p. 257. — Dagli
undici epigrammi di Ausonio sulla vacca di Mirone traggo i due versi:

    _Quid me, taure, paras, specie deceptus, inire?_
      _Non sum ego Minoae machina Pasiphae._

L’Antologia greca contiene trentasei epigrammi. — Il WINCKELMANN
(_Gesch. der Kunst des Altert._, IV, vol. 9, c. 2, nota 372) è indotto
dal passo succitato di Procopio ad accogliere l’opinione che la vacca
di Mirone fosse allora in Roma: il FEA, che tradusse l’opera, si
associa all’opinione di lui.

[437] CASSIODORO (_Var._, lib. X, 30) ne prende argomento a parlare con
loquacità infantile intorno alla natura degli elefanti.

[438] PROCOP., _Histor. Arcana_, c. 8: ἐπὶ τῆς εἶς τὸ καπετώλιον
φερούσης ἀνόδου ἔν δεξιᾷ ἔκ τῆς ἀγορᾶς ἐνταῦθα ἱόντι. Dalla descrizione
di Stazio (_Silv._, I, v. 66) la statua equestre si sarebbe eretta
tra la basilica Giulia e la Emilia; avrebbe avuto a tergo il tempio di
Vespasiano e della Concordia, e di fronte il _Lacus Curtius_. È certo
dunque che si alzava nel luogo ove stava più tardi la colonna di Foca.
— Il NIBBY opina che al tempo in cui fu compilata la _Notitia_, alla
statua equestre di Domiziano si desse nome di _Caballus Constantini_
(Vedi _Roma Ant._, p. 138). Difficilmente essa sarebbe sfuggita allo
sguardo di Procopio se avesse ancora esistito.

[439] Ho già citato il passo di Procopio, IV, 22.

[440] Νεώσοικος significa _Navale_. Io ho già dichiarato ove fossero
probabilmente situati i _Navalia_, ma la espressione di Procopio ἔν
μέσῃ τῇ πόλει involge in gravi difficoltà.

[441] Procopio vide nell’isola di Corcira la nave di marmo in cui
Ulisse navigò ad Itaca, ma vi lesse l’iscrizione che diceva essere
essa un dono votivo offerto a Giove Casio. In Eubea egli vide la nave
offerta in dono votivo da Agamennone e ne reca la iscrizione mutilata
(_De bello Goth._, IV, 22). In Roma stessa egli avrà veduti parecchi
di quei vascelli votivi in marmo: ed oggidì uno ancora ne rimane, sul
monte Celio, innanzi alla chiesa di santa Maria in Navicella. Esso è
però la copia di uno antico, eseguita ai tempi di Leone X.

[442] PROCOP., IV, 33: τειχίσματι βραχεῖ ὀλίγην τινὰ τῆς πόλεως μοῖραν
ἀμφὶ τὸν Ἀδριανοῦ περιβαλὼν τάφον καὶ αὐτὸ τῷ προτέρῳ τείχει ἐνάψας
φρουρίου κετεστήσατο σχῆμα.

[443] πολλοὶ τῶν ἀπὸ τῆς ξυγκλήτου βουλῆς dice chiaramente Procopio
(IV, 34).

[444] Procopio (ibid.) parla di trecento giovinetti delle città
d’Italia: τῶν ἔκ πόλεως ἑκάστης δοκίμων Ῥωμαίων τοὺς παῖδας ἀγείρας.
Questo passo venne franteso dal CURTIUS (_De Senatu Rom._, p. 142), il
quale reputa che quei giovinetti condotti in ostaggio fossero figli
di Senatori romani. All’istesso errore fu indotto RUGGIERO WILLIAMS,
nel suo eccellente scritto intitolato: _Roma dal secolo V al secolo
VIII_, edito nella _Gazzetta delle Scienze istoriche_ dello SCHMIDT,
II, dispensa 2, pag. 141. Del pari egli erra allorchè narra che
Totila abbia formalmente soppresso il Senato, indi l’abbia riposto in
autorità: non ve n’ha il menomo cenno in Procopio. Totila condusse in
cattività i Senatori, e più tardi ne richiamò alcuni nella Città.

[445] Anche nei tempi successivi avrò sempre riguardo alla storia del
Senato. Dopo di aver consultati tutti gli scrittori di storia che io mi
conosca, intorno a questa curiosa ricerca, trovai che quell’opinione
è pienamente accolta e confermata da CARLO HEGEL nella profonda sua
opera intitolata: _Storia della costituzione delle città italiane_,
Vol. I, V. — E per dirla in breve, il Senato romano si estinse colla
distruzione del regno dei Goti: _Deinde paullatim Romanus defecit
Senatus, et post Romanorum libertas cum triumpho sublata est. A
Basilii namque tempore Consulatum agentis usque ad Narsetem Patricium
provinciales Romani usque ad nihilum redacti sunt_. Così AGNELLO,
biografo dei Vescovi di Ravenna, T. II, _Vita s. Petri Senior._, c. 3.

[446] L’antica colonia romana di Nepi o Nepet (Νὲπα in Procopio) è un
piccolo luogo posto presso a Civita Castellana. Più tardi ci avverrà di
trovarla seggio di _Duces_. WILLIAM GELL (_The Topography of Rome and
its Vicinity_) vuole riconoscervi alcuni avanzi di una fortezza gota;
e ciò richiede un occhio acuto assai. — Pietra Pertusa è situata sulla
Via Flaminia a dieci miglia di distanza da Roma. Dopochè i Longobardi
l’ebbero distrutta, ne rimase il nome ad un casale. Vedi il WESTPHAL,
p. 135. — Intorno ai nomi ed alle posizioni si consulti il CLUVER,
_Ital. ant._, II, p. 529.

[447] Αὐτὸς δὲ Ῥώμην διακοσμῶν αὐτοῦ ἔμεινε. PROCOP., IV, 34.

[448] Qui Procopio pone fine alla sua inestimabile storia della guerra
gotica, dopo di avere con pochi cenni detto che i Greci (ai quali egli
dà sempre nome di Ῥωμαῖοι) s’erano impadroniti di Cuma e di tutte le
altre fortezze. Aligerno con somma bravura difese per un intiero anno
Cuma e la grotta della Sibilla.

[449] JORNAND., _De reb. Get._, c. 5: _Unde et pene omnibus barbaris
Gothi sapientiores semper extiterunt, Graecisque pene consimiles_. È
prezzo dell’opera che si legga la celebre lettera di Sisebuto re dei
Visigoti ad Adelvaldo re de’ Longobardi in cui quegli celebra l’eroica
indole degli uomini germanici: _Genus inclitum, inclita forma, ingenita
virtus, naturalis prudentia, elegantia morum_. Trovasi nel TROYA, _Cod.
Dipl. Long._, I, p. 571, tratta dal FLOREZ, _España Sagrada_, VII,
321-328.

[450] Si legga la _Historia Arcana_, c. 6 e seg., nella quale Procopio
pone alla berlina Giustiniano, dipingendolo uomo malvagio, doppio,
ingannatore, avaro, sanguinario, tracciandone l’imagine sul modello del
ritratto di Domiziano. Procopio vi fa seguire (c. 9) la descrizione
infamante di Teodora, la quale potrebbe sembrare esagerata anche
al libertino più sperimentato. Si consultino le annotazioni erudite
dell’ALEMANNUS a quei passi.

[451] MURATORI, _Annal. d’Italia_, ad ann. 555. Si veda anche il sano
giudizio che ne reca il LA FARINA nella sua _Storia d’Italia_, I, p. 61
e seg.

[452] FLAMINIO VACCA vi narrava con fedele semplicità ciò ch’egli aveva
veduto trarre dagli escavi eseguiti al tempo suo. Egli raccoglieva
le sue pregevoli osservazioni intorno a parecchi monumenti antichi
per incarico di Anastasio Simonetti antiquario di Perugia. Quelle
memorie furono edite dal FEA nella _Miscellan._, Tom. I, e dal NIBBY in
appendice alla _Roma Antica_ del NARDINI, sotto il titolo: _Memorie di
varie antichità trovate in diversi luoghi della città di Roma, scritte
da_ FLAMINIO VACCA _nell’anno 1594_.

[453] Intorno ai forami dei monumenti di Roma scrissero parecchi
Archeologi. Il SUARES, vescovo di Vaisson, nell’anno 1651, dedicava
a queste ricerche un suo scritto intitolato: _Diatriba de foraminibus
lapidum in priscis aedificiis_, nel quale egli pone sette ipotesi senza
decidere quale meriti maggior fede. Egli propone: 1.º che i Barbari
nel loro furore, non potendo demolire da capo a fondo i monumenti, vi
recassero il guasto: 2.º che i monumenti ricevessero danneggiamento
dalle case costruitevi sopra, oppure: 3.º dai serragli fatti nei
rivolgimenti: 4.º dall’avidità di strapparne gli arpioni di metallo:
5.º dagli escavi fatti a ricercarvi tesori: 6.º dall’uso dei loro
materiali adoperati alla costruzione di fortezze: 7.º dalla erezione di
botteghe sovrapposte al Colosseo. — Si veda inoltre l’eccellente opera
del MARANGONI, _Delle Memorie sacre e profane dell’Anfiteatro romano_,
Roma 1747, p. 47 e seg. — Il FEA, _Sulle rovine di Roma antica_, p.
276, 277, parla con senno dell’impossibilità che i forami fossero
tutti fatti dai Barbari. Il VACCA con ingenuità dice: _tutti bucati
all’usanza de’ Goti, per rubarne le spranghe_ ecc. Io credo che forami
per la maggior parte avessero origine dallo strappamento degli arpioni
nei tempi di penuria di metallo.

[454] FLAMINIO VACCA, n. 17.

[455] FLAMINIO VACCA, n. 81.

[456] FLAMINIO VACCA, n. 103. Non è determinato quale fosse quest’arco:
forse sarà stato quello di Settimio Severo.

[457] AGATHIAS, ch’è lo scipito e prolisso continuatore di Procopio,
dà una compiuta descrizione di questa battaglia: _Historiar._, II, c.
4 e seg. (ed. Bonn.). Si legga anche PAUL. DIACON., _De gest. Longob._,
II, c. 2. — Reca stupore che la Cronica di MARIO AVENTIC. disgiunga di
sette anni i tempi di Bucelino da quelli di Leutari.

[458] SIGON., _De Occid. Imp._, p. 553.

[459] AGATHIAS, II, c. 13: ἔς Κάμψας τὸ φρούριον. Il MURATORI accoglie
opinione che fosse il castello di Compsa, ch’è l’odierno Consa, antico
borgo del territorio Arpinate di cui si può cercare notizia nel CLUVER,
_Ital. ant._, IV, p. 1204. — Colla presa di Compsa, cessa Agatia di
fare parola intorno ai Goti. Da parecchi scrittori si pare che Narsete
non cacciasse d’Italia gli ultimi Goti, ma ch’eglino continuassero
a dimorare presso le sponde del Po. Si fa ancor cenno di un goto
Guidino, il quale, coll’ajuto dei Franchi, si sollevava in Verona ed
in Brescia contro Narsete. Si consultino PAUL. DIAC., II, 2, THEOPHAN.,
_Chronogr._, p. 201, MENANDER, _Excerpta_, p. 133, (quest’ultimo parla
però soltanto di Franchi). — Il MURATORI s’industria a dimostrare che
questa sollevazione avvenisse nell’anno 563.

[460] SIGON., _De occid. Imp._, p. 556.

[461] PROCOP., _Hist. Arcana_, c. 18.

[462] _Pragmatica Sanctio Justiniani Imper._, nel _Corpus Juris
civ._ di GOTOFREDO, T. II, Parigi 1628, fra le _Novellae Constit._
nell’Appendice, p. 684 e seg. La Sanzione Prammatica fu emanata
nell’anno vigesimottavo di regno di Giustiniano, agli idi di Agosto, e
fu indiritta ad Antioco, prefetto d’Italia.

[463] _Quae beatissimo Papae vel amplissimo senatui nostro pietas in
praesenti contradidit._

[464] La _Pragm. Sanctio_ al § 12, dispone espressamente in riguardo
ai giudici della provincia: _Ab episcopis et primatibus uniuscujusque
regionis idoneos eligendos_. Di questi argomenti importanti tratta con
somma chiarezza CARLO HEGEL, pag. 126.

[465] Il passo di _Iohann. Lydus, de Magistr._, III, c. 55, che dice:
τῇ δὲ Ῥώμῃ τὰ Ῥώμης ἀπέσωσεν mi sembra un giuoco di frase.

[466] _Viros etiam gloriosissimos ac magnificos Senatores ad nostrum
accedere comitatum volentes_ etc. (_Sanct. Pragm._, c. 27).

[467] _Vel foro aut portui Romano._ — Che qui per foro non si abbia a
intendere che il mercato del pane e delle grasce, sembrami che si deva
ricavare dalla sua connessione con _portus_.

[468] ANASTAS., _in Vigilio_, ed il continuatore di MARCELL. COM.,
dicono che la morte del Papa avvenisse nell’anno 554. Il PAGI a miglior
ragione la pone all’anno 555.

[469] _Multitudo religiosorum et sapientium nobilium._ ANASTAS., _in
Pelagio_.

[470] La lettera di Adriano si legge tra gli Atti del secondo Concilio
di Nicea nel LABBÉ, Tom. VIII, p. 1591. Il Pontefice vi novera le
chiese di Roma che erano principalmente adorne di musaici, e, dopo di
aver tenuto discorso del san Silvestro, del san Marco, della basilica
di Giulio, del san Lorenzo in Damaso, della santa Maria (Maggiore)
e del san Paolo, dice della basilica dei santi Apostoli: _Mirae
magnitudinis ecclesiam apostolorum a solo aedificantes historias
diversam tam in musivo quam in variis coloribus cum sacris pingentes
imaginibus_.

[471] Si fa seguace di questa opinione anche ANDREA FULVIO, _Ant.
Rom._, V, là ove parla delle chiese cristiane. Il VOLATERRANO,
protonotario e vicario della basilica dei santi Apostoli, descrisse la
chiesa nell’anno 1454, ed il MARTINELLI (_Roma ex ethn. sacra_, p. 64 e
seg.), ne trasse lo scritto dal _Cod. Vat._, 5560. Il VOLATERRANO vide
la chiesa antica e lesse sull’abside i versi seguenti:

    _Pelagius coepit, complevit Papa Ioannes_
    _Unum opus amborum par micat et meritum._

[472] Il VOLATERRANO nel MARTINELLI.

[473] Il GALLETTI (_Del Primicerio_ ec., n. LXI, p. 323, nel FEA,
_Sulle rovine di Roma_, p. 355, nota D) dà il documento tratto
dall’Archivio di santa Maria in Via Lata dell’anno 1162. A quello io mi
riporto.

[474] Trovasene la copia stampata perfettamente nel MARINI,
_Papir. Diplom._, N. I. — Le appellazioni topografiche appartengono
indubbiamente al tempo dei _Mirabilia_ e dell’_Ordo Romanus Benedicti_.

[475] _Pragm. Sanctio_, c. 25.

[476] _Imperante D. N. Piissimo ac Triumphali semper Justiniano P.
P. Augusto Ann. XXXVIIII. Narses Vir gloriosissimus ex praepositus
Sacri palatii ex cons. atque patricius post victoriam Gothicam ipsis
eorum regibus celeritate mirabili conflictu publico superatis atque
prostratis libertate urbis Romae ac totius Italiae restituta pontem
viae Salariae usque ad aquam a nefandissimo Totila tyranno destructum
purgato fluminis alveo in meliorem statum quam quondam fuerat
renovavit._

[477] GRUTER, p 161. Vedi che rimanga delle opere dei mortali! Questi
unici monumenti di Narsete più non sono: caddero nell’Anio quando i
Napoletani, nella loro ritirata da Roma nell’anno 1798, distrussero
il ponte. — Il padre ESCHINARDI (_Dell’Agro romano_, p. 324) accoglie
opinione che Narsete riedificasse anche il ponte Nomentano sull’Anio.
La Cronica di MARIO AVENT. narra che Narsete restaurasse _Mediolanum_,
ed aggiunge _vel reliquas civitates, quas Gothi destruxerant,
laudabiliter reparatas_ etc.

[478] PAUL. DIACON., III, c. 12, e la _Histor. Miscell._, XVII, p. 112,
dicono che il tesoro fosse trovato a Costantinopoli. Ambedue attinsero
quella leggenda da GREGORIO DI TOURS, V, 20.

[479] PAUL. DIACON., II, c. 5.

[480] La fonte donde trae il suo racconto PAOLO DIACONO è ANASTAS., _in
Joh.: Tunc Romani invidia ducti suggesserunt Justino Augusto et Sophiae
Augustae, dicentes: Quia expedierat Romanis, Gothis potius servire
quam Graecis, ubi eunuchus nobis fortiter imperat, et servire male nos
subjicit_.

[481] Ciò si pare dagli scritti di AGNELLUS, _Lib. Pontif._ (_seu
vitae Pontif. ravennatium._ Ediz. di Modena, 1708), Tom. II, _Vita
s. Agnelli_, p. 127: _Tertio vero anno Justini minoris Imperatoris,
Narsis Patricius de Ravenna evocitatus, egressus est cum divitiis
omnibus Italiae, et fuit Rector XVI annis_ etc. E MARIO AVENTICENSE
denota quest’epoca: _ann. 2 cons. Justini Jun. August. Indict. I, che
corrisponde all’ann. I, post Cons._

[482] Narra il SISMONDI che aranci di Salerno (_multimoda pomorum
genera_) fossero mandati 500 anni più tardi dai primi avventurieri
Normandi ai loro fratelli di Normandia, per far loro conoscere la
beatitudine d’eliso della terra che era ferace di quelle frutta.

[483] Era una parte dei cimitero di Pretestato nella Via Appia. Vedi
la _Roma sotterranea_, III, c. 17, p. 190. Nei cimiteri delle chiese di
Roma, presso alle basiliche s’alzavano anche abitazioni pei cherici.

[484] ANASTAS., _in Johanne_, e PAUL. DIACON., II, c. 11.

[485] AGNELLUS, _Vita s. Petri Senioris_, II, p. 178; _Italiae in
palatio quievit:_ è il palazzo dei Cesari in Roma. — HORATIUS BLANCUS
nell’annotazione al lib. II, c. 11 di PAOLO DIACONO vuole che sia da
leggere Costantinopoli a vece di Italia.

[486] ANASTASIO dice che Narsete morisse nell’anno in cui usciva di
vita Giovanni, che, secondo i computi del PAGI e del MURATORI, sarebbe
il 573. Questa notizia non si associa a quello che fu per noi fin qui
detto. L’opinione del BARONIO che Narsete morisse in Costantinopoli,
ha origine per ciò che egli scambiò l’Eunuco con un altro Narsete di
cui cantò un cattivo Poeta CORIPPO (_De laudibus Justini_, II), come
dimostra il PAGI. Anche il CEDRENO ne fu indotto a confusione. Si
può consultare BENEDICT. BACCHINI, _Dissert. II, ad cap. III vitae s.
Agnelli_, che trovasi nell’AGNELLUS RAVENN., II, p. 146.

[487] Gli argomenti del BARONIO sono combattuti dal PAGI e dal
MURATORI. Quest’ultimo è il più assennato. Il tradimento di Narsete
è affermato chiaramente dal SIGONIO, _De Regno Ital._, I, p. 6. La
celebre Cronica anteriore all’Editto di re Rotari (c. 7), lo dice
a chiare note (_Edicta Reg. Longobard._, ed. BAUDI A VESME, Torino,
1855), e quel fatto è narrato similmente in HERM. CONTRACT., _Chron._,
ad ann. 567, in ADONIS, _Chron._, ad ann. 564. — Il SAINT MARC, I,
p. 157 e seg., rifiuta quella narrazione dicendola una leggenda, e vi
si associa lo ZANETTI, _Del regno dei Longobardi_, I, c. 12 e seg. Lo
SCHLOSSER, _Stor. univers._, I, 81, è incerto.

[488] GIANNONE, III, c. 5.

[489] PANCIROLI, _Comm. in Notit. Imper. Occid._, p. 116. — PAOLO
DIAC., II, c. 14 e seg., enumera dieciotto province e ne assegna i
confini: _Venetia, Liguria_, le due Rezie, _Alpes Cottiae, Tuscia,
Campania, Lucania_ o _Bruttia_. Come nona provincia descrive quella
dell’Apennino che egli separa dalle Alpi Cozie. Indi novera _Aemilia,
Flaminia, Picenum, Valeria_ e _Nursia, Samnium_. La decimaquinta
provincia compone di _Apulia, Calabria_ e _Salentum_; decimasesta è
_Sicilia_; decimasettima _Corsica_; decimottava _Sardinia_.

[490] Il SAVIGNY nella sua _Storia del diritto Romano nel medio evo_,
I, c. 6, p. 339, prende argomento da questa separazione a dimostrare
che «gli ordinamenti interni d’Italia continuano invariati anche al dì
d’oggi».

[491] Il GIANNONE con poca profondità di giudizio segue in
quest’opinione ciò che dice superficialmente il BLONDO, _Historiar.
Dec. I_, c. 8, p. 102.

[492] CESARE BALBO, _Stor. d’Italia_, I, c. 3, p. 18.

[493] A dimostrarlo giova S. GREGOR., _Epist._ 27, lib. XII, Ind. 7,
dove è discorso di Venanzio nipote di Opilio patrizio, il quale, non
possedendo titoli, voleva comperare per trenta libbre d’oro le _chartae
exconsolatus_, e instava affinchè il Pontefice lo raccomandasse alla
corte di Bisanzio.

[494] MENANDER, _Excerpt._, p. 126: διὸ δὴ καὶ ἔκ τῆς συγγκλήτου βουλῆς
τῆς πρεσβυτέρας Ῥώμης — πεμφθέντων τινῶν.

[495] BLOND., _Histor. ab inclinat. Rom._, Doc. I, lib. 8, p. 102:
_sed a Duce Graeculo homine, quem Exarchus ex Ravenna mittebat, res
Romana per multa tempora administrata est_. E si vedano le confutazioni
opposte dal saggio GIOVANNI BARRETTA, _Tabula chronogr. Medii aevi:
Ducatus Rom._, n. 105.

[496] _Liber Diurnus Rom. Pont._, ed. JOH. GARNER nella _Nova
Collectio_ dell’HOFFMANN, T. II. — Il compilatore di quel formulario,
di cui si servirono i Pontefici fino al sec. nono, è sconosciuto. Il
tempo in cui fu composto cade tra l’anno 685 ed il 752. Tra i formulari
delle lettere indiritte all’Imperatore, all’Imperatrice, al Patrizio,
all’Esarca, al Console, al Re, ai Patriarchi, non havvene alcuno per il
Duce di Roma. Ciò fu già notato da RUGGIERO WILLIAMS.

[497] Io feci studio diligente delle Biografie dei Papi di quei tempi,
ed esaminando parola per parola trovai, che il primo passo in cui
si parli del Duce è nella _Vita Constantini_, n. 176: _Petrus quidam
pro ducato Romanae urbis_. In tutto il sec. VII è taciuto affatto del
Senato e del titolo di Senatore.

[498] ANAST., _in Conone: quod et demandavit suis judicibus, quos Romae
ordinavit et direxit ad disponendam civitatem_. Il WILLIAMS è biasimato
da C. HEGEL (I, pag. 226), perchè non tenne conto di questo passo, onde
fu indotto a dire: che l’Esarca probabilmente non avrà reputato prezzo
dell’opera di mandare un officiale a Roma, città che era divenuta di
tanto lieve importanza.

[499] Alcune delle correzioni qui raccolte per tutti e tre i Volumi,
furono proposte dal chiarissimo Autore, che attese alla revisione di
questi registri. (N. del T.)





Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a
pag. 553 sono state riportate nel testo.

La notazione [=xx] indica che le lettere specificate sono sormontate da
una barra.