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ROBERTO BRACCO
TEATRO
VOLUME PRIMO
NON FARE AD ALTRI... — *LUI LEI LUI* —
UN’AVVENTURA DI VIAGGIO — UNA DONNA —
LE DISILLUSE — DOPO IL VEGLIONE
2ª EDIZIONE.
REMO SANDRON — Editore
Libraio della Real Casa
MILANO-PALERMO-NAPOLI
PROPRIETÀ LETTERARIA
_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
tutti i paesi, non escluso il Regno di Svezia e quello di
Norvegia._
È assolutamente proibito di rappresentare questi lavori senza il
consenso scritto dell’Autore _(Art. 14 del Testo Unico 17
Settembre 1882)_.
Published in Palermo, 10th. June Privilege of Copyright in the
United States reserved under the Act approved March 3rd. 1905,
by Roberto Bracco and Remo Sandron.
Off. Tip. Sandron — 126 — I — 290312.
————
LUI LEI LUI.
_Commedia in un atto._
rappresentata per la prima volta al _Sannazaro_ di _Napoli_, dalla
Compagnia _Pasta_, nel 1887.
PERSONAGGI:
_Giulio_.
_Clotilde_, sua moglie.
_Federico_.
_Domenico_, servo.
Epoca attuale.
ATTO UNICO.
_Salottino elegante. Armi, coltelli e zaini da caccia alle pareti. Un
pianoforte. Due porte laterali. Una porta in fondo, la quale, aperta,
incornicia la veduta del parco verdeggiante._
SCENA I.
GIULIO, _poi_ IL SERVO.
_Giulio_
_(solo, intento ad aggiustare i mazzolini di fiori freschi nei vasi di
maiolica)_ Come sono grazioso, io, in questa delicata operazione di
fanciulla quindicenne! Ecco: la primavera mi dà delle gentilezze
sopraffine, dei gusti squisiti e poetici, di cui sono io stesso
meravigliato. Carino, questo insieme di rose tee e di mughetti! _(Al
servo, che entra)_ Che c’è, Domenico?
_Il Servo_
La signora ha ordinato tutto il pranzo. Soltanto, desidera sapere se
lei, come _entre-mets_, preferisce i fagiolini al pomodoro o i pisellini
al burro.
_Giulio_
_(con severità)_ Ma queste sono cose che non mi riguardano. Voi sapete,
Domenico, che io mi rimetto al gusto del mio amico Federico. Andate
piuttosto a interrogare lui. È lui, oramai, che si occupa delle cose di
casa: ve l’ho detto tante volte! _(Si sdraia sopra una poltrona che è
accanto al tavolino coi fiori.)_
_Il Servo_
C’è poi il commesso del signor Compagnoni. Ha dei saggi di vino da
mostrarle, per definire quell’affare.
_Giulio_
_(svogliato)_ Dio buono, quale affare?
_Il Servo_
Non so, mi ha detto così.
_Giulio_
Sarà forse qualche affare che mi sta trattando il mio amico, quel caro
Federico. Dite a lui tutto. _(Chiamando:)_ Federico! Federico!
_(Pausa.)_ Starà in giardino. Domenico, andate a cercarlo, mostrategli i
saggi di vino, chiedetegli se preferisce i fagiolini o non so che altro,
e lasciatemi tranquillo. _(Sbadiglia)_ Ah!
_Il Servo_
_(va via.)_
_Giulio_
_(guardando di nuovo i fiori)_ Carino, carino questo insieme di rose tee
e di mughetti! Piacerà certamente anche a mia moglie: mughetti e rose
tee: che sfumature! che armonia di colori! Oh la pittura e la botanica!
Come le amo! Se avessi fatto il pittore, sarei diventato... il primo
botanico del mondo!
SCENA II.
FEDERICO _e_ GIULIO, _poi_ IL SERVO.
_Federico_
_(entra dalla porta a destra, pian piano, guardando attorno con occhio
inquieto, senza esser veduto da Giulio. Ha l’aria turbata, e dal suo
volto traspare un misto di malinconia e di timidezza. Avvicinatosi a
Giulio, gli mette lievemente una mano sulla spalla.)_
_Giulio_
_(alzandosi, voltandosi, squadrandolo da capo a piedi, gli domanda, in
un tono fra di fastidio e di sorpresa.)_ Ohè, dico, che hai?
_Federico_
_(dà un profondo sospiro.)_
_Giulio_
Che hai?
_Federico_
_(facendo un gesto annunziante una deliberazione irremissibilmente
presa, dice con voce ferma, che è, però, uno sforzo:)_ Giulio, ti voglio
parlare.
_Giulio_
A me?
_Federico_
Sì, a te.
_Giulio_
Dio buono, parliamo sempre, noi, e parliamo tanto che la tua volontà non
mi sembra mica una cosa spiccatamente nuova.
_Federico_
Giulio, da un mese io sono in casa tua....
_Giulio_
E puoi aggiungere, con legittimo orgoglio, che completi la mia arcadica
felicità. Gli alberi fioriscono, gli augelli garriscono, le farfalle
s’inseguono, il ruscelletto mormora, io mangio molto e bene, dormo
dolcissimamente, posseggo una moglie che è un tesoretto, posseggo te che
sei un amico carissimo: tutto sommato, io sono un uomo felice. Questa è
la villeggiatura del mio corpo e del mio spirito! Metti all’occhiello
questo bottoncino di rosa, _(glielo dà)_ e va a passeggiare.
_Federico_
Ebbene, Giulio, io li ringrazio, ti ringrazio assai della cordiale
ospitalità che hai voluto accordarmi....
_Giulio_
Bada: ti permetto anche di ringraziarmi, ma non in questo tono flebile e
sentimentale.
_Federico_
Sì, ti ringrazio vivamente, ma....
_Giulio_
Ma?...
_Federico_
Ho risoluto: me ne vado!
_Giulio_
_(scherzando)_ E chi ti dà il diritto di prendere delle risoluzioni in
casa mia?
_Federico_
No, Giulio, me ne vado sul serio, e me ne vado subito. Vedi, sono venuto
appunto a salutarti.
_Giulio_
_(guardandolo fisso)_ O sei matto... e allora fai bene ad andartene, o
non lo sei... e allora perchè te ne vai?
_Federico_
_(dopo breve riflessione)_ Senti: tu hai tanta amicizia per me ed hai
tanto spirito per te, che io sarei colpevole e sarei uno sciocco se ti
nascondessi la verità.
_Giulio_
_(in caricatura)_ Il momento è solenne! Ti ascolto.
_Federico_
_(dopo lunga reticenza)_ Giulio, io... io... io amo tua moglie.
_Giulio_
_(con un soprassalto di paura, smettendo l’ aria burlesca)_ E me lo dici
in faccia?!
_Federico_
_(mortificato)_ Ho creduto di darti una prova di lealtà, rivelandoti
questa mia... solitaria sventura.
_Giulio_
_(alquanto commosso)_ Te ne ringrazio! _(Avvicina due seggiole, e, molto
amichevolmente, invita Federico a sedere. Siedono.)_ _(Pausa.)_ Dunque?
_Federico_
Dunque, me ne vado.
_Giulio_
Eh! capisco i tuoi... i tuoi... i tuoi....
_Federico_
Ragionamenti.
_Giulio_
Ragionamenti! Oh! non c’è dubbio, giustissimi ragionamenti! Certo... non
c’è altro mezzo... per....
_Federico_
Per risparmiare al mio cuore mille sofferenze, e a te....
_Giulio_
_(con ansia)_ A me?...
_Federico_
_(subito)_... lo scrupolo di avermele imposte.
_Giulio_
Soltanto questo?
_Federico_
Soltanto.
_Giulio_
_(rinfrancato, stringendogli la mano)_ Sei delicatissimo!
_Federico_
Credimi, ho lungamente lottato contro il nemico ch’è venuto a turbare la
mia felicità, e con grande dolore ho dovuto confessare a me stesso di
non averlo saputo vincere. Sulle prime, dopo pochi giorni che io ero
qui, con voi, in questo villino fatto a posta per destare i più gentili
desiderii, ho sperato, mi sono lusingato....
_Giulio_
_(titubante)_ Come sarebbe a dire che ti sei lusingato?
_Federico_
Mi sono lusingato che il nuovo sentimento che nasceva in me, fosse un
misto di gratitudine e di amichevole simpatia: fosse, cioè, una doverosa
conseguenza delle cortesie usatemi da tua moglie. Ma, che vuoi! Altro
che gratitudine! altro che amichevole simpatia! Il quadretto evidente
della vostra felicità,... della vostra unione,... della vostra.... come
ho da dire?... della vostra intimità,... cagionava in me certi
turbamenti, certe strane indicibili smanie, che sono andate, ogni
giorno, aumentando, sino a diventare... un martirio.
_Giulio_
Oh povero amico mio! Hai ragione, perbacco!... Hai ragione. Quella
benedetta Clotilde è così carina!
_Federico_
Carina?! Qualche cosa di più!
_Giulio_
_(entusiasmandosi anche lui)_ È graziosissima, ne convengo.
_Federico_
E poi è una donna che non somiglia a nessun’altra!
_Giulio_
Bravo! A nessun’altra!
_Federico_
È mite ed è altera.
_Giulio_
È buona ed è furba....
_Federico_
È gran dama ed è bambina.
_Giulio_
Ventidue anni, sai: non più di ventidue!
_Federico_
È tanto ingenua ed è piena di fascini!
_Giulio_
E che fascini! Se tu sapessi!
_Federico_
_(con calore)_ Insomma, tu sei un uomo invidiabile, ed io... sono un
infelice!
_(Si alzano. Federico rimane in un canto, nervoso, preoccupato, con la
testa bassa.)_
_Il Servo_
_(entra, vede Federico, va difilato da lui, e gli domanda:)_ Preferisce
i fagiolini al pomodoro o i pisellini al burro?
_Federico_
_(con uno sgarbo)_ Oh! non mi seccate, adesso!
_Giulio_
_(al servo)_ Andate via, Domenico. Abbiamo certi pisellini per la
testa!...
_Il Servo_
Vuol dire che oggi faremo a meno dell’_entre-mets_. _(Via.)_
_Giulio_
_(guardando Federico, che è inquieto, gli si accosta con dolcezza)_ Via,
càlmati.... Tu te ne andrai. Io, capisci, mi annoierò molto senza di
te.... Ah! si stava tanto bene in tre! Ma non c’è che fare! Non bisogna
essere egoisti. Vedo anch’io che la tua dimora qui, fra noi due, sarebbe
per te un vero supplizio. Finchè si trattasse di amare in silenzio e di
serbare nel cuore questo affetto solingo e di frenarlo, reprimerlo,
nasconderlo, eh! ti direi: fammi il piacere di rassegnarti e non mi
lasciare; ma assistere alle tenerezze che la donna da te amata prodiga
quotidianamente a suo marito, no! In verità, questo è superiore alle
forze umane. Partenza, dunque, partenza! È doloroso per me, ma per te è
necessario. Sei ammalato, e devi guarire.
_Federico_
_(sospirando)_ Lo spero! _(Commosso)_ Mi permetti di abbracciarti?
_Giulio_
Fa pure.
_Federico_
_(abbracciandolo)_ Grazie!
_Giulio_
_(confidenzialmente)_ E dimmi.... Tu, in qualche momento di
allucinazione, di debolezza, di inconscienza — l’amore certe volte fa di
questi scherzi! — non le hai fatto capire qualche cosa?
_Federico_
_(senza esitare, sinceramente)_ Mai!
_Giulio_
_(con pari ed inconsiderata sincerità)_ Ti confesso che io, al tuo
posto, avrei fatto qualche corbelleria.
SCENA III.
CLOTILDE, GIULIO, FEDERICO.
_Clotilde_
_(entra dal giardino, canticchiando.)_
_Giulio_
_(sottovoce a Federico)_ Lei.
_Federico_
_(continuando a parlare con Giulio, sforzandosi di sembrare disinvolto e
alzando la voce)_ Ah! già, sicuro... la giornata è bellissima.
_Giulio_
E tu, ingrato ai benefizi della natura, te ne vai proprio oggi.
_Clotilde_
Chi è, chi è che se ne va?
_Federico_
Io!
_Giulio_
Lui.
_Federico_
Precisamente. Me ne vado... perchè....
_Giulio_
È naturale... se ne va... perchè... Eh?.... Cosa?...
_Clotilde_
Avete l’aria di due collegiali che abbiano fatto insieme o che contino
di fare una qualche scappatella.... Questa partenza improvvisa, questo
contegno misterioso.... Andiamo, su, giustificatevi. _(A Federico)_
Perchè partite? _(A Giulio)_ E tu, perchè lo lasci partire?
_Federico_
Affari.
_Giulio_
Affari, mia cara....
_Clotilde_
Voi, signor Federico, avete degli affari? Si avvicina la fine del mondo!
Il vostro affare più grave e più urgente è stato sempre mio marito.
_Federico_
Non ti dico di no....
_Clotilde_
Ed ora volete abbandonarlo! Volete condannare lui e me a un tête-à-tête
campestre, continuo, inevitabile, che potrebbe minare il nostro amore
coniugale? Un tête-à-tête obbligato e non mai interrotto può generare
facilmente una pericolosa reazione.
_Federico_
Sicchè, per voi due io sono stato sinora....
_Clotilde_
Un’eccellente interruzione, e quindi un preservativo dell’amore
coniugale.
_Federico_
_(ridendo a malincuore)_ Ah! Ah! un preservativo!
_Giulio_
_(secondandolo)_ Ah! ah! un preservativo!
_Federico_
_(fingendo gaiezza)_ Signora Clotilde, permettetemi, io vado a preparare
le mie valige.
_Clotilde_
Ma, in sostanza, che vi abbiamo fatto di male?
_Giulio_
_(spontaneamente)_ Io, niente!
_Clotilde_
Allora io?
_Federico_
Voi, anzi....
_Giulio_
Come «anzi»?
_Federico_
_(impappinandosi)_ Anzi... appunto... viceversa... ma non crediate...
oh, vi pare!... tutt’altro!... Giulio, non è vero?
_Giulio_
È verissimo!
_Clotilde_
È verissimo che l’aria della campagna produce un triste effetto sui
vostri nervi e sulla vostra intelligenza. Partite sì, partite e al più
presto possibile! In queste condizioni diventereste insopportabile a voi
stesso e a noi!
_Federico_
_(convulso, fuori di sè)_ Oh non temete: parto, fuggo, volo, e non mi
vedrete mai più. Mi dimetto da preservativo.
_Clotilde_
Fate benissimo!
_Federico_
_(piano a Giulio)_ Lo vedi come mi tratta!... _(Via per la porta a
destra.)_
SCENA IV.
GIULIO _e_ CLOTILDE
_Giulio_
_(rimane come interdetto, a bocca aperta, guardando fisso la porta da
cui è uscito Federico.)_
_Clotilde_
_(stupita, dopo qualche istante di silenzio, come se chiedesse
spiegazione)_ Giulio?
_Giulio_
_(va fino alla porta per assicurarsi che Federico non possa udire; poi
si accosta a Clotilde con circospezione e, fra il grave e il gioviale,
le dice a voce bassa:)_ Vuoi sapere la vera ragione della sua partenza?
_Clotilde_
Tu hai una voglia matta di dirmela.
_Giulio_
E te la dico subito. Federico è innamorato di te!
_Clotilde_
_(sorpresa)_ E sei tu, mio marito, che vieni a raccontarmi queste cose?!
_Giulio_
E perchè no? Che la gente s’innamori di te è un fatto che mi lusinga, e,
francamente, non m’impensierisce....
_Clotilde_
Eh, bada: dicono così tutti i mariti ingannati.
_Giulio_
Cattiva! Vorresti rendermi geloso, ma non cavi un ragno dal buco.
_Clotilde_
Lasciamo stare il ragno, e pensiamo un poco al tuo disgraziato e
innamorato amico.
_Giulio_
Poverino! Faceva pietà. Mi ha parlato delle lotte dell’animo suo, delle
torture che noi due, senza sapere e senza volere, gli abbiamo inflitte,
e finalmente ha concluso che solo separandosi da noi potrebbe ricuperare
una certa tranquillità di spirito. Era commosso. Aveva le lagrime agli
occhi.... E ha voluto perfino abbracciarmi.
_Clotilde_
Perchè?
_Giulio_
Non lo so. Mi ha abbracciato.
_Clotilde_
_(rammaricata)_ Intanto, eccoci soli.
_Giulio_
_(rammaricato)_ Senza un cane che ci tenga compagnia.
_Clotilde_
E chi mi suonerà la sera... un approssimativo duetto del «Faust»,... un
verosimile valtzer di Strauss... una canzonetta qualunque?
_Giulio_
E con chi andrò a caccia, io?
_Clotilde_
E con chi attaccheremo briga tutti e due?
_Giulio_
Oh! davvero che questo innamoramento è stato un fulmine a ciel sereno.
_(Restano pensosi.)_
_Clotilde_
Giulietto....
_Giulio_
Clotilduccia....
_Clotilde_
Un’idea!
_Giulio_
Sentiamo.
_Clotilde_
Non c’è altro espediente che di gettare acqua sul fuoco. In mezz’ora, ci
scommetto, io spegnerò la fiamma che strugge il tuo misero ed innocente
amico, e renderò un servizio a lui e un altro a noi. Egli resterà.
_Giulio_
Ottimamente; ma, spegnere?!... Si fa presto a dire.
_Clotilde_
Una donna, che, senza averne nè l’intenzione nè il sospetto, è riuscita
a farsi amare, può, molto facilmente riuscire, quando ne abbia la ferma
volontà, a farsi odiare.
_Giulio_
_(invogliato)_ Odiare?... Qui è inutile giungere sino all’odio. Basta
l’indifferenza, basta uno stato... di tranquilla freddezza.
_Clotilde_
Basta l’indifferenza? Basta uno stato di tranquilla freddezza? Affidalo
a me. Farò abbassare io la sua temperatura.
_Giulio_
_(contento, fregandosi le mani)_ Sei un demonio, ma sei un angelo.
_(Vedendo venire Federico, munito di valige)_ Ecco l’uomo! Signora
Clotilde, noi vi affidiamo il suo cuore e le sue valige. _(Via di corsa
dal giardino.)_
SCENA V.
CLOTILDE _e_ FEDERICO.
_Federico_
_(comparisce portando con ambo le mani due valige e il cappello.
Incontrandosi con Clotilde, resta sconcertato e impacciato.)_
_Clotilde_
_(incrociando le braccia)_ Mio buon signor Federico, io sono qui.
_Federico_
_(appena inchinandosi)_ Signora....
_Clotilde_
_(dopo una pausa)_ Partite?
_Federico_
_(mostrando le valige)_ Non lo vedete? Parto.
_Clotilde_
_(lo guarda e ride.)_
_Federico_
_(s’inchina di nuovo e sta per andare)_ Signora....
_Clotilde_
Ih! che fretta. _(Federico si ferma.)_ Venite qua. _(Poi, in tono
imperativo)_ Avvicinatevi, vi dico.
_Federico_
_(riluttante, s’avvicina a lei.)_ Eccomi.
_Clotilde_
_(con un sorrisetto beffardo)_ Dunque, è tutto un dramma questa vostra
partenza repentina?
_Federico_
_(trasalendo)_ Un dramma?
_Clotilde_
Sì, un dramma complicato e terribile, che si riassume in queste cinque
parole: mi amate e mi fuggite!
_Federico_
_(ansioso, meravigliato, mortificato)_ E chi ve l’ha detto?
_Clotilde_
Mio marito.
_Federico_
_(lasciandosi cascar di mano le valige e il cappello)_ Lui stesso!
_(Resta trasecolato e confuso.)_
_(Pausa.)_
_Clotilde_
Bisogna convenire che il caso è perfettamente nuovo, e che voi siete un
tipo affatto speciale di persona innamorata. Sentite: come moglie del
vostro fiducioso amico, via... vi lodo; ma come donna, in fede mia, vi
biasimo.
_Federico_
Come moglie mi lodate e come donna mi biasimate.... Non capisco.
_Clotilde_
Insomma, mi spiego meglio! Voi, amico, siete, non si può negare,
ammirevolissimo: ma voi, uomo, eh! mio caro, voi uomo siete...
deplorevole!
_Federico_
_(sempre confuso)_ Sono delle distinzioni sottili.
_Clotilde_
_(canzonando)_ Non mi pare. Sentiamo: definite la parola «uomo».
_Federico_
_(pensando molto)_ «Uomo... Uomo....» Veramente non trovo una
definizione precisa.
_Clotilde_
Me ne congratulo.
_Federico_
Aspettate.... Ne ho letta una pochi giorni fa, in un dizionario.
_(Ricordando:)_ «Uomo» termine generico,... che abbraccia anche la
donna.
_Clotilde_
Voi, invece, abbracciate i mariti delle donne!
_Federico_
Io abbraccio i mariti delle donne?!
_Clotilde_
Mio marito, non lo avete forse voluto abbracciare?
_Federico_
Ah sì, perchè egli che conosce i vostri fascini, mi ha compianto, mi ha
consigliato....
_Clotilde_
Vi siete fatto anche consigliare da lui?! È straordinario!
_Federico_
Siete squisitamente crudele!
_Clotilde_
E voi, squisitamente grottesco!
_Federico_
Signora Clotilde, io non pretendo opporre nessuna resistenza agli
assalti del vostro spirito. Io mi arrendo, io mi dichiaro vinto, e non
vi chiedo che il permesso di partire.
_Clotilde_
Vi arrendete a me? Ma io mi affretto a cedervi a voi stesso. Vi
dichiarate vinto? Ma voi non avete neanche combattuto. Mi chiedete il
permesso di partire? Ma io non vi ho chiesto il sacrificio di restare.
Voi potete andare o rimanere come meglio vi aggrada, senza che turbiate
menomamente la pace domestica. Se poi credete di dovervi allontanare per
salvar me da un pericolo, rassicuratevi: in ogni caso, mi avreste già
salvata.
_Federico_
No, signora Clotilde, voi non mi comprendete. Il pericolo è mio.
_Clotilde_
E quale? Temete che mio marito vi sorprenda nell’atto di farmi una
dichiarazione d’amore? Questo no, perchè, oramai, mi avete già fatto la
vostra dichiarazione, affidandola, anzi, con gentile pensiero, alle cure
stesse di mio marito. Temete di innamorarvi più di quanto siate
innamorato? E questo nemmeno è possibile, perchè l’amore aumenta o dopo
un trionfo o dopo un fiasco; ma voi, che non osate sperare un trionfo,
non avete altro scopo che quello di eliminare il fiasco. Voi siete
come... come una nave incagliata in un banco di arena: non potete più
andare nè innanzi nè indietro, ma non potete essere capovolto dalla
tempesta. _(Va a sedere sul divano.)_
_Federico_
_(le si siede accanto, riflettendo)_.... Eppure, signora Clotilde, voi,
oggi, così atroce, così spietata verso di me, avete, nel vostro
linguaggio, qualche cosa che... — vi parrà strano... — quasi preferisco
alle gentili cortesie abituali....
_Clotilde_
Buon segno: è la medicina amara che ristora l’infermo.
_Federico_
Già! Io mi sento ristorato. Io mi sento meglio. E allora, ve ne prego,
continuate, continuate a tormentarmi. Deridetemi, beffeggiatemi,
sferzatemi senza misericordia, e quando, all’ultimo, mi avrete
completamente guarito, io non vi chiederò più il permesso di partire, ma
vi chiederò il permesso di restare! Ecco, se mi aveste trattato sempre
così, se foste stata con me sempre scortese, ruvida, sarcastica,
impertinente, io forse non mi sarei innamorato di voi.
_Clotilde_
_(con inconsapevole eccitamento e con accento accelerato)_ E avreste
avuto torto, fanciullo che siete! La cortesia per la donna è una
formalità, la dolcezza è una educazione, la bontà... è un’abitudine. Una
donna che è con voi buona, dolce, cortese, non fa che rappresentare bene
la sua parte di donna. Invece _(nervosa)_ l’indizio di probabile amore è
precisamente uno scatto di collera, un impeto di rabbia, un gesto o una
frase di disprezzo, di alterigia, d’impazienza, insomma una nota
stridula che dispiace e che piace, un frizzo, una malignità, una
cattiveria e sinanche, qualche volta, una insolenza. _(Federico,
ascoltando attentamente, le si è accostato a poco a poco, assai
dappresso, e, in questo punto, ella, sempre più nervosa, sbuffando, si
alza a un tratto e, cambiando tono, aggiunge:)_ E adesso andate via, e
non mi annoiate più!
_Federico_
_(resta ancora seduto, contemplandola. Poi, lentamente si alza e va a
raccogliere il cappello e le valige.)_
_Clotilde_
Che fate?
_Federico_
V’obbedisco.
_Clotilde_
_(bruscamente)_ Aspettate. Mi obbedirete più tardi. Per ora, cercate di
rendervi utile, piacevole, divertente, o almeno tollerabile....
_Federico_
_(rimettendo a terra valige e cappello — con modestia)_ Non sarà facile.
_Clotilde_
_(con burbanza crudele non rispondente alla parola)_ Facilissimo.
_(Siede vicino al pianoforte e soggiunge con accento di comando:)_
Sedete lì, molto lontano da me.
_Federico_
_(siede nel punto della stanza più lontano da lei.)_
_(Pausa.)_
_Clotilde_
Ma voi non dite niente: non parlate, non ridete, non piangete, non
suonate?
_Federico_
_(subito)_ Volete che suoni?
_Clotilde_
Sì: suonate.
_Federico_
_(non si muove.)_
_Clotilde_
Avete udito? Ho detto suonate.
_Federico_
Non posso.... Per suonare bisognerebbe che io m’avvicinassi a voi.
_Clotilde_
Dio buono, quante inutili esagerazioni!
_Federico_
_(andando in fretta a sedere presso il piano)_ Va bene, va bene! Siamo
perfettamente d’accordo!
_Clotilde_
Suonate... il solito duetto del Faust.... Cioè, no: il duetto del Faust
è eccessivamente sentimentale.
Suonate piuttosto.... Suonate quello che volete, purchè suoniate male,
molto male! Non ho nessuna voglia di commuovermi per la vostra musica.
_Federico_
Suonerò la serenata di Schubert. _(Comincia a suonare, stonando molto.)_
_Clotilde_
_(pestando con una mano la tastiera)_ No, no! Così è troppo male.
_Federico_
_(trattenendo la mano di Clotilde sulla tastiera)_ Ma è la vostra mano
che guasta la mia musica, ed io voglio punire questa perfida mano
incantevole. _(Glie l’afferra e furiosamente gliela bacia più volte.)_
_Clotilde_
_(alzandosi con sdegno ostentato)_ Signor Federico!
_Federico_
_(umile e compunto, alzandosi anche lui)_ Signora Clotilde!...
_Clotilde_
Voi dimenticate i vostri doveri!
_Federico_
Certamente!
_Clotilde_
Voi abusate dell’ospitalità!
_Federico_
Certamente!
_Clotilde_
Voi tradite l’amicizia!
_Federico_
Certamente!
_Clotilde_
Voi siete un mostro!
_Federico_
Certamente!
_Clotilde_
E ne siete pentito?
_Federico_
Neanche per sogno!
_(Pausa.)_
_Clotilde_
Federico!
_Federico_
Clo... Clo....
_Clotilde_
Cos’è «clo clo»?
_Federico_
No.... Volevo dire: «Clo...tilde».
_Clotilde_
_(con curiosità genuina)_ Si può sapere perchè mi amate?
_Federico_
_(dopo qualche istante di riflessione)_ Non lo so.
_Clotilde_
Ora ve lo dico io: perchè sono la moglie del vostro più caro amico.
Credete a me, è una specie di fatalità. Moglie, marito ed amico intimo,
ecco i tre personaggi che presentano una serie infinita di combinazioni
comiche e tragiche, e che dànno alla storia dell’amore il maggior
contingente quotidiano. Se si hanno dinanzi due amici indivisibili,
l’uno celibe e l’altro ammogliato, si può ciecamente, novantanove volte
su cento, invidiare il celibe e compiangere l’ammogliato. Notate: ho
detto che si può invidiare il celibe novantanove volte su cento; non ho
detto cento volte su cento, per rendere omaggio a voi, che nessuno, in
fede mia, potrebbe invidiare. In fondo, gli è che siete una pasta
eccezionale di amico intimo. E anzi... io scommetterei....
_Federico_
Scommettereste?
_Clotilde_
Che andrete immediatamente a raccontare a mio marito....
_Federico_
Che cosa?
_Clotilde_
Che mi avete baciata la mano... con una certa violenza.
_Federico_
E se glielo raccontassi davvero?
_Clotilde_
Io... non me ne sorprenderei, ed egli... non vi crederebbe. Del resto,
concludiamo. Si tratta o di confermare la disgraziata dichiarazione che
mi avete fatta per mezzo di lui o di smentirla e... di riabilitarvi. Se
dichiarate d’amarmi ancora, dovete partire; se dichiarate di non amarmi
più, potete restare. Decidete, dunque, e rispondetemi subito: dopo il
colloquio che abbiamo avuto, mi amate ancora o non mi amate più?
_Federico_
_(raccapezzandosi e irradiandosi)_ Ebbene... ho deciso.
_(Entusiasticamente prorompe:)_ Io non vi amo, non vi amo, non vi amo!
SCENA VI.
GIULIO, CLOTILDE _e_ FEDERICO.
_Giulio_
_(entrando dal giardino e avanzandosi con gioia)_ Che sento! Questo è un
grido di vittoria.
_Clotilde_
Vittoria completa! Guarigione istantanea! Egli resta.
_Federico_
_(con trasporto)_ Ah sì! Resto!
_Clotilde_
Ti avevo promesso che gli avrei abbassata la temperatura? Bell’e fatto!
_Giulio_
_(a Federico, canzonandolo)_ Ti ha abbassata la temperatura?
_Federico_
Sotto zero!
_Giulio_
_(celiando, a Clotilde)_ Ma, demonietto d’un dottore, come hai potuto
guarirlo così presto?
_Clotilde_
Eh, caro mio, noi donne sappiamo... dove mettere le mani.
_Giulio_
_(a Federico)_ Te lo dicevo io! Che donnina è mia moglie!
_Federico_
Meravigliosa!
_Clotilde_
Io non ho fatto che il mio dovere, e voi, signor Federico, andate subito
a depositare di nuovo le valige nella vostra stanzetta.
_Giulio_
_(afferrando le valige, tutto gaio e brillante)_ Ma lo servo io! Lo
servo io! _(Corre dentro.)_
_Federico_
_(profittando dell’assenza di Giulio, in un momento di slancio, dice
appassionatamente a Clotilde:)_ Clotilde, io vi adoro!
_Clotilde_
_(con un rapido gesto, gli rimprovera l’imprudenza.)_
_Giulio_
_(ritornando in fretta, sente la dichiarazione appassionata, ma, senza
sospettare di nulla, esclama, ridendo:)_ Ah burlone! burlone! Volevi
farmi paura con quel tuo «vi adoro!»; ma non ci sei riuscito! No, non ci
sei riuscito!
_Federico_ _e_ _Clotilde_
_(celando l’imbarazzo e la sorpresa, si guardano tra loro e guardano
Giulio.)_
_Federico_
_(sforzandosi, finge di ridere della burletta.)_
_(Poi ride anche Clotilde. Poi Giulio ride più forte di lei, Federico
ride più forte di lei e di lui, e, ridendo ognuno più forte dell’altro,
ridono clamorosamente ed esageratamente tutti e tre.)_
_(Sipario.)_Project Gutenberg
Lui lei lui
Bracco, Roberto